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Ritornano gli zapatisti in Messico – VIDEO: EZLN Marcha del silencio, SCLC, Chiapas (21/12/2012)

EZLN Marcha del silencio, SCLC, Chiapas (21/12/2012)

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Pubblicato in data 21/dic/2012

El d[ia 21 de diciembre de 2012, de nueva cuenta salieron miles de indigenas, bases de apoyo del EZLN, por lo menos en los municipio de Ocosingo, Margaritas, Altamirano y San Cristobal de Las Casas. En medio de un festin comercial de las mal llamadas Profesias Mayas de fin del mundo o del tiempo largo, el EZLN vuelve a mostrar que el mundo indigena no esta en las ruinas arquelogicas, no esta en la venta de ciclos, no esta en el comercio de su cultura.
Miles de bases de apoyo zapatistas marcaron su presencia en San Cristóbal, Ocosingo, Las Margaritas y Comitán. Los indígenas, jóvenes en su mayoría, arribaron por la madrugada a las cabeceras municipales y desfilaron en formación y estricto silencio. En los municipios desfilaron uno a uno frente al palacio municipal correspondiente con el puño en alto. No hubo discursos, ni comunicados, solo su presencia recordando que no estan vencidos, que resisten y que su proyecto de autonomia sigue siendo un hecho.
Los errores de falta de acentos yd emas es proque tengo una maquina que no tiene!

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Ritornano gli zapatisti in Messico

su Latino America Express
Fabrizio Lorusso
Data: 2012-12-24

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Stato del Chiapas, Messico profondo. “Avete sentito? E’ il suono del vostro mondo che crolla. E’ quello del nostro che risorge. Il giorno in cui fece giorno, era notte. E notte sarà il giorno in cui farà giorno. Democrazia, libertà e giustizia!”.

Questo il messaggio firmato dal Subcomandante Marcos a nome della Comandancia dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e diffuso alla fine della marcia silenziosa e pacifica di oltre 40.000 indigeni del 21 dicembre scorso.

Mentre il mondo e i mass media si occupano di profezie maya fantasiose e del Natale in arrivo, le differenti etnie maya del Messico profondo, insorte 18 anni fa in Chiapas, si fanno rivedere per gridare con una marcia silenziosa e pacifica che i problemi del paese e degli indigeni non sono stati risolti e che la loro organizzazione in autonomia e dignità continua e si espande.

Il 21-12-12 segna la rinascita del movimento neozapatista in Messico e una nuova era maya, non la fine del mondo. Ma anche per ricordare la strage ancora impunita di Acteal, in cui 45 indigeni delle basi di appoggio zapatiste fuono massacrati da paramilitari il 22 dicembre del 1997. Gli zapatisti ritornano, ma in realtà non se ne sono mai andati e ora rivendicano la loro importanza politica e la forza delle loro richieste (il diritto alla terra, al lavoro, all’autonomia e il riconoscimento costituzionale dei diritti dei popoli indigeni) nel Messico del PRI (Partido Revolucionario Institucional, ora al governo dopo la vittoria di Enrique Peña alle presidenziali del primo luglio scorso).  (articolo qui).

fonte unita.it

Yoani Sánchez e il benaltrismo in America Latina

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Yoani Sánchez e il benaltrismo in America Latina

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di  

6 ottobre 2012

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Già per altri post sono stato tacciato di “benaltrismo” da qualche lettore che certamente non fa giornalismo in America Latina, per cui mi tolgo un sassolino dalla scarpa senza troppo timore.

Non desidero occuparmi direttamente di ciò che è accaduto a Yoani Sánchez, del suo arresto e di quello di sedicenti attivisti per i diritti umani a Cuba. In troppi ne parlano. Peraltro Yoani è già stata liberata e riportata a casa dalla polizia.

Voglio raccontare piuttosto cosa succede in un paese considerato democratico dai più, di cui si parla sempre troppo poco (sicuramente a confronto con Cuba) e che invece è un po’ un inferno per chi fa la mia professione.

Il Messico non ha una Yoani Sánchez. Me ne rammarico, perché una come lei aiuterebbe certamente ad aumentare l’attenzione su quello che succede qui ai giornalisti e ai difensori dei diritti umani. Se si avesse la stessa attenzione (spesso morbosa e disinformata) che si ha ideologicamente nei confronti di Cuba anche per paesi come il Messico, probabilmente i giornalisti sarebbero più protetti.

Dall’inizio del 2012 sono stati ammazzati in Messico 10 giornalisti. Considerando che in Siria, il paese più pericoloso per questa professione, ne sono morti 32, e 16 in Somalia, il Messico si piazza ad un dignitoso terzo posto. Non è poca cosa. E qui non c’è nessuna guerra, né guerra civile (quanto meno non dichiarata).

I giornalisti desaparecidos si contano a decine e sono centinaia i colleghi costretti al silenzio, all’autocensura, da minacce, aggressioni, violenze di ogni tipo, soprattutto perpetrate da funzionari pubblici e agenti delle forze di polizia e militari, come confermano i rapporti di Amnesty International e dell’organizzazione in difesa dei giornalisti Article19.

La libertà di stampa e di espressione è negata e soppressa costantemente, quotidianamente, soprattutto fuori da Città del Messico, in “provincia”, dove chi lavora in zone “difficili”, come Ciudad Juárez, Chihuahua, Culiacán, Monterrey, Veracruz, Chilpancingo (e chi più ne ha più ne metta), deve adottare strategie caserecce di protezione, auto censurarsi costantemente, o semplicemente sperare che non arrivi un commando a prenderti, farti sparire e decapitarti.

Questa è una breve sintesi delle condizioni della libertà di espressione e di stampa in un paese “democratico” come il Messico, dove, nei tre mesi appena trascorsi, sono spariti attivisti e giornalisti solo per aver svelato i tremendi brogli elettorali, la compravendita di voti e le violenze di ogni tipo del nuovo presidente eletto e della sua squadra (o meglio, squadraccia), che entrerà in carica il prossimo primo dicembre.

Ma siccome non c’è un’attenzione ideologicamente orientata come nei confronti del regime cubano, allora Cuba e Yoani diventano bandiere e battaglie da cavalcare, mentre il Messico rimane tutt’al più un buon posto dove andare a godersi un po’ di mare, dopo aver manifestato, sui social network, la propria indignazione verso un regime brutale e liberticida come quello cubano.

La difesa dei diritti umani selettiva.

Pubblicato in data 26/apr/2012 da

http://www.mensajepolitico.com/
México se ha convertido en uno de los países más peligrosos para ejercer el periodismo.

¡Actúa ya! Firma y comparte nuestra petición: www.alzatuvoz.org/periodistas

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fonte ilfattoquotidiano.it

Messico choc, vendetta narcos: in nove impiccati al ponte / VIDEO: Los Zetas cuelgan de puente a miembros del C.D.G.

Los Zetas cuelgan de puente a miembros del C.D.G., responsables de “calentar” plaza de Nuevo Laredo

Pubblicato in data 04/mag/2012 da

Nuevo Laredo, Tamaulipas a 4 de Mayo de 2012, por (RN Noticias).- Los cuerpos sin vida de 9 personas a quienes se les atribuye ser los responsables del atentado con el coche bomba a las instalaciones del edificio Seguridad Púbica municipal de Nuevo Laredo, Tamaulipas, registrado el pasado 24 de abril aparecieron colgados en el puente vehicular de la carretera nacional Nuevo Laredo-Monterrey.

Una enorme manta con un mensaje de advertencia dirigido a las personas que “calienten” esta plaza estaba colgada del puente vehicular junto con los cuerpos de 5 hombres y 4 mujeres.

La manta decía textualmente. “Pinches golfas, así me los voy a ir acabando a todos los pendejos que mandes a calentar la plaza. Les voy a ir poniendo en su madre, en algo la tienen que cagar, y ahí le vamos a poner en su madre al pinche gringo, ahí está todo puto poniendo carros bomba y el pinche Juanito Carrizales todo puto porque le mate al pinche joto del Tubi que estaba llore y llore como vieja parturienta y el pinche metro 4 ahí andabas pidiéndole chicle al comandante Lazcano cuando te traía a puros vergazos, el R1 en Reynosa puto y ahora ahí andas de pinche mitotero, pero está bueno, ahí está tu pinche gente, los otros se me pelaron, pero ahí me los voy a chingar, al rato caen puto. Ahora ahí nos vemos bola de parapatras puto”

Con huellas de tortura y ensangrentados, estaban los cuerpos de las personas a quienes se les responsabiliza de los recientes hechos de violencia registrados en este municipio colindante con los Estados Unidos.

Las personas fueron torturadas y todos estaban con las manos atadas hacia atrás, unos traían esposas, mientras que otros tenían cinta color gris.

Visiblemente torturados, los cuerpos de las personas tenían los ojos vendados y su vestimenta estaba totalmente desgarrada y llena de sangre.

La aparición de los cuerpos colgados fue reportada alrededor de la una de la mañana al Centro de Comando, Cómputo, Control y Comunicaciones C4 y posteriormente fueron retirados por las autoridades correspondientes.

Picco di sangue tra i Los Zetas e il cartello rivale del Golfo

Messico choc, vendetta narcos: in nove impiccati al ponte

Appesi a Nuevo Laredo: uomini e donne. Poi la vendetta: cadaveri a pezzi in sacchi neri

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di Guido Olimpio

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MILANO – Marcano il territorio con i corpi smembrati. Con le persone lasciate penzolare da un ponte. Con i giornalisti imbavagliati per sempre con una raffica di mitra. Nelle ultime ore – non molto diverse da quelle che le hanno precedute – la narco-guerra messicana ha raggiunto uno dei suoi picchi di sangue. È inutile cercare di fare il bilancio definitivo, perché c’è sempre un morto ammazzato da aggiungere.

APPESI A UN PONTE – Solo a Nuevo Laredo, città al confine con il Texas, almeno 23 vittime, trucidate in modo orrendo. Poi quattro reporter freddati nello stato di Veracruz. E decine i «caduti» nella battaglia che dal 28 aprile infuria attorno a Choix, Sinaloa. Riprendiamo il filo (di sangue) da Nuevo Laredo. Sono le 1.30 della notte tra giovedì e venerdì. La polizia è avvisata che ci sono 9 impiccati appesi ad un ponte. Cinque uomini e quattro donne. Li hanno picchiati in modo selvaggio, poi li hanno messi lì. Come segno di ammonimento. C’è la «firma».

Nove corpi impiccati a un ponte in Messico Nove corpi impiccati a un ponte in Messico    Nove corpi impiccati a un ponte in Messico    Nove corpi impiccati a un ponte in Messico    Nove corpi impiccati a un ponte in Messico    Nove corpi impiccati a un ponte in Messico

Su un lenzuolo i Los Zetas hanno scritto il loro comunicato dove accusano le vittime di appartenere al cartello rivale del Golfo. Una volta trescavano insieme, oggi sono nemici agguerriti. Con i primi ci sono quelli di Juarez e i «gatilleros» (killer) dei Beltran Leyva. Il Golfo, invece, ha il sostegno dei killer di Sinaloa, il cartello del boss dei boss, El Chapo Guzman. La polizia non fa a tempo a rimuovere i cadaveri che c’è un’altra chiamata. Alle 8.57, nei pressi degli uffici doganali lasciano dei sacchi neri e delle ghiacciaie. Gli agenti sanno già cosa li aspetta: nei sacchi corpi fatti a pezzi di 14 persone. Nelle ghiacciaie le teste. Non si esclude che la seconda strage sia una vendetta per gli impiccati.

RIVALITÀ PIÙ FORTI – I due episodi segnano soltanto uno dei punti di scontro. È l’intero narco-fronte ad essere in movimento. Le rivalità tradizionali si sono fatte ancora più forti per il tentativo di Sinaloa di «mettere a posto» i Los Zetas che ribattono colpo su colpo. Se tu entri nel mio territorio, io ti colpisco nel tuo. E cerco di formare alleanze tattiche con le gang giovanili o bande locali. Servono molte bocche da fuoco. Non sono scaramucce ma sparatorie che metterebbero in fuga anche i talebani. Di sicuro i narcos sono meglio armati dei guerriglieri. Nelle montagne attorno a Choix, ad esempio, non hanno esitato ad attaccare l’esercito con i Kalashnikov, i temuti fucili Barret in grado di bucare le blindature dei mezzi, i lanciagranate. I soldati, però, erano pronti e si sono inseriti nel «duello» tra Zetas e Sinaloa usando anche gli elicotteri. I gangster sono morti a decine: le cifre al ribasso parlano di 28 morti ma secondo altre fonti sono più di 50. Tutto provvisorio. Perché anche se dovessero calmarsi a Choix «scalderanno la piazza» da qualche altre parte.

Guido Olimpio
twitter@guidoolimpio

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fonte

MESSICO – Il trans Brigitte e la strage di Veracruz: Narcotraffico o squadroni della morte?

MESSICO

Il trans Brigitte e la strage di Veracruz
Narcotraffico o squadroni della morte?

Il mistero di Boca del Rio: scaricati in pieno giorno 35 cadaveri. Tra le vittime 12 donne, minori e due poliziotti

Messico/ Altri 14 cadaveri scoperti a Veracruz
(TMNews) – Altri 14 cadaveri sono stati scoperti a Veracruz, città portuale dell’est del Messico, 48 ore dopo che 35 corpi erano stati ritrovati in due furgoni abbandonati nella metropoli messicana – fonte

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Il trans Brigitte
Il trans Brigitte

WASHINGTON – Chi ha ucciso il trans Brigitte e altre 34 persone? I narcos o uno squadrone della morte? La strage avvenuta a Veracruz (Messico) il 20 settembre sta riservando non poche sorprese, con le autorità in imbarazzo davanti all’attività di gruppi di vigilantes non proprio senza macchia.

IL MASSACRO – E’ pieno giorno a Veracruz quando in una strada nella zona di Boca del Rio appaiono degli uomini armati. Indossano divise, ma questo non vuol dire che siano agenti perché i narcos usano spesso abiti militari. Il commando ferma il traffico e scarica da due camioncini 35 cadaveri. Vicino il manifesto di rivendicazione che accusa le vittime di essere al servizio dei Los Zetas, una delle più importanti formazioni criminali.

LE INDAGINI – Tra le vittime vi sono 12 donne, due minori e almeno un paio di poliziotti. Qualche giorno dopo si aggiunge il nome di un personaggio noto nel sottobosco – e non solo – di Veracruz. E’ quello di Brigitte, un trans molto popolare e che si dice abbia tra i suoi clienti anche delle personalità. Risvolto strano: il 17, ossia tre giorni prima, era stato annunciato il suo assassinio ma Brigitte aveva smentito via Facebook. L’autopsia rivela che 34 persone sono state strangolate, solo una è stata finita con un colpo di pistola. E’ possibile che i killer non abbiano usato armi da fuoco per non lasciare tracce balistiche. Precauzione inusuale per i i narcos.

LA PISTA – Gli investigatori accusano il gruppo «Gente nueva», i sicari del Cartello di Sinaloa in guerra a Veracruz contro i Los Zetas. Ma la storia si complica quando la madre di una delle vittime denuncia: «Mio figlio era stato fermato dalla polizia municipale e da quel momento è scomparso». Vuol dire che è stato preso e assassinato da una squadrone della morte? I giornali non si sbilanciano, le autorità prendono tempo per «non violare il segreto istruttorio». Arrivano, infine, su Youtube due video di rivendicazione a nome dei Mata Zetas. Una sigla già nota che pretende di agire «in difesa del popolo» ma che in realtà fiancheggia Sinaloa e il Golfo contro i Los Zetas. Intanto i killer uccidono ancora – altre 15 persone – mentre nelle strade compaiono striscioni, messi dai narcos, che accusano la Marina di aver partecipato alle esecuzioni. Probabilmente si tratta di calunnie ma che aggiungono veleno.

Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo»
Los Mata Zetas narco-formazione che sostiene di agire «in nome del popolo»

LA PROCURA – Martedì, fonti giudiziarie non escludono il coinvolgimento nella strage di appartenenti alle forze dell’ordine. E si aprono così altri scenari. Il primo: i poliziotti hanno agito per conto del cartello di Sinaloa, una «pratica» piuttosto diffusa in Messico. Il secondo: gli agenti fanno parte di squadre che conducono una guerra segreta contro criminali, veri o presunti. Un fenomeno pericolosamente in crescita in diversi stati messicani. Secondo un esperto americano sarebbero almeno sei le formazioni di vigilantes attive nel paese. Alcune sono pagate da commercianti e sindaci. Altre composte da gruppi di cittadini. Altre ancora fanno da schermo agli assassini dei cartelli. Il governo, in difficoltà, ha reagito inviando diverse centinaia di agenti a Veracruz ed ha escluso che vi sia tolleranza per i giustizieri. Il procuratore locale ha invece minimizzato: “Non e’ successo nulla, tutto va bene”. Ma il mistero di Veracruz non e’ stato ancora risolto.

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Guido Olimpio
30 settembre 2011 09:25

fonte: http://www.corriere.it/esteri/11_settembre_30/olimpio-veracruz-tran-_118d27d6-eb2c-11e0-bc18-715180cde0f0.shtml

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MESSICO, ‘PIZZO’ RIFIUTATO – Danno fuoco a un casinò Almeno 53 morti a Monterrey – VIDEO

México: 53 mortos no incêndio de um casino

Pubblicato in data 26/ago/2011 da

É um dos piores ataques dos últimos anos numa cidade mexicana. Pelo menos 53 pessoas morreram na sequência de um incêndio num casino em Monterrey, no norte do México, esta quinta-feira.

De acordo com o governador local, um grupo de homens armados deitou líquido inflamável no casino, ao que tudo indica gasolina. Outras testemunhas dizem que seis homens a bordo de dois carros lançaram granadas para o local.

http://pt.euronews.net/

Violenza in Messico

Danno fuoco a un casinò
Almeno 53 morti a Monterrey

Il rifiuto di versare il pizzo dietro l’attacco messo a segno da sei uomini. Il presidente Calderon: atto di barbarie

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(Reuters)
(Reuters)

MILANO – Sono almeno 53 le vittime dell’incendio appiccato da uomini armati in un casinò di Monterrey, nel nord del Messico. Lo ha riferito il governatore dello Stato Nuevo Leon, Rodrigo Medina, precisando che l’attacco è stato messo a segno da sei uomini, arrivato al «Casinò Royale» di Monterrey a bordo di due veicoli. I vigili del fuoco hanno impiegato quasi quattro ore per domare le fiamme. Il direttore della Protezione civile ha spiegato che un numero così alto di vittime è dovuto al fatto che, sentendo le esplosioni, molte persone si sono rifugiate nelle toilette e negli uffici invece di utilizzare le uscite di emergenza, non immaginando che l’incendio si sarebbe propagato così velocemente. Secondo la stampa locale, i casinò di Monterrey sarebbero oggetto di attacchi perché i proprietari si rifiutano di versare il pizzo a organizzazioni criminali legate al traffico di droga.

«ATTO ABOMINEVOLE» – Il presidente messicano Felipe Calderon ha condannato l’attacco su Twitter: «È con profonda costernazione che esprimo la mia solidarietà a Nuevo Leon e alle vittime di questo atto abominevole di terrore e barbarie». Calderon ha quindi chiesto al ministro dell’Interno, Francisco Blake, di raggiungere Monterrey per guidare personalmente l’inchiesta.

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26 agosto 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_agosto_26/monterrey-fuoco-casino-vittime_db494280-cfa2-11e0-8b29-ded5cf627aec.shtml

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MESSICO – Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani

Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani

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A Donna Sara, 76 anni, originaria di un paesino vicino a Ciudad Juárez, nel Nord del Messico, hanno già ammazzato quattro dei suoi dieci figli, un nipote e una cognata, tutti militanti per i diritti umani. Adesso, dopo l’ennesimo sequestro, tutta la famiglia chiede asilo negli Stati Uniti

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di Gennaro Carotenuto

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CIUDAD JUÁREZ – Tredici persone della famiglia Reyes Salazar si sono presentate venerdì ad uno dei ponti internazionali che uniscono Ciudad Juárez (Chihuahua, Messico) a El Paso (Texas, Stati Uniti). Da poche ore, nel Municipio di Guadalupe, 60 chilometri a sud-est nella Valle di Juárez, che corre lungo la frontiera e chiave per il passaggio di droga verso gli USA, era stata sequestrata una loro familiare, Isela Hernández Lara, ennesima violenza in uno Stato, il Chihuahua, dove si sono concentrati un terzo dei 50.000 morti della guerra per il narcotraffico voluta dal presidente messicano Felipe Calderón. Il sequestro era il triste definitivo segnale che per quella famiglia, impegnata da sempre sul fronte dei diritti umani, non ci sarebbe stata né pietà né protezione da parte dello Stato.

La persecuzione era cominciata a novembre 2008. Julio César Reyes Reyes, nipote di Sara, fu sequestrato e assassinato. Colpivano sua madre, Josefina Reyes Salazar, da oltre un decennio una figura pubblica nei movimenti contro i femminicidi, per i diritti umani e contro la militarizzazione della lotta al narcotraffico. Denunciò in maniera dettagliata le responsabilità dell’esercito messicano nel sequestro e nell’assassinio del giovane. La Procura della Repubblica neanche aprì un’inchiesta.

Per zittirla un altro figlio di Josefina, Miguel Ángel, fu arrestato per spaccio. Giurando sull’innocenza del ragazzo, Josefina entrò in sciopero della fame. Ne ottenne la liberazione per vederselo riarrestato poche settimane dopo. Josefina fu assassinata il 3 gennaio del 2010 sulla porta del suo negozietto di barbacoa, carne arrostita alla messicana. Ad agosto fu la volta del fratello Rúben che cadde sotto i colpi dei sicari con le mani bianche di farina dopo una notte a fare il suo lavoro di panettiere.

Il 9 febbraio 2011 Marisela e Claudia, si presentarono a denunciare –in una città di 1.5 milioni di abitanti dove l’impunità è assoluta- il sequestro di Magdalena, Elías e Ornela, moglie di quest’ultimo. Sull’auto dove viaggiava con i due figli e la cognata c’era anche Donna Sara e un nipotino. Le sorelle decisero di accamparsi sotto il tribunale di Ciudad Juárez per esigere –come da decenni i parenti dei desaparecidos fanno in questo Continente- la restituzione in vita dei familiari.

In risposta fu bruciata la casa di Donna Sara, a meno di cento passi da una caserma dell’Esercito. Allora andarono a Città del Messico, sotto il Senato della Repubblica: “non abbiamo né denaro né conoscenze; possiamo solo chiedere giustizia” disse Marisela. Appena tre politici, tra i quali il candidato di centro-sinistra alla presidenza, Andrés Manuel López Obrador, vollero incontrarle. La riunione fu interrotta dalla notizia del ritrovamento dei tre corpi torturati, riesumati da una fossa clandestina: tanto vi basti, sembravano dire quei poveri resti.

Francia, Canada, Venezuela e Stati Uniti offrirono asilo politico all’intera famiglia. “Grazie –affermò Marisela- restiamo qui, e comunque non andremo negli Stati Uniti, paese che consideriamo corresponsabile di ciò che avviene da noi”. I Reyes Salazar, come molte delle associazioni di Ciudad Juárez, denunciano sistematicamente che la maggior parte dei crimini verrebbe da parte delle forze armate che, concordano molteplici osservatori, tra i quali Anabel Hernández, sono parte in causa in una guerra per il controllo dell’export di droga verso gli Stati Uniti.

Le accuse di anni degli attivisti, confermate questa settimana dal New York Times, stigmatizzano il ruolo del vicino del Nord. Chi si oppone diviene un nemico comune per tutti i contendenti e sono almeno venti, solo negli ultimi tre anni, gli attivisti per i diritti umani assassinati. Nello scorso giugno la famiglia ha partecipato alla “Carovana per la pace con giustizia e dignità”, della quale figura principale è il poeta Javier Sicilia, che ha unito Città del Messico a Juárez, 2.000 km più a nord. Olga (la sua testimonianza), altra figlia di Sara, era al fianco di Sicilia alla testa del corteo.

La risposta a tanta dignità, in questo agosto juarense, è stata il sequestro di Isela. Un sequestro, insieme alla richiesta d’asilo che Sara e i suoi figli avevano sempre cercato di evitare, che grida al mondo quanto ingannevole sia la politica orchestrata dal governo Calderón. Se neanche ad una sola famiglia, da anni nell’occhio del ciclone, è stato possibile garantire sicurezza, tutto quanto propagandato ai quattro venti dal governo è una irresponsabile, se non criminale, illusione.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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23 agosto 2011

fonte:  http://www.gennarocarotenuto.it/16340-ciudad-jurez-lo-sterminio-di-una-famiglia-di-attivisti-per-i-diritti-umani/#more-16340

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Le donne di Ciudad Juárez: Vittime, madri e sicarie

Le immagini, sotto il titolo del post, le abbiamo inserite noi di solleviamoci. Vi abbiamo risparmiato la visione di foto molto più crude, per rispetto anche delle donne stesse, che non vogliamo trasformare certo in macabro spettacolo. Tuttavia, è anche giusto ‘vedere’ rappresentata, pur se in minima parte, la violenza che continua a perpetrarsi a spese delle donne. Sulle donne, ma anche delle donne. Purtroppo.

mauro

Nella città dei «femminicidi» molte «chicas» hanno preso le armi.

Le donne di Ciudad Juárez
Vittime, madri e sicarie


https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/desaparecida.jpg?w=256
https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/muertas2bjuarez.jpg?w=300
https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/mas2bcruces.jpg?w=300
fonte immagini

La guerra tra narcotrafficanti e gli omicidi sessuali non hanno risparmiato nessuna famiglia

CIUDAD JUÁREZ (Messico) — Al cimitero di San Rafael, a pochi chilometri da Ciudad Juárez (città di confine con gli Stati Uniti, un milione e 300 mila abitanti) sono sepolti i cadaveri di 36 donne — diciotto delle quali mai identificate— e 19 bambini, tutti vittime della guerra del narcotraffico. Tra loro una studentessa di appena 16 anni, Rubi, uccisa a febbraio da un sicario degli Zetas, il gruppo più aggressivo dei Signori della droga: lo stesso che avrebbe poi provveduto ad eliminare, dietro ordine del capobanda Hariberto Lazcano detto El verdugo, il boia, la madre della ragazza, abbattuta a raffiche di mitra mentre denunciava l’impunità dei banditi davanti al municipio di Chihuahua, capoluogo della regione. Marzialmente definite chicas Kalashnikov per l’arnese che portano sempre in spalla quando scendono sul sentiero di guerra contro i sei gruppi armati dei narcotrafficanti, le amazzoni messicane se le devono pure vedere con gli schieramenti interni: quale il Cartello del Golfo, in perenne rivalità (talvolta cruenta) con la compagine narco-militare degli Zetas. Per Hillary Clinton, i narcos sono «un’insurrezione criminale», una bestiaccia nata o cresciuta grazie anche al massiccio contributo degli Usa. Come dimostra il fatto che ogni anno gli americani mandano in fumo 65 miliardi di dollari per alimentare il mercato degli stupefacenti, marijuana, coca, eroina, metanfetamine, provocando stordimenti e deliri di massa. Solo a Ciudad Juárez vivono (o sopravvivono) 80 mila cocainomani.

In questa insurrezione la signora Yaretzi, 27 anni, sposata con due figli, alla vita domestica dopo un intermezzo alla Scuola militare ha preferito quella di guerrigliera, di chica Kalashnikov. In un’intervista in carcere sfodera tutto l’odio di cui era capace, «perché alla scuola ti insegnano a non voler bene a nessuno, quando ne esci hai il cuore di pietra. Del resto in Messico, morte è la parola favorita». Schietta com’è, Yaretzi non nasconde un breve trascorso «come puttana», ma è adamantina quando parla del suo impegno politico-militare: «Signori non si nasce. Si diventa» scandisce con fermezza. «Però mentre gli uomini lo fanno perché si divertono ad ammazzare noi donne lo facciamo per il denaro. O almeno questo è il caso mio. Dire che lo si fa per amore o per un ideale è una cazzata». Entrò come recluta a 20 anni e il suo primo incarico, come per tutti i novizi, è di lavare i pavimenti sporchi di vomito o sangue: quindi assumerà il ruolo di Condor (stanare il nemico nei suoi nascondigli), poi quello di Lince (che arresta e tortura) e infine «mi misi ad uccidere » diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e «con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi ».

Analizzando la situazione socio-politica di Ciudad Juárez, Leobardo Alvarado, uomo di cultura che non ama la definizione di intellettuale, ricorda che furono proprio le donne ad alzare la voce nel ’93/’94 quando la parola «femminicidio» non era stata ancora coniata. «Questa—dice—era una città di almeno 10 mila orfani di guerra e di giovani che non riconoscevano più i valori tradizionali della famiglia o della Chiesa. Il ragazzino che finiva in carcere, vi trovava la migliore università possibile del crimine e quando usciva veniva subito arruolato dalla bande». Sempre più frequenti i delitti contro le donne: 25 le vittime nel 2007, 164 nel 2008 e 50 casi nel gennaio- febbraio di quest’anno. Bersagli prediletti degli assassini chi lavora in organizzazioni per i diritti umani o chi, seguendo il messaggio evangelico, soccorre vecchi, malati e gente ridotta in condizioni di estrema povertà. Verdetto o punizioni non cambiano. La Redim (organismo che si occupa dei diritti dell’infanzia) fa un bilancio agghiacciante nel suo più recente rapporto, da cui emerge che 1300 minorenni sono morti ammazzati negli ultimi quattro anni, mentre assomma a 27 mila la folla dei tossicodipendenti. Non mancano poi episodi di contorno, macabri, raccapriccianti: come quando i condannati a morte erano costretti, prima dell’esecuzione, a coprirsi il volto con una maschera raffigurante il muso osceno di un maiale. Lontano anni luce il Messico glorioso, cupo e dolente di Pancho Villa, Madero, Zapata: anche se, per quelli dalla mia generazione, l’unico vero volto di quest’ultimo rimane quello ombroso di Marlon Brando.

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I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez  I massacri di Ciudad Juarez

I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez  I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez

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Molti villaggi nella zona sono listati a lutto. Bussiamo alla casupola di Olga Alanis, dove sullo scaffale del tinello, accanto al televisore, c’è la foto di sua figlia Monica, che avrebbe oggi 20 anni. «Uscì di casa giovedì 26 marzo di due anni fa—racconta la madre senza mai staccare gli occhi dal ritratto—e non l’abbiamo più vista. Quel giorno mi telefonò per dirmi che sarebbe rientrata sul tardi e non stessi in pensiero. A volte, all’ora di cena, metto ancora quattro piatti in tavola, come se la porta dovesse spalancarsi da un momento all’altro. Era una ragazza inquieta ma studiosa, le volevano tutti bene. Come diciamo noi da queste parti, era povera e bella». Il marito, che le siede accanto, ogni tanto la stringe forte alle spalle, come per assecondarla nella speranza che sia ancor viva la sua bambina. Ma lui non crede alle fate e nel suoi occhi c’è il riverbero della spaventosa certezza che ha nel cuore, quando ci accompagna a vedere la stanzetta della figlia, al primo piano. «L’abbiamo lasciata tale e quale il giorno che è sparita!», sussurra. Il letto sfatto, i cuscini addossati alla parete, i tre orsacchiotti che «le tenevano compagnia la notte». E aggiunge: «Sento ancora la voce delle amichette che al mattino la chiamavano dalla strada; dai, Moni, svegliati dormigliona ».

Sono circa 10 mila i desaparecidos in Messico, di cui la maggior parte trova rifugio nel Texas e in California transitando clandestinamente a El Paso, la frontiera con gli Stati Uniti. Questo era anche l’obiettivo di Israel Arzate, 26 anni, scomparso da casa a fine gennaio del 2010, ma non ce l’ha fatta. Dopo mesi di ricerche, la madre riuscì a trovarlo in una caserma messicana dov’era detenuto sotto l’accusa (mai provata) di aver preso parte al massacro di Villas de Salvarcar (15 morti). «Quando l’ho visto— ha raccontato la donna— mi s’è spezzato il cuore, l’avevano torturato brutalmente; i piedi bruciati, i testicoli sanguinanti, la testa avvolta in una borsa di plastica, sul petto i segni dalle sigarette spente dai soldati per tenerlo sveglio. Ma più di tutto lo feriva la battutaccia velenosa dei carcerieri quando gli dicevano: anche la tua mamma è in prigione, ragazzo mio. Ma stai tranquillo, non le manca niente. Noi ce la facciamo a turno giorno e notte».

Le prime donne a pronunciare la parola femminicidio, ricorda la signora Imelda Marufo, un’autorità nel mondo accademico, furono due docenti dell’Università, la professoressa Diana Russel e la sua collega Marcela Lagarre: ma già da oltre 20 anni la catena dagli omicidi stava sfoltendo la popolazione femminile dì Ciudad Juárez. All’origine della mattanza, secondo gli esperti, un’incontenibile misoginia diffusa in tutti i ceti sociali: le prime vittime, maggiorate fisiche con fiumi di capelli neri, di bassa estrazione e disperatamente povere. Ma i delitti si consumavano anche tra le pareti domestiche. Ed è più che amara la conclusione di Imelda quando dice: «Le autorità non intervengono perché la cosa non le interessa o, peggio ancora, perché sono personalmente coinvolte in quei crimini». Chi faccia un salto alla fossa comune del Panteón San Rafael, una trentina di chilometri fuori città, non potrà sottrarsi a un profondo senso di sgomento, amarezza e perfino di paura. Qui sono sepolti i morti che nessuno reclama, anche perché nessuno vuole esporsi alla vendetta dei sicari responsabili della strage. Qualche croce di marmo o di legno spunta qui e là sul tappeto di terra arida e rossiccia, ma su poche, pochissime, trovi inciso un nome con le date di nascita e di morte. Quasi per scusarsi di tanta negligenza, la nostra guida ci ricorda un detto assai comune da queste parti: «Nella Valle di Juárez anche il vento ha paura».

Nel camposanto di Guadalupe riposano (si fa per dire) quattro membri della stessa famiglia, quella degli Amaya: Omar, sindaco della città, ucciso nel 2006 a 33 anni, suo padre Apolonio, lui pure primo cittadino, ucciso nel 2007 cinquantanovenne, Maria ed Aglae, madre e sorella di Omar, di 57 e 29 anni, eliminate nel 2008 da mano ignota. «Ma tutti sanno chi c’è dietro quella mano», commenta Ignacio Montea, il becchino, che aggiunge, indicando un cumulo di terra fresco dove è stata appena interrata una bara: «Come tutti, noi sappiamo chi ha fatto fuori i quattro ragazzi che ho appena sepolto la settimana scorsa. Scriva pure che qui il lavoro non manca ». A Ciudad Juárez e lungo la frontiera i fucili non tacciono mai e si deve soprattutto alla frenetica attività dei due gruppi meglio organizzati e costantemente riforniti di materiale bellico (El Cártel del Pacifico e gli Zetas) se nel territorio del Messico, avverte lo scrittore Charles Bowden, si stanno espandendo i killing fields di cambogiana memoria. Sorprende che le autorità militari messicane avessero inizialmente sottovalutato il fenomeno degli Zetas, che, per loro, «non esistevano ». Anche il loro capo, Heriberto Lazoano, dato più volte per morto negli ultimi due anni, è vivo e vegeto e ha trovato un rifugio sicuro a Potosi.

L’ultima nostra passeggiata (o pellegrinaggio) in Messico è verso il tempio della Santa Muerte, una piccola grotta scavata nella roccia e a malapena illuminata dalle fiammelle delle candele. Hai netta l’impressione che il tuo cammino terreno stia per finire qui. Quasi nessuno parla. C’è solo quel tenue bisbiglio che senti in chiesa durante le funzioni, nei momenti culminanti della cerimonia liturgica. La caverna è quasi tutta occupata da un cupo presepe messicano, con statuette della Madonna, che però indossa indumenti funerei e tiene la falce; in una è più bianca dei ceri, un’altra veste una luminosa tunica gialla, altre ancora sono fasciate da colori gentili come il celeste, il verde primavera, il rosa dell’alba. La padrona di casa, signora Yolanda Salazar, ricorda che possono accedere al tempio tutti coloro che credono in Dio, siano essi cristiani, cattolici o d’altra fede. La porta (che non c’è) è però severamente sbarrata per chi abbia un qualche contatto col crimine organizzato. La signora Yolanda raccomanda ai devoti di non mancare alla Messa solenne che si celebra ogni domenica alla Santa Muerte, alle dodici in punto, a pregare per il «povero Messico » che — diceva il dittatore Porfirio Diaz — ha la sfortuna di essere «così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti».

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Ettore Mo
16 agosto 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/speciali/2010/i-reportage-di-ettore-mo/notizie/ciudad-juarez_480905ee-c7de-11e0-9dd1-bf930586114f.shtml

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Documental El Komander, NarcoPeliculas & Violencia en Cd. Juarez

Caricato da in data 11/ago/2011

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