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Ilva, il governo incontra le parti sociali «Risanamento e continuità produttiva». Resta l’ipotesi commissariamento

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Ilva, il governo incontra le parti sociali
«Risanamento e continuità produttiva»
Resta l’ipotesi commissariamento

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ROMA – Il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi ha convocato una riunione tecnica sull’Ilva a Palazzo Chigi con i ministri dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, dell’Ambiente, Andrea Orlando, del Lavoro, Enrico Giovannini, e con i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.

Risanamento e continuità produttiva.
«Al tavolo è emersa una unità di intenti volta ad assicurare risanamento ambientali e continuità produttiva. Il governo ora è impegnato a individuare lo strumento più efficace per conseguire questi due obiettivi nel rispetto delle decisioni della magistratura», ha spiegato al termine dell’incontro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi. «Si sta lavorando per giungere quanto prima alla soluzione, la decisione ci sarà prima del 5 giugno», quando è convocata l’assemblea dei soci dell’Ilva, ha detto il segretario confederale della Cisl Luigi Sbarra, al termine della riunione a Palazzo Chigi.

Orlando.
«Stiamo lavorando ad una norma primaria che riparta dall’elemento del commissariamento evocato dalla legge 231, in cui non è ben definito», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando escludendo comunque un decreto per il Cdm di venerdì. «Non è un intervento semplice, ci sono elementi di incompiutezza nella normativa attuale», ha sottolineato aggiungendo che «è fondamentale raggiungere gli obiettivi di ambientalizzazione che fino ad oggi non sono stati raggiunti».

Zanonato.
La soluzione allo studio per l’Ilva potrebbe essere o un commissario unico o un commissario ad acta solo per il risanamento ambientale, ha detto il ministro dello sviluppo Flavio Zanonato a Radio24. «O un commissario unico o l’azienda continua a gestirsi e il governo decide di farsi il risanamento con un commissario ad acta. Bisogna vedere qual’è la soluzione che funziona meglio», ha aggiunto il ministro, sottolineando che «si tratta di affrontare problemi che hanno un carattere di unicità» e quindi «occorre una norma legislativa, cioè un decreto che diventerà legge. Si sta ragionando su questo, a me interessa una soluzione che funzioni».

Il ministro ha ribadito la necessità che «a pagare deve essere chi ha inquinato». «L’Ilva per produrre acciaio adesso è un’azienda che funziona. Ma nel tempo ha inquinato e continua ad avere degli standard nella produzione che creano dei problemi ed è su questo che bisogna agire», ha spiegato Zanonato, ricordando che i campi minerari si estendono su 70 ettari, quasi come 100 campi da calcio, «una tettoia che copra tutto è un’opera unica, un’opera immensa». Zanonato ha quindi ricordato che domani dopo il cdm c’è un tavolo, già fissato da tempo, al Ministero sulla siderurgia. «Non è un’intenzione del Governo aumentare l’Ilva, è una cosa decisa dal precedente Governo e per disattivarla servono 4 miliardi o di nuove entrate o di tagli o di una miscela delle due. Su questo Saccomanni sta lavorando, cercando di costruire una proposta», ha aggiunto Zanonato, esprimendo l’auspicio che ci riesca: «spero di sì».

La petizione.
Gli operai della ‘Cellula di Rifondazione Comunista’ dell’Ilva di Taranto, con la federazione tarantina di Rifondazione Comunista, intanto hanno deciso di avviare una raccolta di firme per chiedere la nazionalizzazione dell’azienda, il risanamento dello stabilimento di Taranto, la difesa dei livelli occupazionali, il controllo da parte dei lavoratori e della società civile sul processo di riqualificazione degli impianti e di bonifica del territorio e il potenziamento dei presidi sanitari locali.

Giovedì 30 Maggio 2013 – 12:54
Ultimo aggiornamento: 17:59
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CONDANNATA DALLA VANITA’ – Voleva un bel sedere, ha perso gambe e braccia

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fonteimmagine collegecandy.com

«HO PAGATO PER LA MIA VANITA’»

Voleva un bel sedere, ha perso gambe e braccia

Una donna americana si è fatta fare iniezioni di silicone da un ciarlatano. Violenta reazione allergica, poi l’amputazione

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di Margherita De Bac

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Condannata dalla vanità o dalla superficialità con cui ha voluto il ritocco? Poco importa oggi a Apryl Michelle Brown analizzare le sue colpe e ricostruire il maledetto percorso che l’ha condotta a un passo dalla morte. Amputata di braccia e gambe per aver cercato di ringiovanire e rialzare i glutei con la medicina estetica. Voleva vedersi più bella e assumere forme sinuose. Invece oggi si ritrova ridotta a un manichino, come appare nelle foto impietose pubblicate da alcuni giornali stranieri. Questa americana di colore, 46enne, madre di due figli, di Los Angeles, ha commesso l’errore di rivolgersi al mercato nero, per spendere di meno. E’ finita nelle mani di un ciarlatano che, spacciandosi da specialista, le ha infilato del silicone nelle parti da rimodellare. Risultato, quattro anni di ricoveri in ospedale e, come ultima complicanza, un’infezione terribile che le ha praticamente messo fuori gioco la circolazione sanguigna di mani e piedi rendendo necessari tagli di parti del corpo. Michelle è viva per miracolo.

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VANITA’ FATALE – La sua storia è stata riportata da diverse testate giornalistiche: «Ho pagato per la mia vanità», si è incolpata. E ancora: «Non me la posso prendere con nessuno se non con me stessa. Desidero che la mia esperienza sia conosciuta per evitare altre vittime. Le donne devono conoscere quali pericolosi corrano quando inseguono la bellezza. Non sapevo a cosa andassi incontro. Pensavo mi avrebbero fatto delle iniezioni inoffensive che avrebbero corretto i miei glutei imperfetti». La persona che ha per sempre rovinato la sua esistenza le aveva assicurato che avrebbe utilizzato silicone innocuo. Invece si trattava di plastica per uso industriale e non medicale. Un po’ come le protesi al seno dell’azienda Pip, di fabbricazione francese, impiantate in centinaia di migliaia di donne nel mondo. Poi si scoprì che contenevano materiale non garantito.

«DOLORI ATROCI» – Certo, quello di Michelle Brown è un caso estremo. «Subito dopo le prime iniezioni ho sentito che qualcosa non andava ma non ho avuto il coraggio di rivolgermi a un medico. Il bruciore aumentava. Ho avuto una reazione allergica che ha sconvolto la mia vita. Dolori atroci. Desideravo farla finita per non soffrire più. I chirurghi mi proposero l’amputazione di gamba e braccia. Non avevo scelta». Situazioni lontane anni luce dal pianeta Italia. Da noi i precedenti di donne morte dopo interventi di chirurgia plastica sono limitati e comunque non riguardano operatori «ciarlatani» ma medici che hanno operato in centri non attrezzati per garantire la massima sicurezza nell’eventualità di un’emergenza.

«PLUMPING PARTY» – Enrico Robotti, presidente di Sicpre, la società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica non sembra avere dubbi: «Negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni hanno preso piede i cosiddetti plumping party. Occasioni dove personaggi che si spacciano da esperti promettono alle donne miracoli con infiltrazione di silicone ai glutei. Parte anatomica che sta molto a cuore alle signore afro americane. Non ho mai sentito nulla di simile in Italia ed escludo che esistano fenomeni del genere». Ha mai visto pazienti con problemi causati da silicone iniettato? «Sì, ho visto riempitivi in eccesso iniettati nelle cosce – ammette Robotti – ma si trattava di signore dell’est che non erano state trattate in Italia». Qual è la tecnica più sicura per rimodellare i glutei? «Esiste una chirurgia che utilizza protesi di silicone regolarmente autorizzate. Devono però essere applicate da mani esperti perché possono causare problemi ad esempio al nervo sciatico. Un’ottima alternativa è il lipofilling. Le zone vuote o da rimodellare vengono riempite da grasso tolto da altre parti del corpo dove ce ne è in eccesso>.

27 maggio 2013 | 20:31

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fonte corriere.it

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Cannabis nello sport: niente più squalifiche

Michael Phelps, beccato nel 2009. News of The World
Michael Phelps, beccato nel 2009. News of The World

Cannabis nello sport: niente più squalifiche

La Wada ha innalzato la soglia di positività per la marijuana. Il “doping ricreativo” rappresentava circa la metà dei casi

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di Valerio Piccioni
Milano, 15 maggio 2013

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Canne depenalizzate o quasi. L’ha deciso la Wada, l’Agenzia Mondiale Antidoping, alzando l’asticella della soglia di positività a un livello che certifica lo spinello libero, sportivamente parlando, almeno fino al giorno prima della competizione. La decisione è stata presa senza aspettare la conferenza mondiale antidoping che si svolgerà in Sudafrica, a Johannesburg, dal 12 al 15 novembre, e che scriverà il nuovo codice 2015. La traduzione operativa è già in vigore dallo scorso sabato: non più 15 nanogrammi/millilitro, ma addirittura 150. Un innalzamento che dovrebbe praticamente cancellare l’80 per cento delle positività del genere, forse pure di più.

Solo in gara — La questione è in qualche modo politica, mediatica ed economica, non tanto “sociale”. In effetti la positività per cannabis non era una sanzione di carattere morale visto che l’esame antidoping per la sostanza era ristretto soltanto ai controlli post gara. Il principio era quello di colpire eventuali vantaggi indiretti, la parola più usata è “rilassanti”, insomma un beneficio sulla prestazione. La proibizione riguardava già prima di sabato soltanto la gara, la competizione. Tanto che nei controlli a sorpresa, invece, la cannabis non si cercava neanche.

Feste assolte — Il problema è che con quella soglia, 15 nanogrammi, la rete rischiava di colpire anche il consumo in una festa (ma non il fumo passivo, che secondo gli esperti non produce più di 2-3 nanogrammi/millilitro nell’urina) magari un paio di settimane prima della competizione e senza alcun fine dopante. Sui tempi di smaltimento della sostanza, in effetti, non c’è un pronunciamento scientifico definito. Ora, con il passaggio a quota 150, si dovrebbe colpire soltanto il consumo nelle immediate vicinanze, un giorno o giù di lì, della competizione.

Soldi risparmiati — Il problema è che nel 2011, nel mondo si erano registrati 445 casi di positività alla cannabis, ben l’8 per cento del totale, una bella fetta della torta, un grande impegno per i laboratori. Che prestava il fianco a una considerazione critica nei confronti dell’efficacia del sistema antidoping: mentre si annuncia il doping genetico, con le inchieste giudiziarie che smascherano assunzioni che i controlli spesso non riescono a evidenziare, voi pensate alle canne… Spendendo soldi e rischiando duelli legali per sanzioni inevitabilmente molto limitate (la media delle squalifiche non era superiore ai due mesi) a suon di parcelle, che andrebbero riservate ad altre vicende, per esempio alla difesa di quella che è sempre più la trincea del passaporto biologico, la frontiera su cui si sta combattendo più fra istituzioni e legali dei “positivi” con le prime che hanno avuto finora la meglio sulle seconde. D’altronde il risparmio di ricerca e di denaro è evidente. In tempi di crisi, c’è anche un problema risorse, inutile negarlo, l’antidoping può rischiare di fare il vaso di coccio. Inoltre diverse federazioni sportive internazionali avevano chiesto la cancellazione del divieto che vale dal 1999.

Concentrare gli sforzi — In ogni caso la decisione della Wada segna una novità importante nel sistema antidoping con il tramonto delle positività “festaiole” alla cannabis, ma soprattutto con la concentrazione pragmatica degli sforzi sui diversi fronti in cui la battaglia contro le sostanze proibite è sempre durissima. E purtroppo lontana dal successo.

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fonte gazzetta.it

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Lavoro da morire: in Cina 600 mila morti all’anno

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Lavoro da morire: in Cina 600 mila morti all’anno

Lo scorso lunedì la stessa sorte è toccata a Li Yuan, 24 enne di Pechino, morto per un arresto cardiaco

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Nel 2010 in Cina sono morte oltre 600mila persone per cause riconducibili a “stress dal lavoro”. Lo dicono fonti locali. La triste sorte è toccata lo scorso lunedì anche Li Yuan, 24 anni, dipendente della “Ogilvy & Mather”, una nota agenzia di pubblicità di Pechino.

Il ragazzo, impiegato nel reparto tecnologia, si è sentito male dopo aver lavorato per un mese intero 13 ore al giorno sette giorni su sette, festivi compresi. Trasportato immediatamente nell’ospedale più vicino è morto per un arresto cardiaco. La conferma del decesso è arrivata con un tweet della stessa Ogilvy & Mather che però ha puntualizzato: “Yuan non è morto per il super lavoro”, sottilineando invece come l’arresto cardiaco sia stato la conseguenza di una condizione già esistente del ragazzo.

La tragedia intanto ha fatto il giro del mondo e ha toccato l’opinione pubblica mondiale che punta il dito contro la Repubblica Popolare, Paese non esemplare in tema di diritti sul lavoro.

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fonte notizie.it.msn.com

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È boom di badanti, + 53% in dieci anni. Ma i bilanci delle famiglie vanno in crisi

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È boom di badanti, + 53% in dieci anni
Ma i bilanci delle famiglie vanno in crisi

Una ricerca realizzata da Censis e Ismu: in Italia sono un milione e 655 mila. La spesa media è di 667 euro al mese: il 48,2% ha ridotto consumi pur di mantenere il collaboratore

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È boom di badanti nelle case degli italiani: il loro numero è ormai arrivato ad un milione e 655 mila, facendo registrare un aumento del 53% in dieci anni. Sono prevalentemente stranieri (77,3%) e donne (82,4%), tra i 36 e 50 anni (56,8%). È quanto emerge da una ricerca realizzata da Censis e Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) per il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, in occasione del convegno `Servizi alla persona e occupazione nel welfare che cambia´. E si stima che, mantenendo stabile il tasso di utilizzo dei servizi da parte delle famiglie, il numero dei collaboratori salirà a 2 milioni 151 mila nel 2030 (circa 500 mila in più). La spesa media per le famiglie è di 667 euro al mese. Ma con la crisi, oltre la metà dei bilanci familiari non tiene più: così nel 15% dei casi è prevedibile, sempre stando ai risultati della ricerca, che un componente della famiglia lasci il lavoro per assistere un congiunto. O nel 41,7% dei casi si pensa anche a rinunciare al servizio.

L’area dei servizi di cura e assistenza per le famiglie rappresenta quindi un «grande bacino occupazionale»: il numero dei collaboratori è passato da 1,083 milioni del 2001 a 1,655 milioni del 2012 (quando è stata condotta l’indagine su 1500 collaboratori). Sono 2 milioni 600 mila le famiglie (il 10,4%) che hanno attivato servizi di collaborazione, di assistenza per anziani o persone non autosufficienti, e di baby sitting. Il cosiddetto welfare informale ha però un costo che grava quasi interamente sui bilanci familiari. A fronte di una spesa media di 667 euro al mese, solo il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico, che si configura per i più nell’accompagno (19,9%).

Se la spesa che le famiglie sostengono incide per il 29,5% sul reddito familiare, non stupisce che già oggi, in piena recessione, la maggioranza (56,4%) non riesca più a farvi fronte e sia corsa ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi pur di mantenere il collaboratore, il 20,2% ha intaccato i risparmi, il 2,8% si è dovuto addirittura indebitare. L’irrinunciabilità del servizio sta peraltro portando alcune famiglie (il 15%, ma al Nord la percentuale arriva al 20%) a considerare l’ipotesi che un componente della stessa rinunci al lavoro per prendere il posto del collaboratore. Intrappolate tra esigenze crescenti e risorse in calo, il 44,4% delle famiglie pensa che nei prossimi cinque anni avrà bisogno di aumentare il numero dei collaboratori o delle ore di lavoro svolte. Ma al tempo stesso la metà delle famiglie (il 49,4%) sa che avrà sempre più difficoltà a sostenere il servizio e il 41,7% pensa addirittura che dovrà rinunciarci. Con una domanda crescente di protezione sociale, viene sottolineato, è «indispensabile incrociare il `welfare familiare´, che impiega rilevanti risorse private, con un intervento pubblico di organizzazione e razionalizzazione dei servizi alla persona basato su vantaggi fiscali alle famiglie per garantirne la sostenibilità sociale».

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fonte lastampa.it

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Assistenza sanitaria a conviventi stesso sesso, l’ufficio di presidenza della Camera dà l’ok

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fonte immagine bibbovintage.blogspot.it

Assistenza sanitaria a conviventi stesso sesso, l’ufficio di presidenza della Camera dà ok

La richiesta era stata avanzata dal deputato Pd, Ivan Scalfarotto. L’assistenza sanitaria integrativa, dietro il pagamento di una quota, può essere estesa al partner dello stesso sesso così come avviene per tutti gli altri parlamentari. Vendola: “Bene, ma diritto che spetta a tutti gli italiani”

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ROMAL’ufficio di presidenza della Camera, per la prima volta, riconosce le coppie gay. L’organo presieduto da Laura Boldrini ha infatti accolto, a maggioranza, la richiesta di Ivan Scalfarotto (Pd) di vedere estesa, dietro il pagamento di una quota, l’assistenza sanitaria integrativa anche al compagno dello stesso sesso così come avviene per tutti gli altri parlamentari (sia sposati che conviventi). Scalfarotto vince quindi una battaglia che nella scorsa legislatura aveva visto sconfitta la collega di partito Paola Concia. Non tutti i gruppi presenti nell’ufficio di presidenze però hanno votato a favore.

Parere positivo è stato espresso da Pd, Pdl e Sel. Solo la Lega ha espresso un voto contrario. Si sono astenuti Scelta Civica e Fratelli d’Italia, ma si sono astenuti anche i rappresentanti dell’ufficio di presidenza del Movimento 5 Stelle che hanno chiesto, sempre secondo quanto si apprende, di rinviare per avere più tempo per discutere: “Lo abbiamo fatto – spiega la capogruppo M5S alla Camera, Roberta Lombardi – perché è un privilegio della casta. Nelle assicurazioni esterne – fa notare la capogruppo M5S a Montecitorio – il convivente dello stesso sesso non gode dell’estensione delle coperture. Perché alla Camera dovrebbe?”, chiede Lombardi. “È sempre la casta che vuole per sé i privilegi”. Da qui la decisione del Movimento di astenersi dal voto.

“Può sembrare un semplice atto amministrativo e invece ha una valenza universale, ora è giusto riconoscere gli stessi diritti a tutti i cittadini”, è stato il commento di Ivan Scalfarotto. “Questo è un principio elementare – dice Scalfarotto -: se si riconosce una famiglia more uxorio questa deve essere sia omosessuale che eterosessuale, come riconosciuto anche da sentenza della Corte di Cassazione e della Corte costituzionale. Ciò che è riconosciuto ai parlamentari ora deve essere valido per tutti”. I diritti, aggiunge Scalfarotto, “non vanno riconosciuti solo ai parlamentari, ma a tutti gli italiani. Io ho fatto una battaglia non per ottenere l’assistenza sanitaria, ma per vedere affermato un diritto. Giovedì presenterò una proposta di legge contro l’omofobia che ha raccolto 200 firme, vale a dire 1/3 dei deputati. Questo dimostra che in Parlamento ci può essere una maggioranza per provare ad affrontare certe tematiche”.

Soddisfatta per il passo avanti compiuto dalla Camera Anna Paola Concia: “È un banalissimo principio di uguaglianza – spiega l’ex parlamentare del Pd -, ma con esiti nefasti. La differenza l’ha fatta un ufficio di presidenza a maggioranza progressista diverso da quello della scorsa legislatura che invece era a maggioranza conservatrice. Sono contenta perché la mia battaglia non è stata inutile”. E aggiunge: “Adesso bisogna fare il passo decisivo: visto che c’è una maggioranza progressista mi aspetto che questo Parlamento stabilisca il principio di uguaglianza per le coppie omosessuali anche fuori dal Parlamento”.

“Bene la decisione giunta oggi dalla Camera. Finalmente l’acquisizione di un diritto. Ma non deve essere un privilegio per pochi. È un diritto che spetta a tutti gli italiani” scrive su Twitter Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Libertà. (14 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Scandalo Maugeri, la Procura di Milano: “Processate Formigoni per corruzione”

Scandalo Maugeri, la Procura di Milano: "Processate Formigoni per corruzione"
Il senatore pdl Roberto Formigoni

Scandalo Maugeri, la Procura di Milano:
“Processate Formigoni per corruzione”

Chiesto il rinvio a giudizio per l’ex governatore, ora presidente della commissione Agricoltura al Senato, e altre 11 persone nell’ambito dell’inchiesta sulla Fondazione. Contestata anche l’associazione per delinquere

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APPROFONDIMENTI

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Fresco di elezione alla presidenza della commissione Agricoltura del Senato, Roberto Formigoni vede riaffiorare un passato di accuse pesanti, associazione per delinquere e corruzione, che lo avevano già travolto nell’ ultima fase del suo regno in Regione Lombardia, di cui è stato presidente per 18 anni. Ora per quelle due contestazioni il neosenatore del Pdl rischia di andare a processo. La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del Celeste e di altre 11 persone, tra cui tre suoi ex collaboratori e all’epoca dirigenti del Pirellone, nell’ambito dell’ormai nota inchiesta Maugeri, che prende il nome dalla struttura pavese che per anni sarebbe stata favorita, così come l’ospedale San Raffaele, da delibere di giunta per un totale di circa 200 milioni di euro di rimborsi “ulteriori” per prestazioni sanitarie.

Le vacanze del governatore. Parte di quei soldi, 61 milioni di euro, sempre secondo le indagini del procuratore aggiunto Francesco Greco e dei pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta, sarebbero poi stati distratti dalle casse della Fondazione – con la compiacenza degli ex vertici e con l’intermediazione del faccendiere Pierangelo Daccò, già condannato a dieci anni per il crac del San Raffaele, e dell’ex assessore regionale Antonio Simone – e sarebbero finiti su conti all’estero. Flussi di denaro, infine, che sarebbero serviti per corrompere Formigoni con benefit di lusso per oltre 8 milioni di euro. La richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche il potente direttore generale della sanità lombarda Carlo Lucchina; Mario Cannata; Gianfranco Parricchi; Carlo Farina; Paolo Enrico Mondia; Nicola Sanese, storico segretario di Formigoni; Alberto Perego, coinquilino di Formigoni nella residenza milanese dei Memores Domini; Maria Alessandra Massei e la moglie di Simone, Carla Vites.

-I favori di Formigoni alla Maugeri

-Le delibere preparate alla Fondazione

-Maugeri, Formigoni conosceva i conti

La vacanza ai Caraibi a spese di Daccò

“La Regione asservita alla Maugeri”. Secondo l’imputazione dei pm, Formigoni nel suo ruolo di governatore lombardo avrebbe garantito alla Maugeri, “a fronte delle illecite remunerazioni, una protezione globale” e si sarebbe dato da fare “affinché fossero adottati da parte della giunta” provvedimenti ad hoc, anche violando il dovere di “esclusivo perseguimento dell’interesse pubblico”. Secondo l’accusa, Formigoni sarebbe stato dunque fra i promotori di un’associazione per delinquere che avrebbe operato all’ombra del Pirellone per ben 14 anni, tra il 1997 e il 2011, con un “sistematico asservimento della funzione pubblica agli interessi della fondazione”. Tanto che la Regione Lombardia nella richiesta di processo figura come parte “offesa”. In cambio l’ex governatore, stando sempre all’imputazione, avrebbe ottenuto viaggi e vacanze ai Caraibi e l’utilizzo di tre yacht. E ancora, un maxi-sconto per l’acquisto di una villa in Sardegna, finanziamenti per cene e convention al meeting di Cl a Rimini e anche 270 mila euro cash.

Nessun prelievo in banca. Dall’analisi dei conti correnti di Formigoni, fra l’altro, inquirenti e investigatori hanno scoperto che nessun importo di rilievo negli ultimi anni è stato prelevato: da qui il sospetto di una sua disponibilità di somme illecite in contanti, confermato dalla testimonianza di un funzionario di banca. E in più, sempre secondo i pm, tra il 2002 e il 2011 l’ex governatore – che non si è presentato davanti ai pm quando è stato invitato a comparire e neanche dopo la chiusura delle indagini dello scorso febbraio – si sarebbe attivato per favorire con rimborsi “ulteriori” anche il gruppo ospedaliero fondato da don Luigi Verzè.

Formigoni: “Non c’è reato”. “Bene, così finalmente dovranno ascoltare anche la difesa”, è stato il primo commento di Formigoni. “Non c’è reato: San Raffaele e Maugeri non hanno avuto un trattamento privilegiato in nulla. Hanno raccontato versione mirabolanti e ora dovranno ascoltare. La mia innocenza verrà dimostrata. Ho sempre governato la Lombardia portando i risultati che tutti conoscono e nel pieno rispetto delle leggi”. La richiesta di processo dovrà essere valutata dal gup (l’udienza potrebbe essere fissata anche entro luglio). Le posizioni di Umberto Maugeri, ex presidente della fondazione, di Costantino Passerino, ex direttore amministrativo, di due consulenti e dell’intermediario Sandro Fenyo sono state invece stralciate: gli indagati hanno presentato istanze di patteggiamento in corso di valutazione da parte dei pm. Il gip Vincenzo Tutinelli, infine, dovrà decidere su una richiesta di patteggiamento della Fondazione Maugeri, che ha messo a disposizione ai fini della confisca beni immobili per circa 16 milioni di euro. (08 maggio 2013)

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fonte milano.repubblica.it

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