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«Giovani pigri e choosy, niente lavoro» Le piccole imprese non assumono gli under 30 | Il rapporto choc


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«Giovani pigri e choosy, niente lavoro»
Le piccole imprese non assumono gli under 30 | Il rapporto choc

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di Chiara Graziani

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Se sono giovani non li vogliamo. Non reggono la fatica. Chiedono troppo. Non apprezzano il lavoro manuale. Pigri, in una parola. Assumere un under 30? Non conviene per la confederazione delle imprese artigianali.

Un giudizio scioccante, ingeneroso senza bisogno di sottolinearlo. Ma è esattamente l’immagine che le imprese aderenti al Cna hanno dei nostri ragazzi. La ricerca è stata svolta con criteri scientifici dal Censis. Non sono dunque voci dalla pancia quelle che descrivono un mondo giovanile choosy («schifiltoso» come ebbe a dire il ministro uscente del lavoro Fornero). E’ la mentalità contro la quale va a sbattere la volontà di un giovane che volesse avviarsi al lavoro di artigiano. Lavoro che, quando c’è, si preferisce dare a persone più anziane.

Leggiamo i numeri con attenzione. Sono oltre il 37 per cento i giovani sotto i trent’anni che cercano lavoro. Le imprese lamentano di aver bisogno di figure professionali formate che, dicono, assumerebbero volentieri. Ebbene non vogliono i giovani.

LEGGI IL RAPPORTO CENSIS

Solo un’azienda su tre darebbe fiducia ad un lavoratore giovane. Il 15,1% delle imprese preferisce addirittura assumere ultratrentenni.

Ai ricercatori Censis sono state date le seguenti risposte. Scarsa preparazione tecnica (per il 39,5%), aspettative economiche alte e non in linea con le effettive possibilità delle microimprese (28%) scarsa attitudine al lavoro artigiani (26,6%), e poi difficoltà a sopportarne la fatica (25,1%).

Danno la colpa, al solito, alla scuola che di guai ne ha fin troppi e che dovrebbe rispettare la mission di formare cittadini consapevoli – e dunque liberi – piùttosto che maestri di tornio. Ma si sa, l’impresa preferisce l’homo habilis al sapiens. E vorebbe una scuola che fosse addestramento professionale, invece che palestra di formazione.

Il guaio è che moltissimi dei nostri ragazzi si trovano nel peggiore degli angoli confezionato per loro dalla crisi economica. Più che schizzinosi, pigri, pretenziosi sullo stipendio, sono persone che, a 25 anni, si avviano ad un mondo senza prospettive, dove la vita non imboccherà mai discese. Molti di loro sono Sapiens sapiens, capacissimi di farsi anche habilis (sono molto duttili). Hanno studiato ed avrebbero – addirittura – la pretesa di seguire la via di un lavoro che li ispiri e amano. Occorrebbe cominciare ad ascoltarli. Per capire e risolvere.

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fonte ilmattino.it

IN RICORDO DI TUTTI I ‘PASQUALE ROMANO’ – Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia


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Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia

Pasquale Romano, detto Lino, era innocente. È stato massacrato dai clan e ignorato dal governo, che non si è presentato ai suoi funerali, in un’Italia che non si indigna più

Con quel ragazzo ucciso a Napoli è morta anche la democrazia La madre di Pasquale Romano (ansa)

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di ROBERTO SAVIANO

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MI CHIEDO che Paese siamo diventati. Che Paese è quello in cui un ragazzo va a salutare la propria fidanzata prima di una partita a calcetto, scende di casa e viene massacrato da una sventagliata di mitra. Che Paese è quello in cui i media considerano questa, tutto sommato, una notizia che può esser data in coda alle altre, e non la notizia principale, da dare per prima. Una delle tante. Quel ragazzo si chiamava Pasquale Romano: lo chiamavano Lino, ma nessuno ricorda già più il suo nome.

Come è stato possibile assuefarsi a tutto questo? Forse si pensa che se accade lì, in terre di clan, è “normale”? È così? La democrazia nel mezzogiorno italiano è morta il 15 ottobre 2012, insieme a Lino Romano, e insieme a lui è stata seppellita ieri, dopo i funerali. Ed è morta non solo perché Lino è caduto innocente, ma perché per urlare che si trattava dell’ennesimo ragazzo innocente ucciso a sangue freddo e senza motivo, si è aspettato di capire a che famiglia appartenesse, chi fossero i suoi parenti. Ma perché – mi domando – se avesse avuto un lontano parente affiliato o coinvolto in fatti di camorra, sarebbe stato forse meno innocente?

Ma è così che vincono le mafie: facendo credere che nessuno è innocente. Il messaggio che i clan vogliono far passare è che tutto appartiene a loro in maniera diretta o indiretta. Tutti fanno parte della loro logica, nessuno può dirsi immacolato. Tutti hanno un parente, un concittadino, un vicino di casa, tutti hanno fatto un lavoro per loro o hanno un amico che fa parte del Sistema. E allora magari nascere a Cardito, crescere a Secondigliano, andare a casa della propria fidanzata a Marianella, tutto sommato, diventa, nella coscienza nazionale, una sorta di colpa. Il retropensiero è: “Beh, però è normale che se vivi lì queste cose possano accadere”.

E invece non è così, non è naturale ed è un’aberrazione ragionare in questo modo. Lino Romano era una persona per bene. Era un lavoratore e veniva da una famiglia per bene. La maggior parte delle persone che vivono in questi territori sono persone per bene. Per bene potrà sembrare un’espressione superficiale, fin troppo semplice, ma non lo è. Per bene significa che si tratta di persone che lavorano duramente, che vivono con disciplina e soprattutto che resistono in territori dove è molto facile poter cedere a corruzioni e illegalità. Quindi per bene, lavorare per il bene, è l’espressione più appropriata per queste famiglie che si credono normali, ma che in realtà hanno una singolare tempra.

Che Paese è quello che non ha sentito il bisogno di andare in massa alla fiaccolata per Lino Romano? E il governo, perché non è andato ai funerali? Avrebbe dato un segnale fondamentale. In questi territori manca giustizia, istruzione, ordine pubblico, lavoro, impresa, l’ambiente è a pezzi: tutti i ministri avrebbero trovato cose da dire e, soprattutto, avrebbero avuto molto, moltissimo da ascoltare. Non si trattava di fare visita o di ricevere i genitori di Lino Romano, si trattava di essere lì presenti perché in quelle terre, dalla prima grande faida che ha fatto centinaia di morti, nulla è cambiato. Nelle piazze di spaccio si sparava otto anni fa, nelle stesse piazze di spaccio si torna a sparare ora. Clan Di Lauro contro “scissionisti” otto anni fa, “scissionisti” contro i “girati” alleati ai Di Lauro ora.

Quattro governi dalla prima faida a oggi e nessuno ha avviato alcun tipo di riflessione sul mercato delle droghe, sul narcotraffico, su come strapparlo ai cartelli criminali. Tutti si sono sottratti sino a ora anche ai dibattiti avviati in altri Paesi. L’Italia in questo è latitante. Al massimo c’è stata militarizzazione, che nulla ha risolto. Bisogna esserci, invece, su quel territorio che sembra totalmente abbandonato. La crisi sta regalando ai cartelli criminali l’intero mezzogiorno italiano e si affaccia sulla totalità del paese. E non si può demandare tutto solo al coraggio e alla creatività delle associazioni di volontari.

Ripeto: che Paese siamo diventati? Che Paese è un Paese che non riesce nemmeno più a esprimere indignazione collettiva? Qualche mese fa, giugno, era successo lo stesso. A Casoria, un barista pulisce la strada davanti al suo bar. C’è una sparatoria e un proiettile lo colpisce. L’intero paese scende in piazza per dire che Andrea Nollino era una brava persona, che non c’entrava nulla. Un intero paese di lavoratori, disoccupati, persone normali, persone umili scende in piazza. C’era “Libera”, l’associazione di Don Ciotti, ma non politici, nessuno che si assumesse la responsabilità di dire: “Mai più”. Così come c’era “Libera” a fianco della famiglia Romano.

Come per Andrea Nollino, ora per Lino Romano valgono le stesse considerazioni. Nulla di più forte contro la crisi, per arginarla, esiste che ridare fiducia a un territorio e a chi lo abita. Nulla di peggio può essere fatto in tempo di crisi che nutrire la sensazione, che diventa certezza, che tutto sia inutile o per dirla con Corrado Alvaro, che “vivere onestamente sia inutile”.

Mi sono trovato a scrivere queste parole molte volte. Quando hanno ucciso Attilio Romanò, quando hanno ucciso Dario Scherillo, quando hanno ucciso Andrea Nollino e adesso che hanno ucciso Lino Romano. Quei territori sono di nuovo in guerra, la faida è riesplosa e terribili possono essere le conseguenze. Flussi di coca, eroina, hashish si stanno riassestando e diffondendo come sempre da Scampia, ma ce ne accorgeremo quando i morti cadranno a decine, come la prima volta. È facile in Italia essere profetici quando dici cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno (o quasi) vuole vedere.

Dalla prima faida a oggi si sono inserite le associazioni di volontariato uniche a denunciare negli anni cosa stava ancora accadendo ma nulla di davvero nuovo è iniziato. Quindi che si inizi ad ascoltare chi in quelle zone ci lavora e ne conosce i problemi. Tutti, ma proprio tutti, parlano della necessità di ripartire dalla scuola; sarebbe importante capire cosa è stato realmente fatto, e con quali fondi. L’attuale sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria è stato il fondatore della Onlus “Maestri di strada”, chi più di lui in questo momento può fare da ponte tra la periferie di Napoli e questo governo in tema di istruzione?

Ma soprattutto, com’è possibile che a distanza di otto anni dalla faida in alcun modo si sia affrontato il discorso sul proibizionismo in materia di droghe? Scampia è il più grande mercato a cielo aperto del mondo occidentale. Camorra e ‘ndrangheta si spartiscono il bottino del narcotraffico divenendo interlocutrici dei più importanti cartelli sudamericani, ma nel corso di questi anni non è stato fatto nulla per affrontare il problema dello spaccio, sperando, cinicamente, che la pax tra cartelli continuasse. O pensando, ancora più cinicamente, davanti alle stragi: bene che si ammazzino tra loro.

Pensieri banali e qualunquisti. La pax mafiosa li rende più forti. E anche la guerra li rende più forti: per ogni morto di mafia se ne affilieranno altrettanti. Uno Stato che offre solo repressione favorisce, ignorandone le cause, situazioni che portano, come in questo caso, alla morte di un innocente. L’omicidio di Lino Romano ha degli esecutori materiali che devono esse trovati, processati e se ritenuti colpevoli condannati; ma il responsabile occulto di questo omicidio è una tirannica indifferenza sul sud e sul potere criminale. Il sud è il problema principale della nostra democrazia ma è anche la grande occasione e risorsa del nostro paese.

Gli uffici del Comune di Napoli dovrebbero essere spostati a Scampia. Le sedi attuali, eleganti, centrali, pompose, non rispecchiano più l’anima della città. Il cuore di Napoli ora è nelle sue periferie, è lì che la città pulsa e muore.

Anni fa uccisero un ragazzo innocente vicino Napoli. Portarono via il corpo, rimase il sangue a terra. Ricordo che un uomo, forse un prete, si inginocchiò dinanzi a quel sangue, mischiato alla segatura. Come a cercare di chiedere scusa a quella vita che voleva scorrere e che invece era stata costretta a seccarsi nei trucioli. Poi arrivò un’auto. Diede un colpo di clacson. L’uomo fu costretto ad alzarsi. L’auto parcheggiò lì, sul sangue. Tutto finito. (21 ottobre 2012)

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fonte repubblica.it

E’ CACCIA SUL WEB – Anonymous scova lo stalker di Amanda T. e diffonde nome e indirizzo / VIDEO: Anonymous Message: Amanda Todd Media Scheme

Anonymous Message: Amanda Todd Media Scheme

Pubblicato in data 14/ott/2012 da

Dear brothers and sisters. It is now time for you to open your eyes.

Some of you accused our last public announcement as fake and harsh, but we can assure you we are not fake. Nor will we stand to see our society collapse.
In a publicity stunt, this mysterious figure “Amanda Todd” was denounced as dead. We are here to spread the message that there was no character called Amanda Todd. You have all been confused, lied to.
As some of you may have noticed, the official page announcing her death was created on August 10th, 2012. Isn’t it mysterious that this Amanda Todd passed away on October 10th, 2012? I think so, and many citizens of the world agree.

The media is using this story, spreading it. Mainly for the fact to catch internet users who download and watch child pornography.
You have been lied to, together we will stand to defeat the evil scheme of the media. They think they can control us, but we will not be silenced.

We, as a nation, will not stand for this.

We are anonymous.
We are Legion.
United as ONE.
Divided by zero.
The media.
Expect us!

Anonymous scova lo stalker di Amanda T. e diffonde nome e indirizzo

Tragic: Amanda Todd, 15, was found dead on Wednesday in a suspected suicideTragic: Amanda Todd, 15, was found dead on October 10 after killing herself to escape cyber bullies

Read more: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2218532/Amanda-Todd-Anonymous-names-man-drove-teen-kill-spreading-nude-pictures.html#ixzz29UpK2yQ4
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ultimo aggiornamento: 16 ottobre, ore 19:58
Toronto – (Adnkronos/Ign) – Il gruppo di hacker è riuscito ad individuare l’uomo che ha perseguitato la 15enne canadese, pubblicando sul web sue foto in topless: la ragazzina alla fine si è suicidata e la sua storia ha commosso il mondo

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Toronto, 16 ott. – (Adnkronos/Ign) – Il gruppo di hacker Anonymous e’ riuscito ad individuare l’uomo che ha perseguitato Amanda Todd, pubblicando sulla rete le foto della ragazza in topless, fino a quando la 15enne canadese si e’ suicidata. Secondo quanto pubblicato in un post sul sito Pastebin.com, si tratta di un 30enne di New Westminster, in British Columbia. L’uomo viene definito “un pedofilo che ha estorto le foto ad Amanda”, nel post in cui viene anche fornito l’indirizzo del presunto persecutore della ragazzina, insieme al suo profilo su Facebook e i testi di alcune sue conversazioni in chat.

La scorsa settimana aveva suscitato un’ondata di commozione in Canada e nel mondo la notizia del suicidio della ragazzina di appena 15 anni che aveva denunciato in un video su YouTube di essere stata vittima di cyberbullismo. La ragazza, che si e’ uccisa nella sua casa di Port Coquitlam, British Columbia, aveva raccontato la sua storia fatta di “lotta, bullismo, suicidio, autolesionismo” spiegando di essere stata tormentata da un uomo conosciuto online che era riuscito ad ottenere da lei immagini in topless e poi le aveva diffuse in rete costringendola a cambiare scuola e citta’. La notizia ha provocato una reazione di forte commozione nel paese e messaggi di cordoglio e condoglianze sono arrivati numerosissimi sul web.

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fonte adnkronos.com/IGN

Storia di Amanda, suicida a 15 anni / VIDEO: Amanda Todd’s Story: Struggling, Bullying, Suicide, Self Harm #RIPAmandaTodd

Amanda Todd’s Story: Struggling, Bullying, Suicide, Self Harm #RIPAmandaTodd

Pubblicato in data 11/ott/2012 da

http://clicktotweet.com/O71Lf
Please LIKE and SHARE this video and TWEET using #RIPAmandaTodd. I made a promise that Amanda would get trending on Twitter, and it would mean the world to everyone close to her. You deserved nothing but a second chance. Your life was too difficult and now you are in a better place. You will be missed, and never forgotten. #RIPAmandaTodd

Her Facebook Page: http://www.facebook.com/pages/RIP-Amanda-Todd/472606062784532
Her 2nd Facebook Page: http://www.facebook.com/RestInParadiseAmandaMichelleTodd
Amanda’s Original Video from 1 Month Ago: http://www.youtube.com/watch?v=vOHXGNx-E7E
Amanda singing a week ago: http://www.youtube.com/watch?v=DtEtFeaPoEw

DISCLAIMER: I am making not one penny from this video. The ads that are present at this time are all 3rd party claims from music companies trying to profit off of it. I am trying my best to resolve these claims so there will be no ads. But like I stated, I will NEVER be making any sort of money from this video.
http://gyazo.com/779403fc6bcef16e50bfa755b46fdc43
http://gyazo.com/bdb492c20aad635b83ff9a021d2a3931

Follow Me!
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“I’m struggling to stay in this world, because everything just touches me so deeply. I’m not doing this for attention. I’m doing this to be an inspiration and to show that I can be strong. I did things to myself to make pain go away, because I’d rather hurt myself then someone else. Haters are haters but please don’t hate, although im sure I’ll get them. I hope I can show you guys that everyone has a story, and everyones future will be bright one day, you just gotta pull through. I’m still here aren’t I ?

-AmandaTodd”

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Storia di Amanda, suicida a 15 anni, e di altri nativi digitali

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di Marida Lombardo Pijola

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ROMA – Storia di Amanda, suicida a 15 anni, e di altri nativi digitali: cybersex, cyberbullismo, cyber-adolescenze, cyber-morti.
Sola. Parola definitiva, implacabile come una trappola, breve come la vita di Amanda, che in Canada si è suicidata a 15 anni, dopo aver raccontato la sua storia in un video su You Tube.

Sola: un mantra del dolore verbalizzato sui fogli che lei mostra alla telecamera, rappresentando la sua vicenda così com’è stata davvero: senza voce, muta, deformata dallo sfregio delle immagini. Le immagini del suo seno nudo di quattordicenne diffuso da un uomo che le aveva carpite in uno scambio virtuale simile a quello in cui sono impegnati quotidianamente almeno metà dei ragazzini, con la leggerezza di chi partecipa a un gioco di tendenza. E, ancora, le immagini di lei maltrattata da un gruppo di compagni, come succede ad almeno un terzo dei ragazzini, ai quali il branco ha assegnato il ruolo di perseguitati, per garantirsi l’immunità dalle persecuzioni.

Storie di cyberbullismo, di cybersex, di cyber-relazioni, di cyber-adolescenze, di cyber-vite, di cyber-morti. Storie che milioni di nativi digitali vivono ogni giorno, muovendosi in una dimensione parallela dove nessuno gli ha insegnato a muoversi per sfruttarne al meglio le risorse straordinarie, per aggirarne le insidie micidiali. Migrati in massa in un territorio affollatissimo, promiscuo, sterminato, senza regole, né planimetrie. Soli senza guide, senza mappe, senza bussole, in un’età in cui mai bisognerebbe muoversi da soli. Soli a imparare che tra la vita e le sue rappresentazioni non c’è nessuna differenza, e che conta solo tutto ciò che può essere filmato, diffuso, esibito. E a quanti capita poi, per un motivo o per l’altro, di trovarsi a boccheggiare in quel mondo liquido, e di scoprire che nel dolore non c’è nulla di virtuale, e magari di piangerne da soli nelle loro camerette, come racconta di aver fatto Amanda?
I lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, lo sguardo irrintracciabile, lo sfondo grigio, sospeso in una terra di nessuno, tra la vita e la morte, come già era lei. E quell’agghiacciante sequenza di foglietti. In ogni foglio, Amanda illustra ai suoi coetanei i rischi di cui nessuno li ha informati , (ho cominciato a navigare a 13 anni…lui diceva che ero carina…mi ha fotografata.. si è procurato il mio indirizzo, la mia scuola, l’elenco dei miei amici..). In ogni foglio lei butta in faccia a chi legge ogni passaggio del possibile percorso successivo: tagliarsi, ansia, depressione, bere + droga.
E infine killed inside, uccisa dentro: la sensazione che “non c’è più futuro”, a 15 anni, senza che nessuno le spieghi la misura incongrua di quel numero.

Nell’ultimo foglio, le motivazioni conclusive della sentenza di morte che si è inflitta: non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno. Un atto di accusa, che chiama in causa la sua famiglia, una generazione di famiglie, di padri e di madri analfabeti d’informatica e di accudimento. Tutti coloro i cui figli, navigando in Rete o nella vita, sebbene senza esprimerlo, avrebbero “bisogno di qualcuno”. Di non essere soli in un mondo di fantasmi veri o virtuali. Come Amanda.

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fonte ilmessaggero.it

UNA RAGAZZA PAKISTANA – Rifiuta il promesso sposo e i parenti la violentano per punizione

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IL CASO IN UN PAESE DEL GARDA BRESCIANO

Rifiuta il promesso sposo e i parenti la violentano per punizione

Le si rivolge ai carabinieri, che arrestano il papà e il cugino di 19 anni mentre la minacciavano con un coltello da cucina

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E’ una storia di violenza, di soprusi psicologici, di ribellione ad una cultura che vuole la donna in balia della famiglia e delle scelte parentali. Arriva dal Garda. Una bella e giovane ragazza pakistana, di soli 19 anni, residente in Italia da qualche anno, rifiuta di ritornare nel suo paese d’origine per sposare il promesso sposo (suo cugino) che non ama ma che è stato scelto per lei – in base al censo e alla convenienza sociale- dai genitori.

Il rifiuto della giovane scatena l’ira dei parenti. Il papà la tiene chiusa in casa, la insulta, la picchia, e le ricorda che il 26 settembre deve partire per il Pakistan. Quel matrimonio s’ha da fare e si farà. Lei, disperata, riesce a confidarsi ad un’amica, una connazionale, che si rivolge ai carabinieri di Salò. Lei la mattina ha il permesso d’andare a scuola. E il 25 settembre decide di rivolgersi ai carabinieri di Salò, andando di persona in caserma. Racconta loro di cose terribili. Le botte, gli insulti e soprattutto la violenza sessuale alla quale era costretta da un suo cugino, della sua stessa età. Ma al momento di formalizzare la denuncia fa un passo indietro.

Quando i parenti scoprono che la ragazza si è rivolta ai carabinieri reagiscono con una violenza ancora maggiore. Nel frattempo riesce a non imbarcarsi sull’aereo che la mattina del 26 settembre avrebbe dovuto riportarla in patria per le nozze (in effetti i carabinieri trovano i biglietti aerei con quella data). I militari fanno irruzione nella sua casa la sera del 26 settembre: trovano la giovane chiusa in stanza e minacciata con un grosso coltello da cucina. Il padre e il cugino vengono arrestati, la 19enne finisce in una struttura protetta della provincia. Il giudice per le indagini preliminari non ha disposto la custodia cautelare in carcere, in attesa di ulteriori riscontri.

Pietro Gorlani

29 settembre 2012 | 14:13

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fonte corriere.it

“Anch’io appartengo a questo Stato” La campagna del rispetto transgender

"Anch'io appartengo a questo Stato"  La campagna               del rispetto transgender

“Anch’io appartengo a questo Stato”
La campagna del rispetto transgender

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“Faccio parte di questo Stato. Trattami come qualsiasi altra donna, con gentilezza e rispetto”. E’ lo slogan di uno dei manifesti realizzati dallo stato americano del District of Columbia che fa parte della campagna di sensbilizzazione per l’integrazione delle persone transgender. Una foto e una breve biografia accompagnano i manifesti che saranno affissi in tutto lo Stato e anche sui bus. La campagna arriva come risposta ai diversi episodi di violenza e incompresioni che la comunità Lgbt subisce ogni giorno. “Abbiamo voluto dare un messaggio ottimista: i membri della comunità Lgbt ci hanno messo letteralmente la faccia – spiega Gustavo Velasquez, direttore dell’ufficio per i diritti civili del District of Columbia – ma anche perché il nostro scopo è ridurre la discriminazione dei transgender”

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"Anch'io appartengo a questo Stato"  La campagna               del rispetto transgender

PHOTOGALLERY

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fonte repubblica.it

L’ultima corsa dell’atleta somala. Il medico: «Samia morta incinta»/ Video esclusivo

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L’ultima corsa dell’atleta somala. Il medico: «Samia morta incinta»/ Video esclusivo

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di Adolfo Pappalardo
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NAPOLI – Il dottor Giuseppe Saviano avrebbe scoperto molte settimane dopo il nome e la storia di quel volto. Quel viso finalmente rilassato, quasi sorridente, come chi, dopo tanto patire, riacquista la tranquillità solo quando la vita è ormai sfuggita di mano. Distesa in terra nel pozzetto dell’unità della Guardia costiera. In posizione fetale come se dormisse placida. Come una bambina, come una giovane Madonna mostra l’ultima sua foto.

Paradossi che nemmeno la medicina e la scienza sono riusciti mai a spiegare. Sono gli ultimi attimi, è l’alba del 17 marzo, di Samia Yusuf Omar che ha compiuto 21 anni due giorni prima. Li festeggiati in mezzo al Mediterraneo stipata dentro un gommone di nemmeno nove metri assieme a una sessantina di persone. È partita dalle coste della Libia il 13 marzo e arriva, ormai in coma depassé, a 87 miglia a sud di Lampedusa.

>>>GUARDA IL VIDEO

Pochi minuti prima dei soccorsi, purtroppo, che coordina Saviano, ufficiale medico del sovrano ordine di Malta, che ha passato anni tra missioni all’estero e pronto soccorsi di frontiera nel napoletano. Ne ha viste di cose e di morti ma rimane colpito da quel viso quasi sorridente. Morirà da lì a poco Samia assieme ad altri 4 giovani compagni di viaggio, tutti sepolti il giorno dopo, senza nome, nel cimitero di Lampedusa mentre in paese si festeggia il precetto pasquale.

Samia, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta in povertà, è la giovane maratoneta che riesce a qualificarsi nella gara dei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima ma corona un sogno. Poi nulla sino al 19 agosto scorso quando a Mogadiscio Abdi Bile, suo connazionale e medaglia d’oro nell’atletica, racconta che Samia è morta, agli inizi di aprile, su un barcone diretto verso l’Italia. Voleva venirsi ad allenare in Europa, come dirà una sua amica? No, era incinta di almeno 4 mesi e in gravidanza è partita almeno il 3 marzo come racconterà chi con lei ha viaggiato. Più che le prossime prove olimpiche sognava per il suo bambino un futuro migliore. Non una vita come la sua che il padre non lo conoscerà mai perché ucciso da un colpo di mortaio durante la guerra civile e la madre è costretta a fare i lavori più umili. Non ce l’ha fatta a cambiare però la rotta della sua vita e nemmeno quella di suo figlio.
E si ritorna al 17 marzo quando Saviano viene svegliato nel cuore della notte e con la Guardia costiera raggiunge il barcone nelle acque internazionali dopo oltre 5 ore di navigazione.

Chi c’era a bordo?
«Tutti somali ed eritrei. Due donne incinte, tre ragazzini e 5 ventenni che muoiono nel modo più atroce: affogati e schiacciati dai compagni di viaggio nel ventre ormai molle di quel gommone sgonfio». Samia muore così e Saviano, che le Olimpiadi di Pechino manco le ha viste, rimane colpito e impressionato da quel volto.

Perché dottore?
«Quello sguardo, quella posizione fetale mi ha toccato, colpito. In 30 anni di lavoro di frontiera di morti ne ho visti. Ma quella morte, quel viso, non riuscivo a levarmeli dalla testa. Poi solo due settimane fa, leggendo il giornale ho capito chi era».

Come l’ha trovata?
«È stata la prima persona che abbiamo soccorso. Già rantolava e non aveva più riflessi pupillari: stava morendo. L’abbiamo messa in sicurezza ma non c’è stato nulla da fare. Alcuni avevano gravi ustioni caustiche perché si erano rovesciate addosso le taniche di benzina per il viaggio e il sole aveva fatto il resto. Lei invece era morta per annegamento probabilmente, schiacciata nel fondo della carretta. Ed era incinta di almeno 4 mesi. Per settimane non ho fatto che pensarci….».

Ha provato a chiedere notizie ai suoi compagni di viaggio? Magari a bordo c’era un parente, un amico.
«Ci ho provato, nessuno la conosceva. E io per settimane ho pensato a questa donna senza nome, ai suoi compagni di viaggio sepolti a Lampedusa. Ora però quel viso ha un nome».

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fonte ilmattino.it