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Grillo: «Con Letta muore il 25 aprile». Scoppia la polemica con Pd, Sel e partigiani

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Grillo: «Con Letta muore il 25 aprile». Scoppia la polemica con Pd, Sel e partigiani

«Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere»

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ROMA – «Con la nomina a presidente del Consiglio di un membro di Bildeberg il 25 aprile è morto. È quanto scrive sul suo blog di Beppe Grillo, chiudendo un post titolato “il 25 aprile è morto”, evidentemente ispirato a “Dio è morto”, una canzone di Francesco Guccini. Parole che hanno subito scatenato la polemica reazione di Pd, Sel e partigiani.

Grillo. «Nella nomina a presidente del Consiglio di un membro del Bildeberg il 25 aprile è morto, nella grassa risata del piduista Berlusconi in Parlamento il 25 aprile è morto – afferma il leader del Movimento 5 stelle – nella distruzione dei nastri delle conversazioni tra Mancino e Napolitano il 25 aprile è morto, nella dittatura dei partiti il 25 aprile è morto, nell’informazione corrotta il 25 aprile è morto, nel tradimento della Costituzione il 25 aprile èmorto, nell’inciucio tra il pdl e il pdmenoelle il 25 aprile è morto, nella rielezione di Napolitano e il passaggio di fatto a una Repubblica presidenziale il 25 aprile è morto, nell’abbraccio tra Bersani e Alfano il 25 aprile è morto, nella mancata elezione di Rodotà il 25 aprile è morto, nella resurrezione di Amato, il tesoriere di Bottino Craxi, il 25 aprile è morto, nei disoccupati, nelle fabbriche che chiudono, nei tagli alla Scuola e alla Sanità il 25 aprile è morto, nei riti ruffiani e falsi che oggi si celebrano in suo nome il 25 aprile è morto – prosegue Grillo – nel grande saccheggio impunito del Monte dei Paschi di Siena il 25 aprile è morto, nel debito pubblico colossale dovuto agli sprechi e ai privilegi dei politici il 25 aprile è morto, nei piduisti che infestano il Parlamento e la nazione il 25 aprile è morto, nelle ingerenze straniere il 25 aprile è morto, nella perdita della nostra sovranità monetaria, politica, territoriale il 25 aprile è morto, nella mancata elezione di Rodotà il 25 aprile è morto, nella Repubblica nelle mani di Berlusconi, 77 anni, e Napolitano, 88 anni, il 25 aprile è morto, nei processi mai celebrati allo “statista” Berlusconi il 25 aprile è morto, nella trattativa Stato-mafia i cui responsabili non sono stati giudicati dopo vent’anni il 25 aprile è morto, nel milione e mezzo di giovani emigrati in questi anni per mancanza di lavoro il 25 aprile è morto, nell’indifferenza di troppi italiani che avranno presto un brusco risveglio il 25 aprile è morto. Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti. Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere».

Il 25 aprile «è una bussola», una «legittimazione dell’Italia repubblicana». Così il leader di Sel Nichi Vendola interviene a margine del corteo di Milano per celebrare la Liberazione. Per Vendola quella di oggi è una data da celebrare «finché continueranno ad esserci nostalgici di Adolf Hitler e finché c’è gente che investe
culturalmente sull’intolleranza».

«Grillo continua a parlare a sproposito. Se c’è una cosa sulla quale proprio lui non ha nulla da dire è il 25 aprile che rappresenta il giorno del ritorno alla libertà e alla democrazia, parole a lui sconosciute». Lo afferma Nico Stumpo, deputato del Pd.

«Grillo dichiara morto il 25 aprile. Lui che ha come capogruppo la cittadina Lombardi che riabilita il regime parlando di fascismo buono; lui che accoglie Casapound; lui che è il leader di un movimento che vuole risparmiare sui viaggi della memoria. Un rispettoso silenzio è l’unico modo che Grillo ha per celebrare il 25 aprile». Lo dice l’esponente del pd Davide Zoggia.

«Vada via dall’Italia Grillo se pensa che il 25 aprile sia morto; se pensa che la Liberazione non sia il fondamento per il quale oggi a lui è data la possibilità di parlare liberamente e di dire tutto e il contrario di tutto, passando dal golpe al golpettino». Lo afferma Emanuele Fiano del Pd.

«Beppe Grillo dovrebbe venire a Marzabotto e capirebbe che certe cose che dice non hanno senso. Ha detto una cosa grave e sbagliata, dire che il 25 Aprile è morto è una grande sciocchezza che fa male agli italiani, il 25 Aprile è la base della nostra democrazia e dei nostri valori». Dal parco di Montesole a Marzabotto questo è l’invito che ha lanciato a Grillo il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani.

Si dicono feriti e offesi i partigiani della Brigata Stella Rossa, che combatteva sull’Appennino bolognese intorno a Marzabotto, dopo le parole di Beppe Grillo sul 25 Aprile. Riccardo Lolli, 89 anni, è il più vecchio partigiano della Brigata Stella Rossa e, come ogni anno, trascorre il suo 25 Aprile al parco di Monte Sole di Marzabotto per raccontare ai giovani cosa è stata la Resistenza. «Queste parole – ha detto Lolli – mi hanno fatto molto effetto, se c’è un mezzo morto quello è lui con i suoi che lo seguono. Grillo e i suoi devono capire che l’unica strada da seguire è quella della democrazia».

Rincara la dose Franco Fontana, altro reduce della Brigata Stella Rossa: «La botte – ha detto – dà il vino che ha. Grillo non arriverà mai da nessuna parte perché i suoi sono solo voti di protesta. Per me, più che un pagliaccio è un dittatore, se qualcuno dei suoi sgarra lo caccia subito. Le parole che ha detto sul 25 Aprile mi hanno toccato nel vivo».

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fonte il messaggero.it

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25 aprile, la giornata in tutta Italia. M5S: ci saremo ma non in prima fila

25 aprile, la giornata in tutta Italia.  M5S: ci saremo ma non in prima fila
Il Presidente della Repubblica all’Altare della Patria (agf)

25 aprile, la giornata in tutta Italia.
M5S: ci saremo ma non in prima fila

Napolitano prima all’Altare della Patria, poi in Via Tasso: “Servono coraggio e fermezza”. I Cinque stelle: “Saremo presenti, ma come semplici cittadini”. Zingaretti: “Legittimo. A volte mi sembrano prigionieri di questa voglia di distinguersi a tutti i costi anche quando non ce ne sarebbe bisogno”

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ROMAAd aprire la giornata di commemorazioni – per il 68esimo anniversario della Liberazione – è stato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano che accolto con un grande applauso della folla, ha deposto la corona all’altare della Patria a Roma. Una cerimonia sobria davanti a tutte le autorità civili, politiche e militari; erano presenti, i presidenti di Camera e Senato, Grasso e Boldrini, il presidente del Consiglio uscente, Mario Monti, il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

Al termine della cerimonia, prima di lasciare piazza Venezia per dirigersi in via Tasso, dove
ha inaugurato il nuovo allestimento che ricorda le vittime delle torture naziste, Napolitano ha salutato le associazioni dei militari in congedo che lo hanno ringraziato per aver nuovamente accettato l’incarico di Capo dello Stato. “Nei momenti cruciali per il Paese in tempo di crisi la memoria è fondamentale. Venendo in posti come questi, c’è sempre molto da imparare sul modo di affrontarli: serve coraggio, fermezza e senso dell’unità, che furono decisivi per vincere la battaglia della resistenza”, ha detto il capo dello Stato lasciando il Museo della Liberazione dove è stato accolto da un coro di bambini ha cantato per lui “Bella Ciao” e l’Inno nazionale.

Molti i politici mobilitati per le manifestazioni, in tutta Italia. Compresi i parlamentari del M5S, che hanno però deciso di essere presenti alle cerimonie come semplici cittadini, non in prima fila e sui palchi.

“Penso che siano atteggiamenti di elitarismo, di chi si vuole sempre distinguere finendo poi però per distinguersi dallo spirito degli italiani”, ha detto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, commentandol’atteggiamento del Movimento 5 Stelle nei confronti della festa della Liberazione. “Legittimo – ha aggiunto – ma mi sembrano a volte prigionieri di questa voglia di distinguersi a tutti i costi anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Il 25 aprile dovrebbe essere la giornata dell’unità e dell’incontro con il popolo. Quello che è giusto è farlo con le persone, e non a caso oggi è una giornata di cortei, di maratone, di biciclettate e di feste nei parchi. E’ una festa – ha concluso il governatore – perchè quando dal fascismo si passa alla libertà non può che essere tale”.

Giorgio Napolitano, subito dopo essere stato all’altare della Patria, andrà in via Tasso a Roma per l’inaugurazione del nuovo allestimento del Museo storico della Liberazione. A Marzabotto, teatro della strage che si consumò nel settembre del 1944 con l’ uccisione da parte delle milizie nazifasciste di 800 persone per rappresaglia contro i partigiani della Brigata Stella Rossa, la cerimonia vedrà la partecipazione di Grasso, della leader della Cgil Susanna Camusso e di Cecilia Strada, ma anche della madre di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti, e del sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini.

A Roma previsti una serie di cortei, maratone e strade chiuse per le biclette dalla mattina a mezzanotte. I partigiani dell’Anpi sfilano da Colosseo al Campo Boario. Pedalate nei luoghi storici della Resistenza e cortei di studenti.

Milano il tradizionale corteo da porta Venezia a piazza Duomo (VIDEO) e la successiva manifestazione saranno chiusi dall’intervento di Boldrini, che terrà un’orazione commemorativa anche a Genova: ci sarà il sindaco Giuliano Pisapia, che si augura una “manifestazione pacifica” proprio nel rispetto dello spirito della Festa, ma anche i presidenti della Provincia e della Regione. Il 25 aprile “non è solo memoria, ma attualità”, sottolinea oggi l’Arci, che assieme all’Associazione nazionale partigiani ha organizzato iniziative in tutta Italia. A Bologna previsti molti eventi, dalle camminate in varie zone della città, alla depozione delle corone.

In Sicilia, presidio di ‘liberazione dal Muos’, a Niscemi, in contrada Ulmo, dove è prevista la realizzazione del sistema satellitare Usa di difesa. Per tutta la giornata comitati, famiglie e mamme No Muos hanno deciso di occupare l’area con dibattiti, passeggiate lungo i sentieri vicini e mostre. Di ieri la notizia che il ministero della Difesa ha impugnato davanti al Tar Palermo la revoca da parte della Regione delle autorizzazioni relative al Muos.

In Toscana sarà Matteo Renzi a prendere la parola, questa mattina nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, per commemorare il 68° anniversario della Liberazione. Il sindaco, come era già successo nel 2010, ha scelto di intervenire in prima persona, senza affidare l’orazione ufficiale del 25 aprile a un ospite illustre come era avvenuto, negli anni passati, col giudice della Corte costituzionale Paolo Grossi (2012), il cardinale Silvano Piovanelli (2011), l’allora presidente della Regione Claudio Martini (2009) o la presidente di Libertà e Giustizia Sandra Bonsanti (2008). A Parma la giornata di eventi inizia con il corteo ufficiale e la deposizione delle corone ai monumenti al Partigiano e ai Caduti, il discorso delle autorità in piazza Garibaldi, per concludersi con il concerto: sul palco Meg (ex 99 Posse), Maria Antonietta e la band spagnola Pegatina (tutti gli appuntamenti).

A Torino duemila persone hanno sfilato da piazza Arbarello, per via Cernaia fino a piazza Castello per la fiaccolata del 25 aprile (FOTO). Il sindaco Piero Fassino in testa, insieme all’assessore comunale alla Cultura, Maurizio Braccialarghe, e il consigliere regionale del Pdl Giampiero Leo. Tra la folla, le bandiere di Cgil, Cisl, Uil, No Tav e ancora, Anpi, Pd e Fiom. In corteo anche tante famiglie con bambini. Durante il suo discorso il sindaco è stato contestato e  interrotto dai fischi di un gruppo di antagonisti che hanno anche esposto cartelli di protesta (VIDEO).

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APPROFONDIMENTI

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(25 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Oggi cosa resta del fascismo in Italia? Il convegno delle partigiane

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Oggi cosa resta del fascismo in Italia? Il convegno delle partigiane

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di | 21 marzo 2013

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Una sala da duecento posti piena, un altro centinaio di persone in esubero sedute per terra o in piedi: così si è presentata la situazione a Palazzo Marino a Milano sabato 16 marzo, al convegno indetto dall’Anpi nazionale, l’associazione dei e delle partigiane, organizzato proprio dal Coordinamento delle donne. Tra queste anche giovani sotto i trent’anni, perché l’associazione ha aperto da alcuni anni le iscrizioni a chiunque voglia partecipare alle attività.

Un titolo forte e chiaro:La violenza e il coraggio – Donne, Fascismo, Antifascismo, Resistenza, ieri e oggi’, a ribadire un concetto semplice: la storia si insegna e si impara a scuola, ma la memoria la si costruisce nel quotidiano dovunque, ed è fatta di scelte: nelle parole che si pronunciano, nei ricordi da tramandare, nelle narrazioni che diventano fili tesi tra generazioni.

Si può scegliere di rubricare come ‘passato’ quella fase della vicenda politica, sociale e umana che ha visto, nella Resistenza, l’unica palestra di democrazia condivisa da uomini e donne cattoliche, comuniste, anarchiche e socialiste; si può cancellare con una alzata di spalle la tragedia del fascismo e delle leggi razziali, per non parlare della retriva retorica familista che ancora l’Italia si trascina nella cultura diffusa anche dai media.

Ma quando si ascoltano le voci vibranti di donne e uomini che hanno vissuto il (primo) ventennio di buio di questo paese è difficile non emozionarsi.

Lidia Menapace e Marisa Ombra invitano le giovani donne che le guardano sedute a terra con occhi attenti a usare ironia e sberleffo contro il patriarcato e il machismo: ”Vi dicono che le donne non possono accedere al sapere scientifico perché hanno il cervello più piccolo? Perfetto, rispondete che di certo anche il diamante è più piccolo di una zucca, che certo pesa di più della pietra preziosa” – chiosa Menapace, classe 1924, della quale da poco è uscito ‘A furor di popolo.

L’invito è a non farsi intimidire dagli stereotipi e dai pregiudizi, e fa pensare che arrivi da donne che, come racconta Marisa Ombra nel suo bellissimo Libere sempre, a soli 17 anni erano già in montagna a rischiare la vita solo perché portavano notizie e aiuti ai partigiani.

Poco più che bambine molte di loro hanno iniziato la fase adulta dell’esistenza fronteggiando la violenza, e hanno scelto da sole da che parte stare, spesso optando per la lotta nonviolenta. Le intense letture fatte dall’attrice Aglaia Zanetti hanno alternato brani da libri di donne della resistenza a passi tratti da testi sacri dei teorici del fascismo, perle di raggelante attualità rimbalzate anche dagli schermi in sala: “Non darò il voto alle donne. La donna deve ubbidire. La mia opinione della sua parte nello Stato è opposta ad ogni femminismo. Naturalmente non deve essere schiava, ma se le concedessi il voto mi si deriderebbe. Nel nostro Stato non deve contare”. O anche. “La guerra sta all’uomo come la maternità sta alla donna”.

Così Benito Mussolini, mentre Ferdinando Loffredo, filosofo e teorico del regime, affermava; ”Il lavoro femminile crea nel contempo due danni; la ‘mascolinizzazione’ della donna e l’aumento della disoccupazione. La donna che lavora si avvia alla sterilità”.

Vale la pena di rammentare questo recente passato, per evitare a chi è più giovane di sottovalutare la pericolosità del non custodire e attualizzare la memoria: questo appuntamento, del quale presto si avranno gli atti (di cui si può vedere qualche stralcio qui o ascoltare alcuni passi audio) ha sapientemente mescolato storia di ieri e realtà contemporanea, con l’urgenza di riannodare fili che rischiano di essere tagliati.

“I partigiani ci vanno nelle scuole – ha detto Marisa Ombra – magari sono stanchi perché hanno molti anni, ma escono dagli incontri con i giovani pieni di energia, basta che vengano chiamati, e arrivano”.

Ascoltiamoli di più.

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Il Fatto Quotidiano

fonte ilfattoquotidiano.it

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E’ morta Teresa Mattei. Scelse la mimosa simbolo dell’8 marzo e partecipò alla Costituente

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E’ morta Teresa Mattei
scelse la mimosa simbolo dell’8 marzo

Aveva 92 anni era nata a Genova e si è spenta a Lari, in provincia di Pisa. Ha partecipato all’Assemblea Costituente. Il messaggio di Napolitano

E' morta Teresa Mattei scelse la mimosa simbolo dell'8 marzo

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di LAURA MONTANARI

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Dicono che ci fosse lei dietro la mimosa diventata il simbolo della festa delle donne: “Scegliamo un fiore povero, facile da trovare nelle campagne” suggerì a Luigi Longo in un lontano 8 marzo. Teresa Mattei è morta oggi all’età di 92 anni a Lari, in provincia di Pisa dove viveva con la sorella Ida. E’ stata la più giovane eletta nell’Assemblea Costituente, la chiamavano “la ragazza di Montecitorio”. Era nata a Genova ed era l’ultima donna rimasta in vita fra le 21 che avevano partecipato alla stesura della Costituzione.

Pensiero libero e indipendente. Nel 1938 venne espulsa da tutte le scuole del Regno per aver rifiutato di assistere alle lezioni in difesa della razza. Nel 1955 fu “cacciata” dal PCI perchè contraria allo stalinismo e alla linea togliattiana.

Laureata in filosofia a Firenze, era stata partigiana con il nome di battaglia “Chicchi”, molto attiva nella Resistenza e della lotta di Liberazione, faceva parte dei Gap, poi è stata candidata per il Pci all’Assemblea Costituente, nella quale aveva il ruolo di segretaria dell’ufficio di presidenza. “Era una donna di grande intelligenza e di vitalità, infaticabile – la ricorda Patrizia Pacini che per l’Altreconomia ha firmato il libro “La Costituente, storia di Teresa Mattei” – era in prima fila a battersi per i diritti delle donne, per l’uguaglianza dei cittadini, ha lavorato alla stesura dell’articolo 3, cardine della nostra Costituzione”.

Il video: Il messaggio ai giovani

Dall’archivio: La grinta della partigiana Chicchi

Teresa Mattei ha trascorso gli ultimi anni di vita a Lari, un paese in provincia di Pisa. E’ stata dirigente nazionale dell’Udi (Unione Donne Italiane). Nel 1966 è diventata presidente della Cooperativa Monte Olimpino a Como, che con Munari, Piccardo e altri realizzava e produceva film nelle scuole, fatti dai bambini. Con la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione ha promosso in tutto il mondo grandi campagne per la pace e la non violenza. In un video ai giovani di un circolo Arci qualche tempo fa disse: “Voi dovete essere meglio di noi, voi siete il futuro. Difendete la nostra costituzione, battetevi per un’Italia fondata sulla giustiza e sulla libertà”.

Napolitano. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato alla famiglia Mattei un messaggio: “Ho appreso con animo commosso la notizia della scomparsa di Teresa Mattei, storica figura di coraggiosa partigiana e combattente per la liberazione del nostro Paese dalla barbarie nazifascista, che fu nel 1946 la più giovane deputata eletta alla Assemblea Costituente. Nel solco di quella prima luminosa esperienza, ella è rimasta sempre coerente con gli ideali di libertà e di democrazia. Nel lungo corso della sua esistenza si è dedicata con infaticabile impegno nell’affermare i diritti delle donne nella società e quelli dell’infanzia, in attuazione dei principi di quell’articolo 3 della Costituzione alla cui redazione aveva efficacemente contribuito. Giungano a tutti i familiari le mie condoglianze più sentite, insieme ai sentimenti di profonda riconoscenza per l’esempio che ha offerto di dedizione e di rigore nell’assolvimento dei suoi doveri”.

Matteo Renzi, “Porteremo con noi la sua eredità”. “Ho avuto l’onorevole di conoscerla e incontrarla quando ero presidente della Provincia – ha spiegato il sindaco di Firenze – è un chiaro esempio di impegno per il bene comune. A questo ha dedicato la sua vita prima come giovane partigiana e poi contribuendo a scrivere i principi fondamentali della nostra Costituzione. Nostro compito sarà quello di conservarne la lezione e ricordare il suo lavoro accanto alle colleghe degli altri schieramenti affinchè nella nostra carta fondamentale si affermasse la parità tra donne e uomini”.

Puppato, ricordiamo all’insediamento delle Camere. “La scomparsa di Teresa Mattei è una perdita enorme per tutte le donne, una perdita enorme dal punto di vista politico e morale” ha detto la senatrice Pd Laura Puppato.”Vorrei che fosse ricordata venerdì prossimo, nel giorno di insediamento delle nuove camere, sia per il suo contributo alla stesura della carta costituzionale – memorabile il suo discorso durante la discussione dell’art. 3 – Sia per il suo lavoro in favore dei diritti delle donne e dei minori. Se oggi le donne italiane hanno raggiunto la consapevolezza di una nuova cittadinanza lo devono soprattutto a lei, figura colpevolmente dimenticata anche dalla sinistra”.

(12 marzo 2013)

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fonte firenze.repubblica.it

Busto del Duce a Cesenatico? E io cancello il mio spettacolo

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Busto del Duce a Cesenatico? E io cancello il mio spettacolo

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di | 2 febbraio 2013

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Amo e vado spesso a Cesenatico e se metteranno il busto di Mussolini in qualche luogo pubblico, nella biblioteca o magari, chissà, proprio nell’atrio del teatro, non vorrei trovarmelo davanti ed essere costretto a sputargli sopra pensando di sputare al Duce e al fascismo.

Il sindaco dice di “stupirsi”, parole sue “come ancora qualcuno non riesca a guardare la propria storia libero da pregiudizi ideologici e discuterne con la necessaria serenità”. Questo è l’aspetto più infingardo e pericoloso del revisionismo sul fascismo. Come se a quel tempo si fosse trattato di una disputa ideologica tra due fazioni in lotta tra loro e non del male assoluto contro le forze della libertà.

Solo alcuni giorni fa l’ex capo del Governo passato, Berlusconi, ha detto che “a parte le leggi razziali Mussolini ha fatto anche cose buone”. Una emerita cretinata evidente se si fa il ragionamento logico: “se non fosse per le leggi razziali Hitler ha fatto anche cose buone” dove a tutti verrebbe un brivido di ripulsa. Ma tant’è, il revisionismo avanza lento nella testa di certa gente che dovrebbe rappresentare la popolazione intera in un paese, Cesenatico, e in una Romagna che del fascismo ha visto e subìto gli aspetti più nefasti.

Abbiamo vinto noi, partigiani e alleati, contro il fascismo e adesso Buda può fare il sindaco. Se avessero vinto loro forse Buda era il Podestà e noi non saremmo qui. Io non sono libero da pregiudizi ideologici sul fascismo come vorrebbe quel sindaco, anzi li rivendico. Sono solidale con la vostra manifestazione e non posso essere con voi per ragioni di lavoro ma protesto come posso: se verrà attuata la decisione della giunta di mettere il busto di Mussolini in un luogo pubblico, in segno di protesta io non verrò nel teatro Comunale di Cesenatico a rappresentare il mio ultimo spettacolo “La Fondazione” di Raffaello Baldini previsto in cartellone per il primo marzo.
Ora e sempre resistenza!

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fonte ilfattoquotidiano.it

FATE GIRARE! – Manifesto dei vecchi democratici. Per la realizzazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista

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Manifesto dei vecchi democratici. Per la realizzazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista

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di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack, Mario Alighiero Manacorda, Adriano Prosperi, Barbara Spinelli

Sei ‘democratici della terza età’ fanno appello ai giovani affinché partecipino, in vista delle prossime elezioni politiche, al processo di costruzione di una lista della società civile che si assuma l’ambizioso compito di traghettare il paese verso l’ideale della democrazia presa sul serio. Da troppo tempo, ormai, la democrazia italiana si dibatte in una crisi profonda. Nel contesto attuale, è la semplice fedeltà alla Costituzione repubblicana, patrimonio di ogni ‘moderato’, ad esigere una svolta radicale. Una anticipazione dal nuovo numero di MicroMega da oggi in edicola e su iPad.

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Siamo un gruppo di vecchi, nel senso tecnico del termine (oltre i 65 anni si ha la riduzione al cinema, ai musei eccetera), poiché il meno giovane di noi ha 98 anni e la più giovane 66. Ci rivolgiamo ai giovani e a chi è ancora lontano da quella che l’eufemismo chiama «terza età».
Siamo angosciati per i rischi che da troppo tempo corre la democrazia nel nostro paese e vorremmo contribuire a dare la necessaria risposta perché l’Italia, invece, approssimi l’ideale della democrazia presa sul serio. Le elezioni politiche della primavera 2013 sono sotto questo profilo un appuntamento cruciale.

Veniamo da un quasi ventennio di regime berlusconiano, poiché anche i governi di centro-sinistra nei loro sette anni di «stanza dei bottoni» nulla hanno fatto per contrastare il potere antidemocratico accumulato dall’aspirante Putin di Arcore. Berlusconi in realtà non era neppure candidabile in virtù del decreto presidenziale 30 marzo 1957 n. 361, ma il centro-sinistra, anche quando in maggioranza in parlamento, ha preferito non applicarlo e nel ’94 né destra né sinistra hanno ricordato quel che diceva il decreto. Purtroppo quella legge prevede che l’applicazione sia affidata agli stessi parlamentari, anziché alla magistratura. Sui temi chiave della giustizia e dell’informazione il centro-sinistra, sia al governo che all’opposizione, ha anzi dato luogo molto spesso a un’indecente politica bipartisan. Il risultato è che l’Italia è stata ridotta in macerie: morali, istituzionali, culturali, sociali, economiche, oltre che politiche. Il governo dei cosiddetti tecnici non ha saputo realizzare nessuna discontinuità col regime berlusconiano. Il radicale mutamento di stile, rispetto all’autentico «svaccamento» operato da Berlusconi e dai suoi complici, aedi mediatici e altre cricche, purtroppo non si è tradotto in una politica diversa in nessuno dei temi rilevanti della vita pubblica.

Nel paese esiste oggi certamente una maggioranza, forse anche vasta, che vuole cambiare radicalmente. Non perché sia «radicale» nei suoi stati d’animo, interessi, valori. Semplicemente perché oggi essere fedeli alla Costituzione (atteggiamento moderato per definizione, autentico mainstream di una democrazia) significa esigere, nella lotta all’illegalità e alla corruzione, alla disoccupazione e alla precarietà, all’evasione fiscale e alla dismisura del privilegio, una pura e semplice inversione di rotta. Dicono che questa Costituzione sia in alcuni punti insufficente, perché non tiene conto di leggi e istituzioni e politiche che si fanno ormai in Europa. Ma nemmeno sull’idea di una Costituzione europea vera, che emani dai cittadini e non dai governi (dunque riscritta dal parlamento europeo), esistono idee, nonché progetti, elaborati dai partiti o dai governi, tecnici o politici che siano.

In realtà negli ultimi decenni in Italia vi sono state due sole grandi forze politiche, quella del privilegio e quella del Terzo Stato. La prima ha saputo rinnovare a adattare costantemente i suoi strumenti di rappresentanza e di governo, ogni volta che quelli in atto si dimostravano fallimentari e diventavano invisi alla maggioranza degli italiani. Dal Caf a Berlusconi+Lega e infine ai «tecnici». La seconda non ha mai avuto una rappresentanza autentica e ha visto via via scemare la capacità rappresentativa che pure in passato avevano avuto i partiti della sinistra. Che, per soprammercato, hanno compiuto tutti gli errori possibili per perdere anche quando avevano «la vittoria in tasca»: dalla «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto al rifiuto delle liste civiche regionali (già pronte) nel 2006.

Ora si profila la stessa situazione, semmai ancor più paradossale: le destre allo sbando, la sinistra prima forza nei sondaggi, seguite da un nuovo movimento di opposizione (M5S di Beppe Grillo). Eppure, dato il sistema elettorale, o quelli che vengono ventilati in sua sostituzione, il «partito» del privilegio potrebbe vincere di nuovo attraverso la sua ennesima metamorfosi, e un ennesimo appoggio da parte del Vaticano. Una metamorfosi che sarà una forma inedita di «centrismo» (in Italia, chissà perché, le destre si chiamano sempre «centro», o addirittura «centro-sinistra» come all’epoca del Caf). Il Terzo Stato continuerà a non trovare rappresentanza, e quelle parziali che avrà saranno divise (finendo dunque manzonianamente calpeste e derise).

Per questo ci rivolgiamo ai giovani, e comunque a quanti sono ancora lontani dalla nostra «terza età», perché si mobilitino per realizzare una lista della società civile intenzionata ad allearsi con tutte le forze che condivideranno gli elementi essenziali di un programma democratico di cui qui sotto elenchiamo alcuni punti cruciali.
Non un nuovo partito, ma uno strumento a «geometria variabile», da usare intanto per questa tornata elettorale con la garanzia che i candidati svolgeranno i loro cinque anni di rappresentanza parlamentare come un temporaneo servizio civile, rinunciando ad ogni ri-candidatura e impegnandosi a sostenere una riforma istituzionale distruttiva per la «Casta».
Noi ovviamente non saremo candidati, ma sosterremo queste liste e ce ne faremo garanti in tutti i modi più efficaci.
Pensiamo che i punti programmatici su cui convergere debbano essere i seguenti:

Riforma istituzionale

Una sola Camera (la seconda con compiti di «difensore civico» e altri, formata per metà dai sindaci delle principali città, e per l’altra metà a sorte/rotazione per un anno dai sindaci dei comuni meno grandi – ovviamente attraverso un delegato del sindaco, se impegnato).
Numero di parlamentari molto ridotto (aumenta l’autorevolezza del parlamento, e una volta decisa la riduzione, le resistenze non sono proporzionali ai tagli, al limite per un peone è meglio un taglio radicale, perché tutti i peones come lui non avranno chance, che un mezzo e mezzo: ottimale sarebbe cento).
Abrogazione di tutti i privilegi legali, tranne l’assenso all’arresto.
Abolizione di tutti i privilegi per gli ex di qualsiasi carica.
Limite di due mandati.
Incompatibilità tra cariche elettive diverse, e tra cariche elettive e consistenti interessi finanziari, economici, mediatici (legge rigorosa sul conflitto di interessi).
Radicale restrizione, per comuni, regioni, della possibilità di far ricorso a «consulenze». Limite ancor più radicale all’uso di auto blu (modello anglosassone).
Numero prefissato di dirigenti e impiegati degli enti locali, in relazione al numero degli abitanti.

Giustizia

Abrogazione di tutte le leggi ad personam e riscrittura della legge «anticorruzione» appena approvata.
Abrogazione della prescrizione non appena interviene il rinvio a giudizio.
Reintroduzione, aggravata, della precedente legge sul falso in bilancio.
Introduzione del reato di «traffico d’influenza» e di autoriciclaggio, aggravamento di concussione e corruzione.
Ripristino della versione precedente (15 anni fa? Di più?) del reato di falsa testimonianza, introduzione del reato di ostruzione di giustizia, con pene e severità anglosassoni massime.
Divieto ai magistrati di candidarsi a cariche elettive (se vogliono, devono dimettersi prima della candidatura) e ad attività di consulenze.
Revisione/razionalizzazione dei distretti.
Commissione parlamentare su fenomeni tipo P3 e P4 di inquinamento di regime dell’autonomia della magistratura.
Ampliamento del reato di concorso esterno ad associazione mafiosa.
Riforma radicale della giustizia amministrativa, oggi di nomina politica.
Abrogazione delle leggi su droga e clandestinità nelle versioni attuali che intasano le carceri. Responsabilità delle banche per gli assegni a vuoto, e depenalizzazione di questo e reati analoghi (proposte infinite volte reiterate da Davigo) che paralizzano la giustizia. Idem per tutte le farraginose procedure di notifica: di cui deve essere garantita la ricezione da parte dell’imputato (o suo avvocato), non le infinite possibilità attuali di schivarla.

Lavoro

Contrasto di tutte le forme attuali di precariato (e in modo particolarissimo del lavoro in affitto e di altre forme sempre più di para-caporalato) utilizzando strumenti e affermando diritti già operanti nei paesi europei più avanzati.
Licenziamenti e intervento del magistrato sul modello tedesco.
Rigoroso rispetto dei diritti sindacali in ogni azienda, attraverso una più ampia tipizzazione di «comportamento antisindacale». Aggravante nelle sanzioni, se c’è tentativo di influenzare votazioni nelle aziende. Referendum obbligatorio per ogni accordo contrattuale nazionale o aziendale.

Fisco

Lotta all’evasione, prendendo le migliori parti delle migliori leggi dei paesi più efficienti nel combattere il fenomeno. Denuncia, nella dichiarazione dei redditi, di tutti i conti correnti, cassette di sicurezza, e qualsiasi altra forma di patrimonio. Diventa reato l’intestazione fittizia di proprietà, a singoli o società. Divieto di avere conti in paesi che non garantiscano possibilità di interventi e rogatorie consoni alla legislazione anti-evasione italiana. Manette per i casi di gravità medio-alta. Detraibilità di quante più prestazioni professionali possibili. Sospensione e poi radiazione dagli albi professionali per chi non emette regolare fattura, e chiusura per periodi progressivamente più lunghi per gli esercizi commerciali che non emettono scontrino. Aliquote secondo il criterio progressivamente progressivo: diminuire il carico fiscale sui ceti medi, aumentarlo fortemente (e progressivamente) su benestanti, ricchi e straricchi, introduzione della tassazione sui patrimoni più alti.

Tv

Liberalizzazione dell’etere, cioè legislazione antitrust in fatto di frequenze che prenda il meglio (il più antitrust) delle legislazioni europee. Idem per le agenzie di pubblicità. Rafforzamento della televisione pubblica e sua trasformazione radicale su modello Bbc prima maniera (o Bankitalia stile Baffi).

Scuola

Primato della scuola pubblica e rigoroso rispetto della norma costituzionale che esclude «oneri per lo Stato», di qualsiasi natura, a vantaggio delle scuole private. Abrogazione delle ore di religione confessionali. Riforma dei vari ordini e gradi imperniata sulla serietà e «difficoltà» degli studi (ma con modalità e capacità didattiche capaci di «appassionare» gli alunni), privilegiando la formazione critica sulle specializzazioni professionali, lo studio dell’inglese fin dalle elementari con insegnanti di madrelingua, lo studio del darwinismo fin dalle elementari, la cultura classica e le lingue classiche col sistema «norvegese» di apprendimento «lingua viva», l’importanza della storia eccetera. E un sistema di concorsi che per la prima volta privilegi il merito, con ampia presenza di commissari internazionali, visto il livello irrimediabile di nepotismo o scelta per amicizie.

Sanità

Riforma della riforma sanitaria. Scelta radicale tra professione privata e lavoro nel servizio pubblico. Concorsi internazionali per cariche mediche e amministrative. Carta dei diritti del malato e dei doveri degli operatori sanitari. Vincolo di tempi rapidi per la diagnostica e sanzioni per i manager che non li garantiscono. Abrogazione dell’obiezione di coscienza per l’aborto.
Testamento biologico e leggi sul fine vita allineate con i più avanzati paesi europei.
Sappiamo che non si tratta di un programma esaustivo, e di ogni punto si possono discutere le «tecnicalità». Ma siamo convinti che sia comunque chiaro e discriminante per i valori che lo ispirano.
Chiediamo a tutti i giovani e gli ancora lontani dalla «terza età» che lo condividono nell’essenziale di dare la loro disponibilità a un impegno disinteressato. E a segnalarci persone che ritengono valide come candidati delle liste stesse. Che comunque dovranno avere i seguenti requisiti:
Vengono candidate solo persone che non abbiano mai ricoperto cariche parlamentari, di governo, di assessorato in comuni, province o regioni. E che ovviamente non abbiano avuto a che fare con la giustizia, se non per manifestazioni, lotte pacifiche eccetera.
Chi si candida si impegna solennemente, pubblicamente, per iscritto, a non candidarsi alle elezioni successive.
La quota dello stipendio di parlamentare trattenuta dall’eletto dovrà evitare che la carica comporti «scalata sociale», il resto sarà devoluto a iniziative pubbliche. L’eletto si impegnerà alla massima trasparenza in fatto di redditi, proprietà, fisco.

(22 novembre 2012)

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fonte temi.repubblica.it/micromega-online

FINALMENTE LA VERITA’ – “Quelle ossa sono dell’anno 1000, i partigiani non c’entrano nulla”

https://i2.wp.com/bologna.repubblica.it/images/2012/09/12/144913206-aea92b9c-f7dd-4f86-a751-9caa81fefecc.jpg
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“Quelle ossa sono dell’anno 1000
I partigiani non c’entrano nulla”

Concluso l’esame dei corpi riesumati dal cimitero di San Giovanni in Persiceto: smentendo le voci che parlavano di una strage di fascisti, i test con il carbonio 14 hanno stabilito che i cadaveri risalgono al Medioevo

"Quelle ossa sono dell'anno 1000 I partigiani non c'entrano nulla" Un campione delle ossa riesumate

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Il ritrovamento di ossa appartenenti a decine di cadaveri. Una voce popolare che li collega a una “corriera fantasma” e al presunto eccidio di un gruppo di repubblichini compiuto dai partigiani. Anni di polemiche. Alla fine, un esame che grazie al radiocarbonio chiude la partita: quei corpi appartengono a persone vissute a cavallo dell’anno Mille e le vicende dell’ultimo dopoguerra non possono proprio entrarci nulla.

Tutto comincia nell’ottobre del 1962, quando a San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, all’interno di un campo agricolo vengono ritrovate le ossa di un consistente numero di scheletri. Qualcuno ne è certo: sono i passeggeri di una corriera partita da Brescia e transitata per San Giovanni, dove i partigiani tesero un’imboscata e uccisero gli occupanti perché fascisti. L’anno dopo si svolgono funerali solenni e gli scheletri, raccolti in 32 cassette, vengono seppelliti nel cimitero cittadino. Nel frattempo viene portata avanti un’inchiesta e i cadaveri vengono esaminati da un istituto di medicina legale che, in base alle possibilità tecniche dell’epoca, non esclude che i cadaveri possano risalire al secondo dopoguerra. Una sentenza del tribunale di Bologna, però, nel 1965 mette nero su bianco: non si riscontrano eventi traumatici e, di conseguenza, non si tratta di fascisti uccisi dai partigiani.

Le voci, però, continuano. Tanto che l’Anpi, recentemente, chiede di riesaminare i corpi. I campioni prelevati da tre cassette passano all’esame degli esperti dell’Università di Bologna e del museo archeologico ambientale di Persiceto, prima di essere inviati al Centro di datazione e diagnostica (Cedad) dell’Università del Salento, a Lecce.

Due gli individui sottoposti al test radiometrico: emerge che uno è vissuto tra l’890 e il 1050, l’altro tra il 990 e il 1160. Un dato “assolutamente affidabile”, assicura Maria Giovanna Belcastro, docente di antropologia dell’Alma Mater ed esperta negli aspetti forensi della disciplina, “perché affidabile è il metodo ed affidabile è il Cedad”.

Il protocollo, in casi del genere, prevede comunque un secondo esame in un altro laboratorio: i campioni, in questo caso, andranno a Oxford per essere ricontrollati. Non dovrebbe essere necessario, invece, estendere il test agli altri scheletri: lo stato di conservazione delle ossa, infatti, fa ritenere che si tratti di un gruppo “omogeneo” di reperti escludendo, dunque, che nelle cassette possano esserci corpi risalenti a diverse epoche storiche. (Dire)

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fonte bologna.repubblica.it

MARZABOTTO, 14-17 GIUGNO – L’Anpi ricorda le vittime del nazifascismo con una festa che guarda all’attualità

ANPI Reggio Emilia – fonte

L’Anpi ricorda le vittime del nazifascismo con una festa che guarda all’attualità

Dal 14 al 17 giugno a Marzabotto la terza festa nazionale dell’Anpi. Lo slogan: “La memoria batte nel cuore del futuro”. Ma nel programma c’è ampio spazio alla contemporaneità

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di DONATELLA ALFONSO

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“LA MEMORIA batte nel cuore del futuro”. Non è solo lo slogan che accompagna la terza festa nazionale dell’Anpi 1, organizza dall’Associazione nazionale partigiani dal 14 al 17 giugno a Marzabotto, dove i tedeschi il 5 ottobre del 1944 uccisero 770 civili. Ma anche un modo per raccogliere sempre più giovani – e non è un caso che siano migliaia i ragazzi e le ragazze iscritti negli ultimi anni a sempre nuove sezioni territoriali – intorno ai valori dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione. “Cioè i veri capisaldi della democrazia e del suo futuro”, come ha sottolineato a Roma, presentando il programma, il presidente nazionale Anpi Carlo Smuraglia.

Mentre il programma prevede quattro giorni di dibattiti, lezioni, spettacoli – tra cui un concerto dei Modena City Ramblers – il segnale forte vuole essere anche quello della solidarietà, visto che ci si trova in territorio emiliano: tra gli invitati, anche i sindaci di Novi e di Cento, devastati dal terremoto 2, a cui l’Anpi donerà parte dei fondi raccolti durante la festa.

Più che testimonianza e ricordo, politica vera: quella che i partiti sembrano fare poco o nulla, e che spiega la grande attenzione – da parte dei giovani e non solo dei vecchi partigiani – verso l’Anpi. I temi su cui si concentreranno i dibattiti sono la richiesta di verità e giustizia per le stragi naziste, il diffondersi dei neofascismi in Europa, il destino delle donne islamiche dopo la primavera araba (non così positivo come ci si augurava durante le rivolte, come ha sottolineato Smuraglia presentando il dibattito che include giornaliste, studiose, blogger e attiviste, da Farian Sabahi a Francesca Caferri, da Leena Ben Mhenni a Aya Homsi) e, infine, la cultura della legalità contro la mafia (tra gli altri parteciperanno Armando Spataro, Nando dalla Chiesa, Benedetta Tobagi).

“Il tema della giustizia alle vittime – spiega il presidente dell’Anpi – resta la nostra principale preoccupazione. Basti pensare che il prossimo 15 giugno si svolgerà a Roma l’udienza preliminare per la strage di Cefalonia. Un ritardo inaccettabile che l’Anpi farà presente al governo italiano”.

Ci sarà spazio anche per parlare di legge elettorale e “voglie” di presidenzialismo – che Smuraglia boccia, come ogni altra suggestione dirigistica che tolga peso alla figura attuale del presidente della Repubblica – nonché di respingere ancora una volta ogni proposta di accorpare in un’unica ricorrenza le date del 25 aprile e 2 giugno, come vorrebbe il Pdl.

Ma è vero che la crisi economica è uno dei grandi temi e dei rischi da non sottovalutare: e rafforzare la memoria è necessario. Perché “fu la crisi economica e sociale a portare alle grandi dittature dei primi del Novecento. I rigurgiti neonazisti in Grecia, e quello che sta accadendo in Ungheria in questi anni, sono un campanello d’allarme da non sottovalutare”.

Anche se la festa è dedicata a tutte le vittime delle stragi nazifasciste (inaugurazione alle 16.30 di giovedì 14 nella sala consiliare del comune di Marzabotto), si parlerà quindi più di attualità che di storia. A partire dalla “normalità” della Resistenza. Quella da cui – insistono i promotori – far ripartire il futuro.

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fonte repubblica.it

Marzabotto, Sant’Anna e le stragi dimenticate / DOSSIER – L’armadio della vergogna: per la prima volta la verità su colpevoli e insabbiamenti


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Marzabotto, Sant’Anna e le stragi dimenticate
Ombre e ingiustizie sui crimini nazifascisti

A quasi 70 anni dai sanguinosi episodi avvenuti durante la Seconda guerra mondiale, malgrado le condanne dei tribunali italiani, quasi nessuno dei responsabili ha scontato la condanna in carcere. Quindici ergastolani, ormai ultra-ottantenni, vivono indisturbati in Germania. E con i fascicoli ritrovati nell”armadio della vergogna’ si potrebbe fare luce su molti fatti ancora da ricostruire

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di FLAVIO BINI

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Il più giovane di loro, oggi, deve ancora compiere ottant’anni. C’è chi ha scelto le grandi città – Berlino, Amburgo, Dortmund – e chi ha preferito centri più piccoli, al riparo dalle curiosità, dalle domande indiscrete e dai sospetti. Erano 21 nel 2010, 17 nel 2011, 15 al marzo di quest’anno, secondo i dati forniti dal procuratore generale militare Antonio Sabino nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Anziani pensionati oggi, giovani, ragazzi e ragazzini ieri. Ieri, tra il 1943 e il 1945, quando firmarono alcuni dei peggiori crimini compiuti durante la seconda guerra mondiale dalle truppe naziste. Eccidi di donne, anziani, bambini che oggi si ricordano attraverso i nomi delle piccole città teatro degli orrori e associate per sempre a quei terribili episodi. Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fivizzano e Fosdinovo.

L’armadio della vergogna. Su di loro pendono 15 ergastoli. Nessuno ha visto né vedrà mai le porte del carcere, né nel loro Paese, né tanto meno in Italia. “La giustizia deve prevedere sempre una sanzione finale, altrimenti – se la pena non viene eseguita – non esiste”, spiega Franco Giustolisi, giornalista e scrittore che tra i primi ha raccontato, con il suo L’armadio della vergogna, uno dei momenti chiave nelle indagini sui crimini nazifascisti commessi durante la Seconda guerra mondiale. Il ritrovamento in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare in via degli Acquasparta a Roma, nel 1994, di un particolare armadio con le ante rivolte verso il muro. All’interno 695 ascicoli riferiti a 2.274 crimini di guerra commessi durante l’occupazione dalle truppe tedesche. Di quei dossier, riferiti a specifici fatti commessi, pochissimi hanno avuto uno sbocco giudiziario, malgrado in oltre 400 venissero indicati chiaramente i responsabili.

Le stragi dimenticate. “Quei fascicoli dicono molto, ma non tutto”, racconta Giustolisi. “Ci sono stragi di cui si sa poco e che solo a distanza di anni è stato possibile ricostruire: Onna, Massa Lombarda, Saonara”. Anche di questi episodi si è parlato nell’incontro che si è tenuto a Roma alla presenza anche degli esponenti Pd Felice Casson e Walter Veltroni: “Serve al più presto un’interrogazione parlamentare per fare luce su tutte le stragi nazifasciste, sul conteggio esatto del numero dei morti, e che chieda soprattutto con forza l’esecutività delle sentenze” dice Giustolisi. “Non solo, domanderemo al capo dello Stato l’istituzione di una giornata del ricordo per questi episodi. Ma il primo passo da fare, anche simbolicamente è un altro: le pubbliche scuse per aver coperto per 60 anni i crimini commessi dalle forze di occupazione tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945”. “Nessuno – conclude il giornalista – ha mai ammesso le proprie responsabilità”.

La commissione di inchiesta. In realtà, a fare luce su quei fatti dopo il ritrovamento dei fascicoli, provò già una commissione d’inchiesta nel 2003, che giunse però a due conclusioni differenti. La relazione di maggioranza, a firma di Enzo Raisi, oggi esponente di Futuro e Libertà, sosteneva che mancassero gli elementi per dimostrare l’ingerenza del governo nell’occultamento dei dossier. E che quindi quei fascicoli erano rimasti nascosti per decenni non per una scelta politica volta a non mettere in imbarazzo il neo-alleato tedesco, ma – si legge nella relazione – “per la negligenza e superficialità di alcuni magistrati che è proseguita per 50 anni”.

Il caso Faber. Lo scorso 24 maggio, in una clinica bavarese, si è spento all’età di 90 anni Klaas Faber. Un nome che dice poco agli italiani, ma divenuto protagonista di un durissimo braccio di ferro diplomatico tra i Paesi Bassi e la Germania. Faber era uno degli aguzzini del campo di concentramento di Westerbork, in Olanda, il lager dove venne uccisa Anna Frank. Nonostante le numerose richieste di estradizione avanzate dal governo dell’Aja, le autorità tedesche hanno da sempre opposto resistenza. “Questo episodio marca tutta la differenza tra noi e gli altri. Nemmeno loro sono riusciti a farsi consegnare quell’assassino, però almeno si sono battuti”, spiega Giustolisi. “I nostri governi in questi anni non hanno fatto niente, hanno protetto quei crimini durante la guerra fredda perché la Germania era diventata un nostro alleato, e ancora adesso non si vuole porre questa questione cosi delicata per non deteriorare i rapporti con un partner economico e politico così importante”.

L’Aja: “Nessun risarcimento”. Intanto, qualche mese fa, ha fatto discutere la decisione della Corte internazionale di giustizia 1 che ha accolto il ricorso del governo tedesco, dopo che una sentenza della Cassazione aveva imposto a Berlino il risarcimento ai familiari di alcune delle vittime delle stragi nazifasciste in Italia. Nessuna continuità fra il Terzo Reich e la Repubblica federale tedesca, quindi nessuna responsabilità imputabile ai nuovi governi. I magistrati italiani, con la condanna, avrebbero “mancato di riconoscere l’immunità prevista dal diritto internazionale” alla Germania.

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fonte repubblica.it

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(1 di 12) L’armadio della vergogna – Primo segreto di Stato – le altre puntate a seguire su Youtube

Caricato da in data 27/gen/2008

playlist della puntata: http://it.youtube.com/view_play_list?p=56C590819A9C3DB3

(ricaricato dopo la censura del mio vecchio canale)

puntata trasmessa da Blu notte il 2 settembre 2007
http://www.blunotte.rai.it/category/0,1067207,1067065-1074305,00.html

8 settembre 1943 – aprile 1945: L’archivio della vergogna – primo segreto di Stato dell’Italia repubblicana

Descrizione puntata:
http://unoenessuno.blogspot.com/2007/09/blu-notte-larmadio-della-vergogna.html

A Blu notte si è raccontata la storia di un armadio, nel palazzo del consiglio superiore della magistratura, con le ante rivolte verso il muro.
Un armadio che contiene storie di massacri, saccheggi, stupri, borghi, cascine e paesi incendiati.
Un armadio pieno di scheletri: scheletri dei morti uccisi a Sant’Anna di Stazzema e nei paesi vicini.
Era il 12 agosto 1944: le SS della XVI divisione panzergranadier ReichFuhrer, del battaglione comandato dal maggior Walter Reder si lasciarono alle spalle 560 morti.
Di cui 132 bambini di meno di 12 anni.
Gli scheletri delle donne, anziani, preti, bambini uccisi a Marzabotto, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944.
Anche qui a compiere le atrocità furono le SS della divisione assassina di Reder, con l’aggiunta di un battaglione di ex prigionieri sovietici ma anche con reparti di militari repubblichini italiani.

Dovevano sgominare la brigata partigiana di Monte Sole, comandata da Mario Musolesi (Lupo). Come a Sant’Anna lasciarono alle spalle una schia di morti: donne, anziani bambini.
770 persone uccise in 21 comuni. 216 bambini con meno di 12 anni.
E uccisi anche male, in modo efferato: bruciati vivi, lasciati a morire agonizzanti per ore, bambini estratti dal ventre della madre e usati per titi a segno.

Nell’armadio della vergogna non vengono citati episodi di guerra: nei 2274 fascicoli si riportano in bella grafia testimoni, date, episodi e colpevoli.
Colpevoli di barbarie: cosa avevano fatto quelle donne, quei bambini per essere uccisi in quel modo.
Lo storico Shreiber parla di “vendetta civile”, contro la popolazione civile italiana, colpevole di tradimento nei confronti della Germania.
A spingere quei soldati fu un odio razziale.Come spiegare altrimenti le rappresaglie (che si spinseri fino al 2 maggio 1945, quando Hitler e Mussolini erano già morti), che portarono alla morte circa 10000 civili.

Perchè i fascicoli rimasero in quell’armadio e non furono mandati alle procure competenti, affinchè potessero istruire i processi per crimini di guerra contro i militari (ma si possono veramente chiamare militari gente come Reder, Anton Galler, il fornaio, Kesserling, Priebke, Pietro Koch ?) e dare giustizia ai parenti delle vittime?Perchè le condanne a morte contri gli alti vertici della Werhmacht non furono eseguite e quei generali (Kesserling, Von Mackensen ..) poterono tornare a casa?
Perchè sulle stragi nazifasciste, ma anche sull’eccidio di Cefalonia, scese il silenzio.

La spiegazione è politica. Lo spiega la commissione parlamentare (di minoranza, fatta dal centrosinistra): era subentrata la ragione di stato.
Gli ex nemici di una volta erano diventati alleati per una nuova guerra che si stava combattendo in Europa.
La guerra fredda.
Non si poteva mettere in imbarazzo il nuovo alleato germanico (in prima linea contro i paesi del patto di Varsavia) con richieste di rinvio a giudizio di suoi militari.
Anche perchè altri paesi, dall’altra parte della cortina, paesi come la ex jugoslavia facevano pressione contro gli alleati per mandare sotto processo i militari italiani responsabili di crimini di guerra. “Si ammazza troppo poco” diceva il il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata italiano in Slovenia e Croazia , che è anche il titolo di un libro di Gianni Oliva.
Così, si misero a tacere le richieste di giustizia italiane e quelle jugoslave. Lo testimoniano le lettere dei ministri Taviani e Martino.
E le morti civili di quell’estate di sangue furono lasciate lì, nel dimenticatoio di quell’armadio sinistro. Sorte analogo toccò poi alle morti delle foibe (se si dovevano dimenticare alcune morti, allora anche quelle dall’altra parte). Il silenzio della vergogna.
Guardate questa foto ( http://www.santannadistazzema.org/immagini/struttura/intro.jpg ) : sono i bambini di San’Anna. Nessuno di loro rimase vivo.

Approfondimenti:

http://www.eccidi1943-44.toscana.it/stampa/espresso_011109/armadio_della_verg…

http://www.internetbookshop.it/code/9788888389189/giustolisi-franco/armadio-d…

http://www.romacivica.net/anpiroma/Resistenza/resistenza13.html

http://digilander.libero.it/infoprc/doc2.htm

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STRAGI NAZI FASCISTE / PER LA PRIMA VOLTA LA VERITA’ SU COLPEVOLI E INSABBIAMENTI

S. Anna di Stazzema. Fossoli. Cefalonia. Spunta il registro degli orrori. Con i nomi degli assassini celati per 50 anni. In nome della ragion di Stato

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di Franco Giustolisi

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Sono pagine che documentano il capitolo più vergognoso dell’Italia postfascista. E insieme il più ignorato. Fanno parte del registro degli orrori di cui “L’Espresso” ha ottenuto, eccezionalmente, copia. Vi sono inventariati i tantissimi crimini, mai perseguiti, commessi dai nazifascisti a danno dei cittadini italiani. Migliaia di morti: bambini (118 solo a S. Anna di Stazzema), vecchi, donne, uomini. Da una parte gli inermi, gli innocenti. Dall’altra i mitra dei tedeschi e dei legionari di Salò. Gli assassini: se ne conoscevano i nomi, in moltissimi casi, e negli altri, a ridosso degli eventi, non sarebbe stato difficile accertarne l’identità. Le vittime: non hanno avuto ancora giustizia perché ciò non conveniva politicamente. Non era opportuno riaprire le ferite con la Germania dì Konrad Adenauer che, risorta dalle rovine della guerra, era un baluardo antisovietico a fianco della Nato. E si è preferito insabbiare. Anzi: sotterrare denunce, inchieste, esposti. Finivano dentro l’armadio della vergogna custodito nella sede della Procura generale militare, a Roma, protetto da un cancello di ferro. Quando fu scoperto dal magistrato Antonino Intelisano, si accertò la volontà sepolcrale di alcuni personaggi politici, accontentati dalle Loro Eccellenze, i signori procuratori generali militari, perlomeno sino al 1974. Si constatò che in quell’armadio erano stati occultati 695 fascicoli: 280 furono rubricati a carico di ignoti nazisti e fascisti. Gli il altri 415, invece, a carico di militari tedeschi e italiani identificati. Erano accusati di violenze, omicidi, eccidi, a danno di persone estranee ai combattimenti. Nel registro, custodito nell’armadio e continuamente aggiornato, sono state burocraticamente elencate tutte le omissioni di coloro che avevano il dovere di rendere giustizia. È formato da grandi fogli, sono 231, lunghi 42 centimetri e larghi 30. Soltanto la prima pagina riporta 456 morti. Al numero uno è scritto con bella grafia, in corsivo, l'”eccidio delle Fosse Ardeatine ed altre località vicine””. là uno dei rarissimi casi in cui la giustizia ha fatto il suo corso, come per l’eccidio di Marzabotto, segnato al numero 1937 del registro nero.
In quel registro sono anche annotate le stragi commesse dopo l’8 settembre a danno dei militari italiani che, per quanto traditi dal re e da Badoglio in fuga, non si arresero. Da quella di Korica, nel Kosovo, a Lero, Scarpanto… Al numero 1167 è registrato l’eccidio di Spalato; come colpevoli sono indicati “generale vonRitter e Schothuber August, com.te delle SS”; le vittime: “Cigala Fulgosi Alfonso [generale di divisione, medaglia d’oro alla memoria, ndr], e altri 48 ufficiali e 700 militari ignoti”. Ma, colpo di scena, sul registro è annotato che il fascicolo fu trasmesso alla Procura di Padova il 16 luglio 1947. Com’è possibile? Tutto fu sepolto, ma questa strage no? Niente paura: da nostre ricerche risulta che il 22 dicembre 1951 il fascicolo fu “archiviato provvisoriamente”, come verrà fatto anni dopo per tutte le inchieste, e poi definitivamente. Al numero 1188, Cefalonia. Sono indicati i nomi dei responsabili di quell’eccidio: “Ten. col. Barge, comandante del 999. fanteria di fortezza, magg. Hirschfeld, comandante di brigata della la divisione tedesca alpina” e altri. Le vittime: “Militari italiani fatti prigionieri nell’isola di Cefalonia”.

I ministri che sotterrarono i fascicoli

ERANO I SOLDATI DELLA DIVISIONE ACQUI, RESISTETTERO Al TEDESCHI Quando si dovettero arrendere, furono massacrati. Ben 6.500. I corpi bruciati o gettati in mare con zavorre di pietre o infoibati nelle caratteristiche grotte dell’isola, dopo essere stati depredati di tutto. ” È stata una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato”, disse il generale Telford Taylor, capo dell’accusa, al processo di Norimberga. In Italia glissarono. Quando parenti delle vittime sollecitarono inchieste e processi, due ministri del primo governo Segni si scrissero, alla fine del 1956, per convenire che non era il caso di compromettere la rinascita della Wehrmacht riportando a galla episodi deplorevoli, certamente, ma che ormai appartenevano al passato. Mentre il futuro era la Nato. I ministri, le cui lettere sono state pubblicate sul numero 1 di “Micromega” di quest’anno, erano Gaetano Martino, liberale, titola-re degli Esteri, e Paolo Emilio Taviani, democristiano, titolare della Difesa, poi senatore a vita. Ma non furono loro, per lo meno sembra, a creare i presupposti dell’armadio della ver-gogna. Chi, allora? Per ora non c’è risposta, come non è stata data risposta alle richieste di danni morali e materiali presen-tate alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, da-to il silenzio delle autorità italiane, da parte dei parenti delle vittime. A chi, dunque, va la tremenda responsabilità dell’affossamento della giustizia? Nomi non ne sono ancora usciti fuori, tranne quelli dei tre procuratori generali che si sono sus-seguiti nel tempo: Umberto Borsari, Arrigo Mirabella ed En-rico Santacroce. Ma loro erano solo esecutori. Chi dette l’ordine? Non il governo Parri, il secondo di liberazione naziona-le, che creò gli strumenti per perseguire i crimini di guerra, co-me attestano verbali dell’epoca ritrovati dal Cmm. Anche i tre governi successivi, guidati da Alcide De Gasperi, erano espres-sione dei partiti del Cln, gli stessi che avevano condotto la guer-ra di liberazione e, di conseguenza, alieni da tentazioni al com-promesso verso i responsabili di tante stragi. Ma nel maggio del 1947 socialisti e comu-nisti escono dalla maggioranza, la guerra fredda incalza. Nasce la lunga serie dei governi centristi, sempre a guida dega-speriana, con un uomo nuovo come sot-tosegretario alla presidenza del Consi-glio: Giulio Andreotti. Qualcuno dei su-perstiti di quelle esperienze deve sa-pere, può dare un nome ai responsa-bili politici di quella giustizia negata. La commissione d’indagine che sarà presto al lavoro lo accerterà.

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L’armadio della vergogna
Parenti delle vittime in preghiera
Il direttore del museo e le foto di tutte le vittime
Alcuni degli oggetti peronali delle vittime Casa Battistini dove morirono bruciate 50 persone

Giulio Andreotti

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STRAGI NAZIFASCISTE / DIECI ESEMPI DAI FASCICOLI SEPOLTI PER MEZZO SECOLO

TROPPO TARDI, SIGNORA GIUSTIZIA

TESTIMONI defunti. CONDANNE mai applicate. Ecco come se la sono cavata i pluriomicidi

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NR. REGISTRO 2102. “Imputati: Piazzer, Caneva e altri militari tedeschi”. “Parti lese: Martino Brinz più donne, uomini e bambini “. A Pedescala-Forni, in provincia di Vicenza, tra il 29 e il 30 aprile del 1944 furono uccise 82 persone. Si accertò, dopo la trasmissione del fascicolo avvenuta il 19 luglio del ’95, che quel Caneva era un sergente di Asiago della Rsi. Ma tutti i testimoni erano morti e si è dovuti arrivare all’archiviazione.
NR. REGISTRO 1954. “Imputati: Fritz Wunderle”. Parti lese: la casella è bianca (ndr.). A Torlano di Nimis, in provincia di Udine, furono uccise 33 persone, tra cui 11 bambini fra i 2 e i 15 anni. Fritz Wunderle, nato a Soekingen, del Battaglione Cacciatori del Carso, faceva uscire uno ad uno i morituri dal casolare dove erano stati rinchiusi e, sull’aia, gli sparava sotto la gola. Il carnefice è morto nel ’91. Anche gli altri responsabili sono morti. Archiviazione.
NR. REGISTRO 2158 E 2159. “Imputati: Generale Polak e ignoti militari tedeschi”. “Parti lese: 78 persone”. A San Martino di Lupari, Sant’Anna Morosina, Villa del Conte, Abazzia Pisani, San Giorgio in Bosco, località in provincia di Padova, e a Castello di Godego, in provincia di Treviso, nell’aprile del 1945 le truppe tedesche in ritirata uccisero non 78 civili, come è scritto nel registro, bensì 150. Il criminale generale Fritz Polak, comandante della 29a Divisione Granatieri Corazzati ”Falke” è morto in Inghilterra, libero, nell’aprile del 1956. Archiviazione.
NR. REGISTRO 2167. “Imputati: Gen. Von Teusfeld, Col. Rauff… Cap.no Saevecke… Col. Pollini, Cap.no Cardella, Confalonieri, Manfredini”. “Parti lese: Principato Salvatore, Galimberti Giovanni e altri 13. Fatti di Milano (piazzale Loreto) del 10 agosto del 1944 “. Quel giorno in piazzale Loreto furono portati 15 detenuti prelevati dal carcere di San Vittore e fucilati. I loro corpi rimasero in terra per 24 ore sino a che non intervenne il cardinale Schuster che riuscì a far portar via le salme dai parenti degli uccisi. Fu una rappresaglia per il ferimento lieve dell’autista di un camion tedesco dove viaggiavano anche degli italiani che rimasero uccisi. Il principale responsabile è stato ritenuto il Cap.no delle Ss Theo Saevecke che torturava le sue vittime all’Hotel Regina. La fucilazione fu eseguita da un plotone di militi della Legione Muti. Proprio per questo poi a piazzale Loreto furono esposti i cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci e degli altri gerarchi. Saevecke, che vive libero e indisturbato in Germania dopo essere arrivato al grado di vice-direttore dei Servizi di sicurezza del suo paese, è stato condannaio in contumacia all’ergastolo.
NR. REGISTRO 2. “Imputati: Tito, Hans Hrage, Koenig”. “Parti lese: Gasparotto Leopoldo e altri 65 patrioti. Eccidio di Fossoli”. Il 17 luglio del 1944 nel campo per detenuti politici ed ebrei di Fossoli, frazione di Carpi in provincia di Modena, fu compiuta una strage senza alcuna motivazione. Comandante del campo era il tenente Tito che sembra sia stato assolto in istruttoria per mancanza di testimoni. Si stanno cercando degli ucraini espatriati in Canada per i quali è stata chiesta l’estradizione, dato che Hrage è morto e per Tito, successivamente comandante del Lager di Bolzano, la Procura di Verona ha chiesto l’archiviazione per insufficienza di elementi a suo carico.
NR. REGISTRO 1976. “Imputati: Mayar, Magg. Ss, Cremen, Ten. Ss, Valmier Alfredo, Ten. Ss, Grein Bruno, Ten. Ss, Roman Alfredo, Sold. Ss, Ziffer Giuseppe, Sold. Ss”. “Parti lese: Bertolli Dina e altri. Eccidio di Sant’Anna Stazzema”.
A Sant’Anna, frazione di Stazzema in provincia di Lucca, il 12 agosto del 1944 si scatenò una delle tante ricorrenti repressioni naziste. Case incendiate, distruzioni. Le vittime risultano 560. Dopo Marzabotto la più importante per morti civili. L’istruttoria è in corso.
NR. REGISTRO 1970 ABBINATO AL NR. 1 [Eccidio delle Fosse Ardeatine, ndr]. “Imputati: Kirkran Untersturmfuhrer, Pustowska Scharfuhrer o Obvscharfuhrer”. Si tratta dell’eccidio avvenuto al chilometro 14,2 della Cassia, località La Storta, commesso dai tedeschi in fuga il 4 gìugno 1944 quando Roma stava per essere liberata. Tra le vittime il sindacalista Bruno Buozzi, socialista, segretario generale della Cgil. Archiviato.
NR. REGISTRO 2027. “Imputati: Cap.ni Rausch e Boukmakowsky, Ten. von Pagan”. “Parti lese: Allegrucci Giuseppe e altre 39 pers.”. Il 22 giugno 1944, 40 cittadini vennero uccisi a Gubbio. L’istruttoria e ancora in corso in attesa che vengano delle risposte che la Germania, malgrado le insistenze, ancora non dà.
NR. REGISTRO 1250. ” Imputati: Tito, Haage e altri”. “Parti lese: internati del campo di concentramento di Bolzano”.
Nel campo di Bolzano, comandato dal recidivo (in quanto responsabile dell’eccidio di Fossoli) Karl Tito e dal maresciallo Hans Haage, quest’ultimo deceduto, furono uccisi, in più riprese, dai 40 ai 50 prigionieri. Solo il 12 settembre del ’44 ne furono fucilati 23. Per Tito è stata chiesta l’archiviazione per insufficienti elementi a suo carico. È rimasto in piedi il processo a carico di un ucraino, Michael Seifert, anche lui feroce guardiano del campo di Fossoli. Ha 76 anni, è emigrato in Canada, ne è stata chìesta l’estradizione.
NR. REGISTRO 1940. “Imputati: Engel Siegfried e altri cinque ufficiali e sottoufficiali Ss”. Non sono indicate le parti lese.
Le vittime di Engel e dei suoi accoliti sono 248. Ma si tratta di una cifra approssimata per difetto. A Benedicta, nel territorio di Bosio, in provincia di Alessandria, furono uccise 147 persone per lo più renitenti alla leva di Salò. Sul passo del Turchino, sopra il Golfo ligure, il 19 maggio 1944 a essere uccisi furono in 59, prelevati dal carcere genovese di Varazze. A Portofino, in provincia di Genova, il 2 dicembre 1944 Engel fece trucidare 22 persone facendole gettare in mare legate con filo spinato e zavorrati di pietre.
A Cravasco, sempre in provincia di Genova, il 23 marzo del 1945 le vittime furono 20. Il criminale è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale Militare di Torino con sentenza irrevocabile del 15 novembre 1999. Ma è libero nella sua Germania.

Fotografie del registro dove sono stati annotati responsabili e vittime delle stragi Fotografie del registro dove sono stati annotati responsabili e vittime delle stragi
L'ex ministro degli esteri Gaetano Martino Un'immagine di Cefalonia, dove furono trucidati migliaia di soldati italiani
Un'immagine della strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944: 15 morti per rappresaglia
Pagine intere con l’elenco di colpevoli ignoti. ignoti
tedeschi e ignoti fascisti. I tedeschi sono per lo più delle Ss. I fascisti sono, per la maggior parte, militi della San Marco, delle Brigate Nere, della Ettore Muti, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), della Guardia nazionale repubblichina, delle Ss italiane. Ma ci sono anche cosacchi, mongoli, ucraini, albanesi. Quei fascicoli per la verità sono stati fatti uscire dall’armadio del-la vergogna della Procura militare, ma solo dal 1960 in
poi, in modo che le eventuali verifiche non potessero portare a identificazioni certe. Tutti gli altri elenchi, quelli con nomi e cognomi dei criminali, sono rimasti in quell’armadio fino al maggio del ’94. Furono poi inviati alle varie Magistrature competenti che non poterono far altro, nella maggioranza dei casi, che emettere provvedimenti di archiviazione. Dal registro abbiamo scelto alcuni tra i moltissimi episodi.

L'ex ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani

l'ex presidente del Consiglio Alcide De Gasperi

Espresso – 11 settembre 2001

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GENERAZIONE PLAY – Gli studenti e la Liberazione: Salò in Basilicata e la Resistenza contro l’Austria


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Gli studenti e la Liberazione: Salò in Basilicata e la Resistenza contro l’Austria

Milano, Roma, Napoli: in giro per le scuole italiane sulle tracce della Resistenza e di ciò che ne rimane oggi, tra strafalcioni, tentativi azzardati di spiegazione e imbarazzo (poco). “La Liberazione? Mannaggia, questa la sapevo…”.

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di Franco, Paolin e Iurillo
ilFattoQuotidiano.it

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MILANO – ”Salò si trova in Basilicata”. “No, è vicino al lago di Como”
Il 25 aprile è l’anniversario della Liberazione, questo gli studenti del liceo classico Parini di Milano lo sanno. Ma da cosa ci si è liberati? “Mi sembra dagli austriaci. O dagli spagnoli”, risponde A., 15 anni. Lo corregge F., suo compagno in quinta ginnasio: “No, dall’occupazione nazista. Era la Seconda guerra mondiale”. Poi però va in crisi sulla Resistenza: “Chiedi troppo – ride seduto sul motorino –. Forse c’entrano i partigiani”. Lo interrompe A.: “I partigiani, quelli che venivano chiamati alle armi, ma si rifiutavano di andare a combattere perché erano contro il fascismo”. Ragazzi, la storia la studiate? “A scuola siamo ai Romani”. Proviamo con i repubblichini. Chi erano? “Penso che c’entrino con la Repubblica di Salò”. Non male, visto che poco dopo da un gruppetto di ragazze di quarta ginnasio esce solo un “mai sentiti”. Fai cenno a Salò e qualcosa torna in mente dai libri di terza media: “Mussolini ha instaurato lì una repubblica quando è stato cacciato dall’Italia”, spiega un po’ confusa C., 14 anni. Il mistero vero ora è dove sia Salò. C. lo colloca nell’Italia centrale, in Basilicata probabilmente. La sua compagna A. non è d’accordo: “Secondo me è al Nord”. Ma ci ripensa: “No, forse è vicino a Roma”. M. ha 17 anni e mette Salò su un lago. Quale? “Quello di Como”. Ahi. In seconda liceo, del resto, sono arrivati fino all’Unità d’Italia: il periodo della Resistenza è ancora lontano. Passa Carlo Arrigo Pedretti, il preside. Professore, senta che risposte. “Abbiamo una classe politica che non va”, si giustifica sotto la lapide che ricorda Giambattista Mancuso, il figlio del custode del Parini che morì a 22 anni mentre combatteva tra i partigiani. E la scuola? “Ne paga le conseguenze”.
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ROMA – ”I repubblichini erano quelli che stavano in Africa”
“La Liberazione? Mannaggia, questa la sapevo, ci ho fatto pure la tesina di terza media…”. Sull’alto muro che circonda lo storico liceo classico Mamiani (classe 1885), il poster dedicato ai ragazzi di Salò è stato appiccicato a bella posta. Negli anni Settanta il movimento studentesco era forte lì dentro. Ieri il poster che inneggia ai repubblichini l’hanno strappato via, ne resta solo un angoletto. Una ragazza ci pensa su: “Ma quali sono quelli di Salò? Quelli che stavano in Africa, mi pare”. La compagna le dà una gomitata: “No, dai, sappiamo della Resistenza, Mussolini e tutto quanto. Solo che il fascismo vero ormai è morto, quelli di adesso sono solo ragazzini che cercano di darsi delle arie”. Un altro conferma: “Essere di destra va di moda, perché il comunista è uno sfigato, il fascio è un figo che va contro la legge. Capito?”. Ma ci sarete al corteo dell’Anpi? Li conoscete i partigiani? “Sì, una volta sono venuti qua. Raccoglievano le firme, volevano i numeri di telefono” dice uno. Intorno ridono: “Macché, quelli erano gli ambientalisti, che c’entra. È che di queste cose non parliamo, tranne un prof dichiaratamente nostalgico. Ci dice: col Duce si stava meglio”. “Mio nonno fu rinchiuso in un campo di concentramento – aggiunge un tipo alto, col sorriso –, perciò so che significa la Liberazione. Se gli altri dicono stupidaggini io mi giro e taccio. Però non so se ci andrò al corteo”. “Io vorrei – risponde una ragazza seduta sul gradino –. Ma dobbiamo studiare un sacco, non ce la faccio proprio”. S’avvicina un’amica, le mette fretta: andiamo, è tardi. E il 25 aprile? “So solo che non si va a scuola, il resto boh. Mi sa che è grave, vero?”.
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NAPOLI – ”Cos’è la Resistenza? È l’associazione dei partigiani”
Almeno nel liceo intitolato a un eroe napoletano della Resistenza, per di più sito in piazza Quattro Giornate, che vanta tra i suoi diplomati il fior fiore di Napoli (anche il sindaco Luigi De Magistris), ti aspetti che gli studenti sappiano il significato del 25 aprile. Non è così. All’uscita dell’Adolfo Pansini, si raccolgono risposte inconsapevoli. Susy, 17 anni, interrogata a un tavolino del Caffè , sembra preparata: “Il 25 aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo”. Brava. Peccato che collochi l’evento prima nel 1946, poi nel 1960. “La resistenza? L’associazione dei partigiani…”. E che differenza c’era tra i partigiani e i repubblichini? “Sinceramente non lo so”. La parola repubblichini fa spalancare gli occhi anche alle compagne di classe: “Non la sappiamo proprio”. Salò, questa sconosciuta. Federica, 17 anni, non sa definire la resistenza. “Ma il 25 aprile è una festa importante”. Sicuramente. Lorenzo, 15 anni, ha un concetto di 25 aprile tutto suo: “È la festa di liberazione degli ebrei dai nazisti”. Gli amici ridono, qualcuno inizia a cantare ‘Bella ciao’. Il coetaneo Luciano invece fa un figurone: in pochi secondi riassume la storia delle Quattro Giornate e sottolinea che “Napoli fu l’unica città a liberarsi da sola”. Alle 13.30 escono gli studenti dell’ultimo anno. La maturanda Annachiara, ci pensa un po’ poi spara: “Il 25 aprile è la festa di liberazione dai nazisti”? Col punto interrogativo. Ci sei arrivata per caso? “No, la stiamo studiando”. Ma alla domanda sul significato di “repubblichino” sorride e rimane muta. Il liceo all’ingresso espone questa targa: “‘Ad Adolfo Pansini’, giovane eroe delle Quattro Giornate di Napoli, caduto il 30 settembre 1943 – Per non dimenticare”.

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