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EPURAZIONI – La Mussolini contro la Banti, la neo-testimonial: “Insulta il premier, Tim la licenzi”

Invettiva contro la neo-testimonial della Tim

La Mussolini contro la Banti: “Insulta il premier, Tim la licenzi”

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Roma, 26-03-2011

Alessandra MussoliniAlessandra Mussolini contro il nuovo volto della Tim, la modella Bianca Balti: in un’intervista “ha insultato Berlusconi” e quindi “la maggioranza degli italiani”, è la sua colpa a dire della deputata Pdl, “spero che la Tim la licenzi e si riprenda Belen”. Uno sfogo che la nipote del Duce ha consegnato a Klaus Davi ed on-line sulla sua pagina Facebook ‘Porca Italia’.

Al settimanale Vanity Fair, la Balti, che è anche scesa in piazza con le donne il 13 febbraio, aveva detto: “Tutto il mondo ci prende in giro per Berlusconi. All’inizio mi incazzavo e rispondevo a chi ci attaccava: senti chi parla, voi avete Bush. Adesso cerco di ragionare e spiego che l’Italia non è solo e tutta Berlusconi”.

Parole che hanno fatto andare su tutte le furie Alessandra Mussolini: “Non ci posso credere che la testimonial della Tim abbia veramente detto una cosa simile. Si è dimostrata poco intelligente politicamente. Spero che la Tim la licenzi immediatamente e si riprenda Belen: ha insultato la maggioranza degli italiani che con convinzione ha votato il nostro premier, dimostrandosi poco intelligente. E lo ha fatto dopo che Berlusconi ha finto anche sul fronte della crisi libica”.

“Si vergogna di essere italiana? Vada in Francia, con la Bruni a suonare la chitarra”, ha aggiunto Alessandra Mussolini, convinta anche che “lo spot è brutto, lei sembra un manichino”. Quindi, ben venga il “licenziamento immediato, anche perché non se ne accorgerebbe nessuno: aridateci Belen”.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=151329

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Malata di Sla abbandonata: vive con l’ossigeno vicino al gas

La denuncia: «Grave che un caso di questa malattia in fase avanzata non sia seguito»

La donna vive con quattro famigliari in meno di 50 metri quadrati e non ha alcuna assistenza pubblica

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Maria Di Marcantonio
Maria Di Marcantonio

OSTIA (Roma) – Un altro caso di vita ai margini della civiltà: abbandono totale, questo reso noto prima di essere conosciuto attraverso una tragedia ormai compiuta, come successo al bambino capoverdiano a Napoli, morto per le esalazioni di un braciere in una casa senza elettricità, e senza senso. Qui i protagonisti non sono immigrati: tutti italiani, in cinque – una donna gravemente malata di Sla, la figlia, il genero e due ragazzini – in un alloggio popolare di nemmeno 50 metri quadrati e senza la possibilità che la donna malata possa essere spostata perché l’ambiente è angusto, tanto che è su un letto con la bombola d’ossigeno a ridosso dei fornelli a gas della cucina, con tutti i pericoli che ne conseguono. La denuncia dello stato di abbandono e di incuria in cui versa la malata di SLA arriva con una nota dell’associazione ‘”Viva la Vita Onlus”.

«PER GLI AIUTI DOBBIAMO ATTENDERE» «Abbiamo richiesto un nuovo alloggio e un aiuto dai servizi sociali e la risposta è stata di attendere qualche anno… io sono ai limiti del crollo», dice Alessandra, la figlia di Maria Di Marcantonio, la sessantenne affetta da SLA. A meno di un anno dalla diagnosi, la signora è già immobile nel suo letto con l’ossigeno e nutrita per via artificiale. E’ la figlia che gestisce anche l’alimentazione forzata della donna, con l’aiuto di un infermiere che passa da casa per cinque minuti al giorno. Non ha la carrozzina elettrica perché inutile – riferisce ancora l’associazione -, non riuscirebbe comunque a passare nelle altre stanze ed il bagno per lei è totalmente inaccessibile. Riesce ancora a parlare ma il suo eloquio è divenuto incomprensibile e quando anche la parola l’abbandonerà del tutto la sua mente sarà totalmente prigioniera in un corpo immobile. Questo l’accorato appello della figlia Alessandra: «Sono ai limiti delle forze e prossima al crollo psico-fisico. Se non cambierà nulla non so cosa accadrà… oltre alla fisioterapia e ad un accesso al giorno di pochi minuti di un’infermiera non abbiamo nulla. Io oramai sono bloccata in casa ad assistere mia madre, non posso allontanarmi neanche un minuto e le notti sono pressoché in bianco. Viviamo con lo stipendio di mio marito che non ci consente, assolutamente, di permetterci una badante. Una mano me la danno i miei figli ma sono minorenni e non posso far pesare su di loro un’assistenza così gravosa». «L’anno scorso ho richiesto un nuovo alloggio popolare più grande, almeno adeguato alla condizione di mia madre, non ho ancora ricevuto risposte. La buona notizia è che a gennaio del 2009 i servizi sociali del Comune hanno accettato la domanda per l’assistenza, ma mi hanno prospettato attese che possono arrivare fino a 3 anni…».

LA DENUNCIA: «UN CASO DI SLA NON DEVE ESSERE ABBANDONATO» Per Mauro Pichezzi, presidente dell’associazione Viva la Vita Onlus che riunisce familiari e malati di SLA, «è gravissimo che un caso di SLA in fase avanzata non sia seguito da nessun centro ospedaliero qualificato, ma è ancor più drammatico che la signora sia letteralmente abbandonata a sè stessa». A detta dell’avv. Chiara Madia, penalista di Viva la Vita Onlus, «ci sono tutti gli estremi per configurare un reato di omissione di atti d’ufficio nei confronti di chi sarebbe tenuto alla presa in carico della signora, e siamo pronti a procedere per le vie legali».
21 ottobre 2009

Fonte: il Corriere della Sera

Arrivederci Fernanda!

Addio a Fernanda Pivano, voce italiana della nuova America

Con le sue traduzioni ci ha fatto conoscere gli autori americani del ‘900, da Edgar Lee Masters a Hemingway, dalla «beat generation» a Dylan. Aveva 92 anni

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Fernanda Pivano (Ansa)

MILANO – È morta all’età di 92 anni la scrittrice e giornalista Fernanda Pivano. A lei, nata a Genova nel 1917 ma trasferitasi preso a Torino con la famiglia, si deve la conoscenza in Italia dei grandi autori della letteratura americana. Da Edgar Lee Masters a Hemingway, dai poeti e gli scrittori della «beat generation» a Bob Dylan, i più grandi e rappresentativi autori della nuova America sono stati portati ai lettori italiani dalla sua capacità di interpretare, capire, raccontare e descrivere un mondo ancora sconosciuto al pubblico italiano. Di quasi tutti questi autori, Fernanda Pivano è diventata amica e confidente, riuscendo a trasferire nelle versioni italiane delle loro opere, lo spirito più vicino possibile a quello dell’originale. Scrittrice e anche giornalista, è stata a lungo collaboratrice del Corriere della Sera, cui ha regalato interventi e scritti di grande. Il suo ultimo testo scritto per il Corriere in occasione del suo 92 esimo compleanno, il 18 luglio scorso, era una nostalgica ma anche serena riflessione sulla vecchiaia con tanti ricordi degli scrittori conosciuti nella sua vita. La Pivano si è spenta martedì sera in una clinica privata di Milano, dove era ricoverata da tempo. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova.

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Fernanda Pivano Fernanda Pivano Fernanda Pivano Fernanda Pivano Fernanda Pivano Fernanda Pivano Fernanda Pivano

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DALL’ANTOLOGIA DI SPOON RIVER AL PRIMO VIAGGIO NEGLI STATES – La prima parziale traduzione della Pivano della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters (per Einaudi) risale al 1943. Cinque anni dopo l’incontro a Cortina con Ernest Hemingway, cui la Pivano resterà legata a vita da un rapporto umano e professionale a un tempo. Negli anni seguenti infatti la scrittrice curerà la traduzione dell’intera opera di Hemingway, intensificando l’amicizia con lo scrittore americano. Nel 1949 sposa Ettore Sottsass jr, autore delle foto più belle di tanti viaggi indimenticabili e incontri con gli scrittori beat Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassidy. Ciò che nella letteratura americana la attrae di più, rispetto a quella europea, è la «vecchia, tradizionale differenza fra letteratura pragmatistica e letteratura accademica, fra i fatti della vita e una letteratura libresca basata su indagini psicologiche». Così diceva: «Mi hanno attaccata per non aver mai valutato i libri, ma io mi sono limitata ad amarli, non a valutarli: questo lavoro lo lascio ai professori». Nei sei anni che vanno dal 1949 al 1954 la Pivano si dedica alla traduzione dei principali libri di Francis Scott Fitzgerald (da Tenera è la notte a Il grande Gatsby). Il 1956 è l’anno del primo viaggio negli States.

Ascolta Fernanda Pivano su pace, guerra e De Andrè

BOB DYLAN E CHARLES BUKOWSKI Non solo letteratura, però. La Pivano infatti, che nel 1959 scrive la prefazione a «Sulla strada» di Jack Kerouac, cura nel 1972 l’introduzione alla prima raccolta di testi e traduzioni italiane di Bob Dylan «Blues ballate e canzoni». All’inizio degli anni Ottanta esce la sua intervista a Charles Bukowski (Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle). La lista degli scrittori americani contemporanei che abbiamo imparato a conoscere grazie al suo contributo è lunga: ci sono gli autori del “dissenso negro”, come Richard Wright, e quelli del dissenso non violento degli anni Sessanta (Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti) fino a giovani autori come Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk e Jonathan Safran Foer, passando appunto da Charles Bukowski e senza dimenticare la sua amicizia con Hemingway.

DE ANDRE’ Nel 1995 la Pivano pubblica la raccolta di saggi Amici scrittori. Bisognerà aspettare ancora sette anni per leggere uno scritto su Fabrizio De Andrè pubblicato all’interno del volume De Andrè il corsaro assieme a Michele Serra e a Cesare G. Romana. Diplomata al decimo anno di conservatorio, pianista, la Pivano (che è stata amica di molti musicisti: Bob Dylan, Lou Reed, Jovanotti) instaura proprio con De Andrè un rapporto speciale (lei considerava lui enfaticamente e con affetto il più grande poeta italiano del secolo e gli ha dedicato un testo che ha il titolo di una canzone del cantautore, La guerra di Piero, con interprete Judith Malina). Nel 2005 raccoglie tutti i suoi testi di letteratura, più di 1.500 pagine, in Pagine americane: narrativa e poesia 1943 – 2005 da Frassinelli. Nel 2008 arrivano in libreria i suoi Diari 1917 – 1971, prima parte della sua autobiografia (Bompiani).

L’AUTOBIOGRAFIA SUL SITO Nell’autobiografia sul sito ufficiale di Fernanda Pivano si legge: «Quando negli anni ’50 Fernanda Pivano si reca per la prima volta negli Stati Uniti è una giovane studiosa innamorata dell’America di quegli anni e desiderosa di incontrare dal vivo, sul campo, i maestri di una narrativa che in Italia si era appena cominciato a conoscere, grazie a Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Immediatamente scopre un mondo, di sogni, ideali, valori, che non si stancherà più di celebrare: dal pacifismo di Norman Mailer, maestro riconosciuto della narrativa americana, amato e contemporaneamente odiato dalla beat generation degli anni sessanta, che a lui e al suo antiimperialismo si rifece, all’esempio di inesausta sete di nuovo e di autenticità del mito vivente Ernest Hemingway. Dai guru della beat generation Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti, uomini che in nome di un’idea di ritorno all’essenzialità dell’Uomo, in contrasto con i pregiudizi del consumismo capitalistico, hanno vissuto e scritto senza distinguere fra arte e vita, a Don DeLillo e ai minimalisti. Un nuovo viaggio americano, insomma, fra le contraddizioni e le speranze segrete di quel grande, osannato e temuto paese che è, da sempre, l’America».

Fonte: il Corriere della Sera

MORTA FERNANDA PIVANO

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ROMA – E’ morta questa sera Fernanda Pivano, in una clinica privata di Milano, dove era ricoverata da tempo. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917. La Pivano aveva da poco compiuto 92 anni e oltre un mese fa aveva consegnato a Bompiani la seconda parte della sua autobiografia.

Fernanda Pivano è stata giornalista, scrittrice, traduttrice e critica musicale al tempo stesso: un’attività poliedrica che l’ha portata ad essere testimone di avvenimenti e personaggi letterari profondamente radicati nella cultura del secolo passato. Era nata a Genova il 18 luglio 1917 ed aveva quindi 92 anni appena compiuti. La Pivano è stata una figura di rilievo nella scena culturale italiana, protagonista e testimone dei più interessanti fermenti letterari del secondo novecento, amica, ambasciatrice e complice di autori leggendari, a lei si deve la pubblicazione e la diffusione in Italia degli autori della cosiddetta Beat Generation.

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Da Genova si trasferì adolescente con la famiglia a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo D’Azeglio. Nel 1941 si laurea in lettere con una tesi in letteratura americana sul capolavoro di Herman Melville, Moby Dick, che viene premiata dal Centro di Studi Americani di Roma. Nella sua lunga attività la Pivano Nel 1943 pubblica per Einaudi la sua prima traduzione, parziale, della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters, lavoro che segna l’inizio della carriera letteraria sotto la guida di Cesare Pavese, già suo professore al liceo. Nello stesso anno si laurea in filosofia con Nicola Abbagnano, di cui sarà assistente per diversi anni. Nel 1948 a Cortina Fernanda Pivano incontra Ernest Hemingway con il quale instaura un intenso rapporto professionale e di amicizia. L’anno successivo la Mondadori pubblica la sua traduzione di ‘Addio alle armi’. Negli anni seguenti curerà la traduzione dell’intera opera di Hemingway, intensificando l’amicizia con lo scrittore americano, del quale sarà più volte ospite in Italia, a Cuba e negli Usa. Dal 1949 al ’54 cura per la Mondadori la traduzione dei principali libri di Francis Scott Fitzgerald: ”Tenera è la notte” (dapprima pubblicata da Einaudi), “Il grande Gatsby”, “Di qua dal paradiso” e “Belli e dannati”. Nel 1956 compie il primo viaggio negli Stati Uniti, che sarà seguito da numerosi altri in America e in vari Paesi (India, Nuova Guinea, Mari del Sud, diversi Paesi orientali e africani). Nel 1959 appare la sua prefazione a “Sulla strada” di Jack Kerouac, per la Mondadori. Nel 1964 scrive l’introduzione a Poesie degli ultimi americani Feltrinelli e nello stesso anno si dedica alla traduzione e cura di Jukebox all’idrogeno di Allen Ginsberg – Mondadori. Nel 1972 cura l’introduzione alla prima raccolta di testi e traduzioni italiane di Bob Dylan “Blues ballate e canzoni” – Newton Compton. Nel 1985 pubblica la biografia di Hemingway, Milano, Rusconi, 1985, che riceve il Premio Comisso nello stesso anno. Nel 1995 pubblica “Amici scrittori” – Mondadori, Raccolta di saggi Nel 2000 pubblica “I miei quadrifogli” – Frassinelli Nel 2002 pubblica uno scritto su Fabrizio De André all’interno del volume “De André il corsaro” assieme a Michele Serra e a Cesare G. Romana. Nel 2005 è la volta di “I miei amici cantautori” – Mondadori, raccolta di saggi e interviste sui poeti della canzone d’autore e del rock, a cura di Sergio Sacchi e Stefano Senardi e “Pagine Americane” – Frassinelli, raccolta di scritti su narrativa e poesia dal 1943 al 2005. Nel 2006 pubblica “Spoon River, ciao” con fotografie di William Willinghton scattate nei luoghi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters in Illinois – Dreams Creek e “Ho fatto una pace separata”, – Dreams Creek. L’anno scorso ha pubblicato “Diari (1917.1973)” a cura di Enrico Rotelli con Mariarosa Bricchi e contributi di Erica Jong, Bret Easton Ellis, Jay McInerney, Gary Fisketjon – Bompiani e “Complice la musica”.

Fonte: ANSA

Primi “bei” risultati del pacchetto sicurezza

TORINO – 14 agosto: Rivolta in corso Brunelleschi

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nopacchetto | 14 Agosto, 2009 09:51

Il secondo giorno di sciopero della fame al Cpt di corso Brunelleschi è già un giorno di rivolta. Dopo aver rifiutato il cibo a colazione e a pranzo, i reclusi nel pomeriggio cominciano a gridare tutti assieme «libertà! libertà!». Esasperati dalle condizioni di reclusione, preoccupati per la salute di alcuni reclusi svenuti per i primi effetti dello sciopero della fame, in contatto con il centro di via Corelli a Milano in lotta da giorni, resisi conto che l’estensione a 180 giorni di reclusione li colpisce direttamente, rincuorati da un rumoroso presidio improvvisato fuori le mura, dentro cominciano a spaccare il primo ostacolo che li separa dalla libertà: le porte. La polizia, che da ieri gira in tenuta antisommossa, carica. E per ben due volte i reclusi tengono, non fuggono, resistono. Alla terza carica la polizia e i militari riescono a sfondare, e picchiano giù duro. Nel frattempo, il presidio fuori viene disperso da poliziotti e alpini. In serata, la situazione si tranquillizza, e la polizia vuole l’ultima parola, con una specie di perquisa con cani e macchine fotografiche.

TORINO – 14 agosto: Corso Brunelleschi: la Croce Rossa nega l’acqua

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nopacchetto | 14 Agosto, 2009 15:12

Poco fa, un ragazzo si è ferito gravemente sbattendo la testa contro la porta, c’è molto sangue per terra e la Croce Rossa non fa nulla, anzi ride e scherza e manda affanculo i reclusi. In più da questa mattina la Croce Rossa nega l’acqua a chi è in sciopero della fame: o mangiate e bevete, dicono, oppure nulla.

Vi invitiamo a continuare a telefonare al centro per protestare. C’è un numero nuovo, rispetto al solito: 0115589918.

E poi i soliti numeri:

0115588778 0115589815

MILANO – 14 agosto: Arresti al CIE di via Corelli

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nopacchetto | 14 Agosto, 2009 15:07

Ultim’ora dal Centro di via Corelli. La polizia, già ieri sera, ha arrestato 14 dei rivoltosi per resistenza, incendio doloso e per altri capi d’imputazione. Cinque donne – tutte nigeriane – e dieci uomini di varia nazionalità. I compagni solidali ieri sera hanno provato a mettersi in mezzo per impedire il trasferimento in carcere degli arrestati, ma purtroppo senza risultati: ora sono in tribunale e sono riusci a vedere e salutare gli arrestati. Le udienze sono in corso.

A presto aggiornamenti.

macerie @ Agosto 14, 2009

http://www.autistici.org/macerie/?p=18033

MILANO – 13 agosto: Rivolta e repressione in via Corelli

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nopacchetto | 13 Agosto, 2009 22:01

Dopo avere scoperto che a moltissimi di loro è stato prorogato il termine di uscita dal Centro di altri due mesi, i reclusi di Corelli hanno dato vita ad una nuova sommossa. In questo momento la polizia in assetto antisommossa sta usando gli idranti e tenta di entrare nelle gabbie. Forse alcune detenute sono state picchiate.

Dopo due tentativi di assalti c’è un momento di calma, poi la battaglia riprende.

Alla fine, la polizia riesce ad entrare nelle camerate, e ritorna “la calma”. Ci sono vari feriti e sostanzialmente non ci sono notizie delle donne: nella loro sezione c’è ancora tensione, sono terrorizzate e hanno paura di parlare. Ascoltate le drammatiche testimonianze che abbiamo raccolto alla fine della battaglia, testimonianze di due reclusi che ora sono rinchiusi in due stanze differenti.

ROMA – 12 agosto: L’inferno di Ponte Galeria

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nopacchetto | 12 Agosto, 2009 14:30

E’ sempre tutto esaurito, stracolmo. Non è una sala del cinema dove si vedono sorrisi ed allegria, non è neanche una galera. E’ molto peggio. Un lager al centro d’Italia, nella capitale, “un posto farabutto, una discarica umana, dove ogni diritto è sospeso” disse Peppe Mariani, consigliere Regionale e presidente della Commissione Lavoro e politiche sociali del Lazio in un intervista a “Roma Today”, esprimendosi sul CIE di Ponte Galeria dopo una sua inaspettata visita dentro il centro. Sono affollati all’inverosimile, le famiglie vengono divise e le condizioni di vita sono difficili, troppo difficili per sopportare una vita simile.

Un sopralluogo a sorpresa in qualsiasi CIE d’Italia e si potrebbe scoprirne la zona di orrore, quella della disperazione e della violenza. Tutto ciò a pochi passi dal nostro vivere quotidiano. Qualcuno è scettico e non riesce a credere in ciò che si racconta dei CIE, qualcun altro è indifferente con un cuore di ghiaccio. Spesso le autorità nascondono ciò che succede in quei posti orrendi, senza provare a dimostrare il contrario di ciò che si racconta, perché non ci sono prove per dimostrare l’efficienza dei centri. Tutto finisce in un tombale silenzio. Nessuno vuole far sapere ciò che accade lì dentro, è troppo rischioso, è troppo disumano,”le parole non bastano per descriverla. Si tratta di una struttura vergognosa, tenuta malissimo, sporca, dove l’igiene non esiste, dove il fetore rende l’aria irrespirabile, dove manca l’acqua, dove le persone non vengono assistite da un punto di vista sanitario, dove persino il cibo è scarso. Strutture del genere non dovrebbero esistere in nessuna parte del mondo.” Diceva Peppe Mariani.

E lì dentro, ci sono donne e uomini che non hanno mai commesso reati, sono in attesa di essere identificati e rispediti da dove sono scappati, per aver subito violenza fisica, economica e morale. Ora, queste persone potranno restare in quei lager fatiscenti anche per sei mesi e non oso immaginare cosa succederà lì dentro. “Mi chiedo: che senso ha una struttura umanitaria come la Cri all’interno del Cie se poi di umanitario lì dentro non c’è niente? L’assistenza sanitaria è inesistente. La struttura per di più costa una barca di soldi, senza produrre niente per la società.” Ribadiva Peppe Mariani.

Spesso ci si sente dire che alcuni settori non sono consentiti neppure al Garante dei detenuti. Ma chi può entrare e cosa nascondono per non portare alla luce del sole i loro segreti? In quelle doppie file di sbarre alte oltre tre metri e dentro stanze come tane per orsi, fatiscenti, urlano gridano e piangono uomini privi della loro libertà. Chi varca quei cancelli non ha i diritti che spettano ai detenuti né la dignità che spetta a ogni essere umano. Ponte Galeria è la sospensione della vita ed ogni detenuto deve sottostare alle regole dei loro carcerieri. “Man mano che giovani e meno giovani, nigeriani e bosniaci, rom e richiedenti asilo, tunisini e est europei ci si facevano incontro per parlare, raccontare, spiegare, chiedere, il funzionario di polizia Baldelli ha cominciato a spingerli, a intimare loro di farsi da parte, ci ha tolto di mano la penna con la quale stavamo prendendo appunti, ha preteso che gli consegnassimo il blocchetto, ci ha spinto verso l’uscita.” è il racconto di alcuni funzionari regionali in visita all’interno del CIE. Sempre questi ultimi raccontano che qualcuno si diverte su di loro, e non mancano toni deridenti “a un giovane che si lamentava di non poter nemmeno comperare un deodorante, Baldelli ha risposto, noi testimoni: Ma a cosa serve a te un deodorante?” racconta Meltingpot nella nota dal titolo “Lo sceriffo di Ponte Galeria”.

Le violenze all’interno dei CIE sono continue, testimoniate da tantissimi fatti di cronaca che raccontano storie raccapriccianti. Qualcuno non riesce a sopportare simili vessazioni e preferisce togliersi la vita piuttosto che consegnarla ogni giorno alle mani di un carceriere. Tutti ricordiamo il suicidio di Mabruka Mimuni, una donna tunisina di 49 anni che era in Italia da 20 anni. La donna il giorno prima alle sue compagne detenute rivelò: “Piuttosto che tornare nel mio Paese mi ammazzo. Mi vergogno troppo per quello che mi è successo”. Poi, di mattina, la scoperta del corpo senza vita. Si era ammazzata impiccandosi con una maglietta nel bagno della sua stanza.“Le condizioni esistenti all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione sono incompatibili con i diritti umani. Il suicido della ragazza tunisina conferma questa realtà che ho visto con i miei stessi occhi durante la visita al Cie di Ponte Galeria di qualche mese fa” commentò così la presidente della Commissione Sicurezza e Legalità della Regione Lazio Luisa Laurelli.

Questo è stato uno dei tanti suicidi avvenuti all’interno dei CIE, molti di essi, a causa delle continue percosse che subiscono e della mancata libertà. Giovedì 25 Giugno l’ANSA riportava in una nota un pestaggio da parte delle forze dell’ordine nei confronti di quattro nigeriani, “ospiti” (così li chiamano) del Centro di identificazione ed espulsione. Questo fatto è stato raccontato da un giovane magrebino, anch’egli ospite del centro. I quattro nigeriani, dopo l’episodio, sono stati portati via ancora sanguinanti, senza sapere dove fossero stati trasportati. Ma questa notizia all’opinione pubblica non è arrivata.

Le sparizioni spesso sono denunciate dai migranti, il più delle volte rimangono inascoltate da chi può fare veramente qualcosa di concreto. Solo pochi giorni fa alcuni migranti reclusi nel CIE, hanno denunciato il pestaggio e la sparizione di un loro compagno, telefonando ad una radio, ma nessuna televisione di stato ne ha parlato, continuando a stare in silenzio per colpa di una politica faziosa ed arrogante.Questi abusi dei diritti umani invece, dovrebbero essere da prima pagina e dovrebbero indignare ogni singolo cittadino. Il racconto è apparso nel web da martedì scorso, quando un gruppetto di algerini era stato appena trasferito nel CIE di Roma da Bari. Tra di loro c’era anche un ragazzo gravemente malato di cuore, che durante la notte si lamentava e protestava. Alcuni carcerieri lo hanno portato in infermeria e poi nella cella di sicurezza senza procurargli i farmaci che doveva prendere ogni giorno. Nella cella di sicurezza, lo massacrano di botte per le sue continue lamentele. Durante la notte si sente malissimo, e il malato lascia il Centro a bordo di una ambulanza. La mattina dopo i suoi amici, che stanno raccontando in giro gli avvenimenti della notte, vengono raggruppati e portati via, in “isolamento” nel reparto delle donne. Il CIE è divenuto un contenitore dove infilarci gli immigrati e tutti gli indesiderati, un perfetto lager del XXI secolo. Sporco, stracolmo e violento, senza che mai nessuno si sia degnato di aprire un fascicolo o di effettuare controlli seri e determinati. Chi esce fuori dal lager racconta che sono esperienze dure e rivelatrici, però senza nessuna sorpresa. Luigi Nieri in un articolo ha raccontato ciò che hanno visto i proprio occhi all’interno del CIE, “ un ragazzo brasiliano, nato a Roma, portato qui al compimento del 18° compleanno, che presto sarà spedito in Brasile, un Paese in cui non è mai stato. O quello di una donna maghrebina che, dopo aver scontato la sua pena a Rebibbia, ora è “detenuta” a Ponte Galeria. Ho visto, inoltre, un uomo anziano, in gravi condizioni di salute, sdraiato sul letto. Ogni volta per andare in bagno deve farsi aiutare da quattro persone. Non è questo il luogo in cui deve stare, questa struttura non è attrezzata a offrirgli adeguate cure mediche.”

Andrea Onori su periodico italiano

sciopero della fame

fonte: nopacchettosicurezza

immagine di Indymedia Piemonte

L’Italia che sale, nelle ‘proteste fai da te’

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Sale la protesta in vari settori della società italiana. L’esempio della INNSE rappresenta ‘il metodo’ per dare sfogo a una voglia di protesta diffusa da tempo nel Paese.
Quello che sta avvenendo in Italia è certamente il frutto di anni di politiche scriteriate, acuite -e spesso prodotte- dall’attuale governo, che hanno condotto la nostra società sulla strada di un impoverimento generale (della Libertà, della democrazia, della coscienza critica, del potere d’acquisto e anche del lavoro).
Quanto pensate che possa durare un governo che nasconde alla gente le vere priorità del Paese? E quanto potrà durare la fiducia degli italiani nei confronti dei media nazionali che le nascondono?
Gli scricchiolii che si odono oggi, fanno credere che una certa consapevolezza stia riformandosi presso gli italiani, in merito alla loro condizione di sudditi, se non addirittura di cavie. In Italia si assiste ad un’alzata di testa da parte di quei lavoratori che si vedono negare diritti inviolabili come la libertà di espressione, la casa, il pane e il lavoro.
Se diamo un’identità a queste proteste, una configurazione sociale, notiamo come queste abbiano carattere autonomo, sganciate da tutele sindacali (assenti, così come una vera opposizione parlamentare). Questo è quello che più dovrebbe far riflettere. Si tratta di proteste autogestite, dove ogni singolo operaio è investito di una responsabilità che riguarda anche il destino dei suoi compagni di lotta. E’ un grande esempio di solidarietà e di civiltà. E’ così che l’Italia sale verso il ripristino della propria dignità civile.
Non sono pochi gli esempi di autoconsapevolezza e di protesta, oggi, credeteci. I media di regime tacciono, ma intanto anche gli insegnanti sono sul piede di guerra, soprattutto adesso che si avvicina il settembre dei disoccupati e stanno pensando a concrete forme di lotta, lungi dai dibattiti, dalle conferenze, dalle riunioni, dai bla bla. Non è più tempo dei bla bla. A dire il vero, non lo era neanche prima. Non possiamo rivelare adesso ciò che gli insegnanti stanno pianificando, ma il Ministero è avvisato (lo diciamo da qui, visto che dai palazzi Romani vengono spesso a farci visita).
Moltissimi settori della società non sono privi di problemi e, in assenza di un’azione sindacale, si programma la ‘protesta fai da te’ che, come abbiamo visto, paga.
Riguardo all’azione (assente) dei sindacati, da tempo sosteniamo la necessità di uno sciopero generale, protratto per un lungo periodo. Ogni tanto qualche sindacato (sempre in disaccordo con gli altri, concorrenti) osa annunciare uno scioperello di un’ora. Ridicolo. Non fai in tempo a scrivere un cartello che devi ritornare in fabbrica, schiavizzato più di prima e doppiamente frustrato.
Ora è tempo dell’azione concreta e siamo in una fase in cui le isolate realtà in protesta (piccoli focolai, ma energici) possono accendere il grande fuoco. Certo, bisogna fare i conti con un grande ostacolo, cioè la televisione. Tutto ciò che non appare in video non esiste. Perciò invitiamo i giornalisti della carta stampata e della televisione a compiere un sano atto di responsabilità e di dare fondo a tutta la loro dignità professionale, al fine di informare l’Italia di tutte le proteste presenti oggi e di quelle che verranno. Questo anche per evitare di creare un grave buco informativo, proprio mentre l’Italia sale… dal basso: che figura farebbero -ancora- i giornalisti?

Nota
L’ideologia propagandata dall’opera pittorica a corredo di questo post non ha alcuna relazione con il nostro testo, ad esclusione del titolo.
Si invitano gli appassionati del copia-incolla di citare sempre la fonte. Grazie

Fonte: Italiani Imbecilli

Fisco, manager e politici evasori in mano alla GdF 570 conti off-shore

Dal fermo del legale dei vip Fabrizio Pessina, le Fiamme Gialle scoprono
un elenco di nomi importanti che hanno sottratto soldi allo Stato

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Fisco, manager e politici evasori in mano alla GdF 570 conti off-shore

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ROMA Quando il 2 febbraio gli uomini della Guardia di Finanza fecero scattare le manette ai polsi dell’avvocato di Chiasso Fabrizio Pessina, sembrava una delle solite operazioni destinate all’arresto di un faccendiere o di un “colletto bianco”. Con tutti gli elementi del caso: ritorno da una vacanza dal paradiso fiscale di Madeira, bagagli, mazze da golf, aria tonica, e l’espressione stupita nel trovarsi ad aspettarlo, giunto agli arrivi di Malpensa, la pattuglia delle Fiamme Gialle invece dell’autista di fiducia.

A mettere la Procura di Milano sulle tracce di Pessina, 63 anni, noto avvocato di Chiasso, erano state le indagini sulla bonifica dell’area milanese Montecity, per la costruzione del nuovo quartiere di Santa Giulia, ad opera dell’imprenditore milanese Giuseppe Grossi. La pista che da settimane le Fiamme Gialle stanno seguendo è quella di un giro di fatture false, attraverso società tedesche compiacenti, e l’accusa che sta per scattare è quella di presunto riciclaggio di denaro.

Ma c’è una sorpresa. Nella rete della Guardia di Finanza cade un pesce inaspettato e non previsto: il notebook di Fabrizio Pessina, consulente dei vip e in affari per parecchio tempo con il commercialista Mario Merello, noto anche per essere il marito della cantante Marcella Bella. E’ sul computer dell’avvocato di Chiasso che, dopo poche ore, si concentrano le attenzioni investigative degli inquirenti ed è da lì che emerge un file assai sospetto: quello relativo ad altrettanti clienti italiani che hanno affidato al professionista i loro soldi da esportare all’estero. Si tratta di 570 nomi, 70 in più rispetto alla cifra riferita nelle interviste apparse ieri sulla stampa del direttore generale dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera .

Fabrizio Pessina, che all’inizio degli Anni Novanta è stato anche presidente dell’ordine degli avvocati ticinesi, dopo cinque mesi di carcerazione, il 31 luglio scorso, è stato scarcerato, ma durante la detenzione ha vuotato il sacco. E’ così che le indagini sono andate avanti, arrivando ad una svolta decisiva e permettendo a Procura e Fiamme Gialle di ricostruire l’intero sistema della “piattaforma” da cui i capitali italiani decollavano verso i paradisi fiscali.

La “lista dei 570”, del cui contenuto Repubblica ha avuto una serie di dettagli, è un documento scottante. Assai diverso dai 170 mila nomi in mano all’Agenzia delle Entrate: in quel caso infatti si tratta di posizioni emerse da un incrocio di banche dati e tutte da verificare. I “570” invece sono evasori già identificati e ai quali in queste ore stanno per essere contestati i reati penali di omessa dichiarazione fiscale e di dichiarazione fraudolenta. Reati che non potranno beneficiare dello scudo fiscale che scatterà dal 15 settembre e che esclude la sanatoria per chi ha già un procedimento in corso.

A quanto risulta nella rete ci sono personaggi molto noti a livello locale: imprenditori, qualche politico, manager di grandi aziende e personaggi del mondo dello spettacolo. Nomi spesso poco conosciuti al grande pubblico ma con soldi veri che avrebbero spedito alle Isole Vergini, In Svizzera, a Gibilterra e nel Liechtenstein. Dove cercarli? Oggi probabilmente a trascorrere il Ferragosto nelle località esclusive, ma sui loro luoghi di provenienza parla chiaro la lista: 200 nomi sarebbero in Lombardia, 100 in Veneto, 48 in Emilia Romagna, circa 10-14 in Lazio, altrettanti in Toscana e Piemonte. Nel caldo agostano la Guardia di Finanza potrebbe bussare a più di una porta.

ROBERTO PETRINI per la Repubblica – 15 agosto 2009

Treviso, bimbo napoletano cambia scuola “I miei compagni dicono che puzzo”

Bullismo in una media: “Disinfettavano ogni penna che toccavo. Mi chiamavano camorrista”
Antonio è stato bocciato. La denuncia della madre in tv. Caso fotocopia l’anno scorso

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Treviso, bimbo napoletano cambia scuola "I miei compagni dicono che puzzo"

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TREVISO – Lo chiamavano “figlio di camorrista”. Dicevano che “puzzava” perché era “meridionale”. In classe i compagni gli cantavano il coro che l’eurodeputato Matteo Salvini intonava nelle feste di piazza: “Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani”. Il piccolo Antonio è stato bocciato alla prima media di Treviso. Non sopportava che gli altri studenti lo insultassero in quel modo. La mamma non denuncerà la direttrice “ma in quella scuola mio figlio non andrà più”.

Ha preferito la tv di Treviso
Antenna Tre Nordest alla caserma dei carabinieri, ma le sue parole sono una condanna pesante. “Hanno sbeffeggiavano mio figlio per mesi. Dicevano che era un camorrista perchè era nato a Napoli. Lo emarginavano neppure fosse un appestato. Disinfettavano le penne dopo che lui le aveva toccate: dicevano che puzzavano. C’era una situazione per nulla serena e il rendimento di mio figlio ne ha risentito”. A luglio Antonio è stato bocciato, eppure l’anno precedente, in quinta elementare, le maestre erano soddisfatte del suo rendimento scolastico, convinte che avrebbe superato le medie brillantemente.

Antonio è un ragazzino timido, più alto dei suoi coetanei; ama leggere e la sua cameretta è piena di peluche. La mamma, separata e d’origini campane anche lei, è arrivata a Treviso due anni fa per lavorare in una scuola della zona. La città le piace, ma dal prossimo anno, ha deciso di far cambiare istituto a suo figlio: “In quell’inferno – ha detto in tv – non ce lo mando più”.

Un caso fotocopia a quello reso pubblico
l’anno scorso sempre nella provincia di Treviso e sempre ai danni di un bambino napoletano. Erano i mesi dell’emergenza rifiuti in Campania e i bambini della terza elementare di Loria presero di mira un loro compagno di otto anni, d’origine napoletane, chiamandolo con disprezzo “monnezza”. Intervenne il dirigente scolastico e il sindaco fu costretto a chiedere scusa a nome della città.

Fonte: la Repubblica – 21 luglio 2009