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Siria, Bonino: “Non esiste soluzione militare”. Cina e Turchia a Israele: “Raid inaccettabili”

Siria, Bonino: "Non esiste soluzione militare". Cina e Turchia a Israele: "Raid inaccettabili"
Netanyahu durante la visita in Cina (ap)

Siria, Bonino: “Non esiste soluzione militare”
Cina e Turchia a Israele: “Raid inaccettabili”

Netanyahu, in visita a Pechino, costretto a incassare le proteste del governo cinese. Dopo i bombardamenti di domenica scorsa, costati la vita a 120 persone, alza la voce anche la Turchia: “Nessun pretesto può giustificare queste operazioni”. Il ministro degli Esteri italiano: “Mi auguro linea unitaria del governo”

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TEL AVIVCina e Turchia alzano la voce contro Israele per i raid aerei in Siria. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, durante la visita del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ribadito che la Cina si oppone fermamente all’uso della forza in Siria e ha chiesto a Tel Aviv di astenersi da nuove azioni militari.

Il portavoce ha ribadito che per la Cina la sovranità di una nazione merita rispetto e che la situazione attuale è molto complicata e sensibile. Il premier israeliano, è ancora a Shanghai ed è atteso nei prossimi giorni a Pechino, dove ieri è avvenuto l’incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo palestinese Mahmoud Abbas, al quale la Cina ha ribadito il suo sostegno.

Parole ancora più dure arrivano da Istanbul. I raid aerei israeliani sulla Siria sono “inaccettabili”, ha detto il premier turco, Recep Tayyp Erdogan. “Nessun pretesto – ha aggiunto – può giustificare queste operazioni”. Turchia e Israele poprio in queste ore sono impegnate nel dossier relativo ai risarcimenti per le vittime dell’abbordaggio alla Freedom Flotilla avvenuto nel maggio del 2010. Secondo gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong con sede nel Regno Unito, sono più di 120 le vittime del raid israeliano che domenica scorsa ha preso di mira una struttura militare nei pressi di Damasco.

Cauta la posizione italiana: “Non ritengo esistano soluzioni militari possibili in Siria, almeno nell’immediato” ha detto a Londra il ministro degli Esteri Emma Bonino dicendosi convinta che la via di uscita alla crisi nel Paese debba essere “politica”. Il ministro ha sottolineato come “la situazione in Siria sia drammaticamente insopportabile”, e come in questo momento serva “evitare di fare ulteriori danni”. “Quello che è certo – ha aggiunto – è che tutti speriamo in una soluzione politica. Ma spingere in questa direzione significa anche fare in modo che le forze sul terreno siano più equilibrate”.

Per quanto riguarda la posizione italiana, ha spiegato la titolare della Farnesina, “sabato e domenica nel seminario convocato dal premier Enrico Letta con tutti i ministri saranno toccati i temi più caldi” anche di politica estera, e “mi auguro che in quella sede si consolidi una linea unitaria del governo italiano”. “Spero – ha aggiunto Bonino – che la posizione sia omogenea anche a livello di Europa: stiamo infatti vivendo lo stesso dibattito che c’è stato in passato con Sarajevo e la Bosnia, e mi auguro che l’Europa abbia imparato la lezione e parli con una voce sola”.

Il ministro poi, interpellata sulla scomparsa del giornalista della Stampa, Domenico Quirico, ha detto: “Il fatto che non ci sia stata nessuna reazione della Siria alla notizia non mi sembra un elemento molto positivo. Non è certo un segnale positivo”.

Intanto Israele ha ufficalmente confermato che un colpo di mortaio proveniente dal territorio siriano si è abbattuto sulle alture contese del Golan, annesse unilateralmente dallo Stato ebraico. Il proiettile è esploso in un campo, senza provocare feriti né danni. E’ il terzo episodio del genere in appena 24 ore, dopo i due razzi sparati ieri dalla Siria e caduti sul versante israeliano della linea del cessate-il-fuoco, la frontiera di fatto tra i due Paesi che teoricamente sono in stato di guerra dal 1967. (07 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Nuovo attacco di Israele in Siria Damasco: dichiarazione di guerra

Un’immagine dell’esplosione tratta dalla tv di stato siriana

Nuovo attacco di Israele in Siria
Damasco: dichiarazione di guerra

Nel mirino un centro di ricerche. Fonti militari: «L’obiettivo erano missili iraniani diretti a Hezbollah»
Nei giorni scorsi l’attacco a un carico vicino al confine col Libano

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Israele torna a colpire in Siria e la tensione a cavallo del confine sale alle stelle, scatenando inquietudine e reazioni in tutta la regione.

Il raid, il secondo in pochi giorni, sarebbe stato condotto questa volta contro un centro di ricerche militari, a Jamraya, alle porte di Damasco, dove – secondo informazioni non confermate, ma neppure smentite nello Stato ebraico – i jet con la Stella di Davide avrebbero centrato e distrutto missili Fateh-110 in transito dall’Iran verso le milizie sciite libanesi di Hezbollah. Un’incursione che arriva a circa 48 ore da quella che, tra giovedì e venerdì, avrebbe preso di mira un altro stock di missili. E che la Siria ha bollato, per bocca del vice ministro degli Esteri Faisal al Medad, come «una dichiarazione di guerra».

Israele intanto ha cominciato a rafforzare la sicurezza a ridosso del confine, con il dispiegamento – tra l’altro – di due batterie anti-missilistiche `Iron Dome´ schierate a protezione del nord del Paese e la chiusura dello spazio aereo nella zona, malgrado l’azione israeliana – rivelata da una fonte occidentale non identificata – non sia stata per ora confermata ufficialmente né dal premier Benyamin Netanyahu – partito come nulla fosse per la Cina – né da altre fonti.

Il ministro dell’Informazione siriano, Mahmud al Zubi, ha invece confermato tutto e ha detto che l’entrata in azione di Israele «apre la strada a tutte le possibilità»: tanto che la Siria – secondo fonti di Damasco, citate dalla tv Almayadin, emittente iraniana vicina agli Hezbollah che trasmette da Beirut – avrebbe dispiegato a sua volta batterie di missili puntate verso il “nemico sionista”.

I raid, che alcuni commentatori israeliani hanno interpretato come un chiaro messaggio all’Iran (e ai suoi piani nucleari), sono stati condannati – in un soprassalto di sintonia con Teheran, raro di questi tempi – sia dall’Egitto, che parla di «aggressione israeliana», sia dalla Lega Araba, che denuncia la «violazione grave della sovranità» nazionale della Siria. Per l’Iran, che ha negato che l’attacco fosse contro suoi missili, l’incursione finirà per «accorciare la vita» di Israele; giudizio accompagnato dall’invito ai paesi della regione «a levarsi» contro il nemico di sempre. Tacciono invece, almeno per ora, gli Hezbollah in Libano.

L’Onu – di cui è stato invocato l’intervento – ha espresso tramite il segretario generale Ban Ki-moon «grave preoccupazione» e ha invitato le parti – precisando che le Nazioni Unite non dispongono ancora dei dettagli del blitz, e non sono in grado di verificare in maniera indipendente l’accaduto – ad agire con la massima moderazione per evitare un’ulteriore escalation del sanguinoso conflitto siriano.

Da parte israeliana ha parlato per conto del governo solo il viceministro della Difesa Danny Danon: senza confermare né smentire raid, ha detto in un’intervista alla radio militare che «Israele sta proteggendo i suoi interessi e continuerà a farlo». Una strategia complessiva che sembra essere avallata dal presidente degli Usa, Barack Obama, il quale ieri ha giustificato in qualche modo l’alleato israeliano, affermando che questo ha il diritto «di proteggersi» dal trasferimento di armi sofisticate a «organizzazioni terroristiche come gli Hezbollah». Ma di fronte alla quale non mancano dubbi sulle reali possibilità di manovra di Washington.

Fatto sta che gli avvenimenti di stanotte hanno acuito la tensione. Ne ha preso atto lo stesso Netanyahu: prima di partire stasera per un viaggio di stato in Cina di cinque giorni, ha convocato d’urgenza una riunione del gabinetto di sicurezza per «discutere i recenti sviluppi nella regione». Sul campo spicca la chiusura dello spazio aereo civile nel nord del Paese, cosa che non avveniva dal 2006 nel periodo dell’ultima guerra in Libano. Ma anche il dispiegamento a Haifa e Safed (Galilea) di due postazioni Iron Dome’ (Cupola di ferro), sistemi antimissile impiegati massicciamente durante il recente conflitto con Gaza del novembre scorso.

Il comando delle retrovie israeliane ha poi disposto nelle ultime ore tutta una serie di ispezioni nei rifugi pubblici al nord, in particolar modo a Haifa e sulle alture del Golan. Mentre i 30 mila abitanti israeliani della zona hanno avuto ordine di verificare l’agibilità delle “stanze protette” nelle loro abitazioni, nel timore di possibili rappresaglie dalla Siria. E dalle roccaforti di Hezbollah in Libano.

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fonte lastampa.it

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INCHIESTA L’ESPRESSO – Le spese folli della Difesa

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Le spese folli della Difesa 

Ventidue miliardi per digitalizzare l’Esercito, tre miliardi per i satelliti militari, oltre 600 milioni per un’arma contraerea che resterà prototipo. Ecco alcuni dei programmi più esosi e discubitili delle forze armate

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di Gianluca Di Feo
02 maggio 2013

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Forza Nec, Sicral, Skymed, Meads. Sono progetti militari ignoti ai più che si traducono in miliardi a carico dei cittadini. Ormai tutti gli italiani conoscono il supercaccia F35, diventato l’icona della spesa bellica esagerata. Ma “‘l’Espresso” nel prossimo numero in edicola descrive il buco nero della Difesa, che inghiotte ogni anno fiumi di denaro per iniziative di dubbia utilità. Grazie a un documento redatto dal governo Monti infatti è possibile ricostruire il costo previsto per alcuni degli investimenti più sorprendenti.

POTENZA SPAZIALE. Il capitolo più discutibile riguarda l’attività spaziale. L’Italia infatti ha una costellazione di satelliti spia e da comunicazione militare: sono già costati due miliardi di euro e si prevede di spendere un altro miliardo nei prossimi anni. Sei satelliti sono già in azione, parecchi altri stanno per raggiungerli entro il 2016. Per tenere in contatto brigate, flotte e stormi è in orbita la prima coppia di satelliti Sicral, a cui stanno per seguire il nuovo Sicral2 (costo 235 milioni di euro) e gli Athena, in consorzio con la Francia (63,5 milioni). Il solo piano Mgcp per la mappatura digitale del globo inghiotte 34 milioni. Misteriosi per definizione sono i nostri satelliti spia. Quattro sono già al lavoro: i Cosmo Skymed (costo 1.137 milioni) con i loro radar scansionano senza sosta i continenti e hanno prestazioni ammirate persino dalla Cia. Ora ne stiamo allestendo altri due di nuova generazione (550 milioni). In più siamo partner con i francesi per gli Helios2 (92,5 milioni), che fanno foto ovunque con obiettivi all’infrarosso. Come se non bastasse, due anni fa si è scelto di disegnare un altro 007 stellare made in Italy, chiamato Opsis: lo stanziamento iniziale è di 13,5 milioni. Finito? No, perché nel luglio 2012 i parlamentari prima di partire per le vacanze hanno ratificato l’acquisto di un ulteriore satellite spia: l’Opsat 3000, il gioiello israeliano che garantisce immagini portentose. Il satellite ideato dal Mossad ha un costo enorme: ben 350 milioni di euro, solo l’obiettivo della fotocamera verrà 40 milioni di dollari. Il fatto singolare è che al produttore di Tel Aviv andranno 182 milioni di dollari, mentre altri 200 milioni saranno intascati da Telespazio, azienda del gruppo Finmeccanica che curerà il lancio e la gestione delle infrastrutture. Si tratta di un’altra società molto cara all’esecutivo di centrodestra e in particolare all’ex sottosegretario Gianni Letta: il quartiere generale è in Abruzzo, nella natia Conca del Fucino, cuore di tutte le avventure spaziali nostrane.

A TUTTA FORZA. “L’Espresso” analizza poi il programma Forza Nec che prevede di trasformare tutto l’Esercito in un’unica rete digitale. Il preventivo è di 22 miliardi di euro, un record che surclassa persino le stime per il supercaccia F35. E’ una passione dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, che l’ha imposta nel 2006 quando era a capo delle forze armate, l’ha sostenuta poi dal vertice della Nato e come ministro tecnico l’ha salvata dall’amputazione della spending review. Ed è una gioia anche per Selex Es, società di Finmeccanica, che come “prime contractor” gestirà tutto in esclusiva. Un ottimo affare, perché da qui al 2031 tutto quello che verrà comprato dall’Esercito passerà attraverso il programma Forza Nec: fucili, elmetti, maschere antigas, autoblindo, fuoristrada, carri armati dovranno essere “digitalizzati”. I fondi di Forza Nec finora sono serviti a Finmeccanica per studiare il “Soldato futuro” ossia una serie di gadget che non sfigurerebbero nel laboratorio di Mister Q dove si riforniva James Bond. C’è il mirino Specter integrato con una microtelecamera ad infrarossi. Ci sono occhiali per la visione notturna montati sull’elmetto. Mininavigatori gps piazzati sulla spalla. Telemetri sul lanciagranate coassiale che correggono automaticamente il tiro. Per i comandanti è allo studio un tablet blindato con touch screen, anche se molti sono scettici sulla possibilità di farlo funzionare in mezzo al fango delle battaglie. Prototipi che promettono meraviglie: finora ne abbiamo finanziati una ventina, spendendo 325 milioni. Con questi denari, si stanno “digitalizzando” solo 558 soldati: veri uomini d’oro, perché ognuno si porta addosso apparati hi-tech per un valore di mezzo milione di euro, incluse ovviamente le spese di sviluppo. Il guaio è che molti degli equipaggiamenti sono provvisori: destinati a essere rimpiazzati da altri congegni che ancora non sono stati messi a punto.

MISSILE DOPPIONE. Tra i tanti paradossi della tecnologia bellica a carico dei contribuenti c’è anche la scelta di finanziare due distinti programmi per la contraerea. Dieci anni fa l’Italia è entrata contemporaneamente nel consorzio europeo per il missile Samp-T e in quello con Germania e Stati Uniti per il missile Meads: entrambi destinati a fare più o meno le stesse cose. Il Samp-T adottato dall’Esercito è entrato in servizio. Per 1.200 milioni di euro potremo contare solo su cinque batterie operative: quanto basta per proteggere la capitale e Milano. Invece il più ambizioso sistema Meads concepito sull’asse Roma-Berlino-Washington è destinato al flop. La progettazione diretta dalla Lockheed è stata lenta e ha divorato fiumi di quattrini: oltre 3 miliardi di euro, inclusi 593 milioni sborsati dall’Italia. Un anno fa gli Usa hanno annunciato la fine degli stanziamenti. A quel punto i due governi europei hanno fatto pressioni d’ogni genere per convincere l’alleato a ripensarci. Il risultato è un compromesso: gli americani hanno tirato fuori 400 milioni di dollari, più o meno la stessa cifra che avrebbero dovuto pagare come penale per rompere l’accordo. Fondi che serviranno per completare solo lo sviluppo del radar, mentre il sistema Meads non diventerà mai operativo.

GENERALI IN AUTOGESTIONE. Di tutto questo, però, in Parlamento non si è mai discusso. Da oltre dieci anni generali e ammiragli sono di fatto in autogestione: programmano il loro futuro senza indicazioni a lungo termine da parte dei governi. L’ultimo “Libro Bianco” della Difesa venne redatto da Antonio Martino e presentato il 20 dicembre 2001: fu pensato in un altro mondo, che si godeva il boom economico e ancora doveva fare i conti con la guerra globale al terrorismo. Da allora spesso si prendono decisioni che rispondono più ai rapporti di potere tra le tre forze armate o alla visione del ministro in carica che non alle esigenze del Paese. La Marina, ad esempio, ha ridotto il numero di unità potenziandone il ruolo con l’ingresso in linea di due portaerei e quattro sottomarini. Con quale missione? La nostra sfera d’azione si è dilatata dalla Somalia alla Nigeria. E si cerca di giustificare l’attività dei sottomarini U212 – ultimi eredi degli Uboot tedeschi costati mezzo miliardo l’uno – affidandogli il pattugliamento del Mediterraneo contro improbabili mercantili di Al Qaeda. Spesso per giustificare la prosecuzione dei programmi, si inventa una nuova missione per i sistemi che si vuole acquistare da tempo. Così potrebbe accadere con le fregate Fremm, per le quali è prevista una spesa superiore ai cinque miliardi e mezzo. Finora sono stati stanziati soldi per costruirne sei mentre gli ammiragli ritengono che ne servano dieci. Le ultime navi allora potrebbero essere convertite alla lotta contro i missili balistici intercontinentali, per creare uno scudo navigante in caso di attacco di qualche Stato canaglia. Certo, i militari devono essere preparati a ogni minaccia: ma nell’Italia di oggi forse ci sono altri problemi, ben più urgenti delle incursioni di Teheran o di Pyongyang.

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fonte espresso.repubblica.it

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Obama: “Siria, usate armi chimiche. Pronti a rivedere la nostra strategia” / VIDEO: Obama Raises Concerns About Syrian Chemical Weapon Use

Obama Raises Concerns About Syrian Chemical Weapon Use

PBSNewsHour PBSNewsHour

Pubblicato in data 29/apr/2013

Syria’s Prime Minister Wael Nader Al-Halqi survived an assassination attempt in Damascus, where he was the target of a car bombing. Judy Woodruff reports on the latest violence in the Syrian war, as well as how the U.S. is grappling with claims that the Assad regime has likely used chemical weapons in recent weeks.

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Obama: "Siria, usate armi chimiche. Pronti a rivedere la nostra strategia"
Barack Obama (reuters)

Obama: “Siria, usate armi chimiche.
Pronti a rivedere la nostra strategia”

Il presidente Usa: “Prove che siano state usate ma non sappiamo dove, come e chi le abbia utilizzate. Necessario continuare ad investigare per avere certezze. Ma questo cambierebbe completamente lo scenario”. Tensione per Quirico, il giornalista de La Stampa scomparso da 20 giorni. Autobomba a Damasco, 14 morti

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WASHINGTON“La prova che sono state usate armi chimiche in Siria cambierebbe tutto, farebbe rivedere tutta la gamma delle nostre risposte strategiche”: Barack Obama parla della situazione in Siria in una conferenza stampa dalla Casa Bianca. Attacca il presidente Assad, che “ha perso credibilità, ha ucciso innocenti e deve lasciare il potere aprendo a una soluzione politica”, e accusa: ciò che sta accadendo in Siria una macchia per la comunità internazionale.

Poi, il tema più caldo, il fattore in grado di mutare la situazione in modo radicale: “Ci sono prove che siano state usate armi chimiche in Siria, ma non sappiamo dove, come, quando e chi le abbia usate”. La questione delle armi chimiche è un “game changer”, ovvero un elemento che può cambiare completamente lo scenario. “Si aprirebbero nuove opzioni”, dice, “saremmo pronti a rivedere la nostra strategia”.

Ma prima di rischiare un’escalation incontrollata, è necessario avere certezze. Servono ulteriori prove prima di decidere come agire in Siria, dice Obama. E’ necessario continuare ad investigare, “per raggiungere certezze” perché giudizi affrettati potrebbero rendere più difficile mobilitare la comunità internazionale. E aggiunge di aver già chiesto da un anno “a Pentagono e intelligence” di preparare opzioni per una azione in Siria.

Il capo della Casa Bianca, che in passato aveva definito il possibile uso di armi chimiche come uno spartiacque nella crisi siriana, non ha voluto dire quali passi potrebbe ora intraprendere.

Autobomba a Damasco. La situazione in Siria rimane gravissima. Anche oggi un’autobomba, parcheggiata nei pressi dell’uscita posteriore del ministero dell’Interno, nel centralissimo quartiere di Marjeh, a Damasco, è stata fatta esplodere in pieno giorno, provocando una carneficina. Sono almeno 14 i morti, una settantina i feriti.

Tensione per il giornalista Quirico. E continua l’apprensione per il giornalista italiano Domenico Quirico, de La Stampa, che non da più notizie di sè da venti giorni. Il giornale ha “deciso di mettere sulla testata un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie”, ha detto il direttore Mario Calabresi. A seguire il caso è personalmente il ministro Emma Bonino  e “la Farnesina sta operando attraverso l’Unità di Crisi e in raccordo con tutte le strutture dello Stato interessate”.

Amedeo Ricucci, un altro giornalista, della Rai, fermato per giorni in Siria insieme ad altri colleghi, si augura che Quirico stia bene e stia scrivendo, magari in una zona dove non è possile comunicare. In quella zona della Siria “puoi andare solo al seguito di belligeranti – spiega – e ti fanno spegnere il cellulare per non essere rintracciati dal segnale. Poi da lì è difficile uscire dalla Siria, riattraversando il confine libanese in montagna”.

Ma in Siria, dice Ricucci, i giornalisti sono diventati bersagli, anzi “strumenti di guerra”. E’ diventato tanto pericoloso che “le grandi testate non mandano più inviati”. Quirico, ricorda, è l’ennesimo caso: 36 giornalisti uccisi in due anni. E sono solo quelli dichiarati, aggiunge.  (30 aprile 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte repubblica.it

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Scomparso da giorni in Siria l’inviato de La Stampa Domenico Quirico

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Domenico Quirico – fonte immagine

Scomparso da giorni in Siria l’inviato de La Stampa Domenico Quirico

È entrato nel paese il 6 aprile dal Libano, per raccontare per la quarta volta il dramma della guerra civile. Tre giorni dopo l’ultimo contatto. Venti giorni di ricerche nel massimo riserbo, in collaborazione con la Farnesina, hanno dato finora esito negativo

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di Mario Calabresi
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Da venti giorni abbiamo perso i contatti con il nostro inviato Domenico Quirico, in Siria per una serie di reportage dalla zona di Homs.

Due settimane di ricerche, fatte in modo silenzioso e riservato ma in ogni direzione, coordinate dall’Unità di crisi della Farnesina, non hanno dato sinora alcun risultato concreto e così abbiamo condiviso con le autorità italiane e la famiglia la decisione di rendere pubblica la sua scomparsa, sperando di allargare il numero delle persone che potrebbero aiutarci ad avere informazioni.

Domenico è entrato in Siria il 6 aprile, attraverso il confine libanese, diretto verso Homs, area calda dei combattimenti, per poi spingersi, se ce ne fosse stata la possibilità, fino alla periferia di Damasco.

Era partito dall’Italia il 5 aprile per Beirut, dove era rimasto una giornata in attesa che i suoi contatti si materializzassero: la mattina di sabato 6 aprile gli abbiamo telefonato per avvisarlo del rapimento dei colleghi della Rai nella zona di Idlib. Ci ha spiegato che il suo percorso sarebbe stato completamente diverso e che ci avrebbe richiamato una volta passato il confine. Nel pomeriggio, alle 18:10, ha mandato un sms con cui annunciava al responsabile Esteri de La Stampa di essere in territorio siriano.

Due giorni dopo, lunedì 8, ha prima mandato un messaggio alla moglie Giulietta, per confermarle che era in Siria e che era tutto ok, poi verso sera l’ha chiamata a casa. La linea era molto disturbata, ha spiegato che di lì a poco il cellulare non avrebbe preso più e che le persone con cui viaggiava gli avevano chiesto di non utilizzare il satellitare, che sarebbe stato quindi in silenzio per qualche giorno ma di non preoccuparsi.

Martedì 9 ha ancora mandato un sms a un collega della Rai nel quale diceva di essere sulla strada per Homs. E’ stato questo l’ultimo contatto diretto avuto con Domenico.

Prima di partire ci aveva avvisato che non avrebbe scritto niente mentre era in Siria e che per circa una settimana sarebbe rimasto in silenzio: la copertura della rete dei cellulari è saltata in molte zone dell’area di Homs e usare il satellitare non è prudente perché così si segnala la propria presenza.

Siamo abituati ai silenzi di Domenico, che si ripetono quasi in ogni suo viaggio, tanto che l’ultima volta che era stato in Mali non lo avevamo sentito per sei giorni. Fanno parte del suo modo di muoversi e lavorare: ha sempre sostenuto che le tecnologie e le comunicazioni sono il miglior modo per farsi notare e mettersi in pericolo. La sua strategia è di viaggiare da solo, tenendo un profilo bassissimo e mimetizzandosi tra le popolazioni, al punto di condividere con un gruppo di profughi il rischio della traversata in barcone tra la Tunisia e Lampedusa.

D’accordo con la famiglia dopo sei giorni di silenzio, lunedì 15 aprile, abbiamo avvisato l’Unità di Crisi della Farnesina del viaggio di Quirico e del suo silenzio. Il giorno dopo abbiamo fornito ogni elemento sui suoi spostamenti per far partire le ricerche. Ricerche che non si sono mai interrotte, e di cui apprezziamo gli sforzi fatti in ogni direzione, ma dal terreno fino ad oggi non sono arrivati segnali di alcun tipo.

La scelta di non dare notizia e non pubblicizzare la scomparsa è stata presa, in accordo con le autorità italiane, per evitare di attrarre l’attenzione su Domenico in una zona ad alto rischio di sequestri. Nell’ipotesi che potesse essere in una situazione di difficoltà e cercasse di uscire, ci è stato spiegato che era bene non dare visibilità alla sua presenza.

La grande angoscia delle sua famiglia e di tutti noi, colleghi e amici di Domenico, finora è stata tenuta riservata e anche gli amici che ha nelle altre testate hanno rispettato questo silenzio che speravamo favorisse una soluzione. Purtroppo non è stato così e per questo abbiamo ora deciso di rendere pubblica la sua scomparsa.

Domenico Quirico, 62 anni, è uno dei giornalisti italiani più seri e preparati nell’affrontare situazioni a rischio. Negli ultimi anni ha raccontato il Sudan, il Darfur, la carestia e i campi profughi nel Corno d’Africa, l’esercito del signore in Uganda, ha seguito interamente le primavere arabe, dalla Tunisia all’Egitto, è stato più volte in Libia per testimoniare la fine del regime di Gheddafi. Nell’agosto 2011 nel tentativo di arrivare a Tripoli veniva rapito insieme ai colleghi del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina e di Avvenire Claudio Monici. Nel sequestro veniva ucciso il loro autista e solo dopo due giorni drammatici venivano liberati.

Nell’ultimo anno ha coperto per tre volte la guerra in Mali, è stato in Somalia e ora per la quarta volta è in Siria. Nei suoi primi due viaggi siriani era stato ad Aleppo, dove aveva raccontato i bombardamenti e la prima fase della rivolta. Nell’ultimo aveva invece seguito i ribelli spingendosi fino nella zona di Idlib.

Ha voluto tornare di nuovo per raccontare l’evoluzione di un conflitto che si è allontanato troppo dalle prime pagine dei giornali e che – ci ripeteva – nonostante i suoi orrori non scuote la società civile occidentale.

La cifra del giornalismo di Domenico Quirico è una tensione fortissima alla testimonianza, che deve essere sempre diretta e documentata. Domenico non ha mai accettato di raccontare stando al di qua del confine, attraverso le voci dei profughi o dei fuoriusciti, lo trova eticamente inaccettabile. Ci ha sempre ripetuto che bisogna stare dentro i fatti e che un bombardamento lo si può raccontare solo se si è sotto le bombe insieme alle popolazioni, con cui bisogna condividere emozioni e destini.

Per questo è partito ancora una volta: per onorare il mestiere che ama.

Noi restiamo tenacemente attaccati alla speranza di avere al più presto sue notizie, di continuare ad ascoltare i suoi racconti, e la sua capacità di analisi mai ideologica o faziosa. Lo aspettiamo insieme alla moglie, alle figlie, ai suoi amici e ai nostri lettori.

Per segnalare questa nostra attesa abbiamo deciso di mettere sulla testata del giornale un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie.

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fonte lastampa.it

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‘Proposta: esodiamo la guerra in Afghanistan’, di Massimo Fini

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By KIM GAMEL | Associated Press – Sun, Apr 7, 2013: Afghan government says airstrike kills 11 children

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Proposta: esodiamo la guerra in Afghanistan

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DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

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I grillini non fanno solo folclore. Giovedì hanno presentato una mozione che impegna il governo al ritiro immediato delle nostre truppe in Afghanistan, dove spendiamo circa 800 milioni l’anno (ma probabilmente sono molti di più perché dubito che vengano registrati quelli che diamo ai Talebani perché non ci attacchino). Con un miliardo non si risana un’economia, però qualche problemino potrebbe essere risolto, poniamo quello degli esodati. Ma se una guerra è giusta non se ne può fare una questione contabile, anche se, per la verità, l’art. 11 di quella Costituzione che le sinistre sbandierano ogni giorno ci vieta la partecipazione a qualsiasi guerra che non sia difensiva. Ma, al di là di questo, che pur non è poco, il fatto è che la guerra all’Afghanistan, che dura da dodici anni, è la più infame delle guerre.

Era cominciata col pretesto della lotta al terrorismo, ma a dodici anni dall’11 settembre, in cui i Talebani non ebbero alcuna parte, questa motivazione non regge più. Allora l’abbiamo trasformata nella proterva pretesa di imporre a quella popolazione le nostre istituzioni, i nostri valori, costumi, consumi. Ed è per questo che l’occupazione occidentale è stata molto più devastante di quella sovietica che fece danni materiali enormi, ma non ha stravolto la vita afghana. Noi, oltre a quelli materiali, abbiamo fatto enormi danni sul piano sociale, economico e morale. La disoccupazione, che sotto i Talebani era all’8%, oggi è al 40. Kabul aveva un milione di abitanti, adesso ne ha più di cinque.

Nell’Afghanistan talebano si poteva viaggiare sicuri anche di notte. Non c’era corruzione. Infine nel 2000 il Mullah Omar aveva proibito la coltivazione del papavero e la produzione di oppio era scesa quasi a zero. Oggi l’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale. Ma la cosa forse più grave è il degrado morale che abbiamo portato in quel Paese. Corrotto è il governo fantoccio di Karzai, corrotte sono le amministrazioni locali, corrotta è la polizia, corrottissima è la magistratura, al punto che gli afghani preferiscono rivolgersi alla giustizia talebana.

Questi sono i bei risultati della “missione umanitaria”. E allora che senso ha rimanere in Afghanistan? Per fedeltà alle alleanze e per una questione di credibilità scrive Franco Venturini sul Corriere. Gli olandesi se ne sono andati nel 2010 senza chiedere il permesso a nessuno. Così i canadesi nel 2011 e i polacchi nel 2012. I francesi stanno smobilitando. Non mi pare che nessuno di questi Paesi abbia perso la propria credibilità internazionale.

Intanto la mattanza continua. Una settimana fa, nella regione di Kunar, l’aviazione americana, a copertura del tremebondo esercito afghano (ma perché coprire truppe di terra contro un nemico che non ha aviazione?) ha bombardato tre villaggi uccidendo, oltre a sei guerriglieri, undici bambini, due donne e facendo un numero imprecisato di feriti. La Nato ha avuto l’impudenza di affermare che non c’erano state vittime civili. Allora i capi dei villaggi hanno allineato sulla strada gli undici corpicini. A testimonianza di una vergogna indelebile che riguarda anche noi.

Massimo Fini
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
13.04.2013

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fonte comedonchisciotte.org

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Corea del Nord, sale la tensione. Il Giappone piazza i Patriot a Tokyo

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Corea del Nord, sale la tensione
Il Giappone piazza i Patriot a Tokyo

Il centro della Capitale difeso in vista di eventuali attacchi
I lavoratori nordcoreani disertano il complesso di Kaesong

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Sale ancora la tensione in Asia a causa delle minacce nucleari della Corea del Nord. Il ministero della Difesa giapponese ha sistemato batterie anti-missile Patriot Advanced Capability-3 (Pac3) nel quartier generale di Ichigaya, nel centro di Tokyo, e in altri punti dell’area metropolitana (Asaka e Narashino). La mossa, decisa dal ministro Itsunori Onodera, punta a «neutralizzare» eventuali lanci balistici da parte della Corea del Nord, possibili – secondo Seul – intorno al 10 aprile. Tokyo ha anche sistemato due cacciatorpedinieri con standard Aegis, dotati di missili intercettori, nel mar del Giappone.

KAESONG FERMA Intanto lavoratori nordcoreani del distretto coreano a sviluppo congiunto di Kaesong non si sono presentati al lavoro martedì mattina, secondo quanto riferito dall’agenzia Yonhap. Il regime di Pyongyang aveva annunciato lunedì di voler temporaneamente sospendere le operazioni nella zona ritirando i suoi operai dal complesso industriale dove sono già 13 le aziende sudcoreane che hanno fermato le loro attività a causa del divieto di accesso ai sudcoreani emanato una settimana fa. Seul ha bollato la decisione di richiamare i 53 mila operai nordcoreani come «ingiustificabile».

Redazione Online

9 aprile 2013 | 7:43

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fonte corriere.it

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