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È boom di badanti, + 53% in dieci anni. Ma i bilanci delle famiglie vanno in crisi

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È boom di badanti, + 53% in dieci anni
Ma i bilanci delle famiglie vanno in crisi

Una ricerca realizzata da Censis e Ismu: in Italia sono un milione e 655 mila. La spesa media è di 667 euro al mese: il 48,2% ha ridotto consumi pur di mantenere il collaboratore

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È boom di badanti nelle case degli italiani: il loro numero è ormai arrivato ad un milione e 655 mila, facendo registrare un aumento del 53% in dieci anni. Sono prevalentemente stranieri (77,3%) e donne (82,4%), tra i 36 e 50 anni (56,8%). È quanto emerge da una ricerca realizzata da Censis e Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) per il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, in occasione del convegno `Servizi alla persona e occupazione nel welfare che cambia´. E si stima che, mantenendo stabile il tasso di utilizzo dei servizi da parte delle famiglie, il numero dei collaboratori salirà a 2 milioni 151 mila nel 2030 (circa 500 mila in più). La spesa media per le famiglie è di 667 euro al mese. Ma con la crisi, oltre la metà dei bilanci familiari non tiene più: così nel 15% dei casi è prevedibile, sempre stando ai risultati della ricerca, che un componente della famiglia lasci il lavoro per assistere un congiunto. O nel 41,7% dei casi si pensa anche a rinunciare al servizio.

L’area dei servizi di cura e assistenza per le famiglie rappresenta quindi un «grande bacino occupazionale»: il numero dei collaboratori è passato da 1,083 milioni del 2001 a 1,655 milioni del 2012 (quando è stata condotta l’indagine su 1500 collaboratori). Sono 2 milioni 600 mila le famiglie (il 10,4%) che hanno attivato servizi di collaborazione, di assistenza per anziani o persone non autosufficienti, e di baby sitting. Il cosiddetto welfare informale ha però un costo che grava quasi interamente sui bilanci familiari. A fronte di una spesa media di 667 euro al mese, solo il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico, che si configura per i più nell’accompagno (19,9%).

Se la spesa che le famiglie sostengono incide per il 29,5% sul reddito familiare, non stupisce che già oggi, in piena recessione, la maggioranza (56,4%) non riesca più a farvi fronte e sia corsa ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi pur di mantenere il collaboratore, il 20,2% ha intaccato i risparmi, il 2,8% si è dovuto addirittura indebitare. L’irrinunciabilità del servizio sta peraltro portando alcune famiglie (il 15%, ma al Nord la percentuale arriva al 20%) a considerare l’ipotesi che un componente della stessa rinunci al lavoro per prendere il posto del collaboratore. Intrappolate tra esigenze crescenti e risorse in calo, il 44,4% delle famiglie pensa che nei prossimi cinque anni avrà bisogno di aumentare il numero dei collaboratori o delle ore di lavoro svolte. Ma al tempo stesso la metà delle famiglie (il 49,4%) sa che avrà sempre più difficoltà a sostenere il servizio e il 41,7% pensa addirittura che dovrà rinunciarci. Con una domanda crescente di protezione sociale, viene sottolineato, è «indispensabile incrociare il `welfare familiare´, che impiega rilevanti risorse private, con un intervento pubblico di organizzazione e razionalizzazione dei servizi alla persona basato su vantaggi fiscali alle famiglie per garantirne la sostenibilità sociale».

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fonte lastampa.it

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Milano, picconate sui passanti: un morto. L’aggressore è un 31enne con precedenti

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Milano, picconate sui passanti: un morto
L’aggressore è un 31enne con precedenti

L’uomo, arrestato dai carabinieri, è originario del Ghana
Cinque aggressioni in tutto: un giovane in fin di vita

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I rilievi della scientifica sul luogo di una delle aggressioni (Ansa)I rilievi della scientifica sul luogo di una delle aggressioni (Ansa)
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È sceso in strada con un piccone e ha cominciato a brandirlo rincorrendo i passanti. Cinque persone sono state colpite. Un uomo di 40 anni è morto per le ferite riportate. È successo a Milano, nel quartiere Niguarda, tra le 5.45 e le 6.35 di sabato mattina. I feriti sono stati soccorsi e ricoverati tra il Niguarda e l’istituto clinico Città studi, dove una delle vittime è spirata nonostante le cure immediate. Ad alcune delle vittime l’aggressore avrebbe preso portafogli e telefoni cellulari.

L’AGGRESSORE – Quando è stato fermato dai carabinieri Mada Kabobo, 31 anni, aveva ancora in mano il piccone insanguinato: l’aggressore è un giovane ghanese irregolare e con precedenti. Era stato foto-segnalato nel 2011, in Puglia, e intimato all’ espulsione. Secondo indiscrezioni, successivamente sarebbe stato identificato durante un normale controllo circa un mese fa anche a Milano. I precedenti penali a suo carico sono per rapina, furto, resistenza. Appena portato in caserma era molto agitato e si rifiutava di farsi prendere le impronte. Ai carabinieri che lo interrogavano ha detto solo di avere fame prima di chiudersi di nuovo nel silenzio.

Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone

IL RAID – Le aggressioni iniziano alle 5.45 in via Monte Grivola. Viene colpito al braccio A.C., un giovane di 24 anni dipendente in un supermercato, appena sceso da un autobus. Il ragazzo è stato ferito leggermente ed è stato dimesso. Dopo un quarto d’ora, in via Passerini, viene ferito alla testa F.N., un operaio di 50 anni. L’uomo è ricoverato all’ospedale Niguarda in condizioni piuttosto gravi.

AL PARCO L’aggressore si sposta quindi in via Adriatico dove affronta un pernsionato di 64 anni che era a spasso con il cane. Lo colpisce in mezzo a un un vialetto di un parco giochi per bambini con violenza alla testa. Sul posto sono ancora ben visibili molte macchie di sangue.

DAVANTI AL BAR – Una nuova aggressione poco lontano, in piazza Belloveso, vicino all’ingresso di un bar gelateria che a quell’ora era aveva appena aperto. L’immigrato si è scagliato tra i tavolini e ha colpito un uomo di 40 anni, abitante nel quartiere e che era sceso al bar perchè non riusciva a dormire. I proprietari del locale, presi dal panico, hanno abbassato la saracinesca e si sono asserragliati all’interno. Quando hanno riaperto hanno trovato il corpo a terra del loro cliente colpito più volte alla testa.

LA CATTURA – Nel frattempo l’uomo giunge in via Monte Rotondo dove ha colpito con estrema violenza alla testa un ragazzo di 21 anni che stava rientrando a casa dopo aver accompagnato il padre. Erano impiegati entrambi nella consegna dei giornali. Altri passanti hanno chiamato i carabinieri che sono intervenuti e l’hanno arrestato quando aveva in mano ancora il piccone. Il giovane è in fin di vita.

Redazione Online

11 maggio 2013 | 13:28

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fonte corriere.it

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Cittadinanza, Kyenge: presto un ddl sullo ius soli. Insorge il Pdl

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Cittadinanza, Kyenge: presto un ddl sullo ius soli. Insorge il Pdl, Schifani: Letta intervenga per il bene governo

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Nuove regole sulla cittadinanza. Un ddl sullo ius soli sarà pronto nelle prossime settimane: lo ha detto il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, intervenendo alla trasmissione “In mezz’ora” su Raitre. Come testimonial del diritto alla cittadinanza per chi nasce in Italia, non vedrebbe male la stella del calcio Mario Balotelli, che subito si dice disponibile. Il ministro ha poi ribadito che il reato di immigrazione clandestina va abolito.

«È difficile dire se riuscirò» ha ammesso il ministro rispondendo alle domande di Lucia Annunziata, perché «per far approvare la legge bisogna lavorare sul buon senso e sul dialogo, trovare le persone sensibili. È la società che lo chiede, il Paese sta cambiando». «Bisogna lavorare molto per trovare i numeri necessari» ha aggiunto Kyenge, precisando di non pensare a un eventuale fallimento. Il Pdl dà l’altolà a fughe in avanti. Il presidente dei senatori Renato Schifani, intervistato da SkyTg24, invita il presidente del consiglio Enrico Letta a richiamare i suoi ministri a maggiore cautela quando si parla di temi che non rientrano nel programma di governo.

Schifani: la proposta di Kyenge non rientra nel programma
«Quello che ha detto il ministro Kyenge – spiega Schifani – non rientra nel programma. Credo che sia necessario che in queste ore di avvio delicato» del lavoro dell’esecutivo «il premier spieghi ai propri ministri che una maggiore sobrietà su temi non discussi tra la maggioranza sarebbe auspicabile» altrimenti gli stessi ministri «potrebbero creare nocumento al governo stesso».

Rivedere i Cie , reato di immigrazione clandestina da abrogare
Secondo il ministro, poi, «occorre rivedere la struttura dei Cie (i Centri di identificazione ed espulsione) e lo stato di emergenza» legato agli sbarchi. Occorre «guardare alla direttiva europea che l’Italia ha ratificato in modo sbagliato» anche riguardo alla permanenza di 18 mesi «che devono essere una extrema ratio. La direttiva non chiede all’Italia di mettere nei Cie persone malate, fragili, minori, ma solo persone pericolose o criminali».

Balotelli testimonial? Kyenge: buona idea. Lui: sono disponibile
Coinvolgere il calciatore Mario Balotelli come testimonial di una campagna a favore dello ius soli? Per Kyenge è «una buona idea. Non lo conosco personalmente – ha continuato – so che lui sta subendo atti di razzismo, ma riesce a testa alta a dare un forte contributo all’Italia, che è il nostro Paese». L’attaccante del Milan ha subito replicato con una in una dichiarazione affidata all’Ansa: «Sono sempre disponibile» per la lotta al razzismo e alla discriminazione.

Boldrini: anacronistico no a cittadinanza a figli di immigrati
Secondo la presidente della Camera Laura Boldrini «è anacronistico che i ragazzi figli di immigrati, nati in Italia, non possono ottenere la cittadinanza nel nostro Paese». La presidente della Camera ha ricordato che il capo dello Stato «ha più volte sollecitato la politica per cambiare la legge sulla cittadinanza. Visto il successo che il ritorno al Quirinale di Napolitano ha ottenuto in Parlamento salvo qualche rara eccezione, penso che il Parlamento stesso possa darsi da fare ed ascoltare le parole di Napolitano».

Pdl in ebolizzione. Schifani: Kyenge? No a proclami solitari
Subito le prime reazioni alle dichiarazioni del ministro. «Le opinioni politiche di Cecile Kyenge su cittadinanza e reato di immigrazione clandestina – ha spiegato in una nota Anna Maria Bernini, senatrice e portavoce vicario del Pdl – sono perfettamente legittime se espresse a titolo personale, ma fuori luogo se pronunciate nelle vesti di ministro della Repubblica in un governo di coalizione che vive anche grazie al sostegno del Pdl, e ai suoi voti sui singoli provvedimenti».

No anche dal vicepresidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri: «La cittadinanza automatica per il solo fatto di nascere in Italia non é praticabile – ha detto -. L’azione del governo deve piuttosto essere volta a far rispettare le leggi vigenti. Una task force che veda interessata anche il ministro Kyenge per verificare la reale condizione dei tanti immigrati presenti in Italia sarebbe un primo passo».

Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato: «Non si esageri e si usi maggiore cautela anche da parte dei membri del governo. Quello del ministro Kyenge, che annuncia urbi et orbi che il reato di immigrazione clandestina andrebbe abrogato e un ddl sullo ius soli nelle prossime settimane, è soltanto l’ultimo episodio». Schifani ha invitato a evitare «proclami solitari, senza che gli argomenti siano discussi e concordati in un ambito collegiale». «Il ministro Kyenge non fa proclami solitari – ha replicato il deputato del Pd Edoardo Patriarca -. Quanto esprime è da tempo sentito dalla popolazione italiana. Non vorrei che una parte del Pdl esprimesse solo una posizione ideologica».

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fonte ilsole24ore.com

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La neo ministra Kyenge: «Sono nera e fiera di esserlo»

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La neo ministra Kyenge:
«Sono nera e fiera di esserlo»

Letta e Alfano: anche noi fieri di lei. Anche Maroni contro gli insulti razzisti di Borghezio

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ROMA – «Sono nera e italo-congolese e ci tengo a sottolinearlo. Dentro di me ci sono due Paesi. Non sono di colore, sono nera, lo dico con fierezza»: è quanto ha detto il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, nella sua prima conferenza stampa, sottolineando la necessità di «cominciare ad usare le parole giuste».

«L’Italia non è un Paese razzista, ha una cultura dell’accoglienza ben radicata, ma c’è una non conoscenza dell’altro, non si capisce la diversità è una risorsa», ha continuato il ministro dell’Integrazione, dopo gli attacchi subiti nei giorni scorsi. «Da questi attacchi – ha aggiunto – ho imparato tante cose». Dopo gli attacchi ricevuti «c’è stato un sostegno da parte del premier e di tutti i componenti del Governo. Sicuramente avrebbe dovuto uscire anche un sostegno pubblico, ma sulla solidarietà rispetto a questi attacchi io mi sento abbastanza tutelata», ha poi sottolineato il ministro.

«La risposta più forte – ha aggiunto Kyenge – deve darla la società civile, il Paese. E la società sta reagendo a questi attacchi, perché esiste anche un’altra Italia, accogliente». «È chiaro che questo cambiamento doveva esserci – ha proseguito il ministro riferendosi alla sua nomina – dobbiamo affrontarlo tutti insieme, ma anche all’interno del Governo posso dire che oltre al ministro Idem anche gli altri hanno dimostrato solidarietà. Questo è un buon segno e per questo motivo non ho risposto, e non credo che sia il caso di soffermarsi su singole voci che possono parlare più forte ma che non sono la maggioranza».

«Certo bisogna dare risposte ai tanti figli di stranieri che nascono e crescono in Italia e non si sentono né italiani né del Paese di origine dei loro genitori», ha detto ancora il ministro dell’Integrazione a proposito della legge sulla cittadinanza. «Ma le cose si possono cambiare senza urlare». «Faccio parte di una squadra – ha precisato – nel Governo ci sono altre forze politiche diverse dalla mia come ad esempio il Pdl o Scelta Civica, dobbiamo cercare uno spazio comune e un terreno condiviso, sempre nel rispetto dell’altro, senza mai offendere».

«La violenza sulle donne è un tema che non riguarda solo gli italiani o solo gli immigrati. La violenza non ha colore. Quello che bisogna cambiare è la cultura sulle donne», ha poi osservato Kyenge, commentando quanto denunciato dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, sul rischio di messaggi razzisti e sessisti sul web.

«Cecile Kyenge è fiera di essere nera e noi siamo fieri di averla
nel nostro governo come ministro per l’Integrazione». Lo scrivono in una nota congiunta il premier Enrico Letta e il ministro dell’Interno e suo vice, Angelino Alfano rivolgendole «piena solidarietà a fronte degli attacchi razzisti che ha ricevuto». «A lei va, anche pubblicamente – si legge nella nota – la nostra piena solidiarietà. Come sottolineato in sede di insediamento dell’esecutivo alle Camere – proseguono Letta e Alfano – bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, e la presenza di Cecile Kyenge nel governo riteniamo dia una nuova concezione del confine, che da barriera diventa speranza. La speranza di costruire, a partire da scuole e università, una vera comunità dell’integrazione».

«Ho parlato con Borghezio al telefono e gli ho detto che non condivido le sue espressioni, mi paiono francamente fuoriluogo». Lo ha detto il leader della Lega e presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, riferendosi alle affermazioni fatte dell’europarlamentare del Carroccio Mario Borghezio nei riguardi del ministro Kyenge. «Vedremo», ha poi aggiunto Maroni rispondendo ad una domanda sulla possibilità di provvedimenti da parte del Carroccio nei confronti dell’europarlamentare. «Comunque – ha ribadito – l’ho chiamato per dirgli che non condivido perché si può essere d’accordo o no con il governo, ma queste affermazioni non mi piacciono, non ha senso farle, si prestano solo a critiche senza alcun vantaggio».

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fonte ilmessaggero.it

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Buone riforme, il Pd scherzava

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Buone riforme, il Pd scherzava

La legge sulla corruzione. Il falso in bilancio. Il conflitto d’interessi. L’incandidabilità dei condannati. Le unioni civili. La green economy. Queste e altre cose erano nel programma e negli ‘otto punti’. Ora Letta ha fretta di metterle nel dimenticatoio: noi gliele ricordiamo

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di Luca Sappino

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«Proprio un bel discorso», dicono molti onorevoli, dopo aver sentito Enrico Letta chiedere la fiducia alle camere. «Ecumenico», è però la descrizione più calzante, ad opera di un parlamentare democratico, che però – malpancista ma disciplinato – ha votato per il governo. Vago quanto basta per piacere a tutti ed evitare ogni attrito, è stato il discorso, ma puntuale nel nominare le cose, i tributi dovuti alle varie anime della maggioranza (su tutti, il rinvio del pagamento dell’Imu di giugno). Vago nella copertura economica delle tante promesse, preciso però, è stato, in alcune dimenticanze. Con buona pace, soprattutto, degli “otto punti” con cui Bersani, non più di un mese fa, cercava di convince i deputati 5 stelle a varare un governo «del cambiamento».

Mai citata è stata, ad esempio, la legge sui conflitti d’interesse che, nell’elenco di Bersani, era il numero 5. Sempre al 5 si parlava di «incandidabilità, ineleggibilità e doppi incarichi». Siccome per «ineleggibilità» si intende soprattutto quella di Berlusconi, nel discorso di Letta (che i voti di Berlusconi doveva avere) non c’è traccia del tema. Così come non si trova nulla sull’incandidabilità dei condannati. E non è forse quello che si aspettava Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e giustizia, ma bisognerà continuare a firmare appelli. «Ne dovremo fare ancora di più», dice Bonsanti, «e certo non faremo sconti solo perché al governo c’è anche il centrosinistra». C’è speranza? «So che sarà difficile – continua – ma la società civile deve continuare a chiedere norme che non sono né di destra né di sinistra, ma democratiche». Prestando ancora più attenzione, poi, «perché nella volontà di modificare la seconda parte della Costituzione, come vuole fare questa maggioranza – spiega Bonsanti – si finisce per incontrare e modificare i poteri della magistratura, della Corte costituzionale, e l’argine che questi rappresentano».

Per i doppi incarichi, invece, si può prender per buona la scelta del governo di eliminare le indennità aggiuntive per i ministri già parlamentari. Il problema è molto più vasto, riguarda molti deputati, ma pazienza.

La legge anti corruzione, poi, negli otto punti non c’era, ma è stata al centro della campagna elettorale del Pd. Ieri, invece, è stata appena citata, in un passaggio ben più ampio sulla giustizia e sull’importanza di questa per le imprese. «Un importante argomento di contesto concerne la giustizia – ha detto infatti il presidente del consiglio – in quanto solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare. Questo riguarda la moralizzazione della vita pubblica e la lotta alla corruzione, che distorce regole e incentivi». E questo è quanto. Poco, secondo Claudio Fava di Sel che – al Senato – prova ad ottenere qualche dettaglio in più. «La priorità non è l’evocazione di una lotta alla corruzione, ma una vera, buona legge sulla corruzione nei primi cento giorni del suo governo», dice Fava. «Riprendo le parole di Fava sulla corruzione, sarà uno dei grandi temi sui quali lavoreremo», è la replica stringata.

Dell’assenza dei diritti civili (punto 7 dell’elenco bersaniano), se ne sono accorti molti, anche in parlamento. Pure Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, prima di votare la fiducia, commentava amaro: «vuoi che non me ne sia accorto che non ha detto neanche una parola?». Ma la responsabilità è un dovere più forte. Gennaro Migliore, capogruppo di Sel alla Camera, lo dice così: «Non è mai il turno della responsabilità verso i cittadini omosessuali o verso chi aspetta una legge sul fine vita». Non trovano risconto nell’agenda del governo neanche le già morbide parole della Carta d’intenti, l’accordo elettorale tra Pd e Sel: «Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale – si scriveva allora – per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico». Nulla anche per la legge sull’omofobia. E mentre Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico e storico esponente di Arcigay ostenta fiducia e si affida al lavoro parlamentare («Su questi temi – dice – esiste nei due rami del Parlamento una maggioranza trasversale che ha assunto degli impegni con i propri elettori»), Andrea Maccarone, presidente del Mario Mieli, è più pessimista: «E’ vero che Pd, Sel e 5 stelle potrebbero trovare un’intesa, ma penso che il Parlamento, per non mettere a rischio il governo, eviterà certi temi». Giovanardi, effettivamente, non sarebbe il solo a fare le barricate.

E lo Ius soli, la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia? Era il cavallo di battaglia del Pd, la cosa più progressista detta in campagna elettorale, ma niente da fare. Bisogna accontentarsi di un ringraziamento a Cecile Kyenge («La sua nomina significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse») e di un proposito un po’ generico: «Bisogna fare tesoro – dice Letta – della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero».

Al punto 6 dei propositi dell’ex segretario c’erano poi «l’economia verde e lo sviluppo sostenibile». Enrico Letta ne parla due volte, la prima sulla ricerca («La ricerca italiana – dice – può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale»), la seconda sull’energia («Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente»). Il passaggio che più lascia insoddisfatti è però quello – assente – sul consumo di suolo. Niente, ovviamente, sull’acqua pubblica e sul risultato, da tutelare, degli ultimi referendum sui beni comuni e contro il nucleare.

Il parlamento uscito dalle urne, poi, aveva fatto ben sperare per il reddito minimo, che era nel programma di Sel e Movimento 5 stelle e nelle corde di molti democratici. Infatti Letta la parola la usa, ma forse a sproposito. Maria Pia Pizzolante, portavoce di Tilt, una delle associazioni che hanno depositato in parlamento – col plauso di Sel e M5s – proprio la legge sul reddito minimo, lo bacchetta: «La prego presidente Letta, il reddito minimo garantito è per le persone, non per le “famiglie bisognose”», come invece ha detto lui. «Il reddito minimo – spiega Pizzolante – è per tutti coloro che vivono sotto la soglia degli 8 mila euro: è per i singoli, anche per i precari, e non ha nulla a che fare col welfare familistico».

Ricordate poi quante parole scritte e dette sul taglio degli armamenti e sul programma di acquisto degli F-35? Acqua passata. Ora è il tempo, in Italia e in Europa, di «un rinnovato impegno per una politica estera e di difesa comuni, tese a rinnovare l’impegno per il consolidamento dell’ordine internazionale, un impegno che vede le nostre Forze Armate in prima linea, con una professionalità e un’abnegazione seconda a nessuno». Peccato. Anche perché, «proprio dal taglio delle spese per gli armamenti», dice Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti e autore di “Caro Armato”, un’inchiesta sui costi della Difesa, «in un momento di crisi potrebbero arrivare risorse prezione». Soldi utili anche per finanziare le molte promesse di Letta. «Vedremo – dice comunque Paolicelli – se l’assenza è casuale e dovuta alla difficoltà di tenere tutti i temi in un solo discorso». Ci vuole fiducia.

Impietoso è, alla fine – come fu per il documento dei saggi di Napolitano – il bilancio di corrispondenza con gli otto punti di Bersani e quelli di Berlusconi. Certo, si è detto di voler dare copertura a tutti gli esodati, ma – come fa notare Rosy Bindi – «per loro, a differenza che per l’Imu, non si è ritenuto di indicare una data di soluzione». Il bottino del leader del Pdl è impressionante. All’Imu, alla detrazione per le assunzioni, alla riforma della giustizia, all’elezione diretta del capo dello Stato e ai poteri aumentati per il presidente del consiglio, si aggiunge la citazione per il caso dei Marò: «Lavoreremo – dice Letta concludendo il suo discorso – per trovare una soluzione equa e rapida alla dolorosa vicenda dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India, che ne consenta il legittimo rientro in Italia nel più breve tempo possibili». En plein.

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in edicolaIl giornale in edicola

fonte espresso.repubblica.it

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Tanti ragazzini tra i migranti soccorsi nel Canale di Sicilia

Tanti ragazzini tra i migranti  soccorsi nel Canale di Sicilia
Uno sbarco di immigrati

Tanti ragazzini tra i migranti soccorsi nel Canale di Sicilia

Erano in 78 a bordo di un barcone di 20 metri, con il motore in avaria. Tra loro 44 minori. Sono stati soccorsi dalla Guardia costiera. Nelle ultime due notti sbarchi anche in Puglia e Calabria

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Settantotto migranti, tutti uomini, oltre la metà, quarantaquattro, ragazzini. Erano a bordo di un barcone di 20 metri, con il motore in avaria. L’imbarcazione era stata avvistata ieri pomeriggio da un elicottero della guardia di finanza in servizio di perlustrazione nel Canale di Sicilia. Si tratta dell’ultimo sbarco avvenuto nelle ultime due notti: oltre che in Sicilia si sono registrati arrivi di migranti anche a largo delle coste calabresi e pugliesi.

Sicilia.
A Siracusa “un’imbarcazione da pesca con scritte arabe, è stata avvistata da un velivolo della Guardia di finanza”, ha spiegato il portavoce della locale capitaneria di porto. Scattato l’allarme, l’imbarcazione è stata intercettata dalle due unità navali della guardia costiera “circa 25 miglia a largo delle coste di siracusa”.

Il barcone con a bordo i migranti “era alla deriva a causa di un’avaria al timone” e “date le condizioni del mare è stato impossibile il trasbordo, pertanto l’imbarcazione è stata rimorchiata da due unità navali della guardia costiera insieme ad altre due della finanza fino all’interno del porto grande di siracusa”, è la ricostruzione dell’operazione di salvataggio coordinata dal comando generale della Guardia costiera e dal sottocentro di soccorso di Catania. E’ qui che verranno trasferiti i minori i quali, in prima battuta, sono stati condotti stanotte, insieme ai maggiorenni in buone condizioni di salute, “presso l’istituto Umberto primo di Siracusa, un centro di accoglienza”, ha indicato il portavoce, spiegando che delle quasi 80 persone soccorse “alcune sono state ricoverate presso l’ospedale civile di siracusa, mentre altre attenzionate in quanto disidratate e spossate”. “Probabilmente – ha aggiunto – i tre scafisti si nascondono tra i migranti soccorsi, mentre il barcone è stato posto sotto sequestro e verrà poi demolito in base alla legge vigente”, ha concluso.

Calabria e Puglia. Sempre nella notte un gruppo di altri 12 migranti è stato salvato dai carabinieri a largo delle coste calabresi, mentre due notti fa la guardia costiera di Gallipoli, in provincia di Lecce ha soccorso 32 persone – 10 uomini, 7 donne e 15 bambini di cui un neonato di appena 2 mesi – lasciate ancorate in mare su una barca a vela di 10 metri: gli scafisti erano, intanto, fuggiti a bordo di un’imbarcazione secondaria, poi ritrovata dagli inquirenti poco distante.

“Non conosciamo il luogo di partenza dell’imbarcazione, ma i migranti sono di nazionalità afgana e siriana e sono tutti in buone condizioni di salute”, ha indicato Achille Selleri, comandante in seconda della capitaneria di porto di Gallipoli della Guardia costiera.

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fonte palermo.repubblica.it

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GOVERNO – La ‘prima’ di Cecile Kyenge, una congolese a Palazzo Chigi

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La ‘prima’ di Cecile Kyenge, una congolese a Palazzo Chigi

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(AGI) – Roma, 27 apr. – Cecile Kyenge e’ il nuovo ministro dell’Integrazione ed e’ il primo ministro di colore della storia repubblicana.

Sposata e madre di due figlie, ha 48 anni ed e’ nata a Kambove nella Repubblica Democratica del Congo. Ora e’ cittadina italiana. Medico oculista, eletta in circoscrizione a Modena nel 2004, poi responsabile provinciale del Forum della Cooperazione Internazionale e immigrazione. E’ stata consigliere provinciale a Modena nella commissione Welfare e politiche sociali e responsabile regionale Emilia Romagna delle politiche dell’immigrazione del Partito Democratico. Portavoce nazionale della rete Primo Marzo dal settembre 2010, per cui si e’ occupata di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani. Collabora con la rivista Combonifem e con Corriere Immigrazione. Ha promosso e coordinato il progetto AFIA per la formazione di medici specialisti in Congo in collaborazione con l’Università di Lubumbashi. Kyenge e’ portavoce di “Primo Marzo”, un progetto di partecipazione dal basso impegnato nella lotta al razzismo e nella difesa dei diritti umani, formato da una rete di comitati territoriali nato nel 2009. L’iniziativa riunisce italiani, migranti, seconde generazioni: tutti accomunati dal rifiuto del razzismo e della cultura dell’esclusione. L’1 marzo 2010 il movimento ha organizzato una giornata di mobilitazione e sciopero indirizzata a far comprendere “quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra societa’ e come sia importante che italiani vecchi e nuovi si impegnino insieme per difendere i diritti fondamentali della persona, combattere il razzismo e superare la contrapposizione tra ‘noi e loro'”. L’associazione tra l’altro chiede l’abrogazione della Bossi-Fini e, in particolare, del nesso tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno; rivendica l’applicazione e l’estensione dell’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione come tutela per tutti i lavoratori che denunceranno di essere stati costretti all’irregolarita’ del lavoro; l’abrogazione del reato di clandestinita’ e del pacchetto sicurezza; l’abolizione del permesso di soggiorno a punti; la chiusura dei CIE; una regolarizzazione che sia una soluzione reale e rispettosa dei diritti umani e della dignita’ delle persone; il passaggio dal concetto di ‘ius sanguinis’ a quello di ‘ius soli’ per il riconoscimento della cittadinanza e una legge che garantisca l’esercizio della piena cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia; una legge organica e adeguata per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

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fonte agi.it

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PRATO Il cinese Yan rompe l’omertà: sfruttato dai miei connazionali «Un euro all’ora dalle 7 di mattina all’una di notte»

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Il cinese Yan rompe l’omertà: sfruttato dai miei connazionali

«Un euro all’ora dalle 7 di mattina all’una di notte»

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di Marco Gasperetti

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PRATO – Una parola, due, la bocca che trema, la gola secca per la tensione. Minuti di pausa e sudore. Poi Yan il clandestino ha iniziato a parlare. Si è alzato dalla sedia e in cinese al traduttore ha raccontato quei giorni terribili di sfruttamento nella fabbrica fantasma gestita da un gruppo di connazionali: diciotto ore al giorno di lavoro in nero, dal lunedì alla domenica, dalle 7 del mattino sino all’una di notte, per circa un euro all’ora. E poi sei ore di sonno in luridi giacigli, sempre nel laboratorio prigione.
Si è pure infortunato, Yan, quando sfinito, è caduto sui macchinari del laboratorio alla periferia di Prato rimanendo gravemente ustionato. I suoi compagni, di notte, l’hanno lasciato davanti al pronto soccorso e i medici l’hanno salvato per miracolo. Ed è stata la sua salvezza perché quella terribile avventura gli ha dato la forza, per la prima volta nella storia della tormentata immigrazione della città toscana, di presentarsi all’Ufficio immigrazione del Comune di Prato e nonostante fosse un «lavoratore invisibile» denunciare lo sfruttamento e rompere quel muro di omertà che da anni rende impenetrabile la Chinatown di Prato, oltre 30 mila cinesi, e un nero che difficilmente si riesce a quantificare. Lo hanno isolato, scomunicato, minacciato.

Ma Yan si è fidato di un italiano, Giorgio Silli, l’assessore all’Integrazione, non si è fermato e adesso è in salvo. Grazie al lavoro dei servizi sociali del Comune, della questura e della procura di Prato, vive in un’altra città. È stato inserito in un programma «anti-tratta» che cerca di combattere la schiavitù del lavoro nero e ha vinto la sua battaglia. Ha un lavoro e come prevede la legge ha ottenuto un regolare permesso di soggiorno.
I suoi aguzzini, tutti connazionali, sono già stati individuati e la procura di Prato ha aperto un’inchiesta per sfruttamento dei lavoratori clandestini, ma anche per lesioni e riduzione in stato di schiavitù.
«Ho visto tanti operai che lavoravano nelle mie stesse condizioni», ha raccontato l’uomo agli investigatori che adesso cercano di individuare quegli sfruttati. «Anche loro hanno da raccontarci anni di soprusi – dicono in questura a Prato – e la sensazione è che adesso qualcosa si sia infranto in quel muro invalicabile di silenzio».

Yan è arrivato grazie a un’organizzazione clandestina gestita dalla mafia. «Mi avevano detto che se avessi avuto forza, coraggio e fossi stato ubbidiente – ha raccontato – avrei potuto cambiare la mia vita e quella dei miei familiari». Invece sono arrivate le catene, le minacce e la paura d’essere entrato in un labirinto senza uscita. «Non sapevo neppure una parola in italiano, non conoscevo nessuno, come potevo denunciare e a chi?», ha più volte ripetuto.
Potrebbe essere l’inizio di una nuova storia per Prato? Yan è stato molto coraggioso. «Quando ha raccontato la verità non sapeva neppure che per lui era pronto un permesso di soggiorno come previsto dalla legge – spiega l’assessore Giorgio Silli – ed è stato il primo in assoluto a verbalizzare dettagliatamente e senza reticenze, la situazione di sfruttamento. E per questo è stato scomunicato dalla sua gente, ma per fortuna si è fidato di me».
Chi abbia dato la forza a quell’uomo con bruciature sul corpo di secondo e terzo grado, resta ancora un mistero. Chi lo sta seguendo dice che da quelle ferite, per le quali ha dovuto affrontare tre interventi chirurgici, è quasi guarito. Resta il solco profondo nell’anima per una schiavitù terribile. Ma Yan adesso si sente forte e coraggioso. E ha iniziato a parlare anche un po’ in italiano.

8 marzo 2013 | 9:22

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fonte corriere.it

Immigrati, un giorno senza loro. In gioco i diritti e la dignità

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Immigrati, un giorno senza loro
In gioco i diritti e la dignità

La giornata del 1° marzo senza colf, badanti, babysitter, operai, ma anche infermieri, imprenditori, studenti. E’ la IV edizione ed offre un  momento di impegno e lotta contro sfruttamento e razzismo per affermare il diritto alla libera circolazione, il valore del meticciato. Il primo sciopero, avvenuto nel 2010, ha segnato un passo importante nella difesa del carattere multiculturale della nostra società

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di VLADIMIRO POLCHI

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ROMA “Un giorno senza di noi”. Senza colf, badanti, babysitter, operai, ma anche infermieri, imprenditori, studenti. Ritorna lo sciopero degli immigrati. L’appuntamento è fissato per il 1° marzo.

Lo “sciopero dei migranti”. In verità non si tratta di uno sciopero in senso tecnico (ben difficile da organizzare nel pianeta immigrazione), ma di una serie di iniziative e manifestazioni locali: da Bolzano a Palermo. “La giornata del Primo Marzo, giunta nel 2013 alla IV edizione – si legge nell’appello del comitato promotore  –  offre un rinnovato momento di impegno e lotta contro sfruttamento e razzismo: una mobilitazione di migranti e autoctoni per affermare la dignità dell’essere umano, il diritto alla libera circolazione, il valore del meticciato. Il primo sciopero degli stranieri, avvenuto nel 2010, ha segnato un passo importante nella lotta per i diritti dei migranti e per il riconoscimento del carattere multiculturale della nostra società. Da allora, sono nati in tutt’Italia tanti comitati Primo Marzo che in questi quattro anni sono riusciti a coinvolgere associazionismo, politica ed istituzione”.

Come si scende in piazza? Il colore di riferimento del Primo marzo è tradizionalmente il giallo, scelto per la sua neutralità politica. Anche per il 2013, come già lo scorso anno, è prevista la distribuzione di un copri-passaporto che riporterà il primo e l’ultimo articolo della Carta mondiale dei migranti sulla libera circolazione delle persone, sottoscritta a Gorèe.

Cittadinanza e voto. I manifestanti chiedono: “Una legge organica sull’asilo politico e la proroga dell’emergenza Nord Africa fino a che tutti i profughi abbiano concluso l’iter per la richiesta d’asilo. Una nuova legislazione in materia di immigrazione che abroghi la Bossi-Fini e i decreti sicurezza. La chiusura di tutti i Cie e la cancellazione definitiva del reato di clandestinità. La cittadinanza per tutti i figli di migranti nati o cresciuti in Italia. Il diritto di voto amministrativo per gli stranieri residenti”. Due punti, quest’ultimi, sui quali molto si puntava per la futura legislatura, visto che sono inseriti nel programma del Pd (e in extremis anche nell’agenda Monti). Ma i risultati elettorali rischiano ora di deludere le speranze.

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fonte repubblica.it

SIAMO SEMPRE SOTTO RICATTO – Saldi di fine stagione. La Marina regala 65mila divise ai libici

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Saldi di fine stagione. La Marina regala 65mila divise ai libici

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di

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La nuova marina libica vestirà all’italiana, magari non all’ultima moda ma all’italiana. L’accordo tecnico reso noto oggi prevede la cessione gratuita di vestiario in disuso, appartenente alle vecchie uniformi della Marina Italiana ai marinai libici che riceveranno uniformi kaki (sostituite tre anni fa dalle “blue navy”) per oltre 65mila capi tra camicie manica lunga e manica corta, pantaloni estivi e invernali, magliette intime, pigiami e cinture.

La cessione ai libici ha consentito di svuotare dalle rimanenze di magazzino le basi di Taranto, Augusta, La Spezia, Ancona e Cagliari. La consegna è avvenuta il 6 febbraio a Tripoli, in occasione della visita del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, nel corso della quale l’esercito libico ha ricevuto in dono dall’Italia anche equipaggiamenti decisamente più impegnativi

Come i 20 blindati leggeri Puma (gli equipaggi libici destinati a questi mezzi sono in addestramento in Italia), mezzi recenti acquistati dall’esercito in 600 esemplari tra il 2001 e il 2004 ma rivelatisi vulnerabili agli ordigni improvvisati durante la missione in Afghanistan e già in dismissione presso molti reparti.

Italia, Francia e Gran Bretagna hanno attivato missioni di supporto alla riorganizzazione delle forze armate libiche fin dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi anche con l’intento di aggiudicarsi lucrose commesse per nuovi armamenti ed equipaggiamenti. Speranze finora andate deluse anche a causa del caos che regna nel Paese nordafricano. La Marina italiana ha bonificato da ordigni e relitti i porti libici mentre un centinaio di istruttori italiani sono impegnati ad addestrare i soldati e i poliziotti libici destinati alla protezione di aree “sensibili” (come i siti petroliferi) nell’ambito dell’Operazione Cirene finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro.

Una Libia «stabile e sicura» è nell’interesse dell’Italia e delle sue aziende, perché «in tutti i campi, i rapporti economici hanno bisogno di sicurezza per svilupparsi e prosperare» ha detto Di Paola incontrando il ministro della difesa libico, Mohamed Ali Barghani e il primo ministro Ali Zeidan. Su quella che un tempo era definita la nostra “quarta sponda” non mancano certo i problemi di sicurezza. La Cirenaica è infestata dalle milizie islamiste e assomiglia sempre di più al Waziristan pakistano. Fuori controllo anche la regione meridionale del Fezzan dove la decisione del governo di chiudere tutte le frontiere ha ben poco senso dal momento che nessuna forza governativa è in grado di controllare migliaia di chilometri di confini desertici.

Bargthani ha ribadito le “grandi difficoltà” delle autorità locali a controllare confini troppo porosi ed estesi. Una condizione che consente il libero movimento a trafficanti di armi, droga, esseri umani e di milizie e gruppi terroristici. A Tripoli il ministro Di Paola ha sollecitato la ripresa del «controllo integrato delle frontiere» auspicando «passi concreti in tempi brevi».

Un invito a Tripoli non solo a riconoscere in senso generale i crediti vantati dalle aziende italiane con il regime di Gheddafi ma soprattutto a onorare e completare il programma per la realizzazione di una rete di sensori in grado di monitorare tutte le frontiere libiche. Una gara vinta da Selex, società del gruppo Finmeccanica, che ora vede insidiato il suo contratto dalla scarsa credibilità delle autorità di Tripoli e dalla concorrenza francese che vede Eads proporre ai libici i propri prodotti. Solo nel settore difesa e sicurezza Finmeccanica vanta crediti per due miliardi di dollari con la Libia.

«Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo problemi alle frontiere, difficoltà a controllare l’immigrazione clandestina», ha confermato Barghani sottolineando le richieste di aiuto all’Unione europea. La Libia non è certo un Paese del terzo mondo e i proventi dell’export di gas e petrolio sarebbero sufficienti a finanziare un programma pluriennale di completo equipaggiamento e addestramento delle forze armate e di polizia, inclusa quella di frontiera.

Il timore è che Tripoli punti a ottenere aiuti gratuiti dall’Italia paventando (come fece a suo tempo Gheddafi) la minaccia di nuove ondate di migranti africani verso Lampedusa. «Esistono contratti sottoscritti e firmati con l’Italia; da parte nostra c’è l’impegno a rispettarli» ha ribadito Di Paola alimentando il clima di fiducia su un prossimo accordo tra i due Paesi.

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fonte ilsole24ore.com