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Tunisia, una campagna per liberare Amina. “Non mi fermerò, sconfiggeremo il sessismo”

RaiNews24 RaiNews24

Pubblicato in data 19/mag/2013

Amina, la “femen tunisina” che ha pubblicato sue foto a seno nudo in segno di protesta, è stata arrestata a Kairouan in Tunisia. L’intervista alla giovane di Cristina Mastrandrea.

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fonte immagine indexoncensorship.org

Tunisia, una campagna per liberare Amina.
“Non mi fermerò, sconfiggeremo il sessismo”

E’ ancora in carcere la giovane attivista femminista protagonista di una clamorosa fuga dalla famiglia che l’aveva punita per le foto a seno nudo. Fermata per “prevenire atti immorali”, ora rischia da 6 mesi a 5 anni di detenzione. Per lei si mobilitano associazioni e in sua difesa scende una famosa avvocatessa militante. Lei, in una nuova intervista per RaiNews24, rilancia il suo appello a rompere i tabù imposti alle donne nel mondo arabo

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di CRISTINA MASTRANDREA

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Amina Tyler è di nuovo reclusa, questa volta in una prigione tunisina. Dopo la pubblicazione delle sue foto a seno nudo, che le erano costate la fatwa dell’Imam Adel Almi, era stata imprigionata dalla famiglia per circa un mese. Il giorno della sua fuga eravamo riusciti ad intervistarla e a farci raccontare il dramma di quel giorno, quando è stata portata vai da un caffè del centro, e rinchiusa in casa dai suo stessi famigliari e sedata con psicofarmaci. Il giorno stesso sono partita nuovamente per Tunisi dove l’ho incontrata e ho realizzato l’intervista che andrà in onda integralmente questa sera alle 20.30 su RAI News 24. Un’intervista in cui racconta la sua esperienza e lancia un appello alle donne, soprattutto alle giovani arabe: “Io non mi fermerò ma voi dovete continuare ad andare avanti. Dobbiamo iniziare questa guerra contro il sessismo, e noi la vinceremo, perché le donne sono forti”.

“La Tunisia è un paese civile dove le donne sono libere” questa è la frase che Amina Tylerm, la Femen tunisina, voleva scrivere su una bandiera il 19 maggio scorso, giorno in cui è stata arrestata a Kairouan. Amina era andata a Kairouan per sfidare i salafiti e portare il suo messaggio al Congresso del movimento salafita estremista, legato Al Qaeda, che doveva aver luogo quel giorno a Kairouan ma che poi il governo tunisino non ha autorizzato.

Amina si trovava davanti alla grande moschea della città, dove su un muretto ha scritto il suo “tag”: “Femen”. Immediatamente un gruppo di abitanti di Kairouan ha iniziato ad inveire contro di lei, urlando: “vattene” vattene tu  no sei musulmana”. La polizia è intervenuta scortandola fino alla camionetta che l’ha portata via. Fino a sera Amina era solo in stato di fermo preventivo, fino a quel momento non era stata accusata di nulla, poi le cose sono precipitate e il Procuratore della Repubblica ha emesso un mandato di arresto a suo carico. “Una decisione politica per alleviare la tensione e contenere la collera degli abitanti di Kairouan” suppongono gli avvocati di Amina.

L’avvocato, Souheib Bahri, sentito ieri al telefono conferma che l’unica accusa a suo carico, al momento, è la detenzione di uno spray antiaggressione paralizzante che la ragazza portava sempre con sé per difendersi dai salafiti e da eventuali altri aggressori. Lo spray, per la legge tunisina rientra nella detenzione di ordigni esplosivi illegali. “Probabilmente un’altra accusa seguirà il giorno dell’udienza”, dice l’avvocato di Amina, “per ora rischia  dai da 6 mesi a 5 anni di carcere”. Souheib Bahri domani presenterà domanda di scarcerazione fino all’udienza fissata per il 30 maggio a Kairouan.

La ragazza al momento si trova nella sezione del carcere di Sousse in un reparto dedicato alle donne, “le sue condizioni di detenzione sono normali”, dice l’avvocato, ma “lei è depressa” e si augura che venga accolta la richiesta di scarcerazione e di essere liberata già domani.

Il Ministro dell’Interno, lo stesso giorno dell’arresto, in un comunicato affermava che “Amina è stata arrestata perché sul punto di fare un gesto immorale”. Affermazione che fa intervenire immediatamente gli avvocati che sottolineano che non si possono punire le persone per delle intenzioni.

Al fianco di Amina si è schierata l’Associazione delle donne democratiche tunisine ( ATFD) ed è pronta a difenderla  in caso violazione dei diritti umani. La famiglia – con cui nel frattempo la giovane ha riallacciato i rapporti – si pone anch’essa in difesa della figlia e ha nominato una nota avvocatessa tunisina, Radhia Nasraoui, militante, femminista e famosa per aver lottato per la difesa dei diritti umani e contro la tortura. Forse qualcosa si sta muovendo anche a livello di società civile e forse l’arresto di Amina farà nuovamente discutere i tunisini anche sui metodi di carcerazione preventiva che fanno ricordare spettri ancora troppo vicini per essere facilmente dimenticati. (26 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Anonymous, arresti in tutta Italia

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Operazione in corso

Anonymous, arresti in tutta Italia

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Roma, 17-05-2013

Un’operazione con arresti e perquisizioni contro presunti appartenenti ad Anonymous e’ in corso in tutta Italia da parte degli uomini della polizia postale. Le indagini sono coordinate dalla procura di Roma.

Nell’ambito dell’operazione ”Tango Down” il personale del Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) della Polizia Postale e delle Comunicazioni sta eseguendo in tutta Italia diverse perquisizioni e misure cautelari, alcune delle quali, gia’ eseguite, nei confronti di un’ associazione per delinquere composta da hacker che, ”celandosi dietro il nome di ”Anonymous” ed approfittando della notorieta’ del movimento, era dedita alla commissione di attacchi nei confronti dei sistemi informatici di infrastrutture critiche, siti istituzionali ed importanti aziende”.

Sarebbero responsabili anche degli attacchi ai siti del governo, del Vaticano e del Parlamento, gli hacker arrestati stamani. In particolare, sono quattro i provvedimenti di arresto ai domiciliari, mentre sono una decina le perquisizioni eseguite. Secondo le indagini, i quattro arrestati facevano parte del movimento di Anonymus e ne sfruttavano il logo per interessi personali.

Secondo gli inquirenti i 4 sarebbero responsabili di vari attacchi informatici ad alto livello. Sulla base delle indagini coordinate dalla Procura di Roma, gli inquirenti hanno ricostruito il ruolo degli hacker arrestati: per le loro capacità erano stati identificati con il vertice di Anonymous, mentre in realtà approfittavano della notorietà del movimento per perseguire propri interessi in un certo senso ‘tradendo’ la causa. Sav

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fonte rainews24.it

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Condannato per i commenti al suo blog, nove mesi per “istigazione a delinquere”

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fonte immagini asgard1.wordpress.com

Condannato per i commenti al suo blog
nove mesi per “istigazione a delinquere”

Rese note le motivazioni della sentenza con cui due mesi fa è stato condannato iil responsabile della pagine Facebook Cartellopoli, che si batte contro il degrado urbano della capitale. E’ la prima sentenza di questo tipo in Italia

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Cartellonistica stradale a Roma, quartiere Torrino (dal blog “MalaRoma“)

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di ALESSANDRO LONGO

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SONO STATI i commenti altrui a causare la condanna a nove mesi di carcere per il gestore della pagina Facebook Cartellopoli, dedicata alla lotta al degrado urbano di Roma. Sono arrivate infatti oggi le motivazioni della sentenza di due mesi fa con cui Massimiliano T. veniva condannato per “Istigazione a delinquere e apologia di reato”, su denuncia di una società di affissioni. Si apprende  solo oggi, quindi, che questa del Tribunale di Roma è la prima sentenza di questo tipo, in Italia e che apre scenari inediti. In sostanza, qualunque utente Facebook è ora a rischio di condanna, insomma: basta che tra i commenti ne appaia qualcuno che inviti a compiere reati di qualsiasi tipo.

La pagina di Cartellopoli si descrive come “Comitato online contro lo stupro, la svendita e la consegna della città di Roma alla lobby cartellonara”, questione di cui Repubblica si è occupata più volte in questi mesi.

Il problema, secondo il Tribunale di Roma, a quanto si legge nelle motivazioni odierne, è dato dai commenti postati da terzi, rimasti anonimi. Non solo: sono valsi la condanna anche i contenuti pubblicati in altri siti e poi ripresi sulla pagina. E cioè commenti che invitavano ad agire contro i cartelloni abusivi, ad organizzare iniziative di protesta. Come il blitz di Legambiente, di due anni fa. È così che ci è andato di mezzo il gestore della pagina, Massimiliano T., 34anni.

Afferma il Giudice nelle motivazioni della sentenza, infatti: “Pacifica essendo la responsabilità esclusiva in capo all’imputato per la gestione del blog (…) e dunque anche per il contenuto dei messaggi in esso pubblicati, è indifferente che si tratti di contenuti riferibili direttamente al T.  o ricevuti da altri utenti, essendo stato comunque il primo a curarne l’inserimento e la conseguente divulgazione al pubblico”.

“L’affermazione del T di non controllare il contenuto dei messaggi ricevuti prima di pubblicarli è priva di rilievo ai fini che qui interessano, sia perché formulata in termini assolutamente generici, sia perché la qualità dei contenuti di analogo tenore pubblicati sul blog nel corso del tempo è tale da rendere inverosimile che l’imputato potesse averne ignorato o male interpretato il contenuto”.

In base a quanto sostenuto dall’azienda che ha depositato la denuncia in Procura, sono state molte le azioni vandaliche, che hanno riguardato un centinaio di impianti in varie zone di Roma, messe in atto come “l’imbrattamento dei cartelloni con vernice spray e, successivamente, nel danneggiamento delle comici e nello smontaggio ed asporto delle plance pubblicitarie”.

“La sentenza è corretta in linea di diritto”, ribatte Andrea Monti, avvocato esperto di nuove tecnologie e fondatore dell’associazione Alcei per la libertà di espressione online. “Chi gestisce uno spazio di contenuti ha una responsabilità su tutto ciò che vi viene pubblicato. Se ci sono troppi commenti, deve dimostrare che non gli era possibile moderarli tutti ma che almeno ci ha provato”, continua. “Attenzione, vedete che è peggio per la libertà di internet se passa l’idea che le leggi non possono colpire pagine come Cartellopoli”, aggiunge Monti. “Significa dar ragione a coloro, come Laura Boldrini (presidente della Camera) che invoca nuove e più severe leggi sul web”.    (13 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt / FILM: Tropa de Elite – Gli Squadroni Della Morte

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Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt

19:12 11 MAG 2013

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(AGI/EFE/REUTERS) – Citta’ del Guatemala, 11 mag. – Jose’ Efrain Rios Montt, dittatore del Guatemala fra il marzo 1982 e l’agosto 1983, e’ stato oggi riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’, e condannato di conseguenza a ottant’anni di carcere: cinquanta per la prima imputazione e trenta per le altre due. E si trattava soltanto delle accuse relative all’uccisione, nel dipartimento nord-occidentale di Quiche’, di 1.771 civili appartenenti al gruppo indigeno dei Maya Ixil, quasi una goccia nel mare rispetto agli oltre 250.000 morti accertati durante la lunga guerra civile guatemalteca, dal 1960 al 1996, di cui segno’ la fase piu’ violenta e sanguinaria proprio il periodo in cui Rios Montt fu di fatto il padrone del Paese, prima di essere rovesciato con un golpe analogo a quello con cui aveva usurpato il potere. Si tratta di un verdetto clamoroso, accolto con grida di giubilo dalle centinaia di persone, per lo piu’ vittime sopravvissute o parenti di quelle decedute, assiepate nell’aula del Tribunal Primero A de Mayor Riesgo di Citta’ del Guatemala: mai era accaduto che a un ex capo di Stato una condanna per genocidio fosse inflitta da parte della magistratura nazionale, non soltanto in Centro America o in America Latina bensi’ nel mondo intero. “Giustizia!”, e’ stato il boato esploso all’esterno una volta appreso l’esito del processo contro l’ex politico democristiano e generale a riposo.
L’interessato ha ascoltato la lettura della sentenza a volto impassibile e, quando la presidente del collegio Jazmin Barros ha annunciato che gli sarebbero stati revocati gli arresti domiciliari e che sarebbe stato trasferito in carcere, si e’ limitato ad annuire. Poi pero’ ha subito preannunciato appello, definendo il giudizio “illegale” e liquidandolo come un mero “show politico internazionale”. Assolto invece il capo dei servizi segreti dell’epoca, Jose’ Rodriguez. La dittatura di Rios Mont fu contraddistinta da una brutale e sistematica applicazione della politica della terra bruciata: assassinii, torture, stupri, esecuzioni sommarie, sparizioni, interi villaggi saccheggiati e incendiati, il tutto per impedire che semplici contadini potessero prestare aiuto ai guerriglieri di sinistra che combattevano contro le Forze Armate regolari e i paramilitari filo-governativi degli ‘squadroni della morte’.

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fonte agi.it

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Regno Unito: fuma spinelli per allievare sintomi Sla, ma rischia il carcere / ‘I’m being prosecuted for being ill’: Ex-PCSO says she is prepared to go to jail for smoking cannabis because it helps her MS

MS sufferer Sue Lunn pledges to continues smoking cannabis

thisishullnews thisishullnews

Pubblicato in data 27/apr/2013

Hull woman Sue Lunn says she will smoke cannabis to relieve MS symptoms despite jail threat: http://www.hulldailymail.co.uk/MS-suf…

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Former special constable Susan Lunn with cannabis campaigner Carl Wagner

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Regno Unito: fuma spinelli per allievare sintomi Sla, ma rischia il carcere

Susan Lunn, 43 anni, di Wallasey nel Regno Unito, è stata già condannata a sei mesi con la condizionale. “Mi vogliono arrestare solo perché mi voglio curare. La cannabis è l’unica sostanza – spiega la donna – che tiene a bada l’epilessia, che mi riduce il tremore e il dolore alle articolazioni e che tiene sotto controllo la mia vescica”

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di | 6 maggio 2013

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Rischia il carcere perché, per curarsi, fuma gli spinelli. Susan Lunn, 43 anni, di Wallasey nel Regno Unito, è stata già condannata a sei mesi con la condizionale, ma durante la sentenza il giudice ha detto: “Se verrà trovata nei prossimi sei mesi ancora in possesso di cannabis lei andrà incontro a una pena più severa e verrà arrestata”. Eppure Susan, conosciuta come “Sue” dai suoi amici e parenti, è costretta da alcuni anni a far ricorso alla droga leggera per contrastare la sclerosi multipla galoppante. Ora si fa intervistare dai giornali e dalle televisioni con uno spinello in mano, il Daily Mail le dedica due pagine, gli attivisti per la legalizzazione della cannabis protestano a suo favore e un intero Paese si interroga sulla necessità o meno della depenalizzazione del possesso delle droghe leggere. Perché la battaglia di Susan Lunn è chiara: “Mi vogliono arrestare solo perché mi voglio curare. La cannabis è l’unica sostanza che tiene a bada l’epilessia, che mi riduce il tremore e il dolore alle articolazioni e che tiene sotto controllo la mia vescica”.

Lunn, ex agente della polizia a Hull, nello East Yorkshire, ora attacca: “Dopo aver servito la comunità per così tanto tempo, questa è la ricompensa che la giustizia mi dà”. L’anno scorso fu soggetta a tre perquisizioni in casa, dopo che il vicinato si era lamentato per la puzza di droga che arrivava dalla sua abitazione, e l’ultimo raid dello scorso 22 dicembre l’aveva portata direttamente in tribunale. Poco importa se lo stesso servizio sanitario nazionale britannico prescriva medicinali a base di cannabis per alcune malattie. “Al mio cliente è negato un diritto fondamentale”, dice ora l’avvocato della signora, Geoffrey Ellis, “molti casi non dovrebbero nemmeno arrivare nelle aule dei tribunali, e questo è uno di quei casi”. Ma contro la tesi dell’avvocato e le ragioni di Lunn ora fanno le barricate le associazioni che si battono contro l’uso delle droghe. E la stessa stampa britannica è scettica sulle soluzioni proposte dal legale e dalla signora. “Sarebbe un precedente pericoloso”, dice la stampa di destra, “che aprirebbe le porte a uno scenario inquietante”.

Lunn, madre di un figlio, però ribadisce: “La droga leggera è l’unica cosa che mi calma, che mi fa passare il mal di testa e che mi dà sollievo da quando, 17 anni fa, mi fu diagnosticata la sclerosi multipla”. Nel Regno Unito possedere o utilizzare droghe leggere è illegale come nel resto d’Europa. Ora l’avvocato rivela: “Negli ultimi anni, la mia assistita ha speso almeno venti sterline al giorno in cannabis”. E la signora ha aggiunto: “Non smetterò di certo, se smettessi il risultato sarebbe assolutamente devastante”. Lunn è anche sotto terapia tradizionale e prende anche un piccolo assegno dallo Stato per la sua condizione di malata. Le iniezioni quotidiane, tuttavia, sembrano non bastare. “Questa sentenza alla quale sono stata soggetta è assolutamente ingiusta, mi sento lasciata sola da parte della giustizia. È come se stia rischiando di essere condannata solo per essere malata”, ha rivelato al Daily Mail. Unica soddisfazione, dice ora Lunn, il fatto che il personale medico che la tiene in cura non l’abbia mai ripresa per il suo utilizzo di cannabis. “Loro lo sanno – dice l’avvocato – e non hanno nulla da ridire”.

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Articoli sullo stesso argomento:

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fonte ilfattoquotidiano.it

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‘I’m being prosecuted for being ill’: Ex-PCSO says she is prepared to go to jail for smoking cannabis because it helps her MS

  • Susan Lunn, 43, from Hull, was given six-month conditional discharge
  • Magistrates warned she will face ‘much worse punishment’ if caught again
  • The mother-of-one who was diagnosed 17 years ago says she won’t stop

By Harriet Arkell and Sophie Evans

PUBLISHED: 15:15 GMT, 29 April 2013 | UPDATED: 10:49 GMT, 30 April 2013

Susan Lunn, 43, from Wallasey, was handed a six-month conditional discharge for possessing cannabis, which she uses to help with her MSSusan Lunn, 43, from Wallasey, was handed a six-month conditional discharge for possessing cannabis, which she uses to help with her MS

A former police PCSO suffering from multiple sclerosis has vowed to continue smoking cannabis even if it means going to jail.

Susan Lunn, 43, was been handed a six-month conditional discharge for possessing the illegal drug.

She said she uses cannabis every day as medical relief from her condition, which sees her battle muscle spasms, headaches, bladder problems and tremors on a daily basis.

Now Ms Lunn has been told she will face a ‘much worse punishment’ if she is caught possessing the Class B drug in the next six months.

But the former Humberside Police special constable has said she will carry on smoking cannabis regardless of the law.

The mother-of-one, who was diagnosed with MS 17 years ago, said: ‘I’m not going to stop doing it.

‘If I gave up cannabis, the results would be absolutely devastating. I smoke it every day and it has helped me to live a relatively normal life.

‘It calms me down, relaxes my muscles, stops my shakes and helps keep my mild epilepsy under control.’

Ms Lunn, who is on daily medication including injections for her condition, branded her sentence ‘completely unjust’.

She said: ‘I have given so much to the community through my work as a special constable and I feel let down by the justice system.

‘It’s as if I am being prosecuted for being ill.’

The former community support officer from Hull, East Yorkshire, was arrested on December 22 after her neighbours smelt the drug and alerted the police.

It was the third time in nine months that police had raided her home, and she had already received a warning and a caution.

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India, violentata e uccisa a sei anni. Rabbia in piazza, scontri con la polizia

India, violentata e uccisa a sei anni. Rabbia in piazza, scontri con la polizia
Un fotogramma delle violenze della polizia sulle manifestanti

India, violentata e uccisa a sei anni.
Rabbia in piazza, scontri con la polizia

Nuovo, agghiacciate caso di stupro nell’Uttar Pradesh: la piccola è stata strangolata e gettata in una discarica. La gente ha marciato contro la polizia, che ha reagito con forza. Sospesi due agenti

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NEW DELHI Un altro caso di violenza sessuale e omicidio, stavolta su una bambina di 6 anni, scuote l’India. Il corpo della bambina, stuprata e strangolata, è stato poi gettato in una discarica di Aligarh, nello Stato di Uttar Pradesh, scatenando l’ira della popolazione locale che ha lanciato pietre contro la polizia e bloccato il traffico per ore.

La famiglia aveva avvisato la polizia della scomparsa della bambina. Dopo ore di ricerche il corpo è stato ritrovato nella discarica. Secondo quanto denunciano i genitori, è stata violentata prima di essere uccisa, ma la conferma ufficiale arriverà soltanto dall’autopsia i cui risultati saranno resi noti nei prossimi giorni.

Negli scontri con la polizia sono state ferite almeno sette persone. Le autorità indiane hanno anche sospeso due poliziotti che hanno preso a bastonate alcune donne presenti alla manifestazione di protesta che è durata diverse ore e che ha anche bloccato la principale strada per New Delhi.

Lo scioccante omicidio ha sollevato la rabbia dei residenti del quartiere dove viveva la bambina che hanno marciato sul locale commissariato e preso a sassate dei veicoli della polizia. Le immagini diffuse dalle televisioni hanno mostrato la brutale repressione della polizia dell’Uttar Pradesh che con lunghi bastoni di bambù ha picchiato diverse donne anche quando erano ormai a terra. In seguito alle scene shock, il governo locale ha chiesto l’apertura di una inchiesta per accertare le responsabilità. (18 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Il detenuto palestinese Maysara Abu Hamdya muore in carcere

Il detenuto palestinese Maysara Abu Hamdya muore in carcere

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Evidenza Prigionieri palestinesi – 2/4/2013
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Ramallah-InfoPal
. Nella mattinata di martedì 2 aprile, il detenuto palestinese, Maysara Abu Hamdya, è deceduto nell’ospedale israeliano di Soroka, a Be’er Sheva. Il prigioniero soffriva di un tumore, mentre le autorità di occupazione hanno rifiutato di rilasciarlo nonostante la gravità del suo stato di salute.

Qaddoura Fares, direttore della Società dei prigionieri palestinesi ha confermato la notizia, attribuendo la piena responsabilità del decesso alle autorità israeliane.

Abu Hamdya, 65 anni, era un ufficiale del servizio di sicurezza preventiva, appartenente all’Autorità palestinese (Anp). Fu arrestato il 26 maggio 2002, quando le forze israeliane effettuarono vaste incursioni in Cisgiordania, distruggendo il quartier generale dell’Anp. Con  l’accusa di aver ucciso due israeliani e per le sue attività durante l’intifada, fu condannato al carcere a vita.

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fonte infopal.it

Crisi, emergenza sfratti otto su dieci sono per morosità

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Pubblicato in data 19/giu/2012

SFRATTO ESEGUITO IN CORSO COSENZA

Questa mattina in corso Cosenza 142, nella periferia torinese, è stato
eseguito l’ennesimo sfratto che ha costretto per strada un’altra
famiglia vittima della crisi e di politiche sorde ai diritti ed alle
esigenze sociali.

Una trentina di persone e amici solidali nella lotta per il diritto
alla casa si erano dati appuntamento all’alba davanti al portone per
impedire lo sfratto. Armati di striscioni e tamburi si sono opposti
alla raffinatissima strategia militare ordita dalle diaboliche menti
delle forze del disordine.
Diverse camionette sono sopraggiunte da una via laterale e gli
antisommossa sono corsi velocemente all’ingresso. Mentre un
battaglione cercava di farsi strada dalla porta principale, un altro
passava dal retro dove gli astuti digossini, che avevano dormito,
ospitati, nel palazzo, hanno potuto aprire la porta dall’interno.
I resistenti si sono quindi trovati stretti tra due fronti, ed essendo
anche numericamente inferiori sono stati fisicamente spostati
dall’androne con spinte e calci e qualche manganellata.
Il tutto si è concluso con qualche livido e una famiglia con 2
bambini per strada.

Hedia e il marito sono costretti ad arrangiarsi con lavori precari.

A causa della burocrazia e delle norme sempre più restrittive hanno
gravi difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno e questo rende
ancora più difficile la possibilità di accedere a qualsiasi forma di
reddito e di conseguenza a poter pagare l’affitto.
A sua volta l’assenza di reddito rende pressoché impossibile rinnovare
il permesso di soggiorno. Un circolo vizioso che in questa città si tramuta in una gestione del problema casa esclusivamente affidata ai manganelli degli invasati in blu, ad ogni sfratto più arroganti e violenti, irriverenti e razzisti (questa mattina non si sono lasciati sfuggire l’occasione di pronunciare il sempre verde “tornate a casa vostra”).
Non pensino di intimidirci lorsignori… come questa mattina restiamo aggrappati, resistiamo, consapevoli e convinti che il diritto alla casa non è in (s)vendita.
La lotta per i diritti non si ferma.

La casa è un diritto, la dignità non si sfratta.

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Crisi, emergenza sfratti otto su dieci sono per morosità

Crisi, emergenza sfratti
otto su dieci sono per morosità

La Cgil: la gente non riesce più a pagare. In città quasi mille famiglie hanno ricevuto l’ordine di lasciare la casa e di loro 798 nuclei resteranno senza un tetto perché non sono più in grado di pagare l’affitto

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di FRANCESCA RUSSI

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Non ce la fanno più a pagare: non trovano i soldi per le bollette della luce e del gas, non riescono a consegnare in tempo la quota per il condominio e non possono più saldare l’affitto. La casa è diventata un conto insostenibile. Al punto tale che quasi un migliaio di famiglie nel capoluogo pugliese rischiano di perdere la propria abitazione. È emergenza sfratti a Bari. In città 986 nuclei familiari hanno ricevuto l’ordine di lasciare casa. Lo rivelano i numeri del dossier della Cgil presentato ieri “Costi dell’abitare, emergenza abitativa e numeri del disagio”. A Bari rischia di esplodere una vera e propria bomba sociale. L’80 per cento dei casi, infatti, sono sfratti per morosità: praticamente 789 famiglie sono costrette ad abbandonare l’appartamento in locazione a causa delle difficoltà economiche o della perdita del posto di lavoro. Non riescono più a pagare l’affitto al proprietario. Si tratta sempre più, dunque, di morosità incolpevole.

I più colpiti, dai dati del 2012 risultati di un monitoraggio effettuato da Cgil e Sunia, sono giovani, migranti, anziani, famiglie con capo-famiglia operaio, disoccupato, pensionato, impiegato a tempo parziale. I giovani, con meno di 35 anni, rappresentano il 21 per cento del totale dei morosi incolpevoli: sono lavoratori precari o che hanno perso nel corso dell’ultimo biennio il posto di lavoro. Ci sono anche le famiglie di migranti, il 26 per cento del totale, con nuclei composti in media da tre o più persone e i nuclei composti da anziani, il 38 per cento, dei quali due terzi composti da una persona che vive sola. In media il 62 per cento dei nuclei familiari che ha ricevuto l’avviso di sfratto ha figli e, di questi, due terzi figli minori; il 35 per cento dei casi, infine, riguarda nuclei in cui il capo-famiglia ha perso il posto di lavoro.

I proprietari di casa, dopo ripetute richieste, avvisi e solleciti di pagamento, ricorrono all’autorità giudiziaria per l’esecuzione effettiva dello sfratto: in molti casi, infatti, le famiglie si rifiutano di lasciare casa. A Bari è stata richiesta l’esecuzione di 621 provvedimenti di sfratto e 476 sono stati già eseguiti. Eppure in città i canoni di locazione sono molto più bassi della media nazionale. Nel confronto tra cifre fatto dalla Cgil tra i più grandi centri meno cara di Bari c’è soltanto Catania. Il canone medio d locazione nel capoluogo pugliese è di 640 euro. Il costo dell’affitto cambia, ovviamente, in base al numero di metri quadri. Per un monolocale si va dai 300 ai 360 euro in base alla posizione dell’appartamento. Per un bilocale invece dai 430 euro in periferia fino ai 550 in centro. Un tre vani può costare da un minimo di 600 euro fino agli 800.
“Nell’ultimo decennio i canoni di affitto sono aumentati, in media, del 130 per cento per i contratti rinnovati, del 150 per cento per i nuovi contratti” spiegano dalla Cgil. Sono cresciuti i costi ed è diminuito il potere d’acquisto dei redditi. Secondo i calcoli fatti dal sindacato, la spesa che incide maggiormente sui bilanci familiari è proprio quella per la casa: fino al 40 percento. “Il peso dei costi abitativi, quindi, si conferma come determinante nell’acuire le difficoltà economiche” è l’analisi della Cgil.

Il dato più preoccupante, però, è quello dei pignoramenti che hanno subito un boom negli ultimi mesi che potrebbero registrate un ulteriore aumento del 22 per cento. In centinaia, a Bari, hanno perso la propria abitazione perché non più in grado di sostenere la spesa del mutuo a cui vanno aggiunti i costi delle bollette, delle tasse e dei costi relativi al mantenimento dell’abitazione. (31 marzo 2013)

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fonte bari.repubblica.it

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Aldro, frase shock di Giovanardi «La foto che ha fatto vedere è vera, ma la macchia rossa non è sangue». La mamma di Federico lo querela

Giovanardi: “Quello nella foto di Aldrovandi non è sangue, ma un cuscino rosso”

exNicoloChannelexNicoloChannel

Pubblicato in data 31/mar/2013

http://nicolomingozzi.blogspot.com Dichiarazioni shock del senatore pidiellino Carlo Giovanardi, che, ospite de “La Zanzara” di Cruciani e Parenzo su Radio24, ha affermato che quello presente nella foto di Federico Aldrovandi mostrata dalla madre durante la manifestazione del Coisp a Ferrara, non è sangue, ma solamente “un cuscino rosso”. Patrizia Moretti, la mamma di Federico, ha già fatto sapere che querelerà Giovanardi per quanto ha sostenuto, augurandosi che Ilaria Cucchi faccia lo stesso per le frasi pronunciate dal parlamentare del Pdl riguardo a suo fratello Stefano.

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Aldro, frase shock di Giovanardi
La mamma di Federico lo querela

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«I poliziotti del caso Aldrovandi non devono essere in galera. Gli agenti sono vittime come il ragazzo che è morto e non vanno cacciati dalla polizia. La manifestazione dei sindacati è legittima». Così Carlo Giovanardi, deputato del Pdl alla Zanzara su Radio24 sulla vicenda Aldrovandi. Che arriva persino a dire: ««La foto che ha fatto vedere la madre – dice ancora Giovanardi – è vera, ma la macchia rossa non è sangue».

SCATTA LA QUERELA
Giovanardi non fa che insultarci da otto anni. E’ uno sciacallo che mente sapendo di mentire. Dice che il sangue di Federico non è vero. Lo querelo e tutti i danni li devolvo all’Associazione Federico Aldrovandi. Spero che anche Ilaria lo quereli per le offese a Stefano Cucchi». Lo scrive su Facebook riferendosi alle dichiarazioni rilasciate dal senatore dl Pdl Carlo Giovanardi, Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 durante un controllo di Polizia effettuato da 4 agenti condannati in via definitiva per omicidio colposo in eccesso colposo.

GIOVANARDI CHOC
«Andateci voi a bloccare una persona – ha detto Giovanardi ai conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo – trovate voi il sistema per cui durante una colluttazione con una persona robusta non succede niente. Invece qualcuno in Parlamento vuole introdurre il reato di tortura con l’ergastolo per gli agenti». Dice ancora Giovanardi: «I poliziotti hanno fatto un errore, ma erano lì perchè i cittadini hanno telefonato per un’emergenza che magari hanno affrontato male e hanno dovuto chiedere rinforzi perchè non ce la facevano da soli. Aldrovandi era in una situazione di alterazione che ha provocato le telefonate dei cittadini e l’intervento della polizia».

«La foto che ha fatto vedere la madre – dice ancora Giovanardi – è vera, ma la macchia rossa non è sangue. La madre del giovane dice che devono essere cacciati dalla polizia, invece no. Omicidio colposo significa che non c’è dolo, è imprudenza. Se uno in macchina fa omicidio colposo non lo cacciano dal posto di lavoro. Anche in un incidente stradale muoiono delle persone. Anche il medico può essere condannato per imperizia. Aldrovandi è una vittima ma per certi aspetti sono vittime anche i poliziotti, quelli che facendo il loro mestiere, magari male, si sono presi una condanna…». Poi continua: «Andateci voi a bloccare, chessò un ubriaco, bisogna intervenire con la forza, se nella colluttazione questa persona ha un infarto…poi arriva un professore, un perito che dice che l’infarto è stato provocato dal modo in cui l’hanno tenuto…». Infine: «Se dei poliziotti manifestano perchè vengano dati gli arresti domiciliari ai colleghi non vedo cosa ci sia di scandaloso in un paese democratico…».

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fonte unita.it

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Aldrovandi, madre: «La foto non è vera? Il Coisp ne risponderà davanti a magistratura» / GUARDA IL DOCUFILM: E’ Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia

E’ Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia

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Pubblicato in data 21/nov/2012

“È Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia” è un documentario a sfondo biografico e sociale uscito nel 2010, scritto, diretto, scenografato e montato da Filippo Vendemmiati. Racconta la tragica vicenda dell’omicidio di Federico Aldrovandi, studente di Ferrara ucciso da organi della polizia di stato nella notte del 25 settembre 2005.

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Ferrara, le polemiche dopo il presidio in piazza del Comune

Aldrovandi, madre: «La foto non è vera?
Il Coisp ne risponderà davanti a magistratura»

Patrizia Moretti: «Respingo la solidarietà ipocrita del sindacato. Sono nauseata e disgustata da tutto questo»

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«Nauseata e disgustata». Perché arrivare a sostenere che « la foto del viso martoriato di mio figlio sarebbe addirittura un fotomontaggio» è davvero troppo per Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. E decide di querelare il segretario del Coisp Franco Maccari. Non si fermano le polemiche sulla scelta del sindacato di polizia di fare un presidio di solidarietà ai quattro agenti condannati per la morte di Federico, 18 anni, il 25 settembre 2005. Un sit-in proprio sotto le finestre dell’ufficio della madre in Comune.

LA QUERELA Il sindaco, Tiziano Tagliani, ha provato a farli spostare. Nulla. Così è scesa lei, con in mano una gigantografia di suo figlio all’obitorio e le lacrime agli occhi. Ed è scoppiata una querelle che ha costretto le istituzioni a intervenire e difendere la donna. Ora Maccari sostiene che quella foto non è vera. «Mi piacerebbe lo fosse», risponde Moretti dalla sua pagina Facebook e annuncia querela.

IL SINDACATO – Il Coisp ha cercato di fare marcia indietro: «Non sapevamo lavorasse lì, abbiamo chiesto la piazza un mese fa». Parla di «enorme equivoco», e spiega che «stiamo portando avanti da un mese un tentativo di dialogo su un aspetto procedurale che non c’entra niente con la vicenda». Ed esprime solidarietà. Un sentimento che viene respinto dalla madre di Federico che la chiama «ipocrita», contestando la ricostruzione. «Maccari sa benissimo che da un mese un furgone del Coisp con manifesti e bandiere gira tutta la città di Ferrara per poi stazionare di fronte al comune di ferrara con gli stessi slogan di ieri. Maccari sa benissimo che proprio questo furgone è stato invitato da colleghi suoi ad allontanarsi da quel luogo».

«PRENDEREMO PROVVEDIMENTI» -La vicenda ha colpito le alte sfere della politica. Tanto che mercoledì tutto il Senato si è alzato in piedi. E se in un primo momento il ministro dell’Interno Annamaria Canccellieri ha spiegato che «i manifestanti non rappresentano la polizia» giovedì mattina annuncia «provvedimenti».

Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it

28 marzo 2013 | 11:31

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fonte corriere.it

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