archivio | genetica RSS per la sezione

Respingiamo la ‘Monocotura della mente’, di Vandana Shiva

https://i2.wp.com/blog.cimmyt.org/wp-content/uploads/2013/03/India.jpg
fonte immagine blog.cimmyt.org

Respingiamo la ‘Monocotura della mente’

In India i miliardari rinunciano alle colture ricche di ferro per puntare sulle banane geneticamente modificate

.

DI VANDANA SHIVA
commondreams

.

La natura ci ha regalato una cornucopia di biodiversità, ricca di sostanze nutritive. La malnutrizione e la carenza nutrizionale sono il risultato della distruzione della biodiversità. La Rivoluzione Verde ha permesso la diffusione di riso e farina chimici, bandendo la biodiversità dalle nostre campagne e dalle nostre diete. E ciò che è sopravvissuto come coltura spontanea – ad esempio l’amaranto verde (chaulai) ed il chenopodium (bathua) che sono ricchi di ferro- sono stati innaffiati con veleni ed erbicidi. Invece di essere acclamati come doni ricchi di ferro e vitamine, questi vegetali sono stati trattati come erbacce.

La “monocoltura della mente” tratta la diversità come una malattia e crea strutture coercitive per rimodellare il nostro mondo biologicamente e culturalmente variato sui principi di una sola classe privilegiata, di una sola razza e di un solo genere appartenente ad una singola specie. Da quando la “monocoltura della mente” ha preso piede, la biodiversità è sparita dalle nostre campagne e dal nostro cibo. E’ la distruzione delle colture ricche di biodiversità che ha portato alle crisi di malnutrizione.

L’ultima follia degli ingegneri genetici è di promuovere in India banane geneticamente modificate per ridurre le carenze di ferro nelle donne indiane. Il 75% delle donne indiane soffre di carenza di ferro.

Un uomo ricchissimo di nome Bill Gates sta finanziando uno scienziato australiano, James Dale, che conosce una coltura, la banana, per imporre inefficaci e pericolose banane OGM a milioni di persone in India ed in Uganda.
Il progetto è una perdita di tempo e di denaro. Ci vorranno dieci anni e milioni di dollari per completare le ricerche. Intanto i governi, le agenzie di ricerca e gli scienziati diverranno ciechi alla biodiversità basata su alternative a basso costo, sicure, testate nel tempo, democratiche e gestite da donne.

Le donne indiane hanno una grande conoscenza della biodiversità e della nutrizione; nel corso delle generazioni l’hanno ricevuta dalle loro madri e dalle loro nonne. Qualunque donna vi dirà che la soluzione alla malnutrizione sta nell’aumentare la nutrizione, ossia, aumentare la biodiversità.

Per fronteggiare le carenze di ferro, piante ricche di ferro dovrebbero essere coltivate ovunque, nelle fattorie, nei giardini delle cucine, nei giardini comuni, nei giardini delle scuole. La carenza di ferro non è stata creata dalla natura e possiamo sbarazzarci di essa diventando co-creatori e co-produttori della natura.

Ma c’è un mito della creazione che ignora sia la creatività della natura che la biodiversità, come anche la creatività, intelligenza e sapienza delle donne. Secondo questo mito della creazione di paternità capitalista, i creatori sono uomini ricchi e potenti. Possono possedere la vita attraverso brevetti e proprietà intellettuali. Possono trafficare con la complessa evoluzione millenaria della natura e chiamare i loro volgari atti di manipolazione genetica, “creazione” della vita, del cibo e della nutrizione.

La biodiversità indigena dell’India offre risorse ricche di ferro. Per esempio, l’amaranto ha 11.0 mg di ferro per 100 gr, il grano saraceno ne ha 15.5 mg e l’amaranto verde ne ha fino a 38.5mg, la karonda 39.1 mg e lo stelo del loto 60.6 mg.

Le banane hanno solo 0.44 mg di ferro per 100 grammi di parte edibile. Ogni sforzo di aumentare il contenuto di ferro nelle banane impallidisce di fronte al contenuto di ferro della nostra biodiversità indigena.

Non soltanto la banana OGM non è la scelta migliore per apportare ferro nella nostra dieta, ma minaccerà progressivamente la biodiversità delle banane e delle colture ricche di ferro ed introdurrà un nuovo rischio ecologico.

Se adottata, la banana Ogm sarà coltivata in grandi monocolture come il cotone Bt geneticamente modificato nelle piantagioni di banane in America centrale. Il governo e le altre organizzazioni sponsorizzeranno questa falsa soluzione e la nostra biodiversità di cibo ricco di ferro scomparirà.

Inoltre, le nostre varietà locali di banana verranno soppiantate e contaminate. Queste includono le varietà Nedunendran, Zanzibar, Chengalikodan e la Manjeri Nendran II.
L’idea di un’ ”agricoltura nutriente” fatta di pochi nutrienti coltivati in monocolture è già promossa a livello politico, il ministro delle finanze P.Chindambaram ha annunciato un progetto cardine di “nutri farms” nel suo discorso sul budget del 2013.

L’uomo ha bisogno di una biodiversità di nutrienti, inclusi una vasta gamma di micronutrienti ed elementi in tracce. Questi provengono da terreni sani e dalla biodiversità.

Tra le brigate dei biotecnici c’è un’urgenza perversa di dichiarare guerra alla biodiversità ed alla sua fonte. E’ stato fatto un tentativo di introdurre il Bt brinjal in India, che è il centro della diversità del brinjal, il mais OGM è stato introdotto in Messico, il centro della diversità del mais. La banana OGM si sta introducendo nei due paesi in cui la banana è una coltura significativa ed ha una grande diversità. Una è l’India, l’altra è l’Uganda, l’unica nazione in cui la banana è un prodotto basilare.

HarvestPlus è la corporation che sta promuovendo “biofortification”- tirando su le colture ed aumentando il loro valore nutrizionale. Ma gli esperti dicono che l’aumento dei nutrienti nei cibi potrebbe portare a problemi insormontabili; potrebbe apportare una quantità tossica di nutrienti ad un individuo e causare anche effetti collaterali associati, e c’è il rischio che i prodotti fortificati non siano una soluzione alla carenza di nutrienti presso le popolazioni a basso reddito, che potrebbero non essere in grado di permettersi i nuovi prodotti ed i cui bambini potrebbero non essere in grado di consumarne quantità adeguate.

Gli scienziati australiani stanno usando un virus che infetta le banane come uno starter. Il virus potrebbe diffondersi attraverso il transfer orizzontale di geni. Tutti gli scienziati genetici utilizzano geni che provengono da batteri e virus. Studi indipendenti hanno dimostrato che ci sono rischi per la salute associati a cibi OGM.

Non c’è alcuna necessità di introdurre una tecnologia pericolosa all’interno di un cibo povero di ferro come la banana, quando abbiamo così tanti cibi accessibili, sicuri, a portata di mano ed opzioni diverse per venire incontro alle nostre esigenze nutrizionali di ferro.

Dobbiamo migliorare la nutrizione aumentando la biodiversità, non “fortificando” industrialmente cibi vuoti ad un costo alto, o mettendo uno o due nutrienti all’interno di colture geneticamente ingegnerizzate.

Non abbiamo bisogno di questi esperimenti irresponsabili che creano nuove minacce alla biodiversità e alla nostra salute; non abbiamo bisogno di soluzioni nutritive imposte da uomini potenti seduti in posti lontani, che sono totalmente ignoranti sulla biodiversità dei nostri campi e dei nostri piatti tradizionali, e che non devono subire le conseguenze del loro potere distruttivo. Dobbiamo mettere la sicurezza alimentare in mano alle donne, in modo che finanche l’ultima donna e l’ultimo bambino possano godere dei doni naturali della biodiversità.

Vandana Shiva
Fonte: http://www.commondreams.org/ Link: https://www.commondreams.org/view/2013/04/24-8
24.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchsciotte.org a cura di ALESSANDRA

.

fonte comedonchisciotte.org

PRINT – EMAIL – PDF

CASO ASSURDO E CRUDELE – Cure Stamina: sì a lui, no alla sorella, una nuova sentenza riapre il caso

Cure Stamina: sì a lui, no alla sorella una nuova sentenza riapre il caso
Salvatore Bonavita, fratello di Erika

Cure Stamina: sì a lui, no alla sorella
una nuova sentenza riapre il caso

Torino, Erika Bonavita non potrá usufruire della stessa terapia concessa al fratello da altri giudici. Entrambi i giovani soffrono della stessa malattia neurodegenerativa. L’ultimo di una serie di verdetti discordanti

.

di SARAH MARTINENGHI

.

Erika Bonavita non potrà essere curata con la terapia Stamina. La sorella di Salvatore, anche lei affetta dalla stessa terribile malattia neuro degenerativa, il morbo di Newmann Pick, non ha ottenuto l’autorizzazione dei giudici a sottoporsi alle cure compassionevoli, a differenza del fratello per il quale il tribunale del Lavoro la scorsa settimana aveva espresso parere positivo. “È assurdo – ha commentato il padre Luigi Bonavita – anche perché nel caso di Erika avevamo persino già il parere positivo del comitato etico dell’ospedale”.

Dopo il via libera dei giudici, sì del ministro: staminali coltivate a Milano

L’inventore del metodo: voglio curare gratis

È la seconda volta che la magistratura si esprime in maniera contraria alla terapia  per la donna che ora ha 35 anni: in primo grado già il giudice Patrizia Visaggi si era detta contraria. Il padre aveva fatto reclamo contro il provvedimento d’urgenza, e questa volta il tribunale presieduto da Marco Buzano ha sostenuto la legittimità dell’Aifa nel disporre il blocco della terapia.

Nel caso di Salvatore invece, solo pochi giorni fa, il giudice Mauro Mollo aveva acconsentito a somministrargli le cellule staminali dopo aver guardato un filmato che dimostrava i benefici ottenuti dal ragazzo dopo un ciclo di cure effettuate nel 2008. Sabato il ministero della Salute aveva affermato la disponibilità dell’ospedale Maggiore di Milano a effettuare nel loro laboratorio la terapia con le cellule staminali di Davide Vannoni. La cura quattro anni fa era stata messa sotto inchiesta dalla procura di Torino e da allora è sempre stata al centro di polemiche e discussioni che hanno diviso la comunità scientifica e i giudici.

(11 marzo 2013)

.

fonte repubblica.it

DUE ARTICOLI IN ‘APPARENZA’ SCOLLEGATI: La mucca del latte anallergico / Così gli scienziati truccano le ricerche


fonte immagine

Arriva dalla Nuova Zelanda la mucca biotech che fa latte anti-allergia

I ricercatori hanno clonato una mucca modificata geneticamente in modo da inibire il gene responsabile della produzione della beta-lattoglobulina, una proteina assente nel latte umano e in grado di provocare allergie nei bambini

.

di

Miriam Carraretto

Miriam Carraretto

.

WAIKATOUna mucca geneticamente modificata per produrre latte che non provochi allergia nei bambini: è il risultato delle ricerche degli scienziati dell’università neozelandese di Waikato.
Come spiega il quotidiano britannico The Independent, i ricercatori hanno clonato una mucca modificata geneticamente in modo da inibire il gene responsabile della produzione della beta-lattoglobulina, una proteina assente nel latte umano e in grado di provocare allergie nei bambini.

MUCCHE SENZA CODA – Dalle prime analisi effettuiate il latte prodotto dalla mucca – nata senza coda, anomalia attribuibile alla clonazione e non alla modifica genetica – non solo contiene meno del 2% dei livelli normali di lattoglobulina, ma anche maggiori concentrazioni delle altre proteine del latte – come le caseine – e una maggiore quantità di calcio.
Attualmente per la rimozione della lattoglobulina vengono utilizzati degli enzimi che non sempre riescono ad eliminare l’allergene, sono industrialmente costosi e spesso peggiorano il sapore del latte.

.

fonte diariodelweb.it

_________________________________________

https://i1.wp.com/www.repubblica.it/images/2012/10/03/062948518-b8066e49-d474-4ce9-9b21-dfd7b495e2d5.jpg

Così gli scienziati truccano le ricerche

Un censimento delle pubblicazioni mostra una crescita allarmante di frodi, truffe e piraterie nelle ricerche. Un numero ancora basso (lo 0,01%) ma che si è decuplicato in 30 anni. La concorrenza impone di arrivare sempre primi. E c’è chi bara

.

di ELENA DUSI

.

NON SEMPRE camice bianco è sinonimo di mani pulite. Un censimento delle pubblicazioni scientifiche in medicina e biologia ha rivelato l’aumento di esperimenti macchiati da frode, falsificazione dei dati, visite a pazienti immaginari, ritocco delle immagini di laboratorio.

Il fenomeno è nel complesso modesto. Dei 25 milioni di articoli pubblicati su riviste mediche dal 1940 al maggio 2012, quelli ritrattati (cioè ritirati per errori gravi o frodi) sono 2.047. In percentuale però il numero di studi depennati è quasi decuplicato tra 1976 e 2007. Allora lo stigma della ritrattazione colpiva 10 articoli su un milione. Oggi si è arrivati a 96. E quel che è più grave, secondo il censimento di Proceedings of the National Academy of Sciences, è che solo uno studio su tre viene ritirato per uno sbaglio commesso in buona fede. In due terzi dei casi è con l’intento di ingannare che i dati scientifici vengono manipolati. L’obiettivo, come nello sport, è arrivare primi per aggiudicarsi credito in un mondo della scienza sempre più competitivo e a corto di fondi.

Le note pubblicate dalle riviste per annunciare una ritrattazione sono spesso generiche, scritte in modo confuso per non far trasparire l’inganno. Così i tre ricercatori dell’Albert Einstein di New York e dell’Università di Washington autori del censimento hanno deciso di scavare a fondo in ogni singolo caso. E si sono trovati di fronte a molta meno buona fede di quanto si aspettassero. Nel 67,4% di ritrattazioni dovute a cattiva condotta, il 43,4% è stato causato da frode vera e propria (casi concentrati in superpotenze della scienza come Usa, Giappone, Germania). Il 14,2% è un articolo che riproduce dati prodotti dalla stessa équipe, ma già pubblicati su un’altra rivista. Il 9,8% è un copia e incolla di risultati di altri scienziati (soprattutto in paesi emergenti come India e Cina).

Tra i colpevoli, molti sono i truffatori seriali. L’anestesista giapponese Yoshitaka Fujii si è visto ritrattare la cifra record di 193 studi su 23 riviste diverse. L’ultima moda è il ritocco delle immagini al microscopio. Ma non mancano le tecniche più sofisticate, come quella del sudcoreano Hyung-In Moon. Poiché ogni articolo scientifico, prima di essere pubblicato, deve essere sottoposto al giudizio di un panel di altri esperti, Moon è riuscito a “piratare” gli indirizzi mail dei suoi revisori, inviando alla rivista giudizi lusinghieri. Scoperto il trucco, 35 suoi articoli sono stati depennati dall’archivio mondiale della scienza. In quella poi che il direttore della rivista The Lancet nel 2006 definì “la più grande truffa condotta da un singolo scienziato”, l’oncologo norvegese Jon Sudbo inventò i dati di ben 900 pazienti.

Anche se la maggior parte delle truffe riguarda casi isolati e settori specialistici, non mancano le frodi che causano danni gravi ai pazienti o alla reputazione della scienza. Il “mago” delle staminali Hwang Woo-suk, autore nel 2004 dell’annuncio shock della clonazione di un uomo, fu cacciato dall’università di Seul nel 2006 per aver falsificato i risultati. Un metodo rivoluzionario messo a punto dalla Duke University sempre nel 2006 per scegliere la cura contro il tumore al polmone fu usato 4 anni negli Usa, prima di scoprire che era basato su dati falsi.

.

fonte repubblica.it

ANTICIPAZIONE DI LE MONDE – Mais ogm, dimostrata per la prima volta la tossicità / Un maïs OGM de Monsanto soupçonné de toxicité

Mais ogm, dimostrata per la prima volta la tossicità

Lo anticipa Le Monde: il mais testato è della Monsanto. Esperimento durato due anni. Nei maschi più frequenti problemi epatici e renali. Nelle donne i tumori mammarii

.

Uno studio condotto da un biologo francese dimostrerebbe, per la prima volta, una corrispondenza – nei ratti – tra consumo di mais ogm e malattie come il tumore mammario nelle femmine, problemi epatici e renali per i maschi e – in entrambi i sessi – aspettativa di vita ridotta.

Ne dà notizia il quotidiano francese Le Monde, specificando che lo studio è stato sottoposto al giornale senza dare la possibilità, per questioni di tempo, di sottoporre le conclusioni al giudizio di altri esperti del settore. Tuttavia lo studio – firmato dal biologo Gilles-Eric Séralini – verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista Food and Chenmical Toxilogy, dove è stato accettato in seguito a una peer reviw, ovvero la procedura di standard internazionale che consiste nel sottoporre uno studio e i suoi risultati a una comunità di esperti prima della pubblicazione su una rivista. Si tratta, insomma, di un progetto scientifico non “arrangiato”, come dimostrano anche i numeri – più di 200 i ratti sottoposti agli esperimenti per circa due anni – e al costo dell’operazione – circa 3 milioni di euro – sostenuta grazie al finanziamento di una fondazione, del ministero della ricerca scientifica francese ma anche di una associazione che si batte contro gli ogm (Criigen).

I biologi hanno selezionato 9 gruppi di 20 ratti. Il mais testato è il NK603 della Monsanto. L’esperimento è consistito nel nutrire un gruppo di ratti – composto da 20 esemplari – con il mais ogm. Il secondo gruppo – composto dallo stesso numero di esemplari – con il mais ogm associato al Round-Up che è un erbicida tollerato dal mais geneticamente modificato. A un terzo gruppo è stato somministrato solo il Round-Up. Il protocollo prevedeva inoltre il controllo della quantità delle sostanze ingerite: per cui i gruppi di ratti erano in tutto nove. Ai primi tre sono state somministrate le sostanze all’11%, Alla seconda “classe” di tre gruppi è stato somministrato il 22%. E alla terza “classe” il 33%.

Per vedere i primi effetti è stato necessario aspettare un anno. Nei maschi le necrosi del fegato sono state da 2,5 a 5,5 volte più frequenti rispetto al gruppo testimone. Sempre nei maschi, sono stati inoltre riscontrati problemi renali da 1,3 a 2,3 volte più frequenti. In tutti i gruppi studiati sono inoltre stati riscontrati tumori mammari a una frequenza maggiore, anche se non significativa dal punto di vista statistico.

Anche la mortalità è cresciuta in tutti i gruppi trattati. Se nel campione testimone la vita media dei maschi è stata di 624 giorni e 701 giorni nelle femmine, “Calcolato il periodo medio di sopravvivenza – scrivono gli autori – le cause della morte sono state ricondotte generalmente all’invecchiamento. Prima di questo periodo, nel gruppo-testimone sono morti spontaneamente il 20% dei maschi e il 30% delle femmine. Nei gruppi trattati con gli ogm questa percentuale è cresciuta rispettivamente al 50% e al 70%.

Gli scienziati osservano nel loro studio che gli effetti non cambiano significativamente in relazione alle dosi somministrate. Confermando quanto già studiato in ambito medico: e cioè che basta una esposizione anche non massiccia a un elemento negativo per il sistema ormonale per avere conseguenze sulla salute.

Secondo gli autori, dunque, ilRound-Up potrebbe comportarsi come un “disturbatore” del sistema endocrino. Questo però non spiega gli effetti riscontrati sui gruppi di ratti nutriti soltanto con il mais Ogm (senza erbicida). Secondo gli autori la costruzione del mais ogm comporta la modificazione di un enzima (si chiama ESPS sintasi) coinvolti nella sintesi degli amminoacidi aromatici che hanno un ruolo nella protezione della genesi del cancro. Il fatto che la produzione di questi amminoacidi sia ridotta potrebbe spiegare, secondo gli autori, le patologie osservate in modo più frequente nei ratti esposti al solo Ogm.

.

fonte globalist.it

_______________________________________

Un maïs OGM de Monsanto soupçonné de toxicité

Le Monde.fr | 19.09.2012 à 11h19 • Mis à jour le 19.09.2012 à 13h21

Par Stéphane Foucart

.

Photo du film "Tous cobayes ?" de Jean-Paul Jaud.
Photo du film “Tous cobayes ?” de Jean-Paul Jaud. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

Tumeurs mammaires chez les femelles, troubles hépatiques et rénaux chez les mâles, espérance de vie réduite sur les animaux des deux sexes… L’étude conduite par le biologiste Gilles-Eric Séralini (université de Caen) et à paraître dans la prochaine édition de la revue Food and Chemical Toxicology fait grand bruit : elle est la première à suggérer des effets délétères, sur le rat, de la consommation d’un maïs génétiquement modifié – dit NK603, commercialisé par la firme Monsanto – associé ou non au Round-Up, l’herbicide auquel il est rendu tolérant.

Les auteurs ont mis en place un protocole expérimental particulièrement ambitieux. Ils ont testé – sur un total de plus de 200 rats, et pendant deux ans – les effets d’un régime alimentaire composé de trois doses différentes du maïs transgénique (11 %, 22 % et 33 %), cultivé ou non avec son herbicide-compagnon.

Trois groupes ont également été testés avec des doses croissantes du produit phytosanitaire seul, non associé à l’OGM. Au total, donc, ce sont neuf groupes de 20 rats (3 groupes avec OGM, 3 groupes avec OGM et Roundup, 3 groupes avec Roundup) qui ont été comparés à un groupe témoin, nourri avec la variété de maïs non transgénique la plus proche de l’OGM testé, sans traitement à l’herbicide.

MORTALITÉ ACCRUE

 

La mortalité a été accrue dans l'ensemble des groupes traités.
La mortalité a été accrue dans l’ensemble des groupes traités. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

 

Sur l’ensemble des groupes traités, les différences les plus significatives avec le groupe témoin apparaissent au bout d’environ un an. Chez les mâles, les congestions et les nécroses du foie sont 2,5 fois à 5,5 fois plus fréquentes. Ces derniers souffrent également 1,3 fois à 2,3 fois plus d’atteintes rénales sévères. Les tumeurs mammaires ont été également plus fréquemment observées dans tous les groupes traités, mais pas toujours de manière statistiquement significative.

Quant à la mortalité, elle a également été accrue dans l’ensemble des groupes traités. Dans le groupe témoin, la durée de vie des mâles a été en moyenne de 624 jours et de 701 jours pour les femelles. “Une fois la période moyenne de survie écoulée, toute mort a été largement considérée comme due au vieillissement, écrivent les auteurs. Avant cette période, 30 % des mâles et 20 % des femelles du groupe témoin sont morts spontanément, alors que jusqu’à 50 % des mâles et 70 % des femelles sont morts [prématurément] dans des groupes nourris avec l’OGM.”

Les auteurs de ces travaux notent que la majorité des effets détectés ne sont pas proportionnels aux doses d’OGM ou d’herbicide auxquelles ont été exposés les animaux. Cette absence de proportionnalité entre la dose et la réponse biologique – une petite dose peut produire des effets plus importants que des doses plus fortes –, est désormais bien documentée dans le cas des substances qui perturbent le système hormonal.

Selon les auteurs, le Round-Up pourrait donc se comporter comme un perturbateur endocrinien. Cependant, cela n’explique pas les effets mesurés sur les animaux nourris à l’OGM seul. Pour les auteurs, la construction génétique de l’OGM entraîne la modification d’une enzyme (dite ESPS synthase) impliquée dans la synthèse d’acides aminés aromatiques ayant un effet de protection contre la cancérogénèse. Le fait que la production de ces acides aminés soit réduite pourrait expliquer, selon les auteurs, les pathologies plus fréquemment observées chez les rats exposés à l’OGM seul.

 

Les tumeurs mammaires ont été plus fréquemment observées dans tous les groupes traités.
Les tumeurs mammaires ont été plus fréquemment observées dans tous les groupes traités. | Jean-Paul Jaud/J+B Séquences

 

UN BUDGET DE 3 MILLIONS D’EUROS

La publication de M. Séralini va sans nul doute relancer l’affrontement entre pro et anti-OGM. Et ce d’autant plus qu’elle est publiée dans une revue importante, ne publiant qu’après “une relecture par les pairs” (ou peer review), c’est-à-dire une expertise technique sur les résultats présentés. Cependant et de manière inhabituelle, Le Monde n’a pu prendre connaissance de l’étude sous embargo qu’après la signature d’un accord de confidentialité expirant mercredi 19 septembre dans l’après-midi. Le Monde n’a donc pas pu soumettre pour avis à d’autres scientifiques l’étude de M. Séralini. Demander leur opinion à des spécialistes est généralement l’usage, notamment lorsque les conclusions d’une étude vont à rebours des travaux précédemment publiés sur le sujet.

Or jusqu’à présent, de nombreuses études de toxicologie ont été menées sur différents OGM et sur différentes espèces animales, sans montrer de différences biologiquement significatives entre les animaux témoins et ceux nourris avec les végétaux modifiés. Cependant, la plupart de ces travaux, rassemblés dans une récente revue de littérature conduite par Chelsea Snell (université de Nottingham, Royaume-Uni) et publiée en janvier dans Food and Chemical Toxicology, ont été menés sur des durées très inférieures à deux ans, et avec un plus faible nombre de paramètres biologiques contrôlés chez les animaux. De plus, tous ou presque ont été financés ou directement menés par les firmes agrochimiques elles-mêmes.

Les travaux de M. Séralini – dont le budget s’est élevé selon lui à plus de 3 millions d’euros – ont, pour leur part, été financés par la Fondation Charles-Léopold Mayer, par l’association CERES (qui rassemble notamment des entreprises de la grande distribution), le ministère français de la recherche et le Criigen (Comité de recherche et d’information indépendantes sur le génie génétique), une association qui milite contre les biotechnologies.

En tout état de cause, cette nouvelle publication sera placée sous l’attention soutenue de l’ensemble de la communauté scientifique et des agrochimistes, qui y chercheront les biais possibles et les faiblesses expérimentales. Interrogé par Le Monde, M. Séralini s’engage à fournir à la communauté scientifique l’ensemble des données brutes de son expérience – ce que ne font pas les agrochimistes qui mènent ce type d’études –, afin qu’elles puissent être réanalysées par ses contradicteurs.

Stéphane Foucart

.

fonte lemonde.fr

Che c’è di male se un ragazzo vuole vestirsi da donna?

https://i1.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/12Genderless1-articleLarge.jpg

Che c’è di male se un ragazzo vuole vestirsi da donna?

Vogliono mettersi la gonna, giocare con le bambole e dipingersi le unghie. Ma non si considerano né maschi né femmine. E una nuova generazione di genitori sta imparando a crescerli

.

Di RUTH PADAWER
nytimes.com

.

La sera prima di mandarlo alla “primina”, i genitori di Alex, Susan e Rob, scrissero una mail ai genitori dei compagni di classe. “Alex” era scritto nella mail “è sempre stato di “genere fluido” e in questo periodo s’identifica tranquillamente sia nei calciatori sia nelle principesse, supereroi e ballerine (per non parlare di Lava e Unicorni, dinosauri e arcobaleni luccicanti).” Spiegarono che Alex recentemente si era molto rattristato quando i genitori gli avevano proibito di indossare vestiti femminili se non durante un gioco di travestimento.

Dopo aver consultato il suo pediatra, uno psicologo e aver sentito genitori di altri bambini di “genere non-conformato”, Susan e Rob conclusero che “la cosa essenziale era di insegnargli a non vergognarsi di come si sentiva dentro”. Era quello il motivo del vestito a strisce fucsia, rosa e giallo che avrebbe indossato il giorno dopo a scuola. Per completare l’informazione, la mail riportava un link informativo sui bambini di “genere variabile”.

Quando Alex aveva quattro anni, si definiva allo stesso tempo “bambino” e “bambina” ma da due anni a questa parte si definiva un bambino a cui ogni tanto piaceva vestirsi da donna e atteggiarsi come tale. A volte in casa indossa vestiti, si mette lo smalto alle unghie e gioca con le bambole; altri giorni fa giochi rudi e aggressivi e dice di essere Spider-Man. Anche la sua gestualità cambia totalmente secondo come si sente quel giorno: i giorni che indossa vestiti femminili è grazioso, gentile, si muove quasi come in una danza e quando parla termina le frasi con toni acuti. I giorni invece che opta per l’abbigliamento solo maschile assume un atteggiamento da bulletto arrogante. Ovviamente, se Alex fosse stato una bambina che a volte giocava o si atteggiava da maschio, la mail non sarebbe stata mandata e neanche pensata. Nessuno avrebbe fatto caso se una bambina giocasse a football o indossasse una maglietta di Spider-Man.

Ci sono sempre state persone che infrangono le normali leggi del “genere”. Alcuni testi medici del tardo ottocento descrivevano le femmine “invertite” come persone molto dirette, con una particolare avversione per i lavori di cucito” e con una “inclinazione e gusto per le scienze”; i maschi invertiti, invece, sono definiti “totalmente incapaci nei giochi all’aperto”. Verso la metà del ‘900, i dottori tentavano terapie correttive per cercare di eliminare comportamenti atipici di genere. Lo scopo era di impedire ai bambini di diventare omosessuali o trans-genere (termine usato per definire chi sente di essere nato nel corpo sbagliato).

Oggi, molti genitori e medici rifiutano di ricorrere a terapie correttive, creando le basi di una prima generazione che permette ai maschi di giocare e vestirsi apertamente e liberamente in modi prima riservati esclusivamente alle femmine – per poter esistere in ciò che uno psicologo ha definito “quello spazio di mezzo” tra la mascolinità e la femminilità tradizionali.

Questi genitori hanno preso coraggio da una comunità su internet in rapida ascesa di persone che condividono le stesse opinioni e i cui figli si identificano come maschi ma gli piacciono i diademi e gli zaini con gli unicorni sopra.

Anche gli individui trans-genere conservano la tradizionale classificazione binaria tra i generi: nati in uno ma appartenenti all’altro. Invece, i genitori dei maschi di questo “spazio intermedio” sostengono che il genere è un ventaglio di possibilità e non soltanto due posizioni opposte, dove nessun uomo o donna può dire di appartenere precisamente e completamente.

“Certo, il mondo è più semplice e ordinato se si stabiliscono due possibilità di genere sessuale precise e separate”, scrisse l’anno scorso nel suo blog una madre del North Carolina, “ma annullando tutti gli spazi tra l’una e l’altra possibilità si finisce con il non rappresentare sinceramente la realtà vissuta. E dirò di più: se lo fate state annullando anche mio figlio”.

L’appassionata autrice di quel blog, Il Rosa è per i maschi, si è riservata di rivelare l’identità di suo figlio, lo stesso hanno fatto i genitori intervistati per questo articolo. Per quanto questi genitori vogliano sostenere e difendere ciò che rende così unici e felici i loro figli, allo stesso tempo temono di esporli a un rifiuto da parte della società. Alcuni hanno cambiato scuola, cambiato chiesa e cambiato casa per proteggere i loro figli. Questa tensione tra l’arrendersi alla conformità e incoraggiare la libera espressione di sé è comune a tutti i genitori di figli che differiscono dalla “norma”.

Ma i genitori dei cosiddetti “maschietti rosa” hanno anche un’altra preoccupazione: sapendo che il genere determina una gran parte dell’identità di un individuo, temono che un’errata decisione genitoriale possa danneggiare il benessere sociale ed emotivo dei propri figli. Il fatto che ci siano ancora opinioni contrastanti tra i maggiori psicologi su se sia giusto o meno soffocare un comportamento non convenzionale o incoraggiarlo, rende queste decisioni ancora più ardue da prendere.

Molti genitori che permettono al proprio figlio di occupare liberamente questo “spazio intermedio” erano socialmente liberali ancor prima di avere un figlio “rosa”, già pronti quindi a difendere i diritti degli omosessuali e la parità di diritti per le donne e pronti a mettere in discussione i confini tra la mascolinità e la femminilità tradizionali. Ma quando i loro figli escono dalle norme convenzionali, persino loro ne sono disorientati. “Com’è possibile che il modo in cui gioca mio figlio – una cosa semplice e gioiosa in sé – riesca a creare così tanto disagio? E perché la cosa mi disturba quando lui vuole mettersi un vestito da femmina?”

Nonostante il tono deciso della lettera che i genitori di Alex hanno inviato via mail agli altri genitori della classe, Susan era terrorizzata. Temeva che la propensione di Alex per la femminilità lo rendesse un facile bersaglio di atti di bullismo, anche se in una scuola di una città piuttosto progressista del New England, dove vivevano. Si sentita torturata dalle statistiche che indicavano che i teenager omosessuali e di trans-genere, quello che lei immaginava Alex potesse diventare, erano più soggetti all’uso di droghe e a commettere suicidio. Iniziò ad avere attacchi di panico. “Era tutto una grande vertigine” disse. “E’ dura realizzare quanta differenza possa significare l’identità di genere nell’esistenza di una persona. Come genitore, è molto destabilizzante quando questo riguarda un proprio figlio. E mi preoccupavo del fatto che se per me era così difficile capirci qualcosa di questo mio figlio, io che lo amo più della mia vita, come avrebbe mai potuto reagire la gente davanti a lui?”.

Finora si è fatta ben poca ricerca sui bambini di genere non-conformato, per cui è impossibile sapere quanti bambini escono dai limiti del genere – o anche quali sono esattamente questi limiti. Studi fatti calcolano che dal 2 al 7% dei maschi sotto i dodici anni mostrano regolarmente comportamenti di genere misto, anche se molto pochi desiderano realmente essere una femmina. Ciò che questo indica per il loro futuro, è difficile saperlo. Intorno ai dieci anni, la maggior parte dei maschi “rosa” lasciano perdere la loro propensione all’aspetto e ad atteggiamenti non convenzionali, sia perché superano questo desiderio sia perché lo reprimono. Tutti gli studi eseguiti su quello che accade nell’età adulta ai bambini maschi di genere non definito, mostrano tutti forti limiti metodologici, tuttavia indicano che anche se molti uomini omosessuali nell’infanzia non sono stati maschietti “rosa”, dal 60 all’80% dei maschietti “rosa” alla fine diventano omosessuali. Il resto, crescendo, diventano o uomini eterosessuali o donne, facendo cure ormonali o sottoponendosi a operazioni chirurgiche.

Tuttavia, i comportamenti di genere “fluido” da parte delle femmine raramente diventano oggetto di studio, questo perché le varianti alla femminilità tradizionale sono tante, diffusissime e generalmente accettate. Gli studi in material indicano che le “maschiacce” hanno molto più probabilità delle tipiche “femmine” a diventare bisessuali, lesbiche o a identificarsi in un “maschio”, ma la maggior parte di esse diventano eterosessuali.

Alex faceva chiaramente parte di quella piccola percentuale di maschietti che oscillano tra i limiti dei due generi. A tre anni insisteva nell’indossare le gonne anche dopo che finivano i giochi di travestimento all’asilo che frequentava. Faceva finta di avere i capelli lunghi e disegnava figure di ragazze dalle lunghe trecce con gonne ampie e sontuose. A quattro anni, spesso singhiozzava quando si guardava nello specchio mentre aveva i pantaloni, diceva di sentirsi brutto.

Preoccupata, sua madre iniziò a navigare su internet in cerca d’informazioni. Insieme al marito Rob trovarono in rete il sostegno necessario per affermare – invece che reprimere – le espressioni di “genere fluttuante” che il loro bambino mostrava. Solo pochi anni fa sarebbe stato impensabile trovare un simile incoraggiamento. Va detto che i movimenti gay hanno fatto una grande differenza. Inoltre, la visibilità delle persone trans-genere – sia tra candidati politici sia tra i ballerini di tango di Ballando con le Stelle – ha creato una notevole breccia per chi si sentiva in mezzo ai due generi. Benché l’accettazione non sia ancora molto diffusa, molti distretti scolastici e governi locali non ammettono la discriminazione in base all’identità e alle espressioni di genere sessuale.

Anche gli attivisti trans-genere hanno fatto molte pressioni per far apportare cambiamenti importanti nella psichiatria, che tuttora considera la confusione tra i generi una vera e propria malattia mentale.

Ora, l’Associazione degli Psichiatri Americani sta rivedendo la diagnosi di “Disturbo dell’Identità di Genere nei Bambini” nella prossima edizione del “Manuale Diagnostico e Statistico delle malattie mentali”. I critici, però, condannano la scelta del Dr. Kenneth Zucker come capo dell’indagine. Zucker dirige un’importante Clinica dei Disturbi dell’identità di Genere Sessuale a Toronto ed è il più famoso e qualificato difensore dei metodi tradizionali nei casi di non-conformità ai generi. Zucker invita i genitori a dirigere fermamente i bambini verso giocattoli di genere ben definito, e lo stesso vale per l’abbigliamento e i compagni di gioco, e consiglia di proibire qualsiasi comportamento associato all’altro sesso. Gli articoli accademici di Zucker sostengono che mentre la biologia di un individuo può predisporre alcuni bambini alla non conformità di genere, altri fattori, come traumi e scompensi emotivi, hanno spesso una forte influenza. Altre concause citate sono “madri iperprotettive”, “padri emotivamente assenti” o “madri ostili verso il sesso maschile”.

I difensori del genere fluido e i medici simpatizzanti affermano che dire a questi bambini di smettere con i loro interessi e propensioni di tipo trans-genere, non fa altro che aumentare il loro stress mentale.

Ci sono, inoltre, pochissime prove che l’intervento terapeutico possa cambiare il percorso d’identificazione di genere o l’orientamento sessuale in questi bambini. I medici contrari alle terapie tradizionali sostengono che il non conformarsi a un genere è la stessa cosa che essere mancino: insolito, ma non innaturale. Invece che spingere i bambini a conformarsi, questi medici gli insegnano a come reagire alle espressioni d’intolleranza, incoraggiano i genitori ad accettare le espressioni naturali dei loro figli, soprattutto perché alcuni studi mostrano che l’appoggio dei genitori costituisce per questi bambini una forte difesa contro l’autoemarginazione e la perdita di stima in se stessi.

Non è noto quanti genitori effettivamente scelgono di seguire quest’ approccio invece che quello tradizionale. Risulta chiaro però che negli ultimi anni, in U.S.A. e in Europa, sono aumentate le “sfide” ai modelli convenzionali sia nelle pubblicazioni scientifiche, sia tra gli specialisti e sia tra i genitori stessi.

“Il clima è cambiato” ha detto Edgardo Menvielle, direttore di uno dei pochi programmi mondiali dedicati ai giovani di genere non-conformato al Children’s National Medical Center di Washington. “Molti genitori non vanno neanche più dai medici. Vanno sui siti internet e si associano a gruppi online di persone con lo stesso “problema”. Sempre più genitori decidono che indurre i propri figli a conformarsi a un genere preciso potrebbe seriamente danneggiare la loro autostima, cosa che condivido. Penso che non sia per niente etico dire a un bambino: ‘ Questo è il genere che tu devi essere’ ”.

A Washington, Menvielle coordina un gruppo di sostegno per genitori che ha fondato insieme con una psicoterapista di nome Catherine Tuerk. Quando il figlio di C. Tuerk (anche lui di genere atipico) era un bambino (parliamo di tre decenni fa), la madre consultò uno psichiatra che le disse di tenere suo figlio lontano dai giocattoli femminili e dalle amichette femmine, in modo da incoraggiare un atteggiamento più aggressivo. Lei e il marito iscrissero quindi il loro figlio a karate e a calcio e lo portarono dallo psicologo quattro volte la settimana, per anni. Il bambino diventò triste e arrabbiato. A ventun anni il ragazzo disse ai suoi genitori che era omosessuale. Col tempo la Tuerk e il marito capirono che tutti i loro sforzi non erano stati altro che un abuso sul loro figlio. La Tuerk da quel momento in poi si dedicò a evitare che altri commettessero lo stesso errore.

La mamma di Alex, Susan, conobbe la Tuerk nelle sue ricerche in rete al tempo in cui Alex chiese insistentemente per la prima volta di indossare vestiti da bambina per andare all’asilo. Dopo una lunga conversazione telefonica con la Tuerk, Susan comprò alcuni vestiti da femmina per il figlio. La cosa che infastidiva Alex era che per strada la gente lo scambiava per una femmina. “Non mi piace che mi prendono per quello che non sono” disse il bambino alla baby sitter. Quando i suoi genitori gli chiesero se voleva che per lui si usasse il pronome “lei” invece che “lui”, lui rispose “No, sono ancora un ‘lui’”.

Susan e Rob si domandavano se Alex alla fine diventasse un trans-genere. Sapevano che sempre più medici prescrivevano ormoni bloccanti della pubertà a ragazzi pre-adolescenti che consideravano il passaggio all’altro sesso. Questi ormoni non solo permettevano di guadagnare tempo ma risparmiavano ai giovani ragazzi lo svilupparsi di quelle caratteristiche sessuali che sentivano estranee a loro. Anche Zucker era a favore degli ormoni da dare ai teenager che volevano cambiare sesso, perché c’erano sempre più prove che tali cure evitassero frustrazione e tristezza. Molti però hanno dubbi se gli adolescenti siano o meno abbastanza maturi da prendere simili decisioni definitive, soprattutto considerando che non sono ancora ben noti gli effetti collaterali di cure ormonali così prolungate.

Anche se ad Alex mancava ancora molto tempo prima di dover prendere una simile decisione, la madre Susan ci pensava spesso quando assisteva agli sconvolgimenti emotivi del bambino mentre frequentava l’asilo. Si era fissato con un vestito color lavanda e andava su tutte le furie quando la madre lo metteva da lavare. Allarmati, Susan e Rob decisero di limitare i giorni di “travestimento” ai martedì e ai sabati, dicendo ad Alex che non potevano lavare i suoi vestiti preferiti così spesso. La loro vera ragione era molto più complessa. Primo: non avevano la forza emotiva di permettergli di indossarli ogni giorno e avere a che fare con i fraintendimenti e i giudizi della gente. Secondo: avevano notato che Alex si comportava in diversi modi, secondo l’umore del giorno e dai vestiti che indossava. Mentre continuavano a dare ad Alex giochi e giocattoli di vario genere, speravano che se avesse indossato più a lungo vestiti da maschio si sarebbe sentito più a suo agio quando nella società, poiché avrebbe risposto alle aspettative di genere che essa si attenda da lui per il suo sesso biologico, data la reale possibilità che si sarebbe alla fine evoluto in un adulto maschio ben identificato.

.


When you come into to find your little boy dressed as well a little girl…………..What is a mom to do? – fonte

.

Eppure era difficile non domandarsi cosa intendesse veramente Alex quando diceva che si sentiva come un “maschio” o come una “femmina”. Quando si comportava in modo femminile, era perché semplicemente gli piacevano le cose delle femmine e quindi pensava che fosse bello essere femmina? Oppure davvero in quei momenti si sentiva come una femmina (qualunque sia questa sensazione) e quindi consolidasse questo modo di sentirsi scegliendo giocattoli, vestiti e atteggiamenti culturalmente identificati come “da femmina”? Qualunque fosse il ragionamento, l’ossessione di Alex era poi così diversa dall’ossessione di migliaia e migliaia di ragazzine che insistono nell’indossare vestiti scomodissimi? Era poi così diversa dall’ossessione contraria delle “maschiacce” che invece non sopportano simili indumenti?

Nessuno sa il perché la maggior parte dei bambini scivola facilmente nel genere loro assegnato e invece alcuni non riescono a farlo. I livelli ormonali sicuramente contribuiscono a determinare l’uno e l’altro comportamento. Un suggerimento ci viene da una rara condizione genetica conosciuta come Iperplasia Adrenalinica Congenita ( C.A.H. ). Tale condizione produce ai primi stadi della gestazione alti livelli di androgeni, compreso il testosterone, e può creare nelle femmine dei genitali simili a quelli dei maschi. Le femmine affette dalla C.A.H. sono educate come femmine e gli sono somministrati ormoni femminili, anche se alcuni studi hanno dimostrato che queste ragazze sono più aggressive e attive fisicamente delle normali ragazze, e hanno una particolare propensione per giocattoli come macchine, camion, costruzioni e compagni di gioco maschi. Anche se la maggior parte di loro diventa eterosessuale, le femmine affette da C.A.H. hanno maggiore probabilità di diventare lesbiche o bisessuali di altre femmine che durante la gestazione non sono state esposte ad androgeni.

Anche la genetica ha il suo ruolo nella determinazione del genere. Alcuni ricercatori hanno messo a confronto il comportamento di genere di due gemelli identici (che condividono il 100% dei geni) con quello di due gemelli diversi (che condividono circa metà del corredo genetico). Lo studio più importante è stato un’indagine olandese del 2006 sui gemelli, 14.000 soggetti di sette anni e 8.500 di dieci. Lo studio concludeva che i geni determinano per il 70% il comportamento atipico di genere in entrambi i sessi. Tuttavia non era chiaro cosa fosse ereditato esattamente: se le precise preferenze di comportamento, o l’istinto ad associarsi all’altro genere, o l’impulso a rifiutare i limiti che vengono imposti – o altri elementi del tutto diversi.

Qualunque sia l’influenza biologica, le espressioni di mascolinità e di femminilità sono culturalmente e storicamente ben definite. Nel 19° secolo, sia i maschi sia le femmine spesso indossavano vestiti lunghi e avevano capelli lunghi fino a sette anni. I colori erano gli stessi per entrambi i sessi. A volte il rosa era considerato un colore “forte” e quindi maschile, mentre l’azzurro era considerato delicato, I vestiti dei bambini per entrambi i sessi avevano lacci, balze, fiori e merletti. Ci furono cambiamenti all’inizio del 20° secolo, scrive Jo Paoletti, un professore di studi Americani all’University of Maryland e autore di “Rosa e Celeste: distinguere maschi e femmine in America.” A quel tempo, alcuni psicologi iniziavano a sostenere la tesi che quei maschi che s’identificavano troppo con la propria madre sarebbero diventati omosessuali. Nello stesso momento le suffragette spingevano per l’emancipazione della donna. Per risposta a queste pressioni sociali, l’abbigliamento iniziò a cambiare e i maschietti cominciarono a indossare vestiti diversi da quelli delle madri e delle femmine in generale. Nel 1940 qualsiasi forma di merletto fu bandito dall’abbigliamento maschile e anche i colori iniziarono a distinguersi precisamente tra i sessi.

Nel frattempo le donne iniziarono a indossare i pantaloni, a lavorare fuori di casa e a praticare diversi sport. Settori storicamente “maschili” divennero territorio neutrale, specialmente per le ragazze adolescenti, e l’idea di una ragazza che si comportasse in modo maschile perse la sua connotazione critica. Uno studio del 1998 del Giornale Accademico Sex Roles indica quanto sia diventato ordinario per le ragazze occupare tranquillamente quello “spazio intermedio”: il 46% delle cittadine adulte, il 69% delle baby-boomers e il 77% delle donne della Generazione X affermano di essere state delle “maschiacce”.

Ai giorni nostri, l’evoluzione delle convenzioni legate al genere si estende anche alla scelta dei nomi dei figli: nomi che un tempo erano decisamente maschili, ora sono usati anche per le femmine. Mai però accade il contrario. Questo accade perché le ragazze tendono a conquistare nuovi spazi sociali quando “invadono” il territorio maschile, mentre i ragazzi fuggono da ogni accenno di femminilità. “Essere uomini, nella nostra società, è molto più vantaggioso” dice Diane Ehrensaft, una psicologa dell’University of California, San Francisco, che è favorevole a consentire ai bambini di essere, come lei li definisce, di “genere creativo”. “Quando un ragazzo vuole comportarsi come una ragazza, la cosa ci fa tremare, perché per quale motivo una persona vorrebbe essere di genere ‘inferiore’?” I maschi sono sette volte più soggetti delle femmine a dover ricorrere agli specialisti per valutazioni psicologiche. A volte le “infrazioni” si limitano al desiderio di una Barbie per Natale. In confronto, la maggior parte delle ragazze che ricorrono agli psicologi sono molto più estreme nella loro “atipicità”: vogliono nomi e pronomi maschili.

Alcune culture definiscono delle precise categorie per quelli che escono fuori dalle convenzioni sociali legate al genere. A Samoa, I maschi biologici che assumono atteggiamenti femminili sono definiti del “terzo sesso”, in lingua locale “fa’afafine”. Negli U.S.A., alcuni di questi che occupano il cosiddetto “spazio intermedio” si autodefiniscono “genderqueer”, anche se non si tratta di un concetto culturale ben preciso.

“La gente ha bisogno della distinzione tra generi per comprendere il mondo, per mettere ordine nel caos” dice Jean Malpas, che dirige il Progetto Genere e Famiglia all’ Ackerman Institute di Manhattan. “Abbiamo voluto così testare il benessere delle persone: “Ti senti a tuo agio? Ti senti bene? O ti senti in imbarazzo?” Le categorie sociali di UOMO/DONNA, RAGAZZO/RAGAZZA sono fondamentali, e quando un individuo sfida quest’ordine rendendo vaghi i confini tra le due, all’inizio la cosa disorienta molto. “E’ come se si mettessero in questione le leggi della gravità”.

E’ così per Moriko e suo marito, che per anni hanno lottato per comprendere l’attrazione del loro figlio per i vestiti femminili, anche se la cosa lo emarginava socialmente. “Ero triste e spaventata, davvero spaventata” disse Moriko. “Questa cosa qua non è certo contemplata nel libro “Cosa devi aspettarti quando aspetti”. Non sapevo cosa fare, cosa pensare e cosa sarebbe accaduto. Portarono il loro figlio di sette anni da uno psicologo a New York, sperando di avere un’adeguata consulenza e un buon sostegno. Al contrario, la terapista attribuì a loro la femminilità del loro figlio, disse che Moriko era emotivamente distaccata e che suo marito era troppo assente. Consigliò loro di confiscare al bambino le bambole e I vestiti da femmina e di trovargli dei compagni di gioco maschi. Seguirono le sue istruzioni, ma il loro figlio diventò triste; alla fine interruppero la terapia. “Era evidente che non era quella la strada giusta”. Disse Moriko. “Stava facendo del male a tutti noi”.

Quando suo figlio ebbe nove anni, Moriko e un’altra madre diedero il via a un gruppo di sostegno per famiglie che intendevano accettare, e non cambiare, le espressioni di genere sessuale dei loro figli. Offrirono una stanza per far parlare tra loro i genitori e un’altra stanza per far giocare i loro figli. Oggi questo gruppo conta più di venti famiglie. Pochi di questi bambini prendono ancora farmaci bloccanti degli ormoni, alcuni altri sono diventati chiaramente omosessuali. Il figlio di Moriko è ancora ‘fluttuante’.

Il figlio di Moriko fra poco frequenterà la terza media alla scuola media statale di Long Island. I suoi amici sono per lo più ragazze e lui si veste come loro: jeans aderenti, eyeliner nero, rossetto color pastello e camicette scollate che prende dal reparto ragazze dei grandi magazzini. (Moriko gli fa indossare sotto una canotta). Quando i suoi insegnanti gli chiesero che pronome dovessero usare quando parlavano con lui, lui disse “maschile”. Ma lui non vuole essere chiamato né ragazzo né ragazza.

“Questo ragazzo si trova esattamente nel mezzo” disse Moriko. “I suoi piedi si stanno allungando, la sua voce si fa più profonda. Non intende prendere i bloccanti degli ormoni, proprio non sappiamo cosa succederà”. E qui Moriko singhiozzò e iniziò a piangere. “La sua terapista mi ha detto, “So bene che finora siete vissuti per tanto tempo senza una “casella” di genere e so che è molto frustrante e confuso, ma ora il ragazzo non vuole essere messo in alcuna “casella di genere”. Non sto cercando di etichettarlo, ma è dura non domandarmi che cosa è, se non è un maschio e neanche una femmina. A volte penso che non essere in una precisa “casella di genere” sia un male, fosse anche “omosessuale” o “genderqueer”.’Voglio solo aggrappare la mia mente a un concetto preciso. So che devo essere paziente, ma a volte mi sento come un ostaggio emotivo perché, essendo sua madre, è mio compito aiutarlo a essere quello che desidera essere, e non posso farlo se neanche lui sa ancora cosa vuole essere.”

La non conformità a un genere preciso è un argomento delicato, e quei genitori che accolgono favorevolmente questa cosa nei loro figli possono essere molto malgiudicati. Quando J. Crew fece uno spot con la loro presidente che metteva lo smalto rosa alle dita dei piedi di suo figlio, con la scritta “Sono fortunata, mi ritrovo un figlio che come colore preferito ha il rosa” un commentatore disse che stava sfruttando suo figlio “nascondendosi dietro una facciata di politica liberale e d’identità trans-genere”. Poi arrivarono Kathy Witterick and David Stocker, la coppia di Toronto subito presa di mira dalla critica dopo aver affermato di non voler rivelare il sesso del loro figlio perché non volevano sottoporlo ad alcuna aspettativa di genere sessuale. L’idea gli venne dal loro figlio di sei anni, Jazz, che per tre anni aveva insistito nel voler scegliere nei negozi i suoi vestiti dal reparto “bambina”. “Non avevo alcuna intenzione di distruggere le nozioni dei generi sessuali nei miei figli.” Mi disse Witterick. “Avevo abbastanza esperienza di vita da sapere che il modo con cui costruiamo la mascolinità determina se gli uomini siano vittimizzati perché sono delle femminucce o diventino dei “duri” che vittimizzano quelli che non lo sono. Ma non ho problemi ad ammettere che la prima volta che Jazz scelse un vestito da femmina dallo scaffale del negozio, davvero non sapevo cosa fare. Gocce di sudore iniziarono a scendermi sulla fronte.”

Ellen R. e suo figlio di dieci anni, Nick, vivono in un piccolo centro del New Jersey. A volte Nick passa ore a disegnare gonne per le sue trentasei Barbie e a crearle sia per sé sia per le sue bambole, usando stoffa, nastri e nastro adesivo. Per un po’ Nick tenne segreta questa sua passione, Ma un giorno in seconda elementare un amico passò a casa di sorpresa e vide le Barbie sparse in tutto il soggiorno. Il bambino fuggì via di corsa da casa nostra, Il giorno dopo, a scuola, disse a tutta la classe “Nick gioca con le bambole.” “Tutti mi guardarono, volevo urlare, ma a scuola non si può urlare. Così ho detto che non era vero. Ma non mi ha creduto nessuno”. Per qualche minuto restò silenzio, concentrandosi su un fermaglio un po’ difettoso sui capelli di una delle Barbie. “Lui era mio amico” poi disse. “Questa è la cosa peggiore”.

Da allora, sono due anni che Nick non ha mai invitato né è stato mai invitato a giocare a casa dei suoi compagni di scuola. Sotto sotto Ellen è convinta che Nick non debba vergognarsi di ciò che è. Ciononostante deve combattere contro il timore di venire emarginata e malvisti. “Quando tuo figlio ha atteggiamenti femminili all’asilo, gli altri genitori pensano che sia carino, Ma non è più carino quando sono all’elementare, e sempre meno a mano a mano che cresce. Quando sono seduta vicina ad altri genitori alle riunioni e alle assemblee di classe (sono rappresentante di classe), ed è difficile non pensare: ‘Forse quelli stanno prendendo in giro sia me sia mio figlio’”.

Per altri genitori, il disagio è ancora più forte. Quando Jose era piccolo, suo padre, Anthony, accettò la “fluidità” del suo genere, e persino giocava con lui al “negozio di bellezza”. ”Ma a mano a mano che Jose cresceva, venne chiaro che i suoi interessi non erano soltanto fantasie passeggere” ricorda Anthony. Lottò a lungo contro il senso di confusione, di delusione e di alienazione che gli provenivano da suo figlio, che si autodefiniva “ragazza-ragazzo”. Anche se cercava di nasconderlo, ad Anthony gli si stringeva il cuore quando vedeva Jose che si pavoneggiava con addosso un vestito prestato da un vicino, o con una parrucca in testa. A volte Anthony si univa senza problemi a qualsiasi gioco Jose stesse giocando, a volte invece lo contrastava. Se Jose usciva fuori da casa portando con sé una Barbie, Anthony borbottava: “Devi per forza portarla con te ogni volta?” Una volta quando Jose aveva tre anni e si metteva dei vestiti da donna ogni giorno, Anthony protestò “Jose! Sei un maschio! Non sei una femmina – sei un maschio!” e poi iniziò a piangere. Jose scivolò fuori dal letto si avvicinò al padre piangente e iniziò ad accarezzargli la testa. “Non sapevo proprio come rapportarmi con lui” ha ricordato Anthony recentemente. “Non sapevo come fare il padre di una figlia femmina nel corpo di un maschio.”

Anthony e sua moglie, che vivono a New York, hanno creato un sito internet di sostegno e hanno iniziato ad andare da uno psicologo. Questo li ha invitati a permettere a Jose di giocare con i giochi che lui voleva. In un compresso terapeutico, lo psicologo ha suggerito di consentire a Jose di indossare a casa qualsiasi cosa volesse, ma fuori casa non doveva farlo per nessun motivo, per evitare di essere preso in giro. L’estate dopo l’asilo, Jose and Anthony andarono a un campo dedicato ai bambini di genere atipico. Lì Anthony fu molto colpito nel vedere come erano felici tutti i bambini di giocare insieme in piena libertà indossando anche vestiti femminili. Dopo questa esperienza, lui e sua moglie entrarono in un gruppo di sostegno e iscrissero Jose a una prestigiosa scuola di ballo, dove tuttora si sta notevolmente distinguendo per la sua bravura. Anthony è molto fiero di questo suo talento.

Ora Jose ha nove anni. E’ interessato ai Lego e ai cartoni animati dove i supereroi lottano per combattere il crimine. Raramente indossa un vestito femminile ed è felice di essere un ragazzo; gioca ancora con le bambole, solo questo. Anthony è soddisfatto della situazione, anche se ammette con una certa riluttanza che ancora non sopporta quando il figlio parla e si atteggia come una diva del cinema, e di questo non sa spiegare il motivo. Anthony ha chiesto scusa a Jose. “Gli ho detto che avevo la mente chiusa. Non capivo proprio, non avevo mai conosciuto uno come lui, quindi mi c’è voluto tempo per abituarmici. E mi dispiace molto”. E più di una volta Jose gli ha detto: “Ti perdono”.

E’ vero che ai nostri giorni i ragazzi e gli uomini hanno più spazi per scegliere il loro abbigliamento e come comportarsi, anche in modo molto meno mascolino che in passato. Tra gli uomini son ormai diffusi i capelli lunghi e alcune collane e alcuni orecchini, specie in alcune società. Molti uomini si depilano le sopracciglia, fanno manicure e indossano abiti rosa. In alcune zone del paese, quest’apertura degli stili ha consentito in parallelo un’apertura per quei maschi che oscillano tra le regole dei due generi sessuali.”

Ad esempio, James, un ragazzo di quattordici anni che dai cinque fino ai dieci anni ha portato i capelli lunghi, ha indossato vestiti femminili e spesso è stato scambiato per una femmina. Questa cosa né lo disturbava né lo esaltava. In quinta elementare, però, aveva abbandonato le gonne. Un anno dopo, era così convinto di essere un ragazzo che proibì categoricamente ai genitori di ricordare o menzionare il suo passato con i suoi amici.

James ora è alto un metro e ottanta, la sua voce è profonda. I suoi capelli sono ancora lunghi fino alle spalle e si tinge le punte di rosa. Quando è con amici maschi, giocano insieme ai videogiochi e creano personaggi manga. Quando è con amiche femmine, si travestono con parrucche e fanno scenette, con toni di voce acuti. Si spazzolano i capelli e si fanno le treccine tra loro.

A un caffè vicino la loro casa di Cambridge, suo padre mi disse che all’inizio aveva cercato di dissuadere James dall’indossare vestiti femminili in pubblico, per difendere se stesso e il proprio figlio dai giudizi e dalle critiche. Ma quel primo imbarazzo si è piano piano trasformato in orgoglio. “E’ una persona davvero molto coraggiosa” disse il padre. “Ho imparato tanto da lui… Al College ricordo che mi chiedevo perché i gay non si comportano in modo meno appariscente? La gente smetterebbe di dargli addosso, ma poi ho pensato: ehi, parla per te. Ora so che è sbagliato. Mio figlio mi ha dimostrato che fa tutto parte di un’identità, non qualcosa che una persona si mette e si toglie a suo piacimento. E non sta a loro preoccuparsi di metterci tutti a nostro agio.

Un giorno, questa primavera, andai al parco giochi con un bambino di 8 anni di nome P. J. Un nastro rosa con delle farfalle luccicanti teneva legati I suoi folti ricci neri, che ogni tanto si tirava indietro con gesto teatrale. Indossava un casco da bici decorato con serpenti e scheletri, una maglietta Pokemon blu, pantaloni stretch neri e rosa, una felpa fucsia e al collo un cuore iridescente come ciondolo. Lui e il suo amichetto correvano felici intorno al parco rincorrendosi chiassosamente, si fecero nuovi compagni di gioco.

Dopo aver giocato per mezz’ora, alcuni bambini fecero capannello per riprendere fiato e per conoscersi un po’ tra loro. Gli occhi di una ragazza di dieci anni si spalancarono. Si rivolse a me, l’adulto più vicino a lei, e mi disse: “Lo sai che lei è un maschio?” Feci sì con la testa. Convinta che avessi capito male, indicò P.J. che era vicino a lei e disse “No! Questa qui è un maschio!”. I genitori di P.J gli permettono di indossare abiti da ragazza in pubblico, cosa che fa raramente, ben sapendo i commenti che la cosa susciterebbe (es. Sì dal dentista, no a casa dei nonni). A scuola, però, i genitori gli permettono di indossare qualsiasi cosa tranne che vestiti da femmina, poiché il vestito intero è un indumento che da solo è più esplosivo di tutti i rosa, fucsia e lustrini messi insieme. P.J. mi disse che indossava camicette da “femmina” (usò le dita per fare il gesto “tra virgolette”) tre giorni la settimana e camicie da maschio gli altri due giorni. Il più delle volte sceglie pantaloni rosa o viola. Nonostante i genitori avessero pagato di tasca loro mezza giornata di formazione, destinata agli insegnanti della scuola, di psicologia legata alle incertezze sessuali nei bambini, P.J. è ancora preso di mira sul pullmino della scuola o durante l’ora di ricreazione.

“Alcuni ragazzi a scuola mi prendono in giro” dice lui. “Continuano a chiedermi,” e qui la voce diventa piagnucolosa “Sei un maschio o una femmina? Mi sono dimenticato’. E poi me lo chiedono anche il giorno dopo. Non ci credo che se lo sono dimenticato un giorno dopo soltanto, sono soltanto cattivi. Dicono che mi dovrei tagliare i capelli perché così sembro una ragazza e se sembro una ragazza è sbagliato. Non sono affari loro, ma me lo dicono lo stesso.”

Il videogioco preferito di P. J., Glory of Heracles, mostra un personaggio di genere ambiguo che P.J. definisce come una ragazza che vuole essere un ragazzo. “Ti senti così?”Gli chiesi un giorno a casa sua. “No, non voglio essere una ragazza” disse, mentre si specchiava nello specchio della sua camera mettendosi in posa, stile Cosmopolitan. “Voglio solo mettermi roba da ragazze”. “Perché vuoi essere un maschio e non una femmina?” Gli chiesi. Lui mi guardò come se fossi un alieno. “Perché voglio essere quello che sono!”

Per spiegarsi meglio, mi raccontò di un ragazzo della terza classe che era fanatico del calcio. “Lui viene a scuola tutti i giorni con la tuta da calcio” disse P.J, “ma questo non significa che lui è un calciatore professionista”. Ha ragione: nessuno si gira a guardare chi sogna di diventare una star del mondo del calcio, mentre ragazzi come P.J. e Alex vengono guardati con imbarazzo, soprattutto quando diventano ancora più grandi.

Per questo motivo, l’estate scorsa, mentre I genitori di Alex stavano considerando di mandare il figlio alla scuola elementare locale, avevano timore che i bambini potessero trattarlo male e prenderlo in giro. Decisero quindi di proibirgli di mettersi vestiti da femmina all’asilo. Alex non la prese tanto male. A quel tempo le sue richieste di travestimenti si erano diradate, una volta o due al mese al massimo, e si metteva sempre vestiti da maschio, anche se gli piaceva sempre mettersi una collana con perline del colore dell’arcobaleno e lo smalto alle unghie. Inoltre, i suoi genitori gli avevano detto che I calzini, le scarpe, lo smalto e I gioielli li decideva lui – come un modo per esprimere se stesso mentre tastava il terreno a poco a poco.

Verso la fine della prima settimana di asilo, Alex arrivò a scuola indossando dei calzini rosa-shocking – uno di quei colori “proibiti”. Un bambino della classe gli chiese: “Ma che sei una femmina?” Alex disse ai suoi genitori che si era sentito offeso e che non aveva avuto il coraggio di rispondere. Per solidarietà suo padre comprò un paio di scarpe da ginnastica rosa da indossare la mattina quando accompagnava Alex a scuola.

Intervenne poi anche l’insegnante di Alex, la signora C. Durante l’ora del “cerchio di esperienze” menzionò dei suoi amici maschi che si mettevano lo smalto alle unghie e portavano orecchini. La Signora C. disse che quando era più giovane le piaceva indossare le scarpe da ginnastica dei maschi. Questo forse la rendeva un maschio? I bambini pensavano forse che non avrebbe dovuto farlo? Pensavano forse che fosse giusto riderle dietro per questo? I bambini dissero di no. Poi disse loro che tempo fa alle ragazze era vietato indossare i pantaloni, cosa che fece spalancare gli occhi a più di un bambino. “Dissi: ‘ Potete immaginare se vi proibissero di indossare pantaloni quando lo volete ‘? E se voleste davvero indossarli e qualcuno vi dicesse che non vi è permesso solo per il fatto che siete femmine? Sarebbe una cosa tremenda!” Dopo queste parole, praticamente finirono in classe i commenti sull’aspetto di Alex.

Ci vollero settimane ad Alex per ritrovare la sua sicurezza. E poi, circa una volta alla settimana, si metteva i suoi calzini rosa e le sue scarpe luccicanti e trotterellava baldanzoso in giardino a giocare.

Ruth Padawer insegna alla Columbia University Graduate School of Journalism
Redattore: Vera Titunik

Fonte: http://www.nytimes.com
Link: http://www.nytimes.com/2012/08/12/magazine/whats-so-bad-about-a-boy-who-wants-to-wear-a-dress.html?pagewanted=all&_moc.semityn.www
8.08.2012

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.orga cura di SKONCERTATA63

.

fonte comedonchisciotte.org

DISASTRO AMBIENTALE – A Fukushima scoperte farfalle mutate geneticamente

A Fukushima scoperte farfalle  mutate geneticamente (ansa)

A Fukushima scoperte farfalle mutate geneticamente

Lo studio della Ryukyu University di Okinawa, appena pubblicato su Nature. “Danneggiati i geni degli insetti. Le conclusioni dell’esperimento non possono essere applicate direttamente ad altre specie, soprattutto agli umani”

.

di VALERIA PINI

.

MUTAZIONI genetiche sono state registrate in tre generazioni di farfalle trovate nei pressi dell’impianto nucleare di Fukushima, in Giappone. Le radiazioni dopo il disastro nucleare avrebbero danneggiato i geni degli insetti. Lo rivela una ricerca della Ryukyu University di Okinawa 1, appena pubblicata su Nature 2. Secondo gli scienziati, hanno presentato anomalie il 12% delle farfalle blu d’erba che sono state esposte, quando erano larve, alle radiazioni subito dopo lo tsunami e il terremoto dell’11 marzo 2011. Fra le situazioni emerse ci sono ali più piccole, malformazioni agli occhi, antenne malate. “Queste larve, nei giorni dopo il disastro, sono state esposte a radiazioni non solo dall’esterno, ma anche dall’interno, ingerendo cibo. Questi stessi insetti sono stati successivamente allevati in laboratorio e il 18% della loro prole ha presentato mutazioni simili”, spiega Joji Otaki, professore della Ryukyu University di Okinawa.

LA GALLERIA FOTOGRAFICA 3

La percentuale delle farfalle malate è aumentata fino al 34% nella terza generazione. A sei mesi di distanza dal disastro gli scienziati hanno raccolto altre 240 farfalle. In questo caso sono state registrate anomalie nel 52% dei casi. “Abbiamo raggiunto la conclusione che le radiazioni rilasciate dalla centrale Fukushima Daiichi hanno danneggiato i geni delle farfalle”, aggiunge Otaki. Ma i ricercatori giapponesi tranquillizzano la popolazione. Otaki tiene a precisare che è comunque presto per saltare ad altre conclusioni e che i risultati degli esperimenti sulle farfalle non possono essere applicati direttamente ad altre specie, soprattutto agli umani.

VIDEO L’esplosione 4
INCHIESTE  Fukushima 5
LEGGI “Un anno dopo, confusione sui dati” 6

La ricerca porta comunque a pensare al futuro delle migliaia di persone contaminate dopo il terremoto e lo tsunami dell’11 marzo. La pioggia radioattiva che ha colpito l’area ha senz’altro causato problemi all’ambiente, ma non è ancora chiaro l’impatto sull’ecosistema. Sono stati realizzati studi 7  in materia, ma è presto per fare un bilancio della situazione. C’è preoccupazione su eventuali ripercussioni sulla popolazione e su quanto potrà succedere nei prossimi anni.

Chernobyl. I disastri nucleari possono influire sulla salute dopo decenni. Infatti non sono bastati 25 anni per far diminuire il rischio di tumore nelle persone che abitavano vicino alla centrale di Chernobyl al momento dell’incidente. Bambini e i teenager che bevvero latte o mangiarono formaggio contaminato, nei giorni che seguirono l’esplosione, continuano ancora oggi a rischiare di ammalarsi di tumore alla tiroide. Lo rivela una ricerca 8 del National Institute of Health americano, che ha esaminato 12.500 persone che avevano meno di 18 anni al momento dell’incidente. E un aumento dei casi di cancro sono stati registrati anche dopo l’esplosione della bomb atomica a Hiroshima e a Nagasaki, durante la Seconda guerra mondiale.

.

fonte repubblica.it

FERMATE QUESTO ORRORE! – Mucca clonata produce latte “umano”, il “brevetto” conteso da Cina e Argentina

Mucca clonata produce latte “umano”
il “brevetto” conteso da Cina e Argentina

.

fonte immagine
.

Gli scienziati argentini hanno alterato il Dna del bovino aggiungendo i geni che producono due sostanze protettive tipiche del latte materno. Pechino rivendica: “Abbiamo una madria intera di esemplari transegenici simili”. La Lav all’Ue: “Fermate questo orrore”

Mucca clonata produce latte "umano" il "brevetto" conteso da Cina e Argentina Rosita, la vitellina clonata, tra un ricercatore e il ministro argentino dell’agricoltura Julian Dominguez

.

ROMA – In Argentina è nata la prima mucca al mondo in grado di produrre latte materno grazie ad alcuni geni umani inseriti nel Dna. L’annuncio è stato dato dal National Institute of Agrobusiness Technology, secondo cui il latte ‘potenziato’ contiene due sostanze protettive contro le infezioni che non si trovano in quello prodotto naturalmente dall’animale.

“La mucca clonata si chiama Rosita – si legge nel comunicato del laboratorio argentino – è nata il 6 aprile con un parto cesareo dovuto al fatto che alla nascita pesava 45 chilogrammi, il doppio di un bovino normale, e quando sarà adulta produrrà latte simile a quello materno umano”.

Gli scienziati argentini, coordinati da Adrian Mutto, hanno inserito nel Dna della mucca i geni che producono la lattoferrina, una proteina che rinforza il sistema immunitario, e il lisozima, un’altra sostanza antibatterica.
“Il nostro obiettivo era quello di aumentare il valore nutrizionale del latte di mucca con l’aggiunta di questi due geni umani che forniscono ai neonati protezioni antibatteriche e antivirali”, ha spiegato Mutto

Anche se i ricercatori dell’università di San Martin affermano che questo è il primo caso del genere al mondo, in realtà anche dalla Cina è venuto un annuncio simile pochi giorni fa: gli scienziati della Chinàs Agricultural university di Pechino hanno affermato di avere un’intera mandria di 300 mucche transgeniche che già producono un latte simile a quello umano di cui si stanno testando le caratteristiche.

“La clonazione animale – commenta la biologa Michela Kuan, responsabile Lav vivisezione – è una materia sulla quale esistono gigantesche criticità sia dal punto di vista scientifico che etico: tutte ottime ragioni per opporsi a un simile orrore”. La Lav chiede alla Ue che vieti simili esperimenti: “Le applicazioni commerciali di tale latte sono dubbie – aggiunge Kuan – , andando probabilmente ad alimentare un business tipico dei Paesi ricchi e non andrà a tamponare situazioni di grave denutrizione nelle fasce del mondo più povere. Inoltre, il problema legato ai primi giorni di allattamento e il conseguente trasferimento della barriera anticorpale tra madre e figlio, non sarebbe ovviato; anzi, si introdurrebbero problemi di possibili virus silenziosi ed effetti indesiderati non preventivati”.

.

10 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/salute/alimentazione/2011/06/10/news/mucca_clonata_d_latte_umano-17506914/?rss

_______________________________________________________________