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L’EVENTO – VegPride, ecco l’orgoglio vegetariano “A tavola possiamo salvare il pianeta”

VegPride, ecco l’orgoglio vegetariano
“A tavola possiamo salvare il pianeta”


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Fino al 7 ottobre la International Vegetarian Week, con iniziative e manifestazioni in vari Paesi. In Italia seguono questo tipo di dieta sei milioni di persone

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di MICOL LAVINIA LUNDARI

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VegPride, ecco l'orgoglio vegetariano "A tavola possiamo salvare il pianeta"

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Carne e pesce banditi. Per molti, ma non per tutti, anche latte, uova e tutto ciò che è di derivazione animale. Tavole imbandite di verdure, legumi, frutta e cereali. Una scelta etica che si trasforma in un monito ambientalista. Fino al 7 ottobre in tutto il mondo si celebra la International Vegetarian Week 1, la manifestazione, nata nel 2008, nella quale decine di organizzazioni di vari Paesi hanno deciso di riunirsi per celebrare l’orgoglio vegetariano ma soprattutto lanciare messaggi univoci e più forti sull’opportunità di seguire questo tipo di dieta.

Il motto di quest’anno è “Un futuro sostenibile dipende dalle nostre scelte alimentari”. Benché vi siano ricerche scientifiche dalle conclusioni contrastanti, chi abbraccia questa cultura crede che un consumo eccessivo di carne non solo porti problemi di sovranutrizione nei Paesi sviluppati, ma accresca la sottonutrizione delle zone più povere del mondo, perché sempre maggiori estensioni agricole sono destinate alla coltivazione di cereali per gli allevamenti. Si calcola che 1,3 miliardi di persone potrebbero essere sfamate con il grano e la soia destinati al bestiame negli Stati Uniti: ovvero un miliardo di esseri umani in più della popolazione a stelle e strisce. Ci sono poi le pesanti conseguenze che l’allevamento del bestiame ha sull’ambiente.

Secondo il Rapporto Eurispes 2011 i vegetariani in Italia sono sei milioni, quindi uno su dieci. Tra questi lo 0,4% è vegano (ovvero esclude dalla propria dieta tutti gli alimenti di origine animale). In Germania sono più dell’8% (dati 2005), nel Regno Unito il 9% (ma le statistiche sono ferme a dieci anni fa), negli Stati Uniti il 4% ma con significative percentuali fra i giovani; in India, anche per ragioni religiose, fra il 15 e il 20%.

Gli appuntamenti in calendario per la International Vegetarian Week sono molti e variegati tanto quanto le diverse declinazioni del vegetarianesimo. Dalle conferenze per i diritti degli animali in Albania, a cura dell’Institute for Enviromental Policy, ai picnic organizzati dall’australiana VegSa, dal festival Meatless Monday a San Paolo del Brasile alla Veggie Parade a Praga. A Parigi riapre i battenti il salone Vegan Day, all’insegna di “Entrez dans l’ère végétale”, a Milano c’è la VegHipWeek 2, a Bologna annunciata una dimostrazione sotto le Due Torri.

Il calendario degli eventi nelle città italiane 3

Inoltre la settimana del Veg Pride si apre con una buona notizia: in Cina è stato abolito il Jinhua Hutou Dog Meat Festival, che prevedeva nel menù amici a quattro zampe. Una vittoria dei blogger che hanno lanciato una campagna per fermare lo scempio.

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/02/news/settimana_vegetariana-22546827/?rss

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e il mensile di emergency

Donne come bestie da soma: La questione femminile che travolge l’Italia

Donne come bestie da soma
La questione femminile che travolge l’Italia

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di Lorella Zanardo

tutti gli articoli dell’autore

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Mi parli di Clarissa, mi parli di Carolina, mi parli di quest’altra, della Luciana, chi sono? Prendi un caravan… cosa ti devo dire…». «Vedi, dovremmo averne due a testa se no mi sento sempre in debito, tu porta per te e io porto le mie. Poi ce le prestiamo. Insomma la patonza deve girare». Racconta uno degli investigatori che per due anni ha ascoltato le intercettazioni telefoniche che riguardavano anche il Premier che «si trattavano le donne come bestie da soma».

Rispetto a due anni e mezzo fa ciò che emerge in questi giorni è diverso e, se possibile, peggiore. Allora Noemi e le altre parevano oggetti, gingilli, “grechine” sacrificali delle serate del drago, come ebbe a definire il marito, l’allora moglie Veronica. Non era emerso il lato bestiale che invece emerge ora dalle frenetiche richieste del faccendiere Tarantini ad un amico: «Trova una tr…a per favore. Io alle due sto salendo in aereo e non posso più chiamare, però trova qualche altra femmina».

Donne che diventano oggetto di scambio di favori importanti, di soldi, di carriere. Donne giovanissime, «le mie bambine», tante, tantissime da cercare costantemente, urgentemente: per ognuna si potrà chiedere al premier un prezzo sempre più alto. Tenerlo in pugno. Migliaia di intercettazioni che raccontano di questa frenesia, un’occupazione che prende tempo, tanto tempo da far definire l’altra occupazione, quella politica di Premier, un impegno «a tempo perso». Non c’è nulla da aggiungere, queste poche righe raccontano meglio di mille analisi la crisi di un Paese dato ormai per perso da molti commentatori esteri. I dettagli suscitano un’attenzione morbosa, molti lettori paiono alla ricerca di notizie sempre più volgari, di dettagli agghiaccianti su quella che appare essere stata l’occupazione principale del primo ministro negli ultimi anni. Un uomo malato su cui si chiuderà il sipario a breve.  A noi l’eredità di uscire dal disastro.

E come donna che racconta delle vite delle donne e che ne incontra migliaia nelle scuole in giro per l’Italia, constato che il disastro coinvolge e coinvolgerà prevalentemente noi donne. In un Paese tradizionalmente maschilista, questo ci raccontano i dati internazionali che ci piazzano al 74esimo posto del Gender Gap, le donne hanno negli ultimi anni ricominciato in massa ad occuparsi dei loro diritti, attraverso azioni concrete che spesso hanno raggiunto obiettivi importanti: efficacissime sono state, tra le altre, le azioni delle giovani blogger in rete che hanno messo al bando numerose campagne pubblicitarie lesive della nostra dignità.
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Battaglie faticose quelle delle donne, che hanno poca visibilità sui media nostrani, che appaiono un giorno e vengono poi dimenticate per mesi. Faticosissime e portate avanti con energia incredibile e perseverante: in questi anni ho incontrato donne italiane impegnate in battaglie importanti per il welfare, per le donne violentate, per la scuola, per il rispetto dei diritti, diritti spesso per tutti e non solo per le donne. Donne che a testa bassa hanno proseguito la loro lotta tra il disinteresse quasi generale.

E però è stato per la denuncia di alcune donne che lo scandalo è emerso. Donne diverse per età, provenienza politica, abitudini. Ed è a causa dell’ossessione per le donne che il nostro primo ministro sta camminando verso la fine della sua carriera politica. Berlusconi scomparirà e allora si renderà necessario ricostruire dalle macerie, partendo proprio dalla questione femminile, quella che in questo Paese non si vuole affrontare.

Una volta scomparso dalla scena il premier, si evidenzierà che il tema della valorizzazione di genere, della parità di diritti, della corretta rappresentazione nei media delle donne, coinvolgerà come una valanga il Paese tutto. Se si nega questa evidenza, se non si inizierà a lavorare concretamente su questo tema, questo Paese non avrà futuro.

Citando Newsweek, che l’Italia sia un Paese in difficoltà lo si evince anche da come considera e tratta le donne. Il problema di Berlusconi e le donne è ormai da considerarsi malattia grave che coinvolge un Paese intero. Come si sia arrivati a questa scempio, come sia stato possibile che un degrado tale coinvolgesse politici, uomini d’affari, imprenditori. Come è stato possibile che per trent’anni si sia concesso ad un uomo, pur potente, di realizzare attraverso le sue reti televisive un suo personalissimo immaginario fatto di donnine e comici barzellettieri? Come può sfuggire ai più che le notti di Arcore altro non erano che la rappresentazione casalinga di uno dei tanti show che vanno in onda da trent’anni tutti i giorni sulle reti del Cavaliere e purtroppo anche sulla tv pubblica?

Trasmissioni di cui abbiamo riso, programmi che hanno guardato milioni di italiani con compiacimento. Le interviste alle ragazze del Premier lasciano ammutolite: «Lui è un leone, gli altri pecore invidiose. Devi essere disposta a tutto per avere, anche a vendere tua madre. Se vuoi essere re, se vuoi guadagnare 20mila euro e non 1000».

Su questo dovremo lavorare tutti e tutte, perchè sia chiaro che le parole delle olgettine e delle altre ragazze, sono il frutto della non cultura di questi anni: con la scuola, messa in ginocchio, con la famiglia in crisi, la televisione è stata agente di socializzazione libera di spopolare ed ha potuto svolgere il ruolo di cattiva maestra. Fate la prova: accendete la tv un pomeriggio o una sera qualsiasi e ascoltate: «Che entrino le bocce di Cristina e Francesca» urla una matura presentatrice mentre avanzano giovanissime superaccessoriate. Parrebbe una notte ad Arcore. «Ho sedici anni, non ho nemmeno il motorino. In tv e anche i politici, quelli dell’età di mio nonno, se la fanno con quelle della mia età. Mi dica lei, io che possibilità ho?» mi chiede un sedicenne in un liceo toscano. «Io non sono così», grida una ragazzina veneta indicando lo schermo su cui stiamo vedendo degli spezzoni tv, «io sono diversa, dov’è il mio posto?».

Sarà urgente che la “questione femminile” diventi il primo punto di una seria futura agenda politica del Paese. «I Paesi Italia e Grecia, che pur presentano iniziative significative appaiono ‘in resistenza’, come se la rappresentazione stereotipata della donna fosse un tratto antropologico fortemente radicato su cui non vale la pena avviare politiche evolutive». Queste le conclusioni del Censis nel suo rapporto “Donne e Media in Europa”. Intanto migliaia di ragazze reali esistono, ci sono, lavorano, studiano. E’ urgente renderle visibili. E’ già realtà in molti altri Paesi europei.

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19 settembre 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/donne-come-bestie-da-soma-br-la-questione-femminile-che-travolge-l-italia-1.333311

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MILANO – Rgazzine violente, pignorate le abitazioni dei genitori: «Dovevano educarle»

Nel 2002 Le due quindicenni aggredirono e rapinarono una ragazzina

Baby-bulle, pignorate le abitazioni
dei genitori: «Dovevano educarle»

La sentenza civile: le famiglie devono versare 50 mila euro di risarcimento o le loro case andranno all’asta


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MILANO – Genitori condannati «per non avere educato adeguatamente e non aver ben vigilato sulle proprie figlie». E, se non pagheranno, verranno messe all’asta le rispettive abitazioni, già pignorate. È l’epilogo di una storia che prende il via tanto tempo fa, esattamente il 23 aprile 2002, quando Valeria e Sara, due amiche quindicenni, prendono a calci e pugni Federica, una ragazzina di 13 anni, colpevole solo di averle guardate insistentemente. «Un episodio spiacevole – sottolinea l’avvocato Giovanni Grillo, legale della vittima – che comunque mi auguro possa servire da monito a tutti quei giovani che pensano di poter liberamente prevaricare, molestare e offendere i propri coetanei, solo perché sono tanti e più forti». La vicenda avviene ai giardinetti pubblici di via Falconi, a Crescenzago, periferia nord-est di Milano, vicino al San Raffaele. Valeria e Sara, che appartengono ai «gabber», la baby gang che si scatena in stadi e discoteche, la nuova tribù dei giovanissimi che balla con il ciuccio in bocca, prendono a schiaffi e pugni Federica, ricoverata in ospedale con 15 giorni di prognosi. E, dopo le botte la rapinano del telefonino.

Scattano le indagine e la denuncia alle due baby bulle «per rapina aggravata». E da allora, cause e udienze, avvocati e giudici. Per le due amiche viene aperto un procedimento penale al tribunale dei Minori che si conclude con «l’estinzione dei reati ascritti per positivo superamento del periodo messa alla prova presso i servizi sociali». Ma non si ferma il processo civile. Con una sentenza che obbliga le famiglie al pagamento di 46.574,53 euro. Più 804,66 euro per le spese, 2.261,51 per i diritti e 5.122 per onorari. Naturalmente a parte l’Iva e Cpa (cassa previdenza avvocati) e il rimborso forfettario al 12,5%. Soldi che i genitori delle allora quindicenni, non hanno. E proprio a seguito del mancato pagamento, viene eseguito il pignoramento degli immobili dei genitori di Valeria e della madre di Sara. Il prossimo 27 febbraio ci sarà l’udienza delle parti e se quella somma non verrà elargita, le case finiranno all’asta. «Il comportamento delle due ragazzine – continua l’avvocato Grillo – è stato solo fonte di guai. Mi auguro che quanto avvenuto possa in qualche modo rincuorare le vittime di molestie e soprusi».

Nel 2002, quando i carabinieri fermano Valeria e Sara, mettono a verbale quanto da loro riferito: «Seguiamo la moda dei gabber, quella che unisce molti giovani di estrema destra nell’amore per l’hardcore, un’evoluzione olandese della musica techno. Indossiamo giubbotti bomber, ci rasiamo la testa, abbiamo i piercing e calziamo scarpe Nike». Una delle due aggiunse: «Quella doveva chiedere scusa, ha guardato troppo a lungo. Ho commesso un errore, la prossima volta l’ammazzo». Atteggiamento e frasi da bulle che sono costate care. Soldi da tirar fuori «per non avere ricevuto un’adeguata educazione familiare, tanto da non comprendere fino in fondo la gravità e le conseguenze negative dei propri comportamenti, neanche di fronte all’autorità».

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Michele Focarete
15 settembre 2011 10:57

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_settembre_15/baby-bulle-pignorate-abitazioni-genitori-1901544036262.shtml

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CRONACHE DA FIRENZE

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La copertina del mensile di settembre

Londra lancia le prime 24 scuole “libere”. Studi scelti da insegnanti, genitori e studenti

Londra lancia le prime 24 scuole “libere”
Studi scelti da insegnanti, genitori e studenti

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Il progetto, per ora limitato ad un numero ristretto di istituti scolastici, potrebbe però estendersi il prossimo anno ad altri 323 centri d’istruzione. Sono sovvenzionate da fondi pubblici

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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Londra lancia le prime 24 scuole "libere" Studi scelti da insegnanti, genitori e studenti

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LONDRA – La nazione delle uniformi scolastiche, delle rette da 30 mila sterline l’anno, della discriminazione tra scuole private di elite e scuole statali con il metal detector, lancia un nuovo esperimento: le scuole “libere”. Si chiamano proprio così, “free schools”, e quello da cui sono libere è il curriculum studi imposto dal ministero dell’Istruzione. Da quest’anno, in Gran Bretagna, in certe scuole si potrà studiare come vogliono il preside, gli insegnanti, i genitori e in certa misura pure gli allievi, che una qualche voce in capitolo con il papà e la mamma ce l’avranno. E il risultato è una scuola per tutti i gusti: ci saranno quelle all’antica, che tornano al passato, dove gli scolari sono obbligati a studiare il latino fin dalla prima elementare, e quelle d’avanguardia, dove si praticano yoga e meditazione.

 Per adesso si tratta di un progetto limitato: su 323 associazioni scolastiche, formate da insegnanti e genitori, che avevano fatto richiesta al ministero di essere inserite nell’elenco delle “scuole libere”, soltanto 24 hanno ricevuto l’approvazione e sono dunque pronte per partire con il nuovo sistema all’inizio dell’anno scolastico 2011-2012. Ma se l’iniziativa avrà successo, come si dice sempre in questi casi, il numero delle “free schools” potrebbe aumentare. L’idea fa parte del programma del governo conservatore di David Cameron di dare più autonomia alla gente di organizzare la propria vita sociale come preferisce, assumendosi più responsabilità ma ricevendo anche più diritti. Se questa formula, conosciuta come “Big Society” (Grande Società), viene accusata però di mascherare con il volontariato e l’individualismo la drastica riduzione della spesa pubblica attuata dal governo per ridurre il debito, nel caso della scuola la situazione è tuttavia un po’ diversa.

 Le “scuole libere” non appartengono infatti alle scuole private, bensì figurano tra quelle statali, ossia sovvenzionate da fondi pubblici. L’obiettivo dichiarato del governo era di dare così una maggiore varietà di corsi, più indipendenza e più creatività a un settore – quello della scuola di stato – che langue da anni. Le scuole statali, in questo paese, sono raramente considerate buone dal punto di vista accademico, cioè in grado di assicurare ai propri allievi un ingresso nelle migliori università e dunque un buon lavoro quando saranno grandi. Basti dire che, sebbene solo il 7 per cento delle famiglie mandano i figli alle costosissime scuole private (dove la retta si aggira intorno all’equivalente di 35 mila euro l’anno – diciamo 100 mila euro l’anno per tredici anni, per una famiglia con tre bambini, come il prezzo di una casa di lusso), quel 7 per cento di studenti occupa poi il 40-50 per cento dei posti da giudice, da manager, da avvocato, da deputato, insomma i mestieri più prestigiosi e meglio retribuiti.

 Le “free school” dovrebbero, sulla carta, offrire un’alternativa a questa disparità sociale. Il ministro dell’Istruzione Michael Gove aveva infatti promesso che la maggior parte sarebbero state scelte nei quartieri più poveri. Ma un’indagine del quotidiano Guardian di Londra afferma invece che le prescelte sono in maggioranza situate in quartieri della classe media. In sostanza, il governo conservatore avrebbe cercato di fare un favore ai propri elettori, poiché è la classe media a sentirsi strozzata dai costi esorbitanti delle scuole private e a cercare disperatamente altre soluzioni: per questo tante famiglie della middle-class se ne vanno dal centro di Londra e si stabiliscono nei sobborghi, dove è relativamente più facile trovare scuole statali senza i problemi di degrado, violenza e scarso livello accademico che hanno in città.

 Ci sono eccezioni. La London Academy of Excellence, a Newham, nell’East End di Londra, ambisce espressamente ad aiutare i giovani delle classi meno abbienti a trovare posto in università di elite come Oxford e Cambridge. Ma secondo Mary Bousted, segretario generale dell’Associazione Insegnanti Atl, “nel complesso il sistema delle scuole libere è totalmente non democratico e porta via considerevoli fondi pubblici a detrimento di chi ne avrebbe più bisogno”. Come che sia, il progetto è partito, e non comprende solo scuole super-tradizionaliste che insegnano il latino dalle elementari o ultra-moderne che insegnano yoga e meditazione: ci sono anche varie scuole legate a confessioni religiose, inclusa una di Nottingham di cristiani fondamentalisti che definisce Darwin e il creazionismo soltanto “una teoria”. In un sondaggio pubblicato domenica dal Sunday Times, l’opinione pubblica appare divisa: il 35 per cento è a favore dell’iniziativa, il 38 per cento è contrario, il resto sono incerti. La vera libertà, dicono gli oppositori, sarebbe una buona scuola statale per tutti: ma una scuola del genere non è nel futuro del Regno Unito. Se c’è una cosa che insegnano esperimenti come le “scuole libere”, forse è che dovremmo rivalutare la scuola italiana, con tutti i suoi problemi e difetti.

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05 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2011/09/05/news/londra_lancia_le_prime_24_scuole_libere_studi_scelti_da_insegnanti_genitori_e_studenti-21266317/?rss

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Ecologia valore economico: Vi spieghiamo quanto vale

© Oxford University Press: Natural Capital: Theory and Practice of Mapping Ecosystem Services Permalink: http://amzn.com/0199589003

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Ecologia valore economico
Vi spieghiamo quanto vale

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Il NatCap, un progetto delle università di Standford e Minnesota in collaborazione con Wwf e Nature Conservancy, cerca di monetizzare la salvaguardia ambientale

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di CRISTINA NADOTTI

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Ecologia valore economico Vi spieghiamo quanto vale

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IN TERMINI estetici una foresta ha più valore, almeno agli occhi di chi ama la bellezza, di un terreno agricolo. E se il valore non fosse soltanto teorico, ma quantificabile, e si potesse monetizzare un ecosistema come si fa per i beni e i servizi? C’è chi questi calcoli li sta facendo, ha già raggiunto delle cifre affidabili e sta mettendo a punto un sistema sempre più efficace per aiutare imprese e governi a capire se disboscare un dato tratto di terreno, magari per costruirci sopra, sia davvero la scelta economicamente più vantaggiosa.

Il sistema si chiama Natural Capital Project, “NatCap”, in breve, ed è stato avviato nel 2006 dalle università di Stanford e Minnesota insieme con due tra le maggiori organizzazioni per la salvaguardia dell’ambiente, il Wwf e Nature Conservancy. L’anima di questo progetto è Gretchen Daily, una biologa di Stanford emigrata negli Stati Uniti dalla Germania, dove ha vissuto nell’ex Ddr e toccato con mano i disastri ambientali degli anni dell’industrializzazione ad ogni costo.

La storia della monetizzazione della salvaguardia ambientale va di pari passo con la storia professionale della dottoressa Daily. La biologa ha avuto la possibilità di studiare dal 1991 un ecosistema ricco come quello del Costa Rica, dove ha condotto un progetto, insieme al  governo locale, di finanziamento ai proprietari terrieri perché preservassero la foresta pluviale piuttosto che abbatterla. Osservare gli effetti avuti dal mantenimento della foresta pluviale, a paragone con le aree nelle quali è stata abbattuta, ha consentito a Daily e al Costarica di verificare i benefici venuti all’economia locale in termini di protezione dalle inondazioni, impollinazione dei raccolti e qualità dell’aria. Al momento, questi benefici non sono ancora valutati economicamente, non hanno un prezzo di mercato, ma secondo la dottoressa Daily è giusto e finanziariamente proficuo assegnarglielo, come si fa per i servizi.

“Fino a oggi – ha dichiarato al New York Times la biologa – una foresta viene valutata in termini di quantità di legname o cellulosa, cioè si calcola da cosa e quanto si può guadagnare abbattendola. Ma esiste un valore economico anche nel lasciarla intatta insieme al suo ecosistema ed è quel valore che vogliamo quantificare”.

Per farle ciò sono necessari nuovi strumenti, capaci di convincere un mercato della possibilità di trarre profitto nell’investire in “ecosistemi”. Uno di questi strumenti è un software, chiamato InVest (cioè “Integrated Valuation of Ecosystem Services and Trade-off”, “valutazione integrata dello scambio e dei servizi dell’ecosistema”) in grado di individuare e valutare i beni ambientali e i servizi che essi possono rendere (per esempio, la prevenzione di inondazioni come nel caso delle foreste di mangrovie). Non sono soltanto i partner di NatCap a credere nellla possibilità di creare e usare a fini economici questi strumenti. Il software InVest presto sarà portato sulla piattaforma di Google Earth, grazie alla collaborazione con Google.org, il braccio filantropico di Google.

Ci vorrà qualche tempo perché NatCap diventi una realtà economica, ma i primi passi sono già stati fatti e il progetto collabora con governi in America Latina, Africa, Asia. In Cina, per esempio, NatCap sta lavorando con il governo in un progetto ambizioso di riqualificazione e protezione del “capitale naturale”. Dopo le alluvioni causate nel 1998 dalla deforestazione, Pechino sta investendo 100milioni di dollari per riconvertire vaste aree di terreni agricoli in foreste. Il software InVest verrà messo alla prova per quantificare in termini economici il valore che verrà alla riqualificazione ambientale, considerando per esempio che la foresta servirà a controllare le inondazioni, fornirà nuove possibilità di irrigazione, darà riserve di acqua potabile, produrrà energia idroelettrica, accrescerà la biodiversità e stabilizzerà il clima.

Quando si parla di esigenze economiche i governi sono sempre più rapidi nelle risposte, perciò riuscire ad esprimere in valuta i benefici della natura potrebbe dare un impulso enorme alla salvaguardia degli ecosistemi. C’è il solo dubbio che guardare alla natura in maniera tanto pratica, e da un punto di vista prettamente antropocentrico, possa far dimenticare che una foresta o una spiaggia hanno un valore estetico in sé, separato da ogni valutazione economica.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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11 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/ambiente/2011/08/11/news/natura_economia-20299696/

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MA NEMMENO STALIN… – fb: Storia di una lettera, di commenti scomparsi e di sedicenti comunisti e dei loro metodi ‘rieducativi’

MEA CULPA, MEA CULPA, MEA MAXIMA CULPA…

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Gulag women living in overcrowded, poorly heated barracks. Courtesy of the International Memorial Society

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Mi rincresce turbare questa domenica estiva (però il tempo non è un granché… quindi magari vi faccio pure un favore) con questa nota che non avrei mai pensato di scrivere… ma secondo me l’accaduto è grave, gravissimo, e non essenzialmente perché riguarda me. Vedo di non dilungarmi troppo… l’altro giorno trovo in bacheca da un amico di FB questa immagine:

(qui immagine e commenti)

e scrivo:

“non aderisco, spero mi perdonerai… son stufa di 150 partitini, ne voglio UNO e GRANDE! e finché non ci mettiamo d’accordo sto dove sono… obtorto collo a volte, ma che senso ha passare da un partitino a un altro???”

rapida la risposta di un certo PMLI Londra:

“E INFATTI SONO GLI ALTRI PARTITI DELLA FALSA SINISTRA CHE DEVI MOLLARE…IN QUANTO NON LOTTANO PER ABBATTERE IL CAPITALISMO…..MA PER “MIGLIORARLO”…NOI DEL PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO INVECE STIAMO CRESCENDO OGNI GIORNO A MACCHIA D’OLIO E SEMPRE PIU’ PERSONE CI STANNO SEGUENDO PROPRIO PERCHE’ HANNO CAPITO CHE NOI LOTTIAMO NON PER “MIGLIORARE” IL CAPITALISMO MA PER DISTRUGGERLO CON LA RIVOLUZIONE E PER IL SOCIALISMO. POI FA LA TUA SCELTA !”

ribatto:

“il capitalismo si abbatte, non si cambia… voglio essere islandese!!! be’ insomma, è un inizio… :)”

e mi si replica:

“NON PERDIAMO NEMMENO TEMPO CON QUESTO QUALUNQUISMO…TU FAI PURE QUELLO CHE VUOI E CONTINUA A SOGNARE DI “ESSERE ISLANDESE” E AMARE IL CAPITALISMO…..NOI COMUNISTI DEL PMLI SEMINIAMO TRA IL POPOLO PER IL NOSTRO DISEGNO POLITICO. MA A QUESTO PUNTO SE NON TI INTERESSA IL NOSTRO PARTITO EVITA DI SCRIVERE QUI COSI ENTRAMBI EVITIAMO DI PERDERE TEMPO.OK? …GRAZIE !!!

NOI DEL PARTITO MARXISTA-LENINISTA ITALIANO INFATTI LE VOGLIAMO UNIRE LE FORZE E LE STIAMO UNENDO….MA CON CHI VUOLE LOTTARE

VERAMENTE…..QUINDI PER LA RIVOLUZIONE E L’ABBATTIMENTO DEL SISTEMA CAPITALISTICO PER IL SOCIALISMO……CON CHI INVECE SI PIANGE ADDOSSO E VUOLE LIMITARSI A QUALCHE RIFORMA MIGLIORE O PEGGIO ANCORA VUOLE CHE CI SIA UN’ALLEANZA CON CRIMINALI FALSI COMUNISTI COME VENDOLA, BERTINOTTI, PISAPIA, DE MAGISTRIS, FERRANDO, FERRERO E DILIBERTO (tra l’altro sempre piu’ odiati dalle stesse masse) CHE TUTTO SONO TRANNE CHE DA AVERE VICINI IN QUANTO SONO PARTE DELLA STESSA BORGHESIA DA COMBATTERE….QUELLO NO !…….L’UNIONE SI….MA CON CHI VUOLE VERAMENTE COMBATTERE E NON SOLO QUESTO GOVERNO NEO FASCISTA….MA L’INTERO SISTEMA CAPITALISTICO…VERO MARCIO DI FONDO !!!

RIBADIAMO PER LA SECONDA VOLTA….CHE CHI NON E’ INTERESSATO…VA BENE….PERO’ CHE EVITI DI SCRIVERE QUI IN QUANTO E’ UNA PERDITA DI TEMPO PER ENTRAMBI ! GRAZIE !”

Mi incupisco un po’, non solo perché non mi pare un buon metodo per confrontarsi con chi non la pensa al millesimo come te, ma per il fatto che non ero sulla bacheca di PMLI Londra, quindi non capivo bene come si permettessero di fare i padroni a casa degli altri. Fatti loro, comunque. Certo è che, se non vado a ribattere sulla bacheca di questo amico (perché semmai litigo a casa mia… o sulla bacheca del diretto interlocutore), non me ne sto zitta e buona. E infatti, pubblico da me:

“sono stata democraticamente invitata a non intervenire più dal PMLI Londra… eseguo, ma ciò non mi impedisce di commentare (a casa mia) il fatto che mi sembrano molto ma molto autoreferenziali… e poi io detesto quelli che hanno il vangelo in tasca. Più son piccoli, più son spocchiosi… io la vedo così.”( qui)

Arriva qualche commento, tra cui uno che mi invoglia a fare una nota in cui taggo parecchi amici di svariate collocazioni politiche – non tutti perfettamente allineati con me, ma questo per me non è mai stato un problema: si discute, ci si confronta, se si arriva ad un punto di incontro bene, altrimenti ognuno si tiene la sua idea… troppo facile forse).

La nota parte, con tutti gli interventi riportati sopra, e poi qualche mio commento sul fatto che neppure gli stalinisti più biechi si son mai permessi di parlarmi così, che se il mio segretario venisse sulla mia bacheca con i suoi diktat lo manderei a stendere e qualcosa d’altro che al momento non ricordo. Dopodiché pubblico una presunta lettera di un dirigente del PMLI (che qui non riporto, sperando che basti questo ad evitare altre incresciose sparizioni: magari la pubblicherò con nomi d’arte, giusto per farsi due risate) talmente fuori di testa (parlava di socialismo e morale sessuale) che concludo dicendo, più o meno (cito a memoria): “ se qualcuno è in grado di smentirla, lo faccia che mi farebbe solo piacere, perché per me è davvero triste pensare che dei compagni di un partito che si definisce comunista seguano certi diktat… sarà perché io non voglio santini né messia né vangeli da tenere in tasca…”.

Comincia la rissa: subito arriva PMLI Londra con insulti e minacce, tutte in maiuscolo (per motivi loro, mai spiegati), non solo nei miei confronti ma ovviamente verso tutti i commentatori, per poi negare l’evidenza (noi non insultiamo! Sì vabbé, dare del fascista, dell’ignorante e del vigliacco è un complimento…), arrivano pure un paio di sostenitori (tale Paolo Rossi… ma è una persecuzione! Possibile che debba litigare con tutti i “Rossi”??? è già il terzo… e una Ella nonsoché – mica mi posso ricordare tutti i nick… – che evidentemente manco si degnano di leggere ma lasciano la loro traccia con messaggi tipo “sei penosa”), poi arriva Alba a chiedere se non ci è venuto in mente che potesse trattarsi di un falso… e io che avevo scritto alla fine della nota? Dopodiché, lei in modo civile, ci informa che si tratta davvero di una bufala, mentre PMLI Londra improvvisamente ha la rivelazione: non si sta parlando di quanto da loro scritto (riconoscibile: tutto in maiuscolo) nell’altrui bacheca, ma di una lettera “a sfondo sessuale”. Una dice, adesso ci chiariamo… macché. Partono per la tangente accusandomi delle peggio nefandezze, compreso il fatto che avrei voluto tenerli scientemente all’oscuro delle mie manovre volte a delegittimarli e ridicolizzarli tramite non so bene quali strumenti messi a disposizione da fb.
Allora: chi mi conosce bene sa che non sono una grande cima, nell’utilizzo dei mezzi di fb, e che regolarmente chiedo a mia figlia… figuriamoci se scrivo una nota su fb per tenerla al riparo da sguardi indiscreti!!! Evidente poi l’intento denigratorio, vista la chiusura… dopodiché minacciano di denunciarmi alla loro dirigenza per opportune azioni nei miei confronti.

Siccome non mi fido, di costoro, chiedo che mi vengano dati gli indirizzi e-mail del loro CC o segretario o quant’altro, in modo da “autodenunciarmi”, perché se appena uno di questi vertici ha un minimo di cervello, per me è evidente che la cellula di Londra si piglia una di quelle strigliate epocali…. Dopo una decina di richieste ovviamente ignorate, finalmente mi dicono che gli indirizzi li trovo anche sul loro sito (grosso sforzo), al che ribatto che in mattinata avrei provveduto (nel frattempo si erano fatte le 4…). Vado a dormire tranquilla e serena, e stamattina la bella sorpresa: è sparita la nota con tutti i relativi commenti. Che l’abbia cancellata io è assolutamente fuori discussione, a volte soffro di sonnambulismo ma non sono così completamente rimbambita. Quindi, è stata opera di qualcun altro. Non sono qui ad accusare qualcuno di particolare, sia chiaro. Certo è che se ci si pone la domanda – mia, ormai classica – “a chi giova?” la risposta mi pare univoca… e non è bello.

Io non accetto questi metodi intimidatori e fascisti, soprattutto se vengono da qualcuno che si professa unico vero comunista. Io non accetto che qualcun altro, per un suo interesse personale, agisca da censore sulle opinioni altrui. Io non accetto che un nessuno qualsiasi si appropri dei miei dati e faccia quel che gli pare sulla MIA bacheca.

E’ evidente che non sono certo io a venirvi a dire di chi dovete o potete essere amici, anche perché non posso affermare con sicurezza chi è l’autore di questo bell’esempio di autoritarismo censorio. Ma è altrettanto evidente che mi aspetto che l’artefice di questo gesto venga pubblicamente a dichiararsi e mi chieda scusa. Perché poi la vigliacca sarei io…

Cosa c’entra il titolo? Ma è ovvio… è colpa mia, perché ormai dovrei aver imparato chi evitare come la peste… e invece, tutte le volte ci casco. Questa nota però la pubblico anche nel blog: vediamo quanto son lunghe certe mani?

24 luglio 2011

fonte:  http://solleviamoci.blogspot.com/2011/07/mea-culpa-mea-culpa-mea-maxima-culpa.html

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USA – Proposta choc: togliere ai genitori i bambini obesi / Ma criminali sono i Fast-Food: ingrassano i bambini con il cibo-spazzatura

Se sono i bambini americani delle classi più disagiate a comporre la maggioranza di quel 17% di obesi è facile capire come la colpa non possa essere della cattiva educazione alimentare (o non solo) dei genitori, quanto dell’economia povera delle famiglie che costringono la frequentazione sempre più assidua dei fast-food. Mega-panini a prezzi sempre più stracciati dovrebbero, obbligatoriamente innanzitutto per le autorità preposte alla salute pubblica, far porre delle domande sulla qualità del cibo spacciato nelle catene.

Noi non stiamo molto meglio. Anzi. Secondo l’indagine di Altroconsumo, risalente a quasi due anni fa, ben il 36% dei bambini italiani soffre di una qualche forma di obesità, accentuata o meno. Io vi invito solo a ‘buttare l’occhio’, come si dice, su chi frequenta tali posti in Italia, guardare attentamente che tipo di famiglie o singole persone vi si recano a mangiare. Senza darvi l’imbeccata, facilmente scoprirete che per la maggioranza i clienti dei fast-food nostrani provengono anch’essi dalle fasce più deboli.

Quindi, se proprio si vuole criminalizzare qualcuno è ad altri che bisogna rivolgersi. Non ai disperati del cibo.

mauro

«Troppo cibo è un abuso sui minori»


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Proposta choc: togliere ai genitori i bambini obesi

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New York – Togliere la patria potestà ai genitori di figli obesi. Una proposta che richiama l’educazione dell’antica Sparta, quella avanzata da alcuni ricercatori dell’Università di Harvard, che chiedono il ricorso al pugno di ferro contro un fenomeno che negli Usa dilaga sempre di più.

I dati ufficiali, quelli del Centro di prevenzione e controllo delle malattie, parlano chiaro: negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti il numero delle persone obese è aumentato drammaticamente. E a soffrire di questa patologia è oramai il 17% dei bambini, appartenente in prevalenza alle classi sociali più disagiate.

Per questo nell’articolo pubblicato sull’American Medical Association, due autorevoli professori dell’ateneo più antico degli Usa auspicano che l’obesità venga considerata per legge alla stessa stregua di un abuso sui minori, togliendo ai genitori la custodia dei propri figli quando sia dimostrata la loro incapacità ad affrontare la situazione.

Una proposta drastica che fa discutere, ma che i due ricercatori giustificano sottolineando i gravi rischi legati alla salute cui vanno incontro i bambini sovrappeso, dalle malattie del cuore al diabete, al tumore intestinale, oltre a problemi di carattere psicologico. «L’intervento dello Stato per controllare e reprimere i comportamenti più nocivi – spiegano – è l’unica via realistica per salvare milioni di bimbi dalla minaccia di una vita condizionata dall’obesita»`.

Molti Stati negli Usa (dalla California al Texas, dalla Pensylvania allo Stato di New York) hanno gia´ introdotto norme molto severe per combattere il fenomeno dell’obesità dei minori. Ma le leggi sulla patria potestà finora prevedono che questa sia ritirata solo in presenza di imminente rischio di gravi malattie o di morte.

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16 luglio 2011

fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2011/07/16/AO7EOjl-proposta_genitori_togliere.shtml

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Fast food ingrassa bambini

Ecco come la malsana cucina americana fa breccia tra i più piccoli. Favorendo l’obesità. I siti delle multinazionali fungono da esca per gli adolescenti


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E’ sotto gli occhi di tutti: i fast food sono frequentati soprattutto da bambini e adolescenti. E non per caso. I giovanissimi sono oggetto di un marketing estremamente aggressivo, che per attirare i piccoli clienti ricorre a ogni arma e astuzia: dai personaggi dei cartoon più popolari, che ammiccano dalle vetrine, ai molteplici giocattolini e gadget, che a volte sono il vero motivo per cui il bambino trascina la mamma nel locale, alle promozioni veicolate attraverso siti appositi, studiati per attirare in ogni modo i giovani internauti e indirizzarli poi verso i punti vendita delle catene. Anche la presenza di sale per organizzare feste di compleanno è un sistema per attirare i bambini: ed è particolarmente dannoso, perché in questo caso si lega il consumo nel fast food all’idea di spuntino o merenda, proprio l’abitudine più dannosa. Se infatti pranzare o cenare con un hamburger e patatine, una volta ogni tanto, si può far passare, un robusto panino farcito di carne e salse come merenda, dal punto di vista nutrizionale è davvero diseducativo. In un contesto in cui l’obesità è considerata una vera e propria epidemia, che colpisce, soprattutto in Italia, anche i bambini, non si tratta di un problema da poco. Con questa inchiesta abbiamo voluto mettere in luce quanto è pressante il bombardamento pubblicitario nelle grandi catene americane, McDonald’s e Burger King, ma anche da Spizzico, la versione nostrana del fast food. Una politica aggressiva che funziona, visto che le tre catene insieme realizzano un giro d’affari che si avvicina al miliardo di euro, anche se il grosso delle vendite riguarda McDonald’s: 760 milioni di euro l’anno. Attraverso sopralluoghi nei negozi e visite online dei siti di queste tre importanti catene di fast food abbiamo capito perché, già solo adocchiando la vetrina, come in una sorta di ipnosi sensoriale, scatta l’acquolina in bocca Insieme ai costi contenuti e alle dosi sempre più grandi, si tratta di una causa importante del dilagare dell’obesità. Spingere verso l’abbondanza è una strategia di marketing che le multinazionali di settore sfruttano bene: aumentare le dosi costa pochissimo, in cambio si attira e fidelizza il consumatore.
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Chi non ricorda a questo proposito Super Size Me, il film che denunciò quanto la dieta del fast food crei dipendenza? Ma è corretto che, mentre le massime autorità alimentari in tutto il mondo denunciano i rischi dell’obesità, queste grandi catene siano libere di utilizzare ogni sistema per attirare i bambini verso abitudini alimentari poco sane? Una voglia irresistibile La tentazione inizia sul marciapiede, davanti alla vetrina. I vetri dei negozi sono tappezzati di immagini che ritraggono non solo succosi panini, strabordanti di carne, affiancati da foto di adolescenti (come non immedesimarsi?), ma anche personaggi dei cartoon: irresistibili per i bambini. Una volta entrati, ci si muove tra vetrinette ricolme di giochini abbinati ai menu per i più piccini, sagome di cartone che ritraggono personaggi dei fumetti (idoli degli adolescenti), ma anche sale per organizzare feste di compleanno e zone gioco per bambini, che sono un invito per l’intera famiglia. L’influenza del web Per raggiungere gli adolescenti, internet è un mezzo molto efficace. E infatti anche online appare subito chiaro che il target privilegiato dalle multinazionali americane sono i giovani.
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Nel periodo dell’inchiesta, nell’home page mcdonalds.it si da grande spazio ai regali abbinati all’Happy Meal, il menu per bambini, che propone cartoon famosi come Hello Kitty o Spiderman. Il sito funge da trampolino di lancio anche per le nuove proposte gastronomiche. La scorsa primavera il panino più reclamizzato era Cbo (Chicken, bacon e onions), infatti onnipresente in tutti i punti vendita che abbiamo visitato. E sempre abbinato a un gioco online, che serve proprio per attrarre la clientela più giovane.
Su burgerking.it troviamo la promozione di nuovi panini (è il momento di Barbeque Tendercrisp), studiata per attirare i giovani internauti con tanto di scambio di cartoline elettroniche. Ci sono anche giochi dati in omaggio con i menu.
II sito spizzico.it è meno spregiudicato e non si presenta come un canale per raggiungere i ragazzi. E lo dimostra anche il fatto che l’azienda italiana non figura nel chiacchiericcio virtuale per eccellenza, Facebook, dove invece McDondald’s e Burger King si trasformano in un motivo per messaggiarsi tra ragazzi. Tv: in Italia pesa meno
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Secondo un recente studio condotto dai ricercatori del National Bureau of Economie Research (NBER), pubblicato dal Journal ofLaw and Economics dell’Università di Chicago, che ha analizzato il legame tra la pubblicità dei fast food e l’obesità, se si vietassero gli spot di hamburger e patatine nei programmi tv per bambini e ragazzi statunitensi si ridurrebbe del 18% il tasso di obesità nei primi e del 14% nei secondi. In Italia per fortuna il problema è meno grave, perché sulle nostre reti i fast food sembrano per ora meno interessati a investire in pubblicità. Tuttavia durante la nostra inchiesta abbiamo trovato nel piccolo schermo la pubblicità di McDonald’s, per un totale di 51 passaggi in una settimana di monitoraggio sulle principali reti italiane. Più regole sul cibo II problema dell’obesità infantile affligge anche l’Europa, Italia in testa, non solo gli Stati Uniti. Qualche Paese ha già pensato a porvi rimedio: gli spot pubblicitari nei programmi per bambini sono vietati in Svezia, Norvegia e Finlandia. L’obesità, infatti, non è solo una questione estetica: un bambino grasso ha alte probabilità di diventare un adulto obeso, con il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e tumori. Ecco perché bisogna fare prevenzione, a partire già da piccoli. I genitori hanno un ruolo fondamentale nell’educare i figli a una sana cultura alimentare. La campagna di Consumers International contro il cibo spazzatura (ne parliamo nel riquadro in fondo a questa pagina), che anche Altroconsumo sostiene da tempo, ha proprio l’obiettivo di dare maggiori regole al mercato selvaggio della pubblicità alimentare. Non si tratta di bandire i fast food. Ma neanche di consentire che si faccia di tutto per farli diventare un’abitudine. Una cattiva abitudine.
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POSTER, WEB, GIOCHI: LE ESCHE PER ATTIRARE LA CLIENTELA
Spesso i fast food sono in posizione strategica per il target più giovane: vicino alle scuole, nelle aree di passeggio più centrali della città, vicino ai centri commerciali. Ma si punta anche molto sui siti web. • Nelle catene si sfrutta di frequente l’abbinamento di giochi collezionabili ai menu per bambini: una classica tecnica per fidelizzare i clienti più piccini, spinti a tornare la settimana dopo se vogliono completare la raccolta. • Anche le confezioni attirano con personaggi e colori accattivanti. • Sui siti online, sono proposti giochi al computer: per chi partecipa, buoni sconto. • II piccolo utente è spinto a coinvolgere altri amici, per esempio con l’invio di email o cartoline virtuali : è il “marketing virale”.
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LA NOSTRA INCHIESTA
L’inchiesta analizza le tecniche di marketing utilizzate dalle catene di fast food per attrarre bambini e adolescenti. In pratica, la pubblicità e le promozioni diffuse nei negozi, via web e in televisione.
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VISITE Al NEGOZI
Le catene prese in esame sono: McDonald’s e Burger King, più Spizzico, la versione italiana del fast food. In totale abbiamo visitato 6 ristoranti per catena.
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DOVE E QUANDO
I sopralluoghi sono stati fatti in incognito a Roma e a Milano tra aprile e maggio, sia nei giorni feriali sia nel week end.
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UN’INDAGINE ALLARGATA
L’inchiesta è stata fatta in Paesi di tutto il mondo, coordinata da Consumer International, organizzazione mondiale delle associazioni di consumatori, all’interno di una più ampia campagna contro il marketing del “cibo spazzatura”.
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Una bomba se il menu è un fuoripasto Le calorie ingerite da adolescenti e adulti sono elevate. Soprattutto se hamburger e patatine sostituiscono lo spuntino quotidiano. Troppo salato (colpa soprattutto delle patatine), ricco di zuccheri (per le bevande gassate) e pieno di grassi (quindi ipercalorico). Date un’occhiata qui sotto al menu per bambini offerto nei fast food e vi renderete conto che un solo pasto di questo tipo fa assumere a vostro figlio anche più del 40% del fabbisogno giornaliero (GDA) di sale, il 55% di zuccheri (se si prende anche uno snack dolce) e il 70% di acidi grassi saturi mangiando pizza, patatine e coca cola. Il menu per adulti, acquistato anche dagli adolescenti, è molto più squilibrato soprattutto pasteggiando da Spizzico. Insomma, se volete concedervi lo sfizio, è bene che sia uno sgarro occasionale. Soprattutto se hamburger e patatine sono un fuoripasto, si rischia di superare di 3-4 volte le calorie consigliate dai nutrizionisti per la merenda dei ragazzi.
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NUOVE TENDENZE: IL MENU SALUTISTA
La filosofia dei fast food negli ultimi anni si è orientata verso scelte più salutari. Sono nati menu di stampo mediterraneo, che propongono frutta e verdura. Ciò permette di abbracciare un pubblico più ampio, come le donne attente alla linea e al benessere. Inoltre l’immagine complessiva del fast food si ripulisce almeno in parte della cattiva reputazione di cibo malsano e calorico. Ecco allora che da McDonald’s carote, mela e uva diventano un’alternativa alle patatine fritte e agli snack, sostituibili con una macedonia anche da Spizzico, magari con acqua al posto delle bevande gassate.
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PATATINE FRITTE: UNO SFIZIO CHE PESA
Ce lo chiediamo tutti: l’olio utilizzato per la frittura viene cambiato con regolarità? Nessuno dei campioni di patatine analizzati da segno di deterioramento. In compenso, il contenuto in grassi è elevato. Una porzione piccola apporta circa un quarto dei grassi da assumere in una giornata. Troppo, visto che le patatine rappresentano una parte del menu spesso consumata fuori pasto. Peso e calorie dipendono dal formato scelto.
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OLIO NON SEMPRE DA FRITTURA
Le patatine in genere sono fritte in una miscela di oli idonea alle alte temperature, come il mix di girasole e palma utilizzato da Burger King, mentre è meno adatto l’olio di mais sfruttato da Spizzico.
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TROPPO SALE
Le patatine di Burger King sono le più salate: una porzione media apporta circa il 20% della quantità di sale che dovremmo consumare in un’intera giornata (diventa il 30% se si sceglie la porzione più grande).
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La nostra voceAltroconsumo da tempo è impegnata nella lotta contro l’obesità infantile, favorita dalla pubblicità alimentare aggressiva (vedi il logo della nostra campagna

fonte

nell’immagine a fianco). Insieme a Consumers International, l’organizzazione mondiale delle associazioni di consumatori, sosteniamo da tempo l’adozione di un Codice di autoregolamentazione sul marketing di alimenti e bevande destinate ai più piccoli. Il codice, che auspichiamo venga adottato dall’Organizzazione mondiale della sanità, punta a prevenire i danni alla salute legati al consumo di cibi e bevande ipercalorici. Per combattere l’obesità bisogna frenare il bombardamento pubblicitario imposto dalle aziende alimentari. Ecco alcune regole per proteggere i più giovani. • Regali, giocattoli collezionabili, personaggi famosi, cartoni animati, che attirano l’attenzione dei bimbi, non devono essere sfruttati per pubblicizzare alimenti poco salutari. • Deve essere ridotta la pubblicità televisiva di cibi troppo ricchi di grassi, zucchero o sale nelle ore di programmazione pomeridiane, ma anche quella via internet. • L’educazione alimentare va insegnata nelle scuole, dove bisogna promuovere il consumo di frutta e verdura. II sito junkfoodgeneration.org presenta la campagna di Consumers International contro il “cibo spazzatura”. Su altroconsumo.lt la campagna di Altroconsumo per la lotta all’obesità infantile.

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01/10/2009
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CONGO – “Sono un bambino, non sono un soldato”. Andare a scuola in un paese in guerra

TESTIMONIANZE

“Sono un bambino, non sono un soldato”
Andare a scuola in un paese in guerra

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I progetti di Intersos nella Repubblica Democratica del Congo, a Bakudangbà, nel cuore della foresta equatoriale. Servono i materiali per rimettere in piedi i sette edifici che componevano il plesso scolastico. Le difficoltà dei trasporti. Ci si muove solo in motocicletta

"Sono un bambino, non sono un soldato" Andare a scuola in un paese in guerra

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ROMA – Nel distretto dello Uélé, all’estremo Nord della Repubblica Democratica del Congo ogni giorno 300 bambini attraversano 12 chilometri di foresta equatoriale. Partono dalle loro case all’ora del pranzo, a piccoli gruppi, e dopo poche ore tornano indietro, quasi sempre. Nel tragitto subiscono soprusi, vengono derubati e rischiano di essere rapiti dalle milizie armate del LRA, il famigerato Esercito di resistenza del Signore. Ma questo è l’unico modo per continuare ad andare a scuola.

La scuola distrutta. Nel 2009 la scuola primaria di Bakudangba venne quasi completamente distrutta durante un attacco del LRA. I sei maestri e l’amministratore impiegati nella scuola decisero di non chiuderla, ma di spostare le lezioni nei locali della scuola primaria cattolica a Doruma, il centro abitato più grande che dista 12 chilometri dal piccolo villaggio. Prima dell’attacco, la scuola contava 318 scolari, mentre ora solo 310 (118 ragazze e 192 ragazzi) frequentano le classi dalla prima alla sesta. Le famiglie sono divise durante la settimana, la normale vita quotidiana del villaggio è interrotta, e per tutti recarsi a scuola è fonte di paura e grandi difficolta’.

I trasporti? Solo motociclette. La zona dove opera INTERSOS 1 è al confine tra Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, ed è totalmente coperta dalla foresta equatoriale. I trasporti e i movimenti dello staff INTERSOS, sono necessariamente affidati unicamente alle motociclette, con le quali è possibile raggiungere i villaggi. Le macchine non riescono a passare. INTERSOS è in quest’area dal 2009 per dare riparo agli sfollati e assistere le vittime delle violenze fisiche e psicologiche dei miliziani, soprattutto i bambini. Anche per gli operatori umanitari la zona è molto difficile, e sono loro stessi bersagli delle violenze.

Servono materiali.
“Per questo stiamo ricostruendo la scuola primaria nel villaggio di Bakudangbà spiega Ludovico Gammarelli, capomissione in Congo. “Servono i materiali per rimettere in piedi i sette edifici della scuola. Solo una classe è tutt’ora integra ma va ristrutturata, due hanno solo pareti in mattoni i mentre quattro sono completamente distrutti. E gli arredi, i banchi e le lavagne. Serve un sostegno concreto, per portare a termine i lavori al più presto”. Con la Campagna di INTERSOS “Costruiamo le scuole in Congo per togliere i bambini dalla guerra” si può contribuire a garantire l’accesso all’educazione agli scolari più giovani, e a ridurre il rischio di reclutamento di bambini soldato dovuto ai continui spostamenti nelle zone insicure della foresta.

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01 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2011/07/01/news/intersos_bambini_soldato_in_congo-18522390/?rss

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ALIMENTAZIONE & SALUTE – Sì alle sardine, no ai gamberi

Sì alle sardine, no ai gamberi

immagine ridotta, clicca per ingrandire

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Da portare in tavola: tonnetti, sgombri, cavalla e lampughe. Da evitare: anguille, merluzzi, sogliole e orate. Ecco la guida per scegliere i pesci non avvelenati da mercurio o antibiotici

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di Elisa Manacorda

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Ecco un esperimento facile facile: provate a chiedere, alle bancarelle del mercato rionale, un filetto di pesce serra, tre etti di zerro e una cavalla. Nella migliore delle ipotesi vi rideranno dietro. Perché nelle cassette di polistirolo in bella vista sui banchi del pesce troverete infinite spigole e orate di dimensioni standard (la misura di una monoporzione), tanti filetti di pangasio, il pesce gatto allevato nelle acque del Sud-est asiatico, dove la regolamentazione su prodotti chimici e antibiotici è assai più lasca che dalle nostre parti, e montagne di gamberi del Golfo del Messico dove è stata appena riaperta la pesca dopo i disastri della fuoriuscita di greggio dalla piattaforma Bp un anno fa e molti sono preoccupati degli effetti sulla popolazione ittica dei solventi chimici impiegati per dissolvere la marea nera. Sebbene infatti nel mar Mediterraneo vivano almeno 500 specie di pesce commestibile, sulle nostre tavole ne arrivano, a essere generosi, una decina, mentre consumiamo in abbondanza prodotti che vengono dagli oceani.

“Gli italiani amano il pesce-bistecca: senza spine, veloce da pulire e facile da cucinare”, dice Silvio Greco, biologo marino e docente di Produzioni animali all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo. E il problema non è solo italiano. Sono tutti i cittadini europei a consumare pesce sbagliato, e più di quanto i mari del Vecchio continente siano in grado di produrre, tanto da diventare sempre più dipendenti dalle importazioni: se tutti i paesi dell’Unione dovessero consumare solo prodotti ittici nazionali, le scorte finirebbero il 2 luglio prossimo, come denuncia il dossier “Fish dependance day”, appena presentato dalla New Economics Foundation e da Ocean 2012.

Le riserve ittiche dei nostri mari sono insomma al lumicino, e l’80 per cento di tutte le specie presenti nelle acque europee è sfruttato oltre i limiti della sostenibilità.

Il fatto è che il Mediterraneo è un mare al collasso: racchiude appena il 7 per cento delle acque del pianeta, e ospita il 30 per cento di tutto il traffico di petroliere. “Nel Mare nostrum abbiamo rilevato una quantità di catrame pelagico galleggiante 60 volte superiore a quella presente nell’Oceano indiano”, continua Greco. E i pochi studi condotti sino a oggi dicono che dei 37 stock ittici condivisi dai paesi rivieraschi, almeno 30 sono sovrasfruttati: la continua e indiscriminata cattura di pesci impedisce alle specie di riprodursi e ripopolare le acque. Così siamo costretti a importarne il 37 per cento in più rispetto a un ventennio fa.

Pigri e conservatori, anziché sfruttare l’infinita varietà delle acque nazionali, gli italiani si accaniscono sulle specie in pericolo. Come il tonno rosso del Mediterraneo, a rischio non soltanto per la sovrappesca, ma anche per la contaminazione da mercurio e policlorobiofenili (diossina e simili), il pesce spada o il salmone. Errore blu, secondo Greco: “I pesci di grandi dimensioni e dal ciclo vitale lungo hanno più tempo per accumulare nelle loro carni tutti gli inquinanti del mare, come i metalli pesanti (primo tra tutti il mercurio) e gli idrocarburi policiclici aromatici. Meglio sarebbe nutrirsi di pesci di taglia media o piccola anche da adulti”.

Gli italiani amano spigole e orate, ma consumano quelle da acquacoltura, cresciute a forza di mangimi, se è vero che nella classifica dei consumi ai primi cinque posti troviamo quattro specie prevalentemente o esclusivamente allevate (orate, cozze, spigole e trote salmonate). Ma anche in questo caso, finiamo col consumare sempre le stesse cose: “Le specie allevate sono pochissime, circa dieci di pesce, tre di crostacei e sei di molluschi”, continua Greco. Con l’incongruo che normalmente gli esemplari da allevamento sono nutriti con farine di altri pesci selvatici. E’ sostenibile catturare 20 chili di pesce per ottenere un chilo di prodotto da allevamento? Non solo: le farine sono ottenute per lo più da pesci di piccola taglia interi, comprese le viscere, ma anche dagli scarti industriali della lavorazione di prodotti ittici per omogeneizzati per bambini e per la gastronomia. Il risultato è che queste farine contengono il 60 per cento di proteine e il resto di grassi.

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31 maggio 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/si-alle-sardine-no-ai-gamberi/2152505

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CINA – Lezioni d’amore (anche omosessuale) all’Università di Pechino

Nelle linee guida anche l’amore omosessuale

Lezioni d’amore all’Università di Pechino

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Con una iniziativa controversa, il Comitato municipale per l’educazione della capitale ha introdotto tra le materie d’insegnamento “come gestire una relazione romantica”. Nelle nuove “linee guida” per l’insegnamento universitario, per la prima volta, c’è anche “l’amore omosessuale”. “E’ una vera novità”, ha commentato Fang Gang, professore all’Università di Pechino. Secondo Fang in Cina gli omosessuali vanno ancora incontro a “pregiudizi e discriminazioni”, e il corso universitario potrà aiutare gli studenti e la società a superare gli uni e ad abbandonare le altre

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Roma,

Ore dieci, lezione di amore. Sembra il titolo di un film “rosa”, invece è quello che succederà nei prossimi mesi nelle Università di Pechino.

Con una iniziativa controversa, il Comitato municipale per l’educazione della capitale ha introdotto tra le materie d’insegnamento “come gestire una relazione romantica”. Nelle nuove “linee guida” per l’insegnamento universitario, per la prima volta, c’è anche “l’amore omosessuale”. “E’ una vera novità”, ha commentato Fang Gang, professore all’Università di Pechino. Secondo Fang in Cina gli omosessuali vanno ancora incontro a “pregiudizi e discriminazioni”, e il corso universitario potrà aiutare gli studenti e la società a superare gli uni e ad abbandonare le altre.

Molti studenti hanno espresso opinioni critiche sull’idea che l’amore possa essere una materia d’ insegnamento, come la storia o la matematica. “Una relazione romantica non si può insegnare, è una cosa della quale bisogna fare esperienza e che bisogna capire da soli”, ha commentato Zhang Yu, studentessa dell’ Università Normale di Pechino che afferma di essersi appena separata dal suo fidanzato.

“Potrei anche seguire il corso, ma solo per divertimento”, ha aggiunto. Secondo il documento del Comitato, i corsi sulle relazioni amorose dovrebbero aiutare i giovani a capirne il significato e a gestirle. Sui banchi dell’ Università gli studenti dovrebbero imparare a esprimere, accettare, respingere, portare avanti una relazione, e a troncarla al momento opportuno.

Kong Lingyu, studentessa del secondo anno alla Tsinghua University, è anche lei scettica: “In amore – sostiene – non ci sono cose giuste e cose sbagliate. Se si comincia a insegnarlo in un corso si rischia di imporre agli studenti una visione molto tradizionale delle relazioni”. Jiang Jieqing, studente di scienze politiche, aggiunge che spesso tra giovani si parla dei problemi amorosi. “Ma – aggiunge – non ho mai sentito che qualcuno si sia rivolto ai professori per chiedere un consiglio”.

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Nel 2009 in Cina era stata lanciata la Campaign To Break Sex Taboos, per informare sulle malattie trasmissibili e combattere l’infertilità – fonte

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Xia Xuelan, insegnante di sociologia, la pensa diversamente. Secondo il professore, “(i corsi) possono aiutare gli studenti a formarsi una visione positiva dell’ amore e ad imparare a gestire i fallimenti nelle relazioni in modo da evitare comportamenti estremi”. “Ma certo – conclude – non è possibile imparare a gestire una relazione in un corso universitario”.

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19 aprile 2011

fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=152050