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Don Gallo, Bella Ciao per salutarlo Fischi a Bagnasco che ricorda Siri

L’intervento di don Ciotti ai funerali di don Gallo

RaiNews24 RaiNews24

Pubblicato in data 25/mag/2013

Prima parte dell’intervento di don Ciotti ai funerali di don Andrea Gallo.

Tanti applausi hanno interrotto piu’ volte l’intervento di Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera,
che ha preso la parola durante i funerali di Don Andrea Gallo, nella Chiesa del Carmine, a Genova. Don Ciotti ha ricordato che “Don Andrea e’ stato sacerdote, un prete che ha dato nome a chi non l’aveva o, se lo aveva, se lo era visto negare da qualcuno” per “riconoscere la dignita’, la liberta’ della persona su cui bisogna continuare sempre a scommettere”.

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RaiNews24 RaiNews24

Pubblicato in data 25/mag/2013

Seconda parte dell’intervento di don Ciotti ai funerali di don Andrea Gallo.

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fonte immagine corriere.it

Don Gallo, Bella Ciao per salutarlo
Fischi a Bagnasco che ricorda Siri

Durante il rito religioso, fischi e proteste contro l’arcivescovo Bagnasco quando ricorda il cardinale Siri: interrotta l’omelia. Applausi a Vladimir Luxuria che ringrazia Don Gallo per l’accoglienza verso i transgender. Migliaia di persone in corteo cantando “Bella Ciao”  lungo tutto il percorso, sotto la pioggia. Don Ciotti: “Don Andrea era innamorato dei poveri e saldava la terra con il cielo”. Il saluto del sindaco Doria e di Moni Ovadia. Oggi sarà sepolto a Campoligure.

Don Gallo, Bella Ciao per salutarlo Fischi a Bagnasco che ricorda Siri Il corteo dietro il feretro

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di DONATELLA ALFONSO, RAFFAELE NIRI, MARCO PREVE, BRUNO PERSANO, AVA ZUNINO

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Fischi e proteste contro l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco durante il rito religioso per don Andrea Gallo nella chiesa del Carmine. Durante l’omelia il cardinale ha ricordato la figura del cardinale Siri, scatenando fischi e grida di “vergogna” (video). Era stato infatti il cardinale Siri a decidere nel 1970 l’allontanamento di Don Gallo dalla chiesa del Carmine dove aveva iniziato la sua attività pastorale e dove ora simbolicamente è tornato.

Bagnasco si è interrotto mentre all’esterno della chiesa si continuava a cantare Bella Ciao, come durante tutto il corteo che ha accompagnato Don Gallo dalla chiesa di San Benedetto fino al Carmine. E’ stata Lilly, la storica collaboratrice del sacerdote scomparso, a zittire la protesta richiamando al rispetto e al dialogo. Bagnasco ha concluso velocemente, lasciando la  parola a Vladimir Luxuria che riporta applausi e commozione quando ringrazia Don Gallo “per averci fatto sentire, noi creature transgender, figlie di Dio e volute da Dio”.

Dopo la Comunione regolarmente impartita da Bagnasco, è don Luigi Ciotti, tra gli applausi, a ricordare la figura del sacerdote scomparso “innamorato dei poveri” e a richiamare alla Chiesa dell’accoglienza che riporta tutti al suo interno. Poi ricorda le tante battaglie comuni con lo scomparso, uomo della società civile ma soprattutto sacerdote “capace di unire la terra con il cielo”. Quando esce la bara, lacrime e saluti a pugno chiuso, e ancora applausi a scandire di nuovo le parole di Bella Ciao (video). Infine, il saluto del sindaco di Genova Marco Doria e del regista e autore Moni Ovadia. Nel pomeriggio la sepoltura a Campoligure in Valle Stura, accanto ai genitori.

LE IMMAGINI: 12

IL CORTEO. Sotto una pioggia battente il corteo era partito alle 10 dalla chiesa di San Benedetto al Porto dove si era tenuta la camera ardente per Don Gallo, scomparso martedì, aperto da un gruppo di religiosi in tonaca bianca e con lo scapolare con i colori della bandiera della pace. Tra loro don Luigi Ciotti e don Vitaliano Della Sala, una via dolorosa sotto la pioggia. Dietro, il furgone grigio con la bara, su cui si intravedevano il cappello nero, la bandiera rossa e quella del Genoa, seguito dai familiari e dai componenti e collaboratori della Comunità di San Benedetto. Un battito ritmato di mani ha segnato il passaggio del corteo. In piazza della Nunziata, calmata la pioggia, un gruppo di ortuali ha preso a spalle la bara sino alla chiesa.

Dalle finestre lenzuola e drappi con il saluto dei genovesi “Ciao Don”, “Grazie Don”. Moltissime le bandiere, dai gruppi No Tav e i No dal Molin a quelle rosse delle varie sigle della sinistra e del Genoa, la quadra del cuore dello scomparso, tra cui lo striscione della Fossa dei Grifoni. Presenti anche l’allenatore del Genoa Davide Ballardin, che nei giorni scorsi era stato uno degli ultimi ad incontrare il “Don”, e l’ex tecnico rossoblu Giampiero Gasperini. Moni Ovadia, tra i primi a giungere a San Benedetto, ha commentato: “Sono ebreo e agnostico, ma secondo me risorge”.

Presenti Maurizio Landini, segretario della Fiom, Marco Revelli, Dori Ghezzi (video), Nando dalla Chiesa, il segretario del Prc Paolo Ferrero tra gli altri. C’è anche l’imam di Genova Salah Hussein, insieme allo scrittore Marco Revelli e al padre di Carlo Giuliani, Giuliano. Tantissimi i cittadini genovesi, di tutte le età. “Ci voleva Don Gallo a unire tutte queste sinistre”, è un commento ricorrente. Un grande striscione del centro sociale Terra di Nessuno riporta la scritta “Hasta siempre comandante Gallo. In direzione ostinata e contraria”.

Quando entra in chiesa la bara, Don Luigi Ciotti abbraccia una delle “princese”, le trans del Ghetto, che è in attesa accanto a Vladimir Luxuria. Un fortissimo applauso riempie la chiesa mentre la bara del “Don” viene posata davanti all’altare, tra le lacrime dei sacerdoti.

Bagnasco e la trans sull’altare per don Gallo

I COMMENTI. Dori Ghezzi ha fatto sapere di aver perso un “punto cardinale” e che ora dovrà “tornare a navigare a vista”. Landini ha ricordato la grande vicinanza di Don Gallo alla Fiom. “lo avevamo invitato anche all’ultima manifestazione” ha commentato.Vladimir Luxuria raggiunge la chiesa del Carmine, già colma di gente comune in attesa: “Mi ricordo le sue mani così ossute eppure così calde che mi accarezzavano”. E piange. Accanto, c’è Alba Parietti: “Mi ha mandato da lui l’anima di mio padre. Mi aveva detto ‘vai da lui se hai bisogno di qualcosa”.

FISCHI A BAGNASCO. Dopo gli applausi, un grande silenzio accompagna l’inizio del rito. All’esterno, la folla invade tutta via Brignole De Ferrari. All’inizio dell’omelia, l’arcivescovo Bagnasco ricorda l’impegno di Don Gallo per “i suoi ragazzi per i quali ha dedicato la vita” e ricordando che Don Gallo “svolse il suo
ministero sacerdotale con lo sguardo ed il cuore attratti da coloro che portavano più evidenti le ferite del corpo e della vita, quelle dell’anima. Come il samaritano del Vangelo e come missione di ogni sacerdote ha cercato di lenire i dolori di chi incontrava con l’olio della consolazione ed il vino della fiducia ridonando speranza per guardare al domani”.

Ma quando ricorda il cardinale Siri “che Don Andrea ha sempre considerato un padre e un benefattore”, si alzano fischi e proteste dall’esterno della chiesa. Dove, a sovrastare le parole del cardinale, viene di nuovo intonata Bella Ciao e scattano altri applausi che sovrastano le parole dell’arcivescovo.  Poi sono le grida “Andrea Andrea”, anche in chiesa, a interrompere il discorso di Angelo Bagnasco, mentre si chiede a gran voce l’intervento di Don Ciotti. Solo l’intervento di Lilly, da sempre collaboratrice di Don Gallo, interrompe la protesta. “Ragazzi, non abbiamo rispetto di Andrea che aveva un grosso rispetto per il proprio vescovo. Se vogliamo bene a Gallo impariamo ad ascoltare tutte le voci”.

LE PAROLE DI DON CIOTTI.
“Se trovate qualcuno che ha capito tutto dalla vita, salutatelo da parte mia e di don Gallo, e cambiate strada. È la strada che ci ha insegnato che ogni persona è vita e storia, e che la diversità mai deve diventare avversità”. Gli applausi, in chiesa e fuori, punteggiano l’intervento di Don Luigi Ciotti, subito dopo la comunione. Ricorda il no ai “cristiani da salotto” richiamato da papa Francesco, e segnala un Don Gallo “innamorato di Dio, saldava la Terra con il Cielo”, così come dei poveri; l’importanza dei simboli “in cui don Gallo credeva maggiormente: la Bibbia e la Costituzione”. Il fondatore di Libera ha ricordato che lo scomparso aveva pianto per Carlo Giuliani. “Così come si è indignato davanti alla base americana di Vicenza: ma cosa ce ne facciamo di quelle cose lì quando non abbiamo i soldi per i servizi sociali?”. E a concludere, ha auspicato tra gli applausi  “che la tua comunità continui la tua opera”.

IL SINDACO E OVADIA. Il ringraziamento di genova a Don Gallo è stato portato dal sinaco Marco Doria. L’ultimo intertvento, sul sagrato della Chiesa del carmine, è stato riservato al regista e autore Moni Ovadia (video).  “Don Gallo – ha detto il primo cittadino – non amava le etichette, ma si definiva in due modi: partigiano e antifascista”. Moni Ovadia ha invece scherzato spiegando che “il Gallo” lo aveva nominato suo direttore spirituale: “Diceva sempre che lui ce l’aveva un direttore spirituale, che era ebreo e che era Moni Ovadia”. Il regista ha poi detto: “Per la mia religione, il mondo si sostiene grazie a 36 giusti. Per ora gli altri 35 non li ho incontrati”. L’ultimo ringraziamento è quello di Vladimir Luxuria: “Non ci ha mai giudicati, ci ha solo e semplicemente amati”.
(25 maggio 2013)

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fonte genova.repubblica.it

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LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

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Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

Ai tempi di Pio XII era definito “il soldato del papa”. Poi l’incontro con De Gasperi che gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. E in pochi anni lo vuole come braccio destro nel governo. La prima base elettorale in Ciociaria, lo scandalo Wilma Montesi usato per tagliar fuori gli avversari. Poi la prima corrente nella Dc: “Primavera”. E l’accordo (pesante) con il fanfaniano Salvo Lima

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di | 6 maggio 2013

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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez

Nato a Roma sotto il segno del Capricorno, il 14 gennaio del 1919, al terzo piano di via dei Prefetti 18, a un passo dalla Camera dei Deputati, Giulio Andreotti inizia in salita. Il padre, maestro elementare, muore di pleurite quando Giulio ha due anni lasciando senza redditi e pensione la famiglia. Elementari alla “Gianturco”, liceo al Tasso dove studiano anche i figli del duce, Andreotti da ragazzo si mantiene lavorando come claqueur nei teatri romani. Deciso a diventare medico s’iscrive invece a giurisprudenza e si laurea con una tesi sulla “Personalità del delinquente nel diritto della Chiesa”.

«Non scrivo la storia, mi accontento della cronaca», è una delle sue frasi più citate. Ma la sua vita, sempre sospesa tra la cronaca politica e quella giudiziaria, rappresenta il pezzo più ingombrante degli ultimi 70 anni di storia italiana.

E’ stato per sette volte presidente del Consiglio. Per trentatré volte ministro. Ha retto per anni dicasteri importanti come quelli delle Finanze, della Difesa, degli Esteri, del Bilancio e del Tesoro. Tra il 1969 e l’84 ha visto il suo nome finire per 26 volte davanti alla commissione inquirente. Ma tutte le denunce sono state archiviate. Poi è stato processato. Per mafia a Palermo. Per omicidio a Perugia. Dall’accusa di omicidio l’hanno prima assolto, poi condannato e infine ancora assolto. Da quella di mafia l’hanno in parte assolto e in parte prescritto, ma solo uno degli oltre 35 collaboratori di giustizia che lo accusavano è stato indagato per calunnia.

Non è un caso. Come non è un caso che i giudici siciliani nella loro sentenze abbiano utilizzato il secondo comma dell’articolo 530, una norma che, secondo gli esperti di diritto, equivale alla vecchia insufficienza di prove. Nel 1989 aveva detto: “Chi non vuole far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. La sua biografia dimostra come questa sia stata l’unica legge che ha sempre rispettato.

IL SOLDATO DEL PAPA – L’Andreotti politico muove i primi passi subito dopo il liceo. Appena diciottenne entra a far parte della Fuci, la federazione degli universitari dell’azione cattolica. Qui trova come guida un giovane monsignore: Giovan Battista Montini, poi salito al Soglio pontificio con il nome di Papa Paolo VI. La Fuci, tollerata a fatica dal regime, era allora il centro dell’antifascismo culturale appoggiato dalla chiesa. Nel 1938, durante un convegno tenuto da Giorgio La Pira, Andreotti vede Adriano Ossicini prendere la parola per sostenere che compito del cristiano “é quello di combattere il fascismo con tutte le forze concrete”. Giulio, seduto in prima fila, rimane sbalordito e a fine intervento lo avvicina chiedendo: “Vorrei capire bene che cosa hai detto”.

I due diventano amici. Cominciano a discutere sulla conciliabilità di marxismo e cristianesimo, a scriversi e a giocare a ping-pong: interminabili tornei cui partecipavano oltre a Ossicini, futuro capogruppo degli indipendenti di sinistra, Luciano Barca, futuro responsabile economico del Pci, e Franco Rodano, l’uomo che più di ogni altro spingerà Enrico Berlinguer verso il compromesso storico. Qualche mese dopo l’incontro con Ossicini, Andreotti conosce anche Alcide De Gasperi, perseguitato dai fascisti e ospitato dal Vaticano per evitargli il carcere. Non é un colpo di fulmine, ma poco ci manca. Giulio entra nella biblioteca della Santa Sede alla caccia di volumi che gli dovevano servire per una tesina sulla marina pontificia. Il bibliotecario, un uomo di mezza età dalla faccia ossuta, lo guarda storto e gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. Era De Gasperi.

Sarà lui ad offrire a Andreotti la possibilità di collaborare con il “Popolo”, il giornale clandestino che sarebbe poi diventato l’organo ufficiale della Dc. Così nel 1940 Andreotti si trova catapultato alla testa della Fuci, diventandone però ufficialmente presidente solo nel febbraio del ‘42. Prende il posto di Aldo Moro che, più vecchio di tre anni, deve partire militare. Andreotti invece non va in guerra. Per insufficienza toracica è assegnato ai servizi sedentari e poi riesce a farsi trasferire in Vaticano come “guardia palatina”. In pratica è un soldato di Pio XII.

Con Moro sotto le armi, Andreotti ha il campo libero.  Papa Eugenio Pacelli apprezza la sua pacatezza. Giulio può andare da lui senza appuntamento e restare nel suo studio per ore. Pio XII lo utilizza come un occhio sul mondo cattolico e gli chiede notizie sui ragazzacci della sinistra cristiana che intrattenevano segretamente rapporti con i pericolosi comunisti.

Adesso per loro in Vaticano tira una gran brutta aria. Andreotti fin che può cerca di proteggerli, poi li abbandona al loro destino. Ormai ha quasi 25 anni. De Gasperi per coptazione gli affida incarichi sempre più importanti.  Prima lo mette al vertice dei “Gruppi di studio e propaganda della Dc”, poi lo fa nominare delegato al congresso nazionale della democrazia cristiana. Accanto a sé adesso Giulio ha un nuovo amico, Franco Evangelisti, destinato a diventare il suo braccio destro.

IL DOMENICANO VENUTO DA WASHINGTON – In Italia tutto sta cambiando. Il fascismo é sconfitto. Gli alleati sono sbarcati nella penisola. Sul finire della guerra l’Oss, l’antenata della Cia, aveva preso a finanziare segretamente, in funzione antifascista e anticomunista, la neonata Dc. Dopo i primi contatti con don Luigi Sturzo, l’ex leader dei popolari, un agente segreto americano aveva aperto un canale anche con De Gasperi. Con i fondi di Washington s’inaugura così a Roma il centro universitario Pro Deo, la cui direzione è affidata a un domenicano. Si chiama padre Felix. A. Morlion. Si devono a lui i rapporti sulla situazione italiana che a partire dal ’44 arrivano a Washington. Morlion é, di fatto, una spia. E come scriverà lui stesso accanto a sé “ad assisterlo nella pubblicità c’é un giovane mandatogli da De Gasperi di nome Giulio Andreotti”. Da quel momento gli americani cominceranno ad inviare fondi allo scudocrociato. Nel corso degli anni, secondo il Congresso Usa, arriveranno in Italia circa 100 milioni di dollari.

Sempre i servizi segreti americani, come é pacificamente documentato dai dispacci dell’Oss, per risolvere la questione del fronte sud e riuscire finalmente a sbarcare in Italia, avevano preso accordi con Cosa Nostra. Nel ‘42 avevano trattano con Lucky Luciano organizzando uno sbarco di agenti prima e di truppe alleate poi nella Sicilia occupata dai nazisti. I primi mafiosi e i primi 007 arriveranno nell’isola nel gennaio e nel febbraio del ‘43. Dopo la liberazione gli amministratori locali legati al vecchio regime saranno sostituiti da uomini d’onore. A guerra finita molti di loro diventeranno democristiani e formeranno la base elettorale dei Dc seguaci di Bernardo Mattarella. La vicenda è fondamentale per comprendere i fenomeni successivi rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima (pupillo proprio di Mattarella).

Nell’aprile del ‘45 gli anglo-americani dilagano nell’Italia settentrionale. E in maggio, con l’aiuto delle brigate partigiane, costringono i tedeschi a capitolare. L’Italia é finalmente libera. Il 2 giugno del 1946 Andreotti viene eletto deputato all’assemblea costituente. Un anno prima si era sposato con Livia Danese, figlia di un funzionario delle ferrovie. I rapporti con De Gasperi, presidente del consiglio dal ‘45 al ‘53, e gli americani sono sempre più intensi. Tanto che quando il 10 giugno del ‘47 De Gasperi, dopo un viaggio negli Usa, pone fine al periodo dei governi di “Unità antifascista”, Giulio Andreotti diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il suo grande sponsor, l’uomo che spinge per la nomina è Giovan Battista Montini. Andreotti ha 28 anni. Ricoprirà l’incarico fino al gennaio del 1954.

Per conto di De Gasperi Andreotti svolge missioni delicate. Quando nel ‘48 il governo italiano si trova tra le mani il documento costitutivo del Cominform, l’ufficio d’informazione creato un anno prima dai paesi del blocco sovietico, Andreotti va a Parigi e consegna il carteggio al governo francese perché lo faccia pubblicare. Il rapporto sul Cominform provoca sdegno in Italia e assieme all’emozione causata dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia contribuisce alla vittoria della Dc nelle elezioni del successivo 18 aprile.

ARCHIVI E MINI-ASSEGNI – Il giovane Andreotti, insomma, comincia da subito a imparare l’importanza degli archivi, dei servizi segreti e della stampa. De Gasperi gli affida in custodia l’elenco segreto degli intellettuali italiani che erano stati, finanziati dal Miniculpop, il ministero della cultura popolare fascista. Le potenzialità ricattatorie di quei documenti sono evidenti.

Ma non basta. Andreotti, con l’ormai inseparabile Evangelisti, si occupa anche di propaganda elettorale. E’ un mago della politica clientelare a tutti i livelli letta, a suo dire, con l’ottica della carità cristiana. E’ lui per esempio a decidere a chi intestare buona parte delle migliaia di assegni da 2000 lire inviati come sussidio dalla presidenza del Consiglio nei primi anni della Repubblica a famiglie di elettori bisognosi. E sarà lui ad organizzare periodicamente ricevimenti per dipendenti pubblici sulla via della pensione che potranno tornare a casa vantandosi di essere stati “invitati da Andreotti”.

Nasce così in Ciociaria la sua prima base elettorale. A Frosinone, la fabbrica di materassi Permaflex apre una propria succursale. La dirigerà, a partire da metà degli anni ’50 un ex fascista, il futuro capo della P2 Licio Gelli. La Permaflex gode dei finanziamenti della Cassa per il mezzogiorno. Sul finire degli anni ’60, Gelli consegnerà ai servizi segreti un appunto nel quale sostiene che fu Andreotti ad attivarsi per far arrivare i fondi pubblici alla sua impresa. Gelli, secondo il documento, si sarebbe sdebitato allungando al politico, tra il ‘56 e il ’60, mazzette per 20 milioni. Nel ’58 a Frosinone, Gelli diventerà amico anche di Giuseppe Ciarrapico, destinato a essere, negli anni 80 e 90, il più andreottiano di tutti gli imprenditori andreottiani. Nel 1983, la commissione inquirente, archivierà una denuncia presentata contro Andreotti per aver favorito la Permaflex in una gara per la fornitura di 40.000 materassi alla Nato.

Fedele alla chiesa e agli americani Andreotti negli anni ’50 guarda a destra per allargare l’elettorato. Mentre in parlamento e sui giornali infuria la polemica sulla legge truffa (un premio di maggioranza del 15 per cento dei seggi che doveva essere garantito al partito che superasse il 50 per cento dei consensi), Andreotti tiene un comizio ad Arcinazzo in Ciociaria dove, equipaggiate di cestini merenda forniti dall’organizzazione, accorrono 5000 persone. Tra di loro c’é anche l’ex maresciallo d’Italia, il repubblichino  Rodolfo Graziani. Il maresciallo, che proprio ad Arcinazzo qualche mese prima aveva organizzato un campo di simpatizzanti missini (definito “paramilitare” dalla stampa), davanti ad Andreotti, dice “se qualcosa abbiamo ottenuto in questa valle, l’abbiamo avuto da quando De Gasperi é al governo”. I due al termine del discorso si abbracciano. Scoppia lo scandalo.

Giulio é dunque un conservatore. E non solo in politica, dove si colloca decisamente più a destra di De Gasperi. Anche nel mondo della cultura. Nelle sue vesti di sottosegretario presidenza del Consiglio con delega alla Spettacolo e allo Sport, non si limita a ricostruire il cinema italiano, ma tenta anche di condizionarlo. Nel ‘52 manda una lettera a Vittorio De Sica in cui critica il pessimismo di “Umberto D”, la storia di un orfano, e gli chiede di far brillare “un raggio di sole in più”. Secondo i giornali ad Andreotti non piace il neorealismo perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Lui, come spesso é accaduto, negherà di aver pronunciato la frase.

SCANDALI E RICATTI – La sua abilità, i suoi contatti, la sua capacità di raccogliere decine di miglia di preferenze, la sua giovane età, gli attirano addosso odi e malumori. Anche nel suo partito molti lo vorrebbero fare fuori. L’occasione sembra arrivare nel ‘53, quando con De Gasperi malato, nella Dc si scatena la guerra per la successione. In pole position c’é l’ex segretario della Dc Attilio Piccioni, vice-presidente del Consiglio in carica. L’11 aprile del ’53, però, sulla spiaggia di Torvaianica viene trovata morta – senza né calze, né reggicalze – una ragazza poco più che ventenne: Wilma Montesi. Inizialmente si parla di disgrazia. Poi salta fuori una storia oscura, fatta di festini e cocaina, che sembra coinvolgere direttamente un figlio del vice-primo ministro. Emergono una serie di coperture politiche democristiane attivate per soffocare lo scandalo. Piccioni esce di scena distrutto.

Ancor oggi non é chiaro chi abbia manovrato l’intera vicenda. Tutti gli storici sono comunque concordi nell’asserire che l’affaire fu utilizzato da correnti interne alla Dc per evitare che Piccioni succedesse a De Gasperi. Molti puntano il dito su Amintore Fanfani. Andreotti dal canto suo ha dimostrato di sapere benissimo come andarono realmente le cose. E nel  marzo del ‘74, quando si vedrà minacciato dal primo scandalo dei petroli, dirà in un’intervista all’amico giornalista Lino Jannuzzi: “Se veramente ci fosse qualcuno che mi vuole tirare dentro  […] ha sbagliato i suoi calcoli. Proprio in questo periodo stavo cercando di ricostruire come nacque veramente l’affare Montesi, e chi lo manovrò”. L’abitudine di andare a rivangare il passato e di minacciare, quando attaccato, rivelazioni clamorose sarà una costante della sua vita. All’epoca dello scandalo Montesi risale anche il primo grande mistero della storia della Repubblica.

E’, infatti, il 1954 quando Fanfani diventato presidente del consiglio, nomina Andreotti ministro degli Interni in un governo destinato a durare, proprio a causa della vicenda Montesi, solo 23 giorni. Il 9 febbraio, 24 ore prima, che Fanfani rassegnasse le dimissioni Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, viene ucciso in carcere da un caffè avvelenato. Con sé Pisciotta porta tutti i suoi segreti. Durante un processo aveva ammesso di aver ucciso Giuliano (smentendo così la versione ufficiale che voleva il bandito morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri), e aveva sostenuto di aver contrattato l’uccisione direttamente con il ministro siciliano degli Interni, Mario Scelba. La Dc, infatti, secondo Pisciotta, voleva morto il bandito perché Bernardo Mattarella e i deputati monarchici Alliata e Leone di Marchesano, lo avevano coperto ed erano stati mandanti di una serie di delitti politici da lui commessi.

Dopo la morte di Pisciotta sarà proprio Scelba ad andare al governo tenendo per sé ad interim anche la carica di ministro degli Interni.  Il giovane Andreotti invece resta fuori. In giugno parte per gli Stati Uniti  e al ritorno fonda una corrente tutta sua. Si chiama “Primavera”. E’ collocata su posizioni di destra, ma ha seguito solo nel Lazio e nel mondo del Vaticano. Gli andreottiani, infatti, saranno,  per anni destinati ad essere una forza minoritaria della Dc, finché nel ’69 non viene stretto un accordo con il fanfaniano Salvo Lima, ex sindaco di Palermo, figlio di un uomo d’onore e citato 149 volte nelle conclusioni della commissione antimafia. Nel 1956 Carlo Alberto Dalla Chiesa, ancora colonnello,  aveva parlato per la prima volta di lui in un’intervista a Giorgio Bocca “La mafia non c’è”, aveva detto con amara ironia, “Ci sono solo delle strane combinazioni. Per esempio c’è un tale Salvatore Lima. Lo hanno votato in massa tutti i dipendenti dell’azienda tranviaria diretta da un amico di Vassallo. Non conosce Vassallo? Faceva il carrettiere, poi ha costruito mezza Palermo”.

(1/4 – continua)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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CHISSA’ COME SARAN CONTENTI… – Papa Francesco abolisce la gratifica per i dipendenti vaticani, quei soldi andranno ai poveri

Il silenzio di fronte al male è esso stesso un male. Non parlare è parlare. Non agire è agire.

Dietrich Bonhoeffer

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Papa Francesco abolisce la gratifica per i dipendenti vaticani, quei soldi andranno ai poveri

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di Franca Giansoldati

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CITTA’ DEL VATICANO – I dipendenti vaticani non saranno forse contenti per le proprie finanze, ma i poveri sicuramente sì, visto che beneficeranno dei “premi di produzione” previsti per ogni inizio pontificato. La busta paga di 4 mila lavoratori d’Oltretevere, infatti, stavolta non conterrà la ricompensa in denaro che viene assegnata per l’elezione di un nuovo Papa. Una tradizione che affonda le radici nel tempo ma che Papa Francesco ha voluto interrompere, in assoluta coerenza con le sue idee e con quanto era emerso durante le congregazioni generali. Nelle discussioni tra i cardinali nei giorni del pre conclave, alcuni porporati avevano sollevato il quesito, se visti i tempi di crisi e soprattutto visto l’esborso finanziario che avrebbe pesato non poco sui già traballanti conti della Santa Sede, di doveva procedere ugualmente in quella direzione. Un applauso di buona parte dell’assemblea era sembrato far capire che la volontà era di correggere la rotta. E così è stato.

Il nuovo segnale di sobrietà di Papa Francesco stavolta andrà a favore di progetti umanitari visto che la medesima cifra, ha stabilito Bergoglio, verrà destinata a chi è indigente. La notizia filtrata nei giorni scorsi è stata confermata dall’agenzia francese I.Media. Per il personale vaticano si tratta di una doppia perdita dato che i dipendenti non avevano avuto in busta paga il premio previsto per la Sede Vacante, subito dopo le dimissioni di Ratzinger. Cosa che invece era accaduta quando morì Papa Wojtyla. Nel 2005 dipendenti ricevettero 1.500 euro ciascuno: una prima gratifica di mille euro per la Sede Vacante dopo morte di Giovanni Paolo II, e una seconda di 500 euro per l’elezione di Benedetto XVI. Cifre non indifferenti per i bilanci del piccolo Stato se moltiplicate per 4200, tanti sono i lavoratori. Nel 1978, quando ci furono due morti di Pontefici e due Conclavi, le buste paga furono particolarmente ricche. Altri tempi. Ora sul Soglio di Pietro siede Francesco che ha dichiarato sin dal primo istante dell’elezione di battersi per «una Chiesa povera e per i poveri». Ancora sconosciuta, invece, la destinazione finale di quel denaro, se per sostenere istituti di carità europei oppure per aiutare i poveri dell’America Latina e dell’Africa.

La decisione Papa Francesco l’ha comunicata da poco anche se la scorsa settimana, quando è andato a fare visita alla Segreteria di Stato, era sembrato lanciare segnali in quel senso. Ad un certo punto, rivolgendosi sia ai funzionari laici che ai sacerdoti della prima e della seconda sezione, li aveva ringraziati dal profondo del cuore per tutto il “lavoro impagabile svolto ultimamente”. Impagabile appunto. “Posso solo dirvi grazie ma non darvi denaro”.

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fonte ilmessaggero.it

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DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL – Condannato a essere reso paralitico. Sentenza choc in Arabia Saudita

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Saudi Arabia Sentences Man To Be Paralyzed

LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL

Condannato a essere reso paralitico
Sentenza choc in Arabia Saudita

Dieci anni fa accoltellò un amico rendendolo paraplegico. Adesso subirà la stessa sorte se non pagherà il risarcimento

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Un tribunale dell’Arabia Saudita ha condannato un uomo a «essere reso paralitico se non pagherà un milione di riyal sauditi (circa 270mila dollari) di risarcimento». Lo denuncia Amnesty International, rivolgendo un appello al Paese e al mondo intero perché fermi la condanna emessa il 2 aprile scorso sulla base. La sentenza si basa sulla legge del taglione: nel 2003, all’età di 14 anni, Ali al-Khawahir aveva infatti accoltellato un suo amico, che era rimasto paralizzato agli arti inferiori. Adesso, dopo dieci anni, una corte di Al-Ahsa ha stabilito che il «colpevole dovrà subire la medesima sorte» se non riuscirà a reperire la somma richiesta. Una durissima condanna alla sentenza arriva anche dalla Gran Bretagna: «Siamo fortemente preoccupati per questa decisione», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri britannico, che ha parlato di fatto «grottesco» e pena «proibita dalla leggi internazionali».

«PENE SIMILI A TORTURA» Amnesty afferma di essere a conoscenza di un’altra sentenza simile, emessa nel 2010, ma che non risulta essere stata eseguita. Le leggi dell’Arabia Saudita – continua l’ong – prevedono un’ampia gamma di pene rientranti nell’ambito delle punizioni corporali. La fustigazione è prevista obbligatoriamente per numerosi reati e può essere inflitta dal giudice, a sua discrezione, come pena alternativa o aggiuntiva al carcere. L’amputazione, invece, è prevista per i reati di furto (taglio della mano destra) e rapina in autostrada (taglio della mano destra e del piede sinistro). Nell’ambito delle pene retributive – riporta ancora l’organizzazione – alcuni imputati sono stati condannati all’estrazione degli occhi o dei denti, oltre che a morte. «Amnesty International continua a chiedere l’abolizione di queste pene crudeli e illegali»», simili alla «tortura».

Redazione Online

4 aprile 2013 | 18:29

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fonte corriere.it

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LO PAPA E LI SORDI… – Cari fedeli, pellegrini, fratelli: buonassera!

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Cari fedeli, pellegrini, fratelli: buonassera!

di Bebo Storti

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Mentre venivo con l’autobus, che me ho pacato io che c’ho abbonamenti, che so’ anni che c’ho abbonamento Atam e mentre uscivo da albergo che ho pacato sempre io, pensava: ma pure in Argentina pagava sempre io e metropolitana e pullman quande che non andave a piede, che scarpa no è che me aveva regalata!
Ma mentre i cardinali, che me so venuti a pigliare da lontano, ma me hanno ditto «a Fra’ però l’aereo te lo paghi te?». E ho pensata ma non è che me ha fatto papa perché paghe tutte io? Che se sono detti questo se ne sta pe li ..zzi sua, se tiene la croce de fero lo anello de argento magna poco beve non beve!
È un bel risparmio di sti tempi! Cari fedeli! Tranquilli! Adesso che me hanno intronato… pardona intronizzato, e siccome; come dice proverbio Argentino “non è che c’ho scritto sulla fronte, tirame le bolas!”. Io adesso che me sono piazzato, la finiamo co’ sto fatto che me pigliano pe’ cu.. e quando che mi giro stanno ridendo e che nessuno quando che ce sono io non porta mai uno straccio di carta di credito e di portafoglio! Quindi cari fedeli adesso io, il vostro papa, scenderò fra di voi… state calmi e non preoccupatevi se le guardie svizzere stanno circondato la piassa, io passerò con due sacchi da questua, questui che vedete, e voi mettete portafogli orologi soldi e tutto quanto addentro! Brave le mie pecorelle che siete! Francesco era si poverello ma no de spirito! E quando tornate a casa stasera ditelo ai vostri bambini, come che ha visto fare in mio Paese tanta volta: «Amore papà nun te porta niente, perché i soldi se li è frecati lo papa!».

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fonte left.it

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REPORTAGE INDIA – Nella città delle vedove

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Ore 9.00 pausa del tè. Due donne anziane bevono il loro tè e mangiano un biscotto.

Nella città delle vedove

IL MIO VIAGGIO In India le donne che restano senza marito non possono risposarsi, tornare in famiglia o avere una vita sociale: possono solo ritirarsi in povertà e isolamento: 20.000 vivono a Vridavan

I reportage dei lettori. Vedi anche:
Paesi che odiano le donne
Spose bambineTroppo giovani per dire sì

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Testo e fotografie di Tamara Farnetani

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Vrindavan, solamente 150 km sud da Delhi, conosciuta anche come “città delle vedove”, diventa un purgatorio in terra, l’oblio.

Secondo i testi sacri Indù, la donna non ha nessun valore. E’ soltanto una appendice prima del padre e del fratello, poi del marito, la cui morte chiude per sempre la vita sociale, economica e affettiva della donna. La vedova diventa una portatrice di malaugurio, un peso economico, e spesso preda di avances sessuali.

Priva di ogni proprietà e diritto, la vedova vive in povertà e isolamento, dedicando la sua vita alla memoria del marito defunto. Non le è consentito di risposarsi. Scompaiono anche i simboli del matrimonio: i capelli vengono tagliati, rimossi la collana di perline nere, il mangalsutra, il punto rosso sulla fronte, il bindi, la striscia rossa tra i capelli, il sindur, spezzati i cerchietti colorati di vetro ai polsi, i bangles, gettati gli anelli alle dita dei piedi e l’orecchino al naso.

Il futuro della vedova è fatto di un semplice sari bianco, il colore del lutto. Spesso vengono allontanate dai loro stessi figli maschi, vivono elemosinando per strada, oppure trovano rifugio nei luoghi sacri, come Vrindavan, dove aspettano l’eternità, nella speranza che giunga infine la Moksh, la liberazione definitiva dal ciclo delle rinascite e l’unione con il creatore.

Prima del 1829, quando il rito del sati venne abolito in quanto considerato dagli inglesi una tradizione barbara, la vedova veniva immolata assieme al marito sulla pira funebre.

In India si contano circa 55 milioni di bambine sposate prima dei 15 anni, molte delle quali, sposate con uomini molto più anziani di loro, finiscono nelle condizione di vedove, vittime di violenze sessuali, sfruttate per la raccolta di donazioni, riciclaggio di denaro sporco e traffico a fini di prostituzione.

La donna una volta sposata rimane in famiglia del marito e diventa anche occasione di affari, diventa manodopera gratuita e fonte di denaro e beni materiali come televisori, frigoriferi e motociclette facenti parte della dote.

Sul territorio di Vrindavan, vivono circa 20.000 vedove, che vi giungono soprattutto del Bengala Occidentale. Molte di loro si recano ogni giorno di propria volontà al “Shri Bhagwan Bhajan Ashram” dove passano gran parte della giornata a salmodiare per elevare il proprio spirito e quello del marito defunto. Lì, al semibuio, sedute in terra con gambe incrociate, suonano i cimbali e cantano lo stesso Mantra: Hare Krishna, Krishna, Krishna, hare Rama, Rama, Rama.

Le vedove che si radunano nell’ashram partecipano alla salmodia molto attivamente, ripetendo le stesse identiche parole per guadagnarsi le loro sei rupie al giorno. Il Bhajan Ashram fu fondato nel 1914 da un commerciante molto ricco e devoto. Shri Janki Dasj Patodia il quale lasciò tutto il suo denaro alla causa religiosa. Il servizio che si compie in queste strutture sono canti devozionali (bhajan) dedicati a Krishna.

In alcune occasioni vengono distribuiti vestiti, farina, zucchero, lenticchie. Le attività dello Shri Bhagwan Bhajan Ashram vengono mantenute esclusivamente da donazioni. Una volta terminata la prima sessione, che inizia alle 7:00 del mattino e termina alle 10:30, la maggioranza delle donne lascia l’ashram per andare a cucinare nelle loro case dove molte di loro vivono in gruppo, in dei ambienti umidi e malsani.

Le più sfortunate e povere non hanno nessuna casa e sono costrette a rimanere in strada, dove chiedono in elemosina qualche rupia per arrotondare la giornata.

Alle 15:30 del pomeriggio inizia l’ultima sessione che termina alle 19:30. Una giornata intera di preghiera all’ashram non è sufficiente per vivere, neppure in India.

Dall’esterno tutto questo non appare, al contrario la cittadina può sembrare un’isola felice, dove il tempo si è fermato e il turismo religioso porta ricchezza a sufficienza per far vivere bene gli abitanti. Le vedove rimangono ignote. Nessuna che si lamenti, nessuna che accusi, nessuna che parli. Con queste foto ho cercato di seguire una giornata tipica di una vedova che vive e sopravvive a Vrindavan.

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fonte nationalgeographic.it

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Pacifici: «Grillo è antisemita. Ebrei, preparatevi a scappare»

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Pacifici: «Grillo è antisemita
Ebrei, preparatevi a scappare»

Il Presidente degli ebrei romani in un’intervista-choc al quotidiano israeliano Haaretz: «Ho la responsabilità di dire alla mia comunità che è il caso che inizi lentamente a prepararsi»

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Il presidente degli ebrei romani Riccardo Pacifici in un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz confida i timori diffusi all«interno della comunità dopo l’affermazione politica di Bebbe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle. Questo, dice Pacifici, è il momento «in cui gli ebrei italiani dovrebbero iniziare a prepararsi per trasferirsi in Israele».

Contestualizzando il problema all’interno dei più ampi mutamenti in corso in Europa («la natura ebraico-cristiana del continente sta cambiando»), Pacifici esprime tutta la sua preoccupazione. «Alcuni pensano che Grillo sia solo un clown. In Germania dicono che è come l’ex premier Berlusconi. Ma Grillo dice che i partiti politici non sono importanti, cioè esattamente quanto sosteneva Hitler prima di prendere il potere. Il partito di Grillo è più pericoloso dei fascisti perché non ha una piattaforma chiara; non sappiamo quali siano i suoi limiti. Non conosciamo bene chi faccia parte de movimento, ma sappiamo che vi sono estremisti sia di destra che di sinistra – fascisti e radicali – e sono tutti contro le istituzioni, contro la democrazia».

Pacifici spiega di non pensare che tutti gli elettori di Grillo «condividano l’antisemitismo»« dell’ex comico ma la situazione, insiste, è potenzialmente preoccupante. E in questo contesto la possibilità dell’Aliyah, il ritorno in Israele degli ebrei della diaspora, si fa concreta. Per noi «l’aliyah è una garanzia, un’assicurazione….Ho la responsabilità di dire alla mia comunità che è il caso che inizi lentamente a prepararsi. Lo dissi già l’anno scorso dopo l’assassino degli ebrei a Tolosa» (quando tre studneti e un insegnante furono uccisi alla scuola ebraica»).

A inizio mese un’analoga presa di posizione era venuta dal Consiglio di Rappresentanza delle Istituzioni ebree di Francia (Crif). Beppe Grillo, oltre a essere «demagogo, populista, controverso e razzista» è anche «profondamente antisemita e antisionista». E le «tesi nauseabonde» del Movimento 5 stelle «potrebbero riportare l’Italia a un periodo oscuro della sua storia», il fascismo aveva scritto un articolo apparso sul sito del Crif è «Beppe Grillo, le Dieudonné italiano» alludendo al famoso umorista militante franco camerunense. Il Crif – che promuove la lotta contro le forme di antisemitismo, razzismo ed intolleranza, oltre che solidarietà verso Israele – prendeva di mira il percorso politico di Beppe Grillo che «non ha mai nascosto la sua simpatia e ammirazione per il suo amico Maurizio Blondet», direttore di Effedieffe.com, uno dei «più importanti siti italiani antisemita e complottista».

Secondo l’associazione ebraica francese Grillo e il M5s godono di un considerevole sostegno da parte di gruppi «profondamente radicati nel tristemente celebre falso antisemita ‘I Protocolli dei Savi di Sion’» di fine 800 che accusa gli ebrei di tutti i mali del mondo. Il leader 5 stelle «ha sempre rivendicato senza alcuna ambiguità il suo antisemismo» sia nei suoi comizi che sul blog, sul quale «sono stati pubblicati centinaia di messaggi anti-israeliani, prendendo le difese del politico comunista italiano, Marco Ferrando, sionista e noto antisemita, e del controverso attore Mel Gibson, autore di numerose dichiarazioni antisemite».

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fonte unita.it

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MEA MAXIMA CULPA – “Noi, agnelli inermi contro il prete lupo” Il film-shock sulla pedofilia nella Chiesa

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Pubblicato in data 04/mar/2013

Il film – diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney – documenta alcuni dei più scioccanti casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa Cattolica negli ultimi anni, partendo dalla testimonianza di quattro uomini sordomuti che negli Stati Uniti, insieme ad altri 200 bambini, furono vittime degli abusi del direttore della loro scuola, padre Lawrence Murphy, e che solo da adulti hanno trovato la forza di denunciare l’accaduto.
L’indagine su Murphy, accusato di abusi su oltre 200 studenti, ha portato alla luce le responsabilità del Vaticano, fino a coinvolgere la Curia Romana e lo stesso Benedetto XVI.
Nelle sale italiane il 20 marzo 2013. Distribuito da Feltrinelli Real Cinema

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“Noi, agnelli inermi contro il prete lupo”
Il film-shock sulla pedofilia nella Chiesa

Sbarca in Italia il documentario “Mea Maxima Culpa” del premio Oscar Alex Gibney: quattro non udenti di Milwaukee raccontano gli abusi subiti da un sacerdote in un istituto per sordi. Duecento ragazzini violentati, ma il Vaticano non gli impose mai di rinunciare all’abito talare. L’autore: “Volevo denunciare l’omertà dei massimi vertici ecclesiastici”

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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ROMA – “Nella notte, mentre noi agnelli riposavamo nei dormitori, tu, che eri il lupo, arrivavi. E ogni volta sceglievi la preda. Per questo io, che sono stato uno delle tue vittime, ti odio”. Parole dure, forti, intense. Ma anche coraggiose. E liberatorie. Perché a scriverle è stato un uomo non udente di Milwaukee, Wisconsin, in una lettera indirizzata a a padre Lawrence Murphy: sacerdote che per circa 25 anni ha lavorato in un istituto per sordi, e che ha commesso su di lui – e su altri 200 bambini – continui abusi sessuali. Un anatema rivolto dunque al prete pedofilo che ha rovinato la sua infanzia: un violentatore seriale rimasto sempre impunito, malgrado il quarto di secolo trascorso a commettere stupri e molestie; morto alcuni anni fa in un cimitero consacrato, senza mai aver dovuto rinunciare al sacerdozio. Così come accaduto ad altri suoi colleghi di clero che hanno commesso reati: nella vicina Boston, ma anche in Irlanda e qui in Italia.

VAI ALLA NOSTRA INCHIESTA SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA

Una vicenda drammatica, che gronda ingiustizia. E che emerge da un docufilm-shock appena sbarcato nelle sale italiane, grazie alla Feltrinelli Real Cinema (che lo distribuisce anche in dvd): si chiama Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio, ed è diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney. Un’inchiesta dolorosa, documentata, che non fa sconti a nessuno. E che colpisce lo spettatore per almeno due motivi. In primo luogo, per la mole delle testimonianze dirette che è riuscito a mettere insieme: in particolare quelle di quattro ospiti dell’istituto, che da ragazzini subirono con la forza le attenzioni di Murphy. I loro nomi sono Terry Kohut, Gary Smith, Pat Kuehn e Arthur Budzinsky (in originale li doppiano attori famosi, come Ethan Hawke e Chris Cooper). Sono stati loro, fin dalla gioventù, a cercare di fermare il loro carnefice; ad esempio creando dei volantini contro di lui, e distribuendoli nelle chiese. E poi, da adulti, denunciando pubblicamente la vicenda. I loro racconti sono agghiaccianti: rivelano ad esempio la furbizia del prete, che sceglieva i piccoli di cui abusare tra quelli i cui genitori non parlavano il linguaggio dei segni. Come garanzia che quelle pratiche sarebbero rimaste non denunciate, e non punite.

E poi sullo schermo vediamo anche altri personaggi americani che hanno combattuto  contro l’omertà della Chiesa: l’avvocato Jeff Anderson, specialista in class action contro i vertici cattolici; il reverendo Thomas Doyle, prete domenicano ed ex componente dell’ufficio del Nunzio papale a Washington, che ha consacrato la sua vita a stare dalla parte delle vittime; l’ex Arcivescovo di Milwakee che tentò di far processare Murphy, ma che fu fermato dallo scandalo che lo coinvolse personalmente, quello di avere un amante gay (ma adulto e consenziente).

E oltre al caso del Wisconsin, il film torna anche su altri episodi. Come quello, più noto, degli abusi sessuali compiuti da un prete di Boston, John Geoghan, e che fu  coperta dall’arcivescovo della città, Bernard Law. Lo stesso Law non è stato ufficialmente redarguito o punito per i suoi silenzi, ma è stato trasferito in una delle chiese più importanti di Roma, Santa Maria Maggiore. Dove qualche giorno fa – come alcuni giornali hanno riportato – il neoPapa Francesco si è rifiutato di incontrarlo: un modo plateale per mostrare la sua disapprovazione. Ci sono poi riferimenti documentati al caso italiano di Verona, che ha coinvolto come a Milwaukee dei ragazzini di un istituto per non udenti; a quello irlandese, clamoroso, che coinvolse padre Tony Walsh, e portò a un contrasto durissimo tra la Chiesa e il governo del paese; e quello di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, vicinissimo a Giovanni Paolo II, definito “tossicodipendente e molestatore”, e che solo dopo la morte di papa Wojtyla Ratzinger “esiliò” (esilio dorato, come sempre accaduto) a Jacksonville, Florida, dove poi è morto. Tra i particolari curiosi, c’è invece la decisione presa alcuni anni fa di trasferire tutti i religiosi colpevoli di abusi in un’isola, una sorta di “isola dei pedofili”: fu anche individuata un’isoletta dei Caraibi, vicino Grenada; ma il progetto di deportazione fu in seguito abbandonato.

Ed è qui che veniamo al secondo aspetto del film che colpisce lo spettatore, e che riveste grande interesse: l’atteggiamento del Vaticano. La pellicola ricorda come nel 1991 l’allora cardinale Josef Ratzinger, capo della Congregazione della dottrina della fede, chiese che tutti i casi di abusi verso minori finissero sulla sua scrivania: “Nessuno più di lui sa tutto sulla vicenda”, viene ricordato dallo schermo. E anche grazie a testimonianze di giornalisti italiani come Marco Politi (ex vaticanista di Repubblica, ora opinionista del Fatto), l’immagine del papa emerito ne esce in chiaroscuro: avrebbe voluto procedere contro alcuni dei sacerdoti più colpevoli; ma non avrebbe avuto il coraggio o la forza di farlo, per l’atteggiamento contrario di alcuni degli uomini chiave della Curia, da Angelo Sodano a Tarcisio Bertone.

Dell’esistenza di una congiura del silenzio, del resto, è convinto il regista di Mea Maxima culpa, Alex Gibney. “E’ cospirazione – dichiara – come dimostra  un documento vaticano scoperto di recente, conosciuto come crimen solicitiationis, secondo cui ogni abuso ecclesiastico che implichi la violazione del segreto della confessione debba essere tenuto segreto all’autorità civile e alle famiglie delle vittime, pena la scomunica”. Tutto deve restare nascosto, dunque. Ma visto che la pellicola arriva nei cinema italiani pochi giorni dopo l’elezione del nuovo Papa, la speranza di molti spettatori sarà che Francesco rinnovi la Curia anche su questo punto.

(18 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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Cosa farà Papa Francesco I°

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Cosa farà papa Francesco

I rapporti con Ratzinger primo rebus per il nuovo pontefice. Che dovrà fare i conti con il ricambio nella curia, lo Ior, il ruolo dei vescovi

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di Sandro Magister

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Fresco di nomina e col conclave alle spalle, il nuovo papa ha davanti a sé un’agenda che fa tremare. Quel «vigore nel corpo e nell’animo» che, spegnendosi, aveva indotto il suo predecessore al ritiro gli sarà obbligatorio, per governare la Chiesa. E proprio l’attuale “chi è” di Joseph Ratzinger sarà il suo problema più immediato, senza precedenti nella storia della Chiesa. Da un lato c’è chi vede e vuole in Benedetto XVI un papa “per sempre”, anche dopo e nonostante la rinuncia, col rischio di un permanente confronto tra il vecchio papa e il nuovo, per qualcuno addirittura tra papa e antipapa, in una Chiesa a due teste. E dall’altro c’è invece chi vede nella rinuncia di Ratzinger uno svuotamento salutare della figura stessa del papa, l’alba di un papato più “moderno” e più “umano”, perché abbassato alla dimensione di un qualsiasi vescovo e con l’orologio del tempo a limitarne la durata, come per l’amministratore di una terrena società per azioni.

I DUE PAPI
Il ruolo da riconoscere nel suo vivente predecessore sarà una delle prime decisioni del nuovo eletto, apparentemente minima, invece gravida di storiche conseguenze. Rigettato con fermezza dai canonisti, il titolo di “papa emerito” applicato a Benedetto XVI è stato sì incautamente incoraggiato da chi è più vicino a Ratzinger nel suo ritiro, ma è ancor più funzionale proprio a chi vuole rovesciare teologicamente e giuridicamente il papato, da fuori e da dentro la Chiesa. La nuova edizione ufficiale dell’Annuario Pontificio, che oltre allo “status” risaputo del nuovo papa dovrà definire anche quello del suo predecessore, sarà un test di primaria importanza.

LA CURIA
La trascuratezza del diritto è infatti da almeno mezzo secolo uno dei punti di crisi della Chiesa cattolica. L’idea secondo cui «la Chiesa non debba essere una Chiesa del diritto ma una Chiesa dell’amore» – idea denunciata con forza ma con poco successo da Benedetto XVI – ha dato fiato non soltanto al sogno utopistico di un cristianesimo spirituale senza più gerarchia né dogmi, ma anche, più materialmente, al malgoverno di una curia vaticana lasciata a se stessa, cioè anche ai suoi intrighi, alle ambizioni, ai malaffari, ai tradimenti. I cardinali che l’hanno eletto aspettano dal nuovo papa che intervenga da subito e con decisione a rimettere ordine nella curia. Tra un papa e l’altro i capi dei vari uffici decadono. L’attesa dei più è che le riconferme di routine non vanifichino lo “spoils system”, come quasi sempre è avvenuto. Il primissimo atto di Giovanni XXIII da papa fu la nomina del nuovo segretario di Stato: il validissimo Domenico Tardini, diplomatico di prim’ordine. Dal nuovo papa ci si aspetta lo stesso.

LO IOR
La curia, con i suoi uomini e le strutture, «non deve essere come la corazza di Saul, che indossata dal giovane Davide gli impediva di camminare», disse una volta Ratzinger. L’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, è uno di questi ferrivecchi senza i quali la Chiesa sarebbe più libera. In passato, quando operava come un paradiso “off shore”, lo Ior offriva ai suoi clienti di tutto il mondo opportunità che altri non davano, nel bene e nel male. Ma da quando Benedetto XVI ha voluto che si sottomettesse agli standard e ai controlli dei paesi della “white list”, la sua particolarità è finita. Una sua chiusura recherebbe alla Chiesa solo vantaggi.

LA COLLEGIALITA’
Una curia più snella consentirebbe anche un legame più diretto tra il centro e la periferia della Chiesa, tra il papa e i vescovi. E’ il capitolo della “collegialità”, scritto dal Concilio Vaticano II ma rimasto in buona misura ancora da attuare. Come il papa è il successore di Pietro, così i vescovi sono la continuazione dell’insieme dei dodici apostoli, e assieme a lui devono governare la Chiesa. I criteri per la loro scelta sarà un altro dei punti in attesa di innovazione. Una pletora di nomine mediocri è stato uno dei motivi della decadenza della Chiesa in molti Paesi. Mentre il contrario è accaduto dove alla testa delle diocesi sono stati insediati vescovi di alto livello. Il caso più evidente di una Chiesa risorta grazie alla capacità di guida di una nuova squadra di vescovi di prima qualità è dato dagli Stati Uniti.

IL CASO CINA
I vescovi sono l’immagine vivente della nuova geografia della Chiesa cattolica. Sono 5 mila, di ogni popolo e lingua. La libertà nella loro nomina è una delle conquiste che la Chiesa ha più cara. E qui si apre sull’agenda del nuovo papa il capitolo Cina. Sarà la superpotenza del futuro, ma intanto le sue autorità si comportano come le vecchie monarchie d’una volta, pretendono di decidere loro quali vescovi insediare e quali altri deporre, con l’intento di contrapporre una loro Chiesa “patriottica” alla Chiesa universale. La mitica diplomazia vaticana avrà qui il suo più difficile terreno di prova. Ma la questione Cina è ben più vasta. La sua ascesa come potenza mondiale metterà alla prova la fede cristiana ancor più radicalmente di quanto faccia l’Islam. La religiosità cinese è priva della fede in un Dio che è persona, che si può invocare come Padre, che ha inviato il suo Figlio come uomo tra gli uomini. E’ una religiosità avvolgente, è una sapienza più che una fede. E’ l’alternativa più temibile che il cristianesimo può incontrare nei decenni futuri. Non è un caso che l’Asia, dove oltre alla Cina c’è l’India, anch’essa con una religiosità molto “inclusiva”, sia il continente nel quale il cristianesimo ha trovato più difficoltà ad espandersi, nella storia. Ed è anche quello dove oggi è particolarmente osteggiato e perseguitato, sia in Cina sia in India, nonostante il profilo apparentemente pacifico delle religioni buddista e induista.

LA PRIORITÀ SUPREMA
E qui si arriva al cuore dell’agenda del nuovo papa. Perché quella che Benedetto XVI definì la «priorità» del suo pontificato sarà la stessa anche per il suo successore. «Il vero problema in questo nostro momento della storia», scrisse papa Ratzinger in una sua memorabile lettera ai vescovi, «è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del successore di Pietro in questo tempo».
Tutto il resto di cui hanno discusso i cardinali prima del conclave, il malgoverno della curia e delle finanze vaticane, l’onda lunga degli scandali sessuali, le guerre intestine tra ecclesiastici, non è che il rovescio buio di questa che è la ragione di vita della Chiesa: «Aprire agli uomini l’accesso a Dio». E’ la «sporcizia» che deve essere spazzata via con decisione, se si vuole che la Chiesa possa dedicarsi tutta, senza ombre che la oscurino, alla sua missione unica e vera: ravvivare la fede cristiana dove sta per spegnersi e propagarla dove non è ancora arrivata.

L’UOMO NUOVO
Prima e durante il conclave, nessuno dei cardinali ha osato prendere le distanze dalla diagnosi fatta da Benedetto XVI sulla crisi di fede di questo tempo. Il nuovo papa è sicuro che procederà nel suo solco. Crisi di fede ma anche mutamento radicale della visione dell’uomo. Perché le bioscienze sono ormai il nuovo verbo della modernità. Verbo onnipotente, perché non solo interpreta l’uomo, ma decide su di esso, e lo trasforma, e si appropria della sua stessa generazione. Il suo ultimo grande discorso programmatico, alla vigilia dello scorso Natale, Benedetto XVI l’ha dedicato a una critica dell’avanzante nuova filosofia della sessualità, quella del “gender”, con l’uomo che si sostituisce a Dio come creatore della propria individualità corporea.
Alla Chiesa cattolica e quindi in primo luogo al suo successore, in quello stesso discorso papa Benedetto affidò una consegna: farsi custodi della «memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio». Anche per questo nel nuovo papa ci vorrà un grande «vigore», in tempi nei quali contro i discepoli di Gesù «diranno ogni sorta di male per causa mia» e proprio per questo saranno chiamati beati.

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fonte espresso.repubblica.it

SPERIAMO CHE COL TEMPO SE NE RICORDI… – Il Papa: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»

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Papa Francesco – Jorge Mario Bergoglio – bacia i piedi a un malato di AIDS – fonte immagine

Il Papa: «Vorrei una chiesa povera»

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Città del Vaticano – «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Viene proprio dal cuore, a Papa Francesco, l’esclamazione che regala ai circa seimila giornalisti accorsi oggi all’udienza nell’Aula Paolo VI. Il Pontefice racconta come ha scelto il nome del santo di Assisi, di quando il suo vicino al Conclave, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, al momento del raggiunto quorum di 77 voti lo ha abbracciato e gli ha detto «Non dimenticarti dei poveri!».

Il nome del santo di Assisi, «l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che custodisce il creato», gli è rimasto allora nella mente e «nel cuore», diventando il sigillo programmatico del suo papato, appunto di «una Chiesa povera e per i poveri».

Agli operatori dei media presenti a Roma in occasione del Conclave – «in questo periodo così intenso, iniziato con il sorprendete annuncio del mio venerato predecessore Benedetto XVI, l’11 febbraio scorso» -, in migliaia messisi in fila anche con i familiari per entrare alla Sala Nervi, il Papa ha rivolto «un ringraziamento speciale» per «il qualificato servizio dei giorni scorsi». Aggiungendo anche una nota scherzosa: «Avete lavorato, eh! avete lavorato!», che strappa una risata a tutti e uno dei tanti applausi della mattinata.

Bergoglio ha sottolineato poi la necessità di «osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede». Gli eventi ecclesiali, ha detto il Papa, non rispondono a categorie «mondane». La Chiesa, «pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale».

L’invito di Papa Francesco è stato a «cercare di conoscere sempre più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo, con le sue virtù e i suoi peccati». Il Pontefice ha esortato i giornalisti a una «particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza: e questo ci rende particolarmente vicini – ha sottolineato -, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo, la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”». «Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti – ha avvertito – non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che confermano verità, bontà e bellezza».

In un clima anche informale e di grande spontaneità, tra battimani, sorrisi e battute, Bergoglio ha salutato personalmente alcuni dei giornalisti. «Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto», ha detto suscitando l’ennesimo applauso. Al termine, ha dato la sua benedizione a tutti, compresi gli atei. «Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti – ha affermato in spagnolo -, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio». E anche questo appare come un segno di novità.

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fonte ilsecoloxix.it