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Crisi, emergenza sfratti otto su dieci sono per morosità

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Pubblicato in data 19/giu/2012

SFRATTO ESEGUITO IN CORSO COSENZA

Questa mattina in corso Cosenza 142, nella periferia torinese, è stato
eseguito l’ennesimo sfratto che ha costretto per strada un’altra
famiglia vittima della crisi e di politiche sorde ai diritti ed alle
esigenze sociali.

Una trentina di persone e amici solidali nella lotta per il diritto
alla casa si erano dati appuntamento all’alba davanti al portone per
impedire lo sfratto. Armati di striscioni e tamburi si sono opposti
alla raffinatissima strategia militare ordita dalle diaboliche menti
delle forze del disordine.
Diverse camionette sono sopraggiunte da una via laterale e gli
antisommossa sono corsi velocemente all’ingresso. Mentre un
battaglione cercava di farsi strada dalla porta principale, un altro
passava dal retro dove gli astuti digossini, che avevano dormito,
ospitati, nel palazzo, hanno potuto aprire la porta dall’interno.
I resistenti si sono quindi trovati stretti tra due fronti, ed essendo
anche numericamente inferiori sono stati fisicamente spostati
dall’androne con spinte e calci e qualche manganellata.
Il tutto si è concluso con qualche livido e una famiglia con 2
bambini per strada.

Hedia e il marito sono costretti ad arrangiarsi con lavori precari.

A causa della burocrazia e delle norme sempre più restrittive hanno
gravi difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno e questo rende
ancora più difficile la possibilità di accedere a qualsiasi forma di
reddito e di conseguenza a poter pagare l’affitto.
A sua volta l’assenza di reddito rende pressoché impossibile rinnovare
il permesso di soggiorno. Un circolo vizioso che in questa città si tramuta in una gestione del problema casa esclusivamente affidata ai manganelli degli invasati in blu, ad ogni sfratto più arroganti e violenti, irriverenti e razzisti (questa mattina non si sono lasciati sfuggire l’occasione di pronunciare il sempre verde “tornate a casa vostra”).
Non pensino di intimidirci lorsignori… come questa mattina restiamo aggrappati, resistiamo, consapevoli e convinti che il diritto alla casa non è in (s)vendita.
La lotta per i diritti non si ferma.

La casa è un diritto, la dignità non si sfratta.

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Crisi, emergenza sfratti otto su dieci sono per morosità

Crisi, emergenza sfratti
otto su dieci sono per morosità

La Cgil: la gente non riesce più a pagare. In città quasi mille famiglie hanno ricevuto l’ordine di lasciare la casa e di loro 798 nuclei resteranno senza un tetto perché non sono più in grado di pagare l’affitto

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di FRANCESCA RUSSI

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Non ce la fanno più a pagare: non trovano i soldi per le bollette della luce e del gas, non riescono a consegnare in tempo la quota per il condominio e non possono più saldare l’affitto. La casa è diventata un conto insostenibile. Al punto tale che quasi un migliaio di famiglie nel capoluogo pugliese rischiano di perdere la propria abitazione. È emergenza sfratti a Bari. In città 986 nuclei familiari hanno ricevuto l’ordine di lasciare casa. Lo rivelano i numeri del dossier della Cgil presentato ieri “Costi dell’abitare, emergenza abitativa e numeri del disagio”. A Bari rischia di esplodere una vera e propria bomba sociale. L’80 per cento dei casi, infatti, sono sfratti per morosità: praticamente 789 famiglie sono costrette ad abbandonare l’appartamento in locazione a causa delle difficoltà economiche o della perdita del posto di lavoro. Non riescono più a pagare l’affitto al proprietario. Si tratta sempre più, dunque, di morosità incolpevole.

I più colpiti, dai dati del 2012 risultati di un monitoraggio effettuato da Cgil e Sunia, sono giovani, migranti, anziani, famiglie con capo-famiglia operaio, disoccupato, pensionato, impiegato a tempo parziale. I giovani, con meno di 35 anni, rappresentano il 21 per cento del totale dei morosi incolpevoli: sono lavoratori precari o che hanno perso nel corso dell’ultimo biennio il posto di lavoro. Ci sono anche le famiglie di migranti, il 26 per cento del totale, con nuclei composti in media da tre o più persone e i nuclei composti da anziani, il 38 per cento, dei quali due terzi composti da una persona che vive sola. In media il 62 per cento dei nuclei familiari che ha ricevuto l’avviso di sfratto ha figli e, di questi, due terzi figli minori; il 35 per cento dei casi, infine, riguarda nuclei in cui il capo-famiglia ha perso il posto di lavoro.

I proprietari di casa, dopo ripetute richieste, avvisi e solleciti di pagamento, ricorrono all’autorità giudiziaria per l’esecuzione effettiva dello sfratto: in molti casi, infatti, le famiglie si rifiutano di lasciare casa. A Bari è stata richiesta l’esecuzione di 621 provvedimenti di sfratto e 476 sono stati già eseguiti. Eppure in città i canoni di locazione sono molto più bassi della media nazionale. Nel confronto tra cifre fatto dalla Cgil tra i più grandi centri meno cara di Bari c’è soltanto Catania. Il canone medio d locazione nel capoluogo pugliese è di 640 euro. Il costo dell’affitto cambia, ovviamente, in base al numero di metri quadri. Per un monolocale si va dai 300 ai 360 euro in base alla posizione dell’appartamento. Per un bilocale invece dai 430 euro in periferia fino ai 550 in centro. Un tre vani può costare da un minimo di 600 euro fino agli 800.
“Nell’ultimo decennio i canoni di affitto sono aumentati, in media, del 130 per cento per i contratti rinnovati, del 150 per cento per i nuovi contratti” spiegano dalla Cgil. Sono cresciuti i costi ed è diminuito il potere d’acquisto dei redditi. Secondo i calcoli fatti dal sindacato, la spesa che incide maggiormente sui bilanci familiari è proprio quella per la casa: fino al 40 percento. “Il peso dei costi abitativi, quindi, si conferma come determinante nell’acuire le difficoltà economiche” è l’analisi della Cgil.

Il dato più preoccupante, però, è quello dei pignoramenti che hanno subito un boom negli ultimi mesi che potrebbero registrate un ulteriore aumento del 22 per cento. In centinaia, a Bari, hanno perso la propria abitazione perché non più in grado di sostenere la spesa del mutuo a cui vanno aggiunti i costi delle bollette, delle tasse e dei costi relativi al mantenimento dell’abitazione. (31 marzo 2013)

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fonte bari.repubblica.it

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Aldro, frase shock di Giovanardi «La foto che ha fatto vedere è vera, ma la macchia rossa non è sangue». La mamma di Federico lo querela

Giovanardi: “Quello nella foto di Aldrovandi non è sangue, ma un cuscino rosso”

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Pubblicato in data 31/mar/2013

http://nicolomingozzi.blogspot.com Dichiarazioni shock del senatore pidiellino Carlo Giovanardi, che, ospite de “La Zanzara” di Cruciani e Parenzo su Radio24, ha affermato che quello presente nella foto di Federico Aldrovandi mostrata dalla madre durante la manifestazione del Coisp a Ferrara, non è sangue, ma solamente “un cuscino rosso”. Patrizia Moretti, la mamma di Federico, ha già fatto sapere che querelerà Giovanardi per quanto ha sostenuto, augurandosi che Ilaria Cucchi faccia lo stesso per le frasi pronunciate dal parlamentare del Pdl riguardo a suo fratello Stefano.

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Aldro, frase shock di Giovanardi
La mamma di Federico lo querela

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«I poliziotti del caso Aldrovandi non devono essere in galera. Gli agenti sono vittime come il ragazzo che è morto e non vanno cacciati dalla polizia. La manifestazione dei sindacati è legittima». Così Carlo Giovanardi, deputato del Pdl alla Zanzara su Radio24 sulla vicenda Aldrovandi. Che arriva persino a dire: ««La foto che ha fatto vedere la madre – dice ancora Giovanardi – è vera, ma la macchia rossa non è sangue».

SCATTA LA QUERELA
Giovanardi non fa che insultarci da otto anni. E’ uno sciacallo che mente sapendo di mentire. Dice che il sangue di Federico non è vero. Lo querelo e tutti i danni li devolvo all’Associazione Federico Aldrovandi. Spero che anche Ilaria lo quereli per le offese a Stefano Cucchi». Lo scrive su Facebook riferendosi alle dichiarazioni rilasciate dal senatore dl Pdl Carlo Giovanardi, Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 durante un controllo di Polizia effettuato da 4 agenti condannati in via definitiva per omicidio colposo in eccesso colposo.

GIOVANARDI CHOC
«Andateci voi a bloccare una persona – ha detto Giovanardi ai conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo – trovate voi il sistema per cui durante una colluttazione con una persona robusta non succede niente. Invece qualcuno in Parlamento vuole introdurre il reato di tortura con l’ergastolo per gli agenti». Dice ancora Giovanardi: «I poliziotti hanno fatto un errore, ma erano lì perchè i cittadini hanno telefonato per un’emergenza che magari hanno affrontato male e hanno dovuto chiedere rinforzi perchè non ce la facevano da soli. Aldrovandi era in una situazione di alterazione che ha provocato le telefonate dei cittadini e l’intervento della polizia».

«La foto che ha fatto vedere la madre – dice ancora Giovanardi – è vera, ma la macchia rossa non è sangue. La madre del giovane dice che devono essere cacciati dalla polizia, invece no. Omicidio colposo significa che non c’è dolo, è imprudenza. Se uno in macchina fa omicidio colposo non lo cacciano dal posto di lavoro. Anche in un incidente stradale muoiono delle persone. Anche il medico può essere condannato per imperizia. Aldrovandi è una vittima ma per certi aspetti sono vittime anche i poliziotti, quelli che facendo il loro mestiere, magari male, si sono presi una condanna…». Poi continua: «Andateci voi a bloccare, chessò un ubriaco, bisogna intervenire con la forza, se nella colluttazione questa persona ha un infarto…poi arriva un professore, un perito che dice che l’infarto è stato provocato dal modo in cui l’hanno tenuto…». Infine: «Se dei poliziotti manifestano perchè vengano dati gli arresti domiciliari ai colleghi non vedo cosa ci sia di scandaloso in un paese democratico…».

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fonte unita.it

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Aldrovandi, madre: «La foto non è vera? Il Coisp ne risponderà davanti a magistratura» / GUARDA IL DOCUFILM: E’ Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia

E’ Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia

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Pubblicato in data 21/nov/2012

“È Stato Morto Un Ragazzo. Federico Aldrovandi Che Una Notte Incontrò La Polizia” è un documentario a sfondo biografico e sociale uscito nel 2010, scritto, diretto, scenografato e montato da Filippo Vendemmiati. Racconta la tragica vicenda dell’omicidio di Federico Aldrovandi, studente di Ferrara ucciso da organi della polizia di stato nella notte del 25 settembre 2005.

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Ferrara, le polemiche dopo il presidio in piazza del Comune

Aldrovandi, madre: «La foto non è vera?
Il Coisp ne risponderà davanti a magistratura»

Patrizia Moretti: «Respingo la solidarietà ipocrita del sindacato. Sono nauseata e disgustata da tutto questo»

https://i0.wp.com/www.chitblog.net/wp-content/uploads/2009/07/aldrovandi.jpg
fonte immagine

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«Nauseata e disgustata». Perché arrivare a sostenere che « la foto del viso martoriato di mio figlio sarebbe addirittura un fotomontaggio» è davvero troppo per Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. E decide di querelare il segretario del Coisp Franco Maccari. Non si fermano le polemiche sulla scelta del sindacato di polizia di fare un presidio di solidarietà ai quattro agenti condannati per la morte di Federico, 18 anni, il 25 settembre 2005. Un sit-in proprio sotto le finestre dell’ufficio della madre in Comune.

LA QUERELA Il sindaco, Tiziano Tagliani, ha provato a farli spostare. Nulla. Così è scesa lei, con in mano una gigantografia di suo figlio all’obitorio e le lacrime agli occhi. Ed è scoppiata una querelle che ha costretto le istituzioni a intervenire e difendere la donna. Ora Maccari sostiene che quella foto non è vera. «Mi piacerebbe lo fosse», risponde Moretti dalla sua pagina Facebook e annuncia querela.

IL SINDACATO – Il Coisp ha cercato di fare marcia indietro: «Non sapevamo lavorasse lì, abbiamo chiesto la piazza un mese fa». Parla di «enorme equivoco», e spiega che «stiamo portando avanti da un mese un tentativo di dialogo su un aspetto procedurale che non c’entra niente con la vicenda». Ed esprime solidarietà. Un sentimento che viene respinto dalla madre di Federico che la chiama «ipocrita», contestando la ricostruzione. «Maccari sa benissimo che da un mese un furgone del Coisp con manifesti e bandiere gira tutta la città di Ferrara per poi stazionare di fronte al comune di ferrara con gli stessi slogan di ieri. Maccari sa benissimo che proprio questo furgone è stato invitato da colleghi suoi ad allontanarsi da quel luogo».

«PRENDEREMO PROVVEDIMENTI» -La vicenda ha colpito le alte sfere della politica. Tanto che mercoledì tutto il Senato si è alzato in piedi. E se in un primo momento il ministro dell’Interno Annamaria Canccellieri ha spiegato che «i manifestanti non rappresentano la polizia» giovedì mattina annuncia «provvedimenti».

Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it

28 marzo 2013 | 11:31

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fonte corriere.it

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La morte di Uva e la caserma dei misteri / DOCUFILM: Nei secoli fedele — IL CASO DI GIUSEPPE UVA

Nei secoli fedele — IL CASO DI GIUSEPPE UVA

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Pubblicato in data 16/feb/2013

Di Adriano Chiarelli, regia di Francesco Menghini.
Produzione: Soulcrime.
Anno: 2012.

Questo docu-film nasce come “costola” del saggio-inchiesta “Malapolizia” (Newton Compton, novembre 2011), in cui l’autore Adriano Chiarelli racconta e delinea gli abusi di polizia avvenuti in Italia nell’ultimo decennio.
“Nei secoli fedele — Il caso di Giuseppe Uva”, si racconta la morte violenta di Giuseppe Uva, un quarantaduenne di Varese morto in seguito a un movimentato arresto. Dopo aver trascorso tre ore in una caserma dell’Arma, in balia di otto tra poliziotti e carabinieri, Giuseppe Uva viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.
Nel volgere di una notte l’uomo troverà la morte, le cui cause tuttavia restano tutte da chiarire. L’unico processo celebrato finora, ha riguardato l’ipotesi di morte per colpe mediche, ma è stato dimostrato — con sentenza di primo grado — che i medici che hanno tenuto in cura Uva dopo l’arresto, non hanno alcuna colpa.
Dopo un supplemento di perizia, sempre disposto dal giudice, è stato scientificamente provato che le cause del decesso coincidono con un complesso di fattori esterni che hanno scatenato un collasso cardiaco: stato di ebbrezza, stress emotivo, lesioni. Chi lo ha ridotto così?
Allo stato attuale nessun nuovo processo è in corso, ma il giudice estensore della sentenza ha disposto ulteriori indagini sull’arco di tempo che la vittima ha trascorso in caserma e sulle reali cause di morte.
In quelle ore è racchiusa la verità.

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La morte di Uva e la caserma dei misteri

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di Filippo Vendemmiati

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Che cosa è successo la notte tra il 13 e il 14 luglio del 2008 nella caserma dei carabinieri di Varese? Giuseppe Uva vi rimase per tre ore, poi fu trasferito in ospedale e morì. Da anni i famigliari del 43enne chiedono di sapere, chiedono indagini, chiedono risposte ai troppi misteri e ai tanti dubbi che avvolgono questa vicenda .  Ma c’è anche una sentenza che invita a far luce:  il 28 giugno dell’anno scorso il giudice Orazio Muscato ha assolto un medico accusato di aver provocato la morte di Uva in seguito alla   somministrazione di un farmaco. Le cause del decesso vanno individuate “in una tempesta emotiva legata al contenimento, ai traumi auto e/o etero prodotti, nonché all’agitazione da intossicazione alcolica acuta”.

Il tribunale, unitamente all’assoluzione del medico, ha inviato gli atti al pubblico ministero con particolare riferimento a quanto accaduto prima dell’ingresso di Giuseppe Uva in ospedale, ovvero a quanto successo nella caserma dei carabinieri. Le parole del giudice, scritte nella motivazione della sentenza, sono perentorie e non lasciano adito ad equivoci: “Costituisce un legittimo diritto dei congiunti di Giuseppe Uva, conoscere  se negli accadimenti intervenuti antecedentemente all’ingresso del loro congiunto in ospedale, siano ravvisabili profili di reato; e ciò tenuto conto che permangono ad oggi ignote le ragioni per le quali Giuseppe Uva, nei cui confronti non risulta essere staro redatto un verbale di arresto o di fermo, mentre sarebbe stata operata una semplice denuncia  per disturbo della quieta pubblica, è stato prelevato e portato in caserma, così come tuttora sconosciuti rimangono gli accadimenti intervenuti all’interno della stazione dei carabinieri di Varese (certamente concitati, se è vero che sul posto confluirono anche alcune volanti della polizia) ed al cui esito Uva, che mai in precedenza aveva manifestato problemi di natura psichiatrica, verrà ritenuto necessitare di in intervento particolarmente invasivo quale il Trattamento Sanitario Obbligatorio.” Dunque secondo il giudice Orazio Muscato se si vuole stabilire con precisione le cause o le concause della morte bisogna ricostruire quanto è successo nella caserma, “occorre disporre della fotografia delle condizioni nelle quali versava Uva al momento del suo ingresso in ospedale, mentre del tutto superflui ed irrilevanti sono gli accertamenti tesi a verificare le ragioni in base alle quali è giunto in Ospedale in quelle condizioni”. E’ stata mai fatta questa indagine? Non è dato saperlo, perché se è stata condotta o se è ancora in corso, i suoi esiti sono sconosciuti, tecnicamente coperti del segreto istruttorio.  C’è un fascicolo aperto dal pubblico ministero Agostino Abate che risale al settembre del 2009 e sui cui non figurano persone indagate. Abate è lo stesso magistrato, pubblico ministero nel processo che ha assolto il medico, ed è a lui che il giudice si rivolge  con un invito pressante ad indagare e rendere noti gli esiti dell’inchiesta, senza per altro dimenticare di sottolineare alcune incongruità processuali e in particolare il clima di aperto dissidio con le parti civili, i loro avvocati e i periti nominati dal tribunale. “Un clima di accesa contrapposizione”. Aggiunge poi il giudice: “L’esame del pubblico ministero è stato nel complesso condotto con toni e modalità tali da indurre i periti in stato di soggezione, con ripetuti interventi del tribunale a ricondurlo nell’alveo delle regole proprie della normale dialettica processuale, a fronte  della lamentazione avanzata dagli stessi periti di venire sostanzialmente derisi”. Si raggiungono livelli tragicomici durante le udienze con  parti civili ad esempio espulse dall’aula per motivi di ordine pubblico, o con un perito che denuncia “il pubblico ministero mi ha soffiato in faccia”.

L’inchiesta sui misteri avvenuti nella caserma di Varese resta a tutt’oggi nelle mani del sostituto procuratore Agostino Abate e, nonostante gli inviti contenuti nella sentenza, non si hanno elementi di novità, dai possibili avvisi di garanzia fino alla richiesta di archiviazione. A sei anni dalla morte di Giuseppe Uva il rischio di prescrizione si avvicina e i legali della sorella Lucia hanno presentato richiesta di avocazione dell’indagine alla Procura generale della Corte d’Appello di Milano. Anche in questo caso si attendono decisioni nel rispetto dei tempi della giustizia italiana. Per chi volesse altri particolari in cronaca consiglio la visione del film “Nei secoli fedele” di Adriano Chiarelli disponibile su internet all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HjdiBopK_ks.*

*per completezza di informazione abbiamo inserito il video in testa al post (mauro per solleviamoci blog)

25 marzo 2013

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fonte articolo21.org

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VIOLENTI CHI? GUARDA IL VIDEO – Bologna, cariche della Polizia sui manifestanti. Colpito cronista del Fatto

Bologna, cariche della Polizia sui manifestanti. Colpito cronista del Fatto

https://i1.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/03/ferito_er1.jpg

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VAI ALL’ARTICOLO Traffico bloccato, cariche della polizia, inseguimenti lungo la via Emilia, un ferito in modo serio portato via in ambulanza, diversi contusi tra i facchini aderenti ai Si Cobas di Anzola (Bologna). Questo il bilancio dopo gli scontri con le forze dell’ordine che hanno tentato di togliere il blocco imposto al polo logistico bolognese da un centinaio di manifestanti tra lavoratori, sindacalisti Si-Cobas e attivisti dei centri sociali. Colpito anche un cronista de ilfattoquotidiano.it  di Giovanni Stinco

23 marzo 2013
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‘STRAPPO’ GRAVISSIMO – Ungheria, Orban difende la nuova Costituzione e attacca l’Unione europea: “Non intromettetevi”

Ungheria, Orban difende la nuova Costituzione  e attacca l'Unione europea: "Non intromettetevi"
Viktor Orbàn (reuters)

Ungheria, Orban difende la nuova Costituzione e attacca l’Unione europea: “Non intromettetevi”

Dopo la riforma in senso autoritario della Carta magiara e l’appello delle ong a Bruxelles, la durissima risposta del premier: “Siamo sovrani, decidiamo noi”

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ANDREA TARQUINI
corrispondente Repubblica

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BERLINO Nell’Ungheria del premier-autocrate Viktor Orban ormai siamo arrivati a un vero e proprio golpe bianco, un Putsch istituzionale. E alle richieste della Commissione europea di ripensarci, Orban risponde picche: sono decisioni del nostro Parlamento sovrano, non intromettetevi. Il tutto mentre Zsolt Bayer, editorialista razzista vicinissimo al premier, attacca gravemente i rom: “La maggior parte di loro sono bestie e come tali vanno trattati, sono un’accozzaglia di criminali”.

Un colpo di spugna sulle garanzie di equilibrio tra i poteri e di principi di libertà, valori comuni delle democrazie. Il Parlamento di Budapest, dove la Fidesz (il partito del premier amico di Berlusconi, partito membro dei Popolari europei) e i suoi alleati minori hanno la maggioranza di due terzi, ha votato a favore di emendamenti di fondo che cambiano ben quattordici delle 45 pagine della Costituzione: introducono il principio che la libertà di espressione può essere limitata, esautorano di fatto la Corte costituzionale, definiscono come famiglia unicamente il matrimonio ufficiale tra uomo e donna contratto per fare figli, criminalizzano i senzatetto e vietano ai laureati per dieci anni di cercare lavoro all’estero.

Dissidenti e molte ong ungheresi in favore della difesa dei diritti umani aveva inviato un disperato appello alla Commissione europea, personalmente al suo presidente Barroso e alla Corte europea di giustizia e al Consiglio d’Europa, il cui segretario generale, il norvegese Thorbjorn Jagland, ha detto “sembra che il governo Orban utilizzi la maggioranza di due terzi per oltrepassare la Corte costituzionale, in contrasto con principi e regole dello Stato di diritto”. Durissima e sfacciata la risposta di Budapest: “Siamo uno Stato di diritto, il governo sta rispettando le norme europee, il potere costituente spetta solo al Parlamento ungherese”.

Scontro aperto, dunque, con un’Europa che non sembra avere o voler trovare mezzi di ritorsione efficaci. Il golpe bianco è stato effettuato con astuzia: formalmente la proposta viene da un singolo deputato della Fidesz. Ma è chiaramente il putsch costituzionale di Orban, il quale esautorando la Consulta magiara elimina ogni residuo di autonomia dei poteri dall’esecutivo, e le impedisce d’ora in poi (da quando la gazzetta ufficiale pubblicherà a breve gli emendamenti, dopo il voto finale di lunedì prossimo) di contestare gli emendamenti stessi da ogni punto di vista di contenuto.

Ecco i punti più pesanti delle modifiche costituzionali:

1 – L’esecutivo ha diritto di limitare la libertà d’espressione. La formulazione è abbastanza vaga da aprire spazio a pericolosi abusi. Si autorizzano questi superpoteri in nome della difesa “della dignità della Nazione, dello Stato e della persona”, oltre che vietare i “discorsi di odio”.

2-La Corte costituzionale non potrà più sollevare obiezioni di sostanza ma solo di forma su emendamenti alla Costituzione, e decadono le sue decisioni precedenti il gennaio 2012, cioè soprattutto ricusazioni di leggi liberticide su stampa o giustizia o scuola volute da Orbàn.

3-La famiglia riconosciuta dallo Stato è solo l’unione ufficializzata da matrimonio di una coppia eterosessuale che si sposa al fine di fare figli. Nessun altro tipo di unione avrà pari dignità con la famiglia sposata etero che vuole prole.

4-Non tutte le religioni saranno riconosciute come tali a pari dignità, bensì soltanto quelle definite come tali dalle recenti leggi del governo.

5-Il vecchio partito comunista del passato (che nel 1988-89 divenne Partito socialista e attualmente è divenuto una forza politica affiliata ai socialisti europei come Pd o Spd o il ps francese o il New labour) è definito nella costituzione “associazione criminale”, quindi di fatto processi politici contro le opposizioni diverranno possibili col pretesto retroattivo del passato.

6-I senzatetto sono perseguibili penalmente se dormono in strada, e non si capisce allora dove dovranno dormire. La Costituzione in sostanza chiede ronde di polizia per retate di clochards.

7-I laureati e diplomati avranno il dovere iscritto nella Costituzione a restare a lavorare in patria dieci anni. E quindi di rinunciare a lavori all’estero adeguati alla loro qualifica, in violazione del principio europeo di libera circolazione.

Uno strappo gravissimo ai valori europei. Arriva pochi giorni dopo che Orban aveva imposto a capo della Magyar Nemzeti Bank (Banca centrale) il suo braccio destro Gyorgy Matolcsi, ritenuto pericolosamente incompetente sui mercati e pronto a regalare di fatto al governo l’autonomia dell’Istituto, oltre ad essere discendente di un funzionario del regime di Horthy che pare abbia collaborato all’Olocausto.  (06 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Il prigioniero Arafat Jaradat muore in un carcere israeliano. Proteste in Cisgiordania / Chi mette sotto silenzio la Palestina

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Il prigioniero Arafat Jaradat muore in un carcere israeliano. Proteste in Cisgiordania

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InfoPal. Arafat Jaradat, 30 anni, di Sair, in provincia di Hebron, è morto sabato 23 febbraio nel carcere israeliano di Megiddo, molto probabilmente a seguito delle torture subite. Ne ha dato notizia il ministro per i Prigionieri, Issa Qaraqe.

Il giovane, che era stato arrestato il 18 febbraio 2013,  è morto di arresto cardiaco durante o a seguito degli interrogatori subiti in prigione.

Jaradat era sposato e aveva due figli e un terzo in arrivo. Studiava alla Al Quds Open University.

Gli avvocati del centro palestinese per i diritti dei prigionieri, Addameer, hanno dichiarato che l’uomo non soffriva di alcuna patologia, né prima dell’arresto né durante la detenzione.

I prigionieri palestinesi nel carcere di Nafha hanno dichiarato lo sciopero della fame per protestare con la morte di Jaradat. Manifestazioni e scioperi sono stati indetti in altre località della Cisgiordania.

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fonte infopal.it

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Un giornalista palestinese controlla la sua auto dopo un bombardamento israeliano del 18 novembre 2013 a Gaza City (Foto: Majdi Fathi/APA images)

Un giornalista palestinese controlla la sua auto dopo un bombardamento israeliano del 18 novembre 2013 a Gaza City (Foto: Majdi Fathi/APA images)

Chi mette sotto silenzio la Palestina

Nei Territori Occupati, giornalisti target dell’occupazione israeliana: arresti, multe e a volte omicidi. E l’informazione perde professionalità

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di Emma Mancini*

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Betlemme, 15 febbraio 2013, Nena NewsNon è certo facile fare il giornalista nei Territori Occupati Palestinesi. E se il nuovo rapporto di Reporter Senza Frontiere premia Cisgiordania e Gaza per il maggior rispetto della libertà di stampa, a restringere drammaticamente il diritto all’informazione è l’occupazione israeliana.

Nel rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere, la Palestina guadagna otto posizioni e si piazza al 146esimo posto nella classifica che verifica la tutela della libertà di stampa. “Il miglioramento delle relazioni tra Hamas e l’Autorità Palestinese ha avuto un impatto positivo sulla libertà di informazione e l’ambiente di lavoro dei giornalisti”, si legge nel comunicato di gennaio.

Al contrario, Israele crolla al 112esimo posto della classifica, perdendo ben venti posizioni. Ad influenzare un simile risultato sono le politiche di repressione della stampa palestinese nei Territori, ed in particolare l’attacco a giornalisti palestinesi durante l’offensiva militare, ribattezzata “Operazione Colonna di Difesa”, contro la Striscia di Gaza lo scorso novembre.

L’aviazione israeliana ha bombardato le sedi di diverse emittenti palestinesi, tv e radio, e ha ucciso e ferito numerosi giornalisti: distrutte le sedi di Al Quds TV e Al Aqsa TV (feriti gravemente sei giornalisti e un autista); colpiti la casa del fotografo Ali Ibrahim dell’European Agency e il quartier generale dell’associazione Free Media; centrata la macchina dove viaggiavano due cameraman di Al Aqsa TV, Hossam Mohamed Salamah e Mahmoud Ali Al-Komi, morti sul colpo; ucciso il direttore di Al Quds Educational Television, Mohammed Mousa Abu Eisha; seriamente danneggiata la torre Alja, dove si trovavano gli uffici di Al Jazeera, e quella di Nea’meh, sede dell’AFP.

“Durante l’operazione militare del novembre 2012 – prosegue il rapporto di Reporter Senza Frontiere – l’esercito israeliano ha deliberatamente colpito giornalisti e sedi dei media considerati affiliati ad Hamas. E gli arbitrari arresti e detenzioni di giornalisti palestinesi sono ancora pratica frequente“.

Ne parliamo con Maath Musleh, giornalista palestinese che lavora per Al Jazeera, Ma’an News e Al Akhbar, oltre che noto blogger e fondatore del blog di giovani giornalisti “Beyond Compromise“.

“Il problema di fondo è l’inesistenza di una legge che ci tuteli, che tuteli i giornalisti palestinesi. Lo strumento che l’esercito israeliano utilizza per reprimere il diritto all’informazione è la legge militare che vieta in Cisgiordania raduni di più di nove persone. In questo modo tutte le manifestazioni sono considerate illegali e di conseguenza è illegale la presenza di reporter”.

“Prendiamo ad esempio il villaggio di Nabi Saleh, dove tutti i venerdì si svolge la tradizionale marcia contro il Muro e le colonie – ci spiega Musleh – Ogni venerdì l’esercito israeliano dichiara il villaggio ‘zona militare chiusa’: i soldati impediscono l’ingresso ad attivisti e giornalisti attraverso barriere di cemento nella principale strada di ingresso a Nabi Saleh. Ecco perché i grandi media non coprono più le proteste pacifiche in Palestina: è difficile prendervi parte e, in ogni caso, non vengono più considerate una notizia. Si tratta di una vera e propria forma di normalizzazione della violenza israeliana: le aggressioni a manifestanti nonviolenti non fa più notizia, non è più una storia da raccontare”.
Ecco così che il movimento di resistenza popolare palestinese si riorganizza: per attirare di nuovo l’attenzione del mondo, nelle ultime settimane sono state organizzate azioni originali e brillanti, come la costruzione di nuovi villaggi in terre minacciate di confisca. È il caso di Bab al-Shams, villaggio eretto in poche ore in Area E1 (dove Israele ha pianificato la costruzione di nuove colonie). Immediata la repressione israeliana, che ha avuto come principale target proprio la stampa: molti giornalisti sono stati picchiati, ad altri è stato impedito l’ingresso nel villaggio, mentre per ore le autorità israeliane bloccavano le frequenze dell’emittente Palestinian Public Tv.

Ma se i media mainstream sono assenti, sono i giornalisti locali a garantire la copertura delle azioni di protesta da parte della resistenza palestinese. Spesso si tratta di reporter e cameraman che vivono nei villaggi obiettivo dell’esercito, gli unici già sul posto quando le comunità vengono chiuse all’esterno.

“Nonostante abbiamo tutti la pettorina con su scritto ‘press’ – continua Maath – veniamo regolarmente arrestati e rilasciati solo dietro il pagamento di multe salate. Ci sono soldati che si occupano solo di questo, di individuare i giornalisti palestinesi e di impedire il loro lavoro. E questo non avviene solo durante le manifestazioni, di giorno: in genere i soldati compiono raid militari nei villaggi della Cisgiordania di notte e gli unici che possono documentare l’accaduto, gli eventuali arresti o le perquisizioni, sono i giornalisti locali”.

Tra gli strumenti più utilizzati dall’esercito c’è quello economico: multe per i giornalisti arrestati e distruzione sistematica di macchine fotografiche e videocamere, strumenti di lavoro preziosi e molto costosi, soprattutto per le tasche dei giornalisti più giovani e dei freelance, i meno tutelati. “In questo modo l’esercito tenta di fermare il nostro lavoro, facendoci soffrire finanziariamente. Sanno che non abbiamo paura di essere arrestati o picchiati. Quello che davvero temiamo è la perdita delle attrezzature”.

Attrezzature difficili da reperire per le mancanze strutturali del settore di informazione palestinese: mancano soldi, finanziamenti, equipaggiamento, non esistono scuole e i giovani giornalisti spesso si formano al di fuori delle redazioni. “Il nostro settore qui in Palestina – prosegue Musleh – è affetto da scarsa professionalità e scarsi salari. È difficile trovare un lavoro stabile, remunerato, di cui si possa vivere. Per questo molti freelance si rivolgono all’estero o lavorano soprattutto nei social network. In breve tempo, siamo stati in grado di creare un network per lo scambio sia di informazioni che di esperienze, che supera le barriere. Da Gaza alla Cisgiordania, dalla Palestina ’48 ai campi profughi all’estero, il sistema di informazione palestinese ha trovato nei blog, in Facebook e Twitter nuovi strumenti di condivisione. Prendete Gaza e l’ultima offensiva militare israeliana: grazie ai blogger e i giornalisti gazawi, il mondo aveva costantemente notizie in diretta“.

Insomma, l’informazione palestinese tenta di uscire dal guscio in cui è stata relegata dall’occupazione israeliana e anche dai media internazionali, che spesso non riportano le storie raccontate dai giornalisti palestinesi perché considerati di parte o poco credibili.

Una sorta di boicottaggio che influenza la professionalità della stampa locale. Spesso costretta a coprire quello che i grandi media non raccontano, ha finito per arenarsi su numeri e statistiche, sul racconto di arresti e violenze citando solo nomi e numeri. “Quello che ci permetterebbe di fare il salto di qualità è la trasformazione del nostro giornalismo in un giornalismo di inchiesta. Raccontare storie, dare volti ai nomi, approfondire le questioni inerenti all’occupazione – conclude Maath – Ma non c’è tempo né ci sono i mezzi economici per farlo. Per sopravvivere i giornalisti devono produrre più articoli possibile e spesso sono costretti a rimanere in superficie. Non siamo in grado di dedicare settimane ad un’inchiesta o ad un reportage, se dobbiamo anche mantenerci. Chi vive di giornalismo è costretto a sacrificare la qualità sull’altare della quantità”. Nena News

*Pubblicato su L’Indro

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fonte nena-news.globalist.it