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Palermo, scoperta una centrale del riciclaggio 34 arresti, in manette anche un giudice del Tar

Palermo, scoperta una centrale del riciclaggio 34 arresti, in manette anche un giudice del Tar

Il tributarista Gianni Lapis, già prestanome della famiglia Ciancimino

Palermo, scoperta una centrale del riciclaggio
34 arresti, in manette anche un giudice del Tar

Un infiltrato della Finanza nella rete di insospettabili che ripuliva soldi sporchi. Arrestati il tributarista Gianni Lapis, ex prestanome della famiglia Ciancimino, e un magistrato in servizio al Tribunale amministrativo regionale del Lazio che utilizzava il suo ufficio per incontrare i mediatori d’affari. In manette anche due sottufficiali dei carabinieri

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di SALVO PALAZZOLO

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Ci sono voluti mesi per entrare nelle grazie dei manager del riciclaggio, fra mail anonime, collegamenti Skype, e appuntamenti nei luoghi più impensati. Ma, alla fine, l’agente sotto copertura  –  un ufficiale della Guardia di finanza – è riuscito ad accreditarsi in quel paludoso mondo di insospettabili faccendieri. C’era anche un giudice del Tar Lazio nella grande rete del riciclaggio che gestiva in modo illegale il cambio di grosse quantità di valuta straniera: Franco Angelo Maria De Bernardi è stato arrestato questa mattina, riceveva faccendieri e intermediari d’affari addirittura nel suo ufficio romano, lì riteneva di essere al sicuro da intercettazioni, e invece i suoi movimenti sono stati seguiti dalla Procura di Palermo e dal nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza diretto dal generale Giuseppe Bottillo.

Sono 34 le ordinanze di custodia cautelare scattate questa mattina, all’alba: 22 in carcere e 12 ai domiciliari. Sono state eseguite in tutta Italia. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il principale mediatore del gruppo stava a Palermo, adesso è in carcere. Si tratta dell’avvocato tributarista Gianni Lapis, già condannato per essere stato uno dei principali riciclatori del tesoro di Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo vicino ai boss. Nel blitz della Finanza sono finiti anche due sottufficiali dei carabinieri in servizio a Roma, avrebbero avuto un ruolo nelle complesse operazioni finanziarie che puntavano non solo a ripulire soldi sporchi, ma a commercializzare in modo illegale oro che arrivava dal Ghana. Ai domiciliari è andato un funzionario della Regione Siciliana, Leonardo Di Giovanna, in servizio al settore Beni e servizi. L’accusa contestata, a vario titolo, è quella di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio.

Questa indagine è una delle ultime coordinate dall’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, prima della partenza per l’incarico Onu in Guatemala. A condurla è stato un pool di magistrati, composto da Lia Sava (da qualche settimana procuratore aggiunto a Caltanissetta), Dario Scaletta e Daniele Paci. L’inchiesta ha scoperto che i mediatori incassavano il 5 per cento su ogni operazione di riciclaggio andata a buon fine. E’ rimasto il giallo sull’origine dei soldi sporchi che dovevano essere ripuliti. All’infiltrato fu detto che una parte di quei soldi avevano “natura politica”, sarebbero state tangenti versante ai politici fra il 1986 e il 1988.  (16 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Mafia, un’altro carabiniere denuncia: “L’Arma ostacolò la cattura di Provenzano e Denaro”

Mafia, un’altra denuncia: “L’Arma ostacolò la cattura di Provenzano e Denaro”


antefattoblog antefattoblog

Pubblicato in data 14/mag/2013

Dopo il maresciallo Saverio Masi, un altro ex appartenente all’arma dei Carabinieri, il luogotenente Salvatore Fiducia, ha denunciato di essere stato ostacolato dai suoi superiori nelle indagini per la cattura dei latitanti Provenzano Messina Denaro.
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Mafia, un altro carabiniere denuncia: “Ecco chi ritardò arresto Provenzano”

A sette anni dall’arresto del boss corleonese e a pochi giorni dall’inizio del processo sulla presunta trattativa, le denunce sulle omissioni nelle indagini per prendere Binnu iniziano a moltiplicarsi. Dopo la denuncia del maresciallo Saverio Masi, un altro militare racconta gli ostacoli trovati durante la caccia al capo di Cosa Nostra

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di | 14 maggio 2013

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Una denuncia pesante quella di Fiducia, dato che in quelle relazioni si faceva esplicito riferimento a possibili covi in cui si nascondeva Bernardo Provenzano. Un modus operandi, quello dell’intralciamento delle indagini, che sarebbe proseguito anche in seguito, quando nel mirino di Fiducia era finito l’altro super latitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. “Intorno al 2004 il mio cliente racconta di aver individuato un casolare in cui era possibile la presenza di Provenzano, ma i suoi superiori gli intimarono più volte di evitare quel posto” racconta al fattoquotidiano.it l’avvocato Giorgio Carta, legale dei due carabinieri.

“Masi e Fiducia denunciano le stesse tipologie di ostacolo. Prima Masi e poi Fiducia – continua il legale – sostengono di aver individuato casolari dove avrebbero potuto rifugiarsi i latitanti, e anziché essere incoraggiati, sono stati stroncati. Venne chiesto loro di coordinarsi con il Ros, dopo di che hanno perso di vista le indagini”. E proprio la testimonianza di Masi è stata citata da Di Matteo nella lunga requisitoria del processo per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Imputati di favoreggiamento a Cosa Nostra ci sono i due ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu. Il procedimento per la mancata cattura a Mezzojuso nasce dalla denuncia di un altro carabiniere, Michele Riccio, che sarebbe stato intralciato mentre, grazie alle confidenze dell’infiltrato Luigi Ilardo, era riuscito a localizzare Provenzano in un casolare della provincia palermitana.

Le denunce di Masi e Fiducia però riguardano un periodo successivo, ma nei loro esposti, fino ad oggi mantenuti segreti nella forma integrale, fanno i nomi di quei superiori che avrebbero “distratto” le indagini dei due carabinieri su Provenzano prima, e su Messina Denaro dopo. “Masi e Fiducia, pur lavorando entrambi per il comando provinciale di Palermo, lavoravano separatamente, senza avere contatti, ma riferendo comunque agli stessi superiori” racconta sempre l’avvocato Carta che collega alla delicata vicenda il processo a carico di Masi, condannato in primo grado per falso e tentata truffa: il carabiniere avrebbe tentato di farsi annullare una multa da 100 euro, dichiarando che nonostante la vettura multata fosse nelle sue disponibilità private, in quel momento si trovava in servizio. “Usavamo le macchine di amici perché i mafiosi conoscevano le nostre auto di servizio” ha raccontato due anni fa durante la deposizione al processo contro Mori e Obinu. Se Masi venisse condannato in via definitiva rischierebbe la destituzione dall’Arma. Nel frattempo però, oltre a Fiducia e Masi, altri due militari sarebbero pronti a “saltare il fosso” e raccontare le stesse pressioni subite dai superiori affinché lasciassero perdere le indagini su Provenzano. Il periodo è sempre quello tra il 2001 e il 2005 quando Provenzano, malato di tumore alla prostata, ha bisogno di cure. E di protezione.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

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Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All’interno, la conferma dell’esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l’ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso

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di | 11 maggio 2013

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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez.
Clicca qui per leggere la prima puntata (“Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”), la seconda (“Il rapporto con Sindona e l’Ambrosoli dimenticato”) e la terza (“Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi“)

MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti.

Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra.

Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.

Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.

SENATORE A VITA –  Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxi intanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta.

L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segreto tra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista.

Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.

MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza “fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.

(4/4 fine)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Emanuela Orlandi, il vero, il falso e il verosimile

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fonte immagine ilgazzettino.it

Emanuela Orlandi, il vero, il falso e il verosimile

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di | 9 maggio 2013

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Il ritorno della “ragazza con la fascetta”, con il suo carico di misteri catacombali, messaggi cifrati, teschi, flauti e ciocche di capelli, riaccende fasci di luce su una Roma underground, melmosa, oscura. Una Roma criminale che non si è mai redenta, semmai ha normalizzato il suo intreccio con i poteri. Sono passati 30 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la tragedia è mutata in farsa, la realtà in fiction. Difficile ormai distinguere il vero, il falso e il verosimile. L’ultimo testimone si è fatto avanti consegnando un flauto, del tutto identico a quello che usava la ragazzina, ai giornalisti di Chi l’ha visto, la trasmissione di Federica Sciarelli che otto anni fa ha condotto gli investigatori sulle tracce dei segreti di Sant’Apollinare, dove per 20 anni fu sepolto Enrico De Pedis, il boss della Banda della Magliana, la stessa chiesa che Emanuela frequentava per seguire un corso di musica. Ora, attraverso lo stesso canale televisivo, lo scenario viene capovolto.

Marco Fassani Accetti, fotografo che usa l’immagine per trasmettere oscuri segnali su bambini rapiti, ragazze sepolte nella sabbia o ricomposte in una bara, uomo di cinema, si mostra molto informato. Dice di aver fatto parte di “una lobby di controspionaggio” che agiva tra opposte fazioni vaticane, batte su temi come “la gestione dello Ior, i finanziamenti a Solidarnosc, le nomine”, rivendica alcune telefonate anonime, decritta i codici usati dai rapitori (153, il numero della linea variando l’ordine indicherebbe la data dell’attentato a Wojtyla, 13 maggio). Ma insiste nel dire che fu un “sequestro bluff”. Come quello di Mirella Gregori. Le due, racconta, ora sarebbero a Parigi dove vivono felici e contente. Storiella vecchia, cui non crede più nessuno e quasi svaluta il portato di altre più interessanti rivelazioni.

L’unico dato certo è che M.F.A, sei mesi dopo la scomparsa di Emanuela, ha investito con la sua auto, uccidendolo, un ragazzino di 12 anni, figlio di un diplomatico dell’Uruguay lungo la Pineta di Castelporziano. Dove lui casualmente si trovava e dove non doveva invece trovarsi il minore, uscito di casa all’Eur per andare dal barbiere. Fu condannato soltanto per omicidio colposo, l’accusa di sequestro inizialmente ipotizzata si è persa tra i fascicoli e forte di questa definitiva sentenza può dire ormai quel che gli pare. In quel periodo adescava ragazzini, maschi e femmine, con l’esca di servizi fotografici. Il set su cui si muoveva era limitrofo a quello del sequestro Orlandi, di cui egli stesso si autoaccusa ma in ruolo marginale. Difficile capire se i suoi racconti, come le sue foto, nascano da deliri onirici o se qualcuno, conoscendo i suoi segreti, lo stia manovrando.

Magari per far archiviare un’inchiesta, che ha impegnato generazioni di magistrati e servizi segreti, e che vede al centro il Vaticano, la mafia e quant’altro. Il procuratore aggiunto Capaldo teme una nuova campagna di intossicazione. Allo scadere dei 30 anni, meno di due mesi, deve dimostrare che Emanuela fu uccisa se non vuole che cali il silenzio della prescrizione. La trama ricostruita finora si fonda sul racconto di Sabrina Minardi, sventurata amante di De Pedis. Quel Renatino che avrebbe sequestrato Emanuela, per poi farla uccidere e gettare in un pilone di cemento, su consiglio del vescovo americano Marcinkus. Così “chi doveva capì capiva”. Uno che doveva capire era Wojtyla, in effetti il Papa polacco capì al volo e rivelò ciò che doveva restare segreto, durante l’ora dell’Angelus: Emanuela era stata rapita, non era una “scappata di casa”. Il contrario di quanto oggi afferma M.F.A.

Sullo sfondo i soldi dei boss riciclati nello Ior, il crac dell’Ambrosiano, la caduta del Muro di Berlino, insomma la prima trattativa tra mafia e poteri della storia d’Italia, con corollario di ricatti e omicidi a partire da Roberto Calvi. Protostoria di altre future tragedie, che ho cercato di ricostruire nel mio libro Storie di alti prelati e gangster romani, sfrondando il sequestro Orlandi da ogni ammiccamento. Ma se quanto racconta M.F.A dovesse rivelarsi vero dovremmo ricrederci. Tutto precipita nella piccola storia di un potenziale serial killer, finora in realtà morboso “guardone” che aveva il torto di girare negli ambienti sbagliati. Un canovaccio utilizzato da altri per costruire il “grande ricatto”? Chissà. Ieri è iniziata la perizia sul flauto, se fosse quello vero dimostrerebbe che l’obliquo testimone ha in mano prove concrete. A favore di chi o contro chi? Magari anche stavolta “chi deve capire capisce”.

(autrice del libro: Storia di alti prelati e gangster romani, Fazi editore 2009)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi. I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi I boss votavano il sindaco siciliano della Lega
Juan Ramon Fernandez, l’ambasciatore di Cosa nostra canadese in Sicilia, in un’immagine di repertorio. Stanotte è sfuggito all’arresto

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi
I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

I carabinieri smantellano la cosca di Bagheria, alle porte del capoluogo, e scoprono i nuovi legami internazionali di Cosa nostra. Avviso di garanzia per il sindaco di Alimena, Giuseppe Scrivano, candidato alle Politiche con il Carroccio: è accusato di voto di scambio

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di SALVO PALAZZOLO

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Un ragazzone alto 1,90, tutto muscoli e camice griffate, passeggiava spesso lungo il corso principale di Bagheria, quello immortalato dal regista Peppuccio Tornatore nella sua Baaria. Passeggiava e incontrava tanta gente che lo ossequiava, come fosse di casa. In realtà quel giovanotto è uno spagnolo, e non è un turista. E’ un gangster cresciuto in Canada, alla corte del capomafia Vito Rizzuto. Si chiama Juan Ramon Fernandez: dopo essere stato espulso dal Canada, nell’aprile 2012, i carabinieri lo hanno seguito per mesi mentre si incontrava con il nuovo gotha della mafia di Bagheria. Ufficialmente, faceva l’istruttore di arti marziali in una palestra, in realtà progettava nuovi affari sull’asse Palermo-Montreal, soprattutto affari di droga. Le nuove alleanze di Cosa nostra sono state bloccate questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Palermo e dai colleghi del Ros, sulla base di un provvedimento di fermo predisposto dalla Procura distrettuale antimafia. Le manette sono scattate per 21 persone. Fernandez, però, è sfuggito all’arresto. Da un mese non faceva più le sue passeggiate a Bagheria. I militari hanno invece bloccato i nuovi padrini della cittadina alle porte di Palermo, sotto tutti vecchi nomi di Cosa nostra: Gino Di Salvo aveva assunto il ruolo di reggente del mandamento; Sergio Flamia era il capo della famiglia di Bagheria.

Il sindaco indagato
L’ultima indagine dei carabinieri ha svelato anche le complicità eccellenti dei padrini: nell’ottobre 2012, avrebbero sostenuto la candidatura alle Regionali di Giuseppe Scrivano, il sindaco di Alimena (Palermo) che è stato candidato con la lista di Nello Musumeci, il candidato di centrodestra alla presidenza della Regione. Scrivano è stato candidato anche alle ultime Politiche, come capolista della Sicilia Orientale per la Lega Nord e numero due in Sicilia Occidentale. Questa mattina ha ricevuto un avviso di garanzia per voto di scambio: le intercettazioni lo hanno sorpreso mentre contatta alcuni boss di Bagheria per avere voti alle Regionali. Secondo la ricostruzione dell’accusa, quei voti sarebbero stati pagati. Scrivano è risultato il primo dei non eletti della sua lista per le Regionali 2012, con 4.166 voti. A febbraio, poi, ha consegnato al partito di Bobo Maroni il 22 per cento dei voti di Alimena, un piccolo comune di 2000 abitanti: in lista, Scrivano si era portato la moglie e diversi parenti. E con orgoglio dichiarava: “Sono parenti, sì. Ma non ci sono amanti, come accade in altri partiti. Tremonti mi ha studiato. Ha visto che sono una persona perbene e mi ha dato via libera”.

Le intercettazioni
Nonostante gli arresti degli ultimi mesi, Cosa nostra era riuscita a mettere in campo un nuovo gruppo dirigente attorno allo storico mandamento di Bagheria, un tempo roccaforte del boss Bernardo Provenzano. “Le indagini hanno consentito di evidenziare le dinamiche interne e le manifestazioni criminali più significative”, dice il colonnello Pierangelo Iannotti, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. I boss avevano riorganizzato il mandamento di Bagheria attorno alle famiglie di Villabate, Ficarazzi, Altavilla Milicia. E facevano affidamento su un gruppo di giovani aspiranti mafiosi, ancora in fase di “addestramento”. Così un vecchio capomafia auspicava più rigore nella formazione delle nuove leve: “Quando vedi che nella salita fanno le bizze, piglia e colpisci con il frustino… sulle gambe… che loro il trotto non lo interrompono… purtroppo i cavalli giovani così sono”. Intercettazioni e microspie hanno consentito di svelare i retroscena di 11 estorsioni commesse nei confronti di commercianti e imprenditori, nessuno di loro aveva denunciato i ricatti dei boss.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesco Mazzocco e Caterina Malagoli, ha portato anche a un maxisequestro di beni per trenta milioni di euro: sigilli sono scattati per alcune attività economiche gestite dai boss, sono supermercati, centri scommesse e locali della movida palermitana, fra cui il notissimo pub Villa Giuditta. Hanno un valore complessivo di 30 milioni di euro.

“Joe Bravo”
In Canada è una vera celebrità criminale. Juan Ramon Paz Fernandez, classe 1956, è ritenuto uno dei più fidati collaboratori di don Vito Rizzuto. “Era seduto alla destra di Dio”, dicevano di lui gli investigatori della Royal Canadian Mounted Police. “Dio” è proprio Vito Rizzuto, fino al 2009 capo incontrastato della mafia canadese, poi è stato al centro di una cruenta guerra di mafia: prima gli hanno ucciso il figlio Nick, poi il padre Vito, il patriarca della famiglia. Ma Juan Ramon, detto “Joe Bravo”, è rimasto sempre fedele al suo padrino. “E’ un gangster perfetto”, scrivono gli investigatori canadesi nei loro rapporti: “E’ un idolo per molti ed è temuto da tutti”. A 22 anni è accusato della morte della fidanzata, una ballerina. Fra il 1999 e il 2001 viene espulso due volte dal Canada, verso la Spagna, ma nel giro di pochi mesi rientra a Montreal. “Vado a mostrare come ballo”, diceva lui in un’intercettazione. Ma poi finisce in carcere, per mafia e traffico di droga. Ci resta dieci anni. Nell’aprile 2012, il Canada lo espelle con il marchio di “indesiderabile”. A giugno, Joe Bravo è a Bagheria. I poliziotti canadesi mettono in allerta i carabinieri del Ros. E così l’indagine su Juan Ramon Paz Fernandez finisce presto per intersecarsi con quella sul clan mafioso di Bagheria, portata avanti già da mesi dal nucleo Investigativo dei carabinieri.
Joe Bravo non si trova. E’ di nuovo latitante. Con lui è fuggito anche un altro mafioso canadese, che nelle scorse settimane era venuto a trovarlo a Bagheria.  (08 maggio 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

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MAFIA & POLITICA – Crocetta: «Grazie a Dell’Utri? Ora il premier cacci Miccichè»

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Crocetta: «Grazie a Dell’Utri?
Ora il premier cacci Miccichè»

Il presidente Sicilia: «Nessun attacco giustizialista, ma non si possono ringraziare personaggi condannati per mafia»

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Di Salvo Fallica

6 maggio 2013

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«Le frasi di Gianfranco Miccichè con le quali ha in pratica ringraziato Marcello Dell’Utri per l’aiuto che avrebbe ricevuto per entrare nel governo Letta, sono semplicemente inaccettabili, anzi incommentabili. Uso questo termine per far capire tutta la mia delusione per l’accaduto». Così il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, interviene su l’Unità sulla polemica sollevata dalle dichiarazioni al Corsera del nuovo sottosegretario.

Crocetta spiega: «L’Unità ha scritto che se parla così, Miccichè è incompatibile con il governo Letta. Io credo che le sue frasi siano davvero inaccettabili in una democrazia, sono parole che suscitano una profonda indignazione in tutti coloro che credono nella dimensione dell’etica. Sia chiaro, nessun attacco giustizialista contro Miccichè, nessuno aveva messo un veto su di lui. Quel che è inaccettabile è che ringrazi Dell’Utri, che lo ricordo è un condannato per mafia in appello».

Crocetta lascia trapelare tutta la sua amarezza: «Questo non è un caso giuridico, non c’entra nulla il giustizialismo. Nessuno aveva discusso del processo Dell’Utri. Nessuno ha fatto obiezioni sulla persona Miccichè, non capisco che motivo aveva di citare Dell’Utri. In fondo il caso Miccichè l’ha creato Miccichè medesimo, ha fatto tutto da solo. Credo che occorra fare chiarezza su una questione che è primariamente culturale ed etica. Non si possono ringraziare condannati per mafia o personaggi indagati per mafia. Per molto meno, per una frase inopportuna, il presidente Letta ha spostato il sottosegretario Biancofiore da un settore ad un altro, credo debba intervenire con urgenza sul caso Miccichè».

Lei è molto critico sullo squilibrio a favore del centrodestra di ministri e sottosegretari siciliani.
«Squilibrio è un eufemismo, la Sicilia è stata penalizzata, sottovalutata, direi mortificata. È pensabile che su 4 sottosegretari isolani solo uno sia del centrosinistra? Quale messaggio si manda agli elettori, già disorientati del centrosinistra, che questa tornerà ad essere una terra del centrodestra? Per la prima volta nella storia in Sicilia sconfiggiamo alla regionali la destra e nessuno pensa a valorizzare questa vittoria. È incredibile. Nessuno mi ha chiamato. E non mi riferisco solo al nuovo governo, ma soprattutto al mio partito, il Pd».

Il Pd vive uno dei momenti più difficili della sua storia…
«Allo stato attuale è un partito senza una guida, ma le correnti pesano. Basta guardare alle scelte di ministri e sottosegretari di altre regioni d’Italia».

Presidente, proprio in queste ore vi è che imputa a lei, la debolezza del Pd in Sicilia. Cosa risponde?
«Sono critiche infondate. Io sono un esponente del Pd, che ha portato alla vittoria il partito ed il centrosinistra alla Regione Sicilia. In molti hanno parlato e parlano di modello Sicilia, si vede che nel mio partito questo successo non piace a tutti. Da quando è in campo il Megafono, è cresciuto tutto il centrosinistra ed anche il Pd. La nascita del Megafono l’ha voluta, giustamente Bersani, per rafforzare la coalizione, che in Sicilia è stata storicamente in minoranza. Ho lavorato con lealtà ed in sinergia con Bersani ed il Partito democratico, non consentirò a nessuno di manipolare la verità. Continuerò ad impegnarmi in questo partito per farlo uscire dalle difficoltà enormi nelle quali si trova. Sa cosa invece è paradossale? Che nel mio partito non mi coinvolgano nelle scelte della linea direttiva nazionale».

È per un reggente od un segretario con pieni poteri?
«In attesa che si celebri il congresso vi è solo una soluzione possibile, che Bersani ritiri le sue dimissioni. Può ancora farlo, per il bene del partito, del governo e dell’Italia. Bersani è un uomo che ha compreso ed incoraggiato il cambiamento avvenuto in Sicilia, è equilibrato e coraggioso. In pochi lo dicono, ma se abbiamo avuto la rielezione di un presidente della Repubblica di alto profilo quale Napolitano è merito anche di Bersani».

Qual è il suo giudizio sul governo Letta?
«Enrico Letta è una persona preparata, seria, è per cultura attento ai ceti deboli, ha idee razionali per il rilancio dell’economia. Ma la formazione del governo ha diversi punti deboli. Già l’elettorato soffre l’alleanza necessaria con il Pdl, se poi, come in Sicilia, invece di valorizzare il cambiamento lo mortifichi, parti con il piede sbagliato. Provi ad immaginare gli elettori di centrosinistra che sentono le frasi di Miccichè? Una delusione profonda, indicibile. Sul piano culturale e non solo politico, dobbiamo tenere dritta la barra del timone dell’etica e della legalità. Se non ci opponiamo a quei messaggi è finita. Io sono in prima linea nella lotta alla mafia, rischio la vita, non posso accettare messaggi sbagliati. Su questo dico a Letta: intervieni».

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fonte unita.it

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Governo Letta, il grande ritorno di Micciché. Sponsorizzato da Dell’Utri

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Governo Letta, il grande ritorno di Micciché. Sponsorizzato da Dell’Utri

Nonostante i recenti insuccessi elettorali, l’ex vicerè di Berlusconi in Sicilia conquista la poltrona di sottosegretario alla presidenza del consiglio, con la ghiotta delega alla Pubblica amministrazione. E nella prima intervista ringrazia i buoni uffici del Cavaliere e dell’ex senatore imputato di concorso esterno. Bloccato il rivale pidiellino Cascio

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di | 4 maggio 2013

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Sembrava spacciato, scomparso, evaporato. E  invece Gianfranco Miccichè, l’ex viceré di Sicilia, l’uomo di Silvio Berlusconi sull’isola, frontman della lunga stagione di successi di Forza Italia, è tornato: sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo Letta, con delega alla pubblica amministrazione e alla semplificazione. Grazie, soprattutto, ai buoni uffici dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, tuttora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Non male per l’uomo che dopo aver spaccato il Pdl in Sicilia, ha fondato un partito fai da te, Grande Sud, al quale però le urne hanno regalato alterne fortune. Solo negli ultimi dodici mesi Miccichè ha straperso le amministrative a Palermo, è arrivato quarto nella corsa alla presidenza della Regione e ha raggranellato appena lo 0,3 per cento alle ultime politiche, rimanendo fuori da Palazzo Madama.

Ma c’è di più: quel posto di sottosegretario Miccichè lo ha “scippato” a Francesco Cascio, l’ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana, leader della corrente lealista del Pdl, con cui l’ex manager di Publitalia si è spesso scontrato aspramente. Cascio a quel posto di governo ci ha sperato parecchio. Ma alla fine, nonostante la fedeltà assoluta a B, è stato “stracciato” dal ribelle Miccichè, che si è preso una bella rivincita dopo che proprio  la corrente di Cascio aveva stoppato la sua candidatura a governatore della Sicilia, preferendogli invece il più presentabile Nello Musumeci. Tutto merito di Marcello Dell’Utri, sussurrano le alte sfere siciliane del Pdl.

L’ex senatore condannato in appello a sette anni per mafia in appello si sarebbe infatti speso molto con Berlusconi per assicurare a Miccichè una poltrona nel governo Letta. E infatti subito dopo l’elezione il primo pensiero l’ex manager di Publitalia lo dedica a lui: “Ringrazio Dell’Utri”, chiarisce in un’intervista al Corriere della Sera, perché come ha ripetuto più volte in passato “gli voglio bene come a un fratello”. Quella condanna in appello per mafia, rimediata recentemente dall’ex senatore, però ha fatto storcere il naso a qualcuno. “Quando scoprirò che è veramente mafioso non lo saluterò, ma io non ci credo” assicura Miccichè, che non si fa convincere neanche dalla sentenza della cassazione, che ordinando un nuovo processo per Dell’Utri considerava comunque provata la sua vicinanza a Cosa Nostra fino al 1977.

Perchè a legare Miccichè a quello che per la procura di Palermo è “l’uomo cerniera” tra Berlusconi e Cosa Nostra c’è un rapporto antico e al tempo stesso strettissimo.  Un legame personale, nato quando Dell’Utri dirigeva Publitalia e Miccichè divenne uno dei manager di punta della concessionaria pubblicitaria berlusconiana. Poi arriva la politica, nasce Forza Italia e per guidare i partito in Sicilia, il Cavaliere e Dell’Utri scelgono proprio lui, il rampollo ribelle dell’aristocrazia palermitana che da giovane aveva addirittura militato in Lotta Continua. È così che Miccichè diventa il luogotenente dell’ex premier sull’isola, vero e proprio fortino forzista per venti lunghi anni. Dal 1994 al 2008 B in Sicilia è imbattibile: storiche le politiche del 2001 quando Forza Italia conquista tutti i 61 collegi dell’isola. “Vincemmo anche dove sembrava impossibile, anche dove dovevamo perdere” raccontano ancora oggi i militanti forzisti di allora. Miccichè è il frontman di quei successi, l’uomo che decide volti, slogan e candidature. Sua l’invenzione dell’allora sconosciuto Diego Cammarata a sindaco di Palermo. Il giorno dell’annuncio della candidatura, dopo aver “posato” l’altro nemico storico Ciccio Musotto, sui muri del centro comparve una scritta profetica: “Cammarata ma cu è? U sciacquino di Miccichè?”. Ciò nonostante i palermitani  votarono Cammarata in massa per dieci lunghi anni.

Nel frattempo però iniziava a spuntare nel Pdl siciliano una nuova generazione di fedelissimi che mal digeriva gli atteggiamenti del viceré berlusconiano. Una lunga lotta intestina che ha visto vari “prodotti” dell’epoca miccicheiana schierarsi col tempo su direzioni diametralmente opposte a quelle del capo. “Angelino Alfano? L’ho inventato io. Quando l’ho conosciuto non era nessuno. So di essere la persona più odiata da Alfano. Cosa peraltro ricambiata” dichiarava alla vigilia delle ultime elezioni regionali Miccichè , quando i mal di pancia dei vari Alfano, Cascio e Giuseppe Castiglione (anche lui nominato sottosegretario) avevano stroncato la sua candidatura a presidente per tutto il centrodestra.

Lui, forte del sostegno di Dell’Utri, aveva deciso di correre lo stesso, con il suo partito fai da te prendendo anche meno voti del Movimento Cinque Stelle e agevolando di fatto la vittoria di Rosario Crocetta. Poi però è tornato da Berlusconi, e  in vista delle politiche si era parlato della possibilità di utilizzare Grande Sud come “traghetto” per imbarcare gli impresentabili Cosentino e Dell’Utri. Ipotesi ventilata alla vigilia del voto e poi abbandonata dall’ex premier che aveva deciso di non ricandidare né l’uno né l’altro. L’ex senatore però adesso è andato a battere cassa. E Miccichè ringrazia.

Twitter: @pipitone87

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fonte ilfattoquotidiano.it

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ACCUSE GRAVISSIME – Maresciallo capo dei Carabinieri denuncia “Mi impedirono di catturare Messina Denaro. Fui fermato dal Ros”

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Il volto del boss mafioso Matteo Messina Denaro realizzato secondo la tecnica dell’age progression (Ansa)

Il maresciallo Masi: «Mi impedirono di catturare i boss. Fui fermato dal Ros»

Il caposcorta del pm Di Matteo: «A un passo da Messina Denaro e Provenzano. Fui fermato dal Ros»

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Accuse tremende, chiare, circostanziate. Sono quelle rivolte dal maresciallo Saverio Masi ai colleghi del Ros, rei a suo dire di avergli impedito di arrestare Bernardo Provenzano prima, Matteo Messina Denaro poi.

Masi, che ora è capo della scorta assegnata al pm Nino Di Matteo, capo dell’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia e in quello contro gli ex ufficiali dei carabinieri accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano, le ha messe in ordine in una relazione che ha consegnato alla procura di Palermo.

FATTI INIZIATI NEL 2001. Il tutto è stato rivelato dal Corriere della sera, che ha riportato un’indagine condotta dalla squadra di Report in un articolo firmato da Sigfrido Ranucci.
Sono i ricordi e l’esperienza personale di Masi, che entrato nel Nucleo provinciale di Palermo nel 2001 chiese subito di occuparsi della caccia ai latitanti, ma fu mandato Caltavuturo, sulle Madonie. Masi però cominciò a condurre indagini da solo, richerche che lo portorano in più di un’occasione a un passo da Provenzano (poi arrestato solo nel 2006) e da Messina Denaro.

Masi ha raccontato di aver scoperto e ricostruito i movimenti dei due latitanti, di aver rintracciato i loro complici e aver chiesto di poterli pedinare, ricevendo sempre un netto rifiuto da parte dei suoi superiori.

In un’intercettazione, addirittura, sarebbe spuntato il nome di Silvio Berlusconi, che un italo americano avrebbe voluto invitare negli Usa per il Columbus day, con l’intermediazione di un mafioso siciliano.

TROVÒ LA PRESUNTA MACCHINA PER SCRIVERE DEI PIZZINI. Ma i fatti salienti citati da Masi sono altri. Come quando in un casotto nel parco demolizioni di Ficano, cognato del postino di Provenzano, trovò una macchina per scrivere che poteva essere stata usata per compilare i pizzini riservati al boss, ma nessuno volle approfondire la vicenda. O come quando un tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano fallì perché gli uomini del Ros avevano dimenticato gli attrezzi da scasso.
«Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi fermare!». Queste le parole che Masi si sarebbe sentito dire da un superiore che gli offriva addirittura un posto di lavoro per la sorella disoccupata pur di metterlo a tacere.

DUE VOLTE VICINO AL BOSS. A Messina Denaro ci andò anche più vicino. Una volta, ne è convintò, lo identificò seduto a un tavolo con altre persone in un casolare, un’altra rischiò un incidente d’auto proprio con il boss, e dopo aver evitato lo scontro lo seguì.
In entrambi i casi, però, il suo lavoro venne ostacolato.

Accuse gravissime che promettono di accendere i prossimi appuntamenti con i due processi condotti da Di Matteo, che nel frattempo ha ricevuto minacce di morte. «Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo». E le ombre della stagione delle stragi tornano ad allungarsi sull’Anti mafia.

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fonte lettera43.it

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MACELLERIA GIUDIZIARIA – Il caso Tortora trent’anni dopo / Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

Il caso Tortora trent'anni dopo Tortora in tribunale

Il caso Tortora trent’anni dopo

Nel giugno del 1983 l’arresto del popolare conduttore televisivo. Le accuse dei pentiti, la gogna pubblica, l’assoluzione in Cassazione, la malattia e la morte. Per quello che Giorgio Bocca definì “il più grande esempio di macelleria giudiziaria” nessuno ha mai pagato

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di CARLO VERDELLI

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Qualsiasi cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace. La vicenda che l’ha spezzato in due, anche se ormai lontana, non lascia in pace neanche la nostra di coscienza. E non solo per l’enormità del sopruso ai danni di un uomo (che fosse famoso, conta parecchio ma importa pochissimo), arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Cutolo. La cosa che rende impossibile archiviare “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” (Giorgio Bocca) è il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo. Anzi, i giudici coinvolti hanno fatto un’ottima carriera e i pentiti, i falsi pentiti, si sono garantiti una serena vecchiaia, e uno di loro, il primo untore, persino il premio della libertà.

Non fosse stato per i radicali (da Pannella al neo ministro Bonino, da Giuseppe Rippa a Valter Vecellio) che lo elessero simbolo della giustizia ingiusta e lo fecero eleggere a Strasburgo. Non fosse stato per Enzo Biagi che proprio su Repubblica, a sette giorni da un arresto che, dopo gli stupori, stava conquistando travolgenti favori nell’opinione pubblica, entrò duro sui frettolosi censori della prima ora (da Giovanni Arpino, “tempi durissimi per gli strappalacrime”, a Camilla Cederna, “se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto”) con un editoriale controcorrente: “E se Tortora fosse innocente?”. Non fosse stato per l’amore e la fiducia incrollabile delle figlie (tre) e delle compagne (da Pasqualina a Miranda, prima e seconda moglie, fino a Francesca, la convivente di quell’ultimo periodo). Non fosse stato per i suoi avvocati, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall’Ora, che si batterono per lui con una vicinanza e un ardore ben al di là del dovere professionale.
Non fosse stato per persone come queste, i 1.768 giorni che separano l’inizio del calvario di Enzo Tortora (17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all’Hotel Plaza di Roma) dalla fine della sua esistenza (18 maggio 1988, cancro ai polmoni, nella sua casa milanese di via Piatti 8, tre camere più servizi), sarebbero stati di meno, nel senso che avrebbe ceduto prima.

L’articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

(01 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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http://marteau7927.files.wordpress.com/2012/10/arresto-tortora_thumb.jpg?w=640&h=912

Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

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Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.

   Lei è il massimo esponente dell’organo supremo dei Magistrati: e deve sapere. Ho un sincero e profondo rispetto per i giudici che, come i giornalisti, hanno pagato, e pagano, un duro conto con il crimine. Conoscevo Alessandrini, e voglio bene ai figli del dott. Galli. Credo nell’onestà e nel scrificio di quelli che lottano, a Napoli e ovunque, contro la camorra e la mafia.

   Ma ci sono aspetti del “blitz” contro i cutoliani che lasciano perplessi: dalla data, una settimana o poco prima delle elezioni, agli sviluppi. Dalle conferenze-stampa trionfalistiche, alla caccia all’uomo con cineprese al seguito, dal segreto istruttorio largamente violato, al numero degli arrestati e dei dimessi.

   Su 350, se le cronache sono esatte, 200 sono tornati fuori: ma, hanno detto gli inquirenti, e mi scuso per l’odioso e usatissimo termine che suscita il ricordo di antiche procedure, molti rientreranno in cella. Come dire, che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?

   Tortora è denunciato da un tale Pandico, che fa il suo nome dopo tre interrogatori: guarda caso, un personaggio così popolare non gli viene in mente subito. Le conferme vengono da un certo Barra, conosciuto nell’ambiente come “O’animale”: è lui che parla dello “sgarro”, e che fa andar dentro il sindaco D’Antuono, rilasciato poi al trentanovesimo giorno di detenzione per mancanza di indizi. È sempre lui che riferisce della visita a Cutolo dei Gava e dei servizi segreti, per tirare fuori dagli impicci l’amico Cirillo, ma di questa impresa non si discute.

   Gli avvocati che difendono il presentatore non hanno potuto leggere neppure i verbali degli interrogatori del loro assistito; ci sono periodici che hanno pubblicato i testi delle deposizioni dei due camorristi accusati. Chi glieli ha dati?

   Ogni mattina, la stampa ha ricevuto la sua dose di indiscrezioni: Tortora fu iniziato col taglio di una vena, Tortora ha spacciato droga per 80 milioni e non ha consegnato l’incasso, Tortora ha riciclato denaro sporco, Tortora era amico di Turatello: smentisce la madre del bandito, smentisce ed è a disposizione, il suo braccio destro. Nessun segno sui polsi. Ma ci sarebbe la conferma di una “contessa”, che non può testimoniare perché, guarda caso, è morta.

   C’è la prova che dovrebbe mettere in difficoltà Tortora: una lettera di Barbaro Domenico per dei centrini andati perduti alla Rai. Esiste un carteggio tenuto dall’ufficio legale della Tv di Stato, ma non significa nulla. Conta, invece, la parola di due assassini.

   Poi ci sarebbe l’altro seguace di Cutolo, che messo in libertà avrebbe dovuto far fuori il compare Tortora che ha tradito, tanto è vero che ha scritto il nome dell’autore di “Portobello” nella sua agenda che è come se Oswald avesse segnato sul calendario: «Mercoledì: sparare a Kennedy».

   È pensabile che i misteriosi tipi che stanno sconvolgendo la nostra vita, per far fuori uno, o per far saltare un automobile, abbiano bisogno di aspettare che un detenuto torni in circolazione? Si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento.

   Ma ecco che arriva il colpo sensazionale: col caldo che imperversa, il dottor Di Persia corre a Milano, perché ha trovato finalmente chi può schiacciare quel finto galantuomo di Tortora.

   C’è uno che lo ha visto, nientemeno, consegnare della polvere bianca in cambio di una mazzetta di banconote, a un terzetto di farabutti, ed ha assistito alla scena in compagnia della sua gentile signora.

   Il dottor Di Persia non si informa sui precedenti del «noto pittore», che si chiama Giuseppe Margutti, ed è tanto riservato, odia tanto la pubblicità, e dà dello stesso fatto versioni differenti: una ad un redattore di Stop, l’altra al Sostituto Procuratore.

   Bene, l’artista, che si è fatto denunciare dal Louvre per una mostra delle sue opere non richiesta, che inventa, per andare con una donna, un rapimento, che mette in circolazione francobolli con la sua faccia, che dichiara guerra agli Usa che lo hanno buttato fuori, che immagina un sequestro che non c’è mai stato, che denuncia i critici che non lo capiscono, che si fa incatenare nella Galleria di Milano, che chiama i fotografi per farsi ammirare mentre imbianca i muri sudici dell’asilo di sua figlia è il teste chiave.

   I giudici di Napoli spiegano poi agli avvocati Dall’Ora, Della Valle e Coppola, tutori di Tortora, che le chiacchiere di Margutti costituiscono «un importante risultato sul piano probatorio».

   Signor Presidente, chi risarcirà Tortora di queste calunnie? Col pappagallo, dovra forse andare a distribuire i pianeti della fortuna? Del resto, visto come va la giustizia, a chi si dovrebbe affidare?

Enzo Biagi, la Repubblica, giovedì 4 agosto 1983

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fonte marteau7927.wordpress.com

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DOPO 31 ANNI – Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa: caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:  caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:
caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Palermo, dopo 31 anni la borsa di pelle emerge dal bunker del tribunale. Dopo l’assassinio, la Polizia trasmise alla Procura il reperto senza far cenno alle carte. Segnalata dall’anonimo al pm Di Matteo, doveva contenere nomi eccellenti

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di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

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PALERMO L’hanno ritrovata dopo trentuno anni, cercando nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. È vuota, hanno portato via tutto. Non c’è più niente dentro la borsa di pelle marrone di Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale prefetto ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 a colpi di kalashnikov.

La scoperta è di qualche giorno fa, la ricerca nelle viscere del Palazzo di giustizia è partita dall’anonimo (probabilmente scritto da un carabiniere molto informato sui misteri siciliani) che era arrivato nell’autunno scorso al pm Nino Di Matteo. L’anonimo denominava il suo scritto in codice – “Protocollo Fantasma” – e invitava i pm a investigare su 22 punti. Uno riguardava proprio la borsa del generale Dalla Chiesa.

Così sono ricominciate le ricerche e si è arrivati al ritrovamento. Ma dei documenti nessuna traccia.

Tre decenni dopo, il “caso Dalla Chiesa” è finito in archivio. Condannati come “esecutori” e “mandanti” il solito Totò Riina e i soliti macellai della sua ciurma: Vincenzo Galatolo, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero e Raffaele Ganci, Nino Madonia. Sui mandanti “altri”, anche per il delitto Dalla Chiesa come per tutti i delitti eccellenti di Palermo solo ombre.

L’ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+

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fonte repubblica.it

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