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La nuova Tunisia abbraccia il Forum sociale. Si chiude con la grande marcia per la Palestina

Zeta – MARICA DI PIERRI AL WORLD SOCIAL FORUM DI TUNISI

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Pubblicato in data 30/mar/2013

A Tunisi è in corso il Forum Sociale Mondiale 2013. Al centro dell’attenzione c’è il risveglio dei popoli dei Maghreb e il futuro dell’area mediterranea. Ecco il rapporto di Marica Di Pierri.

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Palestine au sein du forum social mondial

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Pubblicato in data 28/mar/2013

Les participants au forum social mondial à tunis unis pour Palestine

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La nuova Tunisia abbraccia il Forum sociale.
Si chiude con la grande marcia per la Palestina

La cinque giorni dei movimenti no global nella capitale nordafricana conclusa con la festa per celebrare la Giornata della Terra. Grande attivismo dei giovani volontari e il pacifico protagonismo delle diverse anime del Paese post-rivoluzione: dalle ragazze che rivendicano il diritto al velo alla sinistra comunista

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L’impressionante vista dei parteciapanti al Social Forum – fonte immagine

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di PAOLO HUTTER

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TUNISIL’unica cosa che non ha funzionato in questo Forum Sociale Mondiale 2013 a Tunisi, è stata l’idea di svolgere delle assemblee finali  tra le 13,30  e le 15,30 per strada, tra l’Avenue Bourghiba e la Medina. Il clima di festa, i preparativi del corteo, la stanchezza di chi aveva partecipato ai dibattiti hanno prevalso e delle assemblee stradali non s’è vista traccia, fino a quando in un clima di gran festa i vari pezzi di corteo non hanno cominciato a formarsi e a muoversi, pieni di bandiere palestinesi. Il tema della Palestina era stato scelto per il corteo finale non solo per la coincidenza con una Giornata della Terra che è legata alla causa palestinese, ma perché individuato come facile e storico collante tra i movimenti confluiti nell’alter-mondialismo dei Social Forum e le diverse tendenze dell’attivismo arabo. Un tema su cui era facile trovare l’unità, al contrario della guerra civile siriana, sulla quale  non sono mancati scontri e polemiche, perché praticamente tutte le tendenze, le stesse che si combattono a Damasco, erano presenti a questo Forum.

Per prevenire possibili incidenti erano stati mobilitati attorno al corteo i poliziotti antisommossa, i quali peraltro avevano molta voglia di sentirsi partecipi del clima della giornata (mi sono avvicinato a uno di quelli che aveva  il volto coperto da truppa di assalto, e lui con mia grande sorpresa mi ha regalato tre caramelle.)   Il corteo è partito alle 16 dalla Torre dell’Orologio  diretto all’ambasciata di Palestina. Non c’erano più di qualche migliaio di stranieri, perché molti eran già partiti, ma la partecipazione tunisina è stata ancora maggiore.  Questa volta  –  complice anche il tema della Palestina, c’era anche uno spezzone salafita  che chiudeva il corteo. E di nuovo  al centro dell’attenzione  –  a metà corteo  –  il Fronte Popolare con i due personaggi molto popolari: la vedova del leader dell’opposizione assassinato Chokri Belaid e il leader comunista Hamma Hammami. Si definiscono di sinistra o comunisti la maggior parte degli studenti che con il loro lavoro volontario hanno permesso il successo dell’incontro. Ma  il Forum che si è svolto al Campus della Università El Manar è stato frequentato e utilizzato come spazio e vetrina un po’ da tutti.

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‘No more violence!’ The chanting women drown the chair’s voice. She shouts for one minute of silence for the Tunisian and Arab martyrs of the revolution and the crowd go quiet – fonte immagine

Quattro ragazze col velo integrale, il Niqab, spalleggiate da studenti con la barba, da 30 giorni stanno tenendo qui un sit- in perché vogliono il diritto di frequentare i corsi e di dare gli esami col velo integrale.  Abbiamo parlato con Amina, una ragazza 19 enne molto sveglia, che frequenta la facoltà di elettronica. “Noi non vogliamo imporre il Niqab a nessuno, del resto l’ho scelto io, mia madre non lo metterebbe mai. E’ una questione di libertà e dignità. Durante il Forum ho fatto amicizia con donne europee e americane atee, credo che ci aiuteranno a far rispettare la nostra scelta”.  Le faccio notare che in Tunisia  in questi giorni molto si  è parlato di una sua omonima Amina, che  ha diffuso la sua foto a seno nudo, tra le promotrici del gruppo Femen in Tunisia. Ride: “Siamo all’opposto. Noi vogliamo affermare il ruolo e la libertà della donna attraverso l’intelligenza e lo spirito, non attraverso il potere del corpo”.  Del Forum Sociale Mondiale dice che lo ha visto come una grande occasione di comunicare e condividere delle idee. “Anche se la sinistra tunisina ha cercato di politicizzarlo e strumentalizzarlo, mentre dovrebbe restare un incontro sociale”. In effetti per la sinistra tunisina – all’opposizione del governo di Ennahda – il Fsm è stato un momento di crescita.

Anche se da punti di vista diversi, l’entusiasmo degli attivisti tunisini, e in generale di Tunisi, per il Forum Sociale Mondiale si riallaccia a ragioni analoghe. “Abbiamo mostrato al mondo che siamo un paese vivo, libero, pacifico”. Anche gli operatori turistici sono orgogliosi e riprendono a essere ottimisti. Ingiustamente la Tunisia era stata dipinta come un paese sull’orlo della guerra civile. Al Forum Sociale Mondiale e ai suoi cortei non è  volato un pugno. Per avere il punto di vista degli organizzatori, della vecchia guardia, abbiamo parlato con gli italiani  Edda Pando, Piero Bernocchi, Anna Bucca. Sono andate particolarmente bene le sezioni  sui migranti, sul clima, sulla Palestina e sul Maghreb. Tra gli appuntamenti per i quali si lavora ci sarà a livello europeo l’Alter Summit  di  giugno ad Atene e a livello mondiale il controvertice Wto a Bali. La  “vecchia guardia” brasiliana ed europea dei Social Forum è comunque rimasta colpita dalla grande, inedita,  partecipazione giovanile tunisina e maghrebina in generale ed è quindi probabile che si tornerà presto in Maghreb. (30 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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Lo stop ai test sugli animali per i cosmetici. L’Europa sfida il mondo con regole nuove

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Lo stop ai test sugli animali per i cosmetici. L’Europa sfida il mondo con regole nuove

Dopo il bando del Parlamento Ue ai prodotti ottenuti con la vivisezione – in vigore da domani – i concorrenti dovranno adeguarsi se vorranno  esportare nel vecchio continente. E la Lav festeggia

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di ANTONIO CIANCIULLO

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ROMADopo più di 20 anni di battaglie, rossetti, creme e fondi tinta ricavati ustionando e avvelenando conigli e cavie sono fuori legge. Il bando totale per i cosmetici ottenuti con l’uso della vivisezione, in vigore da domani in tutta l’Unione europea, rappresenta certamente una vittoria del movimento che difende i diritti degli “altri animali”, cioè dei milioni di specie con cui condividiamo il pianeta. E infatti la Lav (Lega anti vivisezione) festeggerà nel pomeriggio al Pantheon.

Ma la decisione del Parlamento europeo è un atto che va al di là di questo specifico settore. E’ un punto di svolta importante, oltre che dal punto di vista etico, per due motivi. Il primo riguarda la difesa dei cittadini: i nuovi test che usano metodologie alternative alla vivisezione, secondo molte associazioni, sono più efficaci dei vecchi sistemi.

E’ un campo controverso, con pareri divisi all’interno della comunità scientifica. Ma si sta rafforzando l’approccio che punta ad arrivare alla sicurezza attraverso test basati su colture cellulari, sulla ricostruzione della pelle umana e su software avanzati invece che attraverso tecniche cruente su animali vivi. Anche perché specie diverse possono avere risposte diverse alla stessa esposizione chimica.

Il secondo motivo riguarda il ruolo dell’Europa e la sua possibilità di ritrovare una leadership globale. La Cina ad esempio è uno dei pochi paesi con una legge che rende obbligatori i test sugli animali per la produzione di nuovi cosmetici. La manterrà? La pressione cresce, come dimostra la campagna Be Cruelty-Free lanciata dall’associazione Humane Society International in vari paesi per estendere il bando dell’uso della vivisezione per la produzione di mascara e creme anti rughe.

Nel settore dei cosmetici l’Unione europea, il principale mercato del mondo, ha scelto una direzione di marcia, ha stabilito regole del gioco basate su un ampio consenso, ha imposto parametri basati su un’accelerazione innovativa legata a una forte motivazione etica. Non è la vecchia difesa commerciale basata sui dazi: è una sfida verso il futuro. Ora i concorrenti dovranno adeguarsi se vorranno  esportare nel vecchio continente.

Un modello che potrebbe ripetersi in  altri campi, a cominciare dalla battaglia per una società low carbon, mirata alla difesa della stabilità del clima e alla lotta contro la crescita degli eventi meteo estremi, che l’Europa ha guidato dagli anni Novanta e che oggi potrebbe aiutare il continente a uscire dalla crisi. (10 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

GENOVA – Don Gallo contro le slot di Minetti. Il Comune vieta l’apertura della sala giochi / VIDEO: “Casi-no”: l’appello di Don Gallo contro l’apertura di una sala giochi a Pegli

“Casi-no”: l’appello di Don Gallo contro l’apertura di una sala giochi a Pegli

Scontro a distanza tra il prete genovese e l’ex consigliera regionale della Lombardia

Don Gallo contro le slot di Minetti
Il Comune vieta l’apertura della sala

«Schiaffo alla povertà». E lei replica: «Inauguro una struttura legale» Con l’Italia che va a rotoli si fa una gran festa per un casinò

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di Erika Dellacasa

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Don GalloDon Gallo
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GENOVA – Lei, l’ex consigliera regionale della Lombardia Nicole Minetti, in abiti sexy, e lui, il prete genovese «da strada» con l’immancabile sigaro, si fronteggiano a distanza da giorni. Ma chi è mai questo don Gallo? Si racconta abbia chiesto Minetti quando l’hanno informata che don Andrea aveva lanciato, dalla comunità di San Benedetto al Porto, un appello contro la maxi sala giochi che dovrebbe essere inaugurata oggi a Genova (ma il Comune ha vietato l’apertura) dall’igienista dentale: «Uno scempio da fermare» ha attaccato il sacerdote. Davvero Minetti non sa chi è don Gallo?

«Mi parlano di tante persone – risponde lei – non mi ricordo se ho detto così, forse l’ho detto. Comunque andate a chiedere a don Gallo cosa ha da protestare, non a me».
Lei dice di non vederci «niente di male» nell’apertura della più grande sala giochi della Liguria (slot e prossimamente poker Texas Hold’em) sul lido di Pegli, nel Ponente genovese: ha accettato di fare da madrina e conferma la sua presenza. «Certo che ci sarò. Preoccupata per le contestazioni? E perché dovrei, non vedo cosa abbiano da dire su di me a livello personale. E poi fanno tutti una gran confusione, non stiamo parlando di gioco d’azzardo: quella è una sala regolarmente autorizzata. Bisognerebbe stare attenti all’uso delle parole».

Però don Gallo, gli abitanti di Pegli e non solo, accusano le micidiali «macchinette» di mangiarsi i soldi di pensionati e persone deboli: «Uno schiaffo alla povertà che dilaga», scrive il sacerdote. «Le persone fragili ci sono sempre state – taglia corto Minetti – ma questo è un altro problema. Io inauguro un’attività legale». E sul palco quale sarà il suo ruolo? «I fuochi artificiali non ho ancora imparato a farli, quindi vedrò», ironizza. I volantini (diventati una rarità) distribuiti a Pegli la ritraggono con un abitino rosso scollato. «Per l’apertura pensavamo a un comico o a un’attrice – hanno detto i titolari della sala giochi – poi abbiamo scelto lei e siamo contenti perché richiamerà molte persone».

Ma giovedì sera, insieme con Nicole Minetti, hanno avuto una brutta sorpresa: il Comune di Genova ha fatto recapitare alla società Toys Italia una delibera con il divieto di apertura della sala per vizi amministrativi, non ci sono i parcheggi in numero sufficiente, manca una richiesta agli uffici e il Comune non ha verificato la distanza di 300 metri dai posti «sensibili». Se la sala-lottery oggi aprirà lo stesso incorrerà in sanzioni. Lo stop potrebbe rivelarsi solo temporaneo – spiega l’assessore all’edilizia privata Francesco Oddone – ma è un segnale: «Dobbiamo trovare il modo di esercitare un controllo su queste sale giochi che la normativa nazionale facilita, per non dire incoraggia». È stato così raccolto l’allarme lanciato dal presidente del municipio di Pegli, Mauro Avvenente: «Non ci stiamo più a guardare passivamente lo Stato che si fa biscazziere, questa è la quarta sala di slot a Pegli in quattro mesi: chiudono i mobilifici, le pescherie, i negozi di prossimità e aprono queste fabbriche di illusioni. Qui è concentrato il 70% dell’edilizia popolare di Genova: la crisi si sente e c’è chi cerca la soluzione nelle vincite impossibili».

Seguendo la comunità di San Benedetto hanno aderito alla manifestazione lanciata in rete (anche don Gallo twitta) associazioni come Libera, l’Arci, i consiglieri comunali della lista del sindaco Marco Doria, infine i partiti dal Movimento 5 Stelle al Pd a Sel. «Venite numerosi» hanno twittato ieri i grillini. «Già 800 adesioni su Facebook» dicono alla comunità di don Gallo. E don Andrea si prepara a scendere in strada e impugnare il megafono ancora una volta. «Io ho 84 anni e sette mesi, di stranezze ne ho viste, ma mai come questa. Davanti all’Italia che va a rotoli si fa una gran festa per l’apertura di un casinò in piena città… non ci sto e per questo lancio una manifestazione pacifica, è da irresponsabili restare fermi». Gli organizzatori aggiungono: «A coronamento della pauperizzazione del territorio e della dignità delle persone è stata invitata Nicole Minetti, indagata per favoreggiamento della prostituzione».

1 marzo 2013 | 12:55

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fonte corriere.it

Caos Italia, quale strategia per la politica tedesca?

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Caos Italia, quale strategia per la politica tedesca?

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FONTE: SENZASOSTE.IT

La notizia dell’annullamento, da parte di Giorgio Napolitano, dell’incontro con Peter Steinbrück, candidato cancelliere per la SPD alle prossime elezioni di settembre, è l’occasione per delineare alcuni elementi di lettura del comportamento della politica istituzionale tedesca verso l’Italia. Comportamento che, fa bene ricordarlo, altro non è che la linea politica del paese egemone dell’eurozona non una questione qualsiasi di politica estera. La notizia fa poi ancora più sensazione, a livello diplomatico, nel momento in cui sia Napolitano che Steinbrück appartengono, seppur in diversi ruoli, alla stessa famiglia politica del socialismo europeo.

Ma perché Napolitano si è rifiutato di incontrare Steinbrück? Perchè il candidato cancelliere della SPD ha definito, in un meeting pre-elettorale, Grillo e Berlusconi “due clown” che compongono il quadro catastrofico dell’attuale politica italiana. Frase irrituale, quella dei clown, per la politica istituzionale tedesca. E’ evidente che Napolitano, che deve cominciare la più complessa fase di consultazioni tra forze politiche dal 1945, non può accreditare un incontro con un personaggio che ha dato del clown ai rappresentanti di quasi i tre quinti dell’elettorato italiano. Steinbrück, a differenza di Angela Merkel, ha cominciato una campagna aggressiva sulla questione della situazione italiana. Per due motivi principali: il primo è dettato dalla necessità di recuperare nei sondaggi, interpretando le angosce dell’opinione pubblica tedesca rispetto all’Italia, mentre il secondo segue la linea di una serie di critiche permanenti che Steinbrück rivolge ad Angela Merkel. Per Steinbrück infatti, il dispostivo di governance europea (legato sia alle politiche di bilancio che all’intervento coordinato sulla legislazione del lavoro a livello continentale) non si sviluppa con le politiche di attesa promosse dall’attuale cancelliere tedesco.

C’è anche un’altra questione di cui tener conto, visto che stiamo parlando di un ex ministro delle finanze (del governo di coalizione con la Merkel) ben attento agli equilibri delle borse. Steinbrück parla la stessa lingua, in queste ore, della stampa inglese ed americana. Gli umori che interpreta in Germania sono simili ai titoli del Financial Times, del Guardian o del Wall Street Journal. Eppure, nonostante la geografia ufficiale della politica avvicini Napolitano a Steinbrück, è proprio il comportamento attuale della cancelleria di Berlino ad essere più gradito all’attuale presidenza delle repubblica italiana. Innanzi tutto per i toni, che in politica contano, di Schauble, potentissimo ministro delle finanze tedesco e della stessa Merkel. Entrambi hanno parlato di rispetto per l’espressione popolare del voto italiano. Nonostante che Schauble abbia parlato di “rischio contagio dall’Italia”, che riguarda la dimensione finanziaria, ci si è tenuti lontano, anche in presenza degli scivoloni di Monti, dal dibattito sull’Italia anche prima del voto del 24-25 febbraio. Ma c’è un punto sostanziale per cui, al momento, la politica di Merkel e Schauble è la più adatta per la presidenza della repubblica italiana. Lo si capisce da un articolo, scritto su die Welt, da Thomas Straubhaar docente di economia delle relazioni internazionali all’università di Amburgo e direttore, sempre nella città anseatica, del prestigioso istituto di studi sull’economia mondiale.  Su Die Welt, vicino alla Merkel ma anche a Weidmann, falco presidente della Bundesbank, Straubhaar attacca le posizioni allarmistiche sull’Italia facendo evidente riferimento a Steinbrück. Ma espone, parlando del nostro paese, una strategia più articolata di contenimento del caos sistemico che, per il neoliberismo europeo, sembra essere rappresentato dal risultato delle elezioni italiane. Straubhaar, dopo la classica argomentazione storica sull’instabilità cronica dei governi italiani, propone due vie di contenimento degli effetti politici e finanziari del caso italiano. Entrambe passano attraverso un ruolo minimo della politica istituzionale tedesca a) lasciar regolare al Dax, l’indice di borsa tedesco, prezzi di azioni e obbligazioni in riferimento all’Italia senza un intervento diretto della politica tedesca b) lasciar fare alla Bce, e questo piacerà meno a Weidmann le cui ragioni sono di solito presenti su Die Welt, l’eventuale politica di regolazione dei prezzi delle obbligazioni sovrane italiane.

La presa in carico del caso (e del caos) Italia, interpretando Straubhaar, adesso passa quindi attraverso il laissez-faire della politica di Berlino ed il comportamento attivo dela borsa tedesca e il ruolo di sostegno della Bce. Se questo ruolo debba anche prevedere un commissariamento di fatto dell’Italia Straubhaar non lo dice. Ma lo dicono i trattati Sme e Omt ed oltretutto anche le dichiarazioni di Draghi dello scorso agosto, alla base di tutto il comportamento dei mercati finanziari rispetto all’euro degli ultimi mesi. Siccome al momento è la Merkel al potere in Germania, e non Steinbrück, c’è da prevedere, per una complessità di fattori, che questo sarà il comportamento tenuto da Berlino all’inizio della crisi italiana. Nella speranza che una grande coalizione, costituita a Roma da diverse esigenze politiche e finanziarie, prenda prima possibile le redini del nostro paese. Ci sono però tre fattori che possono impedire il dispiegarsi pieno di questo comportamento, oltre alle differenze di linea interne alla Bce e il comportamento imprevedibile degli attori tedeschi sul mercato: 1) il protrarsi dello stallo politico a Roma, e quindi l’assenza di un identificabile referente in Italia, ben oltre le previsioni degli attori politici e finanziari di Berlino e Francoforte 2) L’acuirsi della crisi francese, economica e finanziaria, che può mettere in difficoltà le strategie di Bce di contenimento del “contagio” italiano 3) il montare delle scommesse dei fondi speculativi sul caso Italia ben oltre la capacità di risposta della Bce.

Come era prevedibile da diverso tempo la crisi italiana, una volta arrivata ad una prima maturazione, è diventata immediatamente una grave questione continentale. Che riguarda Berlino e la Bce più di qualsiasi altre crisi precedenti. I conflitti tra gli attori tedeschi della crisi, e tra quelli italiani, determineranno i comportamenti del prossimo futuro. Ma siamo di fronte ad una stagione politica, ed economica, inedita. Le sorprese non mancheranno nè per Roma nè per Berlino.-

Fonte: http://www.senzasoste.it
Link: http://www.senzasoste.it/internazionale/caos-italia-quale-strategia-per-la-politica-tedesca
28.02.2013

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fonte comedonchisciotte.org

COMUNICAZIONI TRUFFALDINE – «Sono una donna, non sono una bambola» Ma le donne del manifesto Pdl sono state ‘comprate’ da un catalogo

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«Sono una donna, non sono una bambola»
Ma le donne del manifesto Pdl sono da catalogo

Le immagini delle «sostenitrici» sono acquistabili online e utilizzabili a fini commerciali

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MILANO – Lo slogan: «Sono una donna, non sono un bambola». E poi, il volto, sorridente e rilassato, di tre donne. Insieme, sono le testimonial di un manifesto elettorale del Pdl (GUARDA) pubblicato su diversi quotidiani nazionali che contiene un appello in difesa dei diritti delle donne. Il riferimento è al segretario del Pd Pierluigi Bersani, secondo il quale Berlusconi parla di donne «come se fossero bambole gonfiabili». «Dobbiamo riscattarci e dire che siamo orgogliose di essere donne del Pdl e siamo orgogliose di votare per Silvio Berlusconi», ha detto Daniela Santanchè alla presentazione del manifesto, da cui sorridono appunto tre donne: una bionda, una bruna, di età diverse e tutte sorridenti. Perfette. O quasi.

DA CATALOGO Come segnalato su Twitter da Nomfup – blog collettivo su comunicazione e politica animato da Filippo Sensi, vicedirettore di «Europa» – le tre donne non sono infatti militanti del Popolo della Libertà, ma immagini acquistabili online e utilizzabili a fini commerciali. Una di loro si chiama «Sorridente donna anziana felice. Isolato su sfondo bianco». Sullo stesso sito, digitando le parole chiave «Sorridere anziani braccia incrociate in piedi signora, guardando la fotocamera», si trova anche una collega. La terza ha prestato il proprio volto la pubblicità di un’azienda che fornisce componenti per ufficio. Che le tre votino Pdl però, non è dato sapere.

Federica Seneghini

21 febbraio 2013 | 20:40

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fonte corriere.it

Irlanda: le impediscono di abortire e muore. I medici: “Nessun aborto, siamo Paese cattolico” / Woman ‘denied a termination’ dies in hospital


fonte immagine – also article: mirror.co.uk, Savita Halappanavar: Woman dies in hospital after being refused abortion

Aperta un’inchiesta

Irlanda: le impediscono di abortire e muore

Savita Halappanavar, di religione hindu, deceduta in ospedale di setticemia. I medici: “Nessun aborto, siamo Paese cattolico”

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Un caso che sta sconvolgendo mezza Europa. Il caso di Savita Halappanavar, irlandese di origini indiane, è destinato a riaccendere l’annoso dibattito sulle leggi in materia di aborto nella cattolicissima Irlanda. La donna, una dentista hindu di 31 anni, è morta, dopo che i dottori le hanno negato un’interruzione di gravidanza alla 17esima settimana, spiegandole che «questo è un paese cattolico». Le autorità hanno aperto un’inchiesta, mentre il premier Enda Kenny ha dichiarato ai deputati di essere in attesa dei risultati di due indagini sulla morte di Savita, avvenuta presso l’ospedale universitario di Galway, Irlanda occidentale. In Irlanda l’aborto è illegale ad eccezione di quando serve a salvare la vita della madre. I familiari di Halappanavar, hanno raccontato che la donna ha chiesto più volte ai dottori di interrompere la gravidanza, perchè avvertiva un fortissimo mal di schiena e stava per abortire.

LA TESTIMONIANZA – I medici le hanno tuttavia risposto che non poteva abortire perchè l’Irlanda è un paese cattolico e il feto era ancora vivo, ha spiegato il marito Praveen all’Irish Times. «Il consulente spiegò che “finché si sente un battito cardiaco del feto non possiamo fare niente”», ha aggiunto il marito, in un’intervista telefonica dalla regione di Karnataka, nel sud dell’India. Non sono né irlandese né cattolica – disse allora Savita, secondo l’uomo – ma mi hanno detto che non possono fare niente. La donna è morta di setticemia il 28 ottobre scorso, una settimana dopo il ricovero. Il feto è stato asportato dal suo corpo il 23 ottobre, dopo che il cuore del bambino aveva smesso di battere. L’ospedale ha spiegato in un comunicato di avere richiesto un’indagine sulla morte di Savita, che non è ancora partita, dato che i dottori stanno attendendo di parlare con la famiglia Halappanavar, al momento in India per i funerali. La coppia di indiani vive a Galway, dove il marito 34enne lavora come ingegnere. Il premier Kenny ha affermato che il ministro della Sanità ha richiesto una relazione sulle circostanze in cui è morta la donna, mentre le indagini sono state lanciate dall’ospedale e dal dipartimento della Salute irlandese. La morte di Savita è avvenuta a poche settimane dall’apertura della prima clinica privata, in cui è possibile l’aborto, in Irlanda del Nord.

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fonte corriere.it

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Woman ‘denied a termination’ dies in hospital

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KITTY HOLLAND and PAUL CULLEN, Health Correspondent

Two investigations are under way into the death of a woman who was 17 weeks pregnant, at University Hospital Galway last month.

Savita Halappanavar (31), a dentist, presented with back pain at the hospital on October 21st, was found to be miscarrying, and died of septicaemia a week later.

Her husband, Praveen Halappanavar (34), an engineer at Boston Scientific in Galway, says she asked several times over a three-day period that the pregnancy be terminated. He says that, having been told she was miscarrying, and after one day in severe pain, Ms Halappanavar asked for a medical termination.

This was refused, he says, because the foetal heartbeat was still present and they were told, “this is a Catholic country”.

She spent a further 2½ days “in agony” until the foetal heartbeat stopped.

Intensive care

The dead foetus was removed and Savita was taken to the high dependency unit and then the intensive care unit, where she died of septicaemia on the 28th.

An autopsy carried out by Dr Grace Callagy two days later found she died of septicaemia “documented ante-mortem” and E.coli ESBL.

A hospital spokesman confirmed the Health Service Executive had begun an investigation while the hospital had also instigated an internal investigation. He said the hospital extended its sympathy to the family and friends of Ms Halappanavar but could not discuss the details of any individual case.

Speaking from Belgaum in the Karnataka region of southwest India, Mr Halappanavar said an internal examination was performed when she first presented.

“The doctor told us the cervix was fully dilated, amniotic fluid was leaking and unfortunately the baby wouldn’t survive.” The doctor, he says, said it should be over in a few hours. There followed three days, he says, of the foetal heartbeat being checked several times a day.

“Savita was really in agony. She was very upset, but she accepted she was losing the baby. When the consultant came on the ward rounds on Monday morning Savita asked if they could not save the baby could they induce to end the pregnancy. The consultant said, ‘As long as there is a foetal heartbeat we can’t do anything’.

“Again on Tuesday morning, the ward rounds and the same discussion. The consultant said it was the law, that this is a Catholic country. Savita [a Hindu] said: ‘I am neither Irish nor Catholic’ but they said there was nothing they could do.

“That evening she developed shakes and shivering and she was vomiting. She went to use the toilet and she collapsed. There were big alarms and a doctor took bloods and started her on antibiotics.

“The next morning I said she was so sick and asked again that they just end it, but they said they couldn’t.”

Critically ill

At lunchtime the foetal heart had stopped and Ms Halappanavar was brought to theatre to have the womb contents removed. “When she came out she was talking okay but she was very sick. That’s the last time I spoke to her.”

At 11 pm he got a call from the hospital. “They said they were shifting her to intensive care. Her heart and pulse were low, her temperature was high. She was sedated and critical but stable. She stayed stable on Friday but by 7pm on Saturday they said her heart, kidneys and liver weren’t functioning. She was critically ill. That night, we lost her.”

Mr Halappanavar took his wife’s body home on Thursday, November 1st, where she was cremated and laid to rest on November 3rd.

The hospital spokesman said that in general sudden hospital deaths were reported to the coroner. In the case of maternal deaths, a risk review of the case was carried out.

External experts were involved in this review and the family consulted on the terms of reference. They were also interviewed by the review team and given a copy of the report.

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fonte irishtimes.com

LA 27ESIMA ORA – Genitori, dall’amore all’odio Perchè bisogna difendere i figli

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Genitori, dall’amore all’odio
Perchè bisogna difendere i figli

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La storia di Caterina, mamma separata, dopo il caso eclatante che ha visto protagonista Leonardo, il bambino conteso dai genitori e trascinato a forza dalla scuola. Perchè in una separazione è necessario salvare il bambino e la propria dignità di essere umano.

Sono una di quelle/i che ha sperimentato la conflittualità esacerbata dei genitori che si separano e l’inevitabile conflitto di lealtà che ne deriva (con chi ti allei?). Una forma di alienazione. Veramente allora, agli inizi degli anni 70, non si chiamava così. Anzi, non si chiamava affatto. Era una condizione e basta. Genitori in separazione crudele e tempestosa, con la legge sul divorzio appena approvata (1° dicembre 1970), madre massacrata dall’abbandono, padre di colpo latitante, figli (3) nel pallone. La più piccola, io, appena diciottenne (si era maggiorenni a ventun’anni, allora, ed è stato così fino a marzo del 1975), l’unica a vivere ancora in casa, con mammà. L’odio della madre è così ricaduto sulla figlia: salve le apparenze («sì sì,vai pure a cena con papà una volta ogni quindici giorni, devi vederlo. Ma lo sai che mi ha appena detto che ha venduto tutti i quadri che abbiamo alle pareti e che un mercante li verrà a prendere sabato…?»), la denigrazione del papà, la distruzione della sua immagine fu totale, l’allontanamento inevitabile. E per quasi trent’anni mio padre è stato una chimera, un fantasma, una mancanza. L’oggetto di tutto il mio risentimento.

Intanto ho avuto un figlio anch’io, da un matrimonio che speravo eterno e che invece è finito. Avevo giurato, alla sua nascita, che Dario non avrebbe mai vissuto una separazione. Per la sanità mentale di tutti sono diventata spergiura.

Ma la promessa di non fargli vivere l’inferno vissuto da me l’ho mantenuta. Ho rinunciato a molto, è vero, sul piano materiale. E Dario ha rinunciato con me. Ho ceduto su condizioni che hanno reso la mia vita pratica, e quella di Dario, più difficile.

Sono diventata più povera, un bel po’, e anche Dario. Però, con suo padre ho parlato sempre. Anche nei momenti più difficili, quando la rabbia e il dolore mi avrebbero spinto a fare la guerra. O quando, la pigrizia del padre faceva soffrire Dario, che si sentiva ignorato. Ho sempre cercato di spiegare a mio figlio com’era fatto il suo papà, perché a volte non lo vedeva quando avrebbe dovuto, e al papà ho spiegato le sofferenze del figlio.

Quando ci siamo trovati a vivere in luoghi differenti mi sono scapicollata su e giù per l’Italia per portare il bambino dov’era il genitore purché lo vedesse, per non spezzare quel filo prezioso che non è più “la” famiglia ma è un “altro tipo” di famiglia, alla quale i bambini hanno comunque diritto.

Adesso Dario ha 23 anni e con suo padre ha un rapporto bello e complicato, come (quasi) tutti. Non abbiamo mai parlato a fondo del «perché mamma tu difendi sempre papà». Ma credo che lui cominci a capirlo. Mi chiedo a volte se non sono stata per lui una mamma troppo “diplomatica”, quanto abbia odiato la mia perenne stanchezza (fisica e non solo), quanto sia stato difficile per lui capire perché i suoi genitori, che non litigavano mai, non stavano più insieme…

So però che ne è valsa la pena, che tutti i sacrifici, le lacrime nascoste, il lavoro fino a notte e anche la poca solidarietà (come se non essendoci conflitto non ci fosse diritto alla sofferenza) hanno portato Dario a non perdere il suo papà, a vivergli accanto il più possibile nonostante la separazione, a volergli bene comunque. A non maturare nessuna moderna alienazione, a non vivere quello che avevo vissuto io. E penso che le situazioni di conflitto, anche quelle che non portano alle estreme e controverse conseguenze che hanno colpito il piccolo Leonardo, hanno come vittime i bambini.

Ma vittima, pari merito, è pure la dignità degli adulti.

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fonte 27esimaora.corriere.it