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PROMESSE DA B. – l’Aquila è morta / I comitati cittadini dell’Aquila: “Il 6 aprile B. non lo vogliamo”

Promesse da B. l’Aquila è morta

Due anni dopo il sisma che ha distrutto l’Abruzzo, la zona rossa è ancora chiusa e di lavori non c’è traccia. Il premier disse: “Faremo in fretta, non siete soli”

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Le macerie sono ancora tutte qui dentro, in quello che resta delle case. Mura squarciate. Tetti volati via assieme alla vita. Il centro storico. Il cuore de L’Aquila si è fermato alle 3,32 del 6 aprile 2009 quando una scossa di magnitudo 6.2 della scala Richter ha sepolto 309 persone. Da allora non batte più. Quello che si ode camminando è solo silenzio. Il silenzio della morte. Un solo rumore richiama l’attenzione: lo scorrere dell’acqua. Ci guardiamo intorno alla ricerca di una fontana rimasta aperta per dare un senso a quel rumore. Lo sguardo si perde nel nulla. Solo più tardi ci spiegano che si tratta di acqua che fuoriesce dalle tubature spaccate dal terremoto e mai aggiustate. Il consumo di acqua è lo stesso di due anni fa quando in città vivevano 14 mila persone oltre agli studenti. Neppure a questo ha pensato la macchina da guerra mediatica dell’emergenza. A meno che non si venga pagati dalle tv di Silvio Berlusconi è impossibile dire: grazie Governo. La zona rossa è ancora chiusa dentro le transenne di ferro presidiata dai militari giorno e notte. “Siamo qui al freddo dell’inverno e al sole cocente dell’estate”, ci dice un ragazzo dentro la sua tuta mimetica che stringe il fucile e si guarda attorno smarrito. Riusciamo ad entrare accompagnati da Vladimiro Placidi, assessore comunale alla ricostruzione dei beni culturali che ci consegna il casco giallo dei Vigili del Fuoco. Lentamente camminiamo dentro una città fantasma. Entriamo nelle case squarciate dove il tempo è fermo a quella notte. A pianterreno di una abitazione, dove la tromba delle scale è un buco nero, scorgiamo un tavolo con sopra incredibilmente intatti i piatti sporchi della cena coperti di vermi. L’odore acre dell’umidità entra nelle narici. La polvere fa lacrimare.

Sarà perché la Santa Pasqua sta per arrivare ma quella che percorriamo ci appare una Via Crucis dove ogni stazione è un ricordo amaro. Rughe profonde come voragini solcano le facciate di Palazzo Picalfieri, di Palazzo Dragonetti vere perle barocche. Rughe di dolore che deturpano il loro splendore e che mai smetterà di raccontare un’enorme tragedia ma anche una delle più grandi truffe mediatiche mai allestite. Basti ricordare i Grandi del Mondo, dirottati qui dalla Maddalena per dimostrare che lui, il premier del fare, avrebbe restituito casa pane e lavoro a questa gente. Bruno Vespa commosso con in mano l’orsacchiotto di peluche ha smesso di fare dirette. Il dolore, quello fresco, si sa, regala picchi di ascolto come il racconto delle promesse. Poi di fronte alle promesse tradite cala il silenzio. L’inganno e la beffa nuocciono ai sondaggi, minano il consenso. Potrebbe suonare blasfemo, ma due anni fa quando arrivammo qui a contare i morti e a raccontare la disperazione dei sopravvissuti si coglieva, pur se fioca, una luce di speranza. Poi la speranza è stata ingoiata dalla rassegnazione. Dalla certezza che semmai qualcosa rinascerà, che semmai qualcuno tornerà nelle proprie case, non accadrà prima di dieci anni, quando il tempo avrà consumato ogni respiro. Dalla convinzione che le 1500 attività commerciali non riapriranno mai. Che gli studenti – quando il 31 dicembre 2011 terminerà lo stato di emergenza e calamità naturale e dovranno ricominciare a pagare le tasse – non si iscriveranno più alle università aquilane: affitti triplicati e in luoghi non serviti dai mezzi pubblici. E neppure i turisti verranno più perché non c’è più nulla da ammirare. Alla fine della salita c’è quello che resta dell’asilo dell’Annunziata. Il pensiero che se la scossa fosse arrivata di mattino queste macerie avrebbero seppellito oltre cento bambini fa rabbrividire. Tutti sapevano che l’edificio non era in sicurezza, così come la Casa dello Studente. Quattordici palazzi costruiti negli anni Sessanta, squagliati come un gelato dentro al suo cono, dentro un boato disumano che non smetterà mai di risuonare nelle orecchie dei sopravvissuti. Arriviamo a Piazza Duomo. È come attraversare un deserto. Cani randagi sdraiati così immobili da sembrare morti. Saracinesche abbassate. Appena voltato l’angolo su Corso Federico II leggiamo da un grande foglio appeso alle transenne: “State cancellando tutti i nostri sogni, c’è bisogno di spazi, di lavoro, di vita”. Prima del terremoto il centro storico era un pullulare di pub, bar, ristoranti, tavolini all’aperto dove i giovani e i turisti trascorrevano le serate. Ora la movida si chiama via della Croce Rossa. Una strada a scorrimento veloce, con una discarica a cielo aperto, in cui giace il pericolosissimo amianto sgretolato che qualcuno ha definito la favela aquilana. Ci sono voluti infiniti reclami affinché l’area venisse non bonificata, ma solo delimitata da fasce arancione fosforescente con su scritto: “Lavori in corso”. Qui nel degrado sono nati come funghi ristoranti e bar dove ascoltare musica. I proprietari dei locali che hanno speso soldi con tanto di autorizzazione del Comune si ribellano e chiedono di migliorare la vivibilità della zona, che è e resta uno stradone in cui le auto sfrecciano, dove l’illuminazione è assente e i marciapiedi divelti, in cui c’è un solo cassonetto per l’immondizia.

“Saremmo ritornati subito in centro, ma ci è stato detto che sarebbero serviti anni. Girava voce che avremmo avuto un’area dove ricollocare tutti i locali, ma dopo tre mesi di silenzio ci siamo sistemati qui”: è solo una delle tante voci disperate. Sono 2.400 gli operai in cassa integrazione. Ottocento le partite iva non riaperte. Quasi 14 mila persone vivono nel Progetto Case, 19 insediamenti lontano dalla città senza mezzi pubblici per raggiungerla. Mentre chi è benestante costruisce liberamente dove vuole in zone a destinazione agricola tra i boschi incontaminati in barba ad un piano regolatore che è saltato con il terremoto. Il Governo ha stanziato 4 miliardi di euro. Niente, perché solo per ristrutturare il centro storico ce ne vorrebbero 6 di miliardi, ad esclusione dei monumenti e delle Chiese. Per i beni culturali il Ministero non ha stanziato un solo fondo.

L’approvazione dei progetti di ristrutturazione è un vero circuito a ostacoli senza fine. Quando sembra che tutto sia andato a buon fine basta un cavillo per vedersi bocciare il progetto e ricominciare daccapo. Per non parlare poi delle responsabilità: non esistono. O meglio non esistono i responsabili. È un continuo rimbalzo dal governatore dell’Abruzzo Gianni Chiodi (che è anche commissario straordinario per la ricostruzione), al vicecommissario Cicchetti al sindaco Massimo Cialente (che dopo aver rassegnato le dimissioni più volte le ha sempre ritirate). Nel solo bar aperto alla fine di Corso Federico II due signore sorseggiano il caffé. Siete aquilane? Chiediamo. “Purtroppo sì”, rispondono e aggiungono: “Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avremmo risposto così della città dove siamo nate, dove abbiamo cresciuto i nostri figli, la città di cui eravamo orgogliose? Ci hanno tolto tutto, anche la forza di ribellarci. Bambocci siamo come bambocci”. Ma di chi è la responsabilità? “L’Aquila è lo specchio del Paese: i politici o sono banditi o sono incapaci e non si sa chi fa più danni”. Allungando lo sguardo ai piedi della montagna si scorge uno dei diciannove insediamenti del Progetto Case. Abitazioni antisismiche consegnate chiavi in mano con tanto di pentole posate e perfino la bottiglia di spumante in frigo, dove se poco poco si supera di qualche chilo il peso forma, è impossibile entrare nel bagno dove sono state allestite vasche con idromassaggio, forse avanzi di magazzino, così grandi da impedire di raggiungere i servizi igienici. I tanto sbandierati e costosi prati all’inglese, impreziositi dalle palme, sono completamente secchi. Quando piove l’umidità è insopportabile e camminando la casa si muove come fosse una zattera in mare aperto. Inconvenienti sopportabili, se come avevano promesso sarebbero stati alloggi figli di quell’emergenza che a conti fatti ha solo permesso di agire in deroga al codice degli appalti, alle norme sul procedimento amministrativo, alle leggi sulla trasparenza della pubblica amministrazione, senza produrre soluzioni concrete per i cittadini. Con lo spettro che quei luoghi-dormitori, in cui non c’è segno di socialità, di aggregazione, di condivisione, siano per sempre. I comitati dei familiari delle vittime, il “popolo viola”, quello delle carriole, chiedono a gran voce che a ricordare il 6 aprile venga invitato solo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Mentre Berlusconi ha già fatto sapere che ci sarà, a rinverdire il parolaio miracolo aquilano e magari ad annunciare che comprerà una casa anche qui tra le macerie, come a Lampedusa.

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da Il Fatto Quotidiano del 3 aprile 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/03/promesse-da-b-l%E2%80%99aquila-e-morta/101803/

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Terremoto a L’Aquila – Foto del centro storico

Da: | Creato il: 03/giu/2009

http://www.youtube.com/view_play_list?p=2BA91964BF34ED35
Foto del centro storico dopo il sisma del 6 aprile.
Music: Ludovico Einaudi.
On April 6, 2009, at 01:32 GMT (03:32 CEST) an earthquake of 6.3 magnitude struck central Italy with its epicentre near L’Aquila. Many buildings in L’Aquila were damaged. Italian media reports confirmed that many historic buildings collapsed in the centre of the city, and at least 308 deaths, 1,500 injuries, and 60,000 homeless have been reported. There were many students trapped in a partially collapsed dormitory.

The city’s construction was begun by Frederick II, Holy Roman Emperor and King of Sicily out of several already existing villages (ninety-nine, according to local tradition; see Amiternum), as a bulwark against the power of the papacy. The name of Aquila means “Eagle” in Italian. Construction was completed in 1254 under Frederick’s son, Conrad IV of Germany. The name was switched to Aquila degli Abruzzi in 1861, and L’Aquila in 1939. After the death of Conrad, the city was destroyed by his brother Manfred in 1259, but soon rebuilt by Charles I of Anjou, its successor as king of Sicily. The walls were completed in 1316.
Earthquakes mark the history of L’Aquila, as the city is situated partially on an ancient lake-bed that amplifies seismic activity.

The city was struck by an earthquake on December 3, 1315. Another earthquake struck on January 22, 1349, killing about 800 people. Other earthquakes struck in 1452, then on November 26, 1461, and again in 1501 and 1646. On February 3, 1703 a major earthquake struck the town. More than 6.000 people died and almost all the churches collapsed; Rocca Calascio, the highest fortress in Europe was also ruined by this event, yet the town survived. L’Aquila was then repopulated by decision of Pope Clement XI. The town was rocked by earthquake again in 1706, on July 31, 1786, on June 26, 1958 an earthquake of 5.0 magnitude struck the town.

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I comitati cittadini dell’Aquila: “Il 6 aprile B. non lo vogliamo”

Alla vigilia del secondo anniversario del terremoto, nel capoluogo abruzzese non è cambiato niente

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“Che Berlusconi venga oppure no cambia davvero poco. Noi ricordiamo il terremoto 364 giorni l’anno. Poi, ogni 6 aprile, pensiamo solo ai morti”. Alessio Di Giannantonio è il portavoce del Comitato 3e32. In questi giorni tutti vogliono sapere da lui come si sta preparando l’Aquila per il secondo anniversario dal disastro. E la risposta è quella dell’anno scorso: “Non è cambiato nulla.

Il centro è in macerie, la gente vive sfollata o in albergo, i politici litigano e noi siamo incazzati neri”. Ieri una manifestazione organizzata da gruppi del popolo viola ribattezzati per l’occasione Comitato per la ricostruzione e la legalità. Da non confondersi con il Comitato per la ricostruzione supportato dai Bertolaso boys e dalla pagina Facebook pro Bertolaso. “Martedì sera – conferma Di Giannantonio -, faremo una fiaccolata, mercoledì silenzio.

Naturalmente, se Berlusconi fosse così ardito da venire in città, sapremmo come reagire”. D’accordo Giusi Pitari, docente universitaria: “Lo spot all’Aquila non si può fare più. Qui la gente ha già passato quel che sta succedendo a Lampedusa: le sceneggiate, le barzellette, il ghe pensi mi. Qui i cittadini sono abbandonati ai loro guai. Parlo di Berlusconi, ma anche del sindaco Cialente: pure lui deve tener buona una maggioranza ingestibile, magari pensando già alle comunali 2012”.

L’umore è basso, la fiducia scarsa, il senso di abbandono potente. Anche per episodi di cronaca come questo: un disabile cerca di entrare nel centro storico con la sua auto.

La polizia lo ferma perché il passeggero al suo fianco ha una telecamera e in zona sottoposta a controllo militare occorre un apposito permesso. L’auto fa retromarcia, l’Aquila è ancora in gabbia.

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03 aprile 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/03/%E2%80%9Cche-berlusconi-venga-oppure-no-cambia-davvero/101805/

KURT VONNEGUT: L’UCCISIONE DI SACCO E VANZETTI

Kurt Vonnegut: l’uccisione di Sacco e Vanzetti

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Il 23 agosto 1927 venivano assassinati.

Quelli che già altre volte avevano ascoltato Kenneth Whistler lo pregarono di raccontare nuovamente di quando aveva organizzato le manifestazioni di protesta davanti alla prigione di Charlestown, per l’uccisione di Sacco e Vanzetti. Mi sembra strano, oggi, dover spiegare chi fossero Sacco e Vanzetti. Recentemente ho chiesto a Israel Edel, l’ex portiere notturno all’Arapahoe, cosa sapeva lui di Sacco e Vanzetti, e mi ha risposto senza esitazione che erano due giovani di buona famiglia che, a Chicago, avevano commesso un omicidio per provarne il brivido. Li aveva confusi, insomma, con Leopold e Loeb.

Perché dovrebbe sconvolgermi questo? Quand’ero giovane, ero convinto che la storia di Sacco e Vanzetti sarebbe stata raccontata tanto spesso quanto la storia di Gesù Cristo, suscitando altrettanta commozione. Non avevano forse diritto, i moderni – pensavo – a una Passione moderna come quella di Sacco e Vanzetti, che si concludeva sulla sedia elettrica?
Quanto agli ultimi giorni di Sacco e Vanzetti e al finale della loro Passione: come già sul Golgota, erano tre i condannati a morte dal potere statale. Stavolta, non uno su tre era innocente. Innocenti erano due, su tre.

Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l’autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte.

Perché?

“Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli” disse.
Immaginate questa battuta pronunciata da un bravo attore in una moderna Sacra Rappresentazione.

Madeiros morì per primo. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l’unico che avesse famiglia. L’attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell’inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica.

“Viva l’anarchia” disse. “Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici” disse. “Buonasera, signori” disse poi. “Addio, mamma” disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel’ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l’inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone.

Ascoltate:
“Desidero dirvi,” disse, “che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente”. Faceva il pescivendolo, al momento dell’arresto.
“Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto” disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

La loro vicenda, di nuovo:
Sacco e Vanzetti non uccisero mai nessuno. Erano arrivati in America dall’Italia, senza conoscersi fra loro, nel Millenovecentootto. L’anno stesso in cui arrivarono i miei genitori.

Papà aveva diciannove anni. Mamma ventuno. Sacco ne aveva diciassette. Vanzetti venti. Gli industriali americani a quell’epoca avevano bisogno di molta manodopera a buon mercato e docile, per poter tenere basse le paghe.

Vanzetti dirà in seguito: “Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America”.

Papà e mamma mi raccontavano qualcosa di analogo. Anche loro ebbero la sensazione di essere dei poveri fessi che si erano dati tanto da fare solo per esser portati al macello.

I miei genitori furono subito reclutati da un agente delle Ferriere Cuyahoga di Cleveland. Costui aveva l’ordine di ingaggiare solo slavi biondi, mi disse una volta Mister MacCone, in base alla teoria di suo padre per cui i biondi avrebbero avuto la robustezza e l’ingegnosità meccanica dei tedeschi, ma temperata dalla docilità degli slavi. L’agente doveva scegliere sia degli operai sia dei domestici presentabili per le varie case dei MacCone. Perciò i miei genitori entrarono nella classe dei servi.

Sacco e Vanzetti non ebbero altrettanta fortuna. Non c’era nessun sensale cui fossero stati ordinati dei tipi come loro. “Dove potevo andare? Cosa potevo fare?” scrisse Vanzetti. “Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me.” Sicché lui e Sacco, ciascuno per suo conto, per non crepare di fame, dovettero cominciar subito a questuare in cattivo inglese un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga – andando di porta in porta.

Il tempo passava.
Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts), la cittadina in cui, guarda caso, era nata la madre di Mary Kathleen O’Looney. Sacco prese moglie e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel Millenovecentosedici.

Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorò qua e là: in trattorie, in una cava, in un’acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido lettore. Studiò Marx e Darwin e Victor Hugo e Gor’kij e Tolstoj e Zola e Dante. Questo aveva in comune con quelli di Harvard. Nel Millenovecentosedici guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, ch’era la Plymouth Cordage Company, oggi consociata della RAMJAC. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio.

Fu nel Millenovecentosedici che Sacco e Vanzetti si conobbero bene. Si rese evidente a entrambi – pensando ognuno per proprio conto alla brutalità del padronato – che i campi di battaglia della Grande Guerra erano semplicemente altri luoghi di pericoloso e odioso lavoro, dove pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite nella speranza di far soldi.

Era chiaro per loro, anche, che l’America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italoamericani che ripararono in Messico fino alla fine della guerra.

Gli anarchici sono persone che credono con tutto il loro cuore che i governi sono nemici dei loro stessi popoli.

Mi trovo ancor oggi a pensare che la storia di Sacco e Vanzetti possa entrare nelle ossa di future generazioni. Forse occorre solo raccontarla qualche altra volta. In ogni caso, la fuga in Messico verrà certo vista come un’ulteriore espressione di una sorta di sacro buon senso.

Sia come sia, Sacco e Vanzetti tornarono nel Massachusetts dopo la guerra, amici per la pelle. Il loro buon senso, sacro o no, basato su libri che quelli di Harvard leggono abitualmente senza cattivi effetti, era sempre apparso disdicevole al loro prossimo. Questo stesso prossimo – e quelli che volevano deciderne il destino senza incontrare tanta opposizione – presero a sentirsi atterriti da quel buon senso, specie quando a possederlo erano degli immigrati.

Il dipartimento di Giustizia compilò un elenco segreto di stranieri che non facevano mistero di quanto trovavano ingiusti e insinceri e ignoranti ed esosi tanti esponenti della cosiddetta Terra promessa. Sacco e Vanzetti erano inclusi in tale lista. Erano pedinati da spie del governo.

Incluso nella lista era anche un tipografo a nome Andrea Salsedo, amico di Vanzetti.

Costui fu arrestato a New York da agenti federali, senza specifiche accuse, e venne tenuto isolato per otto settimane. Il tre maggio del Millenovecentoventi Salsedo cadde o saltò o fu spinto da una finestra al quattordicesimo piano, dove avevano sede certi uffici del dipartimento di Giustizia.

Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per chiedere che fosse aperta un’inchiesta sull’arresto e sulla morte di Salsedo. Il comizio doveva tenersi il nove maggio a Brockton, nel Massachusetts, paese natale di Mary Kathleen O’Looney. Lei aveva sei anni, allora. Io, sette.
Sacco e Vanzetti vennero arrestati per attività sovversive prima che il comizio avesse luogo. Il loro reato era il possesso di volantini che annunciavano il comizio. Rischiavano una forte multa e fino a un anno di carcere.

Ma, ecco, d’un tratto, furono anche accusati di due omicidi rimasti irrisolti. Due guardie giurate erano state uccise durante una rapina a South Braintree (Massachusetts) circa un mese prima.
La pena per questo reato era, naturalmente, alquanto più dura: la morte indolore per entrambi sulla medesima sedia elettrica.

Vanzetti, per soprappiù, fu anche accusato di un tentativo di rapina a Bridgewater (Massachusetts). Processato, fu riconosciuto colpevole. Venne così tramutato, da pescivendolo, in notorio criminale, prima che Sacco e lui fossero processati per duplice omicidio.

Era colpevole, Vanzetti, di quel reato di rapina? Forse sì, ma non importava molto. Chi lo disse, che non importava molto? Il giudice che diresse il processo disse che non importava molto. Costui era Webster Thayer, rampollo di ottima famiglia del New England. E disse alla giuria: “Quest’uomo, benché potrebbe non aver effettivamente commesso il reato contestatogli, è tuttavia moralmente colpevole, poiché è un nemico giurato delle nostre vigenti Istituzioni”.
Parola d’onore: questa frase fu pronunciata da un giudice nell’aula di un tribunale americano. Traggo la citazione da un libro che ho sottomano: Labor’s Untold Story (Storia inedita del sindacalismo) di Richard O. Boyer e Herbert M. Morais (ed. United Front, San Francisco 1955).
E toccò poi a quello stesso giudice Thayer processare per omicidio Sacco e il noto criminale Vanzetti. Furono dichiarati colpevoli dopo un anno circa dal loro arresto; era il luglio del Millenovecentoventuno, e io avevo otto anni.

Quando alla fine salirono sulla sedia elettrica, io ne avevo quindici. Se udii qualcuno a Cleveland parlarne, l’ho dimenticato.

L’altro giorno in ascensore ho attaccato discorso con un fattorino della RAMJAC. Uno della mia età. Gli ho chiesto se ricordava niente di quell’esecuzione, avvenuta quando lui era ragazzo. Sì, mi rispose, aveva udito suo padre dire ch’era stufo marcio di sentire parlare di Sacco e Vanzetti, e che era contento che fosse finita.

Gli chiesi che cosa facesse suo padre, di mestiere.
“Era direttore di banca a Montpellier, nel Vermont” mi rispose. Il vecchio fattorino indossava un pastrano militare, residuato di guerra.

Al Capone, il famoso gangster di Chicago, trovava giusto che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati. Anche lui era convinto che fossero nemici del modo di pensare americano sull’ America. L’indignava che fossero così ingrati verso l’America, quegli immigrati italiani.

Stando a Labor’s Untold Story, Capone disse: “Il bolscevismo bussa alla nostra porta… Dobbiamo tener i lavoratori lontani dall’ideologia rossa e dalle astuzie rosse”.

Il che mi ricorda una novella di Robert Fender, il mio amico galeotto. Vi si narra di un pianeta sul quale il crimine peggiore è l’ingratitudine. La gente viene condannata a morte, se ingrata. La condanna a morte viene eseguita, come in Cecoslovacchia, mediante defenestrazione. I condannati vengono buttati da un’alta finestra.

Il protagonista del racconto viene alla fine scaraventato giù da una finestra per ingratitudine. Le sue ultime parole, mentre precipita dal trentesimo piano, sono: “Grazie miiiiiiiiilllllllleeeeee!”.

Prima che Sacco e Vanzetti venissero giustiziati per ingratitudine nello stile del Massachusetts, però, grandi proteste si levarono in tutto il mondo. Il pescivendolo e il calzolaio erano divenuti celebrità planetarie.

“Mai ci saremmo aspettati, in vita nostra,” disse Vanzetti, “di poter compiere un tale lavoro in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione reciproca fra gli uomini, come ora vuole il caso che compiamo.”

Se da ciò si ricavasse una Passione teatrale moderna, gli attori chiamati a interpretare le autorità, i Ponzi Pilati, dovrebbero esprimere sdegno per le opinioni della massa. Ma sarebbero più in favore che contro la pena di morte, in questo caso.
E non si laverebbero le mani.

In effetti erano tanto fieri del loro operato che incaricarono un comitato – composto da tre fra i più saggi, rispettati, equanimi e imparziali individui del momento – di dire al mondo intero se giustizia sarebbe stata fatta.

Fu soltanto questa parte della storia di Sacco e Vanzetti che Kenneth Whistler volle raccontare, quella sera di tanto tempo fa, mentre Mary Kathleen e io l’ascoltavamo tenendoci per mano.

Si dilungò con molto sarcasmo sulle risonanti credenziali dei tre saggi.
Uno era Robert Grant, giudice in pensione, che conosceva le leggi a menadito e sapeva in che modo farle funzionare. Presidente del comitato era il rettore di Harvard, e sarebbe stato ancora rettore quando m’iscrissi io. Figurarsi. Si chiamava A. Lawrence Lowell. Il terzo che, secondo Kenneth Whistler, “s’intendeva molto di elettricità, se non di altro”, era Samuel W. Stratton, rettore del Politecnico del Massachusetts (MIT).

Mentre eran dietro a deliberare, ricevettero migliaia di telegrammi: alcuni in favore dell’esecuzione ma la maggior parte contro. Fra i mittenti c’erano Romain Rolland, George Bernard Shaw, Albert Einstein, John Galsworthy, Sinclair Lewis e H.G. Wells.

Il triunvirato dichiarò alla fine che, se Sacco e Vanzetti fossero stati messi a morte, giustizia sarebbe stata fatta.

Questo dice la saggezza degli uomini più saggi del momento. E sono indotto a chiedermi se la saggezza sia mai esistita e possa mai esistere. E se la saggezza fosse tanto impossibile in questo particolare universo quanto il moto perpetuo?

Chi è l’uomo più saggio della Bibbia, ancor più saggio, si suppone, del rettore di Harvard? Re Salomone, naturalmente. Due donne che si contendevano un bambino comparvero davanti a Salomone, chiedendo che applicasse la sua leggendaria saggezza al loro caso. Lui suggerì allora di tagliare in due il bambino.

E gli uomini più saggi del Massachusetts dissero che Sacco e Vanzetti dovevano morire.
Quando il loro parere fu reso noto, il mio eroe Kenneth Whistler guidava una manifestazione di protesta davanti al palazzo del governo di Boston. Pioveva.

“La natura si mostrava partecipe” disse, guardando proprio Mary Kathleen e me, seduti in prima fila. E rise.

Mary Kathleen e io non ridemmo con lui. Né rise alcun altro fra il pubblico. La sua risata risuonò agghiacciante. La natura se ne frega di quello che provano gli esseri umani e di quello che loro succede.

La manifestazione davanti al palazzo del governo di Boston durò ininterrotta per altri dieci giorni, fino alla sera dell’esecuzione. Quella sera lui guidò i dimostranti per le strade tortuose e oltre il fiume, fino a Charlestown, dov’era la prigione. Fra i dimostranti c’erano Edna Saint Vincent Millay e John Dos Passos e Heywood Broun.

C’erano polizia e Guardia nazionale ad attenderli. C’erano mitragliatrici, in cima alle mura del carcere, puntate contro la popolazione che chiedeva clemenza a Ponzio Pilato.

Kenneth Whistler aveva con sé un pacco pesante. Era un enorme striscione, arrotolato. Lo aveva fatto preparare quel mattino.

Le luci del carcere cominciarono ad abbassarsi.
Quando si furono abbassate nove volte, Whistler e un amico si precipitarono alla camera ardente dove i corpi di Sacco e Vanzetti sarebbero stati esposti. Lo stato non sapeva più che farsene, delle salme. Venivano restituite a parenti e amici.

Whistler disse che due catafalchi eran stati eretti nella camera ardente, in attesa delle bare. Allora Whistler e il suo amico dispiegarono lo striscione e l’appesero alla parete, sopra i catafalchi.
Su quello striscione erano dipinte le parole che l’uomo che aveva condannato Sacco e Vanzetti a morte, il giudice Webster Thayer, aveva detto a un amico poco dopo aver emesso la sentenza:

Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici, l’altro giorno?

Fonte: Kurt Vonnegut, Pezzo di galera (tit. orig. Jailbird), 1979, edizione Feltrinelli (2004), traduzione di Pier Francesco Paolini dal sito Filiarmonici.

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fonte: http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=7956&catid=41&Itemid=68

La porta sbarrata, i misteri su Lele Scieri in un libro del giornalista Aldo Mantineo

La porta sbarrata, i misteri su Lele Scieri in un libro del giornalista Aldo Mantineo

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Edito da Lombardi, uscirà ad ottobre: intervista ai genitori del parà

di Redazione

Siracusa – “Adesso sì, non ci sentiamo più di credere in questo Stato. Anzi, pensiamo che lo Stato abbia quasi rinunciato a rispondere alla nostra domanda di verità e di giustizia per la morte di Lele e ci abbia chiuso la porta in faccia. E adesso, undici anni dopo la perdita di nostro figlio e dopo che tutti i processi intentati in sede militare, penale e civile si sono chiusi con un nulla di fatto, quella porta è sbarrata”.

E’ uno dei passaggi della lunga intervista di Corrado Scieri ed Isabella Guarino, i genitori di Emanuele Scieri il giovane avvocato siracusano morto il 13 agosto 1999 in circostanze mai chiarite ai piedi della scala della torretta di prosciugamento dei paracadute nella caserma “Gamerra” di Pisa dove era giunto per svolgere il servizio di leva tra i parà della “Folgore”. La testimonianza dolorosa dei genitori fa parte del libro “La porta sbarrata. Misteri, omissioni e reticenti silenzi sulla morte di Lele Scieri” del giornalista siracusano Aldo Mantineo che il prossimo autunno sarà in distribuzione in tutta Italia per i tipi Lombardi Editori.

Lo sfogo di Corrado Scieri ed Isabella Guarino è stato raccolto dall’autore dopo che anche il Tribunale Civile di Catania ha respinto il ricorso della famiglia contro i vertici della   caserma “Gamerra” ed alcuni militari in servizio nei giorni in cui è consumata la vicenda. “Ad oggi possiamo dire che per lo Stato Italiano la vita di mio figlio valga 50 milioni delle vecchie lire: è stato questo, infatti, l’indennizzo ricevuto – si legge ancora nell’intervista –. Ma quello che brucia non è il mancato risarcimento richiesto, somme che avremmo destinato eventualmente ad azioni concrete non solo per tenere viva la memoria di Lele ma soprattutto per mettere in campo iniziative per far sì che mai più vicende simili possano verificarsi, quanto il fatto che abbiamo perso anche l’ultima speranza di poter rimettere in piedi l’inchiesta che è stata archiviata a Pisa nel 2001. E questo fatto brucia ancor di più perché il giudice Salvatore Barberi della Quinta Sezione Civile del Tribunale di Catania ha sì rigettato la nostra istanza ma ha anche scritto nel suo provvedimento che siamo in presenza di un omicidio, pur senza mai adoperare questo termine: “ (…) Si deve quindi concludere che la responsabilità circa il tragico fatto in esame è solo di quei soggetti, purtroppo non identificati e perciò rimasti impuniti, che hanno provocato la morte di Emanuele Scieri a seguito della caduta della torretta, aggiungendosi che questi soggetti sono rimasti non identificati anche per la condotta, penalmente rilevante, di altri che hanno consentito agli autori del crudele crimine in questione di sottrarsi alla loro individuazione da parte dell’autorità (…)” Adesso, dunque, possiamo solo confidare che, magari vinto dal rimorso, chi sa, e c’è certamente qualcuno che sa, trovi il coraggio di parlare”.

Nella foto, un dettaglio della copertina del libro

fonte: http://www.giornaledisiracusa.it/attualita/16375-qla-porta-sbarrataq-misteri-del-caso-scieri-in-un-libro-del-giornalista-aldo-mantineo.html

12 agosto 1944: 560 civili uccisi a Sant’Anna di Stazzema.

12 agosto 1944: 560 civili uccisi a Sant’Anna di Stazzema.

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Il 12 agosto 1944 i soldati della SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS radunarono 560 abitanti (per lo più anziani, donne e bambini) e, dopo averli brutalmente uccisi, li bruciarono.

In Italia, il massacro non è stato conosciuto pubblicamente fino al 1994, quando, durante un’indagine del procuratore militare Antonino Intelisano, furono ritrovati 695 fascicoli su fatti di sangue accaduti in Italia durante la II Guerra Mondiale e riposti in un armadio in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, chiuso con le ante verso la parete e per questo ribattezzato “Armadio della vergogna”.

Sul vicino col di Cava sorge il monumento-ossario che raccoglie i resti delle vittime, coronato da una scultura in pietra locale, opera di Vincenzo Gasperetti, che raffigura una madre che stringe al petto la figlioletta morta.

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fonte: http://www.facebook.com/notes/-la-resistenza-partigiana-/per-non-dimenticare-i-560-civili-uccisi-a-santanna-di-stazzema/415929847554

Un episodio rilevante dell’eccidio fu il massacro della famiglia di Antonio Tucci, un ufficiale di marina che lavorava a Livorno, ma originario di Foligno, che aveva condotto la sua famiglia a Sant’Ann…a di Stazzema. In questa strage morirono 8 dei suoi figli (la cui età andava dai pochi mesi ai 15 anni) e la moglie. Soltanto lui si salvò perché in servizio a Livorno.
Il 25 aprile 2004 il Comune di Foligno, durante la festa della Liberazione, rendendo omaggio alle vittime della Resistenza e degli eccidi, ha intitolato una piazza del centro cittadino a Don Minzoni; in mezzo alla piazza è stato realizzato un monumento che comprende una fontana a forma di clessidra, nel cui fascione centrale sono scolpiti in bronzo alcuni episodi a ricordo delle vittime, tra i quali la Croce della famiglia Tucci.

fonte: http://www.facebook.com/photo.php?pid=25967&op=1&view=all&subj=1006493381&id=100001230158105&ref=notif&notif_t=photo_tag

Il Giappone ricorda Hiroshima, storica presenza degli Usa

Il Giappone ricorda Hiroshima, storica presenza degli Usa

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Sessantacinque anni fa venne sganciata la bomba atomica

TOKYO – Un accorato appello di pace per l’abolizione totale delle armi nucleari è partito oggi dalla città giapponese di Hiroshima in occasione del 65/o anniversario dal primo olocausto atomico dell’umanità, in una cerimonia storica che ha visto la prima  partecipazione ufficiale degli Stati Uniti e di un Segretario generale delle Nazioni Unite.

Oltre 55.000 persone si sono raccolte nella città della bomba presso il Parco della Pace, osservando un minuto di silenzio alle 08:15 (l’1.15 in Italia), l’ora in cui, da un’altitudine di circa 600 metri, l’ordigno ‘Little Boy’ esplose nel cielo di Hiroshima  scatenando quello che i sopravvissuti hanno definito “l’inferno sulla terra”, uccidendo sul colpo almeno 70.000 persone e altrettante  nei mesi immediatamente successivi.

All’evento commemorativo hanno partecipato, tra le numerose personalità, l’ambasciatore Usa in Sol Levante, John Roos, in rappresentanza degli Stati Uniti, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e il premier nipponico, Naoto Kan. La cerimonia quest’anno ha visto la partecipazione record di 74 Paesi, il numero più alto finora registrato, tra cui anche la prima presenza in  assoluto da parte di rappresentanti delle potenze atomiche Francia e Gran Bretagna.

“Siamo tutti insieme in un viaggio da Ground Zero a Global Zero, ovvero un mondo libero dalle armi di distruzione di massa – ha  dichiarato Ban nel suo intervento alla cerimonia -. E’ l’unica via percorribile verso un mondo più sicuro. Finché esisteranno gli  armamenti atomici saremo costretti a vivere sotto un’ombra nucleare”.

In una nota diffusa dopo la conclusione dell’evento dall’ambasciata americana a Tokyo, Roos ha dichiarato che “per il bene delle  generazioni future è necessario continuare a lavorare insieme per realizzare un mondo senza armi nucleari”, senza tuttavia rilasciare  alcun commento durante la trasferta a Hiroshima.

Il premier nipponico, Naoto Kan, ha rilanciato l’auspicio a nome del popolo giapponese per un mondo libero dalle armi atomiche, confidando nei sopravvissuti alla bomba come “ambasciatori speciali per la denuclearizzazione”, mentre il sindaco di Hiroshima,  Tadatoshi Akiba, ha esortato il governo di Tokyo ad “abbandonare l’ombrello atomico statunitense e guidare il movimento  internazionale per il disarmo”.

La visita di Roos, tuttavia, è stata commentata con disappunto da Kazushi Kaneko, 84 anni, presidente dell’associazione dei  sopravvissuti alla bomba di Hiroshima: “L’ambasciatore Usa non ha nemmeno offerto un omaggio floreale. Quale è stato lo scopo  della sua visita a Hiroshima?”, si è chiesto Kaneko, che si aspettava scuse per quello che ha definito “un gigantesco errore  umanitario”.    Secondo le ultime stime ufficiali, la bomba atomica sganciata su Hiroshima ha causato ad oggi 269.446 vittime,  mentre 227.565 sono i sopravvissuti (‘hibakushà) ancora in vita, con un’età media di 76,7 anni.

fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/08/06/visualizza_new.html_1878853079.html

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=1810

Strage di Bologna, per il trentennale commemorazione senza ministri / Bologna, ancora depistaggi 30 anni dopo la strage del 2 agosto

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Il governo sarà rappresentato dal prefetto Angelo Tranfaglia

Strage di Bologna, per il trentennale commemorazione senza ministri

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Il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime: «Come da Borsellino, il governo evita i momenti delicati»

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BOLOGNA – Sarà il prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia, a rappresentare lunedì 2 agosto il governo alla commemorazione per i 30 anni della strage di Bologna. Al posto dei politici, due ragazze nate nel 1980 saliranno sul palco allestito davanti all’ingresso principale della stazione, per commemorare le 85 vittime. Per la prima volta non ci sarà quindi nessun rappresentante dell’esecutivo in veste ufficiale alla cerimonia. Tranfaglia parlerà alle 8,30 ai parenti delle vittime nella sala del consiglio comunale prima della partenza del corteo. Lo ha confermato il commissario Anna Maria Cancellieri, che da alcuni mesi svolge le funzioni di sindaco a Bologna, spiegando che la comunicazione ufficiale è arrivata venerdì sera in prefettura.

STRATEGIA – Il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, che da anni si batte per l’abolizione del segreto di Stato e per conoscere la vera dinamica della strage, aveva chiesto di abbassare i toni delle contestazioni ai rappresentanti dei governi che accompagnano da molti anni la celebrazione della strage. «Avevamo fatto di tutto per avere risposte dal governo sul segreto di Stato e sui risarcimenti, così invece non ce ne saranno. Anche per la commemorazione di Borsellino non c’era nessuno: non vorrei che fosse una nuova strategia governativa quella di evitare i momenti delicati», ha commentato Bolognesi.

IDV: SCHIAFFO A VITTIME – «Il governo dà uno schiaffo alla memoria delle 85 vittime della strage di Bologna e ai loro familiari», ha commentato in una nota il portavoce di Italia dei valori, Leoluca Orlando. «È ignobile il fatto che nessun ministro e vice ministro sarà presente a Bologna. In trent’anni non è mai accaduto. Continuiamo a batterci per demolire questo muro di gomma che impedisce di accertare tutte le responsabilità per una strage che ha provocato moltissime vittime innocenti».

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Redazione online
31 luglio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_31/strage-bologna-prefetto_9a6118c4-9c9f-11df-80c5-00144f02aabe.shtml

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Bologna, ancora depistaggi 30 anni dopo la strage del 2 agosto

Lunedì prossimo l’anniversario. Parla Valter Bielli: “Nè Kram, nè palestinesi”

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di Giovanni Vignali
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Ormai ci siamo, lunedì prossimo sarà il trentennale della strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980: 85 i morti e oltre 200 i feriti). Anche quest’anno segnato dalle polemiche. Stavolta per la riproposizione della tesi innocentista per i condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini e per  l’idea – soprattutto di alcuni – che la verità sia da ricercare altrove.
Molte di queste istanze, però, sono la rimasticatura del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare Mitrokhin, istituita fra il 2001 ed il 2006, durante il secondo Governo Berlusconi. In primis la pista sul presunto coinvolgimento del tedesco Thomas Kram, presente nella città emiliana il giorno dell’esplosione.
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L’intervista a Valter Bielli, ex Commissione Mitrokhin

Per la prima volta parla l’onorevole Valter Bielli, capogruppo dei Ds proprio nella Mitrokhin, che su queste tesi (e molto altro) ha lavorato a lungo presentando, al termine delle sessioni del gruppo presieduto da Paolo Guzzanti, la relazione del centrosinistra sulle 261 schede redatte dall’ex archivista del Kgb che vennero consegnate ai servizi italiani e che costituirono il corpo centrale dell’opera della Commissione.

Valter Bielli: come nasce il presunto coinvolgimento del tedesco Kram nella strage di Bologna?
Venne sollevato dall’onorevole Raisi (parlamentare del Pdl, ndr), a seguito di una ricerca di alcuni consulenti, in particolare Pellizzaro, che su questo aveva scritto molto su una rivista di centrodestra. Mi preme sottolineare però che è una vicenda che al momento dell’inchiesta giudiziaria fu seguita e non portò a nulla. Non è nata adesso, era già stata monitorata. Non che non fosse nota: diciamo che ora viene ripresentata, enfatizzata.

Adesso però anche il giudice Rosario Priore apre spiragli, quasi a dire: la verità processuale sulla colpevolezza di Fioravanti, Mambro e Ciavardini non è tutto.
Mah… Il giudice parla di stragi dalla “matrice incerta”, includendo anche Bologna.
Fa una riflessione sul contesto internazionale. La cosa che mi sorprende è che sembra che Priore non conosca gli atti processuali di quel periodo. Come se non avesse avuto la possibilità di leggere quello che era stato riscontrato. Eppure di tutto ciò in Commissione Mitrokhin abbiamo parlato. Abbiamo approfondito e dato delle risposte.

Quali?
Primo: Kram non risulta agli atti – e nei documenti che noi abbiamo acquisito – fosse per certo all’interno dell’organizzazione diretta dal terrorista Carlos, per ordine del quale – secondo qualcuno – avrebbe avuto una parte nella strage.
Kram era un’altra cosa: faceva parte delle Cellule rivoluzionarie. Una formazione criminale che in Germania non faceva certo dello stragismo la sua ragion d’essere. Al contrario: puntavano su operazioni mirate per non inimicarsi l’opinione pubblica.
Poi la cellula di cui faceva parte il tedesco, presente a Bologna il giorno della strage di Bologna, si divide e una parte sola va con Carlos. Viene documentato un unico incontro a Budapest fra i due, ma è un summit molto aleatorio.

Eppure lo ha detto anche lei: Kram il 2 agosto 1980 era a Bologna.
Ma è proprio questo che non torna. Nel 1980 non risultava fra i terroristi, ma era già persona attenzionata dalle forze dell’ordine.
Erano state fatte indagini su Kram, al punto tale che venne controllato alla frontiera e venne riconosciuto.
Ci sono pezze d’appoggio a testimoniarlo. Il tedesco presentò regolare patente, e con essa soggiornò a Bologna. Qualcuno ha un minimo di cognizione di chi fosse all’epoca Kram?
Era un falsificatore provetto, in particolare di passaporti. Era talmente bravo a fare questo lavoro che non solo procurava documenti alle Cellule rivoluzionarie, ma addirittura era riuscito a finanziarle con una gigantesca truffa, l’operazione “libretti postali” condotta in Germania.
Ricapitolando: un uomo che può viaggiare il mondo senza essere riconosciuto, che costituisce uno dei canali di approvvigionamento economico della sua organizzazione, viene a compiere una strage – non si sa con quali competenze di esplosivo – decidendo di usare la sua patente, facendosi riconoscere più volte.
A livello logico zoppica un po’ come ricostruzione, non trova?

In molti ribattono: Fioravanti, Mambro e Ciavardini erano ragazzi. Non erano in grado di portare a termine una simile mattanza.
Sono stati cinque gradi di giudizio, durati 15 anni, a stabilire chi furono i responsabili: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
E anche dal processo a Luigi Ciavardini, si attesta tutto questo. Inoltre, per chi lo dimenticasse, ci sono state condanne anche per quella parte dei servizi segreti deviati legati alla P2. Insomma, c’era un contesto politico più grande.
Il 2 agosto possono avere operato entità che avevano interesse a far sì che ci realizzasse una situazione di quel tipo.

Quale interesse?
A Bologna registriamo gli attentati a treni, gli episodi degli anni ‘70, non dimentichiamo mai l’omicidio di Marco Biagi.
Colpire il capoluogo emiliano ha un grande effetto nell’opinione pubblica. Bologna è un simbolo per la sinistra. La bomba crea le condizioni perché si chieda più ordine, più sicurezza. Chi vuole conservare lo status quo può utilizzare anche lo stragismo.

Altra pista alternativa della quale si discute molto è quella palestinese. Ne ha parlato il Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga. L’idea che la detonazione sia dovuta a un carico di esplosivo che le organizzazioni palestinesi stavano trasportando e che scoppiò nel capoluogo emiliano.
Sì, e penso se ne discuterà ancora a lungo, nei prossimi mesi.
Anche su questo, così come su Kram, va fatta una precisazione: i magistrati approfondirono lo spunto già all’epoca, non si tratta di una novità.
E non si approdò a nulla.
Qual è il punto vero: dal ’73 al giugno dell’81 in Italia si è verificato un accordo voluto da Aldo Moro teso a permettere ai palestinesi il transito delle armi, e qualche copertura rispetto alle loro organizzazioni più democratiche, in ragione del fatto che nel nostro paese non ci fossero attentati.
Questo sta scritto nella relazione di cui sono primo firmatario, alla Commissione Mitrokhin. E’ un fatto provato e c’è di mezzo il colonnello Giovannone (ex ufficiale del Sismi, responsabile dei servizi segreti italiani in Libano, ndr).
Sto parlando di atti parlamentari con regolare documentazione a supporto, è chiaro? E nessuno li ha mai contestati.

Dunque ciò che ipotizza Cossiga è possibile?
Come detto le investigazioni ci sono state e non hanno portato risultati. Non solo: un’esplosione del genere avrebbe causato un danno enorme ai palestinesi, avrebbe reso di fatto impossibile il lavoro del nostro governo a favore della loro causa.

In conclusione: che bilancio trae della Commissione Mitrokhin, e perché alcune piste che sviluppò ritornano, ciclicamente, a distanza di anni?

Fu una Commissione nata con uno scopo più politico che di documentazione storica.
Il fatto che il Presidente Guzzanti abbia voluto al suo fianco come consulente questo Mario Scaramella, che ha intrattenuto rapporti con uomini dei servizi esteri, è un fatto sul quale non s’è riflettuto a fondo.
Io penso che si dovrebbe, eccome. Soprattutto perché poi Guzzanti scrive un libro: “Il mio agente Sasha”. Vi sembra così normale questo linguaggio per il Presidente di una Commissione del Parlamento italiano? Il mio agente Sasha? Con riferimento a Litvinenko (ex esponente dell’intelligence russa, poi dissidente, morto a Londra nel 2006 per intossicazione da polonio)? C’è stata, come minimo, più di una forzatura”.

Tutti da buttare, allora, i risultati partoriti da quel gruppo di approfondimento sulle schede dell’ex archivista del Kgb?
No, al contrario, ci fu molto lavoro utile.
L’elemento col quale abbiamo fatto i conti nella Mitrokhin è che le vicende nazionali devono essere sempre inquadrate in un contesto internazionale. Est e ovest, in verità, su quel periodo italiano hanno agito per obiettivi comuni, rispetto al fatto che il mondo di Yalta andava bene ad entrambi.
E, aggiungo, ne abbiamo dedotto che i servizi segreti dell’Est e dell’Ovest – con responsabilità diverse – hanno sempre avuto cognizione di quello che stava accadendo nel nostro paese e che in molti casi hanno, se non favorito, lasciato fare.

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31 luglio 2010

fonte:  http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Bologna,%20ancora%20depistaggi%2030%20anni%20dopo%20la%20strage%20del%202%20agosto&idSezione=7796

Palermo ricorda giudice Chinnici nel 27° anniversario della strage / Le grida contro la mafia che si spengono nel silenzio

Palermo ricorda giudice Chinnici in 27° anniversario strage

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29 luglio 2010
Palermo. Cerimonia commemorativa oggi
in via Pipitone Federico, a Palermo, in occasione del 27esimo anniversario della strage in cui persero la vita il giudice Rocco Chinnici, i carabinieri di scorta, maresciallo Mario Trapassi, appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

Alle 18.30 sul luogo dell’eccidio saranno deposte delle corone di fiori e saranno resi gli onori militari. Alle 19 verrà celebrata la Santa Messa officiata da monsignor Salvatore Grimaldi, nella chiesa di S. Maria Maddalena all’interno della caserma «Carlo Alberto Dalla Chiesa», sede del Comando Legione Carabinieri Sicilia. Alle 20, sempre nella caserma, in programma una mostra dal titolo «Rocco Chinnici, un Giudice moderno». Parteciperanno i familiari delle vittime, il generale di divisione Vincenzo Coppola, comandante della Legione Carabinieri Sicilia, ed il colonnello Teo Luzi, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo.

Adnkronos
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fonte:  http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29970/48/

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Mafia: le grida contro la mafia che si spengono nel silenzio

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di Rino Giacalone – 28 luglio 2010

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Vorrei, tanto vorrei, ma non ci riesco.
Cerco e mi sforzo di trovare esempi positivi nella lotta alla mafia fuori dai palazzi deputati…

…alla lotta a Cosa Nostra, quelli delle Procura, degli uffici investigativi, dalle aule di giustizia, ma ne trovo pochi.

La società che lotta la mafia, dov’è? Ovviamente parlo del territorio dove vivo, dove c’erano e sono tornati quei lupi che circondarono Rostagno e lo azzannarono a morte, e prima ancora resero inermi procure, tribunali, azzannarono e uccisero pm, giudici, gente senza colpa, mentre in giro si diceva che la mafia non esisteva. Oggi vedo la gente, i giovani, c’è Libera che mai è inoperosa, e se non ci fosse Libera con i suoi attivisti l’antimafia nemmeno esisterebbe, ma c’è il rischio, che non riguarda certo i giovani, le donne e gli uomini di Libera, che tutto avvenga quasi recitato, non per colpa dei protagonisti, nessuno di loro recita, ma del pubblico a cui piace vedere il tutto come una rappresentazione teatrale, si partecipa, pochi o in molti, si applaude, poi si va via, spesso l’andazzo quotidiano non cambia, l’indignazione non crescete.

Mi pongo delle domande. Mi chiedo perché per esempio Partanna non riesca ad uscire dall’equivoco, celebrando a dovere il ricordo di Rita Atria, sua concittadina. Basta una messa, battersi il petto come si fa ogni anno in una “deserta” chiesa madre a togliersi quello che rimane l’assunzione di un obbligo con un rito religioso? No che non basta ed è pure avvilente, a pensare che nello stesso centro del Belice ogni anno ci si dà appuntamento per ricordare un giudice di grande valore, vittima lui, come Rita, della violenza mafiosa, lasciato solo, come Rita, a combattere i poteri forti, lui indossava una toga ed era il giudice istruttore Rocco Chinnici, una fondazione che porta il suo nome puntualmente viene qui a distribuire riconoscimenti. Rita indossava gli abiti semplici di una ragazzina di 17 anni, coltivava gli ideali di una ragazzina di quella età, ma ha dovuto metterli da parte perché lei a 17 anni ha mostrato più coscienza di un adulto di quegli anni, e di un adulto di oggi, sentendo il dovere della testimonianza. Dovere con la D maiuscola come il Dovere che sentiva suo Rocco Chinnici. E allora mi chiedo perché Rocco Chinnici si, e Rita Atria. E’ una considerazione che pongo all’attento magistrato e assessore regionale Caterina Chinnici, figlia del giudice istruttore. E’ una domanda che pongo al sindaco di Partanna, Giovanni Cuttone, lo stesso sindaco che mi spiace andò a dire di non essere andato a trovare Piera Aiello, cognata di Rita, testimone di giustizia come lei, quando venne a Partanna a protestare platealmente contro la grave disattenzione commessa nello Stato nei suoi confronti. Le assurdità del nostro Paese. Chi testimonia, chi vede e racconta certi fatti è costretto a stare nascosto, i responsabili scontate le pene tornano liberi, in giro, magari più minacciosi di prima, senza che nessuno tolga loro il saluto. Su questi temi Piera Aiello voleva provocare una reazione, che non c’è stata nella Partanna che invece celebra Rocco Chinnici, dico io, con qualche nota di contraddizione. A Partanna su Rita  Atria resiste il silenzio, come se lei non sia mai stata figlia di questo paese.
Per fortuna Rita è figlia di altre città che a loro modo cercando di ricordarla, colmando il vuoto che si è fatto attorno a lei. Rita non può essere ricordata solo nel giorno del suo suicidio ma andrebbe ricordata ogni giorno per tutta la sua storia. Rita a 17 anni ha guidato le forze dell’ordine contro la mafia del Belice, gli arresti e le condanne però sono state insufficienti a fermare la barbarie e la crescita di Cosa Nostra. Non ci sono stati altri che come Rita e Piera Aiello sono andati a testimoniare, e la mafia nel Belice oggi non spara più ma fa impresa, gestisce centri commerciali e oleifici, fa da circuito ai pizzini di Matteo Messina Denaro e protegge il boss nella sua latitanza. Ci sono dunque tanti motivi perchè si ricordi Rita, per far riscoprire il dovere della testimonianza, e perché il latitante solo così può essere catturato. E allora no che non basta una messa.

Le grida non sono solo quelle che chi ha lasciato Rita. Ce ne sono altre.  Trapani non è proprio povera di esempi positivi. Uno è maturato di recente ma è rimasto non colto. In una provincia dove si parla (male) più dell’antimafia che della mafia, è rimasta sepolta da un silenzio di tomba la lettera di tre ragazzi, figli del riconosciuto uomo d’onore della mafia mazarese, l’ex capo dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara, Pino Sucameli. Uno che faceva il colletto bianco la mattina e la sera andava a sedere a tavola con Totò Riina quando questi era latitante a Mazara. Oppure si prendeva cura di altri boss ricercati cui si preoccupava di trovare sicuri rifugi. I tre ragazzi non hanno recitato per niente, hanno dichiarato lo schifo per la mafia e respirato il fresco profumo della libertà ricordando Paolo Borsellino e rinnegando loro padre, chiedendo scusa per le sue malefatte e lo scempio da lui creato. Hanno scelto altre vie, hanno girato le spalle alla via di Cosa Nostra, Francesco, Dario ed Alessandro, rispetto ad altri che invece hanno accettato eredità di questo genere, oppure hanno scelto il silenzio, o ancora altri che hanno rinnegato il padre mafioso quando questi ha deciso di collaborare con la giustizia. Cosa hanno ottenuto i tre ragazzi. Nulla. Per fortuna loro non cercavano niente e il contenuto della loro lettera è chiaro, la strada intrapresa non dipendeva dal consenso di chicchessia, ma è stata scelta presa e da loro condotta fino in fondo. Ma mi chiedo la società che dice di volere combattere la mafia, la politica che spesso contesta all’antimafia azioni di strumentalizzazioni, i politici che dicono che la mafia non c’è, dinanzi ad un esempio così concreto dove sono e dove sono stati? Distrazione o comodo silenzio? E i grandi giornalisti, le firme eccellenti di carta stampata e tv dove sono? E’ possibile che Alessandro, Dario e Francesco non facciano notizia? Nelle redazioni locali è questo che è successo e per la verità la cosa non ci stupisce. Ma il resto dell’informazione è stata troppo impegnata a parlare di bavaglio tanto da mettere il bavaglio alla lettera di questi tre ragazzi? Trovato un esempio positivo cerco di afferrarlo e mi sfugge tra le mani, scivola via.

E’ vero forse allora che questa mia terra la mafia la vuole, non se la vuole togliere di dosso, le piace, ci convive. Perché non è la cattura di un latitante che infligge colpi mortali all’organizzazione mafiosa, è colpendo il sistema che Cosa Nostra si indebolisce. E allora succede che in questa terra, che nega la mafia, sostenendone la sua quasi sconfitta, manca solo da catturare, ci dicono, Matteo Messina Denaro, si celebra l’antimafia nel pieno delle contraddizioni. Pensate, a Campobello di Mazara, Comune per il quale la prefettura di Trapani ha chiesto al ministero dell’Interno lo scioglimento per mafia, ogni anno si svolge un premio dedicato a Pio La Torre con una giuria lottizzata. E’ antimafia questa?  In Consiglio provinciale, dove ogni operazione antimafia racoglie commenti e soddisfazioni da ogni banco, hanno eletto presidente della commissione lavori pubblici un consigliere sotto processo per dei reati commessi favorendo la mafia, indagato in un’altra indagine antimafia, si chiama Pietro Pellerito, lui in aula agli attacchi del Pd si è difeso dicendo che tutto finirà in una bolla di sapone che ci saranno circostanze che verranno fuori di gran clamore e a suo favore, ma intanto è un imputato, ma la cosa non deve pesare. Per favore non ne parliamo, serve solo silenzio.

Tanto silenzio. Come quello che fu chiesto al prefetto Fulvio Sodano che doveva mantenere il silenzio non dire di essersi trovato l’emissario dei mafiosi fin dentro il suo studio a chiedergli di vendere un’azienda confiscata alla mafia. Silenzio allora, che la recita continui. Almeno per chi ci vuol partecipare.

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fonte:  http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29954/48/