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ACCUSE GRAVISSIME – Maresciallo capo dei Carabinieri denuncia “Mi impedirono di catturare Messina Denaro. Fui fermato dal Ros”

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Il volto del boss mafioso Matteo Messina Denaro realizzato secondo la tecnica dell’age progression (Ansa)

Il maresciallo Masi: «Mi impedirono di catturare i boss. Fui fermato dal Ros»

Il caposcorta del pm Di Matteo: «A un passo da Messina Denaro e Provenzano. Fui fermato dal Ros»

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Accuse tremende, chiare, circostanziate. Sono quelle rivolte dal maresciallo Saverio Masi ai colleghi del Ros, rei a suo dire di avergli impedito di arrestare Bernardo Provenzano prima, Matteo Messina Denaro poi.

Masi, che ora è capo della scorta assegnata al pm Nino Di Matteo, capo dell’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia e in quello contro gli ex ufficiali dei carabinieri accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano, le ha messe in ordine in una relazione che ha consegnato alla procura di Palermo.

FATTI INIZIATI NEL 2001. Il tutto è stato rivelato dal Corriere della sera, che ha riportato un’indagine condotta dalla squadra di Report in un articolo firmato da Sigfrido Ranucci.
Sono i ricordi e l’esperienza personale di Masi, che entrato nel Nucleo provinciale di Palermo nel 2001 chiese subito di occuparsi della caccia ai latitanti, ma fu mandato Caltavuturo, sulle Madonie. Masi però cominciò a condurre indagini da solo, richerche che lo portorano in più di un’occasione a un passo da Provenzano (poi arrestato solo nel 2006) e da Messina Denaro.

Masi ha raccontato di aver scoperto e ricostruito i movimenti dei due latitanti, di aver rintracciato i loro complici e aver chiesto di poterli pedinare, ricevendo sempre un netto rifiuto da parte dei suoi superiori.

In un’intercettazione, addirittura, sarebbe spuntato il nome di Silvio Berlusconi, che un italo americano avrebbe voluto invitare negli Usa per il Columbus day, con l’intermediazione di un mafioso siciliano.

TROVÒ LA PRESUNTA MACCHINA PER SCRIVERE DEI PIZZINI. Ma i fatti salienti citati da Masi sono altri. Come quando in un casotto nel parco demolizioni di Ficano, cognato del postino di Provenzano, trovò una macchina per scrivere che poteva essere stata usata per compilare i pizzini riservati al boss, ma nessuno volle approfondire la vicenda. O come quando un tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano fallì perché gli uomini del Ros avevano dimenticato gli attrezzi da scasso.
«Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi fermare!». Queste le parole che Masi si sarebbe sentito dire da un superiore che gli offriva addirittura un posto di lavoro per la sorella disoccupata pur di metterlo a tacere.

DUE VOLTE VICINO AL BOSS. A Messina Denaro ci andò anche più vicino. Una volta, ne è convintò, lo identificò seduto a un tavolo con altre persone in un casolare, un’altra rischiò un incidente d’auto proprio con il boss, e dopo aver evitato lo scontro lo seguì.
In entrambi i casi, però, il suo lavoro venne ostacolato.

Accuse gravissime che promettono di accendere i prossimi appuntamenti con i due processi condotti da Di Matteo, che nel frattempo ha ricevuto minacce di morte. «Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo». E le ombre della stagione delle stragi tornano ad allungarsi sull’Anti mafia.

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fonte lettera43.it

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MACELLERIA GIUDIZIARIA – Il caso Tortora trent’anni dopo / Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

Il caso Tortora trent'anni dopo Tortora in tribunale

Il caso Tortora trent’anni dopo

Nel giugno del 1983 l’arresto del popolare conduttore televisivo. Le accuse dei pentiti, la gogna pubblica, l’assoluzione in Cassazione, la malattia e la morte. Per quello che Giorgio Bocca definì “il più grande esempio di macelleria giudiziaria” nessuno ha mai pagato

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di CARLO VERDELLI

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Qualsiasi cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace. La vicenda che l’ha spezzato in due, anche se ormai lontana, non lascia in pace neanche la nostra di coscienza. E non solo per l’enormità del sopruso ai danni di un uomo (che fosse famoso, conta parecchio ma importa pochissimo), arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Cutolo. La cosa che rende impossibile archiviare “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” (Giorgio Bocca) è il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo. Anzi, i giudici coinvolti hanno fatto un’ottima carriera e i pentiti, i falsi pentiti, si sono garantiti una serena vecchiaia, e uno di loro, il primo untore, persino il premio della libertà.

Non fosse stato per i radicali (da Pannella al neo ministro Bonino, da Giuseppe Rippa a Valter Vecellio) che lo elessero simbolo della giustizia ingiusta e lo fecero eleggere a Strasburgo. Non fosse stato per Enzo Biagi che proprio su Repubblica, a sette giorni da un arresto che, dopo gli stupori, stava conquistando travolgenti favori nell’opinione pubblica, entrò duro sui frettolosi censori della prima ora (da Giovanni Arpino, “tempi durissimi per gli strappalacrime”, a Camilla Cederna, “se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto”) con un editoriale controcorrente: “E se Tortora fosse innocente?”. Non fosse stato per l’amore e la fiducia incrollabile delle figlie (tre) e delle compagne (da Pasqualina a Miranda, prima e seconda moglie, fino a Francesca, la convivente di quell’ultimo periodo). Non fosse stato per i suoi avvocati, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall’Ora, che si batterono per lui con una vicinanza e un ardore ben al di là del dovere professionale.
Non fosse stato per persone come queste, i 1.768 giorni che separano l’inizio del calvario di Enzo Tortora (17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all’Hotel Plaza di Roma) dalla fine della sua esistenza (18 maggio 1988, cancro ai polmoni, nella sua casa milanese di via Piatti 8, tre camere più servizi), sarebbero stati di meno, nel senso che avrebbe ceduto prima.

L’articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

(01 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

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Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.

   Lei è il massimo esponente dell’organo supremo dei Magistrati: e deve sapere. Ho un sincero e profondo rispetto per i giudici che, come i giornalisti, hanno pagato, e pagano, un duro conto con il crimine. Conoscevo Alessandrini, e voglio bene ai figli del dott. Galli. Credo nell’onestà e nel scrificio di quelli che lottano, a Napoli e ovunque, contro la camorra e la mafia.

   Ma ci sono aspetti del “blitz” contro i cutoliani che lasciano perplessi: dalla data, una settimana o poco prima delle elezioni, agli sviluppi. Dalle conferenze-stampa trionfalistiche, alla caccia all’uomo con cineprese al seguito, dal segreto istruttorio largamente violato, al numero degli arrestati e dei dimessi.

   Su 350, se le cronache sono esatte, 200 sono tornati fuori: ma, hanno detto gli inquirenti, e mi scuso per l’odioso e usatissimo termine che suscita il ricordo di antiche procedure, molti rientreranno in cella. Come dire, che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?

   Tortora è denunciato da un tale Pandico, che fa il suo nome dopo tre interrogatori: guarda caso, un personaggio così popolare non gli viene in mente subito. Le conferme vengono da un certo Barra, conosciuto nell’ambiente come “O’animale”: è lui che parla dello “sgarro”, e che fa andar dentro il sindaco D’Antuono, rilasciato poi al trentanovesimo giorno di detenzione per mancanza di indizi. È sempre lui che riferisce della visita a Cutolo dei Gava e dei servizi segreti, per tirare fuori dagli impicci l’amico Cirillo, ma di questa impresa non si discute.

   Gli avvocati che difendono il presentatore non hanno potuto leggere neppure i verbali degli interrogatori del loro assistito; ci sono periodici che hanno pubblicato i testi delle deposizioni dei due camorristi accusati. Chi glieli ha dati?

   Ogni mattina, la stampa ha ricevuto la sua dose di indiscrezioni: Tortora fu iniziato col taglio di una vena, Tortora ha spacciato droga per 80 milioni e non ha consegnato l’incasso, Tortora ha riciclato denaro sporco, Tortora era amico di Turatello: smentisce la madre del bandito, smentisce ed è a disposizione, il suo braccio destro. Nessun segno sui polsi. Ma ci sarebbe la conferma di una “contessa”, che non può testimoniare perché, guarda caso, è morta.

   C’è la prova che dovrebbe mettere in difficoltà Tortora: una lettera di Barbaro Domenico per dei centrini andati perduti alla Rai. Esiste un carteggio tenuto dall’ufficio legale della Tv di Stato, ma non significa nulla. Conta, invece, la parola di due assassini.

   Poi ci sarebbe l’altro seguace di Cutolo, che messo in libertà avrebbe dovuto far fuori il compare Tortora che ha tradito, tanto è vero che ha scritto il nome dell’autore di “Portobello” nella sua agenda che è come se Oswald avesse segnato sul calendario: «Mercoledì: sparare a Kennedy».

   È pensabile che i misteriosi tipi che stanno sconvolgendo la nostra vita, per far fuori uno, o per far saltare un automobile, abbiano bisogno di aspettare che un detenuto torni in circolazione? Si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento.

   Ma ecco che arriva il colpo sensazionale: col caldo che imperversa, il dottor Di Persia corre a Milano, perché ha trovato finalmente chi può schiacciare quel finto galantuomo di Tortora.

   C’è uno che lo ha visto, nientemeno, consegnare della polvere bianca in cambio di una mazzetta di banconote, a un terzetto di farabutti, ed ha assistito alla scena in compagnia della sua gentile signora.

   Il dottor Di Persia non si informa sui precedenti del «noto pittore», che si chiama Giuseppe Margutti, ed è tanto riservato, odia tanto la pubblicità, e dà dello stesso fatto versioni differenti: una ad un redattore di Stop, l’altra al Sostituto Procuratore.

   Bene, l’artista, che si è fatto denunciare dal Louvre per una mostra delle sue opere non richiesta, che inventa, per andare con una donna, un rapimento, che mette in circolazione francobolli con la sua faccia, che dichiara guerra agli Usa che lo hanno buttato fuori, che immagina un sequestro che non c’è mai stato, che denuncia i critici che non lo capiscono, che si fa incatenare nella Galleria di Milano, che chiama i fotografi per farsi ammirare mentre imbianca i muri sudici dell’asilo di sua figlia è il teste chiave.

   I giudici di Napoli spiegano poi agli avvocati Dall’Ora, Della Valle e Coppola, tutori di Tortora, che le chiacchiere di Margutti costituiscono «un importante risultato sul piano probatorio».

   Signor Presidente, chi risarcirà Tortora di queste calunnie? Col pappagallo, dovra forse andare a distribuire i pianeti della fortuna? Del resto, visto come va la giustizia, a chi si dovrebbe affidare?

Enzo Biagi, la Repubblica, giovedì 4 agosto 1983

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fonte marteau7927.wordpress.com

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DOPO 31 ANNI – Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa: caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:  caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:
caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Palermo, dopo 31 anni la borsa di pelle emerge dal bunker del tribunale. Dopo l’assassinio, la Polizia trasmise alla Procura il reperto senza far cenno alle carte. Segnalata dall’anonimo al pm Di Matteo, doveva contenere nomi eccellenti

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di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

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PALERMO L’hanno ritrovata dopo trentuno anni, cercando nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. È vuota, hanno portato via tutto. Non c’è più niente dentro la borsa di pelle marrone di Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale prefetto ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 a colpi di kalashnikov.

La scoperta è di qualche giorno fa, la ricerca nelle viscere del Palazzo di giustizia è partita dall’anonimo (probabilmente scritto da un carabiniere molto informato sui misteri siciliani) che era arrivato nell’autunno scorso al pm Nino Di Matteo. L’anonimo denominava il suo scritto in codice – “Protocollo Fantasma” – e invitava i pm a investigare su 22 punti. Uno riguardava proprio la borsa del generale Dalla Chiesa.

Così sono ricominciate le ricerche e si è arrivati al ritrovamento. Ma dei documenti nessuna traccia.

Tre decenni dopo, il “caso Dalla Chiesa” è finito in archivio. Condannati come “esecutori” e “mandanti” il solito Totò Riina e i soliti macellai della sua ciurma: Vincenzo Galatolo, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero e Raffaele Ganci, Nino Madonia. Sui mandanti “altri”, anche per il delitto Dalla Chiesa come per tutti i delitti eccellenti di Palermo solo ombre.

L’ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+

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fonte repubblica.it

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ANTICIPAZIONE – Brianza: tra Lega, clan della camorra e minacce di morte al giornalista dell’Espresso

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Monza, operazione Briantenopea (Foto by fabrizio radaelli) – fonte immagine

Anticipazione – l’articolo integrale venerdì nel nuovo numero dell’Espresso

In Brianza tra Lega e clan

Il terzo sindaco più influente della Lega Nord in Italia. Il vicepresidente di Confindustria Monza e Brianza. I familiari del locale capitano dei carabinieri. In affari tra loro. E anche con una società della camorra. Un incredibile intreccio di interessi descritto da un’inchiesta di Fabrizio Gatti nel nuovo numero de l’Espresso

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di Fabrizio Gatti

(18 aprile 2013)

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Mario Barzaghi, vicepresidente Confindustria di Monza Mario Barzaghi, vicepresidente Confindustria di Monza
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Il terzo sindaco più influente della Lega Nord in Italia. Il vicepresidente di Confindustria Monza e Brianza. I familiari del locale capitano dei carabinieri. In affari tra loro. E anche con una società della camorra. Un incredibile intreccio di interessi descritto da un’inchiesta di Fabrizio Gatti nel nuovo numero de l’Espresso permette di capire i meccanismi dell’infiltrazione criminale nell’economia lombarda. Il cuore di questa connection è a Seregno, 44 mila abitanti e una distesa di famosi mobilifici nella provincia di Monza.
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Lì il sindaco leghista Giacinto Mariani, ex tenutario di un locale per strip-tease e socio di impresari che nella loro discoteca a Lissone ospitavano le serate dei killer della ‘ ndrangheta, è riuscito a farsi eleggere due volte. La famiglia del sindaco e quella del comandante dei carabinieri hanno creato una società assieme all’imprenditore Mario Barzaghi, numero due di Confindustria di Monza e Brianza. Intervistato da Gatti, Barzaghi – dopo aver ammesso gli affari davanti alla telecamera – ha sequestrato il giornalista per un’ora nel suo ufficio e l’ha minacciato di morte.
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La +Energy srl – che aveva come azionisti Barzaghi, i familiari del sindaco e dell’ufficiale dal 2010 – ha creato un accordo con la Simec. Un’azienda sequestrata lo scorso ottobre dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere perché ritenuta del clan dei casalesi. La +Energy importa pannelli fotovoltaici dalla Cina. La Simec li installa. E alla fine, almeno fino a quando non vengono aboliti, si incassano gli incentivi statali. Le due società sono legate da un accordo di riservatezza: si impegnano a mantenere segreta qualsiasi informazione «ad esempio documenti, progetti, risorse tecniche, dati societari».
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Non solo. Nei mesi in cui la compagna del sindaco entra in società con il vicepresidente di Confindustria, il primo cittadino presenta la bozza del nuovo piano di governo del territorio. Proprio su una grande area, la stessa su cui il cavalier Barzaghi ha creato la sua Effebiquattro, primo produttore di porte in Italia, è prevista una trasformazione record. Da zona industriale a polifunzionale con 121 mila metri quadri di negozi, appartamenti, uffici e torri di 63 metri d’altezza. Il progetto viene bocciato perfino dai consiglieri comunali di centrodestra. E il sindaco lo ritira nello scorso dicembre.
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GUARDA IL VIDEO

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Intervistato da Gatti nella sede della sua azienda, Barzaghi parla davanti alla telecamera del ruolo dei familiari del sindaco e di quelli del capitano. Poi, alla richiesta di spiegare meglio il suo ruolo, il vicepresidente di Confindustria si alza minaccioso dalla scrivania. Pretende la cancellazione dell’intervista e impedisce all’inviato de l’Espresso di uscire. Si avvicina più volte con i pugni stretti. Promette di spaccare il muso al giornalista: «Lo ammazzo io questo qua. Lo accoppo. Perché di qua el va foeura no», di qua non esce, «almeno vado in galera, ma vado in galera a ragion veduta». Continua così per un’ora. E quando arrivano i carabinieri ribadisce: «Perché il signore deve ringraziare Gesù Cristo di non incontrarmi per strada poi. Sì, sì, sono minacce proprio».

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Mafia, “aziende legate a Messina Denaro negli appalti di Imperia”

Buffo, sono anni che si ‘mormora’ che il superlatitante Messina Denaro risieda stabilmente in quel di San Remo, patria di uccelli canterini che, però, ‘cantano’ solo quando fa comodo…

mauro

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Identikit di Matteo Messina Denaro -fonte immagine

Mafia, “aziende legate a Messina Denaro negli appalti di Imperia”

Misure cautelari per quattro imprenditori residenti nella città ligure. La Procura li considera legati all’ultimo grande latitante di Cosa nostra. Secondo l’accusa, avevano creato un sistema per aggiudicarsi le gare pubbliche con maxi ribassi. Nel mirino anche l’acquedotto di Pieve di Teco

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di | 16 aprile 2013

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Un filo che univa la Liguria alla Sicilia. Da una parte, a Imperia, un gruppo di imprenditori e professionisti con il pallino degli appalti pilotati, questo secondo almeno le indagini condotte dalla Procura della città ligure. Dall’altra parte, ad Agrigento, altri imprenditori che si prestavano a favorire i loro “colleghi” fornendo loro preventivi per forniture che dovevano servire a giustificare maxi ribassi d’asta. Solo che gli imprenditori agrigentini finiti nel mirino della Guardia di Finanza ligure sarebbero in odor di mafia: i loro nomi comparirebbero in indagini siciliane relative al super boss latitante Matteo Messina Denaro.

Potrebbero dunque esserci interessi mafiosi dietro il tentativo di mettere le mani sulla gestione di un acquedotto, quello di Pieve di Teco. Un “affare” però non andato in porto perché l’impresa aggiudicataria si è vista negare dall’amministrazione l’assegnazione della gara. Qualche giorno dopo ignoti hanno bruciato il portone del Municipio, danneggiamento che oggi viene contestato agli indagati. Il pm della Procura di Imperia Maria Di Lazzato ha chiesto e ottenuto dal gip Massimiliano Botti una misura cautelare per quattro persone: Giuseppe Piazza, imprenditore, ritenuto la “mente” del clan, di 51 anni, per il quale è stato disposto il divieto di esercitare la professione di geometra e di ricoprire incarichi direttivi; obbligo di firma, invece, per Luca RiccaAlessandro Lauricella, e obbligo di dimora per Salvatore Crispino, accusati di turbativa d’asta e bancarotta fraudolenta. Tutti imprenditori e tutti residententi a Imperia.

Il gruppo costituiva società, svuotandole però puntualmente, e con le stesse, approfittando della “verginità imprenditoriale”, ottenevano i certificati antimafia e partecipavano a gare di appalto, che in qualche caso sarebbero riusciti a ottenere con vertiginosi ribassi, anche del 40 per cento. I loro guadagni accertati superano il milione di euro. Quando le commissioni di gara contestavano le cosidette anomalie, l’impresa concorrente si giustificava producendo preventivi di comodo, per giustificare così l’offerta presentata, preventivi che giungevano dall’agrigentino, teatro oggi di diverse perquisizioni della Finanza.

Le imprese sarebbero state controllate da Alessandro Lauricella, originario dell’agrigentino. Una inchiesta alla quale un apporto sarebbe giunto dal collaboratore di giustizia Giovanni Ingrasciotta, lo stesso che ha deposto nell’ambito dell’istruttoria contro il parlamentare trapanese Antonio D’Alì e dei contatti tra questi e il latitante Messina Denaro. Un’inchiesta che è partita dal fallimento della “Generali Costruzioni”, che ha lasciato dietro di se ad Imperia un buco da 7 milioni di euro.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Dell’Utri condannato in appello a 7 anni per concorso esterno a Cosa nostra

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Dell’Utri condannato in appello a 7 anni per concorso esterno a Cosa nostra

La Corte d’appello di Palermo ribadisce la sentenza che era stata annullata dalla Cassazione nel marzo 2012. L’accusa: aver “rafforzato Cosa nostra” creando un “aggancio” con Silvio Berlusconi. Il commento a caldo: “Il romanzo criminale continua”. Il pg Patronaggio: “Richiesta di arresto? Non è dato saperlo”

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di | 25 marzo 2013

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Marcello Dell’Utri è stato condannato in appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici della Corte d’Appello di Palermo hanno condannato a 7 anni Marcello Dell’Utri, accogliendo la richiesta del pg Luigi Patronaggio. “Speravo in un’altra sentenza, ma l’accetto” è stato il commento a caldo dell’ex senatore. Che poi ha aggiunto: “Il romanzo criminale continua…”. “Naturalmente speravo in un’assoluzione, ma sapevo anche che poteva essere una condanna. Ne prendo atto”. Le accuse potrebbero essere però prescritte se la Cassazione, che con ogni probabilità sarà chiamata a pronunciarsi di nuovo dall’imputato, non si pronunciasse entro il 2014. “Se arrivasse la prescrizionedirei come Andreotti: sempre meglio di niente”, ha commentato.

La nuova sentenza arriva dopo che la Corte di Cassazione, nel marzo 2012, aveva annnullato il precedente giudizio d’appello, che si era concluso con la medesima condanna a sette anni. I giudici, però, aveva assolto Dell’Utri dai reati a lui contestati dal ’92 in poi. Nelle motivazioni, la Cassazione aveva sottolineato che il reato di concorso esterno a Cosa nostra era stato commesso certamente “fino al 1977″, mentre non lo aveva ritenuto provato per gli anni successivi. Nel verdetto di oggi, la Corte presieduta da Raimondo Lo Forti fa riferimento alla sentenza del Tribunale di primo grado che aveva condannato l’imputato a 9 anni e, vista l’assoluzione in appello ormai definitiva dei fatti successivi al ’92, determina la pena a 7 anni di carcere.

“Questa è una sentenza che rende giustizia a un lavoro molto impegnativo svolto, ci riteniamo soddisfatti”, ha commentato il pg Luigi Patronaggio, che oggi nelle ultime repliche in aule ha ribadito contro Dell’Utri l’accusa di aver “rafforzato” Cosa nostra creando un “aggancio” con Silvio Berlusconi. “Sostanzialmente la sentenza di condanna a 7 anni per Dell’Utri è una conferma della sentenza di secondo grado, è stata riconosciuta la responsabilità penale per il periodo che arriva fino al 1992. Dobbiamo leggere le motivazioni, poi le singole condotte che vengono ascritte al condannato”, ha aggiunto Patronaggio. E alla domanda se la Procura generale chiederà l’arresto dell’imputato, Patronaggio ha replicato: “Questo non è dato sapere…”.

“Se mi dovessero assolvere non brinderò né festeggerò, sono vent’anni che soffro. Non c’è nulla da festeggiare”, aveva affermato Dell’Utri entrando nell’aula bunker di Palermo poco prima della sentenza. “Mi sembra che questa Corte d’Appello abbia esaminato con spirito molto serio e distaccato tutti gli atti”, ha proseguito Dell’Utri. “Se dovesse andar male, mi dovessero condannare non dirò che sono giudici comunisti”. Prima della lettura della sentenza, Dell’Utri è tornato sul caso Mangano. “Io non ho mai detto che Vittorio Mangano è un eroe, ho detto e lo ripeto anche oggi che Mangano è il mio eroe”. Eroe, ha precisato, “come nei romanzi russi, perché ho saputo che gli hanno detto che se mi avesse accusato non avrebbe più avuto problemi giudiziari”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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FAVOREGGIAMENTO AGGRAVATO A COSA NOSTRA – Processo Mori, pm cita telefonate col Colle: «Mancino tentò di inquinare le prove»

STATO-MAFIA: UDIENZA RINVIATA AL 15 NOVEMBRE

IN CORSO A PALERMO

Processo Mori, pm cita telefonate col Colle: «Mancino tentò di inquinare le prove»

Nella requisitoria di Di Matteo il riferimento a una conversazione tra l’ex ministro dell’Interno e Loris D’Ambrosio

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PALERMO – Le intercettazioni delle telefonate tra l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino e il consigliere del presidente della Repubblica Loris D’Ambrosio sono state citate dal pm palermitano Nino Di Matteo nella sua requisitoria nel processo ai militari del Ros, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, imputati per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

LE TELEFONATE – Le telefonate, secondo il magistrato della Procura palermitana, sarebbero state «uno dei tanti tentativi di strumentale inquinamento della prova in questo procedimento». In una delle chiamate, ha riferito in aula Di Matteo, l’ex ministro Mancino appare preoccupato che ci sia un accanimento dei pm che avevano chiesto il confronto in aula con l’ex guardasigilli Claudio Martelli. «Questo è il processo nel quale Mancino ha palesato di non tenere in conto l’autonomia del vostro giudizio», ha detto il pm, «chiamando il consigliere del Presidente della Repubblica Loris D’Ambrosio, cercando conforto nelle più alte cariche dello Stato per evitare il confronto». D’Ambrosio, ex magistrato e prezioso collaboratore di Napolitano, è morto improvvisamente nel luglio dello scorso anno in seguito ad un infarto, mentre esplodeva la polemica sulle intercettazioni tra il Colle e Mancino.

PROVENZANO – L’ex capo del Ros Mori e il colonnello Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nei primi anni ’90, non avrebbero agito perché «collusi» o «per paura», ma perché «in un determinato e delicato frangente storico, obbedendo ad indirizzi di politica criminale per contrastare le stragi, hanno ritenuto di trovare un rimedio assecondando l’ala più moderata di Cosa nostra», ha sostenuto il pm Nino Di Matteo. Gli imputati, ha detto ancora il magistrato, si sarebbero mossi «per favorire la fazione riconducibile a Provenzano» e al fine di garantirne «la leadership in Cosa nostra hanno ritenuto necessario garantire il perdurare della sua latitanza».

«PROCESSO DRAMMATICO» – Il pm ha poi invitato i giudici a non avere «pericolosi e istintivamente comprensibili pregiudizi di fronte ad accuse così imbarazzanti nei confronti di due uomini dello Stato», ma invece a valutare «con intelligenza, senza paura, che di fronte alla violazione della legge anche uomini così potenti non possono sottrarsi alle loro condotte». Infine Di Matteo ha parlato di processo «drammatico» anche in considerazione delle «dichiarazioni rese o no, fingendo di non ricordare da parte di politici, funzionari dello Stato e alti ufficiali dei carabinieri» e si è riferito in particolare alle deposizioni del senatore Nicola Mancino, degli onorevoli Martelli e Scotti, degli appartenenti al Ros che di fronte agli stessi fatti «hanno reso dichiarazioni contraddittorie e incompatibili fra loro. Noi sappiamo», ha detto Di Matteo, «chi tra di loro abbia mentito».

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE – Il pm Di Matteo, per la vicenda delle telefonate tra Mancino e Napolitano, intercettate durante l’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, e delle quali la Consulta ha ordinato la distruzione, è stato messo sotto procedimento disciplinare da parte del Pg della Cassazione. A Di Matteo si contesta l’avere «ammesso l’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro dell’Interno e il capo dello Stato». Al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, invece, il Pg della Cassazione, contesta il non avere segnalato le violazioni commesse dal magistrato del suo ufficio ai titolari dell’azione disciplinare

Redazione online

25 marzo 2013

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fonte corriere.it

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