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Kalashnikov e sigaretta : la storia di Ahmed, bambino soldato ad Aleppo / VIDEO8 year old Ahmed with cigarette and gun — the most shocking image from Syrian war

8 year old Ahmed with cigarette and gun — the most shocking image from Syrian war

George VerdzGeorge Verdz

Pubblicato in data 30/mar/2013

It is one of the most shocking images from the Syrian war. An eight-year-old boy draws deeply on a cigarette, the small fingers of his other hand clutching a an AK-47 rifle that balances awkwardly against his chest.
He is too small to be able to hold his weapon properly, but this little boy, Ahmed, is already a fighter in the Syrian civil war.
The photograph, taken on the front line in Aleppo’s Salaheddin district, was used by media outlets around the world in a jolting reminder of the dehumanising character of war, the Telegraph reports.
Ahmed said he went from being a carefree boy with a loving family to a child soldier living on one of the most lethal streets of the devastated city of Aleppo.
“I ended up helping my uncle and his comrades because I have no other choice, there is no school, my family is dead, what choice do I have?” he said.
Ahmed’s mother and father died in a mortar strike in Salaheddin neighbourhood, where his father had been working as a fighter with the rebel Free Syrian Army. Now the only person Ahmed has left is his uncle, a rebel who the boy follows and imitates as he fights against government soldiers.
In a red jumper and black trousers, Ahmed looks dressed in a uniform for school. For several weeks now, however, the front line has been his only playground.
In the video above, the boy, clutching his gun, runs across a road littered with bullet cartridges, broken electricity cables and strewn possession from the nearby homes that have long been abandoned by civilians.
A blanket strung across the road punctured with holes and supported by a barricade made from the metal carcass of a burnt vehicle is the only cover from enemy government snipers that are stationed just one street away.
The words Ahmed utters are incongruous with his child’s voice:
“There is always something to do here, I am never bored. The fighting has calmed down a lot from last year, we had a lot of mortars, but snipers are still a big problem.”
“Sooner or letter the regime will kiss you with one of their bullets,” he added.
There is little left of the innocent and playful youthfulness of boys of Ahmed’s age, unnervingly replaced with the mannerisms of a grown man.
In the video footage, Ahmed is seen lounging against his chair, holding his cigarette with the ease of a chain smoker. His expression is unsmiling and uncaring. His eyes stare blankly, telling the story of his lost youth.
Aleppo’s front lines are lethal. Riven with snipers and erratically bombarded by artillery and air strikes, the threat of death hangs in the air.
When The Daily Telegraph visited a rebel group in Salaheddin last month, the group had lost three men, two of them less than 18 years of age, in the space two weeks.
Ahmed spends some of his time helping to man one of the front line outposts.
“Weapons are heavy I still have a difficult time shooting them, I can only shoot resting on the floor,” he said.
Resting his gun on a low rising wall, Ahmed watches for a sighting of a Syrian government soldier, his small fingers already resting on the trigger, ready to shoot.
He mainly helps his rebel comrades with chores on the front line. He brings them tea or resupplies the other fighters with home made grenades and bullets.
The hours are long and without any pattern.
“There is no schedule or time here in Salaheddin,” he said.
A report by Human Rights Watch has warned that hundreds of children from the towns worst affected by the conflict in Syria are being trained to take part in the war. Young boys, mostly from the age of 14 years old are sent on reconnaissance missions or to smuggle weapons to opposition groups.
Over two years into the conflict that has claimed over 70,000 lives, hundreds of schools have been forced to close, the Telegraph reports.
With no education, and with many traumatised by the violence or from witnessing the death of loved ones, a generation of children is being lost to the Syrian conflict.
In one of the most disturbing moments in the video, Ahmed’s uncle crouches behind a wall with the little boy and lights a grenade that is in the boy’s hand. Ahmed throws it over the wall and they wait for the explosion.
The child said he used to enjoy riding his bicycle. Now his favourite pass time is to play at being a soldier.

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SIRIA, IL VIDEO DEL «TELEGRAPH»

Kalashnikov e sigaretta : la storia di Ahmed, bambino soldato ad Aleppo

Dopo che i suoi genitori sono morti è stato reclutato e addestrato dallo zio. E racconta: «Non ho altra scelta»

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Ahmed ha otto anni. È piccolo. Troppo piccolo per reggere il peso del kalashnikov e per fumare. Ma Ahmed è un bambino-soldato. Gira per le strade di Aleppo, combatte tra le rovine della città distrutta. E mentre racconta che i suoi genitori sono morti si accende una sigaretta.

La sua terribile storia è raccontata in un video pubblicato dal quotidiano britannico Telegraph e mostra il piccolo che si destreggia goffamente con il suo fucile Ak-47 mentre le sue piccole dita stringono una sigaretta che aspira profondamente. Nell’intervista – una delle più scioccanti nei due anni di conflitto che ha seminato oltre 70mila vittime – il bimbo racconta che i genitori sono morti sotto un colpo di mortaio nel quartiere di Salaheddin, dove suo padre era un combattente del Libero Esercito Siriano. L’unico familiare rimasto è uno zio, un ribelle che il ragazzino segue passo passo: «Non ho altra scelta: niente scuola, la mia famiglia è morta. Che altra possibilità ho?». E la storia di Ahmed non è certo l’unica. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch, sono centinaia i bambini che combattono nelle città siriane, addestrati a prender parte alla guerra: ragazzi, per lo più di 13-14 anni, che scelgono missioni di ricognizione o contrabbando di armi per i gruppi di opposizione. Ma a nulla valgono le denunce delle ong, che da mesi segnalano la presenza di minori usati in combattimento.

M.Ser.

30 marzo 2013 | 15:23

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fonte corriere.it

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Sicilia, il Presidente della Regione Crocetta revoca l’autorizzazione per la costruzione del Muos di Niscemi / DOCUVIDEO: Sicilia colonia Usa, di Roberta Barone

Sicilia colonia Usa: la minaccia del MUOS di Niscemi

Roberta BaroneRoberta Barone

Pubblicato in data 02/set/2012

SERVIZIO E VIDEO DI ROBERTA BARONE

E’ stato definito un “mostro”, ma qualcuno lo ha battezzato col nome di Muos donandone l’uso esclusivo alle forze armate statunitensi, oggi presenti più che mai nel territorio siciliano.
Cos’è il Muos? Lo riferisce Antonio Mazzeo, un giornalista che diverse volte si è distinto per il suo coraggio ed il suo vero animo da combattente sia contro il sistema mafioso sia contro quelle ingiustizie un po’ troppo scomode per meritare attenzione da parte dei media.
Si chiama Mobile User Objective System e Mazzeo lo definisce ” l’arma perfetta per le guerre del ventunesimo secolo”, quelle guerre che si mascherano di belle parole come “democrazia” e “libertà” e che invece si macchiano di milioni di morti e vittime senza colpa. Si trova a Niscemi in Sicilia e consiste in tre grandi antenne radar che trasmetteranno con frequenze comprese tra i 240 e i 315 MHz (intensità altissima capace di produrre col tempo leucemie e mutazioni genetiche del corpo umano fino ad un raggio di circa 150 km da esso). Il Muos servirà agli Usa per le loro guerre in Siria, in Libia e in quei paesi dove cercheranno di instaurare la loro egemonia con la scusa del “portare la democrazia” in quella che è stata denominata Primavera araba. Ce ne sono solo 4 nel mondo ed uno si trova proprio in Sicilia, regione dalla posizione geografica strategica per i loro loschi scopi. Troppe volte il movimento NoMuos e i vari comitati siciliani hanno denunciato la pericolosità di tale strumento a svantaggio non solo dei residenti di un paese noto per la coltivazione di carciofi ma dell’intera penisola siciliana. E’ già noto, ad esempio, che le antenne del Muos potrebbero interdire l’uso del nascente aeroporto di Comiso e di buona parte dello spazio aereo siciliano, ostacolando perciò lo sviluppo della stessa regione a favore di azioni di guerra che vanno a scontrarsi ideologicamente con l’art 11 della Costituzione italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (..)”
La domanda sorge spontanea: Perché il popolo non si ribella a quello che possiamo definire un vero e proprio stupro dei diritti umani? Siamo disposti a lottare, scendere in piazza e gridare “Usa go out?” O semplicemente facciamo finta di capire, per indossare il giorno dopo magliette con su stampata la bandiera americana?
I libri di storia ci tartassano con le loro belle storielle sulla liberazione americana dell’Italia del 1943 descrivendoci gli Americani come bei giovanotti, forzuti e generosi, che regalano cioccolatini e masticano gomme al ritmo di una vittoria “meritata”. Cosa si nasconde dietro? Perché nessuno parla degli accordi tra mafia americana e siciliana, di Lucky Luciano e dei signorotti i grandi boss isolati dal regime fascista e poi liberati dagli alleati in cambio del loro aiuto? Gli stessi che poi furono messi a capo di molti paesi come sindaci, gli stessi colpevoli di aver contribuito alla diffusione della mentalità mafiosa nel territorio! E poi tutti in processione a piangere uomini come Falcone e Borsellino.
Cosa c’entra però Raffaele Lombardo in tutto questo? Inizialmente lui rispondeva in modo incerto alle domande dei giornalisti sull’installazione del Muos. Poi, improvvisamente, Ignazio La Russa e lo stesso Lombardo si convinsero dell’efficienza di questo strumento (di cui già altri scienziati ne avevano dimostrato i danni che esso avrebbe causato sia all’uomo che alla natura circostante-vedi Coraddu e Zucchetti) e i lavori vennero affidati nel 2008 ad un consorzio di imprese chiamato Team Muos Niscemi guidato dalla GEMMA S.p.a. E’ un caso che la Gemma S.p.a risulti tra l’elenco delle aziende che nel 2008 finanziarono l’MPA, Movimento per l’Autonomia dello stesso Lombardo? Il giornalista Dario de Luca dimostrò che furono inizialmente versati 15.000 euro nelle casse dal partito incitando così i pareri favorevoli dell’Assessorato regionale al territorio ed ambiente e dando inizio ai lavori l’1 Giugno del 2011.
Ma quale sarà il costo complessivo del Muos? Fonti ufficiali non hanno ancora stabilito dei costi precisi ma si stima che per la sua realizzazione la spesa necessaria ammonti a circa 3,26 miliardi di dollari. Intanto continua senza interruzione la lotta dei vari movimenti NoMuos che vede partecipare diversi attivisti e comuni cittadini in attività ed iniziative create per sensibilizzare più gente possibile nella conoscenza dei pericoli che esso comporterà. Non mancano poi storie di giovani coppie coraggiose di Niscemi che hanno scommesso sulla loro vita e quella degli eventuali figli promettendo a se stessi di non mettere al mondo nessun bambino se qualcun altro partorisca la nostra più grande minaccia.
Roberta Barone

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Sicilia, Crocetta revoca l’autorizzazione per la costruzione del Muos di Niscemi

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ROMA – No al Muos di Niscemi, il sistema di comunicazioni satellitari (Mobile User Objective System) della marina militare Usa che doveva nascere nel comune siciliano in provincia di Caltanissetta.

«L’assessorato regionale al Territorio e ambiente ha revocato definitivamente l’autorizzazione per la realizzazione de Muos di Niscemi», ha detto il presidente della Regione, Rosario Crocetta. Sabato è prevista la manifestazione nazionale dei movimenti “No Muos” davanti alla base americana di contrada Ulmo, nella riserva naturale della Sughereta, dove dovevano sorgere le antenne del sistema satellitare della Marina Militare Usa. Nella zona c’è già un presidio di attivisti.

«Per la prima volta in Sicilia il governo ha ascoltato i cittadini. Una vicinanza e una disponibilità all’ascolto che è la caratteristica fondamentale dell’esecutivo guidato da Rosario Crocetta», ha sottolineato l’assessore al Territorio e Ambiente della Regione siciliana, Mariella Lo Bello. L’esponente della Giunta Crocetta sottolinea la coralità delle scelte prese dal governo siciliano. «In questi anni – ha proseguito – gli assessorati sono stati dei veri e propri regni, in cui gli assessori lavoravano in solitudine ed autonomia. Ora invece c’è un vero lavoro di squadra. Non c’è stato -ha concluso l’assessore – un solo atto preso in solitudine da Crocetta o da un singolo assessore, su tutto si è sempre registrata la massima convergenza».

«Dopo una dura battaglia la revoca per i lavori del Muos di Niscemi è finalmente arrivata. Siamo stati noi a chiedere la revoca», ha volevo precisare il presidente della commissione Ambiente dell’Ars, il grillino Giampiero Trizzino. «È un momento di grande collaborazione con il governo Crocetta – ha detto ancora l’esponente del Movimento 5 stelle -. L’assessore all’Ambiente Mariella Lo Bello ha accolto le nostre richieste ma da oggi nessun lavoro all’interno della base per il Muos potrà essere effettuato perché è illegittmo».

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fonte ilmessaggero.it

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Maro’: Terzi si dimette durante informativa, aula Camera sbigottita

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Maro’: Terzi si dimette durante informativa, aula Camera sbigottita

26 Marzo 2013 – 16:16

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(ASCA) – Roma, 26 apr – Smarrimento, sbigottimento in Aula alla Camera dopo l’annuncio a sorpresa delle dimissioni da parte di Giulio Terzi, ministro degli Esteri, nel corso dell’informativa sul caso dei maro’ Latorre e Girone. Renato Brunetta, capogruppo del Pdl, chiede la sospensione della seduta e invoca la partecipazione del premier Mario Monti.

Gennaro Migliore, capogruppo di Sel, non e’ d’accordo: vuole che la discussione continui. Ignazio La Russa, a nome di Fratelli d’Italia, afferma che le dimissioni di Terzi sono in forte polemica verso il governo a causa dell’atteggiamento tenuto sul caso dei due fucilieri di marina detenuti in India.

Il dibattito continua. Interviene Rocco Buttiglione, di Scelta Civica: ”L’Aula e’ stata convocata per sapere quello che e’ accaduto in uno sciagurato incidente in cui senza prove sono i due maro’. Dopo la versione del ministro degli Esteri, vogliamo conoscere quella del governo e del ministro della Difesa”. Lapo Pistelli, Pd, parla di ”8 settembre del governo tecnico”: ”Pensavamo di aver visto di tutto in questa Aula ma ci mancavano le dimissioni in diretta. Vorremmo ascoltare l’opinione del governo che c’e”’.

Giancarlo Giorgeti, capogruppo della Lega Nord, si allinea sulla posizione di Brunetta: ”Monti deve venire in Aula. Il dibattito non puo’ chiudersi oggi pomeriggio”.

Laura Boldrini, presidente della Camera, propone la posizione che viene accolta dall’Aula: ”Il dibattito vada avanti. Io mi occupero di informare il premier Mario Monti”.

gar/fdv

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fonte asca.it

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YoudemRedazioneWebYoudemRedazioneWeb

Pubblicato in data 26/mar/2013

Giulio Terzi annuncia le proprie dimissioni da Ministro della Repubblica

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YoudemRedazioneWebYoudemRedazioneWeb

Pubblicato in data 26/mar/2013

Dichiarazione di Lapo Pistelli dopo le dimissioni del ministro Terzi per la vicenda dei marò

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A7734 – Auschwitz: sopravvissuto cerca fratello su Facebook

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Auschwitz: sopravvissuto cerca fratello su Facebook

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webmaster 17 Marzo 13 @ 20:12 pm

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Menachem Bodner, un 72enne sopravvissuto ad Auschwitz, si è rivolto a Facebook per trovare suo fratello da cui è separarato da 68 anni. Bodner, il cui nome dato dai suoi genitori biologici era Elias Gottesmann, ha visto suo fratello Jeno per l’ultima volta poco prima della liberazione del campo da parte degli Alleati.

Se Jeno Gottesmann, il fratello, è ancora vivo potrebbe essere ovunque con qualsiasi nome. L’unico legame tra i due è l’A7734 tatuato sull’avambraccio di entrambi gli uomini.

Le memorie di quel periodo sono poche e vaghe, ma Bodner ricorda di aver avuto un fratello gemello. Si ricorda anche che era fuori a giocare e che suo fratello era in casa a dormire quando arrivarono i soldati Nazisti. Abitavano in un’area dell’Ungheria che è adesso parte dell’Ucraina.

Bodner vive adesso in Israele e ha raccontato delle sue memorie a Ayana KimRon, la genealogista che lo sta aiutando a cercare il fratello. KimRon confermò presto che i due bambini furono trasportati ad Auschwitz a Maggio del 1944, pochi mesi prima del loro quarto compleanno. Siccome erano gemelli, si pensa che furono soggetti a vari esperimenti medici nei laboratori del campo.

Sembra che entrambi siano sopravvissuti, ma furono separati pochi giorni prima della liberazione. Mentre i tedeschi fuggivano Bodner incontrò un uomo in cerca della sua famiglia e gli chiese se poteva essere suo padre. Cambiò così nome e si trasferì in Israele con la nuova famiglia. Solo anni più tardi, i genitori adottivi, gli ricordarono che ai tempi parlava di un fratello.

Col tempo Bodner ritrovò vari membri della sua famiglia biologica, ma il fratello è sempre stata la persona che più avrebbe voluto rincontrare.

Nonostante ci fossero forti indizi che il fratello era sopravvissuto e che si era trasferito negli Stati Uniti con una famiglia cristiana, KimRon non riusciva a trovare nulla di più. È allora che si decise a rivolgersi a Facebook, aprendo una pagina dedicata alla ricerca del fratello di Bodner chiamata semplicemente A7734.

Chiunque abbia delle informazioni a riguardo può lasciare un commento su Facebook o mandare un’email a FamilyRoots2000@gmail.com.

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fonte pc-facile.com

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Ilaria Alpi, diciannove anni senza verità e giustizia

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Ilaria Alpi, diciannove anni senza verità e giustizia

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di | 20 marzo 2013

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19 anni fa, il 20 marzo del 1994, venivano ammazzati in Somalia Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre stavano indagando sugli intrallazzi di imprenditori senza scrupolo che accumulavano miliardi spacciando spazzatura e rifiuti tossici.

Forse avevano messo le mani e le telecamere su misteri gelosamente custoditi da corrotti residenti sulle due sponde del Mediterraneo, corrotti di varia natura e, soprattutto corruttori e distributori di tangenti agli “Amici somali e italiani”.

Da allora si sono susseguite le commissioni di inchiesta, i processi, persino qualche condanna, ma restiamo lontano dall’avversario assicurato verità e giustizia alla memoria di Luciana e Miran, ai loro familiari, agli amici di sempre, che continuano a tenere in vita, tra mille sforzi, una fondazione ed un premio dedicato alle storie di Ilaria e Mirian.

Sono stati proprio loro, in questa giornata, a lanciare l’ennesimo appello, a scuotere le coscienze, a chiedere che anche i nuovi presidenti delle Camere riaccendano i riflettori. Del resto il presidente del Senato, Pietro Grasso, proprio nel suo discorso di insediamento, ha annunciato di voler mettere il naso nelle stragi e nei delitti restati impuniti.

Siamo sicuri che in questo elenco vorrà inserire anche l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, restato, e non a caso, senza mandanti, almeno per le aule dei tribunali. Chi volesse associarsi all’appello del premio Alpi e far sentire anche la sua voce potrà farlo sia twittando: 19 anni senza #giustizia per Ilaria e Miran, oppure scrivendo alla fan page di Facebook del premio Ilaria Alpi.

Alziamo la voce oggi per riuscire ad avere Giustizia e Verità per il prossimo 20 marzo del 2014, quando, purtroppo, ricorreranno 20 anni dal loro assassinio.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Iniziate esercitazioni militari Usa-Seul. La Corea del Nord minaccia la guerra

Iniziate esercitazioni militari Usa-Seul.  La Corea del Nord minaccia la guerra
Soldati sudcoreani alle prese con le esercitazioni congiunte (ansa)

Iniziate esercitazioni militari Usa-Seul. La Corea del Nord minaccia la guerra

Le operazioni di Key Resolve hanno preso il via in Corea del Sud dopo giorni di escalation verbale da parte di Pyongyang. Che ha annunciato di considerare nullo l’armistizio del 1953 e come primo atto ha tagliato la ‘linea rossa’ telefonica con il Sud

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SEUL Corea del Sud e Stati Uniti hanno iniziato oggi le esercitazioni militari congiunte ‘Key Resolve’, nel mezzo delle tensioni nella penisola coreana in netto rialzo a poche settimane dal test nucleare di Pyongyang. Manovre che la Corea del Nord ha bollato come “provocazione” e come piano per “una vera e propria invasione”. La prima reazione del regime comunista non si è fatta attendere: il Nord ha tagliato la ‘linea rossa’, il collegamento telefonico d’emergenza che attraversa il villaggio di tregua di Panmunjom. Lo ha comunicato il ministero dell’Unificazione di Seul. Il taglio è avvenuto alle 9 ora locale (l’1 in Italia).

Poi un commento del governo, riportato dal quotidiano Rodong Sinmun, giornale del Partito dei lavoratori nordcoreano, ha detto che la Corea del Nord considera l’armistizio del 1953 con la Corea del Sud “completamente nullo da oggi”, un atto che era stato annunciato nei giorni scorsi.

Il messaggio del governo di Kim Jong-un dice anche che “è tempo per la battaglia finale”.

Già ieri, le forze armate di Pyongyang avevano fatto sapere di aspettare solo “l’ordine finale” del leader supremo per lanciare un attacco, e “trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco”, riferimento all’uso di ordigni nucleari.

L’escalation dei toni, perché finora per fortuna solo di dichiarazioni si tratta, è iniziata il 12 febbraio con il terzo test nucleare di Pyongyang, al quale sono seguite nuove sanzioni, approvate anche dalla Cina, unico alleato del regime, e dall’inizio di queste esercitazioni congiunte. (11 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

MA NOI LI COMPREREMO, ALTROCHE’ – Nuova bufera sugli F35. Pentagono: “Difetti gravissimi, è peggiore di tutti gli aerei in uso oggi”

Nuova bufera sugli F35: "Difetti gravissimi,  è peggiore di tutti gli aerei in uso oggi"
L’F35 Joint Strike Fighter

Nuova bufera sugli F35: “Difetti gravissimi, è peggiore di tutti gli aerei in uso oggi”

Nuovo rapporto del Pentagono, reso pubblico dal sito di Spiegel, sui discussi caccia acquistati anche dal governo italiano: “In un duello con un altro velivolo sarebbe facile da abbattere”. E anche la Turchia ora pensa a cancellare l’ordine

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ANDREA TARQUINI
corrispondente Repubblica

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BERLINOI problemi dell’F35, il supermoderno, costosissimo e anche discusso aereo da caccia invisibile del futuro, sono molto più seri di quanto non si dicesse finora. Finora il costruttore, la Lockheed Martin, lo ha esaltato come miglior caccia possibile. Ma un nuovo rapporto del Pentagono, di cui parla ampiamente Spiegel online, scrive che il jet, ordinato anche dall’Aeronautica militare italiana, potrebbe addirittura rivelarsi inferiore ai caccia delle generazioni precedenti, aerei già in servizio in tutto il mondo.

Gli F35 avrebbero  una serie di difetti gravi e tuttora non risolti nei prototipi, difetti in parte non eliminabili perché legati strutturalmente al progetto stesso. Questo sia nella versione a decollo corto o verticale per le portaerei, sia in quella più leggera, a decollo normale per l’uso da basi terrestri.

Finora, i rapporti del Department of Defense avevano coinvolto solo la prima variante, mentre l’ultimo dossier le mette sotto accusa entrambe. Il difetto più grave, è scritto nel documento del Pentagono, è anche quello impossibile a eliminare. La visibilità posteriore dell’F35 è pessima, per cui in un duello lo ‘Joint strike fighter’ se la vedrebbe malissimo con i caccia oggi in servizio, sebbene progettati ed entrati in servizio anche decenni fa. Dai sempre affidabilissimi F15, F18 e F16 americani, ai Sukhoi 30 russi, passando probabilmente per l’Eurofighter Typhoon anglotedescoitaliano, il Saab JAS 39 Gripen svedese, lo J-10 ‘dragone possente’ cinese.

Nei duelli aerei, dice il rapporto, il pilota dell’F35 non riuscirebbe a vedere nulla di chi o che cosa gli vola dietro, il pericolo di venire abbattuto sarebbe dunque gravissimo. Ma non è finita. Il display nel casco di volo non fornirebbe un orizzonte artificiale analogo a quello reale; a volte poi l’immagine è troppo scura o scompare. Il radar in alcuni voli di collaudo si è mostrato incapace di avvistare e inquadrare bersagli, o addirittura si è spento.

Difetto incredibile, se si pensa che aerei come l’ultima versione dello F18 hanno da anni a bordo radar ritenuti il massimo e il meglio della tecnica. Sull’F35 non è così. E poi: la manutenzione è troppo lunga per assicurare un efficace uso operativo, l’affidabilità tecnica del jet non è ancora garantita, il dispositivo di carica delle batterie tende a fare cilecca ai primi freddi, tanto da costringere i tecnici a tenere l’aereo di notte negli hangar, come un’auto che se parcheggiata in strada poi non parte. Infine è confermata l’insufficiente protezione dell’aereo dal rischio dei fulmini.

Gli Stati Uniti vogliono dotarsi di oltre 2400 F35, ma già con l’altro loro caccia invisibile, l’F22 Raptor già in servizio, i costi sono talmente cresciuti da imporre il taglio dell’ordine da un migliaio di aerei a circa duecento, e anche l’F22 ha limiti: funziona come caccia, molto meno per l’attacco al suolo.

I dubbi sull’F35 ieri hanno contagiato uno dei clienti più importanti, la Turchia. La Tuerk Hava Kuevvetleri, cioè l’aviazione turca, la terza nella Nato dopo l’Usaf americana e la Royal Air Force britannica, ha rinviato di un anno l’acquisto dei primi due F35 sui cento in totale che prevede di acquistare. I generali dell’aviazione di Erdogan la sanno lunga in fatto di qualità degli aerei, vogliono sempre il meglio, quindi i loro dubbi potrebbero essere contagiosi per forze armate di altri paesi. (08 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Blitz israeliano, Siria e Iran: “Risponderemo”

Una pattuglia dell’esercito israeliano controlla il confine siriano

01/02/2013 – Tensione altissima: con Damasco anche Paesi arabi e russi

Blitz israeliano
Siria e Iran “Risponderemo”

L’Intelligence occidentale: l’obiettivo erano missili Sa-17 destinati a Hezbollah

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Maurizio Molinari
corrispondente da New York
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Damasco e Teheran minacciano rappresaglie militari contro Israele per il blitz con cui ha distrutto una spedizione di missili anti-aerei siriani a Hezbollah. All’origine dei venti di guerra che spazzano il Medio Oriente c’è la decisione di Hezbollah di trasferire sotto il proprio controllo i gioielli dell’arsenale siriano: armi sofisticate e ufficiali in grado di adoperarle.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affidato l’operazione a Mustafa Bader Al-Din, consigliere per la sicurezza, che dall’inizio di gennaio opera in una duplice direzione: spostare dalla Siria in Libano armamenti in grado di alterare l’equilibrio di forze con Israele e offrire ospitalità a Beirut agli ufficiali alawiti, che compongono la spina dorsale delle forze di Bashar Assad oramai in dissoluzione.

Documenti di intelligence occidentali, consultati da «La Stampa», attestano che Al-Din ha offerto «lussuosi alloggi a Beirut e stipendi equivalenti al grado militare attuale» agli ufficiali alawiti puntando a farne arrivare il numero più alto – e in tempi stretti – in Libano per migliorare le capacità militari di Hezbollah. Tali ufficiali alawiti avranno il compito di addestrare Hezbollah all’uso di nuove armi: convenzionali come i missili anti-aerei e anche non convenzionali, come i gas, se riusciranno a essere spostate.

Il passaggio di armi e ufficiali dalla Siria al Libano avviene grazie alla presenza di contingenti Hezbollah nelle aree di combattimento a Damasco, Aleppo, Al-Zabadani, Homs e Al Qusair, d’intesa con le Guardie della rivoluzione iraniana. La decisione presa da Hezbollah e Teheran di prelevare dalla Siria armamenti e specialisti militari svela la convinzione che i giorni del regime di Assad siano contati. I satelliti militari occidentali che sorvegliano la Siria hanno consentito di riscontrare tale processo e il governo di Israele ha deciso, la scorsa settimana, un blitz aereo a Jimraya – sulla strada fra Damasco e il confine libanese – per impedire a Hezbollah di impossessarsi di batterie di Sa-17 di produzione russa.

Si tratta di missili terra-aria in grado di minacciare gli aerei israeliani: ogni batteria può ingaggiare 24 obiettivi simultaneamente. Assad li acquistò da Mosca nel 2007 a seguito del blitz con cui Gerusalemme distrusse il suo reattore nucleare segreto. Se i Sa-17 fossero giunti in Libano avrebbero alterato l’equilibrio di forze, impedendo a Israele di pattugliare i cieli delle aree dove operano gli Hezbollah. Si tratterebbe tuttavia solo di una delle operazioni intraprese da Israele, e da altri Paesi, per ostacolare il trasferimento di uomini e mezzi di Assad in Libano in una guerra segreta da cui dipende la sorte dell’arsenale siriano, il più agguerrito del mondo arabo grazie alle forniture russe.

Da qui la brusca reazione di Damasco, arrivata dall’ambasciatore a Beirut Ali Abdul-Karim Ali, su possibili «risposte sorprendenti» all’«aggressione contro la nostra terra». Hezbollah ha espresso «solidarietà ai fratelli siriani» e Teheran, con un portavoce del Leader Supremo Ali Khamenei, ha aggiunto: «Un attacco alla Siria è un attacco contro di noi».

Sul fronte diplomatico è la Russia di Vladimir Putin a guidare la condanna di Israele parlando, con un comunicato del ministero degli Esteri, di «attacco non provocato contro uno Stato sovrano in violazione lampante della Carta Onu«. Sull’intera vicenda continua il silenzio di Washington, preavvertita da Gerusalemme del blitz a Jimraya, come era già avvenuto nel 2007.

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fonte lastampa.it

Mali, al rogo i manoscritti di Timbuctù. L’esercito francese libera la città antica / VIDEO: Mali: Islamists Burn Timbuktu Manuscripts – 28th Jan 2013

Mali: Islamists Burn Timbuktu Manuscripts – 28th Jan 2013

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Pubblicato in data 28/gen/2013

Islamic extremists fleeing French forces in Mali have set on fire a library containing rare and ancient manuscripts.A library containing rare and ancient documents has been torched by Islamic militants escaping from French forces in Timbuktu. The Ahmed Baba Institute of Higher Islamic Studies and Research had reportedly been used as a seeping quarters by the Islamists. Speaking from inside the building, Sky’s Alex Crawford, who is embedded with the French forces, said the empty boxes strewn around her had contained thousands of historic manuscripts. “Some of the documents date back to the 13th century,” she said. “The town dates back to the 11th century and this was all the documentation they’d built up over centuries of life in Timbuktu – all either burnt by the Jihadists or they have disappeared.” The city’s mayor, Ousmane Halle, said: “They torched all the important ancient manuscripts. The ancient books of geography and science. It is the history of Timbuktu, of its people. It’s truly alarming that this has happened.” During their rule, the militants systematically destroyed UNESCO World Heritage sites in Timbuktu, long a hub of Islamic learning. Crawford said she had been to the site of tombs that date back centuries which had been razed to the ground. UNESCO says one that was destroyed was the tomb of Sidi hmoudou, a saint who died in 955. A spokesman for the al Qaeda-linked militants has said the tombs of Sufi saints were destroyed because they contravened Islam, encouraging Muslims to venerate saints instead of God. Ground forces backed by French paratroopers and helicopters took control of Timbuktu’s airport and the roads leading to the town in an overnight operation – part of the French-led mission to oust radical Islamists from the northern half of Mali, which they seized more than nine months ago.
Crawford said: “In the centre of the town they are celebrating, they’re going absolutely bonkers with flags, cheering and waving and saying thank you to the French.” The Timbuktu operation comes a day after the French announced they had seized the airport and a key bridge in Gao, a city east of Timbuktu, one of the other northern provincial capitals that had been under the grip of radical Islamists. The French and Malian forces so far have met little resistance from the Islamists, who seized northern Mali in the wake of a military coup in the distant capital of Bamako, in southern Mali.
Timbuktu lies on an ancient caravan route and has entranced travellers for centuries, is some 1,000km (620 miles) northeast of Mali’s capital Bamako.

الإسلاميون حرق مخطوطات تمبكتو
Islamiete brand Timboektoe Manuskripte
Queime islamitas Manuscritos de Timbuktu
اسلامگرایان سوزاندن نسخه های خطی تیمبوکتو

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Ancient manuscripts from Mali, Niger, Ethiopia, Sudan and Nigeria line storage cases at Abdel Kader Haidara’s home, the director of Bibliotheque Mama Haidara De Manuscripts, Timbuktu. These manuscripts are waiting their turn to be cataloged and added to the library collection. Inside them is a history of Africa from the 11th century onwards, with dialogue on Islam, trade, history, the law and so on. Image by Brent Stirton, National Geographic, September 2009 – fonte immagine

28/01/2013 – l’avanzata delle truppe franco-maliane e di quelle africane non trova ostacoli

Mali, al rogo i manoscritti di Timbuctù
L’esercito francese libera la città antica

Nella fuga gli Jihadisti distruggono la biblioteca. Parigi: controlliamo l’aeroporto e gli accessi principali, stiamo vincendo questa battaglia

Un soldato dell’esercito del Mali sulla strada per Timbuctu

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Non sono valsi a nulla gli appelli agli jihadisti che occupavano Timbuctu affinché non scatenassero la loro rabbia per l’imminente sconfitta contro il patrimonio culturale e storico della “porta del Sahara”: prima di lasciare la città-leggenda – da oggi ormai completamente controllata da francesi e maliani – hanno bruciato un edificio che custodiva migliaia di rari manoscritti, andati irrimediabilmente distrutti. Un atto di violenza gratuita che era però era temuto, perché proprio a Timbuctu gli jihadisti hanno dato prova di volere cancellare quello che per loro è un modo errato di onorare Allah e le parole del Profeta. Da quando conquistarono la città, hanno fatto a pezzi le molte statue di Alfarouk, il mitico angelo protettore della città, e poi gran parte dei mausolei di sabbia e legno che ornavano, come pietre preziose, la città per ricordare i suoi ’’333 santi’’, come vengono chiamati religiosi e studiosi musulmani che scelsero per i loro ultimi giorni questo avamposto della cultura e dell’Islam più tollerante.

Timbuctu è stata da sempre una città votata alla cultura (nel Sedicesimo secolo ospitava 2500 studenti che oggi potremmo definire universitari, su una popolazione di 100 mila persone) e la raccolta e la cura dei manoscritti antichi è stato il tratto comune alle famiglie più abbienti, che per generazioni li hanno acquistati e custoditi gelosamente. Ed il paradosso è che ad andare bruciati, nell’incendio appiccato dagli jihadisti, sono stati quei manoscritti ceduti da alcune delle famiglie al centro Ahmed-Baba per essere esposti e studiati. Manoscritti non solo di carattere religioso, ma anche scientifico (molti i trattati di astronomia) in lingua araba, ma anche songhai e tamasheq.

Intanto l’avanzata delle truppe franco-maliane e di quelle africane non sembra trovare ostacoli. «Stiamo vincendo la battaglia», ha annunciato nel pomeriggio Francois Hollande, confermando la riconquista di Gao e Timbuctu, dove un’esplosione di gioia della popolazione – secondo il racconto di testimoni – ha accolto l’ingresso in città dei soldati alleati.

Oggi è stata la volta di Kidal (roccaforte di Ansar Dine) a cadere, ma nelle mani dei tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), e questa è una variabile che bisognava pure preventivare. Perché i tuareg `laici´, rimasti sino ad oggi – almeno ufficialmente – fuori dalla partita, non potevano assistere a braccia conserte ad una vittoria totale di Bamako, perché questo avrebbe significato la fine del loro sogno di un Azawad (il nord del Mali) indipendente. Presa Kidal, ora potrebbero cercare di rientrare in gioco, anche se appare difficile che il governo maliano possa accettare che i tuareg dell’Mnla, con la conquista della città, abbiano ottenuto il diritto a sedere ad un tavolo di trattativa.

A Gao intanto è caccia agli jihadisti che si sono nascosti nella città. Francesi e maliani stanno ottenendo l’aiuto dei giovani della città – cui gli islamisti avevano imposto una disciplina durissima – che li stanno conducendo nelle case dove gli integralisti che non sono riusciti a fuggire si sono rintanati, con le conseguenze pratiche che questo può significare. Giornata importante anche sul piano politico, anche se con qualche ombra perché – mentre in Italia è polemica sui modi e sugli ostacoli a fornire il richiesto (da Parigi) `supporto logistico´ – l’Unione africana ha deliberato di contribuire alla missione internazionale con 50 milioni di dollari, sul costo complessivo preventivato di 460. Insomma, poca roba.

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fonte lastampa.it

Ancora sangue in Algeria “Trucidati gli ultimi ostaggi” / VIDEO: Algerian crisis: Seven foreigners killed in “final assault”

Algerian crisis: Seven foreigners killed in “final assault”

EuronewsEuronews

Pubblicato in data 19/gen/2013

http://www.euronews.com/ Algerian special forces have killed 11 rebels in what is described as a final assault to retake the In Amenas gas facility.

The state news agency APS says seven foreign hostages have been killed by militants.

That brings to between 19 and 37 the number of hostages killed during the four-day stand-off.

The gas complex was seized by al-Qaeda linked gunmen on Wednesday.

Although hundreds of hostages were released, several people are still unaccounted for.

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Ancora sangue in Algeria
“Trucidati gli ultimi ostaggi”

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15:32 19 GEN 2013

(AGI) – Algeri, 19 gen. – La crisi nell’impianto di Is Amenas avrebbe avuto un epilogo drammatico: secondo fonti riservate delle forze di sicurezza algerine, citate dall’edizione on-line del quotidiano ‘el-Watan’, vistisi perduti i miliziani islamisti che occupavano il complesso avrebbero giustiziato uno dopo l’altro gli ultimi sette ostaggi rimasti. A quel punto le unita’ speciali dell’Esercito di Algeri avrebbero tentato un estremo blitz, giungendo troppo tardi: le esecuzioni sommarie dei civili stranieri erano gia’ state completate. I guerriglieri superstiti, che sarebbero stati in tutto undici, si stavano preparando a un suicidio collettivo, ma sarebbero stati abbattuti dai soldati. Una conferenza stampa sugli ultimi sviluppi della vicenda e’ imminente.

La fallita incursione per salvare gli ultimi prigionieri sarebbe avvenuta a meta’ mattinata. Al momento mancano completamente conferme o smentite ufficiali, ma e’ un fatto che la notizia della morte di ostaggi e terroristi e’ stata rilanciata anche dall’agenzia di stampa statale ‘Aps’.

Poco prima altre fonti delle forze di sicurezza algerine sempre in forma anonima avevano fornito una versione molto diversa: a loro dire erano infatti appena stati liberati sedici ostaggi, un numero assai superiore a quello noto, appunto sette. Si sarebbe trattato, tra gli altri, di due cittadini statunitensi, di altrettanti tedeschi e di un portoghese; ignote le nazionalita’ dei loro compagni. Tali positive indiscrezioni sembrano peraltro smentite dai fatti.

MINATO IMPIANTO IN AMENAS, ESERCITO LO STA BONIFICANDO
Era stato interamente minato dai miliziani islamisti che se n’erano impadroniti all’alba di mercoledi’ l’impianto per l’estrazione del gas di In Amenas, nel deserto dell’Algeria sud-orientale.

Gli artificieri dell’Esercito stanno comunque attualmente provvedendo a bonificarlo: lo hanno reso noto fonti della compagnia petrolifera statale ‘Sonatrach’, che gestisce l’impianto in joint-venture con la britannica ‘Bp’ e con la norvegese ‘Statoil’. La scoperta degli esplosivi, la cui esistenza era peraltro stata gia’ resa nota dagli stessi ribelli, ha fatto seguito al blitz in cui sarebbero morti tutti gli ostaggi rimasti e i loro rapitori. (AGI) .

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fonte agi.it