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Finlandia, la radio parla latino. La “lingua morta” racconta l’attualità

Finlandia, la radio parla latino. La "lingua morta" racconta l'attualità

Finlandia, la radio parla latino.
La “lingua morta” racconta l’attualità

C’è l’elezione di Papa Francesco e la sede Petrina vacante, ma anche l’insediamento di Obama e gli esperimenti nucleari in Corea. Sulla radio nazionale finlandese le notizie più importanti, una volta a settimana, vengono lette nella lingua degli antichi romani. E su Internet audio e testi da consultare in ogni momento

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HELSINKI‘Novus papa Franciscus’, ma non solo. Anche ‘Comitia Italiae parlamentaria’ e ‘Corea Septentrionalis contumax’: sono titoli di notizie recenti, ma raccontate in ‘lingua morta’. Accade in Finlandia dove la Radio nazionale, da oltre vent’anni, ha deciso di dedicare al latino un giornale radio, ‘Nuntii latini’.

La rassegna delle notizie più importanti degli ultimi sette giorni, lette nell’antica lingua dei romani, può essere ascoltata sintonizzandosi sulle frequenze radio, scaricata via iPod, ma anche collegandosi al sito Internet dove, oltre, a udire la voce del team di studiosi che segue il progetto, si possono leggere i testi fedelmente tradotti.

AUDIOL’attualità parla latino

Nessuno sa con precisione quanti ascoltatori seguono il programma. “Credo che siano decine di migliaia – spiega Sami Koivisto, giornalista del notiziario – E’ chiaro che il web sta dando linfa nuova a un linguaggio considerato morto”. Il venerdì sera, prima delle notizie principali, la Radio nazionale presenta sei brevi approfondimenti in latino. Nelle ultime settimane si è parlato della crisi a Cipro e dell’elezione di Papa Francesco.

Certo la pronuncia non è proprio perfetta (l’accento nordico è abbastanza marcato), ma il successo riscosso dall’emittente fa pensare che nel mondo gli amanti del latino siano molti di più di quanto non si creda. E sebbene sia ipotizzabile che Cicerone poco capirebbe leggendo o ascoltando ‘De experimentis nuclearibus’, per chi vuole rinfrescare le proprie reminiscenze scolastiche o allenarsi un po’ con le traduzioni, è un esercizio perfetto. (09 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Niente scuola per bimba non vedente: “Non c’è posto”. Ma legge tutela disabili

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Niente scuola per bimba non vedente: “Non c’è posto”. Ma legge tutela disabili

L’iscrizione della bambina in prima media è stata respinta da un istituto della Valle Susa. Eppure la legge però è chiara: “Nessuna scuola può rifiutare, neppure per motivi tecnico-logistici, l’iscrizione di un alunno disabile”.Un mese fa l’allarme dell’Anief sul blocco delle assunzione degli insegnanti di sostegno

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di | 3 aprile 2013

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“La scuola è aperta a tutti” recita il primo paragrafo dell’articolo 34 Costituzione italiana. Forse non lo ricordano o non lo sanno quelli che hanno risposto a due genitori che non c’era posto per la figlia in una scuola della Valle Susa. E questo anche se l’alunna in questione è cieca. L’iscrizione della bambina alla prima media è stata quindi respinta. La legge però è chiara: “Nessuna scuola può rifiutare, neppure per motivi tecnico-logistici, l’iscrizione di un alunno disabile”. A denunciare una storia di ordinaria assurdità è l’Apri, Associazione Piemontese Retinopatici e Ipovedenti, che ha raccolto la protesta dei genitori, che vivono in un piccolo paese della Valle Susa. La risposta dell’istituto “è gravissima – sostiene Marco Bongi, presidente dell’Apri -. Il diritto alla frequenza è sancito dalla legge n. 104/1992, dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 215/ 1987 e dalla Circolare Ministeriale n. 262 del 1988. Non escludo che si possano ravvisare anche responsabilità di carattere penale”.

L’istituto, nella lettera ai genitori, argomenta la decisione spiegando che la domanda “non può essere accolta perché il numero delle iscrizioni supera la capacità recettiva dell’aula”. “Siamo davvero stanchi – dice la mamma – di essere palleggiati da un plesso all’altro. Mia figlia, già sfortunata per la sua malattia, avrebbe bisogno di tranquillità e stabilità. Invece abbiamo trovato solo problemi e poca considerazione”. Che può essere spiegata anche con la carenza di persone. Anche se esiste una circolare recentissima del marzo scorso che ribadisce come bisogna intervenire e cosa fare con gli studenti disabili.

Poco più di un mese fa il ministero dell’Istruzione aveva informato che contavano già un milione di domande arrivate online per la formazione delle prime classi del prossimo anno scolastico. Il numero complessivo degli iscritti che da settembre siederanno sui banchi di scuola: ci saranno 27mila studenti in più rispetto agli attuali. L’Anief, una delle associazioni professionali più attive nel mondo della scuola, aveva quindi lanciato l’allarme l’allarme: “Sono dati davvero sconfortanti quelli che il ministero ha fornito ai sindacati in vista del prossimo anno scolastico: gli alunni della scuola italiana previsti sono oltre 6 milioni e 858mila. Rispetto all’anno in corso aumenteranno di quasi 30mila unità, soprattutto alla primaria (con leggero calo alle medie), ma per effetto del blocco normativo approvato con la legge 111/2011 il numero di docenti rimarrà bloccato. L’organico sarà lo stesso di quest’anno: 600.839 posti di docente comuni e 63.348 di sostegno. Ciò comporterà un ulteriore innalzamento del numero di alunni per classe. E diventerà soprattutto sempre maggiore la distanza tra il numero di alunni disabili e i docenti di sostegno di ruolo”. “In molti casi la didattica non potrà essere garantita – sosteneva profetico Marcello Pacifico, presidente Anief – in particolare laddove le ore di sostegno che lo Stato concederà agli alunni portatori di handicap o con problemi di apprendimento saranno molte di meno rispetto a quelle che la legge prevede”.

Questo avviene anche e soprattutto perché a oggi è stato stabilizzato solo il 65% dell’organico di docenti di sostegno. Almeno 35mila insegnanti specializzati attendono di essere assunti, malgrado i posti di lavoro siano vacanti e disponibili. E con un docente precario ogni tre, quello che si produce è un risultato di forti disagi per i ragazzi e per le loro famiglie”. “Non occorre essere esperti di formazione scolastica per capire che in questa situazione non si riesce a sviluppare un valido progetto didattico” continuava Pacifico aggiungendo che così “a fare da garante per famiglie e studenti continuano ad essere i giudici”.

La circolare ministeriale per gli alunni disabili

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Marta Grande, la laurea e Wikipedia: tutta la storia / Lauree, master e fango, di Marta Grande

UNA TEMPESTA IN UN BICCHIER D’ACQUA

Ma quanto sono bravi quelli di ‘Libero’ ed ‘Il Giornale’ a fare le pulci agli avversari politici del loro mentore di sempre… Fossero così solerti anche nelle faccenduole del Cavaliere dello Stivale sarebbe opera meritoria nonché, nell’evidenza, fantascientifica (giacchè non avverrà mai). Attaccare la Grande su tali disquisizioni è proprio raschiare il fondo del barile. Poveretti.

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Marta Grande, la laurea e Wikipedia: tutta la storia

15/03/2013 – Libero e Giornale attaccano la neo eletta di aver mentito sui titoli di studio. Ma la questione è legata ai differenti sistemi universitari e ai titoli rilasciati

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Dopo Oscar Giannino, anche la grillina Marta Grande ha mentito sui titoli di studio? Più che una bugia, è una questione di differenti sistemi universitari. Libero e Giornale hanno attaccato la giovane “cittadina” eletta nel Movimento 5 Stelle, ritenuta colpevole di aver mentito sulle lauree e titoli di studio dichiarati nel proprio curriculum, proprio come  il giornalista che si è dimesso da presidente di Fare per fermare il declino, poco prima delle elezioni. I due quotidiani hanno anche parlato delle modifiche avvenute nella pagina Wikipedia dedicata alla neo eletta, che ha sostituito la voce “laurea” con i titoli (“bachelor of Art” e “Master of Art”) previsti nel sistema anglosassone, in questo caso negli Stati Uniti, dato che Grande ha studiato all’Università dell’Alabama a Huntsville. Prima di tornare in Italia. Ma andiamo per ordine.

LE ACCUSE DI LIBERO E DEL GIORNALE ALLA GRANDE – Marta Grande, che dice di ispirarsi a Nilde Iotti, era stata attaccata da Libero, perché – come riportava – aveva dichiarato “come le sue lauree non avessero valore in Italia”. Così il quotidiano ne ha approfittato per controllare il curriculum dichiarato dalla ragazza, sia in base a quanto dichiarato sul sito del M5S, che sulla stessa pagina di Wikipedia a lei dedicata, modificata l’ultima volta questa notte alle 00.35. E riporta come “senza fonte” le voci sui suoi titoli.

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Ecco quanto scrive Enrico Paoli, che ha cercato di ricostruire la vicenda nel quotidiano diretto da Belpietro. Parlando di una vera bufala:

Procediamo con ordine. Sito del Movimento 5 Stelle, sezione dedicata agli eletti alla Camera: «Sono nata a Civitavecchia dove ho conseguito il diploma scientifico; mi laureo nel 2009 in lingue e commercio internazionale presso l’Università dell’Alabama in Huntsville. Successivamente, tornata in Italia, conseguo un Master in Studi Europei. Attualmente mi sto laureando in Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma Tre». E ancora: «Nell’estate 2012 seguo un corso in relazioni internazionali alla Peking University in Cina, in particolare sulla transizione di potere a livello internazionale, il declino occidentale e le nuove relazioni internazionali del ventunesimo secolo».

I due quotidiani infatti hanno pensato di andare a controllare se le informazioni sono vere. Chiedendo alla stessa Marta Grande:

“Grande? «Sì, sono io». Ma lei è laureata o no? «Certo che domande… vada a controllare sul sito». Ma è saltato fuori che i suoi titoli non sono validi? «Io non ho detto nulla di tutto questo». Vero parlano gli atti. Anzi, la rete, tanto cara ai grillini.

Con tanto di sentenza, quando si legge: “Altro che cittadini contro la Casta. Stare in parlamento comporta qualche costo. Come quello sulla trasparenza”, che la ragazza non avrebbe rispettato. Ecco perché, si prova a spiegare la bugia della neo eletta a 5 stelle, parlando delle modifiche realizzate sul sito di Wikipedia:

“La pagina a lei dedicata, alle 13.43 di ieri (l’ultimo aggiornamento è delle delle 10.13 del 14 marzo 2013) afferma che la deputata grillina è in possesso del seguente titolo di studio: «Laurea in lingue e commercio internazionale ». Secondo la nota biografica, in realtà, si tratta di un «Bachelor of Art», un diploma universitario e nulla più. Parliamo con la diretta interessata che conferma la laurea. Torniamo su Wikipedia, allora. E qui arriva la sorpresa. La pagina, alle 14.59 del 14 marzo 2013, è stata completamente modificata e la laurea è sparita. Alla voce «Titolo di studio» c’è solo «Bachelor of Arts in Foreign Languages and International Trade». Nelle note qualche dettaglio in più. «Dal 2007 al 2009, a Huntsville negli Stati Uniti d’America, ha frequentato il Corso Flit – Foreign Languages and International Trade (Corso di Lingue straniere e commercio internazionale)» e nel nel 2009 consegue il relativo «Bachelor of Arts, diploma universitario ». Che non è una laurea, ma solo un corso biennale. L’unica certezza è che, dal 2010, sta frequentando il «Corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali presso la Facoltà di Scienze politiche, dell’Università degli Studi Roma Tre». Beh, per una che Repubblica aveva già beatificato come la nuova Pivetti, una bella bocciatura. Con o senza laurea, come insegna Oscar Giannino.

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TITOLI DI STUDIO DIFFERENTI – Il punto non è però tanto quello della pagina modificata su Wikipedia, quanto quello del valore legale dei suoi titoli, conseguiti tra Alabama e Roma. La Grande parla anche di un corso estivo frequentato in Cina, a Pechino, che però non ha nessun valore, essendo soltanto una scuola estiva. Si legge sulla stessa Wikipedia:

“Nell’estate 2012, a Pechino in Cina, ha frequentato la LSE-PKU Summer School 2012 (Scuola Estiva 2012 LSE-PKU), incentrata sulle relazioni internazionali, in particolare sulla transizione di potere a livello internazionale, il declino occidentale e le nuove relazioni internazionali del XXI secolo, presso l’Università di Pechino, organizzata dalla London School of Economics and Political Science. Nel 2012 consegue il relativo Certificato”

Si parla quindi di semplice “certificato conseguito”, che non ha certo valore di laurea. Diversa la questione relativa ai suoi due titoli di studio: ovvero il Bachelor of Arts e il Master of Art, conseguiti tra Alabama e Roma, come si legge sull’ultima versione di Wikipedia:

Dal 2007 al 2009, a Huntsville negli Stati Uniti d’America, ha frequentato il Corso FLIT – Foreign Languages and International Trade (Corso di Lingue straniere e commercio internazionale, 63 ore) presso il Department of Foreign Languages and Literatures (Dipartimento di Lingue e letterature straniere) del CLA – College of Liberal Art (Collegio delle Arti Liberali) in collaborazione con il CAS – College of Administrative Science (Collegio di Scienze Amministrative), dell’ UAH – University of Alabama in Huntsville (Università dell’Alabama a Huntsville). Nel 2009 consegue il relativo Bachelor of Arts. [senza fonte]

Dal 2009 al 2010, a Roma in Italia, ha frequentato il MES – Master of Arts in European Studies (Master in Studi europei) presso la SOG – School of Government, della LUISS. Nel 2010 consegue il relativo Master of Arts con la tesi “Multi-lateralism and the harmonious society: challenges for transatlantic relations” (“Multilateralismo e lo sviluppo armonioso della società: le sfide per le relazioni transatlantiche”), con relatore il Professor Jolyon Howorth

Ma di cosa si tratta esattamente quando si parla di questi titoli di studio?Non sono “lauree” se si utilizza lo stretto senso del termine italiano, bensì i titoli di studio universitari rilasciati in base al sistema universitario degli Stati Uniti. Per ordine, il Bachelor of Art, come si legge su Wikipedia è il seguente:

Il corso del Bachelor of arts (B.A., letteralmente “baccellierato in arti”) dura in generale tre anni nel Regno Unito (salvo che in Scozia), in Nuova Zelanda, in Australia e nel Québec e quattro anni negli Stati Uniti, in Irlanda, in Scozia e nel resto del Canada. Negli Stati Uniti e in Canada, un bachelor of arts esige che lo studente abbia frequentato una maggioranza dei suoi corsi (la metà o i tre quarti) nelle arti, termine che raggruppa le scienze sociali, le lettere, la musica o le arti plastiche. Si dà questo titolo anche agli studenti che abbiano seguito principalmente corsi nei campi delle scienze fisiche come la biologia e la chimica. Questo è frequente in alcune delle più prestigiose università statunitensi della Ivy League, come l’Università di Princeton, e le scuole superiori.

Su un altro sito specializzato in studi esteri si chiarisce come laurea e Bachelor non siano la stessa cosa, ma come garantiscano la possibilità di conseguire gli stessi crediti formativi, in modo da richiedere poi il riconoscimento da parte dello Stato Italiano:

No, non sono la stessa cosa. Il titolo conseguito presso SAE Institute è una laurea triennale inglese e il suo nome è “Bachelor of Arts (Hons.)”. Si tratta di un titolo estero che conferisce lo stesso numero di CFU di una laurea italiana, ma rimane un titolo estero! Come tutti i titoli esteri, esso può essere riconosciuto dallo stato italiano tramite una semplice procedura, la dichiarazione di valore in loco.

Più simile al “diploma universitario” di cui parlano Libero e Giornale. Al contrario, il Master of Art, come spiega Wikipedia, negli Stati Uniti è equiparabile alla laurea magistrale italiana:

Il Master of Arts (M.A., MA, A.M., or AM) dal latino Magister Artium, è un titolo di studio universitario generalmente equivalente alla laurea magistrale rilasciata dalle università italiane.

Quindi, più che bufale, una questione di differenti sistemi universitari.

Edit: Fabio, via mail ci fa notare che sul sito dell’università dell’Alabama emergono questi requisiti per il B.A. :

How Many Hours Are Required To Get A Bachelor’s Degree at UA? Bachelor’s degrees in general are designed to be completed in four years provided the student takes the program as a full-time student. The credit hours in general can run from 120 to 147. However, how long it takes to complete in reality is dependent on several issues.

Registriamo che si parla di “credit hours”, che non corrisponderebbero alle 63 ore effettive di cui parlava wikipedia per il corso FLIT che la Grande ha dichiarato di frequentare (ovvero questo ) e dove ha conseguito “la laurea” nel 2009. O meglio il Bachelor’s Art, più correttamente dato che è un corso biennale, diverso dalla laurea – come abbiamo scritto – ma che darebbe la possibilità di farsi riconoscere gli stessi crediti formativi. Nel frattempo però la pagina di Wikipedia è stato modificata di nuovo, inserita tra quelle “proposte per la cancellazione” e scomparse le informazioni sul titolo di studio. Ma la Grande ha pubblicato i titoli qui. Ciascuno è libero di giudicare.

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fonte giornalettismo.com

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Lauree, master e fango

Scritto da il marzo 15, 2013 in Blog | 127 commenti

In relazione a quanto riportato da un recente articolo comparso sul quotidiano “Libero”, dove si insinuano illazioni sulla veridicità dei miei titoli accademici, ritengo sia necessario fare un po’ di chiarezza.

In nessun luogo ricordo di aver discusso in merito alla validità o meno della mia laurea conseguita in USA, di quanto o come questa possa avere una validità legale nel nostro paese, quantunque si legga il contrario ed alla mistificazione si sia aggiunto un alone di confusione tanto fuorviante quanto inutile.

Ho conseguito una laurea “Bachelor of Art” in Alabama, cui si accede dopo aver superato un esame dopo le scuole superiori. Un documento del consolato di Miami attesta a chiare lettere che il titolo ha valenza -cosa del resto ovvia- sul territorio statunitense ed offre la possibilità di continuare gli studi iscrivendosi ad un master di primo livello (del resto, anche in Italia, vi si accede non prima di aver conseguito una laurea triennale).
Perciò, in seguito al tanto bistrattato titolo a stelle e strisce, mi sono iscritta al suddetto master in “Studi Europei” presso la “Luiss School of Government”.

Altra cosa è il corso (non master, come erroneamente ha riportato certa stampa) che quest’estate ho seguito a Pechino, sempre in studi internazionali.

Attualmente sono iscritta al corso di laurea magistrale in “Relazioni Internazionali” presso l’università degli studi “Roma Tre”, per il conseguimento della quale devo solamente discutere la tesi, cosa che per la verità avevo preventivato di fare poche settimane prima della mia elezione alla Camera e che per ragionevoli motivi ho dovuto posticipare, mi auguro solo di qualche mese.

Voglio però cogliere questa occasione e concedermi il lusso di fare alcune considerazioni di carattere umano prima ancora che politico, poichè ne sento la necessità anche e soprattutto in virtù del ruolo che sono stata chiamata a ricoprire.

In questi giorni, con tutta me stessa, ho tentato di mantenere un profilo basso, sottraendomi alla gogna mediatica cui sono stata sottoposta. Ho dovuto leggere ed ascoltare di tutto, sfuggendo, come meglio ho potuto, ad un vero e proprio “stalking” da parte di giornalisti (o sedicenti tali), fotografi e cronisti.

Altri signori, sicuramente non io, fino al giorno di ieri hanno pubblicizzato la mia possibile elezione a presidente della Camera, ne hanno parlato in molti, tra televisioni e giornali, senza che io ne venissi informata. Il buon senso, unitamente ai miei più cari affetti, mi hanno suggerito di lasciare che il “fuoco” del circuito mediatico si spegnesse naturalmente, come spero e credo avverrà, questo nobile e prestigioso incarico non ha mai rappresentato per me una priorità, sebbene più di qualcuno continui, con inaudito cinismo, ad affermare il contrario.

Ho 25 anni, sono una Cittadina, l’elezione alla Camera rappresenta per me già un’enorme assunzione di responsabilità. Quel che voglio ora è solamente cercare di svolgere il mio ruolo nel migliore dei modi, sperando che mi si lasci lavorare serenamente per il bene del mio Paese e di quanti, e non solo, mi hanno votata.

I miei titoli accademici

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fonte martagrande.it

IL ‘METODO’ MARCHIONNE E LA SCUOLA – Via i neoassunti per far spazio ai precari

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Via i neoassunti per far spazio ai precari
esposto contro l’ufficio scolastico

Il provvedimento senza precedenti a Bari: i professori e bidelli che hanno vinto ricorsi dopo anni di contratti a termine saranno presi, ma solo a patto che siano licenziati gli ultimi entrati in graduatoria. L’Anief: “Il metodo Marchionne applicato alla scuola”

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Un esposto contro la decisione di licenziare professori e bidelli neoassunti per far posto ai colleghi che hanno vinto i ricorsi. “Il metodo Marchionne torna a scuola?” domanda provocatoriamente l’Anief, l’associazione professionale sindacale, che domani mattina invierà alla procura della Repubblica di Bari una denuncia contro l’Ufficio scolastico regionale. Il caso riguarda il via libera dato nei giorni scorsi all’assunzione di 20 precari della scuola, in cambio però del sollevamento dall’incarico di altrettanti docenti e ausiliari.

A farne le spese saranno i lavoratori negli ultimi posti delle graduatorie pugliesi. Saranno licenziati per far posto ad altri precari che negli anni scorsi, dopo la scadenza dei loro contratti a tempo determinato, sono passati alle vie legali per far valere il proprio diritto a un posto di lavoro stabile. I ricorsi infatti si basano su una direttiva europea stabilisce che tutti i lavoratori pubblici e privati dopo 36 mesi di lavoro a tempo devono essere stabilizzati. E dà il via a una “guerra tra poveri” nei corridoi delle scuole pugliesi.

La vicenda è iniziata nel 2011 quando circa cinquecento insegnanti con il sostegno dei sindacati decisero di presentare ricorso contro la violazione di quella normativa comunitaria. La maggior parte dei ricorsi è stata impugnata dall’avvocatura di Stato. Qui però negli ultimi mesi è sorto un secondo pasticcio. Proprio l’avvocatura avrebbe dimenticato di impugnare una decina di sentenze di primo grado stabilite dal Tribunale di Trani favorevoli ai ricorrenti. Risultato: quelle sentenze sono passate in giudicato e devono essere attuate.

L’ufficio scolastico regionale ha delineato la soluzione: mandare via gli ultimi. L’ufficio provinciale aveva preso un mese di tempo per decidere, e nei giorni scorsi è arrivata la soluzione: licenziare gli ultimi docenti e bidelli presenti in graduatoria e immessi in ruolo. I loro posti verranno occupati dagli altri 20 precari che hanno vinto i ricorsi. Le lettere di licenziamento per 5 collaboratori scolastici, 2 assistenti tecnici e vari docenti sono già partite. Si tratta di lavoratori che proprio quest’anno avevano ottenuto la tanto attesa immissione in ruolo.
Secondo l’Ugl questo sarebbe il primo caso in Italia di licenziamento per far spazio ad altri colleghi.

“Non ci sono alternative per i 20 lavoratori licenziati – dice il provveditore degli studi di Bari, Mario Trifiletti – abbiamo inviato l’avviso di avvio di procedimento di licenziamento. Prima di adottare il provvedimento quei precari hanno la possibilità di far valere le loro ragioni. Purtroppo dobbiamo trovare dei posti per i vincitori del concorso. I numeri delle nomine in ruolo sono quelli autorizzati dal ministero dell’Istruzione, non possiamo sforare”. “Quella del provveditorato è una condotta inaudita – afferma il segretario della Flc Cgil Bari, Claudio Menga – per questo motivo abbiamo inviato all’amministrazione una lettera di diffida. Se non ci ascolteranno, saremo costretti ad aprire nuovi contenziosi a tutela dei lavoratori licenziati”.

L’Anief è già pronta con il ricorso, a cui sarà allegata la richiesta di informare la Corte dei Conti per “chiaro danno all’erario”, nei confronti dell’Ufficio scolastico regionale della Puglia. Per l’Anief si tratta di “una decisione gravissima”, perchè “si sana un errore commettendone un altro”. (03 marzo 2013)

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fonte bari.repubblica.it

Scuola, governo che (forse) nasce, studente che muore

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Scuola, governo che (forse) nasce, studente che muore

Il dramma sociale di chi non potrà più essere studente

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di | 1 marzo 2013

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Nel 2014 i fondi per il Diritto allo Studio universitario saranno 12 milioni, contro i 103 del 2013 e i 246 milioni di quattro anni fa. E’ un autentico dramma sociale.

In questi giorni gli studenti delle scuole dovranno pagare i “contributi volontari”, che non sono altro che un’altra tassa, che continuano a lievitare. Un’altra tessera del dramma quotidiano di milioni di studenti.

Nel balletto sul futuro Governo, nessuno ne parla. Qualora non vi fosse un governo o un atto parlamentare che finanzi entro giugno il Diritto allo Studio per il 2014 moltissimi studenti e moltissime studentesse torneranno a casa, impossibilitati a proseguire gli studi (e nessuno mi venga a dire: “si trovino un lavoro” in una fase di crisi economica in cui i licenziamenti sono all’ordine del giorno e poi un diritto è un diritto, non lo si discute, lo si deve solo garantire).

Qualora non vi fosse un governo che rifinanzi le scuole, le tasse cresceranno, e il tasso di abbandono scolastico sfonderà il 20% attuale, lasciando per strada migliaia di studenti e nelle periferie la percentuale raggiungerà senza problemi il 50%.

La sagra delle ovvietà

In un interessante articolo uscito qualche mese fa si ripercorrevano i passaggi che hanno portato alla privatizzazione dell’istruzione negli Stati Uniti:

Primo, tagliare i fondi alla pubblica istruzione superiore.

Secondo, deprofessionalizzare e impoverire la classe docente (e continuare a creare un surplus di dottori di ricerca sotto-occupati e disoccupati)

Terzo, introdurre una classe di manager/amministrativi che assume la governance dell’università

Quarto, fare entrare la cultura aziendale e i soldi aziendali

Quinto, ridurre drasticamente il numero degli studenti

I movimenti studenteschi che hanno solcato le strade e le piazze in questi anni lo hanno ripetuto più volte: in Italia l’istruzione è stata privatizzata de facto con gli stessi passaggi sopraelencati.

Chi oggi, da Grillo a Bersani, parla di “difesa della scuola pubblica” partecipa ad una “sagra delle ovvietà” perché non ha capito che (1) non si può parlare solo di scuola ma di istruzione nel suo complesso e nel suo sviluppo e (2) non si può difendere qualcosa che è diventata indifendibile perché messa in mano ai privati o logiche privatistiche.

L’istruzione va ripensata da capo a piedi e, riprendendo un termine utilizzato per il Referendum sull’acqua, va ripubblicizzata, cioè resa nuovamente accessibile a tutti, democratica, laica e di qualità.

Cosa dovrebbero fare le forze politiche e i parlamentari

Ecco alcune delle proposte uscite negli ultimi anni di mobilitazione:

Primo. Rifinanziare l’istruzione, l’edilizia, e il diritto allo studio

Secondo. Sbloccare il turn over nell’università e assumere i precari storici nella scuola per migliorare la qualità dell’istruzione e cancellare le “classi pollaio dalla faccia della terra

Terzo. Sviluppare un vero sistema di gestione democratica delle scuole e università, in cui le componenti cooperino per lo sviluppo della qualità dell’istruzione

Quarto. Finanziare la ricerca di base e quella applicata perché nelle università si immagini un nuovo modello di sviluppo per rilanciare l’economia

Quinto. Alzare l’obbligo scolastico progressivamente a 18 anni e finanziando il “reddito di formazione” che garantisca a tutti l’accesso all’istruzione iniziando a scrivere una Legge Quadro Nazionale sul Diritto allo Studio

Sesto. Vanno ripensati i cicli scolastici e il sistema del 3+2 all’università aprendo un dibattito vero nel paese perché l’istruzione venga rilanciata e sia davvero utile all’individuo e alla società

Chi pensa oggi che introducendo i tablet a scuola o togliendo il valore legale del titolo di studio si risolvano i problemi dell’istruzione non ha capito niente: (1) non è stato nelle piazze con noi studenti, (2) non ci ha ascoltati e (3), sul valore legale, non ha visto che gli studenti e le studentesse si sono già espressi in una consultazione via web in maniera contraria.

Se non si affrontano da subito queste emergenze sociali ricordatevi di mandarci per le prossime elezioni le schede elettorali in un altro Paese, ci avrete fatto emigrare.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Elezioni 2013: Io Voto lo Stesso! Protesta degli studenti Erasmus / Caparezza: “Io diventerò Qualcuno!” VIDEO

Elezioni 2013: Io Voto Lo Stesso! (MADRID)

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Pubblicato in data 23/feb/2013

Gli italiani temporaneamente all’estero per motivi di studio non possono votare per le elezioni, a differenza dei loro colleghi di tutta Europa. Noi non ci stiamo, ed esercitiamo con un gesto simbolico il nostro diritto al voto.
VIVERE ALL’ESTERO È UNA SCELTA, VOTARE ALL’ESTERO È UN DIRITTO!
Io Voto Lo Stesso!

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CAPAREZZA – IO DIVENTERò QUALCUNO (HQ official video)

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Caricato in data 15/mar/2011

RIT: Io diventerò qualcuno, non studierò non leggerò, a tutti voi dirò di no. Ecco perché diventerò qualcuno.
Se vuoi parlare un po’ con me ti devo addare al mio myspace.

Nel dopoguerra non c’era chi urlava nei comizi più di cherokee. Non c’erano TV colme di Nembo Kid ne radio attive come nubi a Chernobyl. C’era l’uomo qualunque, sostenuto dal Fronte dell’Uomo Qualunque. Nella schiena dei partiti affondo le unghie: “Io non sono di destra nè di sinistra, sono un uomo qualunque! E lo stato è demagogo, nel sistema bipolare non mi ci ritrovo..” Ooh, ferma tutto! Devo aver avuto un herpes, dato che questo sfogo non mi è nuovo. Vivo decenni dopo nello stesso clima che su questo fuoco getta più benzina ma non c’è più l’uomo qualunque, tutti sono qualcuno, tutti sono in vetrina. RIT.
Il qualcunista milita in una banda che prende piede se la prendi sotto gamba. Gode come te quando ti stendi sotto Ramba, ma è talmente finto che sembra un ologramma. Partecipa al raduno, di quelli che gridano “Italia uno!” poco prima di un programma. Scrive recensioni di cd nel web e non distingue Zenyatta Mondatta da Ummagumma.
E’ una farsa, ha una cultura scarsa, ma non gli basta il ruolo della comparsa. Prima parla per bocca di Giorgio Bocca e poi la pensa come Giampaolo Pensa. Lascia nei forum commenti di boria, ma si.. sono piccoli commenti di gloria.
Porta avanti una staffetta scorretta: non passa il testimone ma passa a testimonial. RIT.
“Il Fronte dell’Uomo Qualunque è il primo partito di questo paese. Grazie e arrivederci.”
Bene, adesso mister e miss faranno del parlamento la Diaz del Blitz. Non distinguono il Foglio dal Manifesto, del resto io non distinguo Libero da Gin Fizz. La democrazia fa la fine del vip che ritrova H.P sull’uscio dell’hotel Ritz.
E siamo tutti nelle mani di chi? Di questi che per diventare qualcuno cambiano nick? Si, il Fronte dell’Uomo Qualcuno ha voti al cubo, mamma che dolore al culo, lo appuro, se questo è uno scherzo manca il sens of humor.
Uuh che manrovescio! Stiamo seppellendo nell’Endemol generation. Devo aspettare di perdere il mio diritto di voto per guadagnare il diritto alla nomination? RIT.

Gelmini addio: ecco il piano Pd. Tre mosse per salvare la scuola

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Gelmini addio: ecco il piano Pd
Tre mosse per salvare la scuola

Al primo posto la lotta contro l’abbandono degli studi, fondi all’edilizia scolastica e stop ai tagli per nidi e scuole d’infanzia

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Di Mario Castagna

6 febbraio 2013

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Risorse, stabilità, fiducia. Si potrebbe sintetizzare così il programma del PD sulla scuola del futuro. «Siamo qui per presentare le idee che abbiamo messo nel nostro documento e con le quali ci presentiamo alle elezioni – ha sostenuto Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd insieme a Manuela Ghizzoni, Maria Coscia, Maria Grazia Rocchi e Simona Malpezzi, nel corso della conferenza stampa di presentazione – la scuola ha bisogno di risorse, stabilità e fiducia dopo anni di tagli. Le emergenze, come quella legata all’edilizia scolastica, devono trovare una risposta».

Primo punto dell’agenda è infatti il contrasto a tre emergenze che oggi colpiscono la scuola italiana: la sicurezza degli edifici scolastici, la dispersione e l’abbandono scolastico e il settore 0-6, cioè quello degli asili nidi e della scuola dell’infanzia.

Sulla prima emergenza Pierluigi Bersani aveva già anticipato il piano straordinario per la manutenzione e la ristrutturazione degli edifici scolastici. Una vera e propria emergenza che minaccia in primis la sicurezza dei nostri ragazzi. Da uno studio della Krls Network of Business Ethics, emerge che in Italia solo il 46% delle scuole è agibile.

Siamo addirittura sotto l’Albania che con il 53% è l’ultima in classifica. Ma non sono solo le statistiche internazionali a dimostrare la pericolosità delle nostre scuole. È soprattutto l’esperienza quotidiana di milioni di famiglie alle prese ogni giorno con aule fatiscenti e scuole che crollano.

I finanziamenti in questo caso verranno garantiti da un allentamento dei parametri del patto di stabilità interno che blocca le spese degli enti locali. Quattro miliardi di euro subito a disposizione per mettere in sicurezza gli edifici scolastici. Altri soldi potranno arrivare dai fondi comunitari che lo Stato italiano spesso non utilizza con efficacia.

I DATI DELLA DISPERSIONE
L’altra urgenza da affrontare è la dispersione scolastica che in Italia raggiunge livelli preoccupanti. Oggi i giovani che hanno deciso di lasciare la scuola prima della maturità sono il 18,8% della popolazione. L’obiettivo è portare questa percentuale sotto il 10% così come raccomandato dal documento Europa 2020.

Combattere la dispersione scolastica significa anche investire maggiori risorse nelle situazione più problematiche come le grandi periferie urbane e il Mezzogiorno. Infatti i dati sull’abbandono scolastico si differenziano molto a seconda delle regioni italiane: in Sicilia la percentuale di studenti che hanno lasciato gli studi prima del diploma è del 26%, seguono la Sardegna con il 23,9% e la Puglia con il 23,4%. «Nessuno rimanga indietro» è lo slogan che il Pd ha utilizzato per illustrare questo piano straordinario di lotta alla dispersione scolastica.

L’altra emergenza da affrontare è la fascia di età dei piccolissimi scolari. Gli asili nido e la scuola dell’infanzia, anche a causa dei tagli agli enti locali, sono oggi un campo di attività abbandonato dallo Stato centrale. Tutto è lasciato alla volontà dei singoli enti locali che si barcamenano tra le ristrettezze di bilancio e le poche competenze assegnate.

In particolare il Pd pensa ad un piano straordinario per raggiungere l’obiettivo del 33% di copertura dei posti all’asilo nido come chiesto dall’Europa. Per affrontare queste emergenze il governo Bersani è pronto a ridurre la spesa per investimenti del ministero della Difesa. Si spera che questa proposta raggiunga il cuore dell’elettorato democratico tanto che ieri sul sito del Pd è campeggiata tutto il giorno l’immagine di un aereo da guerra affianco ad un’aula scolastica e la scritta «facciamo decollare la scuola italiana». Meno F-35 e più investimenti in scuola, cultura, istruzione.

Ma accanto a queste tre grandi emergenze il Pd ha preparato una serie di proposte dedicate alla risoluzione dei mille problemi quotidiani della scuola italiana. Nessuna riforma epocale in vista ma un intervento di vera trasformazione del sistema. Non è più il tempo delle riforme sempre «epocali e decisive», calate dall’alto e mai condivise dal tessuto sociale che ogni giorno fa vivere il sistema educativo italiano.

Per il Pd la migliore riforma è quella che nasce dal basso, grazie all’autonomia, si tratta ora di metterla a sistema. La valutazione non dovrà quindi essere dei singoli docenti, né competitiva, ma dovrà indicare se gli investimenti fatti vanno nella direzione giusta.

Dovrà essere restituita la fiducia agli insegnanti, anche grazie ad un nuovo contratto collettivo che riconosca loro l’enorme quantità di lavoro che fanno al di fuori delle aule scolastiche. Gli organici delle scuole dovranno essere stabili e non cambiare ogni anno. Solo in questo modo le scuole sapranno su quante risorse potranno fare affidamento così come le risorse finanziarie dovranno essere stabili e mai più tagliate. Il reclutamento dovrà essere anch’esso certo, senza cambiare ogni anno sistema e si dovranno esaurire le graduatorie dei precari. Il tempo scuola dovrà essere allungato, incentivando nuovamente il tempo pieno e le compresenze.

SUPERIORI, BIENNIO UNITARIO
Per quel che riguarda le scuole superiori il Pd propone un biennio unitario iniziale e la differenziazione dei percorsi solo a partire dal terzo anno. Gli istituti tecnici dovranno essere rivalutati e non abbandonati alla competenza delle regioni sulla formazione professionale.

Però quello che il Pd propone è soprattutto un metodo. Mai più una scuola umiliata, mai più una scuola offesa. E proprio per questo, per affrontare al meglio un lavoro difficilissimo, il primo passo del governo Bersani sarà una grande consultazione pubblica con tutto il mondo della scuola. Solo così si pensa di riformare, veramente, una scuola pubblica che un tempo era un orgoglio italiano.

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fonte unita.it