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Questione morale: come ti manipolo Berlinguer / 2 – Scalfari: La sinistra, la morale e la diversità perduta / 3 – Chi ha paura della questione morale?

Questione morale: come ti manipolo Berlinguer

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di Francesco Cundari

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La memoria di Enrico Berlinguer rappresenta ancora oggi un patrimonio che va ben oltre i confini del vecchio Partito comunista. Non per nulla, il suo lascito politico-culturale è da sempre oggetto delle più accanite dispute ereditarie. E anche di qualche appropriazione indebita. Negli ultimi tempi, tuttavia, il fenomeno dell’uso strumentale e della deformazione polemica della figura di Berlinguer ha superato ogni limite. Fino al massimo paradosso: l’icona di Enrico Berlinguer utilizzata contro l’intera sinistra italiana, e addirittura contro i partiti e contro la politica in generale. Un gioco che si ripete ormai da anni, ogni qual volta la cronaca offra un qualche scandalo che tocchi gli ex comunisti, che si dimostrerebbero pertanto colpevoli di avere tradito l’insegnamento del loro antico leader sulla “questione morale”.

Il recente trentennale dall’intervista a Eugenio Scalfari, cadendo nel pieno delle polemiche sul caso Penati, ha dato naturalmente ampio spazio a questo tipo di operazioni. Sul Fatto quotidiano, Luca Telese è arrivato a mettere insieme, per l’occasione, il caso Greganti e la telefonata di Fassino e Consorte, la posizione critica di Napolitano nel dibattito interno al Pci degli anni ‘80 e le dichiarazioni di D’Alema al seminario di Gargonza del ’96. Articolo ripubblicato tale e quale come prefazione al libro appena uscito per Aliberti: “La questione morale – la storica intervista di Eugenio Scalfari”. Al contrario dell’articolo-prefazione di Telese, però, il testo dell’intervista pubblicato nel libro non è per niente “tale e quale” l’originale…

Senza che nemmeno il più piccolo segno tipografico lo denoti (tanto meno una riga in copertina o almeno nella presentazione), l’intervista è tagliata in più punti. E nemmeno di poco. All’appello mancano ben venti domande e altrettante risposte, senza contare i casi in cui la domanda di Scalfari o la risposta di Berlinguer risultano monche rispetto all’originale. L’operazione sconcerta per la sua disinvoltura, ma è solo il caso più estremo di un fenomeno ormai consolidato di riduzione della figura di Berlinguer alla caricatura del moralista (caricatura cui contribuiscono tanto i suoi critici quanto i suoi agiografi). E così, l’intera esperienza di un uomo politico che si scontrava con l’Urss di Breznev, tutta la complessa vicenda di un leader comunista che davanti ai massimi dirigenti del Pcus parlava del valore della democrazia, viene ridotta a una semplice intervista. Intervista, per giunta, largamente fraintesa, al punto da fare di Berlinguer – che considerava la causa prima della “questione morale” l’esclusione del Pci dal governo – una sorta di precursore di Diego Della Valle e dei tanti miliardari attualmente impegnati a gridare che i politici sono tutti uguali. Al punto da trasformare il capo di un partito comunista in un teorico della separazione tra politica ed economia.

Di fatto, a rimanere fuori dal libro sono tutte le affermazioni che complicano un po’ le cose, o che allargano il quadro: dal giudizio che Berlinguer dà del congresso del partito comunista polacco a quello sulla lotta al terrorismo, in cui il segretario del Pci critica duramente ogni cedimento rispetto alla linea della fermezza. E resta fuori anche la conclusione dell’intervista, con la bella risposta che il segretario del Pci, senza nominarlo, dà a Indro Montanelli: «Un giornalista invitò una volta a turarsi il naso e a votare Dc. Ma non è venuto il momento di cambiare e di costruire una società che non sia un immondezzaio?». La prima lezione che si può trarre da questo piccolo, clamoroso caso di autocensura editoriale è che per accusare qualcuno di avere tradito lo spirito del messaggio berlingueriano, possibilmente, bisognerebbe prima evitare di tradirne la lettera. La seconda è che un documento storico come l’intervista di Berlinguer non si può trattare come il brogliaccio di un’intercettazione telefonica mal trascritta, tagliata e ricopiata chissà come, chissà da chi. La storia non si lascia tagliuzzare a misura dei nostri pregiudizi: la discussione tra favorevoli e contrari alle posizioni assunte da Berlinguer in quella intervista era una discussione seria, tra persone serie. Non la si può ridurre agli schemi di un retroscena post-datato, con l’Unione sovietica al posto dell’Ulivo, Berlinguer nei panni di Prodi e Napolitano in quelli di D’Alema. Semmai, oggi, si potrebbe discutere se a essersi rivelata profetica, con il senno di poi, sia stata la denuncia berlingueriana sulla degenerazione dei partiti di governo (e non certo del Pci, di cui rivendicava con orgoglio la diversità) o invece la denuncia di chi, come Napolitano, temeva che isolando il Pci dal gioco politico la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare. Questa sì che sarebbe una discussione seria, e anche attuale. Ma una discussione seria sulla questione morale impone anzitutto di rispettare i fatti e le persone, la loro storia e le loro parole, evitando le strumentalizzazioni interessate, a fini politici o commerciali. Altrimenti è solo una recita senza senso, in cui non ci sono persone ma maschere, capaci di ripetere sempre e soltanto lo stesso ritornello (a conferma della tesi, nel libretto in questione, persino la foto di Eugenio Scalfari sul retro di copertina non è quella di Scalfari, ma di Giulio Bosetti, l’attore che lo interpreta nel film di Paolo Sorrentino “Il Divo”).

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13 ottobre 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/questione-morale-come-ti-manipolo-berlinguer-1.341454

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IL COMMENTO

La sinistra, la morale
e la diversità perduta

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di EUGENIO SCALFARI IL 28 LUGLIO del 1981

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Berlinguer con alcune volontarie ad una festa del l’Unità – fonte immagine

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Repubblica pubblicò una lunga intervista con Enrico Berlinguer. Il tema era la questione morale. Non era la prima volta che il nostro giornale affrontava quell’argomento; gli antecedenti rimontavano a prima della fondazione di Repubblica; la questione morale era stata uno degli elementi fondanti dell’Espresso fin dai suoi primi numeri, con l’inchiesta di Manlio Cancogni sul “sacco di Roma” dei palazzinari in combutta con le grandi società immobiliari e con il Comune. Erano seguite le inchieste sulle frodi alimentari di Gianni Corbi e Livio Zanetti e molte altre fino alla lunga polemica sull’Eni, su Eugenio Cefis e sulla “razza padrona” dei boiardi di Stato.
Per il Partito comunista invece era la prima volta. La questione morale contro i “forchettoni” della Democrazia cristiana faceva parte dello scontro politico-elettorale e veniva ritorta contro il Pci con le impiccagioni di Praga e i rubli che il Partito comunista sovietico inviava regolarmente a quello italiano. Ma non investiva il rapporto tra i partiti e lo Stato.

A quell’epoca del resto non esisteva ancora il finanziamento pubblico dei partiti. Il Pci, oltre che sul tesseramento e sulle “Feste dell’Unità”, era appoggiato finanziariamente al Pcus, la Dc e i partiti di governo dalla Confindustria, dai grandi enti pubblici (Eni, Iri, Enel) ed anche da alcune “agenzie” americane. Questa era la situazione quando Berlinguer affrontò il tema da un punto di vista del tutto nuovo. L’incontro avvenne due giorni prima della pubblicazione. A quel colloquio, che durò tre ore e mezza, era presente Tonino Tatò, portavoce e principale collaboratore del segretario.
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Il punto centrale dell’intervista fu questa frase di Berlinguer: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro”.
E più oltre: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali. Oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito. Tutto è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell’interesse di partito e di corrente e del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se procura vantaggi di clientela, un’autorizzazione viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi. La situazione è drammatica”.

La citazione è lunga ma necessaria. Essa formula la diagnosi del leader comunista sullo stato del Paese e indica la terapia: i partiti debbono ritirarsi dalle istituzioni e tornare alla loro funzione costituzionalmente indicata di centri di aggregazione del consenso popolare. Questo e non altro era il compito che Berlinguer auspicava ai partiti, a cominciare dal proprio. In quegli stessi mesi, in coincidenza con quell’intervista, Bruno Visentini lanciò dalle colonne di Repubblica il progetto di sottrarre la formazione dei governi alle segreterie dei partiti, affidando la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri al Capo dello Stato come prevede la Costituzione ma come non era mai sostanzialmente avvenuto. Ma la proposta cadde nel vuoto e non fu mai raccolta salvo che dal governo Ciampi del 1992, undici anni dopo quest’intervista.

A rivisitarla oggi si arriva alla conclusione che la terapia abbia funzionato ben poco ed anzi che il malanno diagnosticato da Berlinguer e poi colpito dall’azione della magistratura negli anni dal ’92 al ’94, si sia ulteriormente aggravato. Se tanti anni fa la corruzione andava a vantaggio dei partiti e delle correnti, oggi va a vantaggio di semplici individui. C’è stata cioè una personalizzazione della corruzione che emana dal vertice del potere esecutivo con l’acquiescenza di quello legislativo e le leggi “ad personam”. Il resto viene da sé a cascata, con la creazione di un’immensa clientela che partecipa alla spartizione del bottino attraverso il sopruso sul più debole. A qualunque livello della piramide sociale c’è sempre un più forte e un più debole. Il sopruso subito viene trasferito al livello sottostante.

La reazione che ne risulta sbocca nell’antipolitica ed è una reazione malata, anarcoide e aperte a tutte le tentazioni. Il più delle volte l’antipolitica produce forme di tirannia, non importa di quale colore si ammanti. Di destra o di sinistra, il colore d’una tirannia è posticcio. La sostanza è la provocazione, il sopruso, l’abolizione dei diritti e – se necessario – delle libertà private. La libertà pubblica è già stata soppressa. Questo è l’itinerario inevitabile dell’antipolitica. È molto rara nella storia un’eccezione a questo percorso.

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L’intervista con Berlinguer sulla questione morale provocò alcune domande che sussistono tuttora. Fino a che punto il Pci era esente dal male che il suo leader denunciava? In che modo doveva avvenire il ritiro dei partiti dalle istituzioni? Le attuali forze di centrosinistra sono esenti dal malaffare che ha continuato a contaminare il centrodestra? La prima domanda noi la ponemmo a Berlinguer. Lui rispose che il suo partito non aveva partecipato al malaffare. Gli fu obiettato che, a causa della guerra fredda, il Pci non poteva accedere al governo nazionale, mancava quindi l’occasione e la tentazione del malaffare. Lui ammise che l’occasione di diventare ladri non c’era stata ed aveva quindi rappresentato in qualche modo una salvaguardia morale e auspicò con maggior forza la necessità di avviare il processo di disoccupazione delle istituzioni prima che la “diversità” comunista venisse a cadere.

Quella diversità è caduta da tempo, le occasioni e le tentazioni ci sono ormai sia a destra che a sinistra. Lo stesso Bersani l’ha riconosciuto. Ha chiesto al senatore Tedesco di dimettersi dal partito e dal Senato; è stato accontentato solo sul primo punto ma non sul secondo. Ha chiesto a Filippo Penati di dimettersi dalle cariche che occupa nella Regione lombarda. È stato accontentato, ma forse avrebbe dovuto chiedergli anche di sospendersi dal partito. Non lo ha fatto ma a nostro avviso dovrebbe farlo: la separazione tra chi è imputato di corruzione e il partito cui eventualmente appartiene non ha niente a che fare col garantismo. La presunzione di innocenza vale sul piano giudiziario ma non su quello politico.

Infine: quale itinerario può evitare il pericoloso scivolamento nell’antipolitica e bonificare democraticamente la contaminazione del malaffare? La risposta è semplice da dirsi e difficile ma non impossibile da attuarsi: il riformismo. Un riformismo di alto livello che cominci appunto con il ritiro dei partiti da tutte le istituzioni a cominciare dalla Rai.

Walter Veltroni propose già un anno fa quel ritiro, affidando la gestione dell’azienda ad un consiglio nominato dal Capo dello Stato, che scegliesse un consigliere delegato. La proposta andava nel senso giusto ma il Partito democratico non si pronunciò su di essa. È auspicabile che lo faccia ed estenda il ritiro a tutte le istituzioni. Questo è l’inizio del riformismo, il quadro entro il quale le forze politiche possono e debbono operare per modernizzare il paese, affrontare la crisi economica, preservare l’equanimità. La legge elettorale completa il quadro perché, se ben fatta, restituisce al Parlamento la sua funzione di rappresentanza della sovranità popolare riscattandolo dalla soggezione in cui l’ha relegato la legge attuale.

Le forze del centrosinistra e il Pd che oggi ne rappresenta il perno possono e debbono aver l’ambizione di riformare il Paese intercettando il vento nuovo che si è manifestato da qualche mese. La collaborazione delle forze di centro è essenziale all’attuazione di questo percorso.
La destra risorgerà in una versione europea e repubblicana solo quando il berlusconismo sarà stato archiviato. Fino ad allora è inutile aspettarsi un rinnovamento che non ha spazio politico per esprimersi. Ci vorrebbe un Dino Grandi sia nel Pdl sia nella Lega, ma non c’è. Sinistra e centro imbocchino la strada del riformismo. Il resto verrà quando il popolo sovrano deciderà il suo destino.

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28 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/07/28/news/scalfari_commento-19714900/

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Eugenio Scalari – Enrico Berlinguer

Chi ha paura della questione morale?

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28 luglio 1981 – (audio, video e PDF)
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“La questione morale non si esaurisce nel fattoche, essendoci ladri, corrotti, concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli, metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti, con la guerra per bande, con la concezione della politica e con i metodi di governo. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano”. Perché non ricordare nell’Italia del presente che vi fu un tempo in cui la classe politica seppe esprimere valori profondi?

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In una intervista rilasciata e Repubblica il 28 luglio 1981, Luigi Berlingue proponeva il tema di una “questione morale”. Nello scenario politico e nelle emozioni dei primi anni Ottanta, i termini di questa “questione” sembravano investire i partiti di governo che, in una sorta di immobile continuità nelle procedure e nelmetodo di governo, potevano tutti tra loro confondersi in quella che oggi, con termine orami ufficialnmente accettato e corrente, chaiamao “casta”. A rileggerla oggi, e in presenza del dibattito precongrassuale del Partito Democratico, si può anche andare più in là. comunque il testo mantiene inalterata la sua attualità. Eccone un estratto.

“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. […]
Molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.[…]
Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese. […]
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. […]
Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude”. Enrico Berlinguer.

La morale, o se preferite la domanda è la seguente: ma di chi sta parlando Enrico Berlinguer?

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Marco travaglio rilegge l’intervista a Berlinguer

Enrico Berlinguer, la revisione: “il primato della democrazia”

Faccia a faccia con Enrico berlinguer: 1983

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Testo integrale in PDF

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LIBRI, PASSAPAROLA – Nei segreti di “Malastagione” l’inno ai monti di Guccini

Nei segreti di “Malastagione” l’inno ai monti di Guccini

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Oggi la presentazione del nuovo libro scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli: una storia di massacri ambientali e umani. “L’Appennino, come tutte le montagne, richiede vittime sacrificali”

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di MARCO MAROZZI

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Nei segreti di "Malastagione"  l'inno ai monti di Guccini

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“Poi la città. Viveva di stanchezza. O moriva, come moriva l’università. Lungo i corridoi si respirava un’aria stantia. Pure per le strade”. Francesco Guccini per la prima volta scrive male di Bologna. Per fortuna o purtroppo, direbbe Gaber, laico e disincantato quando nessuno lo era. Addio comunque Bologna vecchia signora dai fianchi un po’ molli. Una mala chirurgia plastica l’ha sconquassata, sepolto le osterie di fuori porta. La gente che ci andava non solo è morta. È imputridita. Stantia.

È un canto alla montagna e un canto amaro verso la città il libro che Guccini ha scritto insieme a Loriano Macchiavelli, il compagno di romanzi e zingarate sugli Appennini. “Malastagione”. Addio a Bologna di uno che è scappato a Pavana e di uno che si divide fra San Lazzaro e Zocca. Un addio nascosto, che si cerca di negare e ha piccoli fuochi di rimpianto. Per presentare il libro, prima uscita in Italia, i due amici hanno scelto la gastrolibreria Ambasciatori, fra i funghi vip e i libri doc, regno delle coop, unica struttura ancora portante dell’antica sinistra di governo. Oggi alle 17 in via Orefici si parla di un libro uscito martedì e che è già nono in classifica nelle fiction italiane. Con i due autori ci sarà Beppe Cottafavi, editor della casa editrice Mondadori, modenese: benvenuti forestieri per nascita o scelta in una Bologna dove non c’è un bolognese che conti e dove pure i sindaci vengono da fuori.

“La cosa peggiore è che non si vede futuro – dicono Guccini e Macchiavelli -. Berlusconi sarà anche finito. Ma a sinistra cosa c’è?”. Ai piccoli politici farebbe bene cercare orizzonti al di fuori delle loro stanzette. Capire. “Malastagione” è divertente e istruttivo. Nel titolo e nel protagonista, “Poiana”, l’ispettore della Forestale Marco Gherardi, esordio mondiale per un detective di simile stampo. “L’Appennino non sarà come le Alpi, o le Rocky Mountains, ma ogni tanto, come tutte le montagne, richiede le sue vittime sacrificali”.

Storia di massacri ambientali e umani, omicidi di uomini e posti, ma anche difese e lealtà. Luoghi gucciniani, Casedisopra sembra tanto Pavana, plot di Macchiavelli. E’ un libro non a quattro mani (un capitolo a testa), ma un libro di uno scrittore unico. Autore fusion, come per i romanzi precedenti con il maresciallo Benedetto Santovito, carabiniere, combattente in Russia, partigiano, seduttore amoroso, fumatore di toscano, uno del sud che amava la Bologna dei portici rossi. Addio Santovito, pensionato di storia ed epoca, arriva un giovane “quel tanto che basta”, in una storia – altra novità – ambientata in questi giorni. “Vorremmo fosse il tempo dei giovani. La montagna che raccontiamo non è nostalgia, ricordo. E’ la montagna di adesso. Bellissima, offesa, da difendere”. Macchiavelli ha 77 anni a marzo, Guccini va per i 71. Uno non ha il telefonino, l’altro nemmeno e neanche la patente. Non si sa se Guccini sappia andare in bici, è andato alle Seychelles una volta da vecchio, in compenso nuotava nel bacino di Suviana dalla sponda est alla ovest. Se parlate di giallo ecologico, la coppia sghignazza. “Noir appenninico”. Due così, un poco agées, schivi e fuggitivi, continuano a cantare e a scrivere (Macchiavelli ha ripubblicato e rivenduto “Strage”), raccontano di boschi e cinghiali e dicono a tutti di non abbandonarsi alla Malastagione. In nome di personaggi che si chiamano Adùmas, Cesarino, Adolfino, l’Adele, Cruenti Deodato, ma anche Haled e Semir e Amdi. Con l’Appennino che insegna alla città. Con tanti guai simili e senza presunzione. E nemmeno tristezza.

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05 febbraio 2011

fonte:  http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/02/05/news/nei_segreti_di_malastagione_l_inno_ai_monti_di_guccini-12083795/?rss

ANTEPRIMA CINEMA – Albanese: “Il mio Cetto? Un moderato. E dai politici ci salverà il ridicolo”

Albanese: “Il mio Cetto? Un moderato
E dai politici ci salverà il ridicolo”

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Presentato alla stampa “Qualunquemente” di Giulio Manfredonia, protagonista l’orrendo e truffaldino leader del “partito du pilu”. Ma il rischio è che si rida poco, nel paese del bunga bunga e del Rubygate: “Non è colpa mia se la realtà supera la fantasia”. E su Berlusconi: “Credetemi, non mi sono ispirato a lui…”

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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Albanese: "Il mio Cetto? Un moderato E dai politici ci salverà il ridicolo" Antonio Albanese e, sulla locandina, il suo Cetto La Qualunque

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ROMA – C’è una strana atmosfera, questa mattina, alla proiezione per la stampa (affollatissima, attesissima) di Qualunquemente, il film che porta sullo schermo l’orribile uomo politico meridionale creato per la tv da Antonio Albanese. Tra i presenti, dopo aver visto la pellicola, si respira infatti una sorta di incredulità: vedere sullo schermo l’epopea di un ex latitante erotomane che inventa il “partito du pilu” e diventa sindaco della sua cittadina, fa molto meno ridere di quanto alcuni si aspettavano. Perché, per quanto agghiacciante, la storia sembra fotografare la situazione precisa in cui ci troviamo. E del resto le coincidenze temporali – la scoperta che siamo il Paese del bunga bunga, i giornali pieni delle intercettazioni del Rubygate – certo non aiutano.

CLIP IN ESCLUSIVA: LA RICEVUTA 1LE FOTO 2LA SCHEDA 3

“Io continuo a trovare il film comicissimo”, si difende, con un pizzico di ansia, il suo protagonista e cosceneggiatore, incontrando i cronisti. Anche se poi ammette che in confronto a tanti politici veri il suo personaggio, Cetto La Qualunque, “oggi è un moderato. Non è colpa mia se la realtà ha superato la fantasia. Da certi politici ci si salva solo mettendoli in ridicolo, come abbiamo fatto noi”. Quanto alla contemporaneità col caso Ruby, Albanese ricorda che gli scandali sessuali di Berlusconi vanno avanti da tempo: “Quando finimmo la sceneggiatura, due anni fa, pensammo ‘peccato che non esce adesso’. Un anno dopo nuovo scandalo, e abbiamo pensato ‘peccato che non esce adesso’. Sei mesi fa, la stessa cosa. Il problema è una questione morale, che comunque comprende anche Ruby. Una questione etica e morale di rispetto, di buon senso, di garbo”. Il comico nega però che il Cavaliere sia stato in qualche modo una sua fonte di ispirazione: “Cetto è nato otto anni fa: e dovete credermi, con lui non c’entra nulla. Sarebbe stato troppo facile”. Anzi, non ha nemmeno un colore politico: “Non è né di destra né di sinistra – scherza – è orizzontale”.

Sarà. Ma a volte la forza delle cose, lo spirito dei tempi tristi in cui si vive, creano un parallelismo con la realtà magari non voluto, ma comunque evidente. E allora non resta che raccontare il film, diretto dal Giulio Manfredonia già regista del bellissimo Si può fare. Siamo in un paesino della Calabria, Marina di Sopra, sgarrupato e pieno di cemento, dominato da un pugno di notabili dai modi mafiosi. E’ qui che un cittadino onesto, tale De Santis, decide di candidarsi a sindaco, in nome della legalità. Per contrastare questa minaccia, il clan decide di proporre un controcandidato: Cetto La Qualunque, ovviamente, che torna da una latitanza in Sudamerica con una donna bellissima che lui chiama Cosa (Veronica da Silva) e una figlioletta di cui non ricorda il nome. A casa lo aspettano la moglie Carmen (Lorenza Indovina) e il figlio Melo (Davide Giordano), timidissimo, serio ma che adora il suo orribile padre. Non ci  vuole molto a convincere il nostro eroe erotomane – uno che tratta le donne come oggetti da penetrare, gran frequentatore di prostitute – a scendere in politica, sotto la bandiera del “partitu du pilu” e con lo slogan “I have no dream, ma mi piace u pilu!”. E per essere sicuro di vincere, assolda un eccentrico spin doctor (Sergio Rubini)…

Alla fine, il quadro che emerge dal film – infarcito di tante battute del miglior Albanese – è desolante. Certo, ridi quando senti Cetto dire cose tipo “cominci col rispettare un incrocio e ti ritrovi ricchione”, oppure “la tasse sono come una droga: le paghi una volta e poi non riesci più a smettere”. Ma già quando lo vedi sullo schermo incrociare una donna formosa e dirle “lei ha un magnifico corpo da assessore”, l’analogia con l’attualità è troppo forte. Quando vedi su un cartello che il suo paese, Marina di Sopra, è gemellato con Weimar, lungo la schiena corre quasi un brivido vero. Perfino l’estetica cafona di certo Sud è talmente estrema da risultare credibile.

E dunque, di fronte al dilemma se si tratti o meno di un film comico, o se la realtà abbia troppo superato la fantasia (tema di quasi tutte le domande dei cronisti presenti), l’attore e creatore di Cetto la mette così: “Credo siano vere entrambe le cose: io dico che il film è comicissimo, ma capisco anche chi dice che non fa ridere. Qualunquemente è tutte e due le cose. Certo, la mia comicità si trascina qualche scheletro: ma soffermarsi solo su questo, lo trovo ingiusto”. Resta il fatto che, come lui tiene a sottolineare, “per la prima volta abbiamo rappresentato questi personaggi un po’ politici un po’ mafiosi in maniera ridicola: di solito vengono esaltati. Volevamo mostrare ai giovani quanto invece sono ridicoli”. Quanto a lui, una speranza, nella vita reale, ce l’ha: “Nicola Zingaretti, è il mio Obama”. Al cinema, invece, l’appuntamento col suo pubblico è per venerdì, in ben seicento sale.

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18 gennaio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/01/18/news/qualunquemente-11363370/?rss

L’ANTEPRIMA – Castellitto difende il suo film “alla Cechov”: “Pellicola geniale contro i cinepanettoni”

L’ANTEPRIMA

"Le bellezza del somaro", foto dal set

Castellitto difende il suo film “alla Cechov”
“Pellicola geniale contro i cinepanettoni”

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Il regista e protagonista usa tanti superlativi per descrivere la sua commedia grottesca “La bellezza del somaro”, scritta da sua moglie Margaret Mazzantini: un gruppo di genitori “progressisti” alle prese con le proprie nevrosi e con i figli. A scatenare la bufera, il fidanzamento tra una ragazza diciassettenne e un ultrasettantenne: “Fa scandalo solo perché il vecchio non è ricco e potente…”

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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Castellitto difende il suo film "alla Cechov" "Pellicola geniale contro i cinepanettoni" Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini

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ROMA – I cronisti di cinema raramente hanno sentito tante affermazioni altisonanti quanto quelle che risuonano oggi, alla conferenza stampa di presentazione di La bellezza del somaro: commedia grottesca interpretata e diretta da Sergio Castellitto, scritta da sua moglie Margaret Mazzantini, e centrata sulle nevrosi di un gruppo di genitori “progressisti” quaranta-cinquantenni, con figli disastrati al seguito. Il regista, forse punto sul vivo dalla perplessità che la visione in anteprima della pellicola provoca in parte della platea, per difernderla non lesina autoelogi: “Credo che questo film sia straordinario e geniale – dice, rispondendo alla garbata critica di un giornalista – che io stesso, come attore, qui sono eccezionale. E che lavorare con Margaret sia uno straordinario privilegio”.

LE FOTO DAL SET 1

Il tutto in un’opera che lo stesso Castellitto, rispondendo a un’altra accusa – quella di aver utilizzato, sullo schermo, toni decisamente nevrastenici – definisce “alla Cechov: anche lui utilizzava la nevrastenia”. E che a suo giudizio può costituire, con la sua uscita il 17 dicembre (in 250 copie, distribuite dalla major produttrice Warner Bros),  anche “un’alternativa bella e intelligente agli altri prodotti di Natale: fermo restando che qui siamo di fronte non a un film comico ma a una commedia, che esiste perché esiste una scrittura, una drammaturgia”. Lontana quindi dal mondo dei cinepanettoni.

Quanto poi il risultato di queste buone intenzioni sia stato adeguato, spetta al pubblico deciderlo. Intanto, c’è da dire che La bellezza del somaro è una storia corale che ruota intorno a due personaggi principali, un marito e una moglie della buona borghesia, figli della cultura sessantottina, del politically correct, del volontariato a tutti i costi. Lui, Marcello (Castellitto), è un architetto di successo, con giovane e focosa amante clandestina (Lola Ponce); lei, Marina (Laura Morante, nel ruolo per lei consueto di consorte isterica), una psicoanalista troppo protettiva verso i suoi pazienti fuori di testa (tra cui l’alcolista Barbora Bobulova). I due hanno una figlia liceale, Rosa (Nina Torresi), chiaramente esasperata dal loro permissivismo e dalla loro mancanza di polso. La felice famigliola, che vive a Roma, si trasferisce per il ponte dei morti in una casa in campagna nel Chiantishire, insieme agli amici più stretti dei genitori: anche loro incapaci di crescere, anche loro con figli complicati. E a turbare il precatio equilibrio della compagna arriva un ultrasettentenne (Enzo Jannacci) fidanzato di Rosa…

Interpellata sull’origine del film, la Mazzantini la spiega così: “Io e Sergio abbiamo avuto una prima idea insieme anni fa, poi io ho cominciato a scrivere un trattamento. Lo scrittore è una sorta di radar, cattura qualcosa del suo tempo, avanza come un rabdomante alla ricerca di qualcosa. Io di solito scrivo cose molto drammatiche: stavolta invece avevo voglia di leggerezza. Del resto sono una madre di quattro figli, da noi c’è anche tanta voglia di scherzare, di divertirci”. Raccontando, in questo caso, i disastri dell’educazione (e meglio della non educazione) impartita ai figli da genitori post-sessantottini: “La storia – rivela Castellitto – parla di cinquantenni che vogliono sembrare quarantenni, di quarantenni che vogliono sembrare trentenni, e di una generazione di quindici-diciassettenni che cercano disperatamente di sentirsi adulti. Alle prese con genitori ‘amici’ che si fanno chiamare per nome, che affidano tutto al dialogo quando ci vorrebbe anche un po’ di distacco, di sana diffidenza. Quanto a me, credo di essere un buon padre: conservo quel tanto di ottusità, di autoritarismo”.

Ma l’altro tema forte del film è costituito dal personaggio interpretato da Jannacci. “Il rapporto tra un uomo anziano e una ragazza – spiega Castellitto – è sempre fonte di scandalo, che può essere raccontato in modo comico o drammatico. Quella drammatica sarebbe stata più banale, noi abbiamo scelto la commedia”. E sul tema interviene anche la Morante: “Lo scandalo nella nostra società non è che un vecchio stia con una ragazza, ma che – come accade qui – questo vecchio non sia né ricco, né potente, né famoso”.  Come le recenti cronache così spesso ci hanno raccontato.

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10 dicembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/12/10/news/castellitto_mazzantini-10042134/?rss

DAL CARCERE – Libri: “Gli uomini ombra”, di Carmelo Musumeci

Libri: “Gli uomini ombra”, di Carmelo Musumeci

Si intitola “Gli uomini ombra” (Il Segno dei Gabrielli editori, settembre 2010) una raccolta di racconti, tra verità e finzione, che prendono spunto dalla vita reale dei detenuti.

Ovviamente chi lo scrive è un vero detenuto, Carmelo Musumeci, siciliano, 54 anni, che, assieme ad altri circa 1400 condannati all’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio (regolati dall’art. 4 bis della legge n. 354/75 norme dell’Ordinamento Penitenziario ndr), è costretto a vivere da più di vent’anni e ancora per tutta la sua esistenza terrestre dentro le patrie galere del nostro Paese, ristretto in circa 12 metri di cella, di solito occupata oggi da tre persone quando va bene, con un solo water, un lavabo, un tavolo di legno, tre brande di cui due a castello, una sola finestra e senza frigorifero né aria condizionata in estate, mentre in inverno l’acqua è fredda.

È lo stesso Musumeci a dire di essere stato testimone o protagonista, a crudi racconti di rapine finite nel sangue o altri delitti commessi. Suggestivi e fortemente coinvolgenti sono i riferimenti che di tanto in tanto compaiono, per esempio, ai sentimenti di odio verso l’aguzzino comandante delle guardie carcerarie che organizza spedizioni punitive fatte di botte e violenza che ricordano anche nei nomi le violenze dei lager nazisti, oppure quei sentimenti di amore e quella dolcezza verso una donna amata che quasi si trasfigura in un dolce angelo: il racconto “L’ultima rapina”, ad esempio, comincia con una bella e tenera descrizione poetica della donna che dorme accanto a lui (“La guardai con occhi felici/ Lei dormiva/ Le sentivo battere il cuore/ Le baciai gli occhi chiusi/ Avevamo fatto l’amore/ Sorrideva mentre dormiva/ Sembrava un angelo”.

Nel racconto “Gli uomini ombra” che da il titolo al libro il carcere sorge sull’Isola del diavolo “perché – spiega Musumeci – quel posto ricorda l’inferno e lì dentro c’erano i prigionieri più dannati di tutti” ; in quella stessa isola così triste e così priva di speranza ci dice sempre Musumeci viveva da sempre uno strano personaggio: l’Assassino dei sogni che, ci spiega l’autore, “cercava di organizzare la vita delle sue vittime in modo da proibire loro di sognare. Da lassù mangiava l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri”. Una drammatica analogia del versetto dantesco “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

In questa specie di inferno certamente non ci finirà mai Angelo Balducci, considerato il re della cosiddetta “cricca” Anemone-Balducci & Co., quelli per intenderci che facevano affari con il terremoto e con gli appalti delle “carceri d’oro”. Quest’altro uomo è stato messo (poverino!) agli arresti domiciliari dal 12 luglio 2010 nella sua mega villa in Toscana con tanto di piscina, di cui un numero estivo del settimanale L’Espresso lo immortalava in costume da bagno con sovraimpresso il titolo significativo: il detenuto.

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http://www.nuovasocieta.it, 3 settembre 2010

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30 novembre 2010

fonte:  http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2725:libri-gli-uomini-ombra-di-carmelo-musumeci&catid=16:notizie-2010&Itemid=1

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E’ con soddisfazione e  gioia che vi proponiamo “Gli uomini ombra” il nuovo libro, edito da Gabrielli Editori, di Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto che da anni segue con noi il progetto “Oltre le sbarre” e attivo promotore della campagna “Mai dire Mai”, da noi sostenuta.

Vi chiediamo di sostenere l’acquisto e la promozione di questo libro, magari utilizzandolo come regalo per le prossime Feste Natalizie e divulgando questa email alla vostra lista di indirizzi e amici.

Il libro è disponibile e ordinabile in tutte le librerie, ma per un ordine certo Vi consigliamo di acquistare direttamente sul sito www.gabriellieditori.it o  www.ibs.it .

Per chi può è gradita ogni forma di recensione che ci aiuti a far conoscere la situazione delle carceri italiani e dell’ergastolo ostativo.

Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Servizio Carcere

Tel  0742 360764  email: ergastolani@apg23.org

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Per altre informazioni:

PERCORSI SBARRATI Video sull’ergastolo ostativo, prodotto dagli ergastolani:

www.informacarcere.it

Idee per fare-da-sé mobili in eco-pallet

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Idee per fare-da-sé mobili in eco-pallet

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di Luciana Cimino

tutti gli articoli dell’autore

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Una casa tutta eco-sostenibile spendendo pochissimo? Da oggi si può. Con i consigli contenuti nel manuale “Ikrea. Dal salotto alla cucina: idee per fare-da-sé mobili in eco-pallet e trasformare la propria casa” è facile e redditizio. Il libro, edito da Altraeconomia, è molto più di un manuale di bricolage ma una vera e propria fucina di autocostruzione creativa, una cassetta degli attrezzi per una casa sostenibile ed economica: dal letto alla libreria, dall’attaccapanni al divano, dai mobili della cucina e della cameretta dei bimbi alla panca da giardino.

LE IMMAGINI

«Ma i 10 progetti di “Ikrea”, con istruzioni precise e rigorose – spiegano i vari autori del libello – sono soprattutto scintille per accendere l’immaginazione e realizzarne altrettanti, una chiave per liberare l’eco-designer che è in ciascuno di noi». Il modulo base per realizzare i progetti è il greenpallet di Palm spa, la prima azienda in Italia a produrre pallet e imballaggi -anche personalizzati – rispettando rigorosi criteri di sostenibilità, legalità e salubrità.

I greenpallet sono dunque frutto d’una filiera virtuosa per l’ambiente, l’economia locale e la legalità. Ma anche i prezzi sono sostenibili: la misura 35 x 55 x 12 cm, ideale per l’autocostruzione, costa circa 6 euro e per costruire i principali mobili di casa ne bastano una ventina. “Ikrea” si vuole quindi proporre come uno spunto che segna l’addio all’arredamento di massa in favore di una nuova libertà creativa, attenta all’ambiente e agli altri, oltre che all’estetica. Il libro sarà in vendita da metà mese nelle librerie, nei punti vendita equo e solidali e sul sito www.altreconomia.it.

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13 settembre 2010

fonte:  http://www.unita.it/news/ambiente/103473/idee_per_faredas_mobili_in_ecopallet

GENOVA – Notte bianca: Don Gallo presenta quella dei giovani

Notte bianca: Don Gallo presenta quella dei giovani

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© foto: comitatosuonatorejones/Flickr

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Si chiama “Quarant’anni in una notte@Porto antico (area Mandraccio)”, la parte dedicata ai giovani della Notte Bianca di Genova, organizzata in occasione dei quarant’anni della Comunità di San Benedetto al porto, fondata da Don Andrea Gallo. Roy Paci e Aretuska, Teresa De Sio e gli Assalti Frontali sono alcuni degli artisti che saliranno sul palco in piazza del mandraccio per animare la notte più “lunga” dell’anno.

L’iniziativa è stata presentata stamani dall’assessore comunale alla cultura Andrea Ranieri nella sala Paride Batini in via Buozzi. «La Notte bianca è un festa, un modo della città di presentarsi a se stessa e al mondo», ha detto Ranieri. «Don Gallo d’altra parte è uno straordinario motivo di attrazione turistica». «Insomma dopo l’Acquario ci sono io», ha risposto Don Gallo che ha aggiunto che la Notte bianca ha offerto l’occasione di «costruire ponti, perciò partiamo venerdì con la Notte verde a Pegli con Beppe Grillo e Gino Paoli per arrivare sabato nel cuore di Genova».

Alla conferenza è intervenuto anche il presidente della Porto antico Ariel Dello Strologo che ha spiegato che sabato prossimo al porto antico, oltre alla musica con nomi famosi compresi i Trilli, si potrà ballare e ascoltare musica fino a notte fonda grazie a dj set. Alle domande di una giornalista sulla mancanza di sponsor privati a finanziare la Notte “giovane“ al porto, gli organizzatori hanno spiegato che il costo complessivo della manifestazione non supera i 30 mila euro, gli artisti partecipano gratuitamente e i costi del palco sono coperti con parte delle sponsorizzazioni ricevute dal Comune per l’intera Notte Bianca.

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Da Radio19, un estratto della conferenza stampa – ascolta

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07 settembre 2010

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2010/09/07/AMh7Zs1D-presenta_giovani_quella.shtml

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https://i1.wp.com/www.mentelocale.it/img_contenuti/matteo.paoletti/grandi/toninocarotone.jpgTonino Carotone

Don Gallo, cittadinanza onoraria aspettando la Notte bianca

Il riconoscimento a Campo Ligure. E intanto si prepara il concerto con Carotone e Roy Paci. Presenta Luxuria. Tema: il legame tra mafia e droghe

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Genova, 17 agosto 2010

di Matteo Paoletti

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In attesa di essere uno dei protagonisti della Notte Bianca genovese, sabato 28 agosto 2010, alle ore 16.00, Don Andrea Gallo riceve la cittadinanza onoraria dal comune di Campo Ligure: un evento che in un certo senso segna un ritorno a casa per il prete da marciapiede, la cui famiglia è originaria del paesino dell’entroterra.

Come ricorda il sindaco, Andrea Pastorino: «La mamma di Don Gallo apparteneva a una delle famiglie storiche di Campo Ligure, mentre il padre era originario del canavese e qui aveva lavorato alla costruzione della ferrovia. Sebbene non sia nato a Campo, Don Gallo ha un profondo legame col paese, soprattutto perché molti giovani campesi sono passati per la comunità di San Benedetto. E poi, visto che tutti pensano che sia nato qui, ci sembrava giusto mettere le cose in chiaro con la cittadinanza onoraria».

La cerimonia, presso la sala polivalente della comunità montana Valli Stura, Orba e Leira (via convento 8, ai piedi del Castello) rappresenta per Don Gallo il primo appuntamento di una fine estate che si annuncia molto intensa: sabato 11 settembre la comunità di San Benedetto da lui guidata sarà infatti protagonista della Notte Bianca genovese, con un palco al Mandraccio (porto Antico) che sotto la direzione artistica di Roy Paci vedrà gli Aretuska fare da supporto agli interventi di Tonino Carotone, Niccolò Fabi ed Enriquez, cantante della Banda Bardò.

Gli altri ospiti della serata, presentata da Vladimir Luxuria e Carla Peirolero, animatrice del Suq, e trasmessa in diretta da Radio Popolare, saranno Teresa de Sio, la band Assalti frontali, il rapper Inoki, la Banda Caricamento e il blogger Enzo Costa, autore del Lanternino per “la Repubblica”. A tarda notte è previsto un saluto di Simone Cristicchi, impegnato fuori città ma che tiene comunque a fare parte del palco della Comunità di San Benedetto.

Oltre che un momento di aggregazione, per Don Gallo il concerto significa soprattutto l’occasione per sensibilizzare i giovani sulle conseguenze del consumo di sostanze stupefacenti: lontanissimo come al solito da ogni intento moralistico, il prete evidenzierà un aspetto che il consumatore spesso dimentica al momento dell’acquisto, ovvero lo stretto legame tra il consumo di droghe – in particolar modo degli oppiacei e della cocaina – e il finanziamento delle attività mafiose.

L’argomento è stato portato all’attenzione di Don Gallo dal chitarrista dei Subsonica, Max Casacci: a dimostrazione del legame tra la band torinese e il prete anarchico, culminato lo scorso 4 agosto nel concerto al Palacep, il fondatore del gruppo ha coinvolto la guida della comunità di San Benedetto nel progetto Torinosistemasolare, promotore della campagna informativa Mafia International S.p.a – In Italia c’è un’azienda che non paga la crisi.
Anche se al momento non c’è ancora la certezza della partecipazione di alcuni componenti dei Subsonica al concerto, è molto probabile, date la rilevanza dell’evento e l’importanza della tematica, che almeno Casacci vi prenderà parte.

Altro tema portante della serata, i tagli previsti nella legge finanziaria che andranno a limitare le possibilità di azione delle Unità di strada e delle cooperative sociali, tra cui la stessa comunità di San Benedetto.

Subsonica

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fonte:  http://genova.mentelocale.it/27557-don-gallo-cittadinanza-onoraria-aspettando-la-notte-bianca/

CINEMA – Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo: “Ci siamo ispirati alla politica italiana” / Potiche – Trailer originale sottotitolato in italiano

Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo
“Ci siamo ispirati alla politica italiana”

L’intramontabile diva francese protagonista della divertente commedia “Potiche – Quel genio di mia moglie”. E il co-protagonista Fabrice Luchini dice: “Bello interpretare personaggi ignobili come il vostro premier…”

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dall’inviato di Repubblica CLAUDIA MORGOGLIONE

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Fantastica Deneuve, eroina anti-machismo "Ci siamo ispirati alla politica italiana" Catherine Deneuve

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VENEZIA – Un antidoto alla tristezza di molte pellicole festivaliere. Una critica feroce al capitalismo del “pugno di ferro” e delle delocalizzazioni (vi ricorda qualcosa?). Ma soprattutto una denuncia fortissima del maschilismo delle nostre società, e una rivendicazione – in toni divertenti – dei diritti della donna. Attraverso uno straordinario ritratto femminile, una madre di famiglia di età avanzata che si trasforma, nel corso del film, in una vera Giovanna d’Arco dell’auto-liberazione: ruolo che solo lei, l’intramontabile Catherine Deneuve, poteva incarnare, col giusto mix di fascino e ironia.

C’è tutto questo in Potiche – Quel genio di mia moglie, diretto da Francois Ozon, di scena oggi in concorso, con Gerard Depardieu coprotagonista (ma assente qui al Lido). Un forfait, il suo, che finisce per passare in secondo piano. Perché alla presentazione ufficiale sia il regista che Fabrice Luchini, un altro degli interpreti, la buttano in politica. Ozon spiega che a ispirarlo, oltre al trattamento riservato a Segolene Royal nell’ultima campagna elettorale francese (anche lei veniva definita “potiche”, ovvero vaso decorativo o bella statuina, come la protagonista della storia), è stata “la ripresa del machismo nella società e nella politica italiana”. Ma sono le parole di Luchini a chiarire meglio: “Mi piace – dichiara l’attore, che interpreta il viscido e retrogrado marito della Deneuve – interpretare personaggi mediocri, meschini, reazionari, ai limiti dell’ignominia: come il vostro presidente del Consiglio, per intenderci”.

Frasi mica da poco, queste. Anche se in effetti, rileggendo la storia con la chiave di lettura appena fornita da autore e interprete, tutto combacia. Al centro della vicenda, tratta da una celebre piéce teatrale francese, c’è Suzanne Pujol (Deneuve), moglie casalinga e trascurata di un manager di una fabbrica di ombrelli, fedifrago impenitente (Luchini). Siamo nel 1977: quando gli operai sequestrano l’imprenditore dal pugno di ferro la consorte chiede aiuto al deputato comunista locale (Dapardieu), e si ritrova pure a capo dello stabilimento: con risultati sorprendenti, e regalando allo spettatore tanto buonumore.

“E’ un film che vuole far riflettere
sulla condizione femminile – spiega oggi la Deneuve, inappuntabile come sempre col suo tailleur bianco – ancora oggi le donne sono discriminate sul lavoro, retribuite meno degli uomini. Mi piacerebbe se con questa commedia riuscissimo a smuovere un po’ le acque. Le commedie spesso sono bandite dai festival, e questo è sbagliato. Tornando alle donne, certo la situazione è migliorata, anche se lentamente; c’è maggiore libertà; ma c’è ancora tanto da fare. Io stessa in passato mi sono sentita utilizzata, anche a causa del mio aspetto fisico”.

Interpellato invece su se in qualche modo il personaggio di Luchini sia ispirato, oltre che al machismo di certi politici italiani, anche a Nicolas Sarkozy, Ozon si schernisce: “No, io non  credo che il nostro presidente sia macho: credo che ami molto le donne. E poi le cose peggiori sulla condizione femminile nel mio Paese le hanno dette alcuni leader uomini dell’altro schieramento: ad esempio, che se le madri lavorano non c’è chi si occupa dei figli”. Nessun riferimento ufficiale al capo dell’Eliseo, dunque. Eppure quel gallismo impenitente del marito (cinematografico) della Deneuve, ricorda tanto gli sketch-parodia su Sarkò…

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04 settembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/2010/09/04/news/potiche-6760256/?rss

La porta sbarrata, i misteri su Lele Scieri in un libro del giornalista Aldo Mantineo

La porta sbarrata, i misteri su Lele Scieri in un libro del giornalista Aldo Mantineo

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Edito da Lombardi, uscirà ad ottobre: intervista ai genitori del parà

di Redazione

Siracusa – “Adesso sì, non ci sentiamo più di credere in questo Stato. Anzi, pensiamo che lo Stato abbia quasi rinunciato a rispondere alla nostra domanda di verità e di giustizia per la morte di Lele e ci abbia chiuso la porta in faccia. E adesso, undici anni dopo la perdita di nostro figlio e dopo che tutti i processi intentati in sede militare, penale e civile si sono chiusi con un nulla di fatto, quella porta è sbarrata”.

E’ uno dei passaggi della lunga intervista di Corrado Scieri ed Isabella Guarino, i genitori di Emanuele Scieri il giovane avvocato siracusano morto il 13 agosto 1999 in circostanze mai chiarite ai piedi della scala della torretta di prosciugamento dei paracadute nella caserma “Gamerra” di Pisa dove era giunto per svolgere il servizio di leva tra i parà della “Folgore”. La testimonianza dolorosa dei genitori fa parte del libro “La porta sbarrata. Misteri, omissioni e reticenti silenzi sulla morte di Lele Scieri” del giornalista siracusano Aldo Mantineo che il prossimo autunno sarà in distribuzione in tutta Italia per i tipi Lombardi Editori.

Lo sfogo di Corrado Scieri ed Isabella Guarino è stato raccolto dall’autore dopo che anche il Tribunale Civile di Catania ha respinto il ricorso della famiglia contro i vertici della   caserma “Gamerra” ed alcuni militari in servizio nei giorni in cui è consumata la vicenda. “Ad oggi possiamo dire che per lo Stato Italiano la vita di mio figlio valga 50 milioni delle vecchie lire: è stato questo, infatti, l’indennizzo ricevuto – si legge ancora nell’intervista –. Ma quello che brucia non è il mancato risarcimento richiesto, somme che avremmo destinato eventualmente ad azioni concrete non solo per tenere viva la memoria di Lele ma soprattutto per mettere in campo iniziative per far sì che mai più vicende simili possano verificarsi, quanto il fatto che abbiamo perso anche l’ultima speranza di poter rimettere in piedi l’inchiesta che è stata archiviata a Pisa nel 2001. E questo fatto brucia ancor di più perché il giudice Salvatore Barberi della Quinta Sezione Civile del Tribunale di Catania ha sì rigettato la nostra istanza ma ha anche scritto nel suo provvedimento che siamo in presenza di un omicidio, pur senza mai adoperare questo termine: “ (…) Si deve quindi concludere che la responsabilità circa il tragico fatto in esame è solo di quei soggetti, purtroppo non identificati e perciò rimasti impuniti, che hanno provocato la morte di Emanuele Scieri a seguito della caduta della torretta, aggiungendosi che questi soggetti sono rimasti non identificati anche per la condotta, penalmente rilevante, di altri che hanno consentito agli autori del crudele crimine in questione di sottrarsi alla loro individuazione da parte dell’autorità (…)” Adesso, dunque, possiamo solo confidare che, magari vinto dal rimorso, chi sa, e c’è certamente qualcuno che sa, trovi il coraggio di parlare”.

Nella foto, un dettaglio della copertina del libro

fonte: http://www.giornaledisiracusa.it/attualita/16375-qla-porta-sbarrataq-misteri-del-caso-scieri-in-un-libro-del-giornalista-aldo-mantineo.html

TONI NEGRI: QUEL DIRITTO PRIVATO DI SACCHEGGIARE I BENI COMUNI

Toni Negri: quel diritto privato di saccheggiare i beni comuni

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La legge è stato lo strumento per difendere la proprietà privata. E se agli inizi della rivoluzione industriale era usata nei paesi europei e negli Stati Uniti, in seguito è intervenuta per legalizzare il saccheggio delle materie prime nel Sud del pianeta. Ora quello stesso dispositivo consente la privatizzazione dell’acqua, dei servizi sociali e della conoscenza

Finalmente un «libro arrabbiato» e «coraggioso» da parte d’un ottimo giurista e di un’antropologa di buona caratura (Ugo Mattei e Laura Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali, Bruno Mondadori). La relazione fra pensiero giuridico ed apologia delle istituzioni dell’ordine, della proprietà e dello sfruttamento di rado viene messa in questione e quando avviene lo è dall’esterno del mondo giuridico e in nome di ideologie moralizzanti o politicamente desuete. Questo è invece un libro di critica del diritto dall’interno del diritto. «Con tutto quello che è stato scritto sulla dominazione imperialista e coloniale e sulla globalizzazione come manifestazione contemporanea di simili rapporti di potere fra l’Occidente opulento e il resto del mondo, colpisce la limitata attenzione dedicata al ruolo del diritto in questi processi. (…) Difficile non accorgersi che il diritto è stato ed è tuttora utilizzato per amministrare, sanzionare e soprattutto giustificare la conquista ed il saccheggio occidentale. Ed è proprio questo continuo e mai interrotto saccheggio che provoca – ben più delle ragioni legate a dinamiche corruttive interne ai paesi poveri con cui si tenta di colpevolizzare le vittime – la massiccia diseguaglianza globale. L’idea portante dell’autocelebrazione occidentale è legata a filo doppio a una certa concezione del diritto, quella che abbiamo reso in italiano, per sottolineare l’ambiguità, come regime di legalità (rule of law)». Il progetto del libro non sarà allora solo quello di demistificare la funzione del diritto nella sua figura neo-liberale (cioè di indicarne la potenza di copertura, falsificazione e neutralizzazione dei rapporti di dominio in generale) – bensì sarà soprattutto quello di destrutturarne le figure, criticandolo e dissolvendone la funzione dall’interno dei suoi movimenti. In che modo?

Fornitori di legittimità

In primo luogo mostrando che il regime di legalità non è una sovrastruttura dell’economia liberista ma una macchina che funziona all’interno di questa, che per il liberalismo organizza direttamente la produzione e i mercati. Ne consegue che, nel colonialismo e nell’imperialismo, il diritto non ha fatto altro che svolgere ed applicare la rule of law, non solo estendendo i campi di efficacia del diritto borghese nei paesi fuori dal centro di sviluppo, ma costituendo, su queste figure, la vita dei popoli allo scopo di dominarli.

Vi è probabilmente un certo luxemburghismo in questo approccio – fosse non tutto corretto dal punto di vista della critica dell’economica politica ma sacrosanto da quello etico-politico. In secondo luogo, una volta riconosciuta la genesi, i processi di destrutturazione critica devono saper riconoscere chi fa funzionare la macchina, chi ne sono i «fornitori di legittimità». Ecco dunque che ci troviamo di fronte a soggetti dominanti che utilizzano idealità supposte filosofiche e modernizzatrici, ipocrite costituzioni politiche ed in fine apparecchiature giuridiche funzionali che costituiscono i dispositivi di un materialissimo saccheggio delle ricchezze e dell’autonomia delle popolazioni dominate. Il diritto imperiale espande le figure del diritto coloniale, pretendendo nuova legittimazione in nome delle funzioni di globalizzazione. Che imbroglio!

A questo punto, in terzo luogo, il progetto di destrutturazione del diritto imperiale può rivolgersi verso l’interno dei paesi dai quali quel diritto è prodotto: per verificare un primo paradosso, e cioè che quel saccheggio del mondo intero, attuato attraverso figure giuridico-liberali, ora ritorna e deborda, all’interno dei paesi imperiali, imponendo lo smantellamento di quella legalità tradizionale che aveva permesso l’espansione e l’interno godimento dei sovrappiù imperialisti. Dopo aver tutto distrutto, il drago si mangia la coda.

Gli orti della resistenza

Come resistere a questi processi? Mattei e Nader sono, sul terreno politico, molto pessimisti. Il quadro che la globalizzazione ha fissato è, secondo loro, tragico. Anche le politiche della presidenza Obama – e la promessa di bloccare gli eccessi imperialisti bushani – sembrano loro perfettamente coerenti, nel bene o nel male, con il quadro fin qui delineato. Obama non può interrompere la macchina dell’imperialismo americano. A me sembra che i nostri autori vadano tuttavia, sul terreno giuridico, più a fondo di quanto facciano sul terreno politico; e che la loro analisi ripercorra quella medesima via che percorse la critica, da Evgeny Pashukanis, grande critico russo del diritto privato e pubblico in generale, su fino a Jacques Derrida, critico contemporaneo della sovranità. Quando Derrida destruttura le determinazioni di potere del regime capitalistico e ne conduce la critica fino ad estreme conclusioni, verifica l’affermazione di Pashukanis che, globalizzazione o meno, il diritto pubblico ed il diritto borghese in generale sono sempre e solamente figure dell’appropriazione privata e che il diritto è in realtà sempre l’autoriconoscimento e la potenza armata della società borghese.

Come avanzare, una volta stabiliti questi presupposti, sul terreno della proposta politica? Nella modernità si è sognato che, contro Hobbes e Locke, fosse possibile trovare nel pubblico, nello Stato, nel potere democratico un’alternativa allo «stato di natura» ed alle sue più violenti espressioni. Da un lato una frazione di gesuiti spagnoli, polemici contro la modernità, dall’altro, sul fronte del materialismo, Spinoza, lo pensarono nel Seicento: la passione del «bene comune» avrebbe dovuto costruire un terreno, un riparo, che ci salvasse dalla violenza dalla prima accumulazione originaria del capitalismo. Non ci riuscirono, quei bravi, poiché il capitalismo si affermò comunque, svilendo la religione a suo strumento di potere e chiudendo l’utopia materialista negli orti della resistenza. Così la costruzione di un nuovo diritto pubblico integrò la continuità del diritto privato. Ma oggi siamo arrivati ad un punto di rottura.

Lungi dal costituirsi in luoghi di assenza di diritto, il comune comincia a mostrarsi e può esser definito come una potenza costruita oltre il privato ed il pubblico, oltre il contratto e la sanzione statuale. Per non averlo compreso la sinistra socialista e quella comunista, in Europa e in tutto l’Occidente, sono fallite. Inoltre, da quando abbiamo cominciato a ragionare di e dentro il «postmoderno», non possiamo più semplicemente rimembrare e dar sfogo alle eroiche alternative costruite nel «moderno» attorno all’idea del «bene comune». Dobbiamo invece arrivare a porre questo problema in termini di totale discontinuità con l’idea di un’appropriazione individuale, privata o pubblica, di qualsiasi bene.

Il potere dei ricchi

Il comune diviene ora un progetto di gestione democratica, impiantata dell’espressione delle singolarità e della loro necessità di vivere e di produrre in maniera cooperativa. Il comune è una realtà già in parte costituita dall’attività umana nel postmoderno e, dall’altra parte, un progetto per costruire e ripartire tutto quello che l’attività produttiva costruisce. Perché tutto, essendo prodotto da tutti, appartiene a tutti. A questo punto l’ordine giuridico (e le sue istituzioni) dovrebbero essere predeterminate a questa finalità. Ma che fare per impedire che anche quest’ipotesi si riveli utopica?
«È necessario riconoscere che è impossibile trasformare in maniera significativa il regime di legalità imperiale in un regime di legalità popolare senza una profonda ristrutturazione dell’ambito politico. Per poter procedere in questo senso è tuttavia necessario demistificare alcuni tabù, tra cui quello della desiderabilià per se dell’esperienza storica fin qui conosciuta come regime di legalità». Così concludono Mattei e Nader: questo regime difende i ricchi, la loro appropriazione di gran parte delle ricchezze prodotte in questo mondo. I ricchi saccheggiano i poveri. Io credo che, ciò detto, la parola passi più che dal giurista al politico, dal giurista all’antropologo. L’esperienza di legalità: come farla oscillare verso una radicale trasformazione? Quali sono le condizioni materiali che possono permetterlo e dentro le quali il processo è in atto? Quali regimi dell’immaginazione e quali gli apparati di resistenza che romperanno, nell’animo delle moltitudini, l’idea della legalità ed imporranno il dovere della disobbedienza? Qual è il grado attuale di maturazione della demistificazione della legalità, nonché di generalizzazione della volontà di destrutturare questa ignobile realtà?

I politici sembrano del tutto ignari di queste questioni. Quando l’antropologia era una scienza della trasformazione e, nello stesso momento, un insieme di dispositivi atti a tirar le conseguenze dei suoi presupposti, la politica non serviva, bastavano i grandi movimenti delle moltitudini. L’Illuminismo fu questo.

tratto da il manifesto, 4 maggio 2010

fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7822&catid=39&Itemid=68