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UN BERLUSCONI A 10 EURO – Democrazia e consenso, ma la folla sceglie sempre Barabba?

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Democrazia e consenso, ma la folla sceglie sempre Barabba?

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di | 25 marzo 2013

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Ieri, domenica delle Palme, si è celebrata la tragica ipocrisia del popolo che prima accolse festoso l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, per poi voltargli le spalle, appena pochi giorni dopo, preferendogli il bandito Barabba.
Neppure Ponzio Pilato, rappresentante del potere imperiale romano, condivise questa scelta, tant’è che per ben tre volte cercò di risparmiargli la vita: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò.”
Ma la folla insistette determinata, fino ad ottenere la sua crocifissione e il rilascio di Barabba. Si dice che in quell’occasione la folla fosse stata, almeno in parte, corrotta con denaro da Caifa.
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Questo mi ricorda moltopulman dei figuranti dell’altro giorno, pagati 10 euro per sostenere Berlusconi durante la sua manifestazione di piazza. E già su questo ci sarebbe di che riflettere sconsolati: il prezzo della dignità è sceso davvero così in basso nel nostro paese?
Ma io vorrei qui sviluppare un’altra riflessione e chiedermi piuttosto: poniamo pure che una parte della folla fosse stata comperata, ma tutti gli altri? Non è immaginabile, né sostenibile, che tutti fossero stati corrotti. In nessuna delle due tristi circostanze. Sorge dunque spontanea una domanda inquietante: ma la folla sceglie sempre Barabba? Perché, se così fosse, la democrazia stessa apparirebbe profondamente delegittimata nel suo valore. E a poco servirebbe sottolineare che si tratta comunque del miglior sistema che si sia trovato nel corso dell’intera storia umana per ridurre al minimo i rischi di despotismo ed orrori. Sarebbe sufficiente ricordare che anche Hitler fu eletto democraticamente per rispondere a questa considerazione.
Scrivo questo -sia chiaro- non certo perché io intenda qui disconoscere il valore della democrazia, anzi tutt’altro, credo che essa non sia mai troppa e semmai dovrebbe evolvere qualitativamente -come per fortuna sta già avvenendo in molti settori- verso forme di partecipazione diretta (reali e non illusorie) che affianchino e completino quella di rappresentanza.
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Tuttavia la domanda iniziale rimane e merita una risposta. Io credo sia giusto riconoscere che la folla non sceglie sempre Barabba ed utile chiedersi perché questo avvenga.
Prendiamo ad esempio la pagina storica dei referendum del 2011 sull’acqua pubblica e contro il nucleare. In quell’occasione 27 milioni di italiani, pari al 57% degli aventi diritto, si espresso chiaramente -a mio avviso- non soltanto sullo specifico dei quesiti referendari, ma più in generale su una visione della società e direi quasi della vita, in cui il bene comune, di tutti, deve prevalere sugli interessi privati, di pochi.
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Ma come fu possibile quel risultato straordinario? Penso sia importante anzitutto sottolineare il fatto che su quei temi la folla era stata lungamente e correttamente informata. Il successo dei referendum, infatti, inizia almeno 12 anni prima, quando il Movimento per l’acqua inizia a seminare, tenacemente, appassionatamente, ostinatamente, creativamente, persino allegramente come mostravano nitidamente alcune coloratissime iniziative, per creare nell’opinione pubblica una consapevolezza collettiva sull’importanza di questa scelta e sui suoi reali contenuti.
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Ecco, possiamo dire allora per prima cosa che la folla, forse, non sceglie Barabba se è correttamente informata. Ma questo non basta.
Non basta perché in realtà molte delle nostre scelte personali non vengono dal cervello, ma piuttosto dal cuore, se non addirittura dalle viscere. Non sono cioè il frutto di riflessioni, ma delle emozioni che spesso qualcuno ha saputo alimentare in noi.
Questa semplice considerazione non sfugge, ovviamente, a quanti intendono manipolare le coscienze, generando paure, creando mostri, spostando abilmente l’attenzione all’occorrenza, per evidenti secondi fini personali. Gli esempi potrebbero essere qui innumerevoli e purtroppo tutti concordanti.
Il punto, allora, mi pare quello di focalizzare l’attenzione non solo su una corretta informazione, precondizione certamente necessaria, ma anche e forse soprattutto su una corretta educazione ai sentimenti, che produca quella autoconsapevolezza indispensabile affinché ciascuno possa dirsi realmente libero e affinché la folla possa non scegliere Barabba.
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Educare a riconoscere le proprie emozioni, che sono sempre vere e autentiche, ma al contempo a distinguerle da ciò che le ha prodotte, che invece potrebbe anche essere falso, mi pare allora il cuore della sfida che abbiamo dinanzi a noi come società, a livello educativo e culturale, ma non solo. Perché una società inconsapevole non solo non produce benessere, ma soprattutto non permette di esprimere il meglio di sé a nessun livello, neanche su un piano professionale e quindi anche economico. E sarà inevitabilmente portata a scegliere Barabba.
Continuiamo allora a promuovere consapevolezza, cognitiva ma anche affettiva, in ogni modo e attraverso tutti i linguaggi possibili. E facciamolo tutti!!!
Ciascuno a partire dal proprio vissuto quotidiano. Non delegando questo compito ai soli professionisti dell’informazione o dell’educazione.
Perché come ricorda un proverbio africano: “Ci vuole un intero villaggio per educare un bambino.”
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ORDINARIA (PURTROPPO) INCIVILTA’ – L’ambulanza che blocca il passaggio e le urla della signora con la Porsche

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L’ambulanza che blocca il passaggio
e le urla della signora con la Porsche

Insensibili anche davanti all’emergenza

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di ANDREA KERBAKER

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Milano, una sera della scorsa settimana. Verso le 9, una sirena. È un’ambulanza: corre per alcune piccole vie del centro e si infila in uno stretto passaggio che non porta da nessuna parte, se non a un portone e a un piccolo parcheggio sotterraneo. Le persone a bordo (tutti volontari, ricordiamolo: uomini e donne che, anziché stare tranquillamente a casa con i propri familiari, o andare al cinema con qualche amico, hanno preferito un impegno sociale, capace molte volte di salvare qualche vita) scendono di corsa, tirano fuori una barella, qualche strumento di soccorso e si infilano nel portone. Sono in codice rosso: quando l’emergenza è massima. Nella fretta, lasciano l’ambulanza in mezzo al passaggio; se avessero più tempo, potrebbero magari accostarsi un po’ di più; ma l’urgenza del momento non glielo consente. Cose che possono capitare, nella concitazione di un’operazione di salvataggio.

Mentre i soccorritori spariscono dentro il portone e salgono le scale di gran carriera, capita che un paio di macchine debbano uscire dal parcheggio e si trovino quindi momentaneamente bloccate. Alle nove di sera, magari dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, il disappunto è evidente: ma, purtroppo per gli automobilisti, in assenza degli ambulanzieri non c’è nulla che si possa fare. Succede a tutti, ogni tanto; e di solito ci si dispone ad aspettare. Se c’è un appuntamento che dovrà ritardare, una rapida telefonata aiuta a sistemare ogni cosa. Nel frattempo, per i più sensibili, ci sta pure un pensiero gentile alla persona infortunata; e magari anche un ringraziamento mentale a quei volontari che si stanno adoperando per la sua salute. Così nella normalità. Non per tutti, evidentemente.

Una delle due macchine bloccate è una Porsche, guidata da una signora di mezza età, che non si sa capacitare di questo inconveniente. Come, proprio lei, con la sua bella macchina, bloccata come se fosse una volgare Cinquecento? Non sia mai. La signora scende, controlla, si agita. Si domanda chi siano quegli incivili che, per soccorrere qualcuno, si sono permessi di rubarle minuti preziosi. Ma non può prendersela con nessuno: tutti gli uomini dell’ambulanza sono all’interno, impegnati nella loro operazione di soccorso. Dura poco, per fortuna. Dopo una manciata di minuti, il gruppo degli ambulanzieri scende dalle scale con il malato in barella. Mentre tre di loro si attardano nell’androne, per permettere il trasporto più sicuro, l’autista li precede di qualche istante.

Non l’avesse mai fatto: non appena uscito dal portone, trova la signora che gli intima di spostare il suo ingombrante mezzo di trasporto. L’uomo è talmente sorpreso che risponde soltanto una mezza frase. E allora la signora non ci vede davvero più: con gli occhi fuori dalle orbite, gli dice che lo denuncerà per occupazione di suolo pubblico. Proprio così, come fosse di fronte a una bancarella che vende oggetti di frodo senza permesso. Il volontario la guarda e, con calma educata, la invita a prendere pure nota della targa. Poi va ad aiutare i colleghi, impegnati nella carico del malato a bordo dell’ambulanza. Il mezzo riparte nella notte, le sirene al massimo. E a noi non resta che raccontare, con molta tristezza e malinconia, questo piccolo episodio di ordinaria inciviltà.

10 marzo 2013 | 15:50

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fonte milano.corriere.it

UNA DONNA STRAORDINARIA – Manina, i bambini e il miracolo di Nosi Be

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Manina, i bambini e il miracolo di Nosi Be

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Di Eugenio De Rosa

28 novembre 2012

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Ho conosciuto una persona straordinaria. È successo ad Ambatoloaka, un piccolo paese in una piccola isola al largo del Madagascar. Si chiama Manina Consiglio, napoletana ex insegnante di liceo, per tutti qui semplicemente Manina.

Tutto è cominciato  nel 1997 quando è approdata alla ricerca, come molti di noi, di come impiegare la propria terza vita, quello scampolo di esistenza dopo giovinezza e attività produttiva, quella che molti sognano di passare con la canna da pesca in mano (salvo  annoiarsene rapidamente). E Manina è capitata qui proprio per andare a pescare. Ma non appena la sua attenzione si è spostata dal fondo del mare al fondo degli occhi della gente che la circondava ha capito che non era quello della, pur ottima, pescatrice il destino che l’attendeva.

Ora non pesca più e grazie a lei la vita qui è cambiata. 12000 bambini vanno a scuola gratuitamente, i carcerati hanno riso e pesce da mangiare invece della manioca, i malati hanno chi li cura, i disabili vengono reimmessi in attività produttive che restituiscono loro tutta la dignità di esseri umani, i vecchi che restano soli hanno una loro casa dove riparare.

Era il 1997 Un miracolo? No, Manina. La sua generosità, il rispetto per questa gente e soprattutto la sua infaticabile attività. Tutto è cominciato nel 1997, da quei pesci donati e la percezione di una fame che noi non possiamo nemmeno immaginare. E poi i bambini morti di «fievre», la malaria.  E gli adulti malati di tubercolosi.

Troppo caro spostarsi per andare in città all’ospedale, troppo cara la visita. E dunque la casa di Manina diventa ambulatorio medico gratuito per vecchi e bambini (20 centesimi per visita agli altri) dove una dottoressa malgascia visita chi ne ha bisogno  e fornisce le medicine necessarie. E i bambini per strada perché le scuole confessionali (le uniche) qui sono pagamento. E allora Manina paga l’iscrizione, richiesta dal capovillaggio, prima per 10, poi per 60,120. Quando diventano 600 è chiaro che è meglio farsi scuole per conto proprio. E  così nasce, sotto casa di  Manina, la prima  scuola «TsaikiTsara» (pronuncia cekiciara), Bambini buoni.

Il principio è quello della scuola comunitaria: Manina la costruisce, paga gli insegnanti, i libri, il cibo dei bambini,  gestione ma la scuola resta di proprietà della comunità; è totalmente gratuita e aperta senza distinzione di razza o religione. Le richieste si moltiplicano e vengono anche dalla Grande Terre, il Madagascar: dalle elementari alle medie e alle superiori; la scuola superiore di Ambondrona ha centinaia di iscritti, ha la sua biblioteca, la mensa e un pozzo.

Ora le scuole sono più di 200 e ci lavorano tra insegnanti e gestori oltre 250 persone tutte di qua, tutte su libro paga di Manina.

Io ci sono stato: ho visto, nell’inebriante profumo di ylangh-ylangh (un bellissimo fiore usato per fare olio per massaggi), un complesso scolastico con 1200 allievi, dalla scuola materna fino alle superiori, ho visto bambini affascinati da quello che stavano imparando, concentrati su loro lavoro, ho visto bimbi della materna scrivere le prime lettere dell’alfabeto sulla loro lavagnetta, ho visto i più grandi alle prese con equazioni e lezioni di fisica perché il programma è quello del bacalaureat francese. Ma non ci si ferma qui. Mentre si costruiscono altre scuole, Manina apre pozzi nei villaggi dove l’acqua è totalmente gratuita a differenza dei pozzi fatti «per beneficenza» dalla Banca Mondiale. Infatti questi ultimi sono chiusi e si aprono solo a pagamento: gli vendono la loro acqua!

Nel 2006 si diffonde nelle carceri un’epidemia di scabbia. Il sindaco abituato ormai alla sua capacità di risolvere i problemi, chiama Manina: si scopre così che il carcere non ha acqua. Nascono così due vasche allacciate all’acquedotto comunale dove i detenuti possono lavare se stessi e la loro biancheria. Sono denutriti. Da allora arrivano al carcere 30 chili di riso al giorno, pesce o carne, verdura e medicine. Comincia l’allevamento di mucche e vitelli  e nel 2009 nasce la scuola di agricoltura destinata a crescere i prossimi tecnici capaci di sfruttare adeguatamente una terra fertile e ricca.

Viene costruito  il primo liceo. «In principio ho alimentato tutto questo, dice Manina, con soldi miei: in fondo per pagare un’intera classe bastano 600 euro all’anno». Per proseguire l’attività man mano  che si estende si avvia una No profit «I bambini di Manina del Madagascar», ora divenuta Onlus, con tanto di sito internet che mostra via via  le realizzazioni. «Ma avviare non basta, dice Manina. Occorre proseguire l’opera e per questo è necessario che ad un certo punto siano i malgasci stessi a gestirsi e proseguire: non i politici ma le persone che sentono questa missione».

Nel 2009 nasce così l’Associazione Malgascia TsakiTsara. «Così salute, istruzione e assistenza sociale sono interamente nelle loro mani». Le Minacce Amata dalla gente (è  fantastico vederla passare su un vecchia macchina sgangherata – mentre il sindaco qui ha un Bmw 4×4 – tra due ali di folla, «ciao Manina»), Manina dà fastidio a tutti coloro che si arricchiscono sulla povertà. Ogni tanto arriva qualche avvertimento mafioso: un manifesto abbattuto, due scuole incendiate, un’ambulanza che è ferma senza motivazioni all’aeroporto della capitale. «Io comunque, dice con una risata solare, vinco sempre perché la gente è con me: dove si distrugge si ricostruisce… magari  il doppio».

Qualcuno anche tra i politici è cosciente del beneficio portato dal lavoro di Manina: nel 2004 viene nominata Chevalier de l’Ordre National de la Republique de Madagascar. Anche in Italia il Presidente della Repubblica, con una commovente lettera personale, la nomina Ufficiale della Repubblica Italiana per Meriti. «Ora, dice Manina, non ho proprio più tempo per andare a pesca: la mia vita non è tranquilla ma finalmente ha un senso».

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fonte unita.it

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Omaggio ai bimbi del Madagascar di Manina Consiglio

Caricato da in data 09/gen/2010

Omaggio ai bambini del Madagascar di Manina Consiglio da Jenny Sorrenti e Marcello Vento. Il brano “Fragili” è tratto dal cd “Burattina” di Jenny Sorrenti

GLI INCIVILI SIAMO NOI – La laurea si prende in Romania: studenti in fuga dal numero chiuso / Lettera di uno Studente di Medicina – from Timisoara


Universitatea de Medicină şi Farmacie “Victor Babeş” din Timişoara – fonte immagine

La laurea si prende in Romania
studenti in fuga dal numero chiuso

Centinaia di futuri medici diplomati negli atenei di Timisoara. Così gli italiani si attrezzano per evitare le difficoltà (e le spese) dei nostri test d’ingresso. Ma al ritorno il riconoscimento del titolo di studio resta un’incognita


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dall’inviato di Repubblica PAOLO G. BRERA

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MA GUARDA dove sono finiti, i nostri futuri dentisti, per imparare il mestiere: in Transilvania, vicini di casa dell’uomo dai canini più famosi del mondo, il conte Dracula. Più di 600 studenti italiani alla privata Vasile Goldis di Arad, una cinquantina alla statale di Timisoara; un altro migliaio sparpagliati nel resto della Romania, tra Iasi e Bucarest, tra Cluj e Costanza. Metà studiano per diventare odontoiatri, l’altra metà sarà medico. Ma stanno arrivando anche dozzine di infermieri e veterinari.  C’era una volta la fuga dei cervelli italiani, oggi anticipiamo i tempi: esportiamo direttamente il semilavorato. Secondo gli ultimi dati disponibili (rapporto Migrantes 2011) 42mila ragazzi hanno varcato i confini e studiano all’estero. Migliaia di candidati medici sono rimbalzati contro “quei test assurdi” per due, tre, quattro anni consecutivi prima di decidersi a coltivare i sogni in un terreno meno ostile.

Virtù dell’Europa unita: ti laurei dove riesci, eserciti dove vuoi. Molti hanno scelto la Spagna, ma costa una fortuna tra tasse e carovita. Così a ogni iscrizione sciamano a centinaia in Romania, ogni anno più numerosi: in una mano la valigia dell’emigrante, nell’altra quella di mamma o papà che paga e conforta. Quando partono per la Transilvania sembrano Claudio Bisio e Angela Finocchiaro in Benvenuti al Sud. Benvenuti in Romania, invece: “Mia figlia – racconta la psichiatra Nicla Picciariello – era la migliore della classe, al liceo, ma ha provato quattro volte il test a Medicina e non è passata: lo sanno tutti che i posti erano già assegnati. Sconfortante, me lo lasci dire. Così si è iscritta alla statale di Timisoara. Per noi è stata una ferita: non dovremmo avere pregiudizi”.

“Ma è un Paese arretrato, tanti criminali… Siamo partite insieme, le ho detto di togliersi i brillanti, via le borse di Chanel, solo vestiti dimessi. Quando sono arrivata qui mi sono vergognata. È un sogno, altro che inferno! Le auto si fermano due metri prima delle strisce, le facoltà hanno ottimi laboratori e mi sento molto più sicura a girare sola e ingioiellata qui che in Italia”. Vale il reciproco: “Un giorno  –  racconta Alessandro Nicolò, II anno di odontoiatria ad Arad  –  ho detto a una professoressa che arrivavo da Reggio Calabria ed è sbiancata: “Oddio ma lì sparano per strada, è pericoloso, c’è la ‘ndrangheta!” Le ho risposto: accidenti, guardi che da noi dicono lo stesso della Romania”.

A Timisoara e Arad, l’eldorado degli aspiranti camici italiani, quasi tutti vengono dal Mezzogiorno. “Certo, spero di tornare al più presto nel mio Paese  –  racconta Marzia Russo, ventenne di Foggia, II anno di Medicina in inglese ad Arad  –  ma sarò per sempre grata alla Romania: in Italia mi sarei dovuta laureare in una disciplina che non mi interessa. Qui ho già iniziato il tirocinio, entro in sala operatoria, cambio medicazioni e assistito a operazioni delicate. In Italia? Farei solo teoria”. In realtà, le nostre università non permettono facilmente il reintegro, una volta aggirato il test. “Ma quest’anno 29 ragazzi sono riusciti a tornare all’Università di Bari”, sorride Nino Del Pozzo di Tutor University, che offre assistenza logistica alla Vasile Goldis di Arad. Ogni anno quasi 90mila italiani affrontano il test delle facoltà mediche, e l’80 per cento vengono dal Centro-Sud. Ne passa uno su otto.

“In Italia per iscriverti ai test – spiega Maria Vincenza M., uno dei 170 ammessi quest’anno ad Arad  su 300 candidati italiani – spendi da 50 a 100 euro ogni tentativo. Poi ci sono i corsi: io ho speso 4mila euro ma il listino aveva soluzioni da 9, 10 e anche 12mila euro tra teoria, esercizi, simulazioni e glossario. In più ho speso 500 euro di libri”. “Fate la somma, moltiplicate per 90mila studenti e capirete perché in Italia questa follia dei test non la cancelleranno mai”, dice un papà, Raffaele, in cerca di casa per la figlia. “In questi dieci anni  –  dice Giuseppe Lavra, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma  –  ci troveremo con 40mila medici in meno. Il guaio è che non mancano ancora, così non facciamo nulla per risolvere il problema “. Un paradosso che costa milioni: in Romania ogni studente spende in media 4mila euro di tasse ogni anno, che “diventano 10 o 12mila con affitto, mantenimento e trasferimenti”.

Per duemila italiani fanno una ventina di milioni di euro ogni anno che le famiglie avrebbero speso volentieri in Italia, invece che in Romania. E anche l’esodo in conto studi diventa business. “Per venire qui a Arad  –  dice Del Pozzo  –  da noi spendono 3mila euro per l’iscrizione e l’assistenza ai test di lingua, e fino a 10mila con il tutor.  Ogni tanto ci arrivano telefonate strane, gente che pensa che studiare qui sia una finzione. Beh, ragazzi, non avete capito niente: 15 giorni di vacanze a Pasqua, una ventina a Natale e poi luglio e agosto, il resto dell’anno non ti muovi. C’è obbligo di frequenza e vi conoscono uno a uno, non ci si passano i badge come in Italia”. “Una  volta superato il test iniziale di romeno, che per fortunaè semplice da imparare  –  dice Antonino Nicolò, 25 anni, futuro dentista figlio d’arte e rappresentante di tutti gli studenti  –  si studia mattina e pomeriggio, teoria e pratica in laboratorio, test ogni sei mesi e se non passi ripeti l’anno come al liceo. I professori sono eccellenti, abbiamo strumenti e tecnologie per laboratorio e ricerca e il mestiere lo impari davvero: al quarto anno ho  iniziato a fare devitalizzazioni, una pratica difficile perché tocchi il nervo. Abbiamo tre studi a Reggio, ma se avessi studiato in Italia sarei arrivato da mio padre come gli altri, senza saper fare nulla”. Antonino parla il romeno meglio dei romeni. Lo conoscono tutti: “Se ti si rompe un tubo in casa, se cerchi un avvocato o un marito basta chiamare lui… Antoninoooo”, scherza Anamaria Nyeki al compleanno di Sebastian Popescu, un amico comune. Gli hanno già offerto, dice, di restare come assistente, a fine corso. “Mi sento a casa, ma lo stipendio è bassissimo. Vedremo”.

Ad Arad  –  180mila abitanti e un’architettura asburgica deliziosa, ma diroccata  –  le famiglie appena arrivate dall’Italia le incontri a colazione nella hall del migliore albergo. Quasi sempre almeno uno dei genitori è medico, a volte primario: “Insegno radiologia alla Sapienza  –  dice Francesco Briganti  –  e sono qui per mia figlia. La mia  presenza dimostra che il test è una cosa seria, e che in Italia molte cose non funzionano”.

Da qualche anno, in Romania le lauree false sono nel mirino. Alla Grigore T. Popa di Iasi hanno stracciato 62 titoli conquistati da italiani senza imparare una parola di romeno. E nel 2010 il rettore della Spiru Haret di Bucarest è stato sospeso: “Nel 2009 avevano rilasciato 50mila diplomi  – ha raccontato in tv l’ex ministro dell’Istruzione Ecaterina Andronescu  –  e lo stesso l’anno precedente “. Lauree facili, facilissime. Per discernere il loglio dal grano, Andronescu ha proposto di far ripetere gli esami in università irreprensibili, “pubbliche o private”. E tra queste “la Vasile Goldis di Arad”, la più amata dai ragazzi italiani. Il guaio è il riconoscimento incerto della laurea. Nella Ue sarebbe automatico, ma gli scandali inducono prudenza. “Monitoriamo da tempo  –  spiega il ministero della Salute italiano  –  un preoccupante fenomeno di titoli rilasciati a seguito di corsi ad hoc, formalmente validi ma nella sostanza privi di valore.

Le richieste di riconoscimento sono in netta espansione. In Romania, solo in una decina di casi è stata accertata la regolarità del corso”. Loro, gli studenti, sono disposti a scommetterci sei anni di vita. Affittano camera a 200 euro, montano Sky in italiano “anche se non si potrebbe” e vivono il loro sogno tra caffè “ristretto” e covrigi caldi, le cialde ammazzafame. Vita universitaria, amori e amicizie senza frontiere. Se metti piede fuori dalla cittadella, ad Arad, sprofondi nella povertà e nel latifondo. Ma il centro è dei grandi edifici pubblici e del teatro austro-ungarico, con bar e ristoranti affollati da ragazzi romeni e italiani, da studenti israeliani e tunisini. “Mai una violenza, un furto o un’aggressione “, assicura Antonino al ristorante. Un gigante romeno si avvicina per salutarlo. È il capo della polizia anticrimine. “Chiede di spiegare ai nuovi arrivati di non fare sciocchezze: non è come in Italia, un solo spinello e ti arrestano per spaccio internazionale. Lo stesso per l’alcol: se guidi, tolleranza zero”.

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fonte repubblica.it

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Studenti cursuri germana medicina – fonte immagine

Ma già due anni fa così si scriveva…

Lettera di uno Studente di Medicina – from Timisoara

postato da Sergio il 15.12.2010, nella categoria Young Expats say

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Oggi pubblichiamo sul nostro blog la bella lettera di Antonio Testa. Antonio ha compiuto una scelta decisamente controcorrente. E’ andato a studiare Medicina in Romania, Paese da poco entrato nell’Unione Europea. Con sua immensa sorpresa, ha trovato strutture universitarie e un’apertura mentale superiori all’Italia. Anch’io all’inizio stentavo a crederlo. Ma è proprio così. La lettera di Antonio procura una fitta al cuore… Ma cosa sta succedendo -o è già successo- nel nostro Paese?

“Mi chiamo Antonio Testa, attualmente studente di Medicina e Chirurgia al IV anno presso la facoltà di medicina di Timisoara, città rumena caratterizzata da una spiccata multi etnicità, che conta circa 300 mila abitanti. Il mio corso è in lingua inglese, e sebbene siamo solo in 50, mi ritrovo con colleghi, indiani, tedeschi, greci, canadesi, americani, svedesi e persino un israeliano.

Nel mio passato, c’è un diploma classico, conseguito a 18 anni non ancora compiuti, e circa 3 anni presso la facoltà di biotecnologie della Federico II di Napoli.

Nei primi 4 anni  ho potuto analizzare nel dettaglio le tante differenze che distinguono l’università Italiana da quella rumena, quanto meno riguardo la facoltà di Medicina.

Subito si capisce che si ha a che fare con un tipo di università improntata molto più sul modello americano. Teoria quanto basta e tanta pratica, che non solo motivano gli aspiranti medici a studiare, ma soprattutto li pongono in continuo confronto con problematiche che poi si affronteranno nella pratica di tutti i giorni. La disponibilità dei professori di sicuro non si limita alle sole due ore a settimana (se si è fortunati),  che concedono i loro colleghi italiani, ma quello che più mi ha impressionato è la loro apertura al confronto, riducendo di tanto la distanza “istituzionale” studente / professore… che in Italia si sente molto più, e a volte diventa addirittura un ostacolo.

Il primo anno mi trovo a frequentare organizzatissimi laboratori di chimica e biochimica, stage trisettimanali  in sala operatoria studiando anatomia su cadavere,  un Dipartimento di Fisiologia super attrezzato e tante altre strutture che -a differenza del contesto italiano- sono aperte agli studenti. Anzi, gli stessi sono obbligati a frequentarle: queste strutture permettono di avere un riscontro pratico e concreto di tutto quello che va a studiare sui libri.

Totalmente diversa la mia esperienza a Napoli. Nonostante si trattasse di una Facoltà improntata tutta sulla ricerca, e quindi sul lavoro in laboratorio, l’accesso a questi ci veniva praticamente precluso… e se si era fortunati si riusciva ad accedervi un paio di volte al mese. Senza dubbio un limite enorme, per ragazzi che hanno voglia di fare, ma soprattutto imparare!

Fin dal secondo anno ho avuto la possibilità di frequentare reparti, ed essendo affascinato più dalle branche chirurgiche che da quelle mediche, anche le sale operatorie. Il tutto nel poco tempo libero, tra un corso ed un altro, ovviamente anche nei week-end e non senza difficoltà.

I professori tendono a darti una chance, ma dopo sta a te e solo a te dimostrare il tuo valore… e soprattutto meritare lo spazio che ti viene concesso. Se ovviamente non sei preparato, non ci pensano tanto a cacciarti via. Se vali e dimostri di essere preparato, più di quanto si possano aspettare da un collega dello stesso anno, ti premiano e ti incoraggiano lasciandoti sempre più spazio.

Non avendo frequentato Medicina in Italia non posso ovviamente riportare un’esperienza diretta al riguardo, ma di sicuro posso dire che studenti italiani che si trasferiscono qui per qualche mese -grazie al programma Erasmus -restano favorevolmente impressionati dello spazio che ci viene concesso. Purtroppo il più delle volte in Italia non si riesce nemmeno ad ottenere la possibilità di dimostrare davvero quanto si vale! E questo è davvero un peccato.

Ritengo che l’università italiana sia una delle migliori per quanto riguarda la preparazione teorica. Il problema è che forse i programmi sono troppo vasti, e si perde di vista l’obbiettivo finale. Cioè quello di preparare un giovane ad affrontare il mondo del lavoro.

In Italia, sempre restando nell’ambito di Medicina, una volta terminata la facoltà si sa fare poco o niente, e si prova ad accedere alle scuole di specializzazione con un concorso vecchio, obsoleto e soprattutto poco meritocratico, già ampiamente criticato anche dal professor Macchiarini nel corso di altre puntate della vostra trasmissione. Se si è fortunati e si trova un posto, ci si ritrova ad essere di nuovo studenti (anche se retribuiti), ai quali però si lascia poco, troppo poco spazio. Spazio che è fondamentale per la formazione professionale di un giovane medico. Non sono rare le storie di tanti giovani chirurghi che non hanno praticato affatto negli anni della specializzazione, e che una volta finita questa si trovano a ricominciare di nuovo e a fare esperienze per conto proprio. 

In Germania, Svizzera, Svezia, Inghilterra e altri Paesi europei si entra in specialità con un colloquio di lavoro. In pratica vengono valutate le proprie capacità, il proprio CV e ovviamente le proprie esperienze dal primario del reparto.

Se assunti si viene considerati come medici e, anche se per i primi anni si è sotto il controllo di un tutor, si ha comunque una propria autonomia, possibilità di praticare e di conseguenza formarsi professionalmente. Al punto tale che alla fine della specializzazione si è capaci di praticare l’ars medica in completa autonomia.

Con questi metodi di selezione all’estero gli studenti italiani ovviamente sono svantaggiati. Soprattutto quelli che (purtroppo sono tanti) non hanno la possibilità di fare esperienza e di arricchire il proprio CV con pubblicazioni e lavori di ogni tipo durante gli anni della laurea.

Qui in Romania -ma in genere in tutta Europa- tutte le facoltà invogliano e spingono i propri studenti a produrre lavori e pubblicazioni, mettendo a disposizione strutture e strumentazioni. A patto -ovviamente- che si abbia un progetto sul quale lavorare.

E c’è da riflettere se ogni anno in Romania (così come in Germania, Olanda e Svezia) si organizzano almeno due congressi internazionali riservati solo a studenti di Medicina, che vedono la partecipazione di giovani da tutta Europa. In Italia non se ne organizza nemmeno uno…

Congressi nei quali gli studenti presentano lavori, si confrontano, vengono valutati ed eventualmente premiati -se meritevoli- da professori di caratura internazionale, che vengono invitati a far parte delle commissioni.

So bene che dalla mia analisi ed esperienza l’Italia non ne esce bene. Un Paese che non ha fiducia nei propri giovani, troppo chiuso in sé stesso e per nulla aperto al confronto internazionale. Apertura che è  fondamentale per la competitività di una nazione, nel mondo globalizzato di oggi.

Per quanto mi riguarda non credo di tornare in Italia a breve termine, a dire il vero nemmeno a lungo termine. In tutta Europa le porte sembrano essere aperte… ma in Italia no. Non avendo frequentato Medicina nel nostro Paese, all’atto pratico mi è preclusa ogni possibilità di frequentare scuole di specializzazione in Italia. Ma di questo non mi rammarico affatto, anche perché essendo orientato verso una specialità chirurgica, l’Italia è forse uno dei posti peggiori per formarsi, almeno se non si hanno le conoscenze giuste.

Questa però è un’altra storia, o forse… la stessa storia.

ANTONIO

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fonte radio24.ilsole24ore.com

LA 27ESIMA ORA – Genitori, dall’amore all’odio Perchè bisogna difendere i figli

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Genitori, dall’amore all’odio
Perchè bisogna difendere i figli

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La storia di Caterina, mamma separata, dopo il caso eclatante che ha visto protagonista Leonardo, il bambino conteso dai genitori e trascinato a forza dalla scuola. Perchè in una separazione è necessario salvare il bambino e la propria dignità di essere umano.

Sono una di quelle/i che ha sperimentato la conflittualità esacerbata dei genitori che si separano e l’inevitabile conflitto di lealtà che ne deriva (con chi ti allei?). Una forma di alienazione. Veramente allora, agli inizi degli anni 70, non si chiamava così. Anzi, non si chiamava affatto. Era una condizione e basta. Genitori in separazione crudele e tempestosa, con la legge sul divorzio appena approvata (1° dicembre 1970), madre massacrata dall’abbandono, padre di colpo latitante, figli (3) nel pallone. La più piccola, io, appena diciottenne (si era maggiorenni a ventun’anni, allora, ed è stato così fino a marzo del 1975), l’unica a vivere ancora in casa, con mammà. L’odio della madre è così ricaduto sulla figlia: salve le apparenze («sì sì,vai pure a cena con papà una volta ogni quindici giorni, devi vederlo. Ma lo sai che mi ha appena detto che ha venduto tutti i quadri che abbiamo alle pareti e che un mercante li verrà a prendere sabato…?»), la denigrazione del papà, la distruzione della sua immagine fu totale, l’allontanamento inevitabile. E per quasi trent’anni mio padre è stato una chimera, un fantasma, una mancanza. L’oggetto di tutto il mio risentimento.

Intanto ho avuto un figlio anch’io, da un matrimonio che speravo eterno e che invece è finito. Avevo giurato, alla sua nascita, che Dario non avrebbe mai vissuto una separazione. Per la sanità mentale di tutti sono diventata spergiura.

Ma la promessa di non fargli vivere l’inferno vissuto da me l’ho mantenuta. Ho rinunciato a molto, è vero, sul piano materiale. E Dario ha rinunciato con me. Ho ceduto su condizioni che hanno reso la mia vita pratica, e quella di Dario, più difficile.

Sono diventata più povera, un bel po’, e anche Dario. Però, con suo padre ho parlato sempre. Anche nei momenti più difficili, quando la rabbia e il dolore mi avrebbero spinto a fare la guerra. O quando, la pigrizia del padre faceva soffrire Dario, che si sentiva ignorato. Ho sempre cercato di spiegare a mio figlio com’era fatto il suo papà, perché a volte non lo vedeva quando avrebbe dovuto, e al papà ho spiegato le sofferenze del figlio.

Quando ci siamo trovati a vivere in luoghi differenti mi sono scapicollata su e giù per l’Italia per portare il bambino dov’era il genitore purché lo vedesse, per non spezzare quel filo prezioso che non è più “la” famiglia ma è un “altro tipo” di famiglia, alla quale i bambini hanno comunque diritto.

Adesso Dario ha 23 anni e con suo padre ha un rapporto bello e complicato, come (quasi) tutti. Non abbiamo mai parlato a fondo del «perché mamma tu difendi sempre papà». Ma credo che lui cominci a capirlo. Mi chiedo a volte se non sono stata per lui una mamma troppo “diplomatica”, quanto abbia odiato la mia perenne stanchezza (fisica e non solo), quanto sia stato difficile per lui capire perché i suoi genitori, che non litigavano mai, non stavano più insieme…

So però che ne è valsa la pena, che tutti i sacrifici, le lacrime nascoste, il lavoro fino a notte e anche la poca solidarietà (come se non essendoci conflitto non ci fosse diritto alla sofferenza) hanno portato Dario a non perdere il suo papà, a vivergli accanto il più possibile nonostante la separazione, a volergli bene comunque. A non maturare nessuna moderna alienazione, a non vivere quello che avevo vissuto io. E penso che le situazioni di conflitto, anche quelle che non portano alle estreme e controverse conseguenze che hanno colpito il piccolo Leonardo, hanno come vittime i bambini.

Ma vittima, pari merito, è pure la dignità degli adulti.

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Testata

fonte 27esimaora.corriere.it

LIBRI, PASSAPAROLA – Una storia di sorellanza e incomunicabilità con gli uomini “Le donne perdonano tutto tranne il silenzio”

Una storia di sorellanza e incomunicabilità con gli uomini Rosa Matteucci

Una storia di sorellanza e incomunicabilità con gli uomini

“Le donne perdonano tutto tranne il silenzio” di Rosa Matteucci racconta i sentieri divergenti tra i due sessi. L’autrice: “Come donne  sappiamo che la conoscenza preclude la Felicità”

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di SILVANA MAZZOCCHI

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La ricchezza lessicale e la sapienza del racconto, visionario eppure bene ancorato alla realtà, fanno di Rosa Matteucci una scrittrice di razza. E dopo tanti romanzi, (da Lourdes, pubblicato per Adelphi nel ’98, fino al più recente, Tutta mio padre, Bompiani 2010), con Le donne perdonano tutto tranne il silenzio, ora in libreria per Giunti, conferma ancora una volta l’originalità del suo talento.

Il romanzo è la storia di due donne di diversa età, un’attrice a caccia d’ingaggio e una giornalista precaria, che s’incrociano sul set di un film destinato a non essere mai girato. Ambedue amano in modo asimmetrico uomini che non si spendono e che non ascoltano, ma che, soprattutto, restano muti, per indifferenza e insipienza, quando la relazione richiederebbe generosità e parole. Alquanto cinici, condividono il sesso, ma non rispondono ai tremiti e alla richiesta di nutrire il sentimento. Le voci delle protagoniste narrano se stesse nello spazio di un solo giorno ed emergono personaggi che si muovono, soffrono, pensano e gioiscono in modo disarticolato, senza corrispondenza e armonia. Divisi irrimediabilmente dall’essere donne e uomini, consumano in poche ore speranze e passioni.

Ma i protagonisti non sono fantasmi, nonostante l’incedere a vuoto, arrotolato, vagante. Sono invece persone reali, riconoscibili nel loro essere chiusi in uno schema di genere che sembra non consentire alcuna comunicazione reale. Le donne vorrebbero aprire un dialogo “intimo” e dunque non perdonano il silenzio; mentre gli uomini, limitati da un insanabile analfabetismo dei sentimenti e delle emozioni, non sono adeguati a praticare quel tipo di linguaggio e dunque tacciono. E si ritirano in quello che sanno fare meglio: acchiappano e disfano, conquistano e si sottraggono.

Rosa Matteucci è comparsa in due film, Mobbing mi piace lavorare di Francesca Comencini e in La tigre e la neve di Roberto Benigni.

Un romanzo di sorellanza. di sentieri divergenti fra uomini e donne….

“Noi donne non vorremmo mai approfondire le nostre intuizioni, per pigrizia, per pudore, per paura, perché sempre dobbiamo conciliare troppe cose insieme – penso ad una lavatrice di colorati e bianchi a 40 gradi con acchiappacolore, ammorbidente, a cui mi dimentico di aggiungere il detersivo, in simultanea con una preghiera di ringraziamento per il piacere condiviso, l’ardua china della salvezza, il dolore di essere donna, l’imbarazzo di essere scrittrice. E soprattutto perché come donne sappiamo che la conoscenza preclude la Felicità. Come tutte le donne sono spesso audace nell’agire male, nel fare delle grezze, nell’indossare il completo grigio topo al momento sbagliato e viceversa; impacciata e ignobilmente timida quando invece si presenta il momento di mostrarmi commossa e semplice. Sarà perché nel mestiere di vivere, non mi volli mai avvalere di certi ritrovati tecnologici tipo il Bimby – il robottino da cucina – che avrebbe fatto da trave antisismica ai miei muliebri tormenti. In fondo al mio cuore cova l’antica disperazione di essere femmina, sentimento che il Bimby avrebbe  tritato, sminuzzato, centrifugato e frullato fuori dalla finestra, invece ho preferito ridurre i gesti e le parole ad un perimetro di convenzionale sicurezza, dimostratosi comunque inadeguato e pieno di crepe, tutto per evitare gli affronti, gli incantamenti e gli abbandoni degli uomini, per preservare la mia casta solitudine. Non ho mai provato alcun piacere da una relazione con uomini della mia levatura intellettuale, maschi pronti a sbranare, infastiditi dalla femmina pensante; m’hanno sempre attratto a fini riproduttivi tipi grossolani, sfascioni, ignoranti, forse per una vocazione all’antropologia o all’antropofagia?”

Per le donne il silenzio è davvero imperdonabile?

“Sì, perdindirindina. Il silenzio maschile è un atteggiamento giudicante che mortifica più di qualsiasi giudizio verbale o offesa, perché nega la relazione e non lascia alcun appiglio, alcuna possibilità difensiva. È un dolore che colpisce l’anima femminile nell’intimo. Il silenzio di cui parlo è quello relativo alle liti, ai contrasti. Gli uomini alle richieste femminili di spiegazione oppongono quasi tutti il muro di gomma del silenzio. Non rispondono, quel tacere innesca delle dinamiche psicologiche ancestrali, dinamiche di cui ovviamente i maschi sono all’oscuro. Si pensi al diverso atteggiamento dei bambini, i maschietti dopo una prima infanzia di totale adorazione materna si distaccano bruscamente, si fanno essere altro, le femmine no. Le femmine mantengono per sempre un rapporto dialettico con la madre”.

Cosa è il cinema per lei?

“Il cinema è un amore senile. Siccome la vita media delle donne si è allungata fino all’età di 85 anni, in un romanzo di Balzac sarei bella che morta, o se vivente una matrona sdentata, con le varici, le unghie incarnite e tre porri col pelo sulla bazza, mentre oggi a 50 anni posso scapricciarmi come voglio, issandomi su tacchi 12, esibendo una dentatura al fluoro. Sogno ancora che un regista asiatico – penso con simpatia a Kim Ki-Duk che mi piace dalla prima volta che ho visto un suo film – magari un giorno mi veda, anche in tv a Unomattina, perché sono telegenica, e gli venga l’uzzolo di farmi fare una particina. Stando sul set ho capito che il regista del film è come un direttore d’orchestra, pare che non faccia niente, avete presente i direttori con quella bacchetta da rabdomante agitata con nervosismo? Lo sguardo di gallina? Invece è una specie di collante, di capobranco delle maestranze. Il cinema è un gioco di luci e finzioni. Di microfoni appiccicati con lo scotch da pacchi sulle cosce, di mollette da bucato, di pezzi di carta e cartone. Un gran divertimento. Se qualcuno facesse il remake di Brutti, sporchi e cattivi di Scola vorrei fare la moglie di Nino Manfredi, l’orrido muratore Giacinto, un compendio di tutte le maschere che le donne devono indossare nella vita: moglie, madre, amante, concubina, sorella, figlia e Medea”.

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fonte repubblica.it

Fa scrivere all’alunno 100 volte «sono un deficiente»: confermata la condanna per la prof


Metodi diseducativi d’altri tempi – fonte immagine

Fa scrivere all’alunno 100 volte «sono un deficiente»: confermata la condanna per la prof

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Il “bullismo” non si combatte con una analoga prova di forza da parte dell’insegnante. È questo il senso della sentenza 34492 di oggi della Cassazione (si legga il testo sul sito di Guida al diritto), che ha confermato la condanna alla reclusione, per abuso dei mezzi di correzione, nei confronti di una professoressa di una scuola media statale di Palermo, che, per punire un alunno di 11 anni, l’aveva costretto a scrivere per cento volte sul quaderno la frase «sono un deficiente». Così facendo, però, secondo gli ermellini non si fa altro che «rafforzare il convincimento che i rapporti relazionali (scolastici o sociali) sono decisi dai rapporti di forza o di potere».

Assolta in primo grado: comportamento “adeguato”
In primo grado l’insegnante era stata assolta perché il fatto non sussiste. Secondo il giudice, infatti, il comportamento della insegnante fu “adeguato” e motivato con l’intento di interrompere, con un “intervento tempestivo ed energico”, la condotta “bullistica” dell’alunno che avrebbe tenuto un “comportamento derisorio ed emarginante” verso un compagno di classe.

In Appello scatta la condanna a un mese
Di tutt’altro avviso la Corte d’Appello di Palermo che ricostruendo la vicenda ha escluso il comportamento bullistico e anche il “tentativo di emarginazione”, concludendo che l’insegnate aveva manifestato «un comportamento afflittivo ed umiliante, trasmodante l’esercizio della sua funzione educativa» costringendo il minore, davanti a tutta la classe, «ad insultarsi» e «imponendogli di far firmare il compito a genitori».

Una nuova sensibilità
Una tesi sposata dalla Cassazione che, richiamando la riforma del diritto di famiglia e la Convenzione delle Nazioni unite sui diritti del bambino (ratificata nel 1991 dall’Italia), ricorda come il termine “correzione” vada reinterpretato nel senso di “educazione” del bambino, per cui nel processo formativo va eliminato «ogni elemento contraddittorio rispetto allo scopo ed al risultato».

La violenza non è mai educativa
Dunque, «Non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi», afferma la Cassazione, «e ciò sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti». E sia perché – prosegue la sentenza – «non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono». Perciò , la risposta della scuola deve essere «sempre proporzionata alla gravità del comportamento deviante dell’alunno» e in ogni caso «non può mia consistere in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità del minore».

La lesione va sempre provata
I Supremi giudici, però, hanno concesso alla prof. uno sconto di pena di 15 giorni – rispetto alla condanna d’appello pari a 30 giorni di reclusione – eliminando l’aggravante di aver provocato nell’adolescente un “disturbo del comportamento”, ipotesi avanzata dallo psicologo, ma non provata con certezza.

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fonte ilsole24ore.com

ANCHE TU SEI UN DUPE? – La fabbrica degli imbecilli

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La fabbrica degli imbecilli

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Il titolo non è un remake del detto: “La mamma degli imbecilli è sempre incinta”.Avendo comunque usato un termine così crudo, una premessa è doverosa.Nessuno deve sentire come indirizzato a sé il contenuto dell’articolo, non è a questo scopo per cui lo scrivo e dare dell’imbecille a qualcuno è l’ultima delle mie intenzioni.

Una delle definizioni del termine della lingua italiana imbecille viene normalmente usata come insulto, dicasi di persona ritenuta poco intelligente, o che fa cose stupide.

Quella a cui mi riferisco è in realtà un tentativo di tradurre una definizione particolare del termine della lingua inglese “dupe” difficilmente riscontrabile nei dizionari, che oltre a significare babbeo, gonzo, sempliciotto, stupido e appunto imbecille, ha un preciso significato che nientemeno è un prerequisito per la costituzione di un nuovo ordine mondiale, con tanto di cultura globale piatta piatta, livellata, unificata.

Il Dupe

La definizione è spesso omessa nei dizionari, ma molto frequentemente usata colloquialmente, e mai in comunicati scritti, negli ambienti delle PR, del Marketing e della Propaganda. E’ un termine per gli addetti ai lavori nato prima negli Stati Uniti e poi diffuso a livello internazionale a seguito della globalizzazione in atto sul pianeta.

Dupe:

Un individuo che stato fatto diventare fautore di insiemi di concetti prefabbricati, consapevolmente quando il dupe agisce per vantaggio personale, oppure senza che ne sia consapevole, acquisendo la sua fiducia cieca e approvazione incondizionata con artifici e menzogne credibili o spin*, o con l’aiuto di prove indotte, generalmente false o per lo meno ambigue e contorte.

*Spin:

una particolare interpretazione di fatti o eventi, non necessariamente veritiera (come quelle usate dai politici per influenzare “l’opinione pubblica”)

Spin doctor:

una persona delle pubbliche relazioni che cerca di contrastare pubblicità sfavorevole fornendo una interpretazione favorevole di parole o azioni di una società, di un politico o di una persona famosa. Gli argomenti promossi a difesa possono essere anche completamente falsi.

Il dupe è uno strumento necessario per la diffusione di una linea ideologica, di mercato o politica, oltre che per creare un pubblico favorevole per il raggiungimento di fini specifici.

Il dupe o imbecille, nel gergo di quegli ambienti, è un ruolo, una parte in cui vengono fatte entrare delle persone adattabili, in maniera consapevole o meno, al fine di promuovere prodotti, servizi, stili di vita, culture sintetiche per creare una società sintetica costituita da individui con una personalità altrettanto sintetica.

Abbiamo a che fare con due tipi di dupe.

Uno è il dupe consapevole, ovvero la persona che sa che gli stanno raccontando una storia e che può trarre del profitto diffondendola al vasto pubblico.

L’altro è il dupe inconsapevole, quello più genuino, perché non c’è nessuna predeterminazione nel suo operato, ma crede veramente alla storia che gli raccontano e con ingenuità infantile cerca di trasmetterla ad altri con la passione di chi ha un proprio credo per cui fare proseliti e da difendere strenuamente.

Questo tipo di dupe è quello preferito dai padroni del mondo perché non costa assolutamente nulla e la sua opera non termina mai, a meno che la sua mente non venga prima liberata dalle false credenze indotte. Diversamente il dupe genuino nemmeno si porrà la domanda se quello che sostiene con fervente ardore sia vero o falso. Non è un infiltrato, ma dati disinformanti agiscono da infiltrati nella sua mente.

L’altro dupe invece è costoso, in quanto è specializzato, ha anche qualcosa della talpa, dell’infiltrato, sa cosa deve dire e fare, e cosa non dire e non fare, ma è altrettanto necessario soprattutto nelle emergenze, quando c’è da rafforzare una tesi che sta traballando a causa di verità o consapevolezze emergenti che potrebbero ledere interessi che si stanno proteggendo.

Per esempio, diventa sempre più noto che una dieta a base principalmente di frutta e verdura, come la dieta senza muco, con esclusione di prodotti animali, migliora la salute. Il consumo di tali prodotti diminuisce e questo compromette il mercato, sempre per esempio, dei prodotti caseari.

Qualcuno dello staff di un fantomatico ufficio che si occupa di osservare le statistiche dei consumi avverte l’ufficio marketing dell’industria interessata che le statistiche dei latticini sono in crescente calo da tre settimane. Lo staff dell’ufficio del marketing avverte l’ufficio del PR e lo informa della situazione. L’omino delle PR chiama il dirigente dell’agenzia che ha la concessione per la pubblicità sui media, lo informa del problema e gli dice, telefonicamente: “Activate a dupe!” o se la situazione è davvero critica: “Activate all the dupes”.

Nel primo caso, che potrebbe essere tradotto in questo modo:”Metti in moto un imbecille”, in italiano non suona molto bene, ma nell’ambiente della propaganda è quasi un termine tecnico, l’agenzia di pubblicità contatta la redazione di una TV, prenota uno spazio per inserire qualcosa tipo la “Risposta dell’esperto” per mettere in onda lo spin* appropriato. Il responsabile della rubrica “Salute&Benessere” chiama un’ipotetica associazione dei dietologi o dietisti (qual’è poi la differenza?) chiedendo di mandare un esperto ( il termine dupe scompare a un certo punto della linea) che possa confutare teorie strambe in circolazione, che stanno disturbando il corretto andamento del mercato. Al prescelto, il dupe di turno, vengono forniti tutti i dati e quando si presenta in televisione alla domanda “Cosa pensa della dieta senza muco?”, risponderà, creando allarmismo, che una dieta principalmente a base di frutta contiene fruttosio in eccesso e questo può portare all’insorgenza del diabete e in più, senza un adeguato consumo di latticini, in breve tempo la carenza di calcio che si produrrebbe escludendo i prodotti caseari dalla proria dieta alimentare farebbe insorgere l’osteoporosi.

Suona molto bene vero? E fa senso a leggerlo e ancor di più a sentirlo uscire dalla bocca di un Dott. Prof. Ecc. in camice bianco. Ed è assolutamente falso, anche se sono sicuro che uno scienziato sarebbe capace di fare venire il diabete a un ratto nutrendolo con fruttosio sintetico per via endovenosa per un mese e dire al cliente: ”Ecco il risultato che mi ha chiesto di produrre: ”Troppo fruttosio fa venire il diabete”. E qualcosa di simile l’hanno pure fatto.

Il comunicato può anche variare, dipende da chi paga, l’industria latteo casearia, piuttosto che quella della carne o della pasta, ma lo scopo è fornire, a seguito di ogni contestazione dei loro prodotti, prove contrarie provenienti da ricerche pilotate ad hoc.

Una volta sentito il comunicato dalla TV, il dupe genuino, spontaneo, sicuro che tutto ciò che esce dalla bocca di un’Autorità o Esperto sia la sacrosanta verità, andrà in giro per tutto il web scrivendo su blogs e forums o rovinerà la pausa caffè ai colleghi informandoli con entusiasmo di non mangiare assolutamente frutta perché troppo fruttosio fa venire il diabete e di mangiare anche il gorgonzola a colazione assieme alla brioche e il cappuccino altrimenti ti viene l’osteoporosi, lo ha detto ieri sera la televisione!

In una situazione considerata più grave potrebbero venire attivati dupes su più fronti per rafforzare la tesi contraria a quella sostenuta da terzi, e nella condizione attuale in cui si trova la società vince la tesi o parte che ha più fonti da fornire. Che poi dicano cose assolutamente false è completamente irrilevante, quello che conta è l’impatto numerico.

Ci sono anche dei dupes eccellenti, a capo di associazioni note per essere fonti di disinformazione che diventano essi stessi vittime delle bugie che diffondono, come il presidente dell’AMA (American Medical Association), Ron Davis a cui è stato diagnosticato il cancro al pancreas e, coerentemente con la linea promossa dall’associazione di cui è presidente, si sottoporrà alla chemioterapia, negando a se stesso ogni ulteriore possibilità di salvezza. Questo è il comunicato ufficiale diffuso dall’AMA:

(La pagina è stata rimossa, ma a suo tempo, conoscendo i tipi, ho salvato uno screenshot)

AMA president Ron Davis MD diagnosed with serious form of cancer

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Purtroppo al momento di questa revisione dell’articolo è ormai deceduto dopo essere stato sottoposto al martirio della chemioterapia.

Potere e profitto in una civiltà sintetica

signori del mondoCi si potrebbe domandare perché esistano persone impegnate nell’ingannare i loro simili fino a questo punto. (In effetti non li considerano loro simili, considerando se stessi un’élite). La ragione ha a che fare con il controllo deviato per il profitto indiscriminato.

I dupes sono lo strumento dei signori del mondo per controllare la popolazione mondiale. E’ un controllo aberrato che viene perpetrato con l’ausilio della menzogna. Riempire la mente di dati falsi rende le persone incapaci di valutare. Ogni cosa che ascolti o leggi nei vari media viene riportata in modo falso, non obbiettivo.

Miriadi di teorie scientifiche sono false o inconcludenti. La scienza medica eccelle in questo, la scienza dell’alimentazione, ammesso che esista una tale scienza, arriva seconda.

La pubblicità è assolutamente menzognera e per quanto possa essere irrilevante quando dice che un detersivo lava più bianco di un altro, quando invece afferma che un prodotto alimentare lavorato industrialmente, biologicamente morto o morente, con conservanti e altri additivi aggiunti, protegge il sistema immunitario, inganna illudendo le persone riguardo alla loro salute.

Tutta questa civiltà è falsa, non c’è un settore libero dalla menzogna, se non piccole nicchie ignorate dai media o persino oscurate, ogni cosa è stata alterata per farla diventare un mondo di favole in cui individui privi di certezze reali vivono una vita falsa.

Quando un essere è consapevole della propria essenza spirituale vede le cose e il mondo come sono veramente ed è impossibile ingannarlo, ed è questa la ragione per cui i signori del mondo intendono ridurlo al pari di uno zombie

Il modo di farlo è quello di privare gli individui dei principi etici e della consapevolezza della loro vera essenza spirituale sostituendoli gradualmente con i principi del più solido materialismo.

Le notizie, anzi le cattive notizie, diffuse dai telegiornali vengono messe in onda solo per instaurare una stato di malessere nella società, il dovere di cronaca è in realtà un servizio a pagamento e che è suscettibile agli interessi in gioco.

Per esempio si parla pochissimo della violazione dei diritti umani da parte del governo cinese, per timore dei politici di irritarlo e che senza la Cina non potremo più trovare nemmeno un cacciavite in ferramenta. Viene invece steso il tappeto rosso alle Olimpiadi. Gli interessi coinvolti nelle Olimpiadi, rendono molto più redditizio parlarne. I diritti umani non pagano ed è politicamente corretto farne solo qualche piccolo accenno scaglionato nel tempo, per dire all’occorrenza: “Ne abbiamo sempre parlato, il governo ci tiene particolarmente al rispetto dei diritti umani”.

Le varie rubriche scientifiche servono per iniettare continuamente nella società il siero della disinformazione, proponendo cure farmacologiche per malattie che sono il risultato di stili di vita proposti dagli stessi media. Sono molto ben studiati questi programmi perché le affermazioni degli “esperti” sembrano avere molto buon senso. Alla domanda che viene fatta dal conduttore seguendo un copione già scritto, tipo: ”Lei cosa consiglierebbe per combattere questa malattia?”, l’esperto, seguendo anch’egli fedelmente il suo copione che ormai conosce a memoria, risponde: ”Innanzitutto consigliamo una dieta alimentare sana, esercizio fisico, e uno stile di vita sereno che riduca lo stress. Tuttavia se nonostante questo la malattia persistesse, è assolutamente necessario il ricorso alla cura farmacologica o all’intervento chirurgico.” A volte sia il conduttore che l’esperto sanno che le diete proposte dalla medicina ortodossa non omettono quei cibi che producono la malattia, che i pazienti faranno esercizio per una settimana e poi ripiomberanno sul divano davanti alla TV, e che uno stile di vita che non produca stress difficilmente verrà adottato, e avranno ottenuto l’obbiettivo del loro sponsor. E avranno anche fatto con chi li ascolta la bella figura di non aver sbattuto subito in faccia il flacone delle medicine o la prospettiva del letto operatorio.

I vari programmi che forniscono risposte date da psicologi e psichiatri ai problemi dell’essere umano servono a fornire cure psichiatriche (una cura psichiatrica non significa altro che prescrizione di psicofarmaci) che affondano ancora di più chi vi si sottopone e a trasformare ogni forma di aberrazione in diversità, quindi non più da risolvere ma da considerare come parte del comportamento socialmente accettabile, con conseguente deterioramento sociale.

programmi demenziali I programmi demenziali servono a far ridere il pubblico portandolo a un livello culturale così basso mai raggiunto fino ad ora e a distrarre l’attenzione necessaria per risolvere i problemi che inevitabilmente, in questa era, affliggono ogni essere umano, problemi derivanti da stili di vita deleteri creati ad hoc dai signori del mondo.

La pubblicità promuove prodotti industrialmente lavorati dannosi per la salute anche secondo la medicina ufficiale, spacciandoli addirittura per salutari. Le autorità sanitarie approvano la messa in commercio di tali prodotti e poi rimproverano le mamme perché danno le merendine confezionate ai bambini, le stesse da loro precedentemente approvate.

Le manifestazioni sponsorizzate dalle multinazionali della birra hanno lo scopo di convertire e consolidare gli adolescenti all’alcolismo.

I programmi per bambini servono per promuovere prodotti confezionati che sono un insulto alla loro salute, associati a giochini inseriti nelle confezioni, per far sì che poi facciano pressione sui loro genitori perché li acquistino.

Alcuni direttori dei telegiornali, dupes consapevoli, ma spesso anche inconsapevoli perché essi stessi non riescono a sottrarsi agli effetti della disinformazione da loro promossa, hanno la loro scaletta di comunicati degli inserzionisti mascherati fra le notizie, sotto forma di consigli, come quelli di vaccinarsi per l’influenza, di proteggersi dal sole con creme e occhiali che filtrano i raggi UVA, di bere latte come fonte di calcio, ecc.

Il mondo della politica, e questo riguarda i governi di tutti i paesi del mondo, non è certo carente di dupes, sono quei politici lobbisti che promuovono leggi favorevoli ai bisogni delle multinazionali che probabilmente li hanno messi lì finanziando la loro campagna elettorale, o li hanno agganciati dopo la loro elezione. La presentazione di leggi e la loro approvazione, per la prescrizione di metilfenidato ai bambini, commercializzato come Ritalin, per il trattamento di una malattia inventata come l’ADHD, non può che essere fatta da quei ministri, dupes eccellenti che favoriscono le case farmaceutiche.

Quei medici che hanno promosso farmaci di una specifica marca dietro compenso, a volte mascherato sotto forma di regali da parte delle case farmaceutiche come computer, televisori al plasma, soggiorni in paesi esotici, ecc, come riportato dalla stampa in diverse occasioni, sono dupes di quelle multinazionali.

La lista potrebbe essere molto lunga, dovrei scrivere un libro per elencare tutte le menzogne note, mancherebbero comunque quelle ancora non scoperte, è solo uno spunto per invitarti a ricercarne tu stesso.

I dupes del mondo spirituale

L’uomo è composto, per così dire, di spirito mente e corpo, e lo spirito è l’elemento fondamentale.

Quando si è consapevoli, dicendo “IO” ci si riferisce allo spirito, perché si è lo spirito, non si ha uno spirito, quando si è identificati nel corpo si pensa di esserlo e ci si riferisce allo spirito come al mio spirito o alla mia anima, ed è un errore in quanto, rimarcando, non si ha uno spirito, ma lo si è.

La globalizzazione, che in se non sarebbe una cosa negativa, se non fosse che è appannaggio arrogato di un sistema economico senza scrupoli, ha assorbito anche la New Age. Per New Age s’intendono stili di vita, filosofie, religioni, terapie ecc. di un mondo nuovo, spiritualmente evoluto, oltre a un settore di mercato che ha a che fare con la vendita di beni e servizi “alternativi” connessi alla visione magica ed olistica del mondo. Questo sarebbe un reale progresso, in quanto mettere a disposizione servizi e beni intesi al miglioramento dell’essere umano dal punto di vista olistico è solo desiderabile. Ma…

Il mondo economico invece di combattere i movimenti che possono creargli fastidi, semplicemente li ingloba nel suo sistema traendone anche del profitto. Negli anni sessanta, sorse il movimento hippy, e gli appartenenti abbandonarono anche il vestire convenzionale, e iniziarono a indossare abiti coloriti e apparentemente stonati rispetto alla moda in voga in quel momento. Dopo che furono distrutti dalla Cia, con l’ausilio anche della psichiatria, che finanziò la diffusione del concetto dell’amore libero e del LSD, il loro modo di vestire fu assorbito dal sistema economico che diede vita a una moda, e non fu più possibile distinguere un hippy da un comune cittadino attratto da quella moda.

In questo periodo pieno di incertezze c’è un fenomeno che sta esplodendo, e il libro “The secret” di Rhonda Byrne è uno dei tanti esempi che potrei fare. In esso si parla della legge dell’attrazione, una delle capacità dell’essere spirituale, e il successo editoriale di questo libro dipende dal fatto che questa legge viene proposta per l’acquisizione di benessere materiale, ricchezza e potere. Leggilo o rileggilo tenendo presente quanto ho appena scritto e vedrai che, spogliato di tutto il contorno, il diventare ricchi è il fine proposto, anche se rivolto allo spirito, ma lo allontana dai suoi orizzonti e scopi primari, la consapevolezza del vero sé.

Non c’è niente di male nel diventare ricchi, e gli spiriti elevati attirano incidentalmente prosperità e ogni cosa di cui abbiano bisogno, ma è diverso dal farne il proprio scopo.

guru new age Molti hanno acquistato quel libro, io di libri ho la fortuna di riceverne in omaggio, ma non sono diventati né ricchi né potenti, e allora sono venuti alla ribalta una miriade di guru, che promettono di insegnare come usare la legge dell’attrazione, e spiegano che chi non ha successo è perché non ha “the secret of the secret”, the secret non basta e loro possono rivelarlo in sedute di gruppo o individuali.

Su quest’onda sono sorti facilitatori, maestri di vita, coach, angeli custodi, guide spirituali, ipnotizzatori e tutti promettono di fare diventare ricchi dopo un paio di seminari.

Sono i dupes della New Age.

Si potrebbe parlare a lungo anche del channeling e spiriti reincarnati che dichiarano di essere venuti sulla terra per aiutarci per ordine di entità divine, ma quanto detto è già sufficiente, quello che si vuole far notare è che il mondo economico sta inquinando anche il mondo spirituale solidificandolo, materializzandolo, rendendo più difficile il risveglio della coscienza e comprensione della nostra vera natura spirituale.

Questa globalizzazione del mondo spirituale è il fiore all’occhiello dei signori del mondo. Le persone che si liberassero dalle catene dell’usuale comune disinformazione dei media e cercassero un percorso spirituale che potrebbe renderle totalmente libere e consapevoli, se seguissero questi percorsi apparentemente spirituali incapperebbero in un’altra trappola del materialismo, seppure più raffinata.

Per creare il nuovo ordine mondiale è necessario togliere i punti di riferimento di un essere spirituale, e questi sono i suoi principi etici innati. Questi punti di riferimento sono necessari per trarre un giudizio corretto su cosa sia giusto o sbagliato. Una volta tolti di mezzo i principi etici, il risultato è un essere “rammollito” non più in grado di differenziare facilmente il vero dal falso e suscettibile ad ogni genere di spin.

Se poi gli togli anche i mezzi per risvegliare la sua coscienza, impedendogli di riacquistare la consapevolezza del vero sé, cioè di chi è veramente, condizione necessaria perché possa ritrovare nuovamente i suoi principi, l’intero processo diventa un gioco da bambini.

Religione universale per il NWO Quello che la globalizzazione del profitto indiscriminato sta cercando di implementare è una religione universale che assomiglia a un minestrone, anzi a un passato di verdura dove i singoli elementi non sono più riconoscibili e il gusto indefinito. Un insieme di pratiche, riti e culti che non portano da nessuna parte e chi si dedicasse ad esse verrebbe gratificato di una estatica confusione, rilassata inconsapevolezza e completa accettazione del nuovo ordine.

Se un Nuovo Ordine Mondiale, quello conosciuto come NWO, ci sarà, sarà in un mondo di dupes.

Meglio darsi da fare perché ciò non avvenga, altrimenti Matrix non sarà solo un film di fantascienza. Forse non è mai stato un film di fantascienza, ma un documentario.

schiavi del nuovo ordine mondiale

“Ci sono campi, campi sterminati, dove gli esseri umani non nascono, vengono coltivati. A lungo non ho voluto crederci, poi ho visto quei campi con i miei occhi…”

Morpheus – Matrix

Se sei arrivato fino in fondo all’articolo, potresti essere un po’ abbacchiato. Il mio consiglio è di farti una bella risata e poi guardare le cose tenendo in mente quanto ho scritto. Divertiti a riconoscere le menzogne fra le notizie, nelle “risposte dell’esperto”, e a liberarti, se ancora non lo sei, dalla disinformazione dilagante.

E non dimenticare che un buon contributo te lo può dare il libro di Arnold Ehret, il Sistema di Guarigione della Dieta Senza Muco“.

Links utili inerenti all’argomento:

Le Origini di Tavistock

Prigionieri del Mondo

Perchè la gente crede quasi a tutto

Il mondo delle Relazioni Pubbliche

ADHD, la sindrome inventata

www.disinformazione.it

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Medicinenon.it e Arnoldehret.it sono due siti di Luciano Gianazza.

Medicinenon.it è da molti anni un punto di riferimento per chi vuole liberarsi della disinformazione e poi acquisire la corretta conoscenza.

ArnoldEhret.it è il sito ufficiale degli insegnamenti di Arnold Ehret, raccolti nei suoi libri, fra i quali Il Sistema di Guarigione della Dieta Senza Muco è un best seller internazionale. Arnold Ehret ha ritrovato il sentiero, di cui si era persa ogni traccia secoli fa, che porta all’alimentazione naturale dell’Uomo e alla salute perfetta in quanto ripristina la naturale capacità del corpo umano di disintossicarsi da tossine e veleni. In questo mondo avvelenato, il Sistema di Guarigione della Dieta Senza Muco fornisce i fondamenti per un’alimentazione e stile di vita che sono essenziali per la buona riuscita dei vari protocolli di disintossicazione.

Tutti i libri originali di Arnold Ehret sono reperibili sul sito www.arnoldehret.it | Libri

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fonte

LEGA INFURIATA – Compito per gli studenti: «Gli insulti di Bossi a Tosi». Il caso in Parlamento

Compito per gli studenti: «Gli insulti di Bossi a Tosi». Il caso in Parlamento

Prima il confronto in aula con la lettura dei giornali, poi le domande agli allievi. Legnago, la Lega si infuria: politica in classe. Montagnoli: «Episodio grave». Ma il preside difende la prof

http://rerummearumfragmenta.files.wordpress.com/2011/05/uomini-primitivi.jpg
Istantanea del  film (già visto troppo volte) ‘Tutti gli uomini del Sena-dur’ – fonte immagine

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LEGNAGO (Verona)—Gli insulti rivolti dal leader della Lega, Umberto Bossi, al sindaco di Verona Flavio Tosi, diventano l’argomento per un compito assegnato agli studenti di una scuola superiore. Ed è subito polemica (politica, naturalmente), con gli esponenti del Carroccio che sbraitano all’indirizzo dei «soliti » professori che approfittano delle giovani menti per fare propaganda. Tutto accade nell’Istituto professionale «Giuseppe Medici» di Legnago, in provincia di Verona. Il nodo del contendere è la lezione impartita da un’insegnante di Lettere («Una docente d’esperienza, che non fa politica», garantisce il preside Luigi Santillo) agli studenti del terzo anno. In classe hanno discusso gli articoli di giornali del 19 ottobre che riportavano lo «stronzo» rivolto da Bossi al sindaco Tosi colpevole di aver detto che molti deputati padani hanno ormai «il voltastomaco» in certe votazioni. Infine è stata assegnata l’esercitazione per casa: gli alunni dovevano rispondere a tre domande sulla vicenda (una di queste era: «Come ti saresti comportato al posto di Tosi?»).

Per il deputato leghista Alessandro Montagnoli, che sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare, «si chiedeva cosa lo studente pensasse circa il linguaggio usato dal leader della Lega Nord». Quanto basta per gridare allo scandalo visto che «la scelta di far svolgere un compito sul comportamento tenuto da un leader politico e il tenore delle domande che già contenevano un esplicita censura, costituiscono un fatto di rilevante gravità». Secondo Montagnoli, «se i docenti smettono di insegnare la propria materia per fare politica in classe, non c’è poi da meravigliarsi del basso livello in cui si trova il sistema scolastico in questo Paese. È inaudito che si chieda agli studenti di trattare di questioni interne a un partito ». L’interrogazione leghista chiama in causa direttamente il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, che a detta del deputato, «è rimasta allibita» e si è impegnata «ad approfondire personalmente l’accaduto». Duro anche il sindaco di Legnago, Roberto Rettondini (anche lui della Lega), che assicura: «Non ne faccio una questione di difesa degli interessi del mio partito. Ma dico che, se le cose sono andate così, allora è un episodio grave perché la politica, di qualunque colore, deve stare fuori dalle aule».

Il preside dell’Istituto non ne sapeva nulla. Per tutto il pomeriggio ha rincorso i suoi docenti alla ricerca di una spiegazione che, alla fine, sembra averlo convinto. «Ho parlato con l’insegnante. Mi ha spiegato che quella lezione faceva parte del progetto “Il quotidiano in classe”, che ha lo scopo di analizzare con gli studenti i contenuti dei giornali nazionali e locali. Gli articoli sull’insulto rivolto al sindaco Tosi hanno molto incuriosito i ragazzi che si sono appassionati alla notizia e hanno discusso anche di quell’argomento. Come di norma accade, una volta a casa gli alunni hanno dovuto rispondere per iscritto ad alcune domande sulla vicenda». Una normale lezione, quindi. «Nessun intento politico da parte della docente. Per come la vedo, ha solo fatto il suo lavoro». Cauto il rappresentante dei genitori, Luca Grandi, che è vice presidente del Consiglio d’Istituto: «È giusto che a scuola si parli anche di politica, visto che riguarda tutti i cittadini.Magli insegnanti devono affrontare l’argomento in modo neutrale e responsabile, senza fare propaganda». I genitori ora vogliono vederci chiaro: «Occorre capire se la docente si sia lasciata andare a giudizi personali. Al contrario, se gli studenti sono semplicemente stati invitati a riflettere su una notizia giornalistica per maturare una propria valutazione, non ci vedo nulla di male».

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Andrea Priante
Luca Fiorin
28 ottobre 2011

fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/verona/notizie/politica/2011/28-ottobre-2011/compito-gli-studenti-gli-insulti-bossi-tosi-caso-parlamento-1901971764464.shtml

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COSA E’ LA CRISI? LEGGETE QUESTO SAGGIO
(clicca sull’immagine per scaricare il Pdf)

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LA RIVOLUZIONE? E’ DENTRO DI NOI – Bergonzoni, dal Teatro Valle di Roma occupato

Ascoltare, riflettere, agire..

mauro

Bergonzoni, dal Teatro Valle di Roma occupato

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