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Don Gallo, l’appello della comunità “Non lasciateci soli”

Don Gallo, l’appello della comunità “Non lasciateci soli”
Don Andrea Gallo

Don Gallo, l’appello della comunità
“Non lasciateci soli

I giovani della Comunità si stringono attorno al ricordo del ‘sacerdote degli ultimi’: “Dopo queste giornate in cui siamo stati attraversati da migliaia di persone, abbiamo bisogno di un momento di riflessione. Insieme vogliamo continuare l’opera del Don”

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di AVA ZUNINO

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La parola d’ordine è “non lasciateci soli”. Gli “eredi” di don Gallo chiedono che la Comunità non ‘abbandonata’ dalla città. Dopo essere stati travolti dalla valanga di messaggi, manifestazioni di affetto e seimila presenze alle esequie, i giovani della comunità di San Benedetto temono che presto – troppo presto – arrivi il momento in cui ciascuno proseguirà per la sua strada.

Il giorno dopo il funerale di don Andrea Gallo, la comunità si chiude in riflessione: “Dopo queste giornate in cui siamo stati attraversati da migliaia di persone, dal giorno della morte di Andrea e anche prima, durante la sua malattia, abbiamo forse bisogno di un momento di riflessione, di parlarci tra noi”.

Vogliono tenere il passo del Don, ma trasportando ciascuno un pezzo della sua creatura e dei suoi valori. Come? “Diventando un coro – spiegano in comunità – una pluralità di voci, parleremo in diversi e tanti”, dicono.

Intanto anche fuori si preparano gli appuntamenti di cui lui è stato protagonista da sempre. Il primo avverrà proprio pochi giorni dopo il suo compleanno. Per la precisione tre giorni dopo: il 21 luglio anniversario del G8 e della morte di Carlo Giuliani. Per la prima volta da quel luglio del 2001, all’incontro in piazza Alimonda per celebrare quel tragico anniversario, don Gallo non ci sarà.

Proprio il G8 e la morte di Giuliani sono stati uno degli eventi che don Ciotti sabato mattina aveva ricordato dall’altare della chiesa del Carmine durante i funerali del Don. Parlava di don Gallo, il don Gallo che ha preso la bandiera di tante battaglie, da quella contro i Cie – i Centri di identificazione ed espulsione – e le condizioni dei carcerati, a quella contro le impronte digitali per schedare i Rom, fino alla solidarietà ai NoTav.

“L’emarginazione e la povertà — ha detto ancora Don Ciotti ricordando il pensiero di don Gallo — non sono fatalità ma il prodotto di ingiustizie e precise scelte politiche. Le sue parole, a volte sferzanti, nascevano da un grande desiderio di giustizia”. (26 maggio 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte genova.repubblica.it

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ROMA – Disoccupato ruba fette d’arrosto per sfamare il figlio: condannato a sei mesi di carcere (da scontare)

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fonte immagine cilentonotizie.it

Disoccupato ruba fette d’arrosto per sfamare il figlio: condannato a sei mesi

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di Michela Allegri

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Dovrà scontare sei mesi di carcere per essersi infilato dentro le tasche e sotto i vestiti una fetta d’arrosto, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’olio. Ha rubato per fame , Filippo P., 34 anni e disoccupato, con una famiglia da mantenere e ridotto sul lastrico dalla crisi economica che nel 2010 gli ha fatto perdere anche l’ultimo lavoretto precario. Era già stato arrestato due settimane fa, per aver sottratto pane, latte e una confezione di prosciutto dagli scaffali di un supermercato. Un furto più che modesto: aveva arraffato quello che bastava per sfamare la sua famiglia, giusto per mettere qualcosa nel frigorifero di casa, e per dare da mangiare alla moglie e al figlio di quattro anni. Processato con rito direttissimo, Filippo era stato condannato a cinque mesi con la condizionale, e liberato con l’obbligo di firma.LA CATTURA
Due giorni fa, però, l’uomo è stato sorpreso di nuovo mentre tentava di uscire dal Conad di Corso Francia con una spesa di dieci euro non pagata e nascosta sotto la giacca. I vigilantes del supermercato lo hanno bloccato e hanno chiamato i carabinieri. Giunti sul posto i militari lo hanno arrestato con l’accusa di furto aggravato. Ieri mattina, Filippo è tornato sul banco degli imputati del tribunale di Roma, per la convalida dell’arresto e un nuovo processo per direttissima. Il giudice dell’ottava sezione penale, Fabio Mostarda, pur comprendendo il dramma personale dell’imputato, non ha comunque potuto fare altro che disporne la custodia cautelare in carcere. Filippo, difeso dall’avvocato Gianluca Arrighi, ha poi patteggiato una condanna a 6 mesi di reclusione che sconterà a Regina Coeli.

LA DIFESA
«Ho assunto gratuitamente la difesa – ha commentato l’avvocato Arrighi – perché ritengo che vi siano dei casi umani che noi penalisti non possiamo esimerci dall’accettare. Purtroppo negli ultimi anni i casi di persone che commettono furti di generi alimentari è aumentato in modo esponenziale. È ovvio che nulla giustifica la commissione di reati ma una cosa è rubare per arricchirsi e una cosa è rubare per mangiare. Il dato è allarmante e deve far riflettere su come i crimini siano spesso il riflesso dei malesseri della nostra società».

domenica 26 maggio 2013 – 12:12
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Pantelleria, impossibile partorire. Le donne si incatenano davanti all’ospedale

rairai

Pubblicato in data 08/mar/2013

Codice a barre 08/03/2013 – Da qualche tempo è stato chiuso il punto nascita dell’isola di
Pantelleria e da allora gli isolani, in particolare le donne che
risiedono a Pantelleria, ma non solo, hanno cominciato una battaglia
per la sua riapertura, cercando di trovare un accordo con le
istituzioni locali e nazionali. A tutte le istituzioni è stato
sollecitato un intervento immediato, ma sarà la Regione Sicilia a
dover decidere in merito. C’è stato infatti in questi anni un processo
di razionalizzazione del servizio sanitario, con la chiusura di
ospedali e poliambulatori, che ha colpito vari paesi. Ma avere un
presidio medico significa in qualche modo essere riconosciuti come
una comunità attiva e viva. E gli abitanti di Pantelleria, in
particolare, chiedono anche questo. Raffaella Offidani ha ricostruito
la vicenda in questo servizio. Guarda tutti i video di Codice a barre su http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/…

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Una precedente protesta a Roma – fonte immagine

Pantelleria, impossibile partorire. Le donne si incatenano davanti all’ospedale

Da dicembre le strutture dell’isola non sono più adeguate a ospitare i parti e le donne sono costrette a spostarsi sulla ‘terraferma’ siciliana. Ora un provvedimento della giunta cercherà di rimettere in sicurezza le strutture cercando nuovi fondi

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di | 29 marzo 2013

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Dal 18 dicembre l’ospedale di Pantelleria non è più adeguato a far partorire le donne dell’isola. A questa situazione si è messo riparo proprio nel primo pomeriggio di oggi con la giunta regionale che ha approvato un provvedimento proposto dall’assessore alla Salute Lucia Borsellino. Ma la situazione non cambierà presto perché servono anche i tempi per reperire attrezzature e personale.

Una vicenda che il Governo Crocetta ha ereditato dal suo predecessore e che rischiava di finire nel dimenticatoio se fino a questa mattina e nei due giorni precedenti un centinaio di donne dell’isola non avessero deciso di incatenarsi davanti all’ospedale. Una protesta che ha indotto il prefetto Magno a sollecitare l’attenzione del presidente Crocetta.

Uno scenario di situazioni paradossali. Per alcune settimane si è proceduto con il ricovero della partorienti che, prossime al parto, venivano trasportate in elisoccorso a Palermo. Costo di ogni volo, a carico della Regione, 8mila euro.

Nel frattempo le donne che volevano evitare seri problemi si facevano rilasciare dai medici di famiglia due certificati, uno che attestava condizioni di salute tali da consigliare il ricovero in strutture specializzate, così da scavalcare il ricovero-parcheggio al Nagar. E poi un secondo certificato poi, con la firma dello stesso medico, che certificava le buone condizioni di salute così da potere prendere l’aereo per raggiungere a secondo i casi o Palermo o Trapani. In aereo infatti le partorienti all’8° mese non possono più viaggiare, e in stato di gravidanza avanzato con un certificato di buona salute.

L’Asp ha introdotto l’obbligo per tutte le partorienti di lasciare l’isola alla 32° settimana di gravidanza, di fatto delle vere e proprie “espulsioni”. Da qui la protesta di questi giorni e le conseguenze che restano a carico delle famiglie: ovviamente, infatti, le partorienti costrette a trasferirsi sulla “terraferma” siciliana si sono dovute sobbarcare spese per case da affittare, per non parlare dei bambini e ragazzi lasciati sull’isola o traferiti altrove per necessità.

“Come al solito – dicono alcune donne attraverso il social network Facebook – i diritti in quest’isola vengono calpestati, si protesta contro i femminicidi e qui subiamo violenze altrettanto gravi di natura psicologica”.

Il provvedimento del Governo siciliano riguarda la messa in sicurezza dei punti nascita di Pantelleria, Lipari, Mistretta, Bronte, Nicosia, Mussomeli e di una casa di cura a Santo Stefano di Quisquina, strutture rimaste fuori perché secondo i nuovi parametri per i presidi al di sotto della soglia dei 500 nuovi nati non potevano essere stanziate nuove somme. Ma le caratteristiche geografiche rendono necessario che questi soldi vengano trovati, e l’assessore Borsellino andrà a chiedere uno specifico finanziamento al Ministero della Salute.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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NAPOLI – Sequestrati 3 ospizi lager: 2 degenti ritrovati morti dopo una fuga, 150 pazienti maltrattati

Sequestrati 3 ospizi lager: 2 degenti ritrovati morti dopo una fuga, 150 pazienti maltrattati

Sequestrati 3 ospizi lager: 2 degenti ritrovati morti dopo una fuga, 150 pazienti maltrattati

Operazione dei carabinieri del Nas in tre strutture in provincia di Napoli, a Calvizzano. Dall’indagine, particolari inquietanti e una donna ha scritto su un foglio: “Gli infermieri mi riempiono di botte”

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I carabinieri del Nas stanno eseguendo il sequestro di tre strutture di accoglienza per anziani e disabili in viale della Resistenza a Calvizzano (Napoli) che ospitano circa 150 degenti. Il sequestro è stato disposto dal gip Eduardo De Gregorio perchè dalle indagini, coordinate dal pm Giovanni Corona, è emerso che gli ospiti delle tre strutture venivano assistiti in maniera inadeguata da personale non abilitato, abbandonati a se stessi e in alcuni casi sottoposti a maltrattamenti.

Dall’operazione in corso emergono inquietanti particolari. Ai carabinieri infatti risulta che tre degenti, sofferenti di disturbi psichici, si erano allontanati dalle strutture e due di loro sono stati successivamente trovati morti; nel corso di un’ispezione del Nas, inoltre, un’anziana donna non in grado di parlare ha scritto su un foglio: “Gli infermieri mi riempiono di botte”.

Nel corso delle operazioni di sequestro, gli ospiti con problemi di salute saranno trasportati in ospedale con le ambulanze; gli altri saranno ricollocati entro 15 giorni in strutture idonee. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 2007 e il 2012. I reati contestati vanno dall’abbandono di incapaci ai maltrattamenti all’esercizio abusivo della professione sanitaria. (06 marzo 2013)

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fonte napoli.repubblica.it

La seconda vita del figlio conteso

La seconda vita del figlio conteso
Il bambino portato via a forza dalla polizia

La seconda vita del figlio conteso

Tutti ricordano le immagini shock di un bambino portato via da scuola dalla polizia. A dieci anni aspetta di essere “resettato” in un luogo protetto a Padova. Vede la mamma un giorno su due e il papà sempre. Dicono che ora è più sereno. La sua storia è quella di una delle vittime della guerra tra genitori, la maggior parte degli oltre 29 mila minori che vivono lontani dalle famiglie

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di  CARLO VERDELLI

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PADOVA Che sogni farà, la notte, il bambino strappato? E quanto ci metterà la mattina a disperderne l’ombra, a riprendere le misure dell’esilio colorato che ha preso il posto della sua casa? Il suo esilio, forse il suo rifugio, è una villetta su tre piani, gestita da una ex suora e alcuni volontari. Ci gioca insieme ad altri sette compagni d’avventura o di sventura, va a scuola lì vicino, rientra, studia, dorme, vede la madre un giorno su due e il padre sempre. Aspetta di essere “resettato”, come è spaventosamente scritto nel decreto della corte di Appello dei Venezia che l’ha spedito a Padova, 30 chilometri da dove viveva, 30 chilometri dalla scena dove si è consumato lo strappo. Il suo strappo.

VIDEO Il bambino portato via a forza da scuola

Si dimentica la Storia, figurarsi la cronaca. Eppure la vicenda di questo bambino, che chiameremo X, pochi mesi fa ha sconvolto tanta Italia. C’è un video, tre minuti, che chi l’ha visto non può più scordare. Riprende un ragazzino con una tuta azzurra e una vocina disperata che si dimena mentre degli uomini cercano di trascinarlo sul marciapiede. Implora la zia che sta riprendendo la scena mentre lancia urla rabbiose contro i poliziotti che lottano col nipote (“Lasciatelo stare! Non vedete che non respira! Stronzi, cosa siete, la Gestapo?”). Lui, il bambino X, cerca di aggrapparsi alla strada, graffiandola con le mani. Ancora la voce fuori campo della zia: “Fermatevi, il bambino dice che non vuole andare con suo padre perché lo maltratta”. Lo maltratta? E allora perché i giudici l’hanno affidato proprio a lui? Sono pazzi? Consegnano un minore al suo persecutore?Il nonno materno è nella mischia, tira da una parte, i poliziotti dall’altra, X è in mezzo, strattonato, una bestiolina che si ribella al macello.

È il 10 ottobre scorso, un mercoledì. Non inquadrata, una scuola, la Elena Lucrezia Cornaro di Cittadella di Padova, intitolata alla prima donna laureata al mondo. Il bambino strappato studiava lì. Quando sono venuti a prenderlo in classe, pare che fosse tranquillo. Non felice, ma tranquillo. Poi, appena fuori, tutto cambia. Quel video: tre minuti di follia, insopportabili da vedere e da sentire, immaginarsi da vivere. Alla fine, X scompare dentro una macchina grigia. Comincia la caccia al mostro, ai mostri. I poliziotti, il padre, i magistrati che hanno firmato il decreto. Caccia spiccia, verdetto sbrigativo. La sentenza si consuma nel salotto di Barbara D’Urso su Canale 5.

Il pubblico ministero è Alessandra Mussolini, che si è precipitata a visitare X. Con l’abituale perentorietà, dice che il piccolo è provato, vive la cosa come una punizione, vuole solo tornare dalla mamma. Mamma che è in studio, i capelli spettinati dal dolore, insieme alla sorella, quella che ha girato il video. Piangono, protestano, invocano l'”onorevole Mussolini”: ci aiuti, lo tiri fuori, è un bambino maturo, sa quello che vuole.

Ma davvero X può sapere quello che vuole? Davvero a 10 anni, dopo un’infanzia frantumata da una guerra tra genitori combattuta sul suo cuore, un bambino è in grado di capire che cosa è meglio per sé? Il clan materno è convintissimo di sì. Insieme al nonno, dirigente d’azienda e volitivo capofamiglia, tenta anche un blitz nell’istituto che “imprigiona” X. Il bambino verrà liberato, promettono e si promettono. Non succederà. La liberazione di X passa per altri percorsi. Smettere di essere scambiato per un campo di battaglia, per esempio.

Intanto, tutti danno addosso, e c’è da capirlo, ai poliziotti del video, il braccio brutale della legge, epigoni dei carabinieri che arrestarono Pinocchio, tanto che il loro capo, il prefetto Antonio Manganelli, si scusa pubblicamente, e particolarmente con i parenti materni. Passa un po’ sotto silenzio il fatto che erano già stati fatti due tentativi per portare X in luogo protetto, sempre su mandato della magistratura, ma in entrambi i casi il bambino era sparito, o convinto a sparire, sotto un letto e i carabinieri avevano desistito.

I genitori di X si chiamano Ombretta, 42 anni, e Michele, 43. Si sposano nel 2001, nel Duomo di Massa (lei è toscana, lui padovano). L’anno dopo nasce il primo e unico figlio. Altri due anni e arriva la separazione. Consensuale. Lui resta nella casa di Cittadella dove abitavano, lei si trasferisce con X da suo padre. Fine di un amore, inizio tranquillo di un nuovo ciclo, con Michele che va a trovare il bambino quando vuole, l’accordo che appena X avrà compiuto 3 anni potrà andare a dormire qualche volta dal suo papà e farci qualche vacanza insieme. Poi?

“Poi mio figlio fa 3 anni e mia moglie mi dice: non sono pronta, e neanche lui. Accetto, lascio passare sei o sette mesi, ma qualcosa sta cambiando, me ne accorgo, allora comincio a insistere, chiedo il rispetto del nostro patto”.

Ombretta, tramite il suo avvocato, fa sapere che preferisce non parlare: la vicenda legale non è conclusa, non vorremmo compromettere esiti che invece auspichiamo con tutto il cuore, per il bene del bambino, ci comprenda…

Michele ha l’ufficio di avvocato a un passo dal tribunale di Padova, in un vecchio stabile pieno di uffici di avvocati. È un uomo magro, vestito di scuro, mite nei gesti, gentile ma cauto nel parlare, complessivamente triste. “Un po’ per volta, X diventa freddo con me, quanto prima era dolce e affettuoso. Io non capisco, cerco in ogni modo di recuperare il suo bene, ma le cose peggiorano ancora, diventano terribili. Mi rifiuta, rifiuta di chiamarmi papà, dice “quello”, “lui”. E poi pugni, calci, un’ostilità feroce, impressionante. Mi rivolgo al Tribunale dei minori, cominciano degli incontri protetti, io, lui e mia moglie, ma per X ormai sono il nemico”. Si sarà chiesto il perché di questa metamorfosi, il perché Ombretta la odi così tanto. “Non penso che mia moglie mi odi” (Michele continua a chiamarla “mia moglie” per tutta la durata dell’incontro). “Forse, magari inconsciamente, è rimasta vittima del suo di padre, chissà. L’unica cosa certa è che ha cresciuto X nel disprezzo di me, e questo è un male per il bambino”.

Anche andare con la polizia a prelevarlo a scuola non deve avergli fatto benissimo. “C’è un decreto della Corte di Appello di Venezia, luglio 2012, che stabilisce l’allontanamento di X dalla madre e la scelta di un luogo neutro dove ripararlo. Eravamo a ottobre, tutti i tentativi di applicare quella disposizione erano falliti. Io dovevo, dovevo capisce?, salvare mio figlio. Quando leggo del bambino conteso, mi ribello. Non sto contendendo X a nessuno. Chiedo solo che possa crescere con una madre e con un padre. Anche con un padre che sono io”.

Come va adesso con suo figlio? “Sta meglio, è certo che sta meglio. Per anni ha avuto uno sguardo strano, come se rivolgesse gli occhi sempre in su. Ora ti guarda. Qualche volta mi dà anche la mano o mi abbraccia, e questo mi commuove. A scuola è uno dei primi della classe. A me piace la letteratura, lui ha una propensione per la matematica, va benissimo. Vuole diventare chimico come il nonno? Benissimo. Io non cerco rivincite. Voglio solo che X cresca in pace. Mi sono laureato in diritto amministrativo, ma ora mi sto interessando sempre di più al diritto familiare. Perché non accada ad altri quello che è accaduto a X”.

“Quello di Padova è stato un disastro “, dice con esperienza Egidio Turetti, dal 2000 coordinatore del pronto intervento per i minori del comune di Milano. “Quando capitano cose simili da noi, cioè casi di bambini da allontanare dalla famiglia perché il tribunale ha deciso che era l’ultima e l’unica possibilità per salvarli, facciamo in modo di convocare i genitori dalle forze dell’ordine, così da liberare il campo da altre possibili ingerenze, e intanto qualcuno, con più delicatezza possibile, va a prelevare il bambino e lo porta alla comunità dove è stato assegnato. Nel 2012, ci è successo 32 volte”. Una volta al riparo, il bambino sta meglio? “Di sicuro smette di stare peggio. E poi così si dà ai genitori una scossa per provare a capire quanto hanno sbagliato e una possibilità per ricominciare. Il problema, quasi sempre, è che quei genitori non vedono la sofferenza del figlio. Come a Padova: il piccolo accetta i poliziotti in classe, poi si rivolta appena arrivato in strada. Non è strano? Vede i parenti, crede di non poter tradire le loro aspettative su di lui e si comporta di conseguenza”.

In Italia, da un anno, esiste un Garante per l’infanzia e l’adolescenza, di fatto la massima autorità in materia. Si chiama Vincenzo Spadafora, 39 anni, napoletano, una vita nel volontariato (e una parentesi come capo della segreteria di Rutelli, quand’era ministro dei Beni culturali). Si presenta in Parlamento, dicendo una cosa tanto ovvia quanto vera: “I bambini non votano, non hanno sindacati, non hanno voce, e quindi vengono per ultimi”. Provate a cercare la parola “bambino” in una delle tante agende di questa campagna elettorale. Non la troverete, se non per vaghi accenni alla necessità di investire sui giovani (che è un’altra cosa) o tutelare la famiglia (altra cosa ancora).

A Padova corre anche Spadafora, nei giorni di fuoco del bambino X. Visita la struttura che lo accoglie (“molto seria, come la stragrande maggioranza di questi istituti”), si fa l’idea che il caso, a parte gli eccessi, è uguale a tanti altri: il figlio come oggetto di scambio o di scontro tra genitori divisi non solo dalla legge ma anche dal rancore. “Sta crescendo il numero di affidi giudiziari rispetto a quelli consensuali, il che significa che sempre più giudici sono costretti a fare le veci dei genitori”.

È l’emergenza numero uno, signor Garante?
“No, quella è la povertà. Secondo l’Istat, abbiamo un milione e 800 mila minori che vivono in famiglie indigenti e più di 700 mila in condizioni di assoluta povertà. Il dato è peggiore nel Mezzogiorno, ma ormai il fenomeno si sta allargando alle periferie delle grandi città. E la povertà si eredita, con la conseguenza, per esempio, che tende a crescere l’abbandono scolastico. La crisi che stiamo attraversando peggiorerà la situazione. Spero molto che il prossimo Parlamento si renda conto della portata di questo allarme”. Succederà? “Da quando sono in carica, non ho ricevuto una telefonata da alcun leader politico. In compenso ho cercato un contatto con il premier in carica”. E che cosa le ha risposto Monti? “Per rispetto della competizione elettorale in corso, glielo dirò dopo il 24 febbraio”.

Il bambino X è nato nel 2002. A metà aprile compirà 11 anni. Non rientra nella casistica dei “minori di famiglie indigenti” (il padre è avvocato, la madre farmacista), ma contribuisce con il suo piccolo più uno alle statistiche elaborate in materia dall’Istituto degli Innocenti di Firenze. A inizio 2011, quelli fuori dalla famiglie di origine erano 29.309: metà in famiglie con la formula dell’affido temporaneo, metà in una delle 2.766 comunità riconosciute dallo Stato e gestite da onlus, associazioni religiose, il famoso “privato sociale”. Alla fine degli anni Novanta, il totale era di circa 25 mila: a far crescere la cifra sono stati soprattutto gli affidi, cresciuti del 50 per cento. Raddoppio anche per i minori stranieri: dal 10 al 22 per cento.

Dimenticarsi degli orfanotrofi, oltretutto aboliti per legge nel 2006 ma di fatto scomparsi già molti anni prima. Dentro quei collegi, con gli ospiti rapati e incolonnati con divisa e berrettino, si sono consumate infinite miserie, infinite carità, storie da libro Cuore o da Guinness. Dai Martinitt di Milano, per esempio, sono usciti l’editore Angelo Rizzoli, figlio di un ciabattino analfabeta che morì prima che lui nascesse; Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, oggi il secondo uomo più ricco d’Italia dopo Michele Ferrero e il 74° al mondo, secondo Forbes; Edoardo Bianchi, che poi inventò la prima bicicletta moderna, con la ruota anteriore più piccola e i pedali abbassati.

Oggi, solo l’1 per cento è orfano di entrambi i genitori (e il 4 per cento in una condizione di abbandono), il che significa che il 95 per cento di questi “bambini altrove” è costretto a esserlo per problemi dei genitori: inadeguatezza, maltrattamenti e incuria, alcolismo o tossicodipendenza, “importanti guasti relazionali tra il padre e la madre” (ed è questo, a occhio, il caso di X). Di conseguenza, prima i genitori rinsaviscono e prima i bambini tornano. Le statistiche però dicono che, in quasi la metà dei casi, la permanenza fuori va dai 2 ai 4 anni e oltre. Un costo pesante in termini di vita, non trascurabile nemmeno dal punto di vista della spesa. Una famiglia affidataria prende in media dallo Stato 400 euro al mese (che diventano 700 a Trento e 600 in Calabria e a Bolzano). Una casa- famiglia, per ospite, qualcosa di più, e il qualcosa, in assenza di dati ufficiali, è molto variabile.

Resterebbe l’adozione, ma è complicatissima per due motivi. Il primo è che i minori adottabili, cioè quelli per cui non esiste o non resta neanche un esilissimo legame parentale, sono pochi: mille l’anno. Il secondo è che il percorso di idoneità per una coppia che voglia adottare è lungo ed estremamente laborioso. Molti si scoraggiano nel tragitto, o cambiano strade, imboccando anche quelle non previste dalla legge. La morale è che, a fronte di 10 mila coppie richiedenti nell’anno Duemila, oggi siamo tra le 5-6 mila. E comunque il bambino X non è adottabile, neanche se intervenissero il Papa o Napolitano in persona. Alla fine dell’estate potrebbe lasciare la comunità dove tre mesi e mezzo fa è arrivato, spezzato e da “resettare”, su una macchina grigia di poliziotti in borghese. Potrebbe.

“Perché non accada ad altri quello che è accaduto a X”, dice il padre Michele.

Accadrà, continuerà ad accadere. E anche lei lo sa. I bambini di oggi sono condannati all’invisibilità. L’avvocato abbassa la testa, poi chiede permesso: suo figlio lo aspetta per andare a pranzo fuori. Gli ha appena scaricato un gioco sul telefonino che a X piace molto. “La cosa che lo diverte di più? Mah, andare al cinema… No, la playstation, non c’è proprio gara”. E per la prima volta il triste Michele sorride. (30 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

Arabia Saudita, muri nei negozi per separare donne e uomini

Arabia Saudita, muri nei negozi per separare donne e uomini
Un negozio di abbigliamento a Riad (foto Afp)

Arabia Saudita, muri nei negozi per separare donne e uomini

La misura varata dal governo per “proteggere” le commesse e le clienti dagli sguardi dei maschi. Da quasi due anni le saudite possono vendere biancheria intima e cosmetici anche nei centri commerciali, ma il contatto con i colleghi è considerato “a rischio”. Le barriere dovranno essere alte almeno 1,60 metri

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RIADMuri divisori nei negozi per separare donne e uomini. E’ l’ultima misura di segregazione imposta nel regno saudita per “proteggere” commesse e clienti dagli sguardi maschili. La misura verrà applicata nei negozi in cui sono impiegati commessi di sesso diverso. Le barriere dovranno essere alte almeno 1,60 metri. I negozianti hanno 30 giorni di tempo per erigere i “muri” o rischiano di dover pagare delle sanzioni.
La misura, spiega la Reuters, è stata emessa dal ministro del Lavoro Adel Faqih, con l’aiuto di Abdullatif al-Sheikh, capo della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, nota come “Mutawa”, e della polizia religiosa.

Le donne possono lavorare solo in luoghi di sole donne oppure nella vendita di biancheria intima e cosmetici. Questi ultimi due settori di lavoro sono stati approvati nel giugno 2011, quando il governo impose che i commessi (in gran parte uomini di origine asiatica) fossero sostituiti con donne saudite. Un provvedimento che aprì 44mila nuove posizioni di lavoro per donne saudite (il tasso di inoccupazione femminile è del 36%, solo il 7% della popolazione occupata nel privato è composta da donne). Fu una decisione sollecitata dalle stesse saudite che si dicevano a disagio nell’acquistare biancheria intima e cosmetici dagli uomini. Ma l’arrivo di tante donne nei luoghi di lavoro misti – ad esempio i centri commerciali – aveva sollevato problemi diversi, non ultimi molti casi di molestie. La misura adottata per eliminare il problema è, come spesso è capitato nel Paese, drastica e orientata alla segregazione: i muri.

Il cammino di emancipazione delle donne saudite è ancora allo stato embrionale. All’inizio dell’anno alle donne è stato permesso di partecipare al Consiglio consultiva della Shura, e 30 donne ne sono entrate a far parte – anche se per partecipare devono usare ingressi separati. Note ormai le campagne per il diritto di guida (soprattutto grazie alla popolare campagna di disobbedienza civile di Manal al Sharif divenuta popolare sui social network come #womentodrive), mentre il Regno del Golfo è uno dei pochi paesi al mondo che nega il suffragio universale. Le donne devono avere il permesso degli uomini per lavorare, viaggiare o aprire un conto corrente bancario. (29 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

MILANO – Welfare, cercasi cuochi a domicilio (volontari) per aiutare gli anziani soli


Adria (Ro), la protesta dei lavoratori della casa di riposo – fonte immagine

PROBLEMI CHE TALI NON SAREBBERO SE SOLO SI VOLESSE RISOLVERLI

Parrebbe una buona soluzione, non fosse che è il solito vecchio trucchetto: se non ci sono i soldi lo facciamo fare al volontario.
Da sempre il volontariato si è occupato dei problemi che lo Stato non è stato in grado (o solo in parte) di risolvere. Ora a Milano si vuole far passare per grande idea ‘luminosa’ la trovata di un assessore che non sa più che pesci pigliare, vista la gravità del problema anziani, mentre la soluzione, paradossalmente, sarebbe di una semplicità disarmante: incentivare, da parte del Comune e i Servizi Sociali, l’assistenza domiciliare. Personale qualificato ve n’è in abbondanza (in gran parte straniero) grazie alla politica della Regione che ha consentito il proliferare di corsi di formazione per personale addetto all’assistenza (anche domiciliare).  Si otterrebbe il duplice scopo di un aumento di posti di lavoro (da una parte) e di un’assistenza qualificata adatta allo scopo. Le risorse dovrebbero essere recuperate attraverso la dismissione di una lunga lista di cosidette ‘Case di Riposo’, la cui gestione ha ormai costi proibitivi e le rette sono altissime, e dove il personale, ormai quasi nella totalità facente parte di cooperative di servizi, viene sfruttato in modo ignobile con turni massacranti e paghe da fame. Cifre, al momento, non ve ne posso fornire, ma sarebbe interessante che qualcuno potesse occuparsene a fondo; si vedrebbe quale montagna di soldi viene fornita regolarmente ai privati (i soliti noti) per la fornitura di questi servizi e si noterebbe anche come una gestione diretta di proprio personale, in coordinamento con le Asl per ciò che riguarda la parte sanitaria, sarebbe di molto più conveniente, oltre che più tutelante per i lavoratori.

Ma, vivaddio, c’è il volontariato. E allora perché prendersi tanti mal di pancia? Forniamo servizi gratis e continuiamo a riempiere le saccocce dei soliti squali della politica e dell’imprenditoria privata.
Amen

mauro

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Welfare, cuochi a domicilio per aiutare gli anziani soli

Welfare, cuochi a domicilio per aiutare gli anziani soli

A Milano sono 40mila le persone anziane che hanno bisogno di aiuto e interventi di sostegno: due terzi degli over 75 non ricevono alcun tipo di servizio. E Palazzo Marino cerca volontari per offrire compagnia

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di ILARIA CARRA

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Sonto tanti gli anziani soli a Milano. Almeno 40mila, tantissimi e ognuno avrebbe bisogno di un aiuto. Un fenomeno, quello della solitudine nei quartieri più di periferia, che l’amministrazione sta tentando di contrastare. La strategia di fondo è quella di lavorare sempre di più per portare un maggior numero di servizi nei quartieri dove oggi mancano, da un supporto agli assistenti sociali a un punto informativo di attività, bandi e servizi offerti dall’amministrazione. E quella che scatta domani è l’ultima misura anti emarginazione: un volontario che si offra di cucinare a casa di un anziano, una sera, e cenare con lui per fargli un po’ di compagnia. Un’occasione per stare vicino alle migliaia di persone sole, avanti con l’età e non autosufficienti: ‘Indovina chi ti porto a cena’ è la nuova iniziativa del Comune che in questa partita farà da mediatore tra la domanda dei volontari ai fornelli e l’offerta (alta) di solitudine in città.

Il reclutamento degli aspiranti chef avverrà online: il Comune pubblicherà sul suo sito un appello con cui sonderà tra i milanesi la disponibilità di regalare una serata del proprio tempo libero. Chiunque aderirà (rispondendo all’indirizzo mail che verrà fornito), verrà associato al nome di una signora o di un signore che vive da solo, non autosufficiente, intercettato dalla rete dei servizi sociali. Il compito del volontario sarà a quel punto di contattare l’anziano, decidere il menu, fare la spesa, raggiungere la casa dell’anziano e cenare in compagnia. Il Comune promette che farà da supervisore nel collegamento tra i due soggetti e, dove potrà, invierà anche qualche “controllore” per verificare, soprattutto, la serietà del volontario e che tutto si svolga senza problemi.

L’idea è venuta all’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, durante una recente visita alle case popolari di via San Dionigi, complice una chiacchiera con una signora sola. Già “adottata” in un certo senso dal condominio dove vive, la signora era comunque pronta ad aprire le porte di casa, anche solo per una sera. ‘Indovina chi ti porta a cena’ – nome che evoca il celebre  film del ’67 con Spencer Tracy che entra in crisi quando la figlia gli annuncia di voler sposare un medico nero – è un piccolo gesto ma dalla potenzialità molto alta. “Stimiamo che siano almeno 40mila gli anziani bisognosi di interventi e di aiuto – racconta Majorino – vogliamo raccordare la domanda e l’offerta. La cucina è un esempio positivo”.

Anche alcuni studenti universitari milanesi ci avevano pensato: i fornelli per combattere la solitudine, la loro chiave. L’amministrazione l’ha fatta sua. Il tema della solitudine è cruciale, a Milano. Un dato su tutti: il 75 per cento degli anziani milanesi non riceve alcun servizio né pubblico né del privato sociale. Una galassia di cittadini che si vuole provare a raggiungere. Nell’ultima settimana, in concomitanza con il forum delle Politiche sociali, sono stati inaugurati quattro spazi di socialità in altrettanti quartieri popolari dove anziani e cittadini possono andare a trascorrere del tempo. Si trovano in via Neera 7, via San Dionigi 42, via Pomposa 2 e via Stamira d’Ancona. In tutto, salgono così a 130 gli spazi messi a disposizione alla città, tra beni confiscati, centri socio-ricreativi e spazi per attività di socialità. Sono in programma, poi, una serie di incontri dei vigili di quartiere nei centri socio-ricreativi della città per affrontare il tema della sicurezza. (20 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it