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Renzi ‘sfida’ Letta, “subito le riforme”; Bersani, “confonde medicina e malattia”

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Renzi ‘sfida’ Letta, “subito le riforme”; Bersani, “confonde medicina e malattia”

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16:31 30 MAG 2013

(AGI) – Roma, 30 mag. – “Siamo alle barzellette”. Con queste parole il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha risposto ai giornalisti che lo incalzavano sui sospetti di voler far cadere il Governo Letta. Renzi pero’ non vuole un Governo che tiri a campare: “Un Governo e’ serio se fa le cose e non vivacchia. Se vogliamo dare un segnale agli italiani, dobbiamo fare questa riforma costituzionale che richiede tempo. Se elimini il Senato e le province, dai un segnale immediato”.
Nel frattempo il Governo e’ al lavoro sull’Ilva e sulle zone terremotate. Oggi il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha visitato l’Emilia Romagna e ha annunciato che terra’ lui la delega per la Protezione Civile.

Scontro nel Pd sul Mattarellum. Dai renziani pressing su Letta

“Dobbiamo far lavorare l’Emilia, dobbiamo far lavorare l’Italia” ha detto il premier.
Sull’Ilva oggi dalle 15 si tiene un tavolo tra Governo, sindacati e Confindustria. Il ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, ipotizza un commissario unico o un commissario ad acta che si occupera’ solo del risanamento ambientale.
Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, sostiene Letta: “Questo Governo rappresenta l’unica possibilita’ per il Paese. Non si puo’ sostenerlo a parole e poi picconarlo nei fatti con proposte strampalate che mirano a rompere anziche’ a unire.
Accade troppo spesso tra le fila del Pd e del Pdl”.
“Non saper distinguere fra leadership democratica e ‘uomo solo al comando’ mi sembra un bel problema”. Lo ha dichiarato Pier Luigi Bersani, in replica alle affermazioni del sindaco di Firenze Matteo Renzi. “E’ come confondere la medicina con la malattia. Sara’ meglio discutere sul serio”, ha aggiunto l’ex segretario del Pd.

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fonte agi.it

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Ilva, il governo incontra le parti sociali «Risanamento e continuità produttiva». Resta l’ipotesi commissariamento

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Ilva, il governo incontra le parti sociali
«Risanamento e continuità produttiva»
Resta l’ipotesi commissariamento

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ROMA – Il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi ha convocato una riunione tecnica sull’Ilva a Palazzo Chigi con i ministri dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, dell’Ambiente, Andrea Orlando, del Lavoro, Enrico Giovannini, e con i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.

Risanamento e continuità produttiva.
«Al tavolo è emersa una unità di intenti volta ad assicurare risanamento ambientali e continuità produttiva. Il governo ora è impegnato a individuare lo strumento più efficace per conseguire questi due obiettivi nel rispetto delle decisioni della magistratura», ha spiegato al termine dell’incontro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi. «Si sta lavorando per giungere quanto prima alla soluzione, la decisione ci sarà prima del 5 giugno», quando è convocata l’assemblea dei soci dell’Ilva, ha detto il segretario confederale della Cisl Luigi Sbarra, al termine della riunione a Palazzo Chigi.

Orlando.
«Stiamo lavorando ad una norma primaria che riparta dall’elemento del commissariamento evocato dalla legge 231, in cui non è ben definito», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando escludendo comunque un decreto per il Cdm di venerdì. «Non è un intervento semplice, ci sono elementi di incompiutezza nella normativa attuale», ha sottolineato aggiungendo che «è fondamentale raggiungere gli obiettivi di ambientalizzazione che fino ad oggi non sono stati raggiunti».

Zanonato.
La soluzione allo studio per l’Ilva potrebbe essere o un commissario unico o un commissario ad acta solo per il risanamento ambientale, ha detto il ministro dello sviluppo Flavio Zanonato a Radio24. «O un commissario unico o l’azienda continua a gestirsi e il governo decide di farsi il risanamento con un commissario ad acta. Bisogna vedere qual’è la soluzione che funziona meglio», ha aggiunto il ministro, sottolineando che «si tratta di affrontare problemi che hanno un carattere di unicità» e quindi «occorre una norma legislativa, cioè un decreto che diventerà legge. Si sta ragionando su questo, a me interessa una soluzione che funzioni».

Il ministro ha ribadito la necessità che «a pagare deve essere chi ha inquinato». «L’Ilva per produrre acciaio adesso è un’azienda che funziona. Ma nel tempo ha inquinato e continua ad avere degli standard nella produzione che creano dei problemi ed è su questo che bisogna agire», ha spiegato Zanonato, ricordando che i campi minerari si estendono su 70 ettari, quasi come 100 campi da calcio, «una tettoia che copra tutto è un’opera unica, un’opera immensa». Zanonato ha quindi ricordato che domani dopo il cdm c’è un tavolo, già fissato da tempo, al Ministero sulla siderurgia. «Non è un’intenzione del Governo aumentare l’Ilva, è una cosa decisa dal precedente Governo e per disattivarla servono 4 miliardi o di nuove entrate o di tagli o di una miscela delle due. Su questo Saccomanni sta lavorando, cercando di costruire una proposta», ha aggiunto Zanonato, esprimendo l’auspicio che ci riesca: «spero di sì».

La petizione.
Gli operai della ‘Cellula di Rifondazione Comunista’ dell’Ilva di Taranto, con la federazione tarantina di Rifondazione Comunista, intanto hanno deciso di avviare una raccolta di firme per chiedere la nazionalizzazione dell’azienda, il risanamento dello stabilimento di Taranto, la difesa dei livelli occupazionali, il controllo da parte dei lavoratori e della società civile sul processo di riqualificazione degli impianti e di bonifica del territorio e il potenziamento dei presidi sanitari locali.

Giovedì 30 Maggio 2013 – 12:54
Ultimo aggiornamento: 17:59
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Franca Rame, ultimo saluto al Piccolo. I milanesi in coda per l’abbraccio a Fo

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Franca Rame, ultimo saluto al Piccolo.
I milanesi in coda per l’abbraccio a Fo

Il Nobel accoglie i tanti cittadini che si sono messi in coda nella storica sede del Piccolo per salutare l’attrice. “Quante donne – dice – Franca sarebbe felicissima. Tra un mese il suo testamento civile”

Franca Rame, ultimo saluto al Piccolo. I milanesi in coda per l'abbraccio a Fo

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Seduto su una sedia, vicino alla bara coperta da una sciarpa rossa, Dario Fo accoglie i cittadini in visita alla camera ardente al Piccolo Teatro Grassi, in via Rovello a Milano, per porgere l’ultimo saluto a Franca Rame, morta nella sua casa di corso di Porta Romana all’età di 84 anni. Il premio Nobel sorride, si intrattiene con tutti ed è accompagnato dal figlio Jacopo. E’ colpito dall’affluenza, in particolare da quella femminile: “Non ho mai visto tante donne tutte insieme, Franca ne sarebbe felicissima, ha detto più volte che al suo funerale ne avrebbe volute tante, vestite di rosso”. E, rivolgendosi a chi gli fa notare che ci vorrebbero tante donne come lei, ha aggiunto: “Me ne basterebbe un’altra”.  “Tra un mese circa – ha detto anche – sarà pubblicato il testamento civile che stava scrivendo Franca”.

La coda per rendere omaggio all’attrice va via via allungandosi. Tra loro ci sono Antonio Di Pietro, fondatore dell’Italia dei Valori, partito nel quale Rame fu eletta senatrice (“è una delle poche cose buone che ho fatto”), l’attore Cochi Ponzoni (“un altro pezzo di Milano che se ne va. Un grande dolore per una donna insostituibile”) e l’ex ballerina Carla Fracci (“ha rappresentato una forza straordinaria per la difesa di questo paese”). Milly Moratti, uscendo dalla camera ardente, ha dichiarato: “Dobbiamo trovare casa all’archivio di Franca e farne un vera fabbrica del teatro per le generazioni che verranno. Sono tante le cose che stava ancora facendo”.

L’attore Moni Ovadia ha ricordato la passione civile: “E’ stata una delle più grandi donne della storia repubblicana, un paradigma di passioni civili, perchè la passione che aveva per il teatro era la stessa che aveva per la politica, e Franca l’ha pagata di persona. Il nostro è un paese che starnazza di moderazione, ma pratica la ferocia”.

Quando la camera ardente è stata aperta, alle 9 del mattino, c’erano già 200 persone in coda. Le porte rimarranno aperte per 22 ore, anche durante la notte, in modo da lasciare a tutti la possibilità di portare il proprio saluto a una donna che è stata il simbolo di tante battaglie civili, in teatro e in città. Ancora Fo: “Abbiamo anche ricevuto una corona grandissima da parte del Presidente della Repubblica Napolitano”. Dopo la sosta in via Rovello, il feretro verrà portato allo Strehler, in largo Greppi, per la cerimonia laica: “La mia non sarà una commemorazione funebre, ma un commiato” ha spiegato Fo che riesce anche a concedersi una battuta scherzosa: “Restiamo ancora mezz’ora”, perchè se continua così “finisco all’obitorio. Non riesco più a stringere mani”.

Il luogo scelto per la camera ardente non è casuale: è qui che la coppia si è conosciuta e si è innamorata. Prima dell’ingresso, il teatro espone le locandine di alcuni spettacoli che l’attrice ha rappresentato su quel palcoscenico nel corso della su lunga carriera: Sesso? Grazie, tanto per gradire, Grasso è bello e Mistero Buffo, insieme a Fo. (30 maggio 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte milano.repubblica.it

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F-35, semplici istruzioni per arrostire una nave

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fonte immagine defensetech.org

F-35, semplici istruzioni per arrostire una nave

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di | 30 maggio 2013

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A volte ho la tentazione di dare ragione a quei lettori che si chiedono se non abbia di meglio da fare che parlare dei difetti dell’F-35. Evidentemente sì, avrei molto di meglio da fare, ma se insisto non è tanto per i difetti ma per l’imbarazzante arroganza della Lockheed, da una parte, e degli Stati maggiori italiani, dall’altra, nel persistere a ripetere che a parte ciò, madama la Marchesa, tutto va bene, madama la Marchesa. Ma se è Nunzio Filogamo a cantare il ritornello uno ci ride sopra. Se lo fa chi vuol vendere (o comperare, dipende da chi parla) un aereo a colpi di bugie beh, come scrivevano Gino&Michele, anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano.

L’ultima della infinita saga di “cosa non va nell’F-35” la racconta ancora una volta Aviation Week & Space Technology, la rivista statunitense certo non nota per essere un pericoloso covo di luddisti al soldo di chi vuole demolire l’Occidente e la sua civiltà. Dice il settimanale, in un articolo del 29 maggio, che per imbarcare la versione F-35B del caccia (quella che sarà usata dai Marines americani e dalla nostra Marina Militare) sono necessarie importanti modifiche al ponte di volo e alle sovrastrutture delle navi della classe Wasp. E questo perché? Per rimediare ai problemi causati dal calore dei motori dell’aereo.

Ora, le modifiche non sono robetta, a sentire l’ammiraglio Jonathan Greenert, il Chief of Naval operations dell’US Navy (l’equivalente del nostro capo si Stato maggiore della Marina) citato dalla rivista. È una lunga lista di interventi sulle navi in conseguenza della “specifica segnatura termica” dell’F-35B e “per compensare le aumentate sollecitazioni  associate agli scarichi del JSF”: schermatura, spostamento e rimozione di sistemi vulnerabili che possono essere danneggiati, quali antenne, imbarcazioni, reti di protezione e stazioni di rifornimento carburante. Inoltre, dice sempre l’ammiraglio, sarà necessario rinforzare il ponte di volo per sostenere le sollecitazioni, modificare il rivestimento del ponte, installare nuovi sistemi di alimentazione elettrica, aggiornare i sistemi di rifornimento delle munizioni. Continua l’ammiraglio: bisognerà spostare i sistemi di difesa antiaerea Phalanx, e i lanciatori di missili Sea Sparrow e RAM, e così pure le antenne di comunicazione satellitari e il sistema antincendio della nave. Bazzecole.

La cosa in sé non era inaspettata. Da tempo alcuni commentatori non stipendiati dalla Lockheed avevano denunciato il problema rappresentato dalle altissime temperature dei gas di scarico dell’aviogetto. Ma la società aveva negato l’evidenza, come sottolinea l’articolo di Aviation Week che accusa la Lockheed stessa e il Marine Corps di aver fatto nel 2010 dichiarazioni “erronee” in proposito. Il portavoce della ditta, John Kent, citato in un articolo del sito DoDBuzz del 14 aprile 2010, disse che le differenze di temperatura con l’AV-8B, che l’F-35 dovrebbe sostituire, “sono molto piccole e non dovrebbero richiedere significative” modifiche.

Non dovrebbero richiedere significative modifiche? Rifare mezza nave non sarebbero significative modifiche? Aviation Week un po’ maliziosamente sottolinea che la Marina statunitense non ha fatto sapere quanto tempo richiederanno. Sottointendendo che non saranno certo tempi brevissimi. Parliamo probabilmente di mesi di lavoro. D’altronde, come abbiamo visto, l’elenco delle cose da modificare è lungo e comporta anche il rafforzamento del ponte di volo, non un semplice rivestimento con materiali più resistenti. Per fare un esempio, nell’agosto 2011 la Marina statunitense dovette far costruire due piattaforme di decollo e atterraggio per l’F-35 nella basi di Beaufort e Yuma per un costo, ciascuna, di 21 milioni di dollari. Durante le prove avevano scoperto che i gas di scarico dell’aereo frantumavano il cemento (sì, il cemento) della pista sparando tutt’intorno veri e propri proiettili.

Su tutto ciò naturalmente qui da noi c’è blackout assoluto. Eppure l’F-35B dovrà essere imbarcato sull’ammiraglia della nostra flotta, la portaerei Cavour. Tra l’altro molto più piccola delle Wasp statunitensi a cui si riferiva l’ammiraglio e dunque la nostra nave è potenzialmente più bisognosa di modifiche perché gli spazi sono più angusti e gli effetti negativi del calore più evidenti. Quanto costeranno questi lavori? Quanto tempo richiederanno? Sarebbe interessante avere un risposta. Tanto più che nave Cavour è già stata coinvolta in un “infortunio” al ponte di volo. Appena entrata in servizio il rivestimento dovette essere rifatto perché si staccava. Lo scrisse l’ammiraglio Alberto Gauzolino nel documento “Linee guida dell’Ispettore logistico” del 7 gennaio 2009: Scrupolosa attenzione dovrà essere posta relativamente alla problematica del distacco del trattamento del ponte di volo al fine di verificare che sia risolta secondo le più ampie aspettative della Forza Armata, ristabilendo le previste condizioni di efficienza, affidabilità e “safety” necessarie per la normale operatività del ponte. L’ammiraglio parlava di un ponte progettato per gli Harrier che, pochi mesi dopo l’entrata in servizio della nave, già si dissolveva. Cosa succederà con l’F-35B? Faranno il barbecue tre ponti più in basso?

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Carburanti, prezzi internazionali in calo, ma nei distributori rincari a raffica

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Carburanti, prezzi internazionali in calo, ma nei distributori rincari a raffica

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ROMA – I prezzi internazionali tornano a scendere con decisione, ma sulla rete carburanti si registra comunque una raffica di rincari. Il fatto è che le quotazioni internazionali, ieri, hanno invertito improvvisamente la rotta con cali da oltre 11 euro/mille litri per la benzina e quasi 10 per il diesel mentre le compagnie petrolifere stavano facendo ancora seguito ai forti cali dei giorni precedenti e soprattutto alla diminuzione decisa dall’Eni.
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Risultato: aumenti generalizzati e consistenti. Vediamoli: TotalErg + 1,5 cent euro/litro sulla benzina e + 1 sul diesel; Shell + 1 cent su entrambi i prodotti come pure Tamoil; Q8, e Esso + 0,5 sempre su entrambi i prodotti; infine, IP + 0,5 e + 1 cent rispettivamente. Da segnalare al contrario la discesa dei prezzi del Gpl tra 0,5 e 1 cent. Prezzi praticati sul territorio di conseguenza in evidente salita, no logo comprese.
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Medie nazionali della benzina e del diesel in netta crescita rispettivamente a 1,820 e 1,724 euro/litro (Gpl a 0,759). Le “punte” adesso sono fino a 1,863 euro/litro per la “verde”, 1,747 per il diesel e 0,779 per il Gpl. La situazione più nel dettaglio a livello Paese (sempre in modalità “servito”), secondo quanto risulta in un campione di stazioni di servizio che rappresenta la situazione nazionale per il Servizio Check-Up Prezzi QE, vede il prezzo medio praticato della benzina che va oggi dall’1,802 euro/litro di Eni all’1,820 di Tamoil (no-logo a 1,702). Per il diesel si passa dall’1,701 euro/litro sempre di Eni all’1,724 di IP (no-logo a 1,577). Il gpl infine è tra 0,719 euro/litro di Eni e 0,759 di Tamoil (no-logo a 0,717).

giovedì 30 maggio 2013 – 11:11   Ultimo aggiornamento: 11:11
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Lega Nord nella bufera dopo la batosta. Bossi: “Maroni faccia un passo indietro”

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Lega Nord nella bufera dopo la batosta.
Bossi: “Maroni faccia un passo indietro”

Il Senatur attacca il numero uno del partito dopo la delusione alle amministrative: “Vuole fare tutto, i comizi e tanto altro”. L’autocritica di Salvini: “Non faccio come Grillo, la colpa è evidentemente nostra”

Lega Nord nella bufera dopo la batosta. Bossi: "Maroni faccia un passo indietro"
Umberto Bossi

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Lega Nord del caos dopo la débâcle al primo turno della amministrative. Il nervosismo è tanto e Umberto Bossi rompe la tregua con il segretario. “Roberto Maroni vuole fare tutto, vuole fare i comizi e tanto altro. Deve fare un passo indietro”, attacca il Senatur uscendo dalla Camera. “Abbiamo dato l’immagine di una Lega divisa. Quando c’ero io si era tutti uniti”. Ma cosa deve fare Maroni? “Non deve espellere più nessuno”, risponde Bossi. E a chi chiede se si è sentito mai tradito, risponde: “Sì, io sono stato tradito dalla Lega”. E da Maroni? “Meno che dalla Lega…”.

Ma non è solo questione di numeri: per la Lega si profila soprattutto una crisi di identità. A leggere le analisi formulate in ordine sparso da vari dirigenti, pare emergere proprio questo timore, benché una discussione collegiale sia in programma soltanto al consiglio federale di venerdì 31 maggio. Dalle urne è uscita una Lega che vorrebbe nascondere elmo e cornamuse, ma che anche in giacca e cravatta non riesce a decollare. E questo genera preoccupazione, anche se Maroni assicura i militanti che la Lega non morirà mai.

Flavio Tosi, sindaco di Verona, segretario veneto e vice di Maroni, è il leghista additato come il dirigente con le maggiori ambizioni ‘oltre’ la Lega. Intervistato dalla Stampa, Tosi ha sostenuto che il risultato delle comunali “è un disastro”, ha aggiunto che la strada è ormai quella delle liste civiche (su cui si mostra freddo il sindaco di Varese, Attilio Fontana) e ha usato poca diplomazia: “Siamo andati avanti anni a parlare di federalismo, riforme, cambiamento e abbiamo portato a casa un’ostrega”. L’altro vice di Maroni, il lombardo Matteo Salvini, si è rivolto ai militanti con un video chiedendo di crederci e assumendosi le sue responsabiità: “Non faccio come Beppe Grillo, che dice che è colpa di chi vota. La colpa è evidentemente nostra, che non ci spieghiamo abbastanza bene. Chiediamoci dove abbiamo sbagliato”. E Bossi chiosa anche stavolta senza mezzi termini: fra Tosi e Salvini “preferisco Salvini”.

Il governatore Luca Zaia, altra anima della galassia leghista veneta, sul tema dell’identità è andato oltre. In un’intervista al Gazzettino ha osservato che “siamo al big bang nella storia del Nord: il leghismo non è più una questione di partito, da destra a sinistra i veneti riconoscono che la questione del nord è cogente”. Come dire che se la Lega è in crisi, ma le istanze leghiste no. Ed è su questo che l’ex deputata espulsa Paola Goisis ha aperto una polemica, sostenendo che “gli elettori si stanno volatilizzando”da quando Tosi guida il partito. Polemica che Tosi stesso ha chiuso rinfacciandole che alle sfortunate elezioni di un anno fa c’erano i “suoi amici del cerchio magico” e non lui.

A dare qualche suggerimento, su Radio Padania, ci ha provato l’ex ministro Roberto Castelli, affermando che bisogna “fare sintesi fra l’anima dura e pura e il futuro” ma “non sparare addosso alle liste civiche”, utili per uscire da uno zoccolo duro che non supera ormai “il milione, milione e trecentomila voti”. Impressioni, giudizi, preoccupazioni a cui si aggiunge la contemporanea pubblicazione su alcuni quotidiani di stralci di verbali dell’ex tesoriere Francesco Belsito, convinto che i dirigenti della Lega sapessero in anticipo delle perquisizioni di un anno fa. Si attendono adesso le mosse di Maroni, che ha scelto Twitter per minimizzare: “Leggo sui giornali l’eccitazione di molti nel dare la Lega ormai morta – ha scritto il governatore della Lombardia – Da vent’anni è così, porta bene, la Lega sopravvive a tutte le gufate”. (29 maggio 2013)

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fonte milano.repubblica.it

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RITRATTI – ‘Il grande cuore di Franca’, di Monica Lanfranco

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fonte immagine politica24.it

Il grande cuore di Franca

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di | 29 maggio 2013

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Per chi appartiene alla generazione degli anni ‘60, per chi ha fatto politica e attivismo a sinistra e nei movimenti delle donne Franca Rame è stata prima di tutto una voce, e un corpo. La sua parole scandite con voce arrochita nei teatri italiani, la sua presenza scenica potente, pure nella strabordante preminenza di quella del suo compagno Dario Fo sono vivissime nella mente di chi ebbe la fortuna di ascoltarle.

Quelle parole, in particolare: la sua testimonianza di stupro. Con un coraggio straordinario Franca Rame dette voce a tutte le donne violentate, in tempi in cui ancora poco si parlava di stupro. Calcò la mano sulla matrice dell’odio maschile verso di lei, verso il suo corpo di donna, che in quel caso veniva da uomini fascisti che la odiavano perché comunista, ma riuscì a mettere in luce, forse per la prima volta in modo chiaro e preciso, che la violenza sul suo corpo andava oltre il disprezzo politico: era la punizione scelta nei suoi confronti perché era una donna, prima di tutto, e una donna la si violenta per distruggerla, mortificarla, annullarla. Un messaggio per lei, e per le altre. Tutte.

Ascoltai quel monologo a Genova, in un teatro periferico perché erano tempi nei quali la proposta Fo/Rame non poteva calcare le scene dei teatri accreditati dai salotti buoni. Lo stupro di Franca, raccontato da lei pubblicamente nonostante le minacce di morte ricevute dai suoi aguzzini, diventato un pezzo di storia dolorosa del percorso della libertà delle donne italiane, oggi viene per fortuna rilanciato attraverso i social media e la rete, e va condiviso e proposto nelle scuole, così come anche il documentario Processo per stupro, che la Rai trasmise a ora tarda scatenando le ire di mezzo paese.

Il monologo di Franca Rame non fu sempre accolto, anche a sinistra, con benevolenza: accanto infatti all’ovvia acredine fascista, che si rovesciò su di lei giubilando perché una “cagna comunista era stata giustamente punita” ci fu chi stigmatizzò il suo “eccesso femminista”: Franca Rame andava bene finché stava in ombra a fianco del grande Dario, ma quando si mise in prima fila con quell’outing ruppe, anche a sinistra, un tabù.

In un’intervista che ebbi la fortuna di farle proprio dopo quella esibizione genovese mi disse, lei che era stata violentata da squadristi di destra: ”La violenza sulle donne non ha colore, è fatta sulla donna perché è una donna. E viene da ogni parte.”

Una affermazione, allora come ora, di enorme coraggio e lucidità.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Legge elettorale, scontro nel Pd sul Mattarellum. La Camera boccia la mozione

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fonte immagine antonioriccipv.com

Legge elettorale, scontro nel Pd sul Mattarellum. La Camera boccia la mozione

Il deputato renziano Giachetti presenta una mozione, firmata da un centinaio di colleghi di partito, che chiede il ritorno al sistema maggioritario. Finocchiaro attacca: “Intempestivo”. Gasparri e Brunetta: il testo va “contro l’esecutivo” guidato da Letta. Il movimento 5 stelle: “Non voteremo il testo di Giachetti, preferiamo nostro correttivo”

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di | 29 maggio 2013

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La “mozione Giachetti” sulla legge elettorale, che avrebbe ripristinato il Mattarellum, è stata bocciata dalla Camera.  La proposta del deputato renziano Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera, di tornare al “Mattarellum”, cioè al sistema maggioritario in vigore prima dell’avvento del “Porcellum” nel 2005 è stata firmata da un centinaio di colleghi democratici, ma ha visto lo stop dell’Aula di Montecitorio con 400 “no”, 139 “sì” e 5 astenuti. La prima bocciatura da parte dell’esecutivo è arrivata proprio dal presidente del consiglio Enrico Letta che a Montecitorio aveva anticipato che avrebbe invitato “al ritiro” della proposta.  ”In caso contrario darò parere contrario a quelle mozioni che entrano troppo nel merito” del percorso istituzionale. Il deputato, però, aveva ribadito di fronte all’assemblea del gruppo Pd alla Camera che non avrebbe ritirato la mozione. E anche verso Letta aveva usato toni duri: “Me lo ha chiesto in Aula in modo dialogico e io in maniera altrettanto dialogica dico che non la ritirerò”.

SCONTRO NEL PD La mozione ha soprattutto infiammato lo scontro all’interno del Pd. A guidare la fronda anti Mattarellum, Roberto Speranza, che ha commentato l’esito del voto esprimendo soddisfazione per “il voto unitario del Pd, un gruppo che discute, ragiona e poi sa rispettare le scelte”. Durante la riunione dei deputati democratici il capogruppo del Pd aveva chiesto il ritiro della mozione di Giachetti. “In caso contrario il Pd voterà contro”, ha aggiunto il deputato. “Una mozione intempestiva”, gli ha fatto eco Anna Finocchiaro, presidente Pd della commissione affari costituzionali del Senato.

GIACHETTI: “MOZIONE BIPARTISAN, FIRMATA DA 100 DEPUTATI” Giachetti si è difeso dalle critiche e ha spiegato a Speranza che di non poter ritirare il documento che era stato firmato non solo da deputati del Pd, tanto che la dichiarazione di voto in aula sarebbe stata fatta da Antonio Martino del Pdl. E il depuato ha poi aggiunto di aver avuto un approccio “di grande umiltà”. “L’ho mandata a 630 deputati, l’hanno firmata in 100” e non solo del Pd. “Prepotente – ha detto Giachetti richiamando le parole di Anna Finocchiaro – sarebbe ritirarla ora. Non è una mozione di partito, di gruppo, nè tantomeno di corrente”. Nel dibattito è intervenuto anche il segretario Pd Guglielmo Epifani: ”E’ il tempo del cambiamento. Dico qui con chiarezza che tutto il Pd non vuole più tornare a votare con questa legge elettorale. E’ un impegno di serietà e lo dobbiamo al Paese”.

MOLTI DEMOCRATICI HANNO RITIRATO LA FIRMA La mozione ha visto anche molti dietrofront.  Lo stesso vicepresidente della Camera, alla fine della seduta a Montecitorio ha annunciato “che i deputati Marco Fedi, Simona Flavia Malpezzi, Alessandro Bratti, Irene Manzi, Caterina Bini, Floriana Casellato, Ezio Primo Casati, Manfred Schullian, Umberto D’Ottavio, Maria Luisa Gnecchi, Marco Carra e Maria Amato, hanno ritirato la propria firma dalla mozione Giachetti ed altri”. E, durante la riunione del gruppo Pd, si sono sganciati anche Walter Verini e Fulvio Bonavitacola. Favorevoli, invece, trentaquattro deputati – tutti i renziani, Pippo Civati e due prodiani –  che hanno votato contro la relazione del capogruppo Roberto Speranza che chiedeva a Roberto Giachetti di ritirare la mozione. Ci sono stati cinque astenuti tra i veltroniani. L’appoggio al deputato era arrivato anche da Sel. “Siamo a favore della mozione Giachetti, di cui anche io sono firmatario, perchè questa porta alla cancellazione dell’attuale legge elettorale – afferma Gennaro Migliore (Sel) intervendo nell’aula della Camera – e rappresenta un risarcimento rispetto a un elettorato che ha dovuto subire tre volte la condanna di andare votare con il porcellum”.

GASPARRI (PDL): “GOVERNO LETTA A RISCHIO” E la proposta ha agitato anche le acque delle larghe intese. Sul fronte opposto, Maurizio Gasparri ha avvertito che, ancora una volta, l’esecutivo capitanato da Enrico Letta è stato in pericolo: “Ogni iniziativa che crea confusione mette a rischio il governo“, ha affermato il vicepresidente Pdl del Senato. “E’ tempo di riforme, si deve ripartire dal presidenzialismo: mettere prima la legge elettorale è un errore”. Ancora più esplicito il capogruppo alla Camera Renato Brunetta: “La mozione Giachetti è una mozione contro Letta. Siamo molto amareggiati. Noi volevamo che venisse ritirata. Il Pd ci sta provando. Noi”, ha continuato l’ex ministro Pdl, “siamo leali a Letta, al governo e alla maggioranza, ma con un Pd di lotta e di governo non si può andare avanti. E’ una dicotomia che mette in difficoltà il governo e lo sottopone ad un continuo stress. E’ il momento invece adesso di pensare ai problemi concreti”.

Toni molto più morbidi e nessun riferimento diretto allo scontro interno nel partito, invece, nelle parole del premier, che è tornato al Senato per le repliche prima del voto sulle mozioni. Il presidente del Consiglio ha prima sottolineato gli appelli del Quirinale: ”Oggi siamo qui a dare immediato seguito e applicazione all’impegno preso nel momento in cui si è chiesto a Napolitano di essere rieletto”. Poi ha tracciato la rotta indicata dalla risoluzione di maggioranza, che prevede 18 mesi di tempo per le riforme costituzionali. “Abbiamo la Costituzione più bella del mondo”, ha detto Letta, ma “oggi bisogna adeguare la seconda parte del testo per dare piena attuazione ai principi contenuti nella prima parte”.

Il presidente del Consiglio ha commentato il risultato elettorale legando il dato sull’astensione alla necessità della politica di dare risposte al “drammatico distacco dalla politica”.

M5S: “LA LEGGE PORCATA SALVA GRAZIE A INCIUCIO” “La legge elettorale porcata si salva ancora una volta grazie al perpetuarsi dell’inciucioPd-Pdl”, è il commento del Movimento 5 Stelle dopo il voto in aula sulle mozioni relative al percorso di riforma della Costituzione. A rincarare la dose Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera: “E’ uno scandalo, il Pd ha salvato il Porcellum e lasciato solo Giachetti, compresi i renziani e i giovani turchi. La mozione Giachetti poteva finalmente liberarci dal Porcellum. Se questa è la tenuta dei renziani alla Camera, io non vedo che piena continuità con il vecchio Pd”.

Il testo Giachetti era finito al centro di un fitto scambio di mail tra i deputati del Movimento 5 Stelle. Al centro della discussione la linea da tenere: se sostenere o meno la richiesta di ritorno al Mattarellum. A chi faceva notare che il via libera alla mozione avrebbe rischiato di mettere in difficoltà il governo, il deputato Walter Rizzetto ha risposto ironico: “Allora sì, votiamola. Questa è musica per le mie orecchie”. Alla fine, però il movimento ha scelto di non convergere sul testo del deputato renziano e di rimanere sul proprio. “Abbiamo valutato la proposta – ha spiegato Riccardo Fraccaro alle agenzie – ma preferiamo il correttivo del Porcellum da noi proposto”, con preferenze, limite di due mandati e incandidabilità dei condannati. “Crediamo – ha aggiunto – si tratti di una proposta più rappresentativa della volontà popolare. In Aula vedremo se astenerci o votare contro” la mozione Giachetti, “di certo non l’appoggeremo. Voteremo la nostra mozione”.

E la mozione di cui hanno parlato è quella che i deputati hanno presentato alla Camera. Il testo presenta “correzioni immediate” da apportare alla legge elettorale. I ritocchi proposti dai M5S non si discostano molto da quelli già ipotizzati per la clausola di salvaguardia che è stata cancellata dalla mozione di maggioranza sulle riforme (introduzione di una soglia al premio di maggioranza e ripristino delle preferenze). “Ora non possono non votare la nostra risoluzione – ha detto il deputato Riccardo Nuti – Ammetterebbero che non vogliono fare nulla”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Cambio della guardia nel M5S: via Lombardi e Crimi, dentro Nuti e (forse) Orellana

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Cambio della guardia nel M5S: via Lombardi e Crimi, dentro Nuti e (forse) Orellana

Come anticipato ad inizio legislatura, nei prossimi giorni ci sarà il “cambio” ai vertici dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. Al posto della Lombardi sicuro l’ingresso di Nuti, al Senato favorito Orellana

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Manca solo l’ufficialità, ma non sembrano esserci dubbi sul fatto che nei prossimi giorni Vito Crimi e Roberta Lombardi non saranno più i capigruppo del Movimento 5 Stelle alle Camere. La conferma è arrivata dalla stessa Lombardi in una intervista a Nove in Punto, su Radio 24: “Ai primi di giugno ruotiamo. Questo fa sì che i cittadini continuino a seguire il progetto del Movimento 5 Stelle e non si affezionino alle persone che in quel momento ne sono i portavoce e hanno la maggiore visibilità“. Del resto, si tratta di un passaggio più volte annunciato e in linea con le indicazioni “pre – elettorali” che prevedevano un’alternanza al vertice dei gruppi parlamentari di Camera e Senato.

Si chiuderà così la reggenza di Vito Crimi e Roberta Lombardi, che hanno traghettato gli eletti a 5 stelle nel periodo più complesso e insidioso. E che hanno subito il peso di critiche e apprezzamenti, di un’attenzione mediatica senza precedenti alla quale non sempre hanno reagito nella maniera più opportuna, come confessa la stessa Lombardi: “Non eravamo, forse, abbastanza preparati psicologicamente all’impatto che c’è stato, forse anche per il risultato elettorale in bilico“. Un compito che ha avuto come momenti centrali le due “consultazioni in streaming” con Bersani e Letta, con lunghe code polemiche anche all’interno del Movimento che in qualche modo hanno indebolito le loro figure. Certo è che per loro ora si apre una fase nuova, con Crimi che resta nome su cui puntare anche nelle prossime attività del gruppo (anche se dovesse saltare l’ipotesi Copasir), mentre la Lombardi potrebbe comunque affiancare il suo successore al vertice del gruppo.

C’è ovviamente grande attesa per conoscere i nomi dei successori, anche se la stessa capogruppo alla Camera ha anticipato che a sostituirla dovrebbe essere il suo vice, il palermitano Riccardo Nuti. Al Senato resta qualche dubbio da sciogliere, ma i favoriti d’obbligo sono Luis Alberto Orellana (anche se si tratterebbe di un altro eletto in Lombardia), le senatrici dell’Emilia Romagna Bulgarelli e Montevecchi e la toscana Alessandra Bencini.

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fonte fanpage.it

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Franca Rame, il Tg2 chiede scusa per il servizio offensivo

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Franca Rame, il Tg2 chiede scusa per il servizio offensivo

Il Tg2 corre ai ripari. Su Franca Rame manda in onda un servizio in cui si ricorda lo stupro fascista. E chiede scusa per primo servizio offensivo

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redazione globalist.it
mercoledì 29 maggio 2013 20:57

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Il Tg2 si è sbrigato a correre ai ripari. Dopo il servizo offensivo denunciato da Globalist, ha cambiato strada, facendo un servizio più oculato, attento alla verità storica, che citava lo stupro fascista soprattutto. E senza riferimenti all’avvenenza di Franca suggestivamente messa in rapporto con la feroce violenza.

Il Tg2 della sera ha chiesto anche scusa per il servizio di Carola Carulli, spiegando ai telespettatori che a qualcuno era sembrato involontariamente offensivo. Diciamo che è buono che siano arrivate le scuse, ma è immaginabile che la responsabilità di un servizio così sbagliato, allusivo, omertoso e lontano dalla verità storica nons ia soltanto l’autrice. E che qualcuno abbia una responsabilità più grande perché direttiva.

Le inopportune dichiarazioni di Marcello Masi – Il direttore del Tg2, Marcello Masi, esprime da parte sua «rammarico per il fatto che qualcuno possa solo immaginare che ci sia qualsiasi giustificazione a ogni forma di violenza nei confronti delle donne e in particolare di Franca Rame, che ha segnato la mia crescita umana. Mi vergogno per quelli che pensano una cosa del genere».

Vergognandosi per quelli che hanno pensato una cosa del genere, Masi probabilmente voleva riferirsi a Globalist, ossia al sito che ha sollevato il caso e che non sta molto simpatico al direttore del Tg2, non fosse perché – unici – lo abbiamo sbeffeggiato mentre imperterrito mandava in onda a spese del servizio pubblico la sua cara Michela Vittoria Brambilla, che ha battuto il record di presenze con la scusa dei cani.

Peccato però che Masi, poco accorto almeno quanto la Carulli, abbia sostanzialmente detto che si vergogna di quelle migliaia e migliaia di persone che avendo visto e sentito quanto andato in onda hanno protestato, si sono indignati e hanno chiesto che fatti simili non accadano più. Masi, quindi, si vergogna della stragrande maggioranza di coloro che hanno avuto la sventura di vedere quel servizio del Tg2.

Salvo poi essere costretto (da viale Mazzini?) a chiedere pubblicamente scusa. E allora Masi ci spiegherà se si vergogna così tanto di noi e dei suoi telespettatori, perché ha dovuto scusarsi? O non farebbe prima a vergognarsi per quello che dolosamente o colposamente è uscito dal suo Tg? Peccato. Un vero peccato. Ammettere l’errore e chiedere scusa è un gesto coraggioso, anche perché tutti possiamo sbagliare. Invece il nostro ha voluto esternare, tanto che noi, adesso, ci vergognamo della sua vergogna. (Globalist).

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fonte globalist.it

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