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Quirinale, Gabanelli, imbarazzata e commossa: “Ci penso stanotte. Ci vuole competenza, non penso di averla”

Quirinale, Gabanelli: "Ci penso stanotte. Ci vuole competenza, non penso di averla"
Milena Gabanelli

Quirinale, Gabanelli: “Ci penso stanotte.
Ci vuole competenza, non penso di averla”

La giornalista, imbarazzata e commossa per il risultato delle quirinarie del Movimento 5 Stelle: “È una botta in testa. In questo momento mi sento inadeguata a tutto”. E se ci fosse motivo, la candidatura non  impedirebbe una inchiesta di Report su M5S

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ROMA”Ci penso stanotte, non saprei cosa rispondere, è una cosa più grande di me e credo che per ricoprire un ruolo così alto ci voglia una competenza politica che io non credo di avere”. Milena Gabanelli, nel corso di un’intervista a Ballarò, che già stamattina si era detta commossa dai risultati delle quirinarie del Movimento 5 Stelle, che afferma, “sono una botta in testa”. Ma, aggiunge, non pensa di avere le competenze adatte al ruolo: “È un riconoscimento professionale e morale da parte dei cittadini. Gli sono grata perché per me e il mio gruppo è molto importante: è stata riconosciuta la nostra indipendenza, forse è il riconoscimento più importante ricevuto fino a oggi”.

Fuori ruolo. ”C’è mai stato un giornalista al Colle? – si chiede Gabanelli -. Forse è la prima volta che si pensa a una giornalista al Colle”. E aggiunge: ”Il Movimento 5 Stelle ha dimostrato che è possibile percorrere una strada che, attraverso meccanismi diversi, ha individuato persone indipendenti e libere, è una strada molto interessante”. Ma alla candidatura non si sente pronta: ”In questo momento mi sento inadeguata a tutto – continua la candidata del Movimento 5 stelle al Quirinale – sono imbarazzata”.

Un’inchiesta su M5S. Il riconoscimento ottenuto, però, non impedirebbe una inchiesta di Report sul Movimento 5 Stelle: ”Se ce ne fosse motivo sì, non mi sono mai piegata, non ho mai fatto politica, non ho interesse a legarmi a qualche partito. Guarda caso da quattro mesi stiamo lavorando alla prossima puntata che riguarda le onorificenze di Stato”.

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fonte repubblica.it

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Alemanno contro la Gabanelli dopo Report, il sindaco annuncia querela

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Alemanno contro la Gabanelli dopo Report, il sindaco annuncia querela

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LA PUNTATA DI REPORT

14/04/2013

ROMANZO CAPITALE

Un’inchiesta che assomiglia a un film noir. Solo che è tutto vero.

I subappalti per la metro C infiltrati dalle mafie; la nuova banda della Magliana che entra negli affari che contano; i mille consulenti del Comune, i debiti milionari delle municipalizzate; lo scandalo delle tangenti sui filobus. E tanti omicidi. Non è Romanzo Criminale, questa è la Roma vera degli ultimi anni.

Report passa al setaccio le zone grigie di una città aggredita per accaparrarsi il fiume di danaro che la attraversa. L’urbe eterna è piena di debiti, talmente indebitata da dover svendere i gioielli di famiglia. Ad attendere al varco c’è una nuova criminalità.

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È guerra tra il Campidoglio e Milena Gabanelli, conduttrice di Report (Rai 3), dopo la puntata che ieri sera ha messo sul banco degli imputati la “malamministrazione” del sindaco. «Alla Gabanelli solo una risposta: querela per diffamazione e risarcimento danni per le menzogne contro Roma in onda su “Report”». Così, su twitter, il primo cittadino Gianni Alemanno è partito oggi al contrattacco per il lungo servizio che ricostruiva, tra l’altro, l’inchiesta sugli appalti per i filobus e da cui è derivato l’arresto dell’ex ad di Eur spa e amico personale di Alemanno, Riccardo Mancini.

Scelgono twitter per commentare il servizio anche gli avversari di Alemanno per la corsa al Campidoglio, come l’imprenditore Alfio Marchini – «Alemanno disse: “Marchini non l’ho mai conosciuto e per me é un ufo”. Dopo Report rimane uno dei complimenti più belli mai ricevuti. A casa!» – mentre il candidato sindaco del centrosinistra, Ignazio Marino, scrive: «Alemanno ignora Roma mentre soffoca per cemento e illegalità. Cambiamo tutto: trasparenza, stop superstipendi e consulenze ad amici».

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fonte ilsole24ore.com

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FOTOGRAFIA E STORIA – Ecco gli scatti di Robert Capa scomparsi per decenni: il mistero della valigia messicana / PHOTO: The story of the “Mexican Suitcase”

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Ecco gli scatti di Robert Capa scomparsi per decenni: il mistero della valigia messicana

“Sono stati pubblicati gli scatti che Capa consegnò ad un amico prima di lasciare l’Europa per scappare dal regime nazista”

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di Michele Tarantini, pubblicata il 11 Aprile 2013, alle 09:11
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La fotografia, ed in particolar modo il mondo del reportage, sono certamente legati al momento storico in cui sono stati realizzati; esistono casi in cui gli avvenimenti hanno influenzato non solamente il linguaggio fotografico ma anche le vicessitudini delle fotografie vere e proprie, come il caso di cui vi parliamo oggi. Sono infatti stati pubblicati alcuni scatti realizzati intorno agli anni ’30 da Robert Capa, ed andati –quasi- persi per circa cinquant’anni.

Robert Capa, un maestro non solo del reportage ma della fotografia in toto, realizzò infatti una serie di scatti nella Spagna di Franco devastata dalla guerra civile, immagini doppiamente preziose dato che la maggior parte della documentazione fotogiornalistica di quegli anni è concentrata principalmente su quanto stava accadendo nel centro Europa.

Robert Capa, prima di vedersi costretto ad abbandonare il vecchio continente per poter fuggire dal regime nazista, consegnò gli scatti realizzati in Spagna ad un suo amico, Imre Wiess, in modo tale da poterli salvare nel caso gli fosse capitato qualcosa.

Gli scatti furomo poi consegnati da Weiss a terzi e scomparirono per molto tempo. Diversi anni dopo la morte di Robert Capa, il fratello Cornell (fondatore del Centro di Fotografia di New York) è riuscito finalmete a venire in possesso dei negativi perduti. Maggiori informazioni riguardanti la rocambolesca storia di quello che viene chiamato “mexican suitcase” possono essere trovate a questo indirizzo

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fonte fotografidigitali.it

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The Mexican Suitcase trailer

The212BERLIN The212BERLIN

Caricato in data 04/ago/2011

If it were a children’s story, we might ask why they hid themselves for so long.
The Recovered Lost Photographs from the Spanish Civil War: Exile and Memory.

A documentary by Trisha Ziff

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The story of the “Mexican Suitcase”

In late December 2007, three small cardboard boxes arrived at the International Center of Photography from Mexico City after a long and mysterious journey. These tattered boxes—the so-called Mexican Suitcase—contained the legendary Spanish Civil War negatives of Robert Capa. Rumors had circulated for years of the survival of the negatives, which had disappeared from Capa’s Paris studio at the beginning of World War II. Cornell Capa, Robert’s brother and the founder of ICP, had diligently tracked down each tale and vigorously sought out the negatives, but to no avail. When, at last, the boxes were opened for the 89-year-old Cornell Capa, they revealed 126 rolls of film—not only by Robert Capa, but also by Gerda Taro and David Seymour (known as “Chim”), three of the major photographers of the Spanish Civil War. Together, these roles of film constitute an inestimable record of photographic innovation and war photography, but also of the great political struggle to determine the course of Spanish history and to turn back the expansion of global fascism.

Taro and Capa

We have determined that the film rolls in the Mexican Suitcase break down roughly into a third each by Chim, Capa, and Taro. Almost all of the film is from the Spanish Civil War, taken between May 1936 and spring 1939. There are two exceptions: two rolls of film by Fred Stein taken in Paris in late 1935, which include both the famous image of Gerda Taro at a typewriter and the picture of Taro and Capa at a café, and another two rolls from Capa’s trip to Belgium in May 1939. It is not immediately apparent why these four rolls were packed with the work from Spain.

The Suitcase does not contain a complete collection of any of Capa’s, Taro’s, or Chim’s Spanish Civil War coverage, but includes many of the important stories. From Capa, we see images of destroyed buildings in Madrid, the Battle of Teruel, the Battle of Rio Segre, and the mobilization for the defense of Barcelona in January 1939, as well as the mass exodus of people from Tarragona to Barcelona and the French border. There are several rolls of Capa’s coverage of the French internment camps for Spanish refugees in Argelès-sur-Mer and Barcarès taken in March 1939. We have found Chim’s famous image of the woman nursing a baby during a land reform meeting in Estremadura taken in May 1936, as well as his portraits of Dolores Ibárruri, known as La Pasionaria. There are many images of his coverage of the Basque country and the Battle in Oviedo. From Taro, we have dynamic images of the new People’s Army training in Valencia, the Navacerrada Pass on the Segovia front, and her last photographs taken while covering the Battle of Brunete, where she was killed on July 25, 1937.

Robert Capa

Jewish immigrants from Hungary, Germany, and Poland, the three photographers found a home in the culturally open Paris of the early 1930s. Friends and colleagues, they often traveled together in Spain. They published in the major European and American publications covering the war, regularly contributing to Regards, Ce Soir, and Vu, and then Life. Their combined work in Spain constitutes some of the most important visual documentation of the war. These negatives had been considered all but lost until 1995.

Exactly how the negatives reached Mexico City is not yet definitively known. In October 1939, as German forces were approaching Paris, Robert Capa sailed to New York to avoid capture by the Germans and internment as an enemy alien or Communist sympathizer.1 As far as we understand, Capa left all his negatives in his Paris studio at 37 rue Froidevaux, under the supervision of his darkroom manager and fellow photographer Imre “Csiki” Weiss (1911–2006). In a letter dated July 5, 1975, Weiss recalled, “In 1939, when the Germans approached Paris, I put all Bob’s negatives in a rucksack and bicycled it to Bordeaux to try to get it on a ship to Mexico. I met a Chilean in the street and asked him to take my film packages to his consulate for safekeeping. He agreed.”2 Csiki, also a Jewish Hungarian émigré, never made it out of French-controlled territory and was interned in Morocco until 1941, when he was released with the help of both Capa brothers and arrived in Mexico late that year.

Csiki’s 1975 letter may be the earliest known document of the story of the missing negatives. Neither John Morris, a picture editor who first met Capa in New York in 1939 and remained a close friend and colleague until Capa’s death, nor Inge Bondi, who joined the New York Magnum office in 1950 and worked there for twenty years, recalls Capa ever mentioning the missing negatives or expressing any remorse that many of his most famous images of the Spanish Civil War had disappeared.3

In 1979, on the occasion of the inclusion of Capa’s work in the Venice Biennale, Cornell published a call to the photographic community seeking any information on his brother’s lost negatives following the appearance of a text about Capa’s work by John Steinbeck in the French magazine Photo. “In 1940,” Capa wrote, “before the advance of the German army, my brother gave to one of his friends a suitcase full of documents and negatives. En route to Marseilles, he entrusted the suitcase to a former Spanish Civil War soldier, who was to hide it in the cellar of a Latin-American consulate. The story ends here. The suitcase has never been found despite the searches undertaken. Of course a miracle is possible. Anyone who has information regarding the suitcase should contact me and will be blessed in advance.”4 Unfortunately, no new information surfaced. There were discussions of a trip to Chile to seek out the “Latin-American consulate.” There was even a dig in the French countryside following reports that the negatives had been buried there.5 Nothing was found.

As for the suitcase, we now know that at some point it was turned over to General Francisco Aguilar González, the Mexican ambassador to the Vichy government in 1941–42. We do not know when or under what circumstances this happened. It is highly plausible that in the anxious, underground environment of the thousands of Jewish and foreign refugees seeking exit visas out of France in the south, Csiki sensed the danger of his situation and passed the negatives to someone who could either bring them to safety or immediately put them in hiding. Whether Aguilar was the knowing receiver of the negatives or whether he ever had any idea of their significance (or even that he possessed them) is not yet clear. It is perhaps because the value of the negatives was understood that they survived, yet it is also possible that they survived because it was not known what they were and they quietly escaped attention. Aguilar later returned to Mexico City, the negatives presumably packed among his belongings. He died in 1971. The whereabouts of the negatives were never known during Capa’s lifetime.

Robert Capa notebook

In the ensuing years, there have been three other stories of major troves of Capa/Taro/Chim work being found in unexpected locations. In 1970, Carlos Serrano, a Spanish researcher in the Archives nationales in Paris, uncovered eight notebooks of contact prints of negatives made in Spain by Capa, Taro, and Chim. The small notebooks, about 8 x 10 inches, contain some 2,500 tiny images from 1936–39 pasted onto the pages, which functioned basically as contact sheets. These notebooks were produced to show the full coverage of stories to potential editors and to keep track of which images were used by the publications. Some of the images are annotated with consecutive numbers, others with publication information and other markings; some are identified by photographer and some are not. In total, these notebooks are the most personal and comprehensive artifacts of the work by these three photographers. In Capa’s possessions was a similar notebook with images from August 1936 by Capa and Taro. This is now in the collection of the International Center of Photography. The eight other notebooks remain in the Archives nationales in Paris.

The history of the notebooks is also interesting. The record numbers of the notebooks indicate that they are partof a collection from the French Ministry of the Interior and Security of the State, which were entered into the Archives in 1952 without any indication of when or why the material was collected.6 The record numbers of the notebooks fall between the personal papers of Gustav Rengler, arrested by the French police in September 1939, and a folder from the Agence Espagne, the Communist agency in France that distributed news and photographs about the Spanish Civil War, which may have been raided during the same period.7 Richard Whelan, Capa’s biographer, has suggested that since the notebooks were used as a tool to sell pictures, it is possible they had been borrowed by the agency and never returned.

Additional Capa material was found in Paris in 1978. Bernard Matussiere, who lives in Capa’s old studio at 37 rue Froidevaux, discovered 97 negatives, 27 vintage prints, and one contact notebook from China in the attic.8 Matussiere had inherited the apartment from photographer Émile Muller, for whom he had worked as an assistant for eighteen years. Muller not only knew Capa, but was also left in charge of the contents of Capa’s apartment when both Capa and Weiss left Paris in 1939.9 The images found in the messy attic were of Capa’s coverage of the Front Populaire in Paris, the Spanish Civil War, and the Sino-Japanese War. Matussiere made his find public in an article in Photo in June 1983. Following publication, Matussiere turned over the negatives to Cornell Capa.10 The negatives and notebooks are now in the collection at ICP.

In 1979, about 97 photographs of the Spanish Civil War were found in the Swedish Ministry of Foreign Affairs. This collection of prints was part of a case of documents and letters belonging to Juan Negrín, prime minster of Spain’s Second Republic, who lived in exile in France after the civil war until his death in 1956. According to Lennart Petri, the Swedish ambassador to Spain, a small suitcase containing the documents was delivered—we do not know by whom or in what circumstances—to the Legation of Sweden in Vichy. At the end of World War II, this case was sent to the Archives of the Swedish Ministry of Foreign Affairs.11 The documents and letters mostly date from the last months of the war, especially January 1939, and were organized into three sections: documents pertaining to the Ministry of National Defense, documents from other ministries, and general correspondence arranged alphabetically. It is not clear why Negrín had the prints, although there is speculation that Capa actually gave him the prints in 1938 or 1939, possibly for distribution or for an eventual publication or exhibition.12 The images are from August 1936 through January 1938 and are by Capa, Taro, Chim, and the unexpected fourth member of this group of photographers, Fred Stein. The images span the war: Capa’s coverage of the bombing of Madrid in late 1936 and the Battle of Teruel in the winter of 1937, Taro’s of Segovia and Madrid in 1937, and Chim’s photographs of the Basque country. (Included in the group is one of two known vintage prints of The Falling Soldier.) The documents now reside in the Archives of the Spanish Civil War in Salamanca.

Nicholas Silberfaden

The negatives contained in the so called Mexican Suitcase were discovered among General Aguilar’s effects by the Mexican filmmaker Benjamin Tarver, which he inherited after the death of his aunt who was a friend of the General. After seeing an exhibition of Spanish Civil War work by Dutch photojournalist Carel Blazer in Mexico City, Tarver contacted Queens College professor Jerald R. Green in February 1995 seeking advice on how to catalogue the material and make it accessible to the public. “Naturally it would seem prudent to have this material…become an archive available to students and researchers of the Spanish Civil War,” Tarver wrote.13 Green, a friend of Cornell Capa, contacted Cornell and told him of this letter.

Cornell Capa subsequently made numerous attempts to contact Tarver and obtain possession of the film, but, oddly enough, Tarver proved elusive and disinterested. In the fall of 2003, in preparation for the 2007 exhibitions at ICP on the work of Capa and Taro, the late Capa biographer Richard Whelan and chief curator Brian Wallis launched a new effort to return the negatives to Cornell Capa. In early 2007, Wallis enlisted the aid of independent curator and filmmaker Trisha Ziff, based in Mexico City. Ziff first met Tarver in May 2007,14 and over the next several months helped to persuade him that the negatives belonged at ICP with the rest of the Capa and Taro Archives and a large Chim collection. No money was exchanged. On December 19, Ziff arrived at ICP with the Mexican Suitcase. The missing negatives had finally come home.

Cynthia Young
Assistant Curator, The Robert Capa and Cornell Capa Archive
2008

Photo © Nicolas Silberfaden

ICP is also grateful to the help of Alene Davidoff, Karl Katz, and Ben Shneiderman for their help in recovering the Suitcase.

1. His application for accreditation as a photographer to the French Ministry of Foreign Affairs had been denied, as his associations with Communist publications was suspect. By September 1939, 15,000 foreigners living in France had been deported to concentration camps in the south. Among the well-known artists in Mille interned in 1939 were Hans Bellmer, Max Ernst, and Wols.

2. Letter from Csiki Weiss to Cornell Capa, July 5, 1975, Cornell Capa Archives, International Center of Photography, New York. This letter was written in response to the controversy spurred by the publication of Phillip Knightley’s The First Casualty: From the Crimea to Vietnam: The War Correspondent as Hero, Propagandist, and Myth Maker (New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1975), where he suggests that Capa’s Falling Soldier was staged. In the letter, Weiss attests to the fact that Capa shot the negative and certifies its authenticity.

3. Emails and discussions with the author April–May 2008.

4. Photo, no. 143 (August 1979).

5. Email from Jean-Jacques Naudet, editor of Photo, February 28, 2008.

6. Carlos Serrano, Robert Capa: Cuadernos de Guerra en España (1936–1939) (Valencia: Sala Parpallo, 1987), p. 26.

7. Michel Lefebvre, “L’héritier de Robert Capa réclame 4,500 photos à la France,” Le Monde, November 8, 2005.

8. Photo, no. 189 (June 1983).

9. Michel Lefebvre, “Les tribulations de la ‘valise mexicaine’ de Robert Capa,” Le Monde 2, February 9–15, 2008, pp. 24–26.

10. David Markus, “The Capa Cache,” American Photo (October 1983), pp. 90–95.

11. Fotografías de Robert Capa sobre la Guerra Civil española (Madrid: Ediciones el Viso, 1990), p. 11, and Isabel Soto, “A Photographic Legacy from Spain’s Civil War,” New York Times, December 26, 1990.

12. Richard Whelan, This Is War! Robert Capa at Work (New York: International Center of Photography, 2007), p. 87, note 15. Capa photographed Negrín delivering a speech at the farewell ceremony to the International Brigades on October 25, 1938.

13. Letter from Tarver to Green, ICP Archives.

14. See Trisha Ziff’s account of her involvement at www.zonezero.com/magazine/fs_essays.html.

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fonte museum.icp.org

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Finlandia, la radio parla latino. La “lingua morta” racconta l’attualità

Finlandia, la radio parla latino. La "lingua morta" racconta l'attualità

Finlandia, la radio parla latino.
La “lingua morta” racconta l’attualità

C’è l’elezione di Papa Francesco e la sede Petrina vacante, ma anche l’insediamento di Obama e gli esperimenti nucleari in Corea. Sulla radio nazionale finlandese le notizie più importanti, una volta a settimana, vengono lette nella lingua degli antichi romani. E su Internet audio e testi da consultare in ogni momento

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HELSINKI‘Novus papa Franciscus’, ma non solo. Anche ‘Comitia Italiae parlamentaria’ e ‘Corea Septentrionalis contumax’: sono titoli di notizie recenti, ma raccontate in ‘lingua morta’. Accade in Finlandia dove la Radio nazionale, da oltre vent’anni, ha deciso di dedicare al latino un giornale radio, ‘Nuntii latini’.

La rassegna delle notizie più importanti degli ultimi sette giorni, lette nell’antica lingua dei romani, può essere ascoltata sintonizzandosi sulle frequenze radio, scaricata via iPod, ma anche collegandosi al sito Internet dove, oltre, a udire la voce del team di studiosi che segue il progetto, si possono leggere i testi fedelmente tradotti.

AUDIOL’attualità parla latino

Nessuno sa con precisione quanti ascoltatori seguono il programma. “Credo che siano decine di migliaia – spiega Sami Koivisto, giornalista del notiziario – E’ chiaro che il web sta dando linfa nuova a un linguaggio considerato morto”. Il venerdì sera, prima delle notizie principali, la Radio nazionale presenta sei brevi approfondimenti in latino. Nelle ultime settimane si è parlato della crisi a Cipro e dell’elezione di Papa Francesco.

Certo la pronuncia non è proprio perfetta (l’accento nordico è abbastanza marcato), ma il successo riscosso dall’emittente fa pensare che nel mondo gli amanti del latino siano molti di più di quanto non si creda. E sebbene sia ipotizzabile che Cicerone poco capirebbe leggendo o ascoltando ‘De experimentis nuclearibus’, per chi vuole rinfrescare le proprie reminiscenze scolastiche o allenarsi un po’ con le traduzioni, è un esercizio perfetto. (09 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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CASO ENI – Gabanelli: «Difendo il diritto di fare inchieste in un Paese civile»

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Milena Gabanelli – fonte immagine

L’intervista – la citazione per «Report»

Gabanelli: «Difendo il diritto di fare inchieste in un Paese civile»

La giornalista, l’Eni e la causa da 25 milioni: «Non invoco nessuna immunità, se sbaglio voglio essere punita»

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Paolo Scaroni – fonte immagine

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di Sergio Rizzo

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ROMA – «Leggi tu stesso», mi fa Milena Gabanelli. E sfoglia un atto di citazione lungo una Quaresima. Pagina 8: «L’incredibile attacco a Eni, peraltro, non si è arrestato (…) quando è andato in onda il servizio “Ritardi con Eni”, ma è proseguito con la dott.ssa Gabanelli ancora protagonista (…) dichiarando in una intervista rilasciata al Corriere della Sera Sette (…) che l’inchiesta più difficile è stata “quella su Eni, perché nessun diretto interessato ha voluto parlare con noi. Per un’azienda dove il maggior azionista è lo Stato, dovrebbe esserci più disponibilità a un confronto critico. Inoltre perché, per una settimana, ho ricevuto quotidianamente lettere minatorie”».

Ho letto. Allora?
«Non capisco dove stia l’incredibile attacco ad Eni. Sottoscrivo ogni parola, che peraltro andrebbe riportata correttamente. Come vedi nell’intervista al Corriere non c’è scritto “lettere minatorie”, ma “intimidatorie”».

Lana caprina, direbbero.
«Eh no, se mi permetti “minatorie” significa che contengono minacce, “intimidatorie” che hanno l’obiettivo di intimorire, lasciando intendere che quello che scrivi potrebbe avere conseguenze…».

Una scivolata. Succede, no?
«Una scivolata in una citazione nella quale l’Eni chiede venticinque milioni di danni per una trasmissione televisiva? Una scivolata a causa della quale la sottoscritta dovrebbe meritare un trattamento speciale a parte, visto che quella parola da me non pronunciata è considerata così gravemente lesiva da “costituire autonomo e ulteriore titolo di responsabilità”?».

Ammetto che la cosa possa lasciare basiti.
«Non è l’unica, e visto che io e Paolo Mondani (l’autore del servizio, ndr ) siamo stati accusati di aver danneggiato l’immagine dell’azienda, mi chiedo: è normale che una compagnia indagata insieme al suo amministratore delegato per corruzione relativamente ai 197 milioni di tangenti pagati in Algeria, un’azienda che ha patteggiato nel 2012 con la Sec e il dipartimento della giustizia americana 365 milioni per corruzione, e questo sì lede l’immagine di un’impresa controllata dallo Stato, voglia trascinare in tribunale la tivù pubblica per aver raccontato fatti sui quali nessuno dei vertici ha voluto accettare un confronto?».

Davvero è andata così?
«Ci hanno detto “rispondiamo solo a domande scritte”, oppure “Scaroni risponde in diretta”. Ma in nessun Paese del mondo i programmi d’inchiesta sono in diretta! Allora cosa devo fare, leggere dei comunicati? Anche se ci tengo a precisare che abbiamo dato conto, dove era possibile, della loro versione».

Ma perché mettere sotto i fari proprio la gestione Scaroni?
«Perché è al terzo mandato, e Scaroni viaggia con la sua storia, nella quale c’è anche un patteggiamento a un anno e 4 mesi per tangenti Enel. Perché dal 2002 è stato ininterrottamente ai vertici delle due più grandi imprese a controllo pubblico. Non è doveroso che la Rai tenga un faro acceso, tanto più in un Paese nel quale le maggiori aziende pubbliche sono coinvolte in grossi guai giudiziari?».

Veniamo ai fatti.
«Nella citazione che ci è arrivata contestano tutto. A partire dal titolo. Contestano che il maggior costo del gas dovuto ai contratti take or pay con la Russia finisca sulle bollette, quando lo stesso Scaroni ha chiesto in un’audizione al Senato che non siano gli azionisti a farsene carico. La ricostruzione della opacità nei contratti con il Kazakistan. Le critiche alla campagna sconti della scorsa estate. La questione ambientale in Basilicata. Perfino la remunerazione di Scaroni, pubblicata sul sito dell’Eni, e di cui abbiamo spiegato il meccanismo delle stock option pagate per cassa. Ce n’è di spazio in 145 pagine…».

Centoquarantacinque pagine? Li hai fatti arrabbiare di brutto.
«Premesso che come giornalista non invoco nessuna immunità, e se sbaglio voglio essere giustamente punita. Nel caso specifico il giudice valuterà, per quel che ci riguarda risponderemo punto per punto e poi chiederemo a nostra volta i danni poiché riteniamo che sia la classica lite temeraria. Per quale motivo non ci possiamo chiedere perché paghiamo il gas così caro? O se esistono criticità ambientali? Oppure perché c’è una indagine per tangenti? Devo forse ignorare il rapporto privilegiato che Putin ha con Berlusconi, che questo management è stato nominato da Berlusconi e che per il gas l’Italia dipende dalla Russia? E visto che è una società controllata dallo Stato perché non posso fare qualche domanda sulla retribuzione del suo vertice, che si è quintuplicata?».

Scaroni dice che è pagato meno dei suoi colleghi esteri.
«A parte che non è sempre vero, come nel caso della francese Total, azienda a partecipazione pubblica. E poi, si può contestare una retribuzione così alta, tanto più in un periodo di crisi devastante per il Paese? In Svizzera hanno appena fatto un referendum per cui lo stipendio del manager è deciso dall’assemblea in base ai risultati non costruiti ad hoc per far salire la retribuzione, e comunque in misura non superiore a 12 volte la paga minima aziendale. Qui siamo a multipli centenari».

Non ci troviamo in Svizzera.
«La domanda resta: è possibile essere critici sulla gestione Scaroni senza finire in tribunale?».

Dovresti sapere che non siamo neppure in Gran Bretagna.
«Anche lì hanno le loro rogne, ma il diritto anglosassone prevede che chi porta un giornalista in tribunale senza motivo rischia di pagare un multiplo di quanto chiede; perché intimorisce il giornalista e quindi lede il principio supremo della libertà di informazione».

L’ultimo rapporto di «Reporter senza Frontiere» sulla libertà di stampa colloca invece l’Italia soltanto al 61° posto nel mondo.
«Non considero queste classifiche una Bibbia, ma non c’è dubbio che per noi la questione è da una parte culturale, ovvero il potere non accetta la critica, dall’altra normativa. Anche il nostro codice prevede la sanzione per lite temeraria, ma non viene quasi mai applicata, o al massimo si rischia un piccola multa. Se invece l’Eni rischiasse di pagare 50 milioni, forse ci penserebbe bene prima di mettere in moto una causa del genere… Senza considerare che nel caso specifico siamo di fronte a un’azienda a controllo pubblico che chiede i danni a un’altra azienda pubblica che è la Rai, e che gli avvocati dell’Eni li pagano gli azionisti e quindi anche i cittadini. Ma poi, se il servizio era così diffamatorio, perché non mi hanno querelata?».

Le querele non sono più di moda. Adesso vanno forte le cause civili. Basta dare uno sguardo ai bilanci delle nostre aziende per comprenderne la ragione.
«Scappano dal penale perché è più rigido e più veloce. Invece in un processo civile puoi chiedere qualunque cifra, e questo tiene il giornalista sulla graticola e costringe l’editore ad accantonare una percentuale nel fondo rischi, in attesa di sentenza, che può arrivare anche dopo 10 anni».

La conclusione?
«Che il giornalista invece di fare il cane da guardia preferisce occuparsi di allergie da polline».

Allergie da polline: non ci avevo mai pensato. Sicura che non si rischia una causa civile da qualche floricoltore?
«Almeno si è sicuri che non è il capo della più grande azienda di Stato».

2 aprile 2013 | 10:02

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fonte corriere.it

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Torna l’ora legale nel giorno di Pasqua: un’ora di sonno in meno, ma giornate più luminose. Il parere degli esperti

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Torna l’ora legale nel giorno di Pasqua: un’ora di sonno in meno, ma giornate più luminose. Il parere degli esperti

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Scatta l’ora legale all’alba della Pasqua. Un’ora di sonno sara’ spazzata via dalle lancette degli orologi ma, con l’arrivo di giornate piu’ luminose, adattarsi al nuovo fuso sara’ piu’ semplice di quando a ottobre viene reintrodotta l’ora solare e il dio Morfeo, clemente e generoso, aggiunge riposo alle nostre notti. E’ quanto emerge dall’analisi di alcuni medici esperti del disturbo del sonno che, contattati dall’ASCA, hanno spiegato quali possono essere le ripercussioni di questo cambiamento dell’orologio biologico sul nostro equilibrio psicofisico.
Quando con l’ora legale aggiungiamo un’ora ai nostri orologi – spiega il responsabile del centro di medicina del sonno dell’ospedale Niguarda di Milano, Lino Nobilinonostante la perdita di sonno c’e’ sicuramente un maggiore adattamento del nostro corpo rispetto all’ora solare di ottobre, in quanto le giornate sono piu’ luminose e si va incontro all’estate. Rilevante, quindi, e’ l’aspetto psicologico”. ”C’e’ un minimo di jet lag – aggiunge Nobilie l’organismo necessita di cinque sei giorni circa per recuperare. Essendo il ritmo del sonno regolato dalla temperatura interna, se spostiamo il nostro risveglio ci possiamo trovare in un momento in cui la temperatura non e’ ancora a livello ottimale e la sera si puo’ avvertire piu’ stanchezza. Aumenta pero’ la stimolazione luminosa in primavera, quindi anche la relativa stanchezza viene in parte compensata”. ”Ne soffrono di piu’ i bambini e anziani – conclude l’esperto – mentre per gli adulti c’e’ da fare una distinzione tra i cosiddetti ‘gufi’, che vivono piu’ di notte e che quindi possono risentirne di piu’, rispetto alle ‘allodole’ mattiniere”.

Perdendo un’ora di sonno dobbiamo cercare di anticipare l’orario dell’addormentamento – spiega il responsabile del centro del sonno Universita’ La Sapienza di Roma, Oliviero Brunianche se e’ piu’ difficile anticipare che posticipare. Il problema del reset dell’orologio biologico e’ che sono necessari tre quattro giorni per recuperare la ‘perdita’, ovvero adattare il cortisolo, l’ormone dello stess. Gli effetti possono essere affaticamento, nervosismo e sbalzi di umore. I bambini e gli anziani hanno maggiore difficolta’ di adattare i propri ritmi, essendo piu’ complicato per loro anticipare l’orario di addormentamento”. L’esperto romano ricorda che con le giornate primaverili ”c’e’ piu’ luce, regoliamo la produzione di melatonina e la capacita’ di adattamento all’ora legale e’ quindi migliore rispetto a quella solare di ottobre”.

Poter godere di piu’ ore di luce incide favorevolmente rispetto al cambiamento di ottobre, perche’ la luce, antidepressivo naturale, incide sulla sereotonina”, sottolinea anche il direttore del centro di medicina del sonno del San Raffaele di Milano, Luigi Ferini Strambi, che poi aggiunge: ”Andiamo incontro a un mini jet lag, le ripercussioni dureranno per qualche giorno. Questo cambiamento incidera’ soprattutto sui ‘gufi’ (rappresentano il 15-20% della popolazione), che faranno piu’ fatica ad alzarsi”. ”Gli altri soggetti coinvolti – conclude l’esperto – sono quelli piu’ legati al ‘marcatempo’, collegate a orari, e tra loro in particolare anziani e bambini. Tra i consigli c’e’ quello di esporsi subito la mattina alla luce per inibire il rilascio di melatonina. Tra le conseguenze possibili dovute al jet lag, in particolare, si riscontrano sonnolenza e peggiori perfomance cognitive”.

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fonte meteoweb.eu

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STASERA A SERVIZIO PUBBLICO – Cacciari e Sgarbi da Santoro. E Travaglio risponde a Grasso

“Ancora qui”

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Servizio Pubblico, Cacciari e Sgarbi da Santoro. E Travaglio risponde a Grasso

In studio anche Laura Puppato e Nunzia De Girolamo. Il vicedirettore del Fatto replicherà al monologo che il presidente del Senato ha fatto lunedì a Piazzapulita. La diretta streaming su ilfattoquotidiano.it alle ore 21.10

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di | 28 marzo 2013

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E’ passato più di un mese dalle elezioni, eppure l’Italia non ha ancora un nuovo governo e la strada per il presidente incaricato Pierluigi Bersani, specie dopo il no alla fiducia del Movimento 5 Stelle, è ancora tutta in salita.

“Ancora qui” è il titolo della nuova puntata di Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro in onda giovedì 28 marzo su La7 e in diretta streaming su ilfattoquotidiano.it alle ore 21.10. Ospiti in studio Laura Puppato, senatrice del Pd e premiata da Grillo nel 2007 come primo sindaco “a cinque stelle”, Nunzia De Girolamo, deputato Pdl, Vittorio Sgarbi e il filosofo Massimo Cacciari, che a seguito del risultato elettorale si era espresso molto duramente nei confronti della dirigenza democratica.

Nel corso della puntata Marco Travaglio risponderà a Piero Grasso che ha declinato l’invito di Santoro. Il presidente del Senato, infatti, era ospite lunedì sera a Piazzapulita. La sfida a colpi di talk show tra l’ex procuratore antimafia e il giornalista è iniziata giovedì scorso proprio durante Servizio pubblico, quando Grasso ha telefonato in diretta per difendersi dalle “accuse di collusione col potere” che secondo lui gli avrebbe rivolto il vicedirettore del Fatto.

Durante la trasmissione gli spettatori potranno interagire sui temi del dibattito attraverso Liquid FeedbackServizio Pubblico sarà trasmesso anche su serviziopubblico.it, sulla piattaforma Web de La7, Youtube e in diretta su Radio Radicale.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Grasso: “Confronto tv con Travaglio”. E dice sì a Formigli su La7


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Pubblicato in data 21/mar/2013

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Grasso: “Confronto tv con Travaglio”. E dice sì a Formigli su La7

Il neo presidente del Senato risponde su Twitter all’invito del giornalista a seguito delle polemiche sorte durante la puntata di Servizio Pubblico. Secondo l’ex procuratore antimafia, infatti, il vicedirettore del Fatto quotidiano gli avrebbe rivolto “accuse infamanti”. Lunedì sarà quindi a Piazzapulita

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di | 22 marzo 2013

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Il presidente del Senato Pietro Grasso ha accettato l’invito a un confronto con Marco Travaglio lunedì a Piazza Pulita (La7), la trasmissione condotta da Corrado Formigli. “Gentile Corrado, accetto volentieri il suo invito in trasmissione per il confronto”, scrive Grasso su Twitter. Un messaggio che arriva all’indomani della puntata di giovedì sera di Servizio Pubblico, dove il neo presidente del Senato era intervenuto a sorpresa, pochi minuti dopo il monologo del vicedirettore del Fatto Quotidiano, che era partito proprio dall’elezione dell’ex procuratore antimafia e dal confronto con Renato Schifani.

A infastidire Grasso, secondo quanto lui stesso ha riferito durante la chiamata, le ricostruzioni di Travaglio sulla sua nomina a procuratore antimafia. “Invito Marco Travaglio, che ha rivolto contro di me accuse infamanti, ad un confronto tv con tanto di carte alla mano. Per rispondere soprattutto all’accusa che ha lanciato riguardo alla mia nomina di capo antimafia”, ha dichiarato in collegamento. “Può venire in trasmissione quando vuole”, ha replicato Santoro, ma lui ha risposto di non potere “aspettare una settimana, devo mettere fine a queste accuse il più presto possibile”.

A fronte del messaggio di Grasso su twitter, Formigli ha risposto a sua volta sulla piattaforma di microblogging: “Il presidente del Senato Grasso accetta il nostro invito lunedì a Piazzapulita La7 per un confronto aperto e leale con Marco Travaglio”. A questo punto, scelta la sede del confronto tv, manca solo la conferma di Travaglio.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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A7734 – Auschwitz: sopravvissuto cerca fratello su Facebook

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Auschwitz: sopravvissuto cerca fratello su Facebook

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webmaster 17 Marzo 13 @ 20:12 pm

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Menachem Bodner, un 72enne sopravvissuto ad Auschwitz, si è rivolto a Facebook per trovare suo fratello da cui è separarato da 68 anni. Bodner, il cui nome dato dai suoi genitori biologici era Elias Gottesmann, ha visto suo fratello Jeno per l’ultima volta poco prima della liberazione del campo da parte degli Alleati.

Se Jeno Gottesmann, il fratello, è ancora vivo potrebbe essere ovunque con qualsiasi nome. L’unico legame tra i due è l’A7734 tatuato sull’avambraccio di entrambi gli uomini.

Le memorie di quel periodo sono poche e vaghe, ma Bodner ricorda di aver avuto un fratello gemello. Si ricorda anche che era fuori a giocare e che suo fratello era in casa a dormire quando arrivarono i soldati Nazisti. Abitavano in un’area dell’Ungheria che è adesso parte dell’Ucraina.

Bodner vive adesso in Israele e ha raccontato delle sue memorie a Ayana KimRon, la genealogista che lo sta aiutando a cercare il fratello. KimRon confermò presto che i due bambini furono trasportati ad Auschwitz a Maggio del 1944, pochi mesi prima del loro quarto compleanno. Siccome erano gemelli, si pensa che furono soggetti a vari esperimenti medici nei laboratori del campo.

Sembra che entrambi siano sopravvissuti, ma furono separati pochi giorni prima della liberazione. Mentre i tedeschi fuggivano Bodner incontrò un uomo in cerca della sua famiglia e gli chiese se poteva essere suo padre. Cambiò così nome e si trasferì in Israele con la nuova famiglia. Solo anni più tardi, i genitori adottivi, gli ricordarono che ai tempi parlava di un fratello.

Col tempo Bodner ritrovò vari membri della sua famiglia biologica, ma il fratello è sempre stata la persona che più avrebbe voluto rincontrare.

Nonostante ci fossero forti indizi che il fratello era sopravvissuto e che si era trasferito negli Stati Uniti con una famiglia cristiana, KimRon non riusciva a trovare nulla di più. È allora che si decise a rivolgersi a Facebook, aprendo una pagina dedicata alla ricerca del fratello di Bodner chiamata semplicemente A7734.

Chiunque abbia delle informazioni a riguardo può lasciare un commento su Facebook o mandare un’email a FamilyRoots2000@gmail.com.

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fonte pc-facile.com

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Google Reader chiude. Sorpresa: i feed sono un’arma contro la censura sul Web

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Google Reader chiude. Sorpresa: i feed sono un’arma contro la censura sul Web

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di | 20 marzo 2013

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In questa pagina web, proprio di fianco alla mia fotografia, c’è una piccola icona arancione. È un feed. Se non siete giornalisti o lettori compulsivi, probabilmente non lo avrete mai usato e non avrete mai usato nemmeno Google Reader o un qualsiasi altro aggregatore di feed. La maggior parte delle persone che conosco (addetti ai lavori esclusi) li ignorano completamente e, in effetti, hanno avuto molto meno successo di quanto si pensasse al momento della loro nascita. Ora scopriamo che i feed sono un’arma nella battaglia per la libertà d’informazione.

Chi sa cos’è un feed può tranquillamente saltare il prossimo paragrafo. Per chi non li conosce, cerco di spiegarlo in estrema sintesi: si tratta di collegamenti che permettono di aggregare notizie e pagine Internet ricevendo costanti aggiornamenti in un “flusso” di informazioni. Il meccanismo di funzionamento può ricordare quello dell’abbonamento: seleziono i siti o i blog che mi interessano e ricevo ogni nuovo contenuto di quel feed nel mio aggregatore, che può essere un software o un servizio online. Il risultato è che posso avere in un’unica schermata decine di notizie e pagine web aggiornate in tempo reale, con la possibilità di leggerne estratti e visualizzare con un clic l’articolo originale. Visto che i feed sono di solito organizzati in base alle sezioni dei siti, si può creare una selezione tematica di notizie e argomenti, insomma: si ha a disposizione un perfetto sistema di rassegna stampa web che permette di stare dietro a tutto quello che succede.

Ed eccoci all’attualità. Con un laconico annuncio, il 13 marzo Google ha comunicato all’universo mondo che chiuderà Google Reader, il suo aggregatore feed online. Secondo i ragazzi di Mountain View, il servizio non ha abbastanza successo e il colosso americano ha intenzione di eliminarlo insieme ad altri “rami secchi”. All’annuncio ha fatto seguito la delusione dei pochi (che così pochi non sono) appassionati del servizio e alcuni di questi hanno promosso una petizione su change.org  per chiedere a Google di bloccarne la chiusura.

Nel giro di pochi giorni, la petizione ha raccolto più di 130mila firme. A stupire, però, non è tanto il numero di persone che hanno aderito alla raccolta di firme, quanto le loro motivazioni.

“Per me Google Reader è importante tanto quanto mangiare. Dal momento che Great FireWall blocca ogni informazione tra la Cina e il resto del mondo, Google Reader è il modo migliore per accedere a informazioni non censurate.” – firmatario della petizione in Cina.

“Non posso leggere quotidiani live senza Google Reader, perché nel mio paese è proibito” firmatario della petizione in Kazakistan.

“E’ tutto ciò che ho nel mondo del web. Attraverso Reader posso accedere a tante informazioni su internet. Il nostro governo ha proibito tantissimi siti e Reader è la nostra ultima speranza…” – firmatario della petizione in Iran.

“Sono cinese, senza Google Reader non posso accedere a informazioni non censurate. Per favore, non chiudetelo!” – firmatario della petizione in Cina.

Già, perché un aspetto che pochi hanno considerato è che il sistema di aggregazione dei feed permette di aggirare i filtri Internet e consente a chi vive in paesi sottoposti a censura di leggere notizie e consultare blog a cui altrimenti non avrebbe accesso. Titoli, sommari ed estratti vengono infatti recuperati attraverso i server di Google by-passando, di fatto, la censura.

Secondo i dati forniti da change.org, il 75% delle firme della petizione per non chiudere Google Reader provengono da fuori degli Stati Uniti, mentre il 12% provengono da persone che vivono in paesi che Reporters Sans Frontières ha verificato aver attivato sistemi attivi di censura da parte delle forze governative. Oltre il 2%, infine,  provengono da persone che vivono in paesi definiti “Nemici di internet” da Reporters Sans Frontières , un titolo guadagnato “non solo per la loro capacità di censurare notizie e informazioni on-line, ma anche per la loro repressione quasi sistematica degli utenti di Internet.”

Lunga vita a Google Reader.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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