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SUCCEDE A GROSSETO – Scuola: supplenti pagati a sorteggio “Non ci sono soldi per gli stipendi”

Studenti di una scuola superiore a lezione (Cristini)

Studenti di una scuola superiore a lezione (Cristini)

Scuola: supplenti pagati a sorteggio “Non ci sono soldi per gli stipendi”

Il caso che fa discutere in un liceo di Grosseto

La preside: “E’ assurdo ma siamo costretti a questo”. I sindacati: “Cinquecento precari della scuola potenzialmente a rischio stipendio”

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Grosseto, 5 aprile 2013 – Al liceo linguistico Antonio Rosmini di Grosseto è stato fatto un sorteggio per decidere quali supplenti riceveranno lo stipendio.

”Le scuole ricevono un budget che molto spesso non è sufficiente – ha spiegato in una conferenza stampa a Firenze Alessandro Rapezzi, segretario della Flc-Cgil Toscana – questo fa sì che non tutti i precari possano essere pagati contestualmente, e allora qualche scuola provocatoriamente, per richiamare l’attenzione sulla propria condizione, sta avanzando l’idea di fare un sorteggio”.

Così e successo al liceo Rosmini, per pagare la mensilità di febbraio a 11 docenti sarebbero serviti 12mila euro, ma il ministero ne ha erogati solo 5mila, sufficienti solo per cinque persone.

”I docenti sono stati messi in ordine alfabetico – ha spiegato Giovanni Scarano, dirigente amministrativo del liceo – è stata estratta una lettera, e abbiamo cominciato a pagare a partire da quella lettera. Tutto alla presenza delle Rsu della scuola, perchè fosse chiaro che non c’era nessuna forma di favoritismo”.  Gli altri sei docenti, ammette Scarano, non sono stati ancora pagati: ”Siamo in attesa che arrivino i fondi per pagare i residui di febbraio, ma ora scatta il mese di marzo”. La preside ha convocato i sindacati per spiegare la situazione. “E’ assurdo, ma siamo costretti a farlo -spiega la preside Gloria Lamioni- per colpa ritardi nell’assegnazione dei budget mensili per pagare gli insegnanti in sostituzione”.

La ragione del ritardo, secondo quanto sostenuto dalla Flc-Cgil, sta anche nei problemi legati alla sperimentazione di nuove procedure. ”A metà anno scolastico – ha spiegato Rapezzi – il ministero ha deciso di cambiare la procedura di erogazione dei fondi per il pagamento dei supplenti temporanei, quelli che sostituiscono il personale scolastico malato, con l’effetto che il sistema si è bloccato. Abbiamo situazioni dove il personale deve riscuotere 3-4 mesi in arretrato”.

“CINQUECENTO PRECARI NON SONO CERTI DELLO STIPENDIO”

Potenzialmente ci sono in questo momento 500 lavoratori che tutti i giorni vanno a lavorare senza avere
certezza del pagamento”. Lo ha detto Alessandro Rapezzi, segretario della Flc-Cgil Toscana, parlando della situazione dei supplenti nella scuola: il sindacato ha reso noto oggi a Firenze come stiano arrivando segnalazioni da scuole dove i precari devono ancora riscuotere le mensilita’ di febbraio, gennaio e dicembre.

Secondo i calcoli fatti dalla Cgil, le scuole toscane sono 499, con impiegati 42.327 docenti e 12.305 unita’ di personale Ata (Amministrativo, tecnico e ausiliare): in ogni scuola la media e’ di 85 docenti e 24 unita’ Ata. Ipotizzando due assenti al giorno per malattia, motivi di famiglia o altro, tutti i giorni ci sarebbero potenzialmente mille sostituzioni da fare, ma per il contenimento della spesa o l’occasionalita’ dell’assenza vengono nominati solo 500 supplenti.

C’e’ inoltre il problema, lamenta il sindacato, del blocco delle assunzioni per il personale Ata: ”Esiste un plotone di docenti – ha spiegato Rapezzi – messi fuori ruolo per motivi di salute, che il ministero ha deciso debba passare nei profili amministrativi”, e in Toscana sono 233 che andranno ad occupare i 104 posti Ata vacanti, con 129 unita’ in esubero. Di conseguenza, accusa la Flc-Cgil, circa 500-700 persone non hanno avuto la stabilizzazione del loro posto di lavoro.

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fonte lanazione.it

Niente scuola per bimba non vedente: “Non c’è posto”. Ma legge tutela disabili

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Niente scuola per bimba non vedente: “Non c’è posto”. Ma legge tutela disabili

L’iscrizione della bambina in prima media è stata respinta da un istituto della Valle Susa. Eppure la legge però è chiara: “Nessuna scuola può rifiutare, neppure per motivi tecnico-logistici, l’iscrizione di un alunno disabile”.Un mese fa l’allarme dell’Anief sul blocco delle assunzione degli insegnanti di sostegno

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di | 3 aprile 2013

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“La scuola è aperta a tutti” recita il primo paragrafo dell’articolo 34 Costituzione italiana. Forse non lo ricordano o non lo sanno quelli che hanno risposto a due genitori che non c’era posto per la figlia in una scuola della Valle Susa. E questo anche se l’alunna in questione è cieca. L’iscrizione della bambina alla prima media è stata quindi respinta. La legge però è chiara: “Nessuna scuola può rifiutare, neppure per motivi tecnico-logistici, l’iscrizione di un alunno disabile”. A denunciare una storia di ordinaria assurdità è l’Apri, Associazione Piemontese Retinopatici e Ipovedenti, che ha raccolto la protesta dei genitori, che vivono in un piccolo paese della Valle Susa. La risposta dell’istituto “è gravissima – sostiene Marco Bongi, presidente dell’Apri -. Il diritto alla frequenza è sancito dalla legge n. 104/1992, dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 215/ 1987 e dalla Circolare Ministeriale n. 262 del 1988. Non escludo che si possano ravvisare anche responsabilità di carattere penale”.

L’istituto, nella lettera ai genitori, argomenta la decisione spiegando che la domanda “non può essere accolta perché il numero delle iscrizioni supera la capacità recettiva dell’aula”. “Siamo davvero stanchi – dice la mamma – di essere palleggiati da un plesso all’altro. Mia figlia, già sfortunata per la sua malattia, avrebbe bisogno di tranquillità e stabilità. Invece abbiamo trovato solo problemi e poca considerazione”. Che può essere spiegata anche con la carenza di persone. Anche se esiste una circolare recentissima del marzo scorso che ribadisce come bisogna intervenire e cosa fare con gli studenti disabili.

Poco più di un mese fa il ministero dell’Istruzione aveva informato che contavano già un milione di domande arrivate online per la formazione delle prime classi del prossimo anno scolastico. Il numero complessivo degli iscritti che da settembre siederanno sui banchi di scuola: ci saranno 27mila studenti in più rispetto agli attuali. L’Anief, una delle associazioni professionali più attive nel mondo della scuola, aveva quindi lanciato l’allarme l’allarme: “Sono dati davvero sconfortanti quelli che il ministero ha fornito ai sindacati in vista del prossimo anno scolastico: gli alunni della scuola italiana previsti sono oltre 6 milioni e 858mila. Rispetto all’anno in corso aumenteranno di quasi 30mila unità, soprattutto alla primaria (con leggero calo alle medie), ma per effetto del blocco normativo approvato con la legge 111/2011 il numero di docenti rimarrà bloccato. L’organico sarà lo stesso di quest’anno: 600.839 posti di docente comuni e 63.348 di sostegno. Ciò comporterà un ulteriore innalzamento del numero di alunni per classe. E diventerà soprattutto sempre maggiore la distanza tra il numero di alunni disabili e i docenti di sostegno di ruolo”. “In molti casi la didattica non potrà essere garantita – sosteneva profetico Marcello Pacifico, presidente Anief – in particolare laddove le ore di sostegno che lo Stato concederà agli alunni portatori di handicap o con problemi di apprendimento saranno molte di meno rispetto a quelle che la legge prevede”.

Questo avviene anche e soprattutto perché a oggi è stato stabilizzato solo il 65% dell’organico di docenti di sostegno. Almeno 35mila insegnanti specializzati attendono di essere assunti, malgrado i posti di lavoro siano vacanti e disponibili. E con un docente precario ogni tre, quello che si produce è un risultato di forti disagi per i ragazzi e per le loro famiglie”. “Non occorre essere esperti di formazione scolastica per capire che in questa situazione non si riesce a sviluppare un valido progetto didattico” continuava Pacifico aggiungendo che così “a fare da garante per famiglie e studenti continuano ad essere i giudici”.

La circolare ministeriale per gli alunni disabili

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fonte ilfattoquotidiano.it

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IL ‘METODO’ MARCHIONNE E LA SCUOLA – Via i neoassunti per far spazio ai precari

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fonte immagine

Via i neoassunti per far spazio ai precari
esposto contro l’ufficio scolastico

Il provvedimento senza precedenti a Bari: i professori e bidelli che hanno vinto ricorsi dopo anni di contratti a termine saranno presi, ma solo a patto che siano licenziati gli ultimi entrati in graduatoria. L’Anief: “Il metodo Marchionne applicato alla scuola”

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Un esposto contro la decisione di licenziare professori e bidelli neoassunti per far posto ai colleghi che hanno vinto i ricorsi. “Il metodo Marchionne torna a scuola?” domanda provocatoriamente l’Anief, l’associazione professionale sindacale, che domani mattina invierà alla procura della Repubblica di Bari una denuncia contro l’Ufficio scolastico regionale. Il caso riguarda il via libera dato nei giorni scorsi all’assunzione di 20 precari della scuola, in cambio però del sollevamento dall’incarico di altrettanti docenti e ausiliari.

A farne le spese saranno i lavoratori negli ultimi posti delle graduatorie pugliesi. Saranno licenziati per far posto ad altri precari che negli anni scorsi, dopo la scadenza dei loro contratti a tempo determinato, sono passati alle vie legali per far valere il proprio diritto a un posto di lavoro stabile. I ricorsi infatti si basano su una direttiva europea stabilisce che tutti i lavoratori pubblici e privati dopo 36 mesi di lavoro a tempo devono essere stabilizzati. E dà il via a una “guerra tra poveri” nei corridoi delle scuole pugliesi.

La vicenda è iniziata nel 2011 quando circa cinquecento insegnanti con il sostegno dei sindacati decisero di presentare ricorso contro la violazione di quella normativa comunitaria. La maggior parte dei ricorsi è stata impugnata dall’avvocatura di Stato. Qui però negli ultimi mesi è sorto un secondo pasticcio. Proprio l’avvocatura avrebbe dimenticato di impugnare una decina di sentenze di primo grado stabilite dal Tribunale di Trani favorevoli ai ricorrenti. Risultato: quelle sentenze sono passate in giudicato e devono essere attuate.

L’ufficio scolastico regionale ha delineato la soluzione: mandare via gli ultimi. L’ufficio provinciale aveva preso un mese di tempo per decidere, e nei giorni scorsi è arrivata la soluzione: licenziare gli ultimi docenti e bidelli presenti in graduatoria e immessi in ruolo. I loro posti verranno occupati dagli altri 20 precari che hanno vinto i ricorsi. Le lettere di licenziamento per 5 collaboratori scolastici, 2 assistenti tecnici e vari docenti sono già partite. Si tratta di lavoratori che proprio quest’anno avevano ottenuto la tanto attesa immissione in ruolo.
Secondo l’Ugl questo sarebbe il primo caso in Italia di licenziamento per far spazio ad altri colleghi.

“Non ci sono alternative per i 20 lavoratori licenziati – dice il provveditore degli studi di Bari, Mario Trifiletti – abbiamo inviato l’avviso di avvio di procedimento di licenziamento. Prima di adottare il provvedimento quei precari hanno la possibilità di far valere le loro ragioni. Purtroppo dobbiamo trovare dei posti per i vincitori del concorso. I numeri delle nomine in ruolo sono quelli autorizzati dal ministero dell’Istruzione, non possiamo sforare”. “Quella del provveditorato è una condotta inaudita – afferma il segretario della Flc Cgil Bari, Claudio Menga – per questo motivo abbiamo inviato all’amministrazione una lettera di diffida. Se non ci ascolteranno, saremo costretti ad aprire nuovi contenziosi a tutela dei lavoratori licenziati”.

L’Anief è già pronta con il ricorso, a cui sarà allegata la richiesta di informare la Corte dei Conti per “chiaro danno all’erario”, nei confronti dell’Ufficio scolastico regionale della Puglia. Per l’Anief si tratta di “una decisione gravissima”, perchè “si sana un errore commettendone un altro”. (03 marzo 2013)

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fonte bari.repubblica.it

DISCRIMINAZIONE NEGLI STATI UNITI – La scuola elementare: «È una bimba trans, non può usare il bagno delle femmine»

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Coy Mathis con la sorellina Auri (AP/Brennan Linsley) – fonte immagine

POLEMICA NEGLI STATI UNITI

La scuola elementare: «È una bimba trans, non può usare il bagno delle femmine»

La famiglia di Coy Mathis, 6 anni, ha sporto denuncia contro l’istituto: «Così nostra figlia subisce una discriminazione»

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di Angela Geraci

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Coy è una bambina sorridente, con un fermaglio rosso fra i capelli biondi e una passione per i vestiti. Per tutti è una femmina. Ma biologicamente è nata maschio: Coy, infatti, ha gli organi sessuali maschili ma da quando è piccolissima si identifica con il genere femminile. E lo è anche per lo Stato del Colorado: sul suo passaporto c’è scritto che è femmina . Adesso che ha compiuto 6 anni la sua scuola ha però deciso che non può più usare il bagno delle femmine, come ha fatto finora. Dura la reazione dei genitori, che, intenzionati dietro consiglio medico a lasciare esprimere liberamente l’identitá di genere del figlio, gridano alla discriminazione, e appoggiati anche dalle associazioni per i diritti dei transgender, hanno iniziato la battaglia legale contro l’istituto.

LA REPLICA DELLA SCUOLA Lo scorso dicembre – racconta la Cnn – la direzione scolastica ha informato la famiglia che alla piccola non sarebbe stato più permesso l’uso del bagno delle donne dopo la pausa invernale. In alternativa, Coy può usare il bagno dei ragazzi oppure il bagno delle infermiere o uno in comune a disposizione del corpo insegnante. «Siamo sicuri – ha detto la scuola ai genitori – che capirete la nostra decisione, una volta che Coy sarà cresciuta e con lei i suoi organi sessuali maschili». «Alcuni genitori, così come gli studenti, potrebbero avere problemi con lei che usa il bagno delle femmine», hanno sottolineato le autorità scolastiche. I genitori della piccola non la vedono così: «È come se la scuola stesse imprimendo un marchio a nostra figlia». L’avvocato Michael Silverman, del Transgender Legal Defense and Education Fund, difende Coy ed è pronto a dare battaglia: «La discriminazione è parte della vita di ogni giorno di tutte le persone transgender – ha dichiarato – sfortunatamente questa bambina ha iniziato a sperimentarla molto presto».

1 marzo 2013 | 19:22

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fonte corriere.it

VOTO, UN DIRITTO VIOLATO – Dopo gli Erasmus, la protesta dei “fuori sede”. In rete le proposte di “Voglio votare”

QUEI 25MILA STUDENTI ERASMUS SENZA DIRITTO DI VOTO. MA NON ERAVAMO TUTTI CITTADINI EUROPEI?

byoblubyoblu

Pubblicato in data 25/gen/2013

http://www.byoblu.com L’intervento di Claudio Messora, a L’Ultima Parola del 25 gennaio 2013

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Studenti Erasmus – fonte immagine

Dopo gli Erasmus, la protesta dei “fuori sede”.
In rete le proposte di “Voglio votare”

Una mobilitazione per difendere un “diritto costituzionale”. Migliaia le adesioni da tutte le università italiane. Gli studenti preparano una “votazione simbolica” e chiedono alle Istituzioni di accogliere le loro ragioni

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di CARMINE SAVIANO

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ROMA Non solo Erasmus. Anche i “fuori sede” degli atenei italiani protestano, reclamano, accusano il governo e le Istituzioni di negare loro “un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione”. Vogliono votare. E non tutti hanno i mezzi per poterlo fare: tra costi di viaggio e impegni con l’Università. Al polverone sollevato dagli studenti italiani all’estero per il programma Erasmus, non potendo modificare la legislazione vigente per una questione di tempi tecnici, il ministero dell’Interno ha risposto stringendo una serie di convenzioni con i principali vettori del trasporto per consentire degli sconti ai cittadini italiani che hanno necessità di spostarsi presso il proprio seggio elettorale. Alitalia, in particolare, ha preparato una serie di offerte scontate per chi torna in Italia in quei giorni.

Ma anche gli studenti fuori sede, disseminati sul territorio nazionale e lontani dal luogo di residenza, non demordono. E mettono in cantiere una consultazione “simbolica, telematica” per partecipare comunque alle prossime elezioni politiche. Sono il gruppo “Voglio Votare” e da una settimana lanciano dalla rete proposte e invettive: “Lo Stato Italiano non garantisce questo diritto ai fuori sede e il Governo si ostina a non affrontare il problema”. Per una protesta che parte da lontano.

Perché ci hanno provato in tutti i modi negli ultimi cinque anni. La centrale operativa del gruppo è a Torino, al Collegio Universitario “Renato Einaudi”. Dicono a Repubblica.it: “La nostra non è un’operazione estemporanea. Tra noi ci sono persone che lavorano da anni per risolvere questo problema”. Ricordano la petizione “Io voto fuori sede”, più di diecimila adesioni. E, soprattutto, mettono l’accento sui “loro” disegni di legge. “Uno doveva essere discusso al Senato, presentato dal senatore dell’Idv, Pardi. Era in fase di approvazione ma l’iter si è bloccato”. Il risultato è che “ci sentiamo privati di un nostro diritto”. E se è vero che esistono agevolazioni, gli studenti replicano: “Alcuni di noi sono di Lecce, Matera. E studiano a Torino. E il giorno successivo alle elezioni ci sono gli esami. Come facciamo a mettere insieme le due cose?”.

Il lavoro del gruppo è iniziato una settimana fa. Raccontano: “E’ stata una faticaccia. Notti bianche per realizzare il sito”. Spiegano: “L’idea è nata quando abbiamo visto il caso sollevato dagli studenti in Erasmus. Si parlava solo di loro. Ma in Italia c’è anche la nostra questione”. Annunciano: “Non resteremo confinati in rete. Abbiamo in cantiere delle manifestazioni nelle maggiori città universitarie italiane. Certo ci sono problemi organizzativi, ma il 16 febbraio alle 16 faremo sentire le nostre ragioni”. Una serie di flashmob, per adesso sicuramente a Torino e Bologna. Ma gli studenti non escludono che la lista possa allungarsi.

Non mancano comparazioni con realtà europee e internazionali. “Non capiamo perché non ci viene assicurato questo diritto: in Olanda esiste il voto per delega, in Thailandia è possibile votare online”. E il ddl presentato prevedeva, in sostanza, la possibilità “per chi dimostra di essere fuorisede, ma anche per chi lavora fuori dal proprio comune di residenza, di votare comunque”. Nulla di fatto. Gli studenti scrivono: “La proposta è stata bloccata per motivi tecnici: si è data precedenza alla legge elettorale. Purtroppo la situazione resta immutata: si voterà con il Porcellum e si negherà di nuovo il diritto di voto a tutti i fuori sede che non potranno tornare nel paese di residenza”.

L’altra strada percorribile è quella della “sospensione didattica prolungata”. Uno stop a lezioni ed esami per consentire ai ragazzi di muoversi con maggiore tranquillità. Ma, ad oggi, c’è una risposta positiva e generalizzata da tutti gli Atenei. “Stiamo ancora discutendo, ma non ci sono decisioni definitive al riguardo”. Infine il punto sull’accoglienza alla loro mobilitazione: “La questione che abbiamo posto è completamente a-partitica. Ma dobbiamo rilevare che negli ultimi giorni gli unici che hanno dimostrato un certo interessamento sono stati i Cinque Stelle”. (01 febbraio 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte repubblica.it

ASSURDO – Usa, bimbo di 7 anni in manette per una lite con compagno / Family sue for $250m after New York cops handcuff and interrogate boy, seven, for hours over ‘$5 stolen from fellow student’

 

bambino manette usa 480

Usa, bimbo di 7 anni in manette per una lite con compagno

L’avvocato: «Se il minore e la madre vivessero sulla 64esima e il bambino andasse a una scuola privata da 35.000 dollari l’anno, sarebbe successo?»

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La famiglia di un bambino di 7 anni di New York ha denunciato la polizia e le autorità comunali, accusando gli agenti di aver ammanettato e interrogato il minore per 10 ore dopo una lite a scuola.

Stando a quanto riportato dai media Usa, il minore si sarebbe azzuffato con un compagno lo scorso dicembre in una scuola del Bronx, dopo essere stato accusato di aver rubato 5 dollari. Gli agenti sono intervenuti dopo una chiamata per aggressione e rapina e hanno arrestato il bambino, tenendolo per quattro ore nella scuola e per altre sei nel Dipartimento. «Immaginate come mi sia sentita a vedere mio figlio in manette – ha detto la madre del bambino, Frances Mendez, al New York Post – è stato orribile. Non potevo credere a quello che stavo vedendo».

«Se il minore e la madre vivessero sulla 64esima e il bambino frequentasse una scuola privata da 35.000 dollari l’anno, pensate che sarebbe stato arrestato, ammenettato a un muro e che alla madre e all’avvocato sarebbe stato negato l’accesso per 10 ore?», ha denunciato il legale, Jack Yankowitz.

Da parte sua, la polizia si difende affermando di essersi comportato in modo «appropriato», precisando che sarebbe stato detenuto poco più di quattro ore.

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fonte unita.it

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Family sue for $250m after New York cops handcuff and interrogate boy, seven, for hours over ‘$5 stolen from fellow student’

By David Mccormack

PUBLISHED: 00:02 GMT, 31 January 2013 | UPDATED: 16:50 GMT, 31 January 2013

The mother of a 7-year-old boy in The Bronx, New York is suing the police for $250 million claiming they overreacted and treated her son like a hardened criminal after he was accused of stealing $5 from another student after school.

Instead of a simple trip to the principal’s office, Wilson Reyes was arrested in his third-grade classroom at Public School 114 on Cromwell Ave, handcuffed and held in a room for four hours.

Later he was hauled off to the 44th Precinct station house for another six hours of interrogation and verbal abuse, according to the $250 million claim against the city and the NYPD.

Distraught mom Frances Mendez took this photograph of her son when she was finally able to see him at the local police precinctDistraught mom Frances Mendez took this photograph of her son when she was finally able to see him at the local police precinct

‘Reyes was handcuffed and verbally, physically and emotionally abused, intimidated, humiliated, embarrassed and defamed,’ the documents say.

The lawsuit also claims that Reyes was teased by officers shouting ‘thief’ and threatening to put him away ‘with the big boys.’ He was also charged with robbery.

Distraught mom Frances Mendez claims that when she first went to the precinct, she was told she couldn’t see her son.

Lezioni anche d’estate, scuola in rivolta. E, checché ne dica Monti, in Europa le vacanze non sono più brevi

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Lezioni anche d’estate, scuola in rivolta
In Europa le vacanze non sono più brevi

Anche in Francia e Spagna uno stop di 16 settimane in totale. Continua la polemica, Bersani: istituti aperti tutto il giorno

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di Alessia Camplone

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ROMA – Sarà perché il clima è migliore, ma in Europa sono Italia e Spagna che prediligono le vacanze scolastiche in estate. Tre mesi filati, o quasi. Finora è stato così, ma è bastato un sasso lanciato nello stagno in piena campagna elettorale perché il dibattito si incendiasse, facendo presupporre che le vacanze in Italia siano molto più lunghe che negli altri Paesi, cosa che a ben guardare non è. Il sasso, due giorni fa, è stato un riferimento nella bozza sul mercato del lavoro della lista civica di Monti con un riferimento – sotto forma di ipotesi – alla possibilità di limitare ad un mese le vacanze estive, sia pure su base volontaria.

Con l’intenzione di offrire un servizio ai genitori che lavorano. Lunedì sono stati i sindacati a scendere in campo, un coro di voci contrarie. Nel frattempo si sono scatenati i social network. Si sono perse per strada le ragioni della proposta, che erano anche quelle di offrire attività sportive o di recupero per gli alunni rimasti indietro nella preparazione, e il messaggio che è passato è quella di una riduzione tout-court a un mese delle vacanze estive scolastiche. Twitter è stata intasata di critiche pesanti, e insulti.

I CHIARIMENTI
Sullo stesso social network Monti ha dovuto chiarire: «Ma chi ha mai parlato di taglio delle vacanze?». Con la replica di Pier Luigi Bersani: «Prima di parlare di allungare o accorciare vacanze estive, teniamo le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche» ha scritto anche lui su Twitter. La ricetta del segretario Pd: «Facciamo manutenzione straordinaria delle scuole, così diamo anche un po’ di lavoro». Dal fronte Pdl entra nella polemica Renato Brunetta: «Un solo mese di vacanza per gli studenti? Mi piace, è una delle poche cose giuste dette da Monti negli ultimi 14 mesi».

LA CLASSIFICA
Ma qual è la situazione vacanze dei nostri studenti rispetto ai ragazzi degli altri Paesi d’Europa? All’incirca in Italia gli studenti stanno lontano dai banchi per 16 settimane, come i coetanei francesi e spagnoli, e una settimana in meno dei romeni che sono in assoluto i più vacanzieri del Vecchio continente. Anche in Svezia si trattano bene, con 15 settimane di riposo dallo studio. In questa cinquina di partenza solo Italia e Spagna si concedono 13 settimane di vacanze estive, in risposta al clima che rende arduo l’impegno sui libri. In Francia, invece, staccano due settimane in autunno oltre a fare vacanze a Natale, carnevale e primavera.

Gran Bretagna e Finlandia si accontentano di 13 settimane lontano dai banchi e la Germania abbassa ulteriormente a 12 il periodo di riposo. Nell’estate del nord Europa la vacanza degli studenti dura dalle sei alle 10 settimane, ma in compenso ci sono periodi di riposto sparsi durante il resto dell’anno e non solo a Natale. In Gran Bretagna in particolare, gli studenti possono approfittare di vacanze spot di 4 giorni nel corso dell’anno scolastico. «I genitori non hanno tre mesi di ferie – dice Flavia Capozzi, neuropsichiatra infantile e docente alla Sapienza – quindi è giusto tenere le scuole aperte, ma non con la didattica e le lezioni perché per gli alunni sarebbe faticoso, visto il nostro clima. Organizziamo gli stop durante l’anno».

Mercoledì 30 Gennaio 2013 – 10:51
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