archivio | sentieri della memoria RSS per la sezione

“La mafia uccide, il silenzio pure”: Ragazzi da tutta Italia sulla nave della legalità

Jovanotti – Omaggio a Falcone e Borsellino


Caricato da in data 02/lug/2008

“La mafia uccide, il silenzio pure”
Ragazzi da tutta Italia sulla nave della legalità

Nel ventesimo anniversario di Capaci, studenti di ogni età in viaggio per Palermo. A bordo anche alcune compagne di Melissa, la sedicenne uccisa nell’attentato di Brindisi

https://i0.wp.com/www.repubblica.it/images/2012/05/22/180042409-02391cd8-469c-4378-a5f7-0ef9f15881fe.jpg

.

dall’inviato di Repubblica VALERIA TEODONIO

.

.

CIVITAVECCHIA “In.. Capaci di dimenticare”. “La mafia uccide. Il silenzio pure”. Decine di scritte come queste colorano i cartelli dei 2600 studenti a bordo delle due Navi della Legalità che da Civitavecchia e da Napoli raggiungeranno Palermo, dove domani si svolgeranno le manifestazioni per ricordare il ventesimo anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio . Un “viaggio della Legalità” organizzato dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone e dal ministero dell’Istruzione per  dire “no a tutte le mafie”. I ragazzi indossano magliette bianche con stampata una frase di Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Prima della partenza, sulle facciate della navi, sono state srotolate le gigantografie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

A bordo, ragazzi di tutte le età, dalle elementari alle superiori, arrivati da 250 scuole di tutta Italia. Nessuno di loro era nato, 20 anni fa, quando Falcone e Borsellino vennero assassinati. Ma – dicono gli organizzatori  – sulle loro gambe continueranno a vivere quelle idee di cui parlava Falcone. Idee che neanche la mafia può uccidere. Perché l’obiettivo di questo viaggio è proprio questo: tramandare di generazione in generazione la cultura della legalità e l’impegno a contrastare tutte le mafie. Con i ragazzi viaggeranno anche il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso e il fondatore di Libera Don Luigi Ciotti. Piero Grasso farà il viaggio con il nipotino Riccardo. “Non abbiate paura – ha detto agli studenti – tutti insieme dobbiamo vincere quella paura che volevano metterci”.

Chi era Giovanni Falcone? Lo chiediamo ai bambini che stanno per imbarcarsi sulla nave della Legalità in partenza da Civitavecchia. “Una persona che non dobbiamo dimenticare” – risponde Serena, 9 anni – Siamo qui per non scordarlo mai”. “Falcone ci ha insegnato che la mafia va combattuta – aggiunge Pietro, 10 anni – e questo è il nostro modo per lottare”. Prima di salpare è stato osservato un minuto di silenzio per Melissa, la studentessa uccisa nell’attentato di Brindisi. A bordo ci sono anche alcuni suoi compagne di classe: “Ora non lasciateci soli  –  dicono Aurora e Chiara  –  vogliamo ricordarla. Dobbiamo parlarne ogni giorno. E vogliamo risposte”. Con loro hanno portato uno striscione: “Melissa è con noi”.

.

fonte repubblica.it

___________________________________________

Capaci di Essere Capaci – testo: Giovanni Lanza, Vincenzo Zito; musica: Vincenzo Zito

Pubblicato in data 18/mag/2012 da

Canzone scritta per ricordare le vittime delle stragi di
Capaci, Via d’Amelio vent’anni dopo.

Giovanni Falcone
Francesca Morvillo
Antonio Montinaro
Vito Schifani
Rocco Dicillo
Assassinati il 23 maggio 1992 a Capaci

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Giovanni Falcone

Paolo Borsellino
Emanuela Loi
Agostino Catalano
Vincenzo Li Muli
Walter Cosina
Claudio Traina
Assassinati il 19 luglio 1992 in Via D’Amelio a Palermo

Alla volontà del mondo politico di recidere questi legami con la mafia. Io non ho mai creduto. Paolo Borsellino

Dedicata a tutte le vittime delle stragi, anche a quelle non citate.

CAPACI DI ESSERE CAPACI
Testo di Giovanni Lanza e Vincenzo Zito
Musica di Vincenzo Zito

Capaci di essere capaci per non morire,
capaci di essere capaci per cambiare,
capaci di vivere a Capaci, restare qua, non andare mai via!
Capaci di essere capaci e crescere insieme!

Mai fu solo nella lotta, tanti furono i seguaci,
parenti, amici, donne: uomini molto audaci.
Sostennero con forza e passione, l’ideale, l’uomo,
al di sopra la paura e sopravvissero al frastuono.

Insieme a Borsellino caro amico e collega,
la cui successiva morte più forte a lui lo lega.
Ogni grande uomo ha bisogno di una grande donna
che lo ami, lo segua perfino alla gogna.

Capaci di essere capaci…

Francesca Morvillo, più lungo il suo calvario
Dietro a lei Costanza, l’ufficiale giudiziario
come loro altri uomini che difendevano noi e lo Stato
contro la barbara arroganza la vita hanno dato.

Dicillo, Montinaro, Schifani giovani agenti della scorta,
l’ingenerosa sorte nei nostri cuori non è mai morta.
Il dolore, la disperazione e le lacrime delle persone care
hanno la forza di perdonare, ma loro… non vogliono cambiare.

Capaci di essere capaci…

Giovanni Falcone dagli occhi scuri, con ali d’argento
dall’alto scruta il mondo col viso contento

son vent’anni che è volato, da Capaci, come il vento
e noi siamo qui a credere, a sperare nel cambiamento.

Capaci di essere capaci per non morire,
capaci di essere capaci per cambiare,
capaci di vivere a Capaci, restare qua, non andare mai via!
Capaci di essere capaci e crescere insieme!

E crescere insieme!
E crescere insieme! Capaci di essere insieme!

.

Canzone per Falcone e Borsellino

Caricato da in data 24/lug/2009

“Sete di Giustizia” e’ una canzone dedicata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Registrata presso il BonaFide Studio di Londra nel settembre del 2007. Testi e musica di Luca Dori. Luca vive e lavora a Londra. Per maggiori informazioni potete scrivere a: luca.dori@yahoo.co.uk

«Romanzo di una strage». Sofri: «Nel film tesi assurde e gratuite», e appare in Rete, scaricabile, il libro “43 anni”


Adriano Sofri – fonte immagine


«Romanzo di una strage», la versione di Sofri

«Nel film tesi assurde e gratuite»

Online l’instant book dell’ex leader di Lotta Continua

.

Scarica qui ’43 ANNI’ (PDF)

.

MILANO – A proposito di «Romanzo di una Strage» Adriano Sofri aveva pronunciato qualche perplessità nella sua breve rubrica sul Foglio. Per il resto l’ex leader di Lotta Continua, condannato per l’omicidio Calabresi, aveva tenuto un profilo basso sulla ricostruzione di Piazza Fontana firmata da Marco Tullio Giordana. Il suo era un silenzio fecondo. Sabato 31 è apparso sul web come spuntato dal nulla un libro di 132 pagine vergato dal sessantanovenne intellettuale in risposta alle «tesi gratuite e assurde» che sono alla base del film, e prima ancora del libro che lo ispira. Il titolo è 43 anni, quelli trascorsi dalla strage del 12 dicembre 1969.

LE TESI – La sceneggiatura di Rulli, Petraglia e dello stesso Giordana è «liberamente ispirata» al saggio di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie). È la tesi della doppia firma, il «raddoppio» degli ordigni decisa da frange deviate dei servizi segreti con la complicità dell’estrema destra. «Uno intenzionato a fare il botto – sintetizza Sofri – l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste».

LA NOTIZIA SU TWITTER E SUL WEB – Il libro, che apparentemente non ha alle spalle alcuna casa editrice, è stato lanciato sul Foglio, che nel numero del 31 marzo pubblica un’anteprima, e quindi ripreso dal blog Wittgenstein, del figlio dell’autore Luca, quindi da qualche altro sito (ad esempio Zanzibar). La notizia è poi approdata su Twitter, grazie a un paio di tweet dello stesso direttore del Post e di altri attenti lettori. Una reazione a catena destinata ad esplodere da qui a qualche ora.

Antonio Castaldo
@gorazio

.

fonte articolo

Sulla ‘questione’ Palestina, il ‘torto marcio’ di Israele; di Paolo Barnard


scritta su un muro a Hebron – fonte immagine

______________________________________________________


[Palestina & Israele]

.

TORTO MARCIO

presentazione

Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.
Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia.

Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele.
Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragamaticamente ormai legittimati ad esistere.

Che i sopraccitati concetti lascino sconvolto e scandalizzato pressoché chiunque li legga, è solo dovuto al fatto che sulla vicenda israelo-palestinese la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque. Questa mia non è l’ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista. Quanto vado affermando è frutto, lo ripeto, di una autorevolissima ricerca storiografica con al suo attivo nomi di enorme prestigio accademico, e quasi tutti di origine ebraica.

Pochi sono i casi nella narrazione delle vicende umane in cui, in seguito a un approfondimento moralmente onesto dei fatti, si viene a scoprire una realtà indicibilmente diversa da quella comunemente acquisita. Il conflitto israelo-palestinese è forse il caso più scioccante.

Vi propongo di seguito alcune tracce per cominciare a orientarsi. Potete leggere le parti che riguardano Israele nel mio “Perché ci Odiano” (Rizzoli BUR 2006), e la cronologia degli eventi di quel conflitto al termine del libro. Vi troverete un’ampia panoramica, sia storica che dei fatti meno noti e più sconcertanti, con una rigorosa documentazione al seguito. Poi, sempre nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato, ritengo imprescindibile il lavoro dello storico ebreo israeliano Ilan Pappe, e la lettura del suo “La Pulizia Etnica della Palestina” (Fazi Editore 2008). E ancora due libri fondamentali, fra le migliaia: “Pity The Nation” di Robert Fisk (Oxford University Press, 1990), che partendo dalla tragedia del Libano ci svela cose agghiaccianti del passato di Israele, e “Palestine and Israel” di David Mc Dowell (I.B. Tauris & Co. Ltd Publishers, London 1989), altra mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale.

La letteratura disponibile in questa materia è sterminata, per cui mi limito qui a segnalarvi alcuni fra i più veritieri e coraggiosi autori che potrete cercare facilmente in Rete. Fra gli autori stranieri: Prof. Noam Chomsky, Prof. Norman Finkelstein, Tariq Ali, Uri Avnery, Akiva Orr, Prof. Adel Safty, Prof. Edward Said, Prof. Ur Shlonsky, Prof. Edward Herman, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, Shraga Elam, Tanya Reinhart, Amira Hass, Prof. Avi Shlaim, Oren Ben-Dor, Gideon Spiro, Prof. Francis A. Boyle, Meron Benvenisti, John Pilger, Gideon Levy…
Per quanto riguarda gli autori italiani e i siti meglio informati, vi lascio al contatto con l’eccezionale ed enciclopedico Andrea Del Grosso e al suo www.hawiyya.org. Lì c’è tutto (e più di tutto) quello che deve essere saputo sul conflitto israelo-palestinese, con l’impareggiabile pregio di essere narrato e curato dallo studioso più vicino all’imparzialità che io abbia mai conosciuto in Italia.
Poi ci sono i siti stranieri, ancora un oceano di scelte, fra cui raccomando: http://www.zmag.org/znet, http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org.

Infine vi lascio a una breve selezione di articoli e documenti dal mio archivio.
Articoli in ordine: 1) Ottimo CounterPunch sulle lobby ebraiche negli USA 2) Considerazioni da un ex insider americano sulla vicenda di Mordechai Vanunu e sul pericolo nucleare israeliano 3) Due righe di Gianluca Bifolchi su Furio Colombo e sulla sua love story con Israele 4) & 4 bis) Due interessantissime ricostruzioni di come Israele abbia creato Hamas e ne abbia poi perso il controllo 5) Impareggiabile testimonianza dell’ex partigiano d’Israele e storico Akiva Orr su come Tel Aviv si sia armata con l’atomica sotto il naso di tutto il mondo 6) Un mio editoriale apparso sul Manifesto durante la sanguinaria invasione del Libano da parte di Israele nel luglio del 2006.
Documenti in ordine: 1) Ottima sintesi storica delle origini del conflitto in Palestina/Israele, e altri contributi alla comprensione del conflitto, pubblicata da Jews for Justice in the Middle East (aggiornata al 2002, ma utile per il retroterra) 2) Interessantissimo punto di vista dall’interno dell’esercito USA sul problema nucleare Iran-Israele, redatto dal Strategic Studies Institute, U.S. Army War College 3) Una diversa sintesi storica del conflitto israelo-palestinese raccontata dal celeberrimo Uri Avnery, uno dei maggiori e più coraggiosi testimoni ebrei israeliani ancora viventi di tutta l’epopea di quelle terre dal 1948 a oggi 4) Un eccezionale documento originale del 1949: la notoria Legge sulle Proprietà degli Assenti che preparerà il terreno all’immane furto delle terre arabe sottratte dalla neonata Israele ai palestinesi fuggiti dalle loro case di fronte all’infuriare della guerra del 1948, ma soprattutto a causa della campagna di pulizia etnica condotta dai gruppi terroristici ebraici di allora 5) Infine, una mia lettara polemica a un gruppo italiano pro-Palestina che mi invitava a presenziare l’ennesimo convegno sul conflitto. Leggetela per comprendere come, tristemente, anche in questo caso in Italia chi si fregia del titolo di ‘attivista’ mira a soddisfare innanzi tutto il proprio ego, e poi solo in secondo luogo e con estremo lassismo considera l’efficacia di ciò che fa, per non parlare del destino di coloro che vorrebbe ‘salvare’. La lettera contiene la mia proposta concreta per un attivismo efficace a favore della fine del conflitto in Palestina.

Ciò che sta accadendo da ormai 100 anni in quelle terre, è non solo una spaventosa tragedia di ingiustizia e di complicità internazionale nel perpetrarla, ma è anche la causa diretta della peggior minaccia alla pace dopo la fine della Guerra Fredda. La verità sulla genesi di quel conflitto va raccontata alle opinioni pubbliche fino in fondo, costi quel che costi, e giustizia va fatta, costi quel che costi. Tradotto: Israele ha torto marcio, e dovrà lavorare decenni per riparare all’orrendo misfatto della sua condotta in Palestina. Questo, per il bene dei palestinesi e degli israeliani in pari misura, perché senza giustizia, laggiù, nessuno avrà mai la pace. Che significa vita.

CounterPunch sulle Lobbies israeliane (Pdf)
Daniel Ellsberg su Vanunu (Pdf)
Furio Colombo e Israele
La nascita di Hamas 1
La nascita di Hamas 2
La nascita dell’atomica in Israele
Editoriale Barnard sul Manifesto 2006
Le origini del conflitto israelo-palestinese (Pdf)
Studio del Pentagono sul nucleare in Iran (Pdf)
Uri Avnery sulla storia del conflitto in Palestina (Pdf)
La legge sulle proprietà degli assenti, 1949 (Pdf)
Lettera e proposte di Barnard per un attivismo efficace sul conflitto
Neonazismo in Palestina
ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI
UN DETTAGLIO, MA NON DA POCO
YEHOSHUA: UN INSULTO A SEI MILIONI DI MARTIRI
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI: BARNARD e OSTELLINO
Uno strumento per la Palestina: facile, pronto, usatelo
LA VERGOGNA DEI NEGAZIONISTI ACCETTABILI
La pietà  non selettiva. Una lezione da Bergen Belsen
Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema: tappeto rosso al nazismo sionista a Gaza
Cosa penso io, antisionista e critico dei crimini d’Israele, dell’Olocausto
Israle ammazza civili per politica

.

fonte

12 dicembre e Il malore attivo dell’anarchico Pinelli di nuovo in libreria

https://i2.wp.com/www.parolibero.it/userfiles/image/Riccardo%20Melito/12dicembre_front_cover.jpg

12 dicembre e Il malore attivo dell’anarchico Pinelli di nuovo in libreria

Una macchia che ancora tinge la storia nazionale, per non dimenticare, per non ripetere
.

di Riccardo Melito

.

Grazie alla NdA press è disponibile in libreria una nuova edizione del lavoro a cura di Adriano Sofri, Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, pubblicato nel 1996 da Sellerio.  Questa interessante e rigorosa controinchiesta è impreziosita da un dvd che raccoglie il “film perduto” di Pierpaolo Pasolini e Giovanni Bonfanti, militante di Lotta continua, intitolato 12 dicembre e dedicato all’omicidio del ferroviere milanese. Nel dvd sono presenti anche 50 minuti assolutamente inediti di filmati di cinema militante degli anni ’70, realizzati proprio dalla formazione extraparlamentare. Sarebbe però riduttivo dire che il film si occupi esclusivamente di Pinelli e della strage di Piazza Fontana. I quaranta minuti della pellicola risentono fortemente, come da ammissione dello stesso Goffredo Fofi che collaborato alla sua realizzazione, dell’influenza pasoliniana, quello che viene rappresentato è quindi più uno spaccato dell’Italia di quegli anni che una vera e propria opera sulla strage più infame e sull’omicidio più oscuro della penisola. Viene alla mente l’altra opera d’interviste di Pasolini: Comizi d’amore. 12 dicembre è un viaggio lungo tutta la nazione da Torino a Reggio Calabria. Emblematiche dell’influenza pasoliniana sono le riprese fatte ai bambini o la bellissima intervista dell’operaio sordomuto di Bagnoli.

https://i0.wp.com/www.parolibero.it/userfiles/image/Riccardo%20Melito/pinelli.jpg

Due documenti diversissimi quindi, un film ed una sentenza giudiziaria, quella conclusiva dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, legati tra loro da una data fatidica, quella appunto del 12 dicembre 1969, giorno in cui tutta l’Italia fu scossa dalla madre delle stragi di stato, quella della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. Una data che segna “l’inizio della fine”. “Il punto iniziale della strategia della tensione che ha sconvolto l’Italia durante tutto l’arco degli anni ’70 distruggendo una generazione di intellettuali, politici e giovani, relegando il paese alla miseria culturale, imprenditoriale e politica attuale. La trama di servizi segreti deviati e neofascisti bombaroli ha segnato più di ogni altra questione, gli ultimi quaranta anni della nostra storia nazionale”, scrive Massimo Roccaforte della NdA. Il libro è inoltre arricchito da una nuova introduzione scritta da Mauro Decortes del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, lo stesso frequentato da Pinelli, e da una postfazione di Goffredo Fofi.

https://i0.wp.com/www.parolibero.it/userfiles/image/Riccardo%20Melito/piazza_fontana.jpg

Gli eventi raccontati e mostrati dai filmati sembrano antichi, lontani anni luce dal nostro presente, quasi fossili di un’epoca preistorica, sarebbe meglio dire premediatica. Ciò che però rimane di un’attualità disarmante è l’infamia gettata dalla vicenda. Un’ombra che si stende sul sistema politico e su quello giudiziario allo stesso modo. Su quello politico per le implicazioni dello stato nella strategia della tensione, per le sue connivenze con le frange mai epurate del fascismo, per il suo uso sfrontato della repressione, dei servizi segreti deviati e delle stragi. Sul piano giudiziario per l’inchiesta relativa alla strage e quella sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, caduto dal quarto piano della questura di Milano, entrambe rimaste insolute. Nel caso della seconda, la vicenda si tinge di toni surreali visto che la sentenza definitiva, firmata dal giudice dalla fama non esattamente onesta, Gerardo D’Ambrosio, attribuisce le cause del tragico evento ad un “malore attivo” non ben identificato, scagionando gli imputati, tutti membri delle forze dell’ordine. Alla fine del libro e del dvd rimane in bocca il sapore amaro dell’ingiustizia, del dolore di Licia, moglie di Giuseppe e della madre del ferroviere, della rabbia, perché la morte di Mussolini e la liberazione da parte degli statunitensi e, soprattutto, dei partigiani non hanno segnato assolutamente la fine del fascismo. Rimane, allo stesso tempo, anche il desiderio di non arrendersi di non smettere di lottare per un mondo più libero e egualitario, resta, per dirla con le parole di Decortes: “il valore della memoria, ma non come commemorazione”. “Credo – continua il militante – che rammentarci del passato serva soprattutto a capire meglio il presente”. Una memoria che è quindi strumento di vita e di lotta, di comprensione e di lettura, in un paese che ancora non ha fatto i conti con i propri scheletri nell’armadio.

http://www.parolibero.it/userfiles/image/Riccardo%20Melito/pinelli1(1).jpg

Titolo: 12 dicembre, un film e un libro
Autore: Pierpaolo Pasolini e Lotta continua
Editore: NdA press
Prezzo: € 13,90

.

fonte articolo

PER NON DIMENTICARE – VIDEO – Quegli anni di lotta: 1975, ‘Pagherete caro pagherete tutto’ , Varalli assassinato dai fascisti, Zibecchi assassinato dai carabinieri / Intervista a Claudio Sabelli Fioretti – Direttore di ABC nel 1975

‘Pagherete caro pagherete tutto’

.

Il documentario prodotto dal collettivo del cinema militante durante le giornate dell’aprile 1975 a Milano prima, durante e dopo gli assassinii di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. 46 minuti di filmati sugli avvenimenti, le manifestazioni, gli scontri

.

 di

.

Pagherete caro pagherete tutto 1975, prima parte

Pagherete caro pagherete tutto 1975, seconda parte

Pagherete caro pagherete tutto 1975, terza parte

Pagherete caro pagherete tutto 1975, quarta parte

Pagherete caro pagherete tutto 1975, quinta parte

_________________________________________________________________________________________________________________________________

Pino Masi – per Claudio Varalli [1975]

Caricato da in data 10/giu/2008

[1975]
Testo e musica di Pino Masi

————

Claudio Varalli aveva 17 anni, abitava a Bollate in provincia di Milano, frequentava l’Istituto Tecnico per il Turismo, che oggi è intitolato a suo nome, ed era un militante del Movimento Lavoratori per il Socialismo.
Il pomeriggio del 16 aprile 1975 Claudio Varalli, di ritorno da una manifestazione per il diritto alla casa, stava attraversando con altri compagni Piazza Cavour.
Nella piazza c’era un gruppo di fascisti che distribuiva volantini: in realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per qualsiasi espressione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche solo per l’aspetto, definibile di sinistra.
Così accadde anche quel pomeriggio: gli squadristi si avventarono contro i giovani; questi reagirono; uno dei fascisti, Antonio Braggion, non esitò a estrarre una rivoltella e a sparare ripetutamente colpendo mortalmente alla nuca Claudio.

_________________________________________________________________________________________________________________________________

Intervista del 1995 a Claudio Sabelli Fioretti – Direttore di ABC nel 1975

https://i2.wp.com/www.pernondimenticare.net/images/stories/ARCHIVI/sabelli.jpg

.

D -Puoi ricostruire il clima degli anni ’70 dal punto di vista dell’informazione?
R– C’era una certa contrapposizione nel senso che la scelta di campo era qualche cosa che segnava. Io lavoravo in quei tempi a Panorama, avevo iniziato nel ’69 a Panorama, il quale passava addirittura per essere un pericoloso organo di controinformazione e pensa che il direttore era Lamberto Sechi, un tranquillo signore che oggi diremmo liberal-democratico. Infatti la vera controinformazione si faceva nel Bollettino di Controinformazione Democratica. Stetti 5 o 6 anni a Panorama e poi ebbi l’occasione di cambiare di andare in un giornale un po’ più radicale. Questo definisce un po’ il clima di quei tempi.
Oggi come ieri, gente come me sentiva il bisogno..allora avevo 30 anni, oggi ne ho 50…si sentiva il bisogno di uscire dall’equivoco della stampa, tra virgolette borghese e chiudersi in una nicchia un po’ più  protetta in cui ci si guardasse tra amici in cui non si dovesse più fare mediazione, troppa mediazione. Li, mi ricordo, c’erano alcuni giornalisti, Marco Nozza, Marco Fini che facevano un po’ di informazione accettabile, sicuramente accettabile, intendo nel clima…D’altra parte calcola che siamo agli inizi, ai timidi inizi del terrorismo. Non era ancora come sarebbe diventato dopo, però cominciava a diventare difficile essere di sinistra: Come oggi, se tu dici che sei per prodi sei “uno sporco comunista”…è incredibile questa parola che riciccia dopo 20 anni come offesa riferita a gente…Prodi comunista…persino Dini

D- Veniamo ad ABC che tu dirigevi: che giornale era?
R– ABC, ve lo ricordate tutti è stato un giornale che era una grande bandiera della rivoluzione del costume ed anche delle lotte civili. L’editore era Cardella, che oggi si occupa di tossicodipendenza, il leader della comunità che è stata quella di Rostagno, Saman, mi chiamò, ricordo che vendeva 15.000 copie, una cosa quasi inesistente. Io deciso di spostarlo completamente: togliemmo ogni residuo di culi e di tette, lo portammo obbiettivamente molto a sinistra e…nella redazione c’era, non o, Audino, ricordate Savelli editore, c’era Lidia Ravera, c’era Guido Passalacqua, tutta gente più o meno legata a Lotta Continua..e questo spostamento a sinistra, facendo una roba serissima, alla Panorama però di sinistra, proprio di sinistra tosto, grandi inchieste sull’Autonomia operaia, documenti di Curcio come piovesse, avemmo addirittura una perquisizione della polizia perché il giorno stesso che Curcio scappò da Casale Monferrato, noi pubblichiamo un documento di Curcio. Al di là della follia di pensare che Curcio esce dal carcere e la prima cosa che fa viene ad ABC a portarci un documento,  ce lo avevamo già da tempo, potevano pensarlo, lo pensavano. Le tentavano tutte..distribuendo volantini fuori dalle caserme che invitavano alla diserzione, fu una cosa ignobile…e il risultato fù che in breve tempo da 15.000 copie passammo rapidamente a 12.000/13.000 copie. Il giornale era obbiettivamente brutto, dal punto di vista grafico era brutto, politicamente era molto spinto…però cominciava pian piano a farsi riconoscere

D- All’indomani dei fatti del 16 e 17 aprile, ABC uscì con 2 numeri, prima un numero speciale poi un’altra edizione con una denuncia molto dura nei confronti delle forze dell’ordine e dei fascisti, ci racconti i retroscena di quel numero e come arrivarono in redazione le notizie?
Copertina ABC Aprile 1975R– Avevo appena conosciuto un giovane giornalista, collaboratore di Panorama, Sergio Frau, che oggi lavora alla Repubblica , firmammo il contratto e lo mandammo a seguire la manifestazione, questa grande manifestazione che sarebbe poi sfociata…erano già successi degli incidenti, era già morto Varalli, era il 17 aprile e lo mandammo a seguire questa manifestazione. Lui vide la manifestazione, vide gli incidenti , che cosa successe e dopo le fotografie saranno abbastanza chiare: Infatti noi pubblicammo anche la sequenza dei camion presa da un fotografo che stava dall’altra parte della piazza: le fotografie sono sempre cose ferme, ma lui era  lì, lo scrivemmo, era talmente grossa la cosa che decidemmo di fare uno speciale. Il giorno dopo c’era un’enorme manifestazione e noi facemmo una edizione speciale con le fotografie degli incidenti. I quotidiani non mettevano le fotografie proprio a quei tempi, i settimanali aspettavano e noi uscimmo il giorno dopo con le fotografie degli incidenti in cui si capiva benissimo tutto. I titoli erano…non vorrei sbagliare ma erano “Varalli assassinato dai fascisti, Zibecchi assassinato dai carabinieri”. Il risultato fu una grande penetrazione nel mondo della sinistra, per la prima volta si capì che ABC era qualche cosa di diverso da quello che uno pensava. Fù incredibile vedere questa marea di giovani, di operai, di gente incazzata  tutti quanti con in mano il nostro giornale. Dopo 3 giorni uscì il numero normale,  nel frattempo c’erano state le dichiarazioni del ministro dell’interno che era Gui allora, che diceva che non era stato sparato neanche un colpo: Frau, che era il nostro lì e aveva visto i poliziotti sparare e poi c’erano stati anche dei fotografi…noi pubblicammo in prima pagina le foto dei poliziotti che sparavano…

D – ..con il titolo “le menzogne di Gui”..
R– sì, “le menzogne di Gui”. Il giornale esce, ora non ricordo il giorno, mettiamo che esca lunedì, martedì ci hanno chiuso!

D- Si è trasferito qualche cosa di questa esperienza, di questa informazione…da ABC a Cuore?
R– ma io direi che c’è tutto nel senso che…io vedo una tale analogia con quei tempi…se devo essere sincero considero più rischiosi questi, oggi…oggi che se non stiamo attenti qualcuno ci toglie tutto. Oggi sento più di allora l’esigenza di vivere in un giornale che, non dico ..allora si diceva fare controinformazione, oggi basta dire informazione, oggi poca gente fa informazione: Oggi è più importante non fare più mediazioni, non fare più collusioni,..cercare di mettersi d’accordo. Oggi bisogna stare da una parte o dall’altra, rispettabilissimo anche chi sta dall’altra parte, però non bisogna più fare confusione.
Per questo mi sento come all’ora ad ABC, devo dire mi sento meglio, ABC vendeva 15.000 copie, qui ne vendiamo 80.000……….
.

fonte:  http://www.pernondimenticare.net/documenti/interviste/303-intervista-del-1995-a-claudio-sabelli-fioretti-direttore-di-abc-nel-1975

_________________________________________________________________________________________________________________________________

Decennale G8: Genova e il vizio della memoria / Il calendario delle iniziative

Decennale G8: Genova e il vizio della memoria

https://i1.wp.com/static.genova24.it/photogallery/albums/userpics/10001/Genova-G8_2001-Carica_della_polizia.jpg

.

Genova. Sarà il caldo, come quei giorni là. Sarà la calma apparente e l’asfalto che brucia. Sarà perché tutti, da troppi lati, aspettano risposte e tutte le risposte che sono state fornite, ovunque, sono farraginose. Precarie. Frammentate.

Sarà perché Genova è una città che ha il vizio di non aprirsi mai al futuro, ma ha anche il vizio di coltivare la memoria, come direbbe Gherardo Colombo.

Saranno tutti questi motivi, forse, ma la febbre (ci permettiamo di usare un brutto termine che spesso circola nei media) in questi giorni del ricordo del decennale del G8 è sempre più alta.

Intendiamoci: di ricordare il G8, inseguirlo, raccontarlo, cercarlo di capire, questa città non ha mai smesso. Dal meraviglioso libro su Bolzaneto di Massimo Calandri agli applausi a Don Gallo ogni volta che lo evoca nei suoi incontri pubblici, dagli sforzi dei Giuliani alle aperture (poche e circoscritte) delle forze dell’ordine. I manifestanti. Mai.

Ieri questo rinnovo della memoria nel genovese ha trovato collocazione nella settimana dei diritti (e come non poteva mancare), con la presentazione del libro “Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico” scritto da Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto: una ricerca sugli effetti sui manifestanti di quei giorni. Il libro sarà discusso nuovamente il 21 luglio, a Palazzo Ducale, alle ore 18.

Ricordiamo, sommariamente, con l’aiuto della ricostruzione dell’Ansa, la cronaca di quei giorni: il 19 luglio sfila, pacificamente, il primo corteo degli anti global e dei migranti: 50 mila persone, una festa. Il 20 luglio tutto cambia. E’ venerdì: Berlusconi riceve a Palazzo Ducale i leader del G8. In contemporanea iniziano gli incidenti. Dentro la cittadella blindata i Grandi parlano di economia mentre fuori é il caos.

I militanti del Genoa social forum marciano verso la zona rossa lungo strade devastate dal passaggio dei Black bloc. La tensione é alta, la situazione fuori controllo.

Via Tolemaide. Carabinieri e polizia attaccano il fronte del corteo. I ragazzi rispondono lanciando sassi e facendo piccole barricate con i bidoni per la raccolta differenziata. Tra loro c’é Carlo Giuliani. Sarà ucciso alle 17:27.

Il 21 torna la guerriglia. Nella notte la polizia fa irruzione nella scuola Diaz dove dormono alcuni manifestanti. Il blitz trasforma la scuola in una ‘macelleria messicana’. Un massacro. Molti ragazzi sottoposti a fermo saranno portati alla caserma di Bolzaneto, dove è istituito un centro di prima detenzione e dove si verificheranno episodi di vera e propria tortura psicologica e fisica.

La città di Genova si prenderà un mese intero, ancora, a distanza di dieci anni per dibattere e ricordare. Ancora, ricordare.

Seminari, tavole rotonde, dibattiti ma anche mostre, film e concerti, recital e infine manifestazioni e cortei. Un programma complesso che ha preso il via alla fine di giugno e si concluderà il 24 luglio. Tra le iniziative più importanti, oltre al concerto di Lolli e Moni Ovadia e la tavola rotonda sulla cooperazione con Emergency, Libera e Freedom Flotilla, la mostra ‘Cassandra’ al Sottoporticato del Ducale che percorrerà tutto il mese delle iniziative per ricordare, fotograficamente. Giornata clou il 20 luglio. In piazza Alimonda è prevista una serie di iniziative organizzate dal Comitato piazza Carlo Giuliani che prenderanno il via alle 15 per concludersi alle 19.30.

Il 21 luglio, tra le decine di iniziative, il ‘Seminario scuola promosso dai Cobas con la partecipazione di Piero Bernocchi nell’aula magna di Scienze della formazione (ore 16). Poco dopo nella Sala del minor consiglio il Forum ambientalista presenta il rapporto sui diritti globali 2011. E’ prevista la partecipazione tra gi altri di don Luigi Ciotti, Maurizio Gubbiotti, Vittorio Agnoletto. Le manifestazioni si concluderanno domenica 24 luglio con una iniziativa collettiva del movimento alteromondista.

.

10 luglio 2011

fonte:  http://www.genova24.it/2011/07/decennale-g8-genova-e-il-vizio-della-memoria-16244

____________________________________

GENOVA 2011

SCARICA IL PROGRAMMA DELLE INIZIATIVE IN PDF

CALENDARIO EVENTI (clicca sulle date)

Mese Giugno
Lun Mar Mer 1 Gio 2 Ven 3 Sab 4 Dom 5
Lun 6 Mar 7 Mer 8 Gio 9 Ven 10 Sab 11 Dom 12
Lun 13 Mar 14 Mer 15 Gio 16 Ven 17 Sab 18 Dom 19
Lun 20 Mar 21 Mer 22 Gio 23 Ven 24 Sab 25 Dom 26
Lun 27 Mar 28 Mer 29 Gio 30

Mese Luglio
Ven 1 Sab 2 Dom 3
Lun 4 Mar 5 Mer 6 Gio 7 Ven 8 Sab 9 Dom 10
Lun 11 Mar 12 Mer 13 Gio 14 Ven 15 Sab 16 Dom 17
Lun 18 Mar 19 Mer 20 Gio 21 Ven 22 Sab 23 Dom 24
Lun 25 Mar 26 Mer 27 Gio 28 Ven 29 Sab 30 Dom 31

_________________________________________________

UN BELLISSIMO RICORDO – Come Di Bartolomei

Come Di Bartolomei

.

di Francesco Vannutelli

.

.

Vengo qui tutti gli anni.
Al parco, su via Nemorense, dove la mie gambe bambine corsero con gli amichetti da una parte all’altra, confuse e festanti, disordinate e instancabili.
Quante partite, quanti ricordi, su quel campo di terra e polvere che se tira vento non si riesce a tenere gli occhi aperti.
Vengo qui ogni anno, il trenta di maggio, da cinque anni ormai.
Porto il pallone con me, quello di quando ero bambino, quello che ho ritrovato nella vecchia cameretta a casa dei miei genitori, quando lui se ne è andato.
Vengo la mattina presto, prima di attaccare al ministero. Non c’è mai nessuno a quell’ora. Qualche anziano col giornale. Qualche barbone sulle panchine. Le ombre lunghe degli alberi nelle prime luci del giorno.
Arrivo al campetto da calcio e poggio a terra il mio pallone, tutto rovinato, graffiato, usurato.
Mi sfilo la giacca e la poggio a terra. Prendo la rincorsa e tiro, sempre nella stessa rete, piena di buchi, sotto la traversa sverniciata e arrugginita.
Vengo qui ogni trenta di maggio, poco dopo l’alba. Tiro un solo rigore, ogni anno lo stesso, colpendo preciso il pallone al centro dopo una rincorsa breve, per cercare di essere come Agostino di Bartolomei.
Quel trenta maggio del 1984 allo Stadio Olimpico io c’ero.
Ero un bambino di dodici anni con gli occhi grandi e il cuore in tumulto per l’emozione. Non avrei mai immaginato di riuscire a vedere la Roma in finale della Coppa dei Campioni. Mai e poi mai avrei potuto immaginare di essere lì, allo stadio, durante quella partita che mai più c’è stata.
Andavo a vedere le partite di campionato, nel settore distinti, quando mamma me lo permetteva, ma mai ero andato a vedere la partita in mezzo alla settimana, una partita internazionale. Fu sette giorni prima dell’incontro che mio padre tornò a casa dal lavoro con un sorriso e una busta da lettere sigillata in una mano. Io ero al tavolo della sala da pranzo chino sul quaderno a quadretti. “La vuoi vedere la finale?”, mi disse, e aprì la busta tirando fuori due tagliandi per la tribuna Tevere. Io iniziai a saltargli intorno urlando:«Vado a vedere la finale! Vado a vedere la finale!». Lui rideva, felice e orgoglioso.
A cena, di fronte al polpettone con i piselli ci spiegò che Iacovetti dell’ufficio sinistri aveva avuto mesi prima i biglietti come premio aziendale e non sapeva che farsene, visto che tifava per la Lazio. Erano amici, papà e Iacovetti; ogni lunedì commentavano a suon di battute i risultati della domenica. La sera papà tornava a casa e diceva: Iacovetti ha detto così… oppure sai cosa ho detto Iacovetti?. Rideva sempre, il mio papà, e ogni volta che rideva io ridevo con lui. «È stato proprio gentile», disse mio padre versandosi il vino nel bicchiere. «Glielo ho detto: quando la Lazio sarà in finale te li darò io i biglietti!», disse e poi scoppiò a ridere a crepapelle e io con lui.
La settimana che mancava alla finale viaggiò su due diversi binari temporali; da una parte mi sembrava non finisse mai, dall’altra mi sembrava che tra la sera in cui mio padre portò i biglietti e il giorno della grande partita fosse passata solo una notte di sonno.
In classe non ci credeva nessuno. Ero l’unico che conoscevano ad andare allo stadio. Solo il padre di Santucci, il commercialista di piazza Istria, andava in Montemario con una delegazione del suo circolo di canottieri, ma al figlio non se lo portava mica. Rosicava più di tutti, Santucci, mentre mi diceva che tanto dalla Montemario si vedeva meglio che dalla Tevere e che suo padre gli aveva promesso la maglia di Conti a fine partita. “E io gli ho detto: «Tranquillo Santucci, in televisione è come stare allo stadio, uguale uguale! Ti divertirai tantissimo!. Vedessi che faccia ha fatto, papà! Come gli rodeva!».
Quel mercoledì 30 maggio ero paralizzato dall’emozione. A scuola non parlai con nessuno, non incrociai nessuno sguardo, evitai ogni discussione sulla partita.
Salii sulla 127 di papà che ancora non riuscivo a parlare. La sciarpa di lana a bande gialle e rosse che mia madre mi aveva fatto a maglia tre anni prima per il mio esordio all’Olimpico come tifoso mi pizzicava la pelle, avevo caldo, ma non la volevo levare. Non potevo farlo.
Il Liverpool era fortissimo. Erano tutti campioni abituati a vincere, mi diceva papà in macchina. Lui si ricordava quando nel ‘77 avevano battuto proprio qui a Roma i tedeschi del Borussia non mi ricordo cosa. Era la loro prima finale e vinsero subito. E vinsero pure l’anno dopo, contro il Bruges. E di nuovo nell’81, contro il Real Madrid, una delle squadre più forti della storia del calcio. «Ma ‘sta volta è diverso», diceva papà suonando il clacson a festa insieme alle auto degli altri tifosi incolonnati verso lo stadio. «Stavolta noi giochiamo in casa, e anche se loro sono più forti, noi siamo di più, perché stasera la Roma giocherà in ottantamila contro undici, e vedremo se non avranno paura, gli inglesi!» Scoppiò a ridere e io con lui. Non mi sentivo più agitato. Mio papà aveva detto che tutto sarebbe andato bene e io gli credevo. Ci mettemmo a cantare cori da stadio insieme agli altri che a coppie di due ci sfilavano al fianco in motorino.
Allo stadio sentii l’agitazione montare di nuovo, mentre prendevamo posto sulle gradinate facendoci largo tra la folla.
Papà fumava una sigaretta dietro l’altra e io lo guardavo, eccitato e nervoso come non lo avevo mai visto. Mangiammo i panini con la frittata che mamma ci aveva preparato, con il pane fresco del fornaio di via Fibreno, e le zucchine e il prosciutto crudo che univano dolce e salato nella mia bocca. Il sapore mi scioglieva lo stomaco e mi faceva stare meglio. Mamma era bravissima a cucinare, ma quel panino era speciale, c’era qualcosa che lo distingueva da ogni cosa avessi mai mangiato in vita mia. Era più buono di tutto: più buono del ragù di salsiccia che preparava quando veniva nonno a pranzo la domenica; più buono della carbonara che mi faceva quando prendevo un bel voto a scuola. Più buono persino della Nutella che mangiavo a colazione durante le feste di Natale. Era la cosa più buona che avessi mai mangiato. Ne godetti ogni boccone, guardando le bandiere sventolare tutto intorno a me e i fumogeni levarsi pigri verso il cielo.
Quando le squadre entrarono in campo, sentii il cuore esplodermi in petto.
I tifosi inglesi provarono a intonare un timido “You’ll never walk alone”, ma vennero sommersi da un repentino “Roma!” scandito tre volte, in coro, fortissimo, da tutti i tifosi giallorossi. “Roma!”, una volta, per la gioia. “Roma!”, una seconda volta, per la speranza. “Roma!”, la terza volta, per cacciare via la paura.
La Roma giocava con la maglia bianca come segno di cortesia verso i Reds che si trovavano ad essere ospiti.
Battemmo noi, Graziani ebbe la prima occasione della partita, ma furono loro ad andare in vantaggio al quarto d’ora con Neal, al termine di una confusa azione nella nostra area. A pareggiare prima della fine del primo tempo ci pensò Pruzzo con un colpo di testa dei suoi, su cross perfetto di Bruno Conti dalla sinistra. La Roma c’era.
Il resto della partita volò via in una tensione crescente. Il secondo tempo lasciò il risultato invariato, così come i supplementari. I nostri spingevano, Graziani ebbe una buona occasione, ma il Liverpool era ben organizzato e sicuramente più abituato di noi a gestire la tensione.
Si arrivò ai rigori che le squadre erano esauste. Era la prima volta che una finale di Coppa dei Campioni veniva decisa dal dischetto. Era la serata delle prime volte, in qualche modo.
Furono i Reds a calciare il primo rigore, con il difensore Steve Nicol. Tutto l’Olimpico  tratteneva il fiato. Io presi la mano di mio padre e gliela stritolai di incredula felicità quando vidi il pallone volare alto sopra la traversa. Aveva sbagliato! Il Liverpool aveva sbagliato il primo rigore! Ora tutto è possibile!
Toccava a noi adesso. Dovevamo approfittare del vantaggio, portarci avanti e chiudere in bellezza una stagione incredibile. Graziani si avvicinò al dischetto ma fu raggiunto da Agostino Di Bartolomei, il capitano, il numero dieci. «Tiro io», gli disse. Agostino era il nostro rigorista principale. Era sempre lui dal dischetto quando capitava un fallo in area. Un esecutore implacabile, un destro preciso e potente che non dava scampo ai portieri avversari.
Di Bartolomei era il mio giocatore preferito. Così calmo, così ordinato, sempre preciso nelle aperture, violentissimo nel momento in cui si trattava di concludere a rete. Un vero Capitano, che sapeva guidare i compagni, aiutandoli e indirizzandoli sul campo. Ci fu un momento, un paio di anni prima, in cui Falcao stava per diventare il mio idolo prendendo il posto di Agostino. Fu durante la partita contro la Fiorentina. Era una delle prime volte che andavo allo stadio e Falcao fece un assist di tacco al volo per Pruzzo che tutt’oggi rimane uno dei gesti atletici più belli che io abbia mai visto su un campo da calcio. Era facile rimanere ipnotizzati dalla classe del brasiliano, o dalle serpentine di Conti. Ma di Agostino di Bartolomei mi conquistava ogni volta quella serena tristezza che gli si poteva leggere negli occhi, quell’aria che lo faceva apparire a me, bambino appassionato di film western, un eroe, un cowboy solitario e leale, serio e silenzioso, implacabile con la sua pistola.
Il capitano sistemò la palla sul dischetto e prese la rincorsa, breve, come sempre; un passo e mezzo, il minimo necessario per caricare il suo destro, la sua pistola, di potenza pura.
Tirò forte, centrale, spiazzando il portiere del Liverpool. Nel suo destro mise tutta la rabbia, tutta la speranza della sua città, dei suoi tifosi. . Era l’uomo con la pistola che batte l’uomo con il fucile, il pistolero che caccia i banditi all’assalto della banca, solo, con la sua colt.
La gioia fu enorme. Lo stadio stava per esplodere. Una sola voce incitava il nostro portiere Tancredi a neutralizzare anche il successivo rigore inglese. Ma la palla entrò.
Il resto poi è noto; le danze di Grobbelaar e la palla spedita alta da Conti; la traversa di Graziani e il rigore trasformato da Kennedy.
Il Liverpool divenne campione d’Europa per la quarta volta. Avrebbe vinto ancora, negli anni successivi. La Roma non è più tornata così in alto, in Europa.
Quando tutto fu finito, mentre gli inglesi festeggiavano in campo e sugli spalti, mi lasciai crollare sulla gradinata. Ero esausto, come se avessi giocato io la partita. Mio padre mi diede una pacca sulla spalla. Il suo sorriso era pieno di amarezza e delusione, ma batté le mani, insieme agli altri romanisti, per ringraziare la squadra.
In quel momento io ero lontanissimo dagli spalti, lontano dagli altri tifosi, lontano da mio padre.
Mentre sedevo lì, nello stadio che lentamente si vuotava, non riuscivo a pensare alla sconfitta. La partita era una cosa lontana, irreale. Non vedevo la traversa che ci aveva negato la gioia della vittoria, non mi chiedevo perché Falcao non avesse tirato il rigore. Rivedevo solo Di Bartolomei che allontanava il suo compagno e sistemava la palla sul dischetto. E tirava. Forte. E segnava. Per tutti noi. Rivedevo quel rigore all’infinito. Un passo e mezzo e gol. Lo vivevo come se fossi lui. Sentivo la palla battere sul collo del piede destro mentre la calciavo e vedevo la rete gonfiarsi davanti a me.
E all’improvviso capii di essere felice, comunque.  Capii che in quella sconfitta c’era tutta la fatica della squadra e dei suoi tifosi, c’era il sogno di una città intera, c’era il lavoro di mio padre, le sue mani buone che mi avevano dato il biglietto. Quelle mani che ora applaudivano la squadra sconfitta, che ringraziavano insieme a migliaia di altre. Mi unii a loro, battendo le mie, alzandomi in piedi, e guardando mio padre negli occhi, e nel suo sorriso.
Agostino di Bartolomei si sparò un colpo di pistola al cuore sul terrazzo della sua casa di San Marco, in provincia di Salerno, la mattina del 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale contro il Liverpool. Lasciò un biglietto con poche parole; «Mi sento chiuso in un buco». Si disse che era pieno di debiti, che i problemi economici lo avevano portato alla depressione e quindi al suicidio, che si sentiva escluso dal mondo a cui era appartenuto per tutta la vita, a cui aveva dato tutto; il mondo del calcio.
Tu, papà, te ne sei andato nella notte tra il 29 e il 30 maggio di cinque anni fa. Il cuore ha ceduto all’improvviso, ha detto il medico. Si è spento, come una lampadina che si fulmina all’improvviso, mentre stavi dormendo accanto alla mamma, a tua moglie.
Il referto dice che ha smesso di battere poco prima della mezzanotte, ma io non ci credo. Mi piace pensare che abbia resistito quei pochi minuti che mancavano al nuovo giorno per farti andar via in una data importante nella storia della tua squadra, nella tua storia.
Quando il dottore ci disse che ti eri spento serenamente risentii per un istante il sapore di quel panino nella mia bocca, forte e buonissimo come non mai, e vidi il tuo sorriso accanto a me allo stadio, mentre applaudivamo alla sconfitta più bella della nostra storia insieme.
Scappai via dall’ospedale, sfrecciai in macchina verso casa nostra, in via Archerusio. Corsi in camera mia. Cercavo il mio pallone, quello che mi comprasti quando iniziai ad andare al parco a giocare con gli amici. Mi tolsi la giacca e la cravatta e come tanti anni prima mi fiondai per strada, saltando intere rampe di scale, dribblando i pedoni troppo lenti, con il pallone sotto il braccio.
Non trovai nessuno al campo. Solo le porte, una di fronte all’altra, e un gatto, pigra sentinella, accoccolato al centro della distesa d’erba secca.
Iniziai a calciare la palla più forte che potevo dentro la rete. Una, due, dieci, cento, non so più quante volte. Sudavo e calciavo, calciavo e sudavo, e da un momento all’altro, senza preavviso, sentii il pianto esplodermi negli occhi. Mi buttai a terra, nella polvere, piangendo tutte le lacrime del mondo.
Da allora vengo qui ogni anno, il trenta di maggio, al parco, su via Nemorense, dove le mie gambe bambine corsero con gli amichetti da una parte all’altra, confuse e festanti, disordinate e instancabili. Porto il pallone con me, quello di quando ero bambino, quello che ho ritrovato nella mia cameretta a casa  nostra quando tu te ne sei andato.
Arrivo al campetto da calcio e poggio a terra il mio pallone, tutto rovinato, graffiato, usurato.
Prendo la rincorsa, un passo e mezzo soltanto, e tiro, sempre nella stessa rete, sempre nello stesso punto, sotto la traversa  sverniciata e arrugginita.
Un solo rigore. Sempre lo stesso. Per essere come Di Bartolomei.

30 maggio 1984, Roma
Liverpool F.c. – A.S. Roma 5 – 3 ai rigori
(1 – 1 dopo tempi supplementari)

Liverpool: Grobbelaar, Neal, Kennedy, Lawrenson, Whelan, Hansen, Dalglish, Lee, Rush, Johnston, Souness.
A disposizione: Robinson, Bolder, Nicol, Hodgson, Gillespie.
Allenatore: Joe Fagan.

Roma: Tancredi, Nappi, Nela, Righetti, Falcao, Bonetti, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani.
A disposizione: Malgioglio, Oddi, Strukelj, Chierico, Vincenzi.
Allenatore: Nils Liedholm.

Arbitro: Erik Fredriksson (Svezia).

Marcatori: Neal (L) 14’; Pruzzo ( R) 44’.
Rigori: Nicol (L) fuori; Di Bartolomei ( R) gol; Neal (L) gol; Conti ( R) fuori; Souness (L) gol; Rightti ( R) gol; Rush (L) gol; Graziani ( R) fuori; Kennedy (L) gol.

.

(13 febbraio 2011)

fonte:  http://www.flaneri.com/index.php/blog/post/come_di_bartolomei

Dodici anni fa l’addio al grande Faber

Dodici anni fa l’addio a De Andrè

.

fonte immagine

.

Dodici anni: i suoi ammiratori lo sanno bene e lo ricordano quell’11 gennaio del 1999 in cui tutta Genova salutò il suo poeta.

Era una giornata scura quella in cui Fabrizio De Andrè lasciò i caruggi per sempre e fu accompagnato dalla sua gente e dagli amici più stretti.

Il funerale nei diversi Tg italiani di quel giorno:

«Il più grande poeta in assoluto degli ultimi cinquant’anni in Italia», secondo Fernanda Pivano e ancora oggi la sua definizione è quella che continua a essere più usata da tutti per ricordare l’opera del ‘maestro’.

Un estratto di una puntata de ‘La Storia siamo Noi’, dedicata al cantautore, riassume bene il suo pensiero e le sue opinioni:

Noi vogliamo ricordarlo, grazie al Web, attraverso le sue canzoni cantate dai più grandi artisti italiani e chiudere questo viaggio in video nella storia musicale del poeta genovese con una delle ultime performance del figlio Cristiano che è in tour con il secondo CD live del tour “De André canta De André”.

Franco Battiato: “La canzone dell’amore perduto”

Vasco Rossi: “Amico fragile”

Enzo Jannacci: “Via del Campo”

Roberto Vecchioni: “Hotel Supramonte”

Ornella Vanoni: “Bocca di Rosa”

Luciano Ligabue: “Fiume Sand Creek 1981”

Cristiano De Andrè con Silvio Orlando nella recente apparizione a ‘Vieni via con me’ in cui canta “Don Raffaè”

.

11 gennaio 2011

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2011/01/11/ANRQo2bE-dodici_andre_addio.shtml

La rivolta di Genova: 50 anni fa

La rivolta di Genova: 50 anni fa

La rivolta di Genova: 50 anni fa

.
Era il 30 giugno 1960
quando dopo giorni di proteste, manifestazioni e scontri con la polizia la Camera del Lavoro di Genova indisse lo sciopero generale: la città, medaglia d’oro alla Resistenza, era in subbuglio visto che l’Msi aveva deciso di tenere lì il suo congresso. I moti di piazza fecero annullare il raduno dei missini. Anni più tardi il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini scrisse che “è Genova che ha riaffermato come i valori della Resistenza costituiscano un patrimonio sacro, inalienabile della Nazione intera e che chiunque osasse calpestarli si troverebbe contro tutti gli uomini liberi, pronti a ristabilire l’antica unità al di sopra di ogni differenza ideologica e di ogni contrasto politico”.

La rivolta di Genova: 50 anni fa

.

Le immagini della fotogallery sono tratte dal libro “30 Giugno. La Resistenza continua – Moti di piazza e repressione nei giorni del governo Tambroni” – COEDIT Edizioni – di Riccardo Navone

guarda la fotogallery
.

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/06/26/foto/la_rivolta_di_genova_50_anni_fa-5173024/1/?rss

UN GIOCO DIDATTICO PER ESPLORARE LA SCUOLA DI BARBIANA DI DON MILANI

http://terradinessuno.files.wordpress.com/2007/04/scuola-di-barbiana_high.jpg

Un gioco didattico per esplorare la scuola di Barbiana di don Milani


.

Vuoi visitare virtualmente la scuola di don Lorenzo Milani?
Scarica gratuitamente il demo di Virtual Barbiana all’indirizzo http://www.wverdi.it/VirtualBarbiana.html

https://i2.wp.com/www.wverdi.it/pics/copertina.jpg

Oltre 3 ore di commenti audio
20 minuti di filmati
160 immagini fotografiche
quattro livelli di gioco
centinaia di domande
una riproduzione quasi completa della famosa “Lettera ai Giudici”

La ricostruzione di Barbiana in un gioco didattico a portata di mouse

.
Una produzione di Wverdi software e di CDRC Firenze