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Libri gettati nella spazzatura a Bari la condanna del Comune : “Mai più”

Libri gettati nella spazzatura a Bari la condanna del Comune : "Mai più" I libri gettati nella spazzatura

Libri gettati nella spazzatura a Bari
la condanna del Comune : “Mai più”

Parte la campagna “proteggiamo i libri” con l’indicazione di dove portare i volumi di chi non li vuole più in casa. L’assessore Abbaticchio: “Gettare un libro significa gettare un pezzo di storia delle persone che lo hanno scritto o letto”

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di GIANVITO RUTIGLIANO

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La scena è stata incredibile, quasi uno spot per favorire il recupero della lettura: un bidone per la raccolta differenziata della carta trasformato in pochi minuti in una libreria gratuita a cielo aperto. I libri appartenuti ad un uomo deceduto sono stati buttati nella spazzatura proprio di fronte al megastore Feltrinelli del capoluogo, in via Melo, attirando tanti curiosi che hanno letteralmente “pescato” dall’improvvisato patrimonio bibliografico. In questo caso è stata la spontaneità ad evitare che la preziosa collezione diventasse materiale da riciclo, ma l’episodio non è passato inosservato.

IL CASO LIBRI NELLA SPAZZATURA, BIDONI PRESI D’ASSALTO

È l’assessore al welfare del Comune di Bari, Ludovico Abbaticchio, a lanciare un’idea per tutelare i volumi ed evitare loro una fine ingloriosa. “Un libro usato, letto e riletto  –  secondo l’assessore – è comunque portatore di storie e di pensieri che hanno contribuito ad accrescere i bisogni collettivi di salute che, anche attraverso la cultura della lettura, significa benessere sociale. Gettare un libro significa gettare un pezzo di storia delle persone che lo hanno scritto o che lo hanno letto!”.

L’appello rivolto ai cittadini che non possono mantenere in casa i loro libri, per i più svariati motivi, è di portarli presso il Centro Futura – Biblioteca dei ragazzi a Largo 2 Giugno, gestito da Progetto Città. Sarà compito dell’assessorato, in collaborazione con i Centri di Ascolto e Centri Polivalenti, distribuirli a famiglie ed associazioni interessate allo sviluppo della lettura. L’intenzione è quella di adibire anche nelle Circoscrizioni appositi spazi di raccolta.

I volumi ritenuti più importanti e di pubblico interesse entreranno a fare parte del patrimonio pubblico della città e saranno inseriti nella Biblioteca civica che sorgerà nell’area dell’ex Caserma Rossani, grazie all’accordo con la Teca del Mediterraneo. “Mi auguro che tutti i Comuni pugliesi lancino questa campagna per il recupero dei libri usati. – è l’appello di Abbaticchio – Proteggiamo i libri!”. (17 maggio 2013)

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fonte bari.repubblica.it

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Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933

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fonte immagine commons.wikimedia.org

Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933

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di | 9 maggio 2013

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Il 10 maggio 1933 è una delle date più plumbee della storia della cultura europea. In varie città della Germania, il nazismo giunto al potere da alcuni mesi organizza giganteschi roghi di libri svuotando le biblioteche delle principali città universitarie tedesche. Senz’altro il più vasto e pianificato incendio di libri della storia contemporanea, per quanto l’atto non sia affatto nuovo nel corso delle vicende umane. Uno degli esempi più vicini e metodici è quello dell’Inquisizione, con la Congregazione dell’indice che compilava l’elenco dei libri proibiti il cui destino era la distruzione. Frequenti sono anche i richiami letterari al rogo di libri dal Shakespeare de La Tempesta ad Almansor di Heine Heinrich del primo Ottocento di cui è noto il passaggio: “Dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo”.

Il rogo di libri è un atto di devastante violenza psicologica poiché assume i tratti di un annientamento simbolico dell’uomo, del suo sapere, delle sue idee. Dal marzo 1933, in Germania, sono già attivi i campi di concentramento per gli oppositori politici. A fine febbraio l’incendio del parlamento, organizzato dai nazisti e attribuito alle sinistre, è servito a intensificare le azioni repressive di Hitler.

A prendere fuoco in quel 10 maggio – come nei giorni precedenti e successivi – sono tutti quei libri giudicati contrari allo spirito tedesco e colpiscono gli autori ebrei – Sigmund Freud tra questi – i comunisti, i socialisti e tutti coloro che sono stati sostenitori dell’appena abbattuta Repubblica di Weimar. In quello stesso giorno, a testimonianza dell’impeto distruttore del nazismo, è sequestrato il patrimonio del principale partito di opposizione (il Partito socialdemocratico) e vengono espropriate le sue oltre cento tipografie.

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A colpire è la partecipazione della popolazione a queste manifestazioni, organizzate con precisi rituali come nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino, il rogo notturno più noto, trasmesso anche dalla radio, che diventa la spinta per altri falò nelle principali città tedesche, come nelle minori, sin oltre la metà del mese di giugno. Sono manifestazioni che mobilitano i militanti nazisti alle quali dà corpo il diffuso quotidiano del partito “Volkischer Beobachter”. Spesso in prima linea nei roghi – come a Berlino – ci sono gli studenti davanti all’entusiasta ministro della propaganda Paul Josef Goebbels. E’ una violenza che crea consenso e consenso attraverso il terrore. Accadrà lo stesso per successivi eventi pubblici come le arianizzazioni e la notte dei cristalli del 1938 quando sono infrante le vetrine di decine di migliaia di negozi ebrei in tutta la Germania. Dopo i libri tocca agli artisti e agli autori, ridotti al silenzio e costretti a emigrare, tra gli altri: Heinrich Mann, Thomas Mann premiato con il Nobel per la letteratura nel 1929  e Bertold Brecht.

E’ il delirio nazista e pangermanista della dittatura in atto che nasconde paure profonde come quella, evidente già durante l’Ottocento, di essere contaminata dagli slavi ad est e dalla Francia a ovest. Come ogni assolutismo iconoclasta, i roghi sono  una fuga dalla realtà. In questo caso l’avversione alla cultura mostrata dai nazisti maschera la preoccupazione del mantenimento del consenso. Il dominio del Partito nazista è certificato dalla costruzione di un articolato apparato di simboli. Il lavoro, ad esempio, è innalzato a elemento sacro in funzione della nazione e del popolo, ma spogliato di ogni diritto. Quanto all’accesso all’istruzione, il nazismo non manca di ribadire gerarchie razziali arrivando a negare l’accesso alla scuola per gli ebrei e a proibire la letteratura e ogni rudimento di alfabetizzazione per gli slavi nei territori occupati durante la guerra. Altrettanto noto è l’atteggiamento di uno degli uomini più potenti del Reich nazista, Hermann Göring che quando sentiva parlare di cultura, “metteva mano alla pistola”.

Il libro non è sempre portatore di conoscenza, complessità, dubbio. I roghi e l’ascesa dei fascismi (che arrivano a minacciare pure la Francia) si spiegano anche con la proliferazione di una vasta letteratura razzista e antisemita che dall’Ottocento arriva fino all’affermazione del nazismo ed è naturalmente ben conosciuta a Hitler e al suo gruppo dirigente. Nei primi anni della Repubblica di Weimar ottiene un grande successo il romanzo razzista segregazionista di Hans Grimm ambientato in Africa, Un popolo senza spazio, a riprova di quanto siano bene accolte queste tesi fra la borghesia istruita.

Ordine, segregazione, autorità diventano lo sfogo anche alla frustrazione di masse avvilite, nel giro di pochi anni, da due epocali crisi economiche. Masse abbacinate da soluzioni semplici quanto violente saranno poi complici di un più grande disegno di distruzione e di morte.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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LIBRI, PASSAPAROLA – Siate pronti per la decrescita

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Siate pronti per la decrescita

Come affrontare la necessità di vivere in un mondo attraversato dalla crisi globale, con meno risorse, meno energia e meno abbondanza… e vivere, se non felici, almeno sereni

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PREPARIAMOCI, la festa è finita ed è ormai il tempo del rigore. Consapevoli che energia e risorse naturali non sono senza fondo, è necessario dire basta (da subito) agli sprechi e a quel modo dissennato di consumare che sta portando il pianeta ai limiti del collasso. Ci aspetta un’altra vita, più essenziale e più spartana, prospettiva inevitabile, ma anche possibile. E dunque, se è fondamentale assicurarsi un futuro con i beni fondamentali garantiti, è giunta l’ora di rinunciare al superfluo. Prepariamoci esorta il titolo del nuovo saggio di Luca Mercalli, che presiede la Società metereologica italiana e dirige la rivista Nimbus, perché solo con un piano per salvarci il mondo del futuro potrà rimanere sostenibile per gli esseri umani.

Ma tranquilli, decrescenza non necessariamente trascina con sé tristezza e depressione. Anzi. Vivere in con minori risorse, minore abbondanza e con meno energia, può trasformarsi in un’opportunità positiva, per ridefinire i nostri veri bisogni e rimodulare la scala delle priorità dell’esistenza. Una strada che può forse condurre perfino a una maggiore serenità, se non addirittura alla felicità.

Troppo ottimismo? Può darsi. Ma poiché è indubbio che una crisi globale a più facce, che coinvolge clima, ambiente, energia, cibo, economia e molto altro, sta minacciando il mondo, l’unica soluzione per reagire è la mobilitazione collettiva per cambiare. Quella che Mercalli definisce “intelligenza”.

Indica il piano e il programma politico che “voterebbe”, l’autore meteorologo e la rivoluzione delle nostre abitudini potrebbe partire da ciascuno di noi. Dobbiamo essere pronti ad accettare uno stile di vita più sano e più economico che si traduce in meno acqua consumata, meno luci accese inutilmente, meno inquinamento. E soprattutto più impegno civile, per garantire effetti positivi e costanti. Insomma , a fronte dell’emergenza, non servono i miracoli (impossibili). E, allora, per quel che ci compete, rimbocchiamoci le maniche e… “Prepariamoci”.

Crisi diffusa e futuro incerto, da dove far partire il cambiamento?
La crisi continua a essere vista solo come un fatto finanziario invece si tratta di una profonda crisi strutturale dovuta alla diminuzione di risorse energetiche, minerarie e naturali facilmente estraibili (quindi aumentano i costi…), e all’aumento della popolazione, dei rifiuti e dei cambiamenti climatici (altri costi e disastri ambientali). Pertanto il cambiamento deve partire da un severo abbattimento degli sprechi, un aumento dell’efficienza nell’uso di energia e materia e una revisione, anche in senso filosofico, delle necessità materiali dell’uomo. Garantire sì i bisogni fondamentali, ma interrogarsi sul senso del superfluo, che è poi riconducibile ad altri consumi di materiali ed energia, e alla produzione di rifiuti. Volere di meno, decrescere insomma, è l’unica ricetta per mantenere la sostenibilità della specie umana su un pianeta che non ce la fa più a rifornirne tutti i capricci. La crescita economica infinita in un pianeta finito è impossibile, dobbiamo mettercelo in testa, prima che siano i processi fisici, chimici e biologici a imporcelo, in un modo che però non sarà né gradevole, né negoziabile.

Lei parla di intelligenza collettiva, è una soluzione?
I guasti ambientali che stiamo infliggendo alla Terra e quindi a noi stessi, sono la somma delle decisioni di sette miliardi di persone. Anche una semplice bottiglietta di plastica abbandonata in un prato avrà delle conseguenze a lungo termine. Quindi devono maturare consapevolezze negli individui e nella società, e il gesto di ciascuno di noi avrà sempre un senso se ridurrà i prelievi di risorse e la produzione di rifiuti ed emissioni che alterano il clima.

Quale programma politico per un mondo con meno risorse , ma sostenibile?
Prima di tutto dobbiamo dirci francamente le cose come stanno: la torta delle risorse è sempre più piccola ed è una favoletta continuare a ingannare le persone con la storia della crescita infinita. Poi un programma politico di costruzione della resilienza, ovvero la proprietà del sistema di non collassare quando sottoposto a uno shock. La Grecia è un esempio di decrescita subita e non gestita, in assenza di resilienza: i cittadini hanno perso nel giro di pochi mesi la capacità di pagare la bolletta energetica, l’assistenza sanitaria e addirittura la sicurezza alimentare. Un programma politico per la resilienza vuol dire investire sull’autosufficienza energetica e alimentare, insomma, garantire a tutti il necessario per mantenere un livello di vita dignitoso e abbandonare i progetti inutili e gli sprechi assurdi. Nello stesso tempo avremmo anche
un vantaggio ambientale: il ricorso alle energie rinnovabili e la diminuzione di uso di energia fossile farebbero bene tanto al portafoglio quanto all’atmosfera.

Prepariamoci

Luca Mercalli
Chiarelettere
Pag. 238, euro 14

(08 maggio 2013)

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fonte articolo repubblica.it

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Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi. Intervista a Monica Lanfranco

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Intervista a Monica Lanfranco

Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi

martedì 12 marzo 2013, di Cristina Papa

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“Uomini che [odiano] amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi” nasce da una speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Nella introduzione al libro tu scrivi “tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale”. Perché t’ha colpita tanto l’articolo di Laurie Penny, che racconta di aver fatto attraverso il suo blog delle domande ai lettori sulla loro sessualità ?

Perché non si trattava di un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.
“La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”, scrive. Laurie Penny ammette nell’articolo che si aspettava qualche decina di risposte, dopo aver lanciato la proposta, visto che lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne. Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva.
Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.


Quante risposte hai ricevuto ?

Oltre 300, che moltiplicate per 6 fanno 1800 risposte!

Su cosa vertono le domande ?

Eccole: Che cosa è per te la sessualità? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? Essere virile: che significa? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità.

Qual’ è il tuo obiettivo con questo testo ?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri.
Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme.

Nel libro non intervieni mai sulle risposte, non commenti: perché questa scelta, non sarebbe stata utile?

Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo. Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano.
La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio – politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo del libro è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Cosa può offrire a chi legge una raccolta di testimonianze ?

Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Credi che le riflessioni che hai ricevuto siano tutte completamente genuine o dettate da una buona dose di narcisismo?

Ne rispondere a domande intime c’è sempre anche una componente di narcisismo, così come c’è nella scelta di relazionarsi: è un buon motore per costruire!

Pensi che sia ancora diffuso il sessismo?

L’avvocata femminista premio Nobel Shirin Ebadi ha scritto, senza mezzi termini, che il sessismo è “una malattia mortale che viene trasmessa dalle donne con il latte materno”. La sua è una affermazione forte, ma lontana dall’essere un atto di accusa contro il suo stesso genere. Al contrario, se pensiamo che viene da una donna impegnata contro la discriminazione e la violenza sulle donne, in particolare nei regimi teocratici e in generale nei paesi extraeuropei, il suo monito suona piuttosto come un atto di responsabilità per le madri e in generale per chi ha responsabilità educative.
Famiglia, scuola, agenzie educative sono gli ambiti dove è decisivo intervenire contro gli stereotipi sessisti, spesso radicati in modo occulto nelle culture tradizionali ma anche nei luoghi comuni che, anche a livello inconscio, continuiamo a trasmettere.
Giusta è oggi l’attenzione verso il terribile rosario di vittime del femmi­nicidio: è importante però anche il lavoro, incessante e quotidiano che, a partire dal linguaggio, smantelli abitudini mentali e pratiche che di fatto alimentano una visione delle donne e del femminile come inferiore rispetto agli uomini e al maschile.
Per questo, accanto alle lotte responsabili delle donne, è ormai imprescin­dibile che gli uomini alzino la testa e la voce: padri, amici, compagni, mariti, amanti e fratelli devono sentire che questa non è una lotta o una questione che riguarda le donne: riguarda, prima di tutto, gli uomini e i loro comportamenti. E non illudiamoci che ignorando il problema esso si estingua.
Sarebbe un errore fatale pensare che l’educazione e il rispetto tra generi e generazioni si trasmettano per osmosi, e che la forza del patriarcato, nella sua banalità maligna, si spenga solo perché alcune di noi, forse, non ne sono più vittime. Faccio due esempi semplici rubati al quotidiano. Si sa che su facebook abbondano le stupidaggini, chiamiamole in questo modo: ci sono gruppi con adesioni altissime che nascono esclusivamente per raccogliere banalità di ogni tipo, spesso a sfondo sessista, velatamente o in modo palese. Ma il saperlo non rende questa valanga ingente di ciarpame, che rischia di invadere le nostre pagine, specialmente quelle di ragazzi e ragazze, meno irritante e talora offensiva.
Nella giornata in questione mi cade l’occhio sul post di un poco più che adolescente (ora si dice ‘giovane’ anche di un/una trentenne, questo ne ha appena 18): intercetto questa perla di saggezza perché ho incautamente come ‘amici’ alcuni studenti e così ho la fortuna di leggere il seguente commento:. “La mia ex era così fredda che ci potevo pattinare sopra.” Da lì a poche ore, al supermercato, mentre mi aggiro tra gli scaffali, vedo un uomo sulla quarantina accucciato che fissa il reparto dei detersivi per il bucato. “Lei che è una donna, – mi fa – può indicarmi con che cosa lavare a mano?” Lei che è una donna: quindi, nella mente di quel signore, deputata a conoscere, per genere, i segreti del bucato. Sono necessari altri esempi presi dal banale quotidiano per affermare che forse esiste una questione maschile nel nostro paese?

Hai dedicato a qualche persona in particolare questo libro ?

Sì, ho dedicato il libro in modo specifico ai miei due figli, due maschi, Anteo di 23 anni e Cielo di 18; mentre Letteralmente femminista- perché è ancora necessario il movimento delle donne , che ho scritto nel 2009, era dedicato alle donne, questo mi è sembrato importante pensarlo soprattutto per loro. Non è sempre facile, in questo mondo così violento e ancora pesantemente sessista, educare due giovani uomini a non diventare pessimi uomini, e nemici delle donne.


Quali riflessioni ti hanno suscitato le risposte che hai ricevuto ?

Moltissime mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora!

Pensi che il libro sia più utile ad un uomo o una donna?

Bella domanda; come sostiene la scrittrice Ursula Le Guin ogni libro mentre viene letto viene anche riscritto da chi lo sta scorrendo; penso quindi che la lettura di Uomini che [odiano] amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi possa essere utile alle donne perché apre una finestra su emozioni maschili altrimenti difficili da rintracciare, e agli uomini per riconoscersi, o trarre, ispirazione, dalle parole di questi loro simili.


Come hai strutturato il libro ?

Ho scelto, per ogni risposta, di dividere il materiale in due parti: prima le risposte più brevi, di una o due righe, poi quelle lunghe. Le risposte brevi sono state proposte, anche per scelta visiva, una dietro l’altra, a formare quasi una sorta di poesia/mantra, ispirandomi alla scelta fatta da Eve Ensler nella versione italiana del libro che contiene i testi del suo I monologhi della vagina.
Non ho omesso nessuna risposta: ho tolto i nomi, anche se in moltissimi mi hanno detto che non avrebbero avuto nulla in contrario ad essere identificati. Il capitolo che ho chiamato Note a margine è germogliato naturalmente quando mi sono accorta che le annotazioni apposte, prima o dopo le risposte, erano interessanti e istruttive come, e qualche volta più, delle risposte stesse: delle chiose, delle specifiche, delle critiche o dei ringraziamenti che davano il senso e la temperatura politica, e talvolta poetica, del mettersi in gioco degli interlocutori.

A corredo del libro ci sano tre interventi di attivisti delle reti di uomini italiani, Francesco Pivetta, insegnante e terapeuta; Mario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan, di Uomini in cammino. Perché questa scelta?

Perché mi sembrava importante che chi legge avesse degli esempi maschili di esegesi, di interpretazione delle risposte. Così come io non ho voluto commentare, mi è parso interessante che, prima di eventuali momenti collettivi di confronto durante le presentazioni del libro che spero ci saranno, ci fossero queste ‘anticipazioni’: tre sulle stesso materiale, così differenti e quindi così ricche. A Mario Fatibene e Beppe Pavan, da tempo impegnati in gruppi maschili, ho dato da leggere il testo e loro ne hanno ricavato riflessioni e pensieri che compongono il capitolo Letture a caldo. A Francesco Pivetta ho chiesto di scrivere un commento a partire dalle risposte, e dal suo contributo è nata la postfazione del testo. A voi che leggete questa intervista spero che, se leggerete il libro, tutto questo materiale faccia lo stesso effetto di forte empatia che ha avuto su di me.

Il volume (14 euro il cartaceo e 5 il pdf) può essere acquistato inviando una mail a monica.lanfranco@gmail.com
Sui siti www.monicalanfranco.it e su quello www.mareaonline.it sono disponibili l’introduzione del testo, la video recensione e varie interviste.

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fonte womenews.net

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Pertini studente, la sua tesi dispersa e ritrovata oggi diventa un libro

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Pertini studente, la sua tesi dispersa e ritrovata oggi diventa un libro

Il volume sulla cooperazione scomparve con l’alluvione. Discussa alla Cesare Alfieri di Firenze nel 1924 dal futuro capo di Stato. Un voto sotto la media e i suoi perché

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«La cooperazione deve compiere nel campo operaio un’opera benefica e utile sia alla causa dei lavoratori che all’economia nazionale, deve indicare la via del lavoro e non della violenza. Lotta di lavoro e non lotta di classe». È un passaggio della tesi su «La cooperazione» discussa da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze nel 1924. Era data per perduta durante l’alluvione del 1966 ma, ritrovata negli scantinati della biblioteca di Lettere, oggi è stata recuperata ed è un libro pubblicato da Ames e Legacoop Liguria.

IL VOLUME Il libro non è una mera copia anastatica di quella tesi, ma un testo critico realizzato da Sebastiano Tringali con la prefazione di uno dei maggiori docenti di storia contemporanea ed esperto di storia della cooperazione: il professor Paolo Fabbri dell’università di Roma 3 che offre anche due interessanti ipotesi sulla votazione ottenuta allora da Pertini per quella tesi, molto più bassa rispetto alla media dei voti raccolti negli esami: 84/110.

IL CORAGGIO DI PERTINI Sandro Pertini, che nel ’24 aveva 28 anni, era già laureato alla facoltà di Giurisprudenza di Modena ed era stato ammesso al terzo anno di corso presso l’Istituto di scienze sociali «Cesare Alfieri». Il 2 dicembre, dopo aver superato otto esami in soli sei mesi, Pertini ebbe il grande coraggio di saltare sei esami e chiedere la discussione della tesi. Finì davanti a una commissione di super-esperti come l’economista Giovanni Lorenzoni, il direttore dell’Alfieri professore di politica e legislazione economica Riccardo della Volta e Piero Marsili Libelli, economista di formazione cattolica. E infine, Olinto Marinelli, il più importante geografo dei tempi, che liquidò Sandro Pertini al’esame di Geografia con un 18. Senza contare che allora nel cda dell’Alfieri sedevano fior di fascisti. Scrive Fabbri che probabilmente Pertini scontò il coraggio di discutere la propria tesi prima di aver concluso l’iter degli esami, ma sottopone ai lettori anche l’ipotesi di un giudizio politico.

L’IMPEGNO POLITICO «Pertini – scrive Fabbri – quando arriva a Firenze ha già un passato di militante socialista ed è iscritto a Italia Libera», il movimento che è stato radice e humus di «Giustizia e libertà». «L’allora direzione generale di Pubblica sicurezza – scrive Fabbri – ne conosce certamente i movimenti». Ma lo stesso studioso attribuisce scarsa fondatezza a quest’ultima ipotesi: certo è che Pertini aveva fretta di laurearsi e la tesi del giovane studente, pur essendo di »ampia capacità di sintesi«, soffre di »ingenuità di interpretazione«. Una tesi, scrive Fabbri, »passibile di critiche dal punto di vista espositivo, scientifico e financo lessicale«. Da non meritare l’alloro della lode ma nemmeno da esser relegata tra quei lavori tanto inqualificabili da meritare la votazione di 84/110. Un piccolo giallo che aumenta la curiosità di affrontare il libro pubblicato da Ames e Legacoop con riconoscenza per avere di nuovo fruibile un testo di grandi intuizioni democratiche.

12 marzo 2013

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fonte corriere.it

E’ morto Hessel, scrisse “Indignatevi!” / Qui il libro

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Hessel con il Dalai Lama – fonte immagine

E’ morto Hessel, scrisse “Indignatevi!”

Venti pagine nell’edizione francese, che diventarono un caso editoriale in tutto il mondo. “Dov’è finita la vostra voglia di giustizia?”. Partigiano, partecipò alla stesura della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”

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PARIGI – Con il suo libro, diede il nome al movimento degli indignati. E’ morto a Parigi lo scrittore Stephane Hessel, aveva 95 anni. Diventò celebre in tutto il mondo proprio per il pamphlet “Indignatevi!” tradotto e venduto ovunque. Ma Hessel aveva una lunga vita da protagonista da raccontare.

‘Indignez-vous! (tradotto in italiano da Add editore) uscì in Francia il 20 ottobre 2010, pubblicato da Indigene Editions, piccola casa editrice di Montpellier, come scrive l’agenzia Adn-Kronos. Il pamphlet di una ventina di pagine nella sola edizione francese nel gennaio successivo aveva già venduto 700.000 copie. Il libretto ha avuto grande successo in tutto il mondo contribuendo anche alla nascita e all’affermazione del movimento giovanile degli Indignados.

Nel pamphlet liberatorio e corrosivo, Hessel si chiese dove sono i valori tramandati dalla Resistenza, dov’è la voglia di giustizia e di uguaglianza, dov’è la società del progresso per tutti. Forte dello straordinario successo guadagnato in poco tempo, Hessel ha pubblicato nel 2011 un altro pamphlet “Engagez-vous!” (“Impegnatevi!”, tradotto in italiano da Salani), stampato da una casa editrice di media grandezza, le Editions de l’Aube: un appello alle giovani generazioni “a rivoltarsi e a impegnarsi”.

La biografia di Hessel è stata segnata dalla seconda guerra mondiale, quando fu fatto prigioniero ma riuscì ad evadere e a raggiungere il generale De Gaulle a Londra e partecipare così alla Resistenza. Inviato in Francia nel 1944, fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, dove nascose la sua identità per sfuggire all’impiccagione. Evase di nuovo, venne catturato, ma saltò da un treno e riuscì ad unirsi alle truppe americane. Dopo la liberazione lavorò come diplomatico al Segretariato generale dell’Onu: collaborò con Renè Cassin e partecipò alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948).

Nato a Berlino il 20 ottobre 1917 da una famiglia ebrea (ma in parte convertita al luteranesimo), Stephane Hessel arrivò in Francia nel 1925. La madre pittrice ispirò il personaggio di Catherine nel film “Jules e Jim”, la storia di una donna amata da due amici che il regista François Truffaut portò sullo schermo a partire dal romanzo autobiografico di Henri-Pierre Rochè. Il padre Franz, che nel romanzo di Rochè ispirò il personaggio di Jules, fu scrittore e traduttore, fra l’altro di Marcel Proust, ed amico di Walter Benjamin.

Naturalizzato francese nel 1937, diplomato all’Ecole Normale Superieure di Parigi nel 1939, Hessel seguì i corsi del filosofo Maurice Merleau-Ponty e poi di Jean-Paul Sartre e quindi iniziò la carriera diplomatica, interrotta dalla guerra.

Nominato “Ambasciatore di Francia” da François Mitterrand nel 1981, Hessel ha consacrato gli anni della pensione alla militanza in favore dei sans-papiers e della causa palestinese, aderendo alla campagna per il boicottaggio dei prodotti israeliani, suscitando vivaci discussioni. Nel 2006 è stato nominato Grand’Ufficiale della Legion d’onore della Repubblica francese. In tutta la sua vita non ha mai trascurato l’impegno politico diretto, sostenendo il Partito socialista francese e nel 2009 si presentò nella lista di Europa Ecologia alle elezioni per il Parlamento europeo. (27 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

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Un compagno abruzzese ci ha girato la traduzione del bestseller francese.

Autore della traduzione è Tonino D’Orazio, valoroso militante della CGIL e della Federazione della Sinistra abruzzese (Socialismo 2000), che l’ha fatta girare via mail tra i compagni e per tale via è giunta a Controlacrisi.org.

Non potevamo che socializzare immediatamente.
Scritto dall’ultranovantenne Stéphane Hessel per le edizioni Indigène di Montpellier, già alla decima ristampa con circa un milione di copie vendute,(a solo € 3), il pamphlet INDIGNEZ-VOUS! (20 paginette) non ancora edito in Italia, (anche se ho mandato la traduzione, gratis, alla Feltrinelli) è un appello all’“indignazione attiva” rivolto dall’intellettuale franco-tedesco ai giovani francesi. I continui richiami di Hessel alla Resistenza antinazista e antifascista in Francia e alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo dell’ONU,(alla cui redazione ha partecipato attivamente), faranno da filo conduttore all’intero testo. Le analogie con il nostro Comitato Nazionale di Liberazione e la ricostruzione dello stato sociale in Italia tramite l’art.1 della nostra Costituzione, con la presenza attiva di Giuseppe Di Vittorio, come in Francia di Jean Moulin, fondata sul lavoro sono evidenti. Lo sfacelo delle società europee di oggi, nella descrizione di Hessel, sono di una essenzialità disarmante. Non servono migliaia di pagine e decine di pseudo-intellettuali per capire da dove bisogna ripartire dopo due decenni di collasso di giustizia sociale e di democrazia, non solo in occidente.
Tonino D’Orazio.
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Indignatevi!

Stéphane Hessel

93 anni. Più o meno l’ultima tappa. La fine non è molto lontana. Quale fortuna poter cogliere l’occasione per ricordare ciò che è servito come base al mio impegno politico: gli anni della resistenza e il programma sviluppato 66 anni fa dal Consiglio Nazionale della Resistenza! Dobbiamo a Jean Moulin, attraverso questo Consiglio, la riunione (1) di tutti i componenti della Francia occupata, movimenti, partiti, sindacati, a proclamare il loro impegno a combattere per la Francia con l’unico leader riconosciuto: il generale de Gaulle.
Da Londra, dove aveva raggiunto il generale de Gaulle nel marzo del 1941, ho appreso che questo Consiglio aveva sviluppato un programma, adottato il 15 marzo 1944, e proposto per la Francia, una volta liberata, un insieme di principi e valori su cui basare la democrazia moderna del nostro paese.

Di tali valori e principi ne abbiamo bisogno oggi più che mai. E’ nostra responsabilità garantire tutti insieme che la nostra società rimanga una società di cui essere fieri: non questa società di persone prive di documenti, di espulsioni, di sospetto contro gli immigrati, non questa società che rimette in questione le pensioni, la sicurezza sociale acquisita, non questa società dove i media sono nelle mani dei ricchi, tutte cose che ci saremmo rifiutati di avallare, se fossimo i veri eredi del Consiglio Nazionale della Resistenza.
Dal 1945, dopo la terribile tragedia, una resurrezione ambiziosa impegnano le forze presenti nel Consiglio della Resistenza. Ricordiamola, fu creata allora la Previdenza Sociale, così come la Resistenza voleva, come previsto nel suo programma: “Un piano completo per la sicurezza sociale, per assicurare a tutti i cittadini i mezzi di sostentamento in tutti i casi dove essi non fossero in grado di ottenerli attraverso il lavoro “,” Una pensione che permetta ai lavoratori anziani di finire i loro giorni con dignità.” Le fonti di energia, elettricità e gas, il carbone, le grandi banche furono nazionalizzate.
Questo preconizzava il programma: “il ritorno alla nazione dei mezzi di produzione monopolizzati, frutto del lavoro comune, delle fonti di energia, della ricchezza del sottosuolo, delle compagnie assicurative e delle grandi banche “; “I’instaurazione di una vera democrazia economica e sociale che implichi l’espulsione dei grandi feudalismi economici e finanziarie dalla direzione dell’economia.” L’interesse pubblico deve prevalere sull’interesse privato, l’equa ripartizione della ricchezza creata dal mondo del lavoro deve primeggiare sul potere del denaro. La Resistenza propose: “ una razionale organizzazione dell’economia per garantire la subordinazione degli interessi individuali all’interesse generale e libera dalla dittatura professionale instaurata a immagine degli stati fascisti”, e il governo provvisorio della Repubblica se ne fa carico. (2)

Una vera democrazia ha bisogno di una stampa libera; la Resistenza lo sa, lo esige, difendendo “la libertà di stampa, il suo onore e indipendenza dallo Stato, dal potere del denaro e dalle influenze straniere.” Questo dicevano i decreti per la stampa nel 1944. Tuttavia, proprio questo è a rischio oggi.

La Resistenza chiedeva “l’effettiva possibilità per tutti i bambini francesi di beneficiare di una istruzione la più sviluppata”, senza discriminazioni; ma le riforme proposte nel 2008, sono contro questo progetto. Molti giovani insegnanti, dei quali sostengo l’azione, hanno perfino rifiutato di applicarle e hanno visto i loro salari decurtati per punizione. Si sono indignati, hanno “disobbedito”, hanno trovato queste riforme troppo lontane dagli ideali di una scuola repubblicana, troppo al servizio di una società del denaro e non sviluppando più sufficientemente il pensiero creativo e critico.

E tutto lo zoccolo duro delle conquiste sociali della Resistenza che ora viene rimesso in causa.

Il motivo della resistenza, è l’indignazione.

Osano dirci che lo Stato non può più sostenere i costi di questi diritti di cittadinanza. Ma come può mancare oggi il denaro per mantenere ed estendere queste conquiste, mentre la produzione di ricchezza è aumentata enormemente dalla Liberazione, periodo in cui l’Europa era rovinata? Se non perché il potere del denaro, così combattuto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, insolente, egoista, con i propri servi proprio nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, si preoccupano solo dei loro dividendi e degli altissimi stipendi dei loro dirigenti, non di interesse generale. Il divario tra i più poveri ei più ricchi non è mai stato così grande, e la corsa al denaro, alla competizione, mai così incoraggiate.

Il motivo di base della resistenza è stata l’indignazione. Noi veterani dei movimenti di resistenza e delle forze combattenti della Francia Libera, noi chiamiamo le giovani generazioni a far vivere, a trasmettere, l’eredità della Resistenza e dei suoi ideali. Noi diciamo prendete il testimone, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e l’insieme della società non devono dimettersi né lasciarsi influenzare dalla dittatura internazionale attuale dei mercati finanziari, che minaccia la pace e la democrazia.

Auguro a tutti voi, a ciascuno di voi di avere un vostro motivo di indignazione. È inestimabile. Quando qualcosa vi indigna, come sono stato indignato dal nazismo, allora si diventa militante, forte e impegnato. Si ricongiunge il flusso della storia e la grande corrente della storia deve continuare grazie a ognuno. E questa corrente va verso più giustizia, più libertà, ma non la libertà incontrollata della volpe nel pollaio.

Questi diritti, di cui la Dichiarazione Universale (3) ha scritto il programma nel 1948, sono universali. Se si incontra qualcuno che non ne gode, abbiate pietà di lui, e aiutatelo a conquistarli.

Due vedute della storia

Quando cerco di capire cosa ha causato il fascismo, e cosa abbia fatto da essere stati invasi da lui e da Vichy, mi dico che i ricchi, con il loro egoismo, hanno avuto una terribile paura della rivoluzione bolscevica. Si sono lasciati guidare dalle loro paure. Ma se, oggi come allora, una minoranza attiva si erge, sarà sufficiente, avremo il lievito affinché la pasta cresca. Certo, l’esperienza di un vecchio come me, nato nel 1917, si differenzia dalla esperienza dei giovani di oggi. Chiedo spesso ai docenti di liceo la possibilità di parlare ai loro studenti, e io dico loro: non avete ovviamente le stesse ragioni per impegnarvi.

Per noi, resistere, significava non accettare l’occupazione tedesca, la sconfitta. Era relativamente semplice. Semplice come quello che seguì, la decolonizzazione. Poi la guerra d’Algeria. L’Algeria doveva diventare indipendente, era ovvio. Quanto a Stalin, abbiamo applaudito tutti la vittoria dell’Armata Rossa contro i nazisti nel 1943.

Ma appena abbiamo saputo dei grandi processi stalinisti del 1935, e anche se bisognava mantenere un orecchio aperto per controbilanciare il comunismo al capitalismo americano, la necessità di opporsi a questa intollerabile forma di totalitarismo si impose come ovvia. La mia lunga vita mi ha dato una lunga serie di motivi per essere indignato.

Queste ragioni sono nate meno da emozione che da un desiderio di impegno. Il giovane liceale, che ero, fu molto influenzato da Sartre, un compagno maggiore di classe. La Nausea, Il Muro, non L’essere e il nulla, sono stati molto importanti nella formazione del mio pensiero. Sartre ci ha insegnato a dire: “Tu sei responsabile in quanto individuo.” Era un messaggio libertario. La responsabilità dell’uomo che non si può scaricare né a un potere né a un dio. Al contrario, dobbiamo impegnarci nella responsabilità come essere umano. Quando entrai nella École Normale, in via d’Ulm, a Parigi, nel 1939, vi entrai come discepolo del filosofo Hegel, e seguivo i seminari di Maurice Merleau-Ponty. Il suo insegnamento esplorava l’esperienza concreta, quella del corpo e delle sue relazioni con il senso, gran singolare di fronte al plurale dei sensi. Ma il mio ottimismo naturale, che vuole che tutto ciò che vorrebbe sia possibile, mi portava piuttosto verso Hegel. Il pensiero hegeliano interpreta la lunga storia dell’umanità come portatrice di un significato: la libertà dell’uomo che progredisce passo dopo passo.

La storia è fatta da scontri successivi, è la presa in considerazione delle sfide. La storia delle società progredisce, e infine, avendo l’uomo raggiunto la sua piena libertà, abbiamo lo Stato democratico nella sua forma ideale.

Esiste comunque una diversa concezione della storia. I progressi compiuti dalla libertà, la competizione, la corsa al “sempre di più”, può essere vissuto come un uragano distruttivo. Così la rappresenta un amico di mio padre, l’uomo che ha condiviso con lui il compito di tradurre in tedesco “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. E’il filosofo tedesco Walter Benjamin. Aveva concluso un messaggio pessimistico da un quadro del pittore svizzero Paul Klee, “Angelus Novus”, dove la figura dell’angelo apre le braccia come per contenere e respingere una tempesta che si identifica con il progresso. Per Benjamin, morto suicida nel settembre 1940 per sfuggire al nazismo, il senso della storia, era il percorso irresistibile di disastro in disastro.

L’indifferenza: il peggior atteggiamento

È vero, le ragioni di indignazione possono sembrare meno evidenti oggi, con un mondo troppo complesso. Chi controlla, chi decide? Non è sempre facile distinguere tra tutte le correnti che ci governano. Non abbiamo più a che fare con una piccola élite di cui capiamo chiaramente le azioni. E’ un mondo grande, e capiamo quanto sia interdipendente.

Viviamo in una interconnettività come mai ne sia esistita una. Ma in questo mondo, ci sono cose insopportabili. Ma per vederle dobbiamo guardare bene, cercare. Dico ai giovani: cercate un po’, troverete. L’atteggiamento peggiore è l’indifferenza, dire “ non posso farci nulla, mi arrangio.” Dicendo questo, si perde una componente chiave, quella che ci rende umani. Una componente indispensabile: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne consegue.

Possiamo già individuare due grandi sfide:

  1. L’enorme divario che esiste tra i molto poveri e i molto ricchi e che continua a crescere. Questa è una novità del ventesimo e ventunesimo secolo. I più poveri nel mondo di oggi guadagnano meno di due dollari al giorno. Non possiamo permettere che il divario si ampli ulteriormente. Questo fatto da solo dovrebbe suscitare un impegno.
  2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta. Ho avuto la possibilità dopo la Liberazione di essere coinvolto nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, a Parigi, presso il Palais de Chaillot. Come capo di gabinetto di Henri Laugier, Segretario Generale Aggiunto del’ONU, e Segretario della Commissione dei diritti dell’uomo nella quale, con gli altri, ho partecipato alla stesura di questa dichiarazione. Non posso dimenticare, nella sua elaborazione, il ruolo di René Cassin, commissario nazionale alla Giustizia e all’Educazione del governo della Francia Libera a Londra nel 1941, che è stato premio Nobel per la Pace nel 1968, né Pierre Mendes France nella sede del Consiglio economico e sociale al quale sottoponevamo i testi elaborati prima di essere esaminati dalla Terza commissione dell’assemblea generale, incaricata degli aspetti sociali, umanitari e culturali del Comitato.
    Contava all’epoca cinquantaquattro Stati membri delle Nazioni Unite, e assumevo la segreteria. Dobbiamo a Rene Cassin il termine “universale” dei diritti e non “internazionale” come proponevano i nostri amici anglosassoni. Perché lì era la scommessa alla fine della seconda guerra mondiale: emanciparsi dalle minacce che il totalitarismo aveva fatto pesare sull’umanità. Per liberarsene bisogna che gli Stati membri dell’ONU si impegnino a rispettare tali diritti universali. Si tratta di un modo per contrastare la piena sovranità che uno Stato può far valere quando si lascia andare a crimini contro l’umanità sul suo suolo. E’ stato il caso di Hitler, che pensava di essere padrone a casa sua e autorizzato a provocare un genocidio. La Dichiarazione universale deve molto alla repulsione universale contro il nazismo, il fascismo, il totalitarismo e anche, con la nostra presenza, allo spirito della Resistenza. Sentivo che bisognava agire in fretta, non farsi ingannare dall’ipocrisia che c’era nell’adesione proclamata dai vincitori a questi valori che non tutti avevano intenzione di promuovere con lealtà, ma che tentavamo di imporre
  3. Non posso resistere alla tentazione di citare il paragrafo 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza”, capitolo 22:” Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonché alla realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità, grazie allo sforzo di cooperazione nazionale e internazionale, tenendo conto dell’organizzazione e delle risorse di ciascun paese.” E se questa affermazione ha una portata dichiarativa, non giuridica, essa ha comunque svolto un ruolo potente fin dal 1948; abbiamo visto appropriarsene i popoli colonizzati nella loro lotta per l’indipendenza; ha influenzato le loro menti nella lotta per la libertà.
    Noto con piacere che negli ultimi decenni sono aumentate le organizzazioni non governative, i movimenti sociali, come Attac (Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie), FIDH (Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo), Amnesty .. . che agiscono bene e sono efficienti. E’ chiaro che per essere efficaci oggi, dobbiamo agire in rete, utilizzare tutti i moderni mezzi di comunicazione.
    Ai giovani dico: guardatevi intorno, troverete tutte le tematiche che giustificano la vostra indignazione, il trattamento fatto agli immigrati, ai privi di documenti, ai Rom. Troverete situazioni concrete che vi porteranno ad una forte azione di cittadinanza.

Cercate e troverete!
La mia indignazione per la Palestina Oggi, la mia indignazione principale riguarda la Palestina, Gaza, in Cisgiordania. Questo conflitto è la fonte stessa di indignazione. Bisogna assolutamente leggere il rapporto di Richard Goldstone del settembre 2009 a Gaza, in cui il giudice sudafricano, ebreo, che si professa anche sionista, accusa l’esercito israeliano di aver commesso “atti equivalenti a crimini di guerra e a volte, in certe circostanze, a crimini contro l’umanità” durante la sua operazione “Piombo fuso” durata tre settimane. Sono tornato a Gaza io stesso nel 2009, dove son potuto entrare con mia moglie grazie ai nostri passaporti diplomatici, per verificare di prima mano ciò che diceva il rapporto. Le persone che ci accompagnavano non sono state autorizzate ad entrare nella Striscia di Gaza. Né lì né in Cisgiordania. Abbiamo anche visitato i campi profughi palestinesi nati nel 1948 dalla agenzia delle Nazioni Unite, UNRWA, dove più di tre milioni di palestinesi, cacciati dalle loro terre da Israele, sono in attesa di un ritorno sempre più problematico. Quanto a Gaza, è una prigione a cielo aperto per un milione e mezzo di palestinesi. Una prigione dove si organizzano per sopravvivere.

Più ancora delle distruzioni materiali, come l’ospedale della Mezzaluna Rossa da parte di “Piombo fuso”, è il comportamento degli abitanti di Gaza, il loro patriottismo, il loro amore delle spiagge, la loro preoccupazione costante per il benessere dei loro figli, numerosi e ridenti, che assillano la nostra memoria. Siamo stati impressionati dalla loro maniera ingegnosa per far fronte a tutte le carenze che sono loro imposte. Li abbiamo visti fare mattoni senza cemento per ricostruire le migliaia di case distrutte dai carri armati. Ci hanno confermato che vi sono stati 1.400 morti – donne, bambini, vecchi nel campo palestinese – durante l’operazione “Piombo fuso” condotta dall’esercito israeliano, contro solo una cinquantina di feriti.

Condivido le conclusioni del giudice sudafricano. Che gli ebrei possano perpetrare loro stessi crimini di guerra è insopportabile. Ahimè, la storia fornisce pochi esempi di popoli che imparano lezioni dalla propria storia.

So che Hamas che aveva vinto le ultime elezioni politiche non poteva evitare che razzi fossero sparate sulle città israeliane, in risposta alla situazione di isolamento e di blocco, nel quale si trovano gli abitanti di Gaza. Penso, ovviamente, che il terrorismo sia inaccettabile, ma dobbiamo riconoscere che quando si è occupati con mezzi militari infinitamente superiore alla propria, la reazione popolare non può essere sola non violenta.
Serve a Hamas lanciare missili sulla città di Sderot? La risposta è no. Non serve alla sua causa, ma siamo in grado di spiegare questo gesto con l’esasperazione degli abitanti di Gaza. Nel concetto di esasperazione bisogna capire la violenza come una spiacevole conclusione in una situazione inaccettabile per le persone che subiscono. Quindi possiamo dire che il terrorismo è una forma di esasperazione. E che l’esasperazione è un termine negativo. Non si dovrebbe essere esa-sperati ma s-perati. L’esasperazione è una negazione della speranza. E ‘comprensibile, direi quasi naturale, non per questo accettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che potrebbe eventualmente produrre la speranza.

La non-violenza, il percorso che dobbiamo imparare a seguire.

Sono convinto che l’avvenire appartiene alla non violenza, alla conciliazione delle diverse culture. Questo è la tappa che l’umanità dovrà superare nella sua fase successiva. E, sono d’accordo con Sartre, non possiamo scusare i terroristi che lanciano bombe, li possiamo solo comprendere. Sartre ha scritto nel 1947: “Riconosco che la violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti, è un fallimento. Ma è un fallimento inevitabile, perché viviamo in un mondo di violenza. E se è vero che il ricorso alla violenza rimane la violenza che rischia di perpetuarsi, è anche vero che è l’unico modo per fermarla (4)”. Per cui vorrei aggiungere che la non-violenza è un modo più sicuro per fermarla. Non possiamo appoggiare i terroristi come Sartre ha fatto in nome di questo principio, durante la guerra in Algeria, o per l’attentato ai giochi di Monaco nel 1972, ai danni di atleti israeliani.

Non è efficace e Sartre si interrogherà poi alla fine della sua vita, sul significato di terrorismo e a mettere in discussione la sua ragion d’essere. Dire “la violenza non è efficace” è più importante che non se si debba o no condannare coloro che vi si dedicano. Il terrorismo non è efficace. Il concetto di efficacia richiede una speranza non violenta. Se c’è una speranza violenta è nella poesia di Guillaume Apollinaire: “Quant’è violenta la speranza”; non in politica. Sartre, nel marzo 1980, a tre settimane dalla sua morte, ha dichiarato: “Bisogna cercare di spiegare perché il mondo di oggi, che è orribile, è solo un momento nella lunga evoluzione storica, che la speranza sia sempre stata una delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, e come mai sento ancora la speranza come mia concezione dell’avvenire (5)…” Bisogna capire che la violenza volta le spalle alla speranza. Bisogna preferire la speranza, la speranza della non-violenza. E’ il cammino che dobbiamo imparare a seguire. Tanto da parte degli oppressi che degli oppressori bisogna arrivare a una trattativa per far scomparire l’oppressione: è ciò che permetterà di non avere più violenze terroristiche. Per questo non si deve permettere l’accumularsi di troppo odio.

Il messaggio di un Mandela, un Martin Luther King, trova la sua pertinenza in un mondo che ha superato il confronto di ideologie e il totalitarismo conquistatore. E’ un messaggio di speranza nella capacità delle società moderne a superare i conflitti, con la comprensione reciproca e con la pazienza vigile. Per raggiungere questo obiettivo, bisogna basarsi sul diritto, la cui la violazione, a prescindere dall’autore, deve provocare la nostra indignazione. Non bisogna transigere su questi diritti.
Per una rivolta pacifica

Ho notato – e non sono il solo – la reazione del governo israeliano contro il fatto che ogni venerdì i cittadini di Bil’idi vanno, senza lanciare pietre, senza usare la forza, contro il muro per protesta. Le autorità israeliane hanno chiamato questa marcia ” terrorismo non violento”. Non male .. . Bisogna proprio essere israeliani per qualificare di terrorismo la non violenza.

Si deve soprattutto essere imbarazzati dall’efficacia della nonviolenza, perché essa suscita il supporto, la comprensione, l’appoggio di tutti coloro che in tutto il mondo sono i nemici dell’oppressione.

Il pensiero produttivista, guidato dall’Occidente, ha trascinato il mondo in una crisi dalla quale bisogna uscire con una rottura radicale contro la corsa precipitosa al “sempre di più” nel campo finanziario, ma anche nella scienza e nella tecnologia . E’ giunto il momento che la preoccupazione per l’etica, la giustizia, l’equilibrio sostenibile diventi prevalente. Per i rischi gravi che ci minacciano. Essi possono mettere un termine all’avventura umana su un pianeta reso inabitabile per l’uomo.

Ma è anche vero che sono stati compiuti notevoli progressi dal 1948: la decolonizzazione, la fine dell’apartheid, la distruzione dell’impero sovietico, la caduta del muro di Berlino. Per contro, il primo decennio del ventunesimo secolo è stato un periodo di ritorno indietro. Questo declino, lo spiego in parte con la presidenza americana di George Bush, l’11 settembre, e le conseguenze disastrose che ne hanno tratto gli Stati Uniti, come l’intervento militare in Iraq. Abbiamo avuto questa crisi economica, ma non per questo abbiamo avviato una nuova politica di sviluppo. Allo stesso modo, il vertice di Copenaghen contro il riscaldamento globale non è riuscito a iniziare una vera politica per la conservazione del pianeta. Siamo ad una soglia tra gli orrori del primo decennio e le opportunità dei decenni a venire. Ma bisogna sperare, sempre bisogna sperare. Il decennio precedente, quello degli anni ‘90, era stato di grande progresso. L’ONU è stato in grado di convocare conferenze come quella sull’ambiente di Rio del 1992; quella sulle donne a Pechino nel 1995; nel settembre 2000, su iniziativa del segretario generale dell’ONU Kofi Annan, i 191 paesi membri hanno adottato la dichiarazione sugli “Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo”, con la quale si impegnano a dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. Il mio grande rammarico è che né Obama né l’Unione europea si siano finora manifestati con quello che dovrebbe essere il loro contributo ad una fase costruttiva, basata su valori fondamentali.
Come concludere questo appello a indignarsi? Ricordando inoltre che, nell’occasione del sessantesimo anniversario del Programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, abbiamo detto, l’8 marzo 2004, noi veterani del movimento della Resistenza e delle forze combattenti della Francia Libera (1940-1945), che certamente “Il nazismo è stato sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è totalmente scomparsa e la nostra rabbia contro l’ingiustizia resta ancora intatta (6)”.
No, questa minaccia non è scomparsa completamente. Per questo noi facciamo sempre appello a “una vera e propria insurrezione contro i mezzi di comunicazione di massa che propongono come orizzonte ai nostri giovani solo un obiettivo di consumo di massa, il disprezzo per la cultura e per i più deboli, I’amnésie diffusa della competitività sfrenata di tutti contro tutti. ”

A quelli che costruiranno il ventunesimo secolo, diciamo con affetto:
“CREARE E’ RESISTERE. RESISTERE E’ CREARE”.

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NOTE DELL’EDITORE IN ACCORDO CON L’AUTORE
1. Creato clandestinamente il 27 maggio 1943 a Parigi dai rappresentanti di otto grandi movimenti della Resistenza; i due grandi sindacati di prima della guerra: CGT, CFTC (Confederazione Francese dei Lavoratori Cristiani); e dei sei principali partiti politici della Terza Repubblica, tra cui il PC e lo SFIO ( socialisti), il Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR) tenne la sua prima riunione il 27 maggio sotto la presidenza di Jean Moulin, delegato del generale de Gaulle che voleva istituire questo Consiglio per una lotta più efficace contro i nazisti e per rafforzare la sua legittimità presso gli alleati. De Gaulle incaricò il Consiglio di sviluppare un programma di governo in previsione della liberazione della Francia. Questo programma fu oggetto di numerosi va e viene tra il CNR e il governo della Francia Libera, sia a Londra che ad Algeri, prima di essere adottato il 15 marzo 1944, in sessione plenaria dal NRC. Questo programma fu solennemente consegnato dal CNR al generale de Gaulle il 25 agosto 1944, nel municipio di Parigi. Si noti che sulla stampa il decreto fu promulgato il 26 agosto. E che uno dei principali redattori del programma fu Roger Ginsburger, figlio di un rabbino alsaziano; in quel periodo con lo pseudonimo di Pierre Villon, era segretario generale del Fronte Nazionale per l’indipendenza della Francia, movimento di resistenza creato dal Partito Comunista Francese nel 1941, e rappresenta questo movimento in seno al CNR e nel suo esecutivo permanente.
2. Da stime del sindacato siamo passati, come pensione, dal 75 al 80% del reddito a circa il 50%, come ordine di grandezza. Jean-Paul Domin, Maestro di Conferenza in Economia e Commercio presso l’Università di Reims Champagne-Ardenne, nel 2010, ha redatto una nota per l’Istituto Europeo dei Salari sull’ ” assicurazione complementare per malattia”. Rivela come sia ormai un privilegio l’accesso complementare di qualità dovuto alla propria posizione nell’impiego, e che i più fragili rinunciano a curarsi a causa di assenza di assicurazione complementare e della quantità di ciò che rimane da pagare; che fonte del problema è di non aver più fatto del salario il supporto ai diritti sociali – argomento centrale dei decreti del 4 e del 15 ottobre 1945. Questi decreti promulgavano la Sicurezza Sociale, e metteva la sua gestione sotto la doppia autorità dei rappresentanti dei lavoratori e dello Stato. Dalle riforme di Juppé del 1995, fatta per decreti, poi la legge Douste Blazy (dottore in formazione), del 2004, solo lo Stato gestisce la Sicurezza Sociale. Per esempio è il capo dello stato che nomina con decreto il direttore generale della Cassa Nazionale di Assicurazione (CNAM). Non sono più, come all’indomani della Liberazione, i sindacalisti in testa alla gestione delle casse primarie e dipartimentali, ma lo stato, via i prefetti. I rappresentanti dei lavoratori sono diventati solamente consiglieri.
3. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo fu stata adottata il 10 dicembre 1948 a Parigi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite da 48 stati sui 58 membri. Otto astenuti: il Sud Africa, a causa dell’apartheid che la dichiarazione di fatto condannava; l’Arabia Saudita, anche a causa dell’uguaglianza donne uomini; l’Unione Sovietica (Russia, Ucraina, Bielorussia), la Polonia, la Cecoslovacchia,la Yugoslavia, dicendo a sua volta che la Dichiarazione non conteneva sufficientemente in considerazione i diritti economici e sociali e i diritti delle minoranze; annotiamo che la Russia fu particolarmente contraria alla proposta australiana di creare un Tribunale internazionale dei Diritti dell’uomo, incaricato di raccogliere le petizioni indirizzate alle Nazioni Unite; bisogna ricordare che I’articolo 8 della Dichiarazione ha introdotto il principio di azione individuale contro uno stato per violazione dei diritti fondamentali; questo principio ha trovato applicazione in Europa nel 1998, con la creazione della Corte europea dei diritti dell’uomo che garantisce questo diritto di ricorso a oltre 800 milioni di europei.
4 Sartre, J.-P, “Situation de I’écrivain” nel 1947, in Situatations II, Paris, Gallimard, 1948.
5 Sartre, J.-P, “Maintenant I’espoir .. . (III)” in Le Nouvel Observateur, 24 marzo 1980.
6 I firmatari dell’Appello dell’8 marzo 2004 sono: Lucie Aubrac, Raymond Aubrac, Henri Bartoli, Daniel Cordier, Philippe Dechartre, Georges Guingouin, Stéphane Hessel, Maurice Kriegel-Valrimonc, Lise London, Georges Seguy, Germaine Tillion, Jean- Pierre Vernant, Maurice Voute

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Postfazione dell’editore.

Stéphane Hessel nacque a Berlino nel 1917 da un padre ebreo scrittore, traduttore, Franz Hessel, e una madre pittrice, amante della musica, Helen Grund, anche lei scrittrice.

I suoi genitori si stabilirono a Parigi nel 1924 con i due figli, Ulrich, primogenito, e Stéphane. Grazie all’ambiente familiare, entrambi frequentano l’avanguardia parigina, tra cui il dadaista Marcel Duchamp e lo scultore americano Alexander Calder. Stéphane si iscrive all’École Normale Supérieure in rue d’Ulm nel 1939, ma la guerra interrompe i suoi studi. Naturalizzato francese dal 1937, viene mobilitato e conosce la strana guerra, vede il maresciallo Pétain svendere la sovranità francese. Nel maggio del 1941, si unì alla Francia Libera del generale de Gaulle, a Londra.
Lavora presso l’Ufficio di contro-spionaggio, di informazione e azione (BCRA). nella notte di fine marzo 1944, sbarca clandestinamente in Francia con il nome in codice “Greco” con la missione di entrare in contatto con le varie reti parigine, di trovare nuovi luoghi di emittenti radio per fare passare a Londra le informazioni raccolte in vista dello sbarco alleato.

Il 10 luglio 1944, fu arrestato dalla Gestapo a Parigi, su denuncia: “Noi non perseguire qualcuno che ha parlato sotto tortura”, ha scritto in un libro di memorie, “Danse avec le siècle” nel 1997 . Dopo gli interrogatori sotto tortura – tra cui la prova della vasca, ma destabilizza suoi torturatori parlando in tedesco, la sua lingua madre – fu inviato a Buchenwald, in Germania, 8 agosto 1944, dopo solo pochi giorni dalla liberazione di Parigi. Alla vigilia di essere impiccato, fu in grado, in extremis, a sostituire la propria identità contro quella di un francese morto di tifo nel campo. Sotto il suo nuovo nome, Michel Boitel, molitore di mestiere, fu trasferito al campo di Rottleberode, nei pressi della fabbrica dei carrelli di atterraggio dei bombardieri tedeschi, gli Junkers 52, ma per fortuna – la sua fortuna eterna – viene inviato al servizio contabilità. Evade. Catturato, fu trasferito al campo di Dora, dove costruivano i V-l e V-2, i razzi con i quali i nazisti speravano ancora di vincere la guerra. Assegnato alla compagnia disciplinare, fuggì di nuovo e questa volta per sempre; le truppe alleate si avvicinano a Dora. Infine, ritrova a Parigi, sua moglie Vitia – la madre dei suoi tre figli, due ragazzi e una ragazza.

“Questa vita restituita doveva essere impegnata”, ha scritto l’ex della Francia Libera, nelle sue memorie.

Nel 1946, dopo aver superato l’esame di ammissione al Ministero degli Affari Esteri, Stéphane Hessel diventa un diplomatico. Il suo primo lavoro fu presso le Nazioni Unite, dove, in quell’anno, Henri Laugier, Assistente Segretario Generale delle Nazioni Unite e segretario della Commissione dei Diritti dell’uomo, gli offrì di essere suo segretario di gabinetto. E’ per questo motivo che Stéphane Hessel raggiunse la Commissione incaricata di elaborare quella che sarà la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si ritiene che sui suoi dodici membri, sei hanno giocato un ruolo importante: Eleanor Roosevelt, vedova del presidente Roosevelt, morto nel 1945, femminista impegnata, presidente della commissione; il dottor Chang (Cina Chiang Kai-shek e non di Mao): Vice Presidente la commissione, che affermò che la Dichiarazione non doveva riflettere solo le idee occidentali; Charles Habib Malik (Libano), relatore della Commissione, spesso descritto come la “forza motrice”, con Eleanor Roosevelt; René Cassin (Francia), avvocato e diplomatico, presidente della Commissione consultiva dei Diritti dell’uomo al Quai d’Orsay; gli dobbiamo la scrittura di numerosi articoli e di essere stato in grado di comporre i timori di alcuni Stati, tra cui la Francia, di vedere la loro sovranità coloniale minacciata da questa dichiarazione – aveva una concezione esigente e interventista dei Diritti umani; John Peters Humphrey (Canada), avvocato e diplomatico, stretto collaboratore di Laugier, ha scritto la prima bozza, un documento di 400 pagine; e, infine, Stéphane Hessel (Francia), diplomatico, capo di gabinetto di Laugier, il più giovane. Si capisce come lo spirito della Francia libera soffiò su questa commissione. La Dichiarazione fu adottata il 10 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite al Palais de Chaillot di Parigi. Con l’arrivo di nuovi funzionari, molti dei quali desiderosi di un lavoro ben pagato, “isolando i marginali alla ricerca di ideali” , come commenta Hessel proprio nelle sue memorie, lascia le Nazioni Unite. Viene assegnato dal Ministero degli Affari Esteri a rappresentare la Francia nelle istituzioni internazionali, unica occasione di ritrovare temporaneamente, in quanto tale, New York e le Nazioni Unite. Durante la guerra in Algeria, milita a favore dell’indipendenza algerina. Nel 1977, con la complicità del segretario generale dell’Eliseo, Claude Brossolette, figlio di Pierre, ex capo della BCRA, gli viene offerto dal presidente Valery Giscard d’Estaing lo status di ambasciatore alle Nazioni Unite a Ginevra. Non nasconde che, di tutti gli statisti francesi, quello al quale si sentiva più vicino fu Pierre Mendes France, conosciuto a Londra all’epoca della Francia Libera e ritrovato alle Nazioni Unite nel 1946 a New York, dove rappresentava la Francia in seno al Consiglio economico e sociale.
Avrà la sua consacrazione come diplomatico con “Questo cambiamento nel governo della Francia”, egli scrive”, “con l’arrivo di Francois Mitterand all’Eliseo”, nel 1981. “Ha fatto di un diplomatico piuttosto strettamente specializzate nella cooperazione multilaterale, a due anni dalla pensione, un ambasciatore di Francia”. Aderisce al Partito socialista. “Mi chiedo perché? Prima risposta: lo shock dell’’anno 1995. Non immaginavo i francesi così imprudenti da portare Jacques Chirac alla presidenza”. Disponendo di un passaporto diplomatico, nel 2008 e nel 2009, è andato con sua nuova moglie nella Striscia di Gaza e testimonia, al suo ritorno, la vita dolorosa degli abitanti di Gaza.

“Mi sono sempre trovato a fianco dei dissidenti”, dichiarò allora.

E’ lui che parla qui, ha 93 anni.

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Il lavoro cannibale


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Il lavoro cannibale

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Ci sarà un motivo se i boscimani e gli irochesi lavoravano per nutrirsi un’ora al giorno e oggi dobbiamo lavorare per 8/10 ore al giorno per 40 anni, fino alla soglia della morte, per sopravvivere. Il lavoro ci divora. Cos’è cambiato in peggio da allora? Qual è il significato della parola “lavoro“? A cosa serve l’aumento del lavoro? A consumare la propria esistenza in una miniera o in un ufficio 2×2 fino alla consunzione, spegnendosi come delle candele? All’acquisto di beni inutili per far crescere il Pil? Ad accumulare ricchezze materiali che non ci seguiranno nell’aldilà? A pagare le tasse a uno Stato ipertrofico? Quando è iniziata questa follia che ormai non riusciamo più a vedere, che ci ha trasportati in un “altrove” cognitivo che scambiamo per l’unico mondo possibile? Il tempo, la felicità, la crescita interiore sembrano scomparsi. Al loro posto ci sono solo il lavoro e il suo opposto: “la mancanza di lavoro“, la disoccupazione, temibile come e più della schiavitù quotidiana a cui siamo soggetti.

“Gli imprenditori europei furono i primi a svolgere i loro affari senza che qualche “ufficio del saccheggio interno” cercasse di ridimensionarli. Essi potevano accumulare ricchezze senza preoccuparsi di dividerle. Gli imprenditori accumulavano ricchezze spingendo i loro seguaci, chiamati ora dipendenti, a lavorare più sodo. Grazie al possesso di capitali, potevano comprare aiuto e noleggiare mani (oltre a schiene, spalle, piedi e cervelli). L’imprenditore non era obbligato a promettere di consumare tutto alla prossima festa del villaggio e poteva facilmente disattendere le richieste di una più ampia partecipazione al prodotto. Inoltre, la forza-lavoro, manuale o intellettuale, aveva ben poca scelta. Privi di accesso alle terre e alle macchine, non potevano lavorare in nessun modo se non accettavano la legittimità delle pretese dell’imprenditore. Essi assistevano l’imprenditore semplicemente per evitar di morire di fame. L’imprenditore era finalmente libero di considerare l’accumulazione di capitale come un obbligo superiore a quello della redistribuzione della ricchezza e del benessere. Il capitalismo è un sistema che tende a un aumento illimitato della produzione in vista di un illimitato accrescimento dei profitti. Ma la produzione non può crescere in modo illimitato. Liberi dalle restrizioni di despoti e di poveri, gli imprenditori capitalisti debbono comunque fare i conti con le restrizioni imposte dalla natura. La redditività della produzione non può estendersi indefinitamente. Ogni aumento della quantità di suolo, acqua, minerali o piante impiegati in un particolare processo produttivo per unità di tempo costituisce un’intensificazione che porta a una diminuzione del rendimento. E questo diminuito rendimento ha effetti negativi sullo standard di vita medio … secondo la legge della domanda e dell’offerta, la scarsità porta a prezzi più elevati che tendono a ridurre il consumo pro capite.”

Marvin Harris, antropologo, autore di “Cannibali e re

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fonte beppegrillo.it

‘A FUROR DI POPOLO’ – Lidia Menapace presenta l’ultimo libro. “Dare il massimo nelle lotte per i diritti”

La video recensione del nuovo libro di Lidia Menapace: A FUROR DI POPOLO

Monica LanfrancoMonica Lanfranco

Pubblicato in data 25/set/2012

Il nuovo libro di Lidia Menapace, edito da MAREA, nel quale una delle madri del femminismo italiano offre spunti e stimoli per leggere la realtà italiana, i movimenti e la politica. Introduzione di Rosangela Pesenti. 132 pagine. Info su http://www.mareaonline.it

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Lidia Menapace presenta l’ultimo libro. “Dare il massimo nelle lotte per i diritti”

“A furor di popolo” è l’ultima opera della saggista bresciana che in molti vorrebbero senatrice a vita nel seggio che fu di Rita Levi Montalcini. “Bisogna protestare subito se le bambine vanno meno a scuola o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”

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di | 27 gennaio 2013

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Lidia Menapace, senatrice a vita nel posto che fu di Rita Levi Montalcini. La proposta arriva dal basso, da donne, militanti e compagne delle tante lotte che hanno accompagnato la storia della partigiana e femminista classe 1924. “Ne sarei onorata”, dice a Bologna, in occasione della presentazione del suo ultimo libro A furor di popolo. A favore di questa possibilità, pesa la marea di firme di sostegno inviate in poche settimane da tutto il Paese. A lanciare la proposta dal sito Ilfattoquotidiano.it era stata la giornalista Monica Lanfranco. E tanti altri prima di lei con petizioni, raccolte firme e intermediazioni politiche.

“Ne sarei felicissima – dice l’intellettuale – sono molto grata a Monica. Lei ha raccolto questa idea che è stata lanciata da varie donne, da Campobasso fino a Udine, e credo sarebbe un’occasione importante per il nostro Paese”. Un’opportunità alle donne che nonostante siano numerose in numero ovunque nel mondo, continuano a non essere rappresentate. “Bisogna rimediare in qualche modo e quando possiamo dobbiamo far sentire che ci siamo”. Anche perché nella storia della Repubblica italiana, solo due altre donne hanno ricoperto la carica di senatrice a vita: Rita Levi Montalcini e Camilla Ravera.

La copertina del libro “A furor di popolo”

Nella lunga carriera di Lidia Menapace, c’era già stato un breve periodo in Senato. Eletta nel 2006 nelle file di Rifondazione comunista, stava per diventare presidente della Commissione per la difesa, ma le sue dichiarazioni contro le Frecce tricolori – “Solo in Italia vengono pagate con fondi pubblici. Le paghino i privati”, aveva detto a Trieste nel giugno 2006 dopo aver ricordato anche come le Frecce “inquinano e fanno rumore” – le fecero perdere il posto che andò invece al senatore dell’Italia dei valori Sergio De Gregorio, sostenuto dalla Casa delle libertà nella quale entrerà nel 2007 per poi diventare senatore del Pdl. Ora però la posta in palio è ancora più grande.

Un passato da staffetta partigiana, “anche se mai ho voluto toccare le armi”, e un presente in prima linea con pacifisti e femministe per la difesa di una politica che fatica a mantenere responsabilità e onestà. “Non vedo tanto bene questa situazione pre-elettorale, – dice l’intellettuale – Io voterò per Antonio Ingroia, credo che sia un tentativo di unire la sinistra non riformista”. Non ha dubbi Lidia Menapace, sicura che ci sia un gruppo di sinistra non riformista che ha bisogno di stare in parlamento: “Non ho antipatia personale per Pier Luigi Bersani, è un tipico emiliano riformista. Se le riforme fossero possibili, sarebbe il miglior presidente del consiglio. Solo che le riforme non si possono più fare”. E nel caos di una destra e sinistra allo sbando, l’intellettuale chiede di essere presente con proposte e idee concrete: “Ingroia non è la soluzione e l’idea che una lista porti il nome di un solo leader è personalistica. Però l’ex pm mette insieme una parte di sinistra dispersa che deve avere un ruolo in parlamento. Non è vero che non c’è più sinistra o destra: dirlo è tipicamente di destra. Un’idea da osteggiare”.

Monica Lanfranco e Rosangela Pesenti hanno inserito Lidia Menapace nell’Enciclopedia della donne, definendola “un’anticipatrice”. Di lei si ricorda il non essere dottrinale o dogmatica, il suo comunismo e femminismo oltre le righe, ma sempre dentro i principi. Il pensiero va a quelle giovani donne che, in un periodo di grave crisi economica, vengono messe in disparte. “La lotta è ancora lunga. – ricorda la partigiana – Nei paesi formalmente democratici, non si può più escludere un genere da alcuni diritti. Bisogna però stare attenti. Conviene buttarsi al massimo nelle lotte paritarie. Cominciare a protestare subito se le bambine hanno minor accesso all’istruzione o se si chiede alle donne di stare in casa a occuparsi della famiglia. Quello che abbiamo ottenuto è troppo recente, fa fatica a durare”.

Viaggiatrice e pacifista della scuola di Rosa Luxenbourg ha una lunga produzione tra libri, riviste e riflessioni. Ha scritto d’un fiato il libro “A furor di popolo”, anche se avrebbe preferito non finirlo mai: “Chiudere un libro è sempre così difficile, tornano le idee e la voglia di continuare a riflettere. Questo non è un commiato, ma una scommessa. Vorrei che fosse uno scambio di idee su cui poter ritornare. Una chiacchierata tra amici”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

LIBRI, PASSAPAROLA – Filippo Ceccarelli, ‘Come un gufo tra le rovine’. La Repubblica tragi-comica all’italiana

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Le rovine della Repubblica: scene da tragicommedia all’italiana

Il nuovo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine, racconta gli ultimi anni del Paese. Uno sguardo senza moralismi sul grande catalogo del grottesco

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di VITTORIO ZUCCONI

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FILIPPO Ceccarelli ha la perfidia tranquilla del romano timido, una specie non numerosissima. Non potendo, per natura, per genealogia, per buona educazione sfogare il proprio sbigottimento verso l’Urbe e l’Italia di oggi nella consueta panoplia di tàccitua, di tepozzino, di mavattelapijà, Filippo con quella sua ingannevole aria sempre un po’ stupita si dedica a un’arte molto più crudele dell’invettiva da curva. Inchioda i potenti e i famosi alla più implacabile delle croci: a loro stessi, alle loro azioni e alle loro parole, raccogliendo le bricioline lasciate dai nostri insopportabili Pollicini lungo il loro cammino.

In una nazione di mangiatori di loto come la nostra, dove autorevoli personalità possono impunemente sconfessare al martedì quello che hanno garantito al lunedì e sanno di poter contare sulla complice amnesia di quella televisione che ha il terrore delle proprie videoteche, fare quello che da anni fa, a Panorama, alla Stampa e ora a Repubblica è il massimo dell’efferatezza. Si offenderebbe, Filippo, se dicessi che è un giornalista di satira, che vuole farci sorridere, o ridere, anche se ci riesce benissimo, perché satira e umorismo sono impastate di caricatura, fabbricate con la decomposizione e ricomposizione artificiale della realtà, come le barzellette.

Filippo l’Efferato invece semplicemente, e timidamente, raccoglie i frammenti che esistono senza dare giudizi, senza moralismi né morale, perché non servono, perché detraggono e non aggiungono nulla all’orrore. Quando si ha la fortuna (allarme ironia) di vivere in una nazione nella quale il Presidente del Consiglio dei Ministri s’intrattiene nell’intimità dl proprio privé con un polposa minorenne priva di documenti e poi ottiene dalla Camera dei deputati della Repubblica Italiana la certificazione che ella fosse la nipote di un despota nordafricano, farci sopra satira è sacrilegio. Come cercare di ritoccare lo Sposalizio della Vergine, anche se mi rendo conto che la similitudine non calza del tutto.

Ma in questo suo ultimo libro, Come un gufo tra le rovine pubblicato da Feltrinelli, Filippo Franti in Ceccarelli, l’Infame che osa ridere nei banchi in fondo, fa qualcosa di meno, dunque molto di più, di quanto avesse fatto in altri libri che vorrei chiamare di cult, se non fosse anche questa una parola ormai putrefatta, Il Letto e il Potere e Lo Stomaco della Repubblica. In quelli Ceccarelli aveva sentito l’imperativo dello scrittore qual è di cucire insieme tutte le pezze del potere italiano e costruirci un quilt, una coperta.

Credo che volesse, o sperasse, un po’ come noi tutti che viviamo la polverizzazione ossessiva del giornalismo ormai instant e solubile, che l’insieme desse almeno un senso al nonsenso, una logica alla demenza. Che ci fosse, per usare Shakespeare, almeno “metodo nella loro follia”. Sono libri che osai proporre come testi nei miei corsi per master e dottorato in italiano presso una raffinata università americana, il Middlebury College, sollevando l’indignazione dell’austero rettore tedesco e l’entusiasmo dei giovani. Anzi, dei “ggiovani”. Che capirono, grazie a lui, come Mara Carfagna spiegasse l’Italia della prima decade 2000 più di una intera facoltà di sociologia.

Nel Gufo fa di peggio. Con la cura di un operatore ecologico (mi perdoni la correttezza politica) da Central Park di Manhattan o da una Disneyland dopo la chiusura ai turisti, Ceccarelli si muove tra gli “atri muscosi e i fori cadenti” della cronaca italiana contemporanea cercando, perché sospetto che sia buono o almeno così pensa Elena Polidori, sua moglie e collega, di pulire riciclando ‘a monnezza. Non giudica e non incinera. Differenzia per genere, con lo scrupolo e la diligenza del nonno Giuseppe, in arte “Ceccarius”, scrittore e cultore di storie e storia di Roma. Rinuncia a ogni speranza di dare un senso a quei pezzetti di carta, a quei sacchetti vuoti, a quegli stracci che infilza con il bastone a punta. Il minimalismo di questo libro, che mi ha ricordato il delizioso La Foire aux cancres di Jean Charles con gli sfondoni di scolari o lo Scusatemi ho il paté d’animo di Guido Quaranta con gli strafalcioni dei rudi deputati da Prima Repubblica, è micidiale.

Non c’è bisogno di fare caricature di Mario Monti, basta recuperare il ritaglio di giornale, o il frammento ripescato dalla Rete, nel quale Monti fa l’imitazione di Crozza che imita Monti. Lasciate che i vanesi si crocefiggano da soli. Non servono autori di gag quando si ritrova la notizia che Berlusconi andò alla festicciuola di Noemi Letizia nel pieno dell’influenza suina, ospite del padre addetto alla fogne di Napoli. A che serve uno sceneggiatore da commedia all’italiana anni Sessanta quando le cronache riportano che il sindaco Alemanno, già martello del clandestino, viene tamponato in via Merulana (la via gaddiana del Pasticciaccio brutto).

Naturalmente da un’auto pilotata da un immigrato cinese senza documenti. Chi meglio avrebbe potuto riassumere il viaggio del governo insediato nel 2008, già sull’orlo del leggendario precipizio, di quel commentatore del Foglio che lo battezzò così: “Sarà il governo del Buonumore”. E infatti sai le risate.

Nei frammenti si leggono condanne e miserie, sgambetti e presagi del destino, come il piccolo incidente che turbò una festa tribale della Lega Nord pochi mesi prima dei Belsito, del Trota, del miserevole “unhappy ending” del Cerchio Magico. Da Repubblica. it (26/6/11): “Tiro alla fune alla festa della Lega, la corda si spezza sul Ticino. Il cavo teso attraverso il fiume ha ceduto facendo cadere tutti i lombardi. Sono una trentina, i contusi e due le sospette fratture fra i militanti leghisti”. Non è più la solita realtà che supera la fantasia, da periodici d’altri tempi. Questa è la realtà che anticipa se stessa.

Nella Pompei italiana entro la quale ci è dato vivere, ai piedi di un vulcano che sembra sul punto di eruttare e di inghiottirci (a proposito, dopo il crollo della Casa del gladiatore, che suscita indignazioni benpensanti, puntualmente crolla anche il muro della Casa del moralista, non ce n’è proprio per nessuno) Filippo Ceccarelli scrive un libro che è archeologia del presente, tragicamente spassoso. È impossibile non sorridere, di loro e dunque di noi, ricordando, come invita a fare la citazione shakespeariana messa in distico all’inizio: “Oh, potesse la memoria, tornando indietro”. Ma se ci saranno, come spero, molte edizioni di questo libro, suggerisco a Filippo Ceccarelli un’altra citazione, questa presa dal Macbeth: “There’s daggers in men’s smiles”. Ci sono pugnali nei sorrisi degli uomini. (23 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

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Come un gufo tra le rovine

di Filippo Ceccarelli

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Turchia: tornano legali libri di Marx, Lenin, Stalin

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Turchia: tornano legali libri di Marx, Lenin, Stalin

Anche di Lenin e Stalin i titoli riabilitati dopo decenni di censura

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Dal ‘Manifesto del partito comunista’ di Marx e Engels, ai libri del poeta turco Nazim Hikmet. Migliaia di volumi che erano stati messi al bando nel corso degli ultimi decenni in Turchia torneranno ad essere legali in virtu’ di una riforma che annulla il divieto. All’inizio di luglio, il Parlamento turco ha adottato una legge che prevede che tutte le decisioni giudiziarie o amministrative adottate prima del 2012 e relative al ”sequestro, divieto o ostacolo alla vendita e alla distribuzione di pubblicazioni, decadranno”’ se non sono confermate da un giudice entro sei mesi. Tale scadenza e’ giunta a termine oggi e nessuna decisione giudiziaria relativa al rinnovo di tale divieto e’ stata segnalata, ha detto il presidente dell’Unione degli editori in Turchia (TYB), Metin Celal Zeynioglu. Saranno cosi’ riabilitati molti autori comunisti tra cui Joseph Stalin e la sua ‘Storia del Partito Comunista bolscevico dell’URSS’ e Lenin con ‘Stato e Rivoluzione’, ma anche un fumetto, un atlante, un saggio su questione curda e un rapporto sulla situazione dei diritti umani in Turchia. Si calcola che siano almeno 23mila le pubblicazioni interessate dalla riforma.

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fonte ansa.it