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Carburanti, prezzi internazionali in calo, ma nei distributori rincari a raffica

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fonte immagine giacinto.org

Carburanti, prezzi internazionali in calo, ma nei distributori rincari a raffica

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ROMA – I prezzi internazionali tornano a scendere con decisione, ma sulla rete carburanti si registra comunque una raffica di rincari. Il fatto è che le quotazioni internazionali, ieri, hanno invertito improvvisamente la rotta con cali da oltre 11 euro/mille litri per la benzina e quasi 10 per il diesel mentre le compagnie petrolifere stavano facendo ancora seguito ai forti cali dei giorni precedenti e soprattutto alla diminuzione decisa dall’Eni.
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Risultato: aumenti generalizzati e consistenti. Vediamoli: TotalErg + 1,5 cent euro/litro sulla benzina e + 1 sul diesel; Shell + 1 cent su entrambi i prodotti come pure Tamoil; Q8, e Esso + 0,5 sempre su entrambi i prodotti; infine, IP + 0,5 e + 1 cent rispettivamente. Da segnalare al contrario la discesa dei prezzi del Gpl tra 0,5 e 1 cent. Prezzi praticati sul territorio di conseguenza in evidente salita, no logo comprese.
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Medie nazionali della benzina e del diesel in netta crescita rispettivamente a 1,820 e 1,724 euro/litro (Gpl a 0,759). Le “punte” adesso sono fino a 1,863 euro/litro per la “verde”, 1,747 per il diesel e 0,779 per il Gpl. La situazione più nel dettaglio a livello Paese (sempre in modalità “servito”), secondo quanto risulta in un campione di stazioni di servizio che rappresenta la situazione nazionale per il Servizio Check-Up Prezzi QE, vede il prezzo medio praticato della benzina che va oggi dall’1,802 euro/litro di Eni all’1,820 di Tamoil (no-logo a 1,702). Per il diesel si passa dall’1,701 euro/litro sempre di Eni all’1,724 di IP (no-logo a 1,577). Il gpl infine è tra 0,719 euro/litro di Eni e 0,759 di Tamoil (no-logo a 0,717).

giovedì 30 maggio 2013 – 11:11   Ultimo aggiornamento: 11:11
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Serbia. Turni massacranti in Fiat. Gli operai danneggiano le auto

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fonte immagine lospiffero.com

Serbia. Turni massacranti in Fiat. Gli operai danneggiano le auto

Qualcuno per protesta nei giorni scorsi ha sfregiato le carrozzerie di 31 auto nuove

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di Laura Bettini

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28/05/2013 ore 11.29

Volano anche oggi i titoli Fiat a Pazza affari che scommette sul progetto di acquisto del 100% di Chrysler e di quotazione – post fusione – a Wall Street. Intanto a Baltimora e Halifax – sono arrivate via nave le prime tremila 500L, destinate al mercato nordamericano. Il mondo è grande e piccolo insieme: le 500L sono prodotte in Serbia, nello stabilimento di Kragujevac che fu della Zastava e che ora è Fiat.

Dall’estate la 500L si produce a ritmi serrati. Troppo serrati stando ai lavoratori. Qualcuno per protesta nei giorni scorsi ha sfregiato le carrozzerie di 31 auto nuove. Il sindacato condanna l’episodio ma scarica la colpa sui ”ritmi infernali di lavoro”. La Fiat risponde che i turni sono già passati da 10 ore a 8, con l’introduzione di un turno notturno. Lo stipendio medio di un operaio della fiat in Serbia è 306 euro mensili contro una media nazionale di 414. La disoccupazione viaggia al 25%.

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fonte radio24.ilsole24ore.com

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Carceri, Corte europea rigetta ricorso dell’Italia. Un anno per la soluzione al sovraffollamento

Carceri, Corte europea rigetta ricorso dell'Italia. Un anno per la soluzione al sovraffollamento (ansa)

Carceri, Corte europea rigetta ricorso dell’Italia.
Un anno per la soluzione al sovraffollamento

La condanna è per trattamento inumano e degradante di sette detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. Il nostro Paese dovrà pagare ai sette detenuti 100 mila euro per danni morali e ha un anno di tempo per rimediare alla situazione carceraria

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STRASBURGO – La Corte europea dei diritti dell’uomo rigetta il ricorso dell’Italia: in base alla sentenza emessa lo scorso 8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi definitiva, l’Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario e introdurre una procedura per risarcire i detenuti che ne sono stati vittime.

Secondo la Corte europea, l’Italia avrebbe violato i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di tre metri quadrati. La condanna è per trattamento inumano e degradante di sette  detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. Il nostro Paese dovrà pagare loro un ammontare totale di 100 mila euro per danni morali.

Non è la prima volta che l’Italia viene condannata per aver tenuto i reclusi in celle troppo piccole. La prima condanna risale al luglio del 2009 e riguardava un detenuto nel carcere di Rebibbia di Roma. Dopo questa prima sentenza l’Italia ha messo a punto il “piano carceri” che prevede la costruzione di nuovi penitenziari e l’ampliamento di quelli esistenti oltre che il ricorso a pene alternative.

La situazione nei penitenziari è disastrosa non solo per i detenuti, ma anche per la polizia penitenziaria. Costretta a dover vigilare su un numero enorme di carcerati. Stamattina trenta agenti si sono incatenati davanti al penitenziario di Poggioreale, con dietro uno striscione che lancia un grido d’allarme a Napolitano: “Il Sappe si appella al Capo dello Stato. Più rispetto per la polizia penitenziaria”.

“Protestiamo – spiega Donato Capece, segretario generale del sindacato – contro la disattenzione della politica e lo facciamo davanti a un carcere simbolo, il più sovraffollato d’Europa con 2.900 detenuti e solo 600 poliziotti, una vera polveriera. Gli agenti sono stremati, con abnegazione svolgono il servizio ma dicono basta. C’è bisogno di misure alternative e di una rivisitazione del sistema penitenziario con riforme strutturali, senza pannicelli caldi come l’indulto e l’amnistia ma un sistema sanzionatorio diverso”. E minaccia, in assenza di risposte, uno sciopero bianco: “Seguiremo alla lettera tutti i protocolli con grande fiscalità, in modo da rallentare servizi come il trasporto dei detenuti in tribunale o le visite dei parenti. Ci spiace per loro che ne subiranno le conseguenze ma vogliamo risposte”.

Sulla questione è intervenuta negli ultimi giorni anche Annamaria Cancellieri. “Le nostre carceri non sono degne di un paese civile”, ha detto il ministro della Giustizia alla commemorazione della strage di Capaci il 23 maggio scorso. A suo avviso, “per risolvere il problema non bastano nuove carceri, ma bisogna ripensare il sistema delle pene”. O forme detentive alternative come l’Isola dell’amore fraterno: un villone nell’agro romano, sull’Ardeatina, dove detenuti in attesa di giudizio vivono in maniera più umana la restrizione della libertà. “Un’esperienza da replicare” ha commentato il ministro durante la visita alla struttura (video). (27 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Lavoro da morire: in Cina 600 mila morti all’anno

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Lavoro da morire: in Cina 600 mila morti all’anno

Lo scorso lunedì la stessa sorte è toccata a Li Yuan, 24 enne di Pechino, morto per un arresto cardiaco

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Nel 2010 in Cina sono morte oltre 600mila persone per cause riconducibili a “stress dal lavoro”. Lo dicono fonti locali. La triste sorte è toccata lo scorso lunedì anche Li Yuan, 24 anni, dipendente della “Ogilvy & Mather”, una nota agenzia di pubblicità di Pechino.

Il ragazzo, impiegato nel reparto tecnologia, si è sentito male dopo aver lavorato per un mese intero 13 ore al giorno sette giorni su sette, festivi compresi. Trasportato immediatamente nell’ospedale più vicino è morto per un arresto cardiaco. La conferma del decesso è arrivata con un tweet della stessa Ogilvy & Mather che però ha puntualizzato: “Yuan non è morto per il super lavoro”, sottilineando invece come l’arresto cardiaco sia stato la conseguenza di una condizione già esistente del ragazzo.

La tragedia intanto ha fatto il giro del mondo e ha toccato l’opinione pubblica mondiale che punta il dito contro la Repubblica Popolare, Paese non esemplare in tema di diritti sul lavoro.

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fonte notizie.it.msn.com

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L’Aquila, il giudice: “Il terremoto poteva essere previsto”

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L’Aquila, il giudice: “Il terremoto poteva essere previsto”

Depositate le motivazioni di condanna di 4 tecnici per il crollo della Casa dello studente nel 2009. Per il gup Grieco “hanno ignorato tutte le prescrizioni”. Il sismologo Boschi: “I sismi non si prevedono, ma gli edifici crollano se costruiti male”

16 maggio 2013

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Il terremoto dell’Aquila che ha portato al crollo tra gli altri della Casa dello studente “non era affatto imprevedibile”. E’ quanto sostiene il giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco nelle motivazioni sulla sentenza di condanna di 4 imputati e assoluzione di altrettanti, depositate oggi 16 maggio. Sulla scorta delle indicazioni tecniche, per Grieco il sisma poteva essere previsto “essendosi verificato in quello che viene definito periodo di ritorno, vale a dire nel lasso temporale di ripetizione di eventi previsto per l’area aquilana”. Periodo che, scrive citando il consulente Luis Decanini, è stato indicato in circa 325 anni dall’anno 1000″. Inoltre, “si è trattato di un terremoto certamente non eccezionale per il territorio aquilano e assolutamente in linea con la sismicità  storica dell’area”.

Secondo il gup del Tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco, inoltre, nella vicenda del crollo della ‘Casa dello studente’ i tre tecnici condannati per il crollo che si occuparono dei restauri del 2000 hanno “colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni”. Per quanto attiene invece al tecnico dell’Azienda per il diritto allo studio che gestisce l’immobile, Pietro Sebastiani, condannato a due anni e mezzo, il giudice ha rilevato che lo stesso “non ha provveduto a fare il collaudo statico dell’immobile”. Nella vicenda  della Casa dello studente avvenuta in occasione del sisma del 6 aprile 2009 morirono 8 giovani. Per tutti gli imputati l’accusa è di omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose.

“I terremoti non sono scientificamente prevedibili”, nel giorno e nel momento in cui possono accadere, “ma, quando accade un terremoto, gli edifici crollano se non sono costruiti con i criteri antisismici”. E’ commento alle motivazioni del giudice del il sismologo Enzo Boschi, intervistato dall’Adnkronos. “I terremoti provocano vittime perché gli edifici sono  costruiti male, ed è un antico problema” aggiunge Boschi.
“Questa sentenza non riguarda il mio processo”, andato a sentenza il 22 ottobre scorso, “per il quale siamo ricorsi in appello” precisa l’ex presidente dell’Ingv. “I terremoti non sono prevedibili ma gli edifici possono venire giù anche senza scosse di terremoto, solo perché sono costruiti male” ribadisce lo scienziato.

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fonte tg24.sky.it

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Bangladesh, donna viva sotto le macerie dopo 17 giorni, mille vittime. Camicie Benetton dalla fabbrica distrutta

https://i0.wp.com/foreignpolicyblogs.com/wp-content/uploads/IMG_0289.jpgLa foto-simbolo della tragedia di Dacca che sta facendo il giro del mondo – fonte immagine foreignpolicyblogs.com

Bangladesh, donna viva sotto le macerie dopo 17 giorni, mille vittime. Camicie Benetton dalla fabbrica distrutta

Più di mille i morti nel palazzo crollato. L’azienda italiana ammette: una piccola fornitura era stata subappaltata

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La donna estratta viva dalle macerie dopo 17 giorni dal crollo

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ROMA – Una donna è stata trovata viva sotto le macerie del palazzo crollato vicino Dacca, in Bangladesh, il 24 aprile scorso.

La superstite, Reshma, rimasta sotto le macerie per 17 giorni, è stata recuperata praticamente illesa e date le circostanze, relativamente in buone condizioni. Intanto è salito a 1.033 morti il bilancio delle vittime. Stamani i soccorritori hanno estratto una ventina di corpi dalle macerie del Rana Plaza, l’edificio di nove piani di Savar, città a 30 chilometri a sud della capitale. Sotto i resti del palazzo ci sono ancora un numero imprecisato di dispersi.

Gli scavi hanno raggiunto l’uscita del palazzo a pian terreno dove molti operai si erano ammassati dopo i primi segni di cedimento dello stabile. «Molti dei corpi recuperati negli ultimi giorni erano sotto le rampe di scale dove forse avevano cercato riparo», ha detto il generale Azmal Kabir, che guida un team di genieri impegnati nelle sgombero. Sembra che l’uscita del palazzo fosse chiusa al momento del crollo. Intanto continua il difficile riconoscimento dei corpi che sono in avanzato stato di decomposizione dopo 17 giorni. Finora sono stati seppelliti in fosse comuni oltre 150 corpi, mentre oltre 100 cadaveri sono in attesa di essere identificati attraverso l’esame del dna.

Benetton. Intanto ieri il sito americano Huffington Post ha aperto la sua home page con questo titolo: «Sangue sulle camicie. Il ceo di Benetton ammette i legami del suo gruppo con la tragedia del Rana Plaza». Nel pezzo una intervista con Biagio Chiarolanza, la prima dell’amministratore delegato del gruppo italiano da quando il palazzo di Dacca è crollato facendo strage di operai, due dei quali uniti in un ultimo abbraccio in una drammatica foto che ha fatto il giro del mondo.

Chiarolanza ha detto al sito americano che Benetton aveva acquistato tra dicembre 2012 e gennaio 2013 una partita relativamente piccola di camicie – circa 200 mila – da una società chiamata New Wave Style, che gestiva una delle fabbriche dentro il Rana Plaza. «New Wave al tempo del disastro non era una dei nostri fornitori ma uno dei nostri diretti fornitori indiani aveva subappaltato due ordini», ha detto l’amministratore delegato.

Le affermazioni del manager contrastano con quelle con cui Benetton, subito dopo il crollo, aveva negato via Twitter ogni coinvolgimento con le fabbriche presenti nel palazzo: «Nessuna delle aziende coinvolte sono fornitrici del gruppo Benetton o dei suoi brand», aveva garantito l’azienda italiana. Anche se poi cinque giorni dopo il gruppo di Ponzano Veneto, sempre via Twitter, aveva cambiato versione e ammesso che un unico ordine era stato completato e consegnato da uno dei produttori che operavano nel palazzo crollato molte settimane prima del disastro.

Una parziale marcia indietro, provocata anche dalla scoperta di etichette del marchio dei “Colori Uniti” tra le macerie dell’edificio crollato assieme a quelle del colosso svedese H&M, dell’irlandese Primark, del canadese Joe Fresh, e dell’americano Wal-Mart.

Ma l’intervista di Chiarolanza è servita anche a puntare i riflettori sul labirinto di appalti e subappalti – per Benetton oltre 700 aziende in 120 paesi – che tengono in piedi il sistema della moda a buon mercato, rendendo a volte impossibile tracciare con certezza il cammino di magliette e jeans dalla fabbrica al consumatore. «Non lasceremo il Bangladesh. Noi possiamo aiutare quel Paese a migliorare le proprie condizioni. Ma occorrono un ambiente di lavoro migliore e migliori misure di sicurezza», ha detto Chiarolanza al sito americano.

Intanto però nelle fabbriche di Dacca si continua a morire: ieri 8 persone, tra cui i direttori della fabbrica, sono bruciate nel rogo della Tung Hai Sweater.

Venerdì 10 Maggio 2013 – 09:03
Ultimo aggiornamento: 15:37
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Respingiamo la ‘Monocotura della mente’, di Vandana Shiva

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fonte immagine blog.cimmyt.org

Respingiamo la ‘Monocotura della mente’

In India i miliardari rinunciano alle colture ricche di ferro per puntare sulle banane geneticamente modificate

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DI VANDANA SHIVA
commondreams

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La natura ci ha regalato una cornucopia di biodiversità, ricca di sostanze nutritive. La malnutrizione e la carenza nutrizionale sono il risultato della distruzione della biodiversità. La Rivoluzione Verde ha permesso la diffusione di riso e farina chimici, bandendo la biodiversità dalle nostre campagne e dalle nostre diete. E ciò che è sopravvissuto come coltura spontanea – ad esempio l’amaranto verde (chaulai) ed il chenopodium (bathua) che sono ricchi di ferro- sono stati innaffiati con veleni ed erbicidi. Invece di essere acclamati come doni ricchi di ferro e vitamine, questi vegetali sono stati trattati come erbacce.

La “monocoltura della mente” tratta la diversità come una malattia e crea strutture coercitive per rimodellare il nostro mondo biologicamente e culturalmente variato sui principi di una sola classe privilegiata, di una sola razza e di un solo genere appartenente ad una singola specie. Da quando la “monocoltura della mente” ha preso piede, la biodiversità è sparita dalle nostre campagne e dal nostro cibo. E’ la distruzione delle colture ricche di biodiversità che ha portato alle crisi di malnutrizione.

L’ultima follia degli ingegneri genetici è di promuovere in India banane geneticamente modificate per ridurre le carenze di ferro nelle donne indiane. Il 75% delle donne indiane soffre di carenza di ferro.

Un uomo ricchissimo di nome Bill Gates sta finanziando uno scienziato australiano, James Dale, che conosce una coltura, la banana, per imporre inefficaci e pericolose banane OGM a milioni di persone in India ed in Uganda.
Il progetto è una perdita di tempo e di denaro. Ci vorranno dieci anni e milioni di dollari per completare le ricerche. Intanto i governi, le agenzie di ricerca e gli scienziati diverranno ciechi alla biodiversità basata su alternative a basso costo, sicure, testate nel tempo, democratiche e gestite da donne.

Le donne indiane hanno una grande conoscenza della biodiversità e della nutrizione; nel corso delle generazioni l’hanno ricevuta dalle loro madri e dalle loro nonne. Qualunque donna vi dirà che la soluzione alla malnutrizione sta nell’aumentare la nutrizione, ossia, aumentare la biodiversità.

Per fronteggiare le carenze di ferro, piante ricche di ferro dovrebbero essere coltivate ovunque, nelle fattorie, nei giardini delle cucine, nei giardini comuni, nei giardini delle scuole. La carenza di ferro non è stata creata dalla natura e possiamo sbarazzarci di essa diventando co-creatori e co-produttori della natura.

Ma c’è un mito della creazione che ignora sia la creatività della natura che la biodiversità, come anche la creatività, intelligenza e sapienza delle donne. Secondo questo mito della creazione di paternità capitalista, i creatori sono uomini ricchi e potenti. Possono possedere la vita attraverso brevetti e proprietà intellettuali. Possono trafficare con la complessa evoluzione millenaria della natura e chiamare i loro volgari atti di manipolazione genetica, “creazione” della vita, del cibo e della nutrizione.

La biodiversità indigena dell’India offre risorse ricche di ferro. Per esempio, l’amaranto ha 11.0 mg di ferro per 100 gr, il grano saraceno ne ha 15.5 mg e l’amaranto verde ne ha fino a 38.5mg, la karonda 39.1 mg e lo stelo del loto 60.6 mg.

Le banane hanno solo 0.44 mg di ferro per 100 grammi di parte edibile. Ogni sforzo di aumentare il contenuto di ferro nelle banane impallidisce di fronte al contenuto di ferro della nostra biodiversità indigena.

Non soltanto la banana OGM non è la scelta migliore per apportare ferro nella nostra dieta, ma minaccerà progressivamente la biodiversità delle banane e delle colture ricche di ferro ed introdurrà un nuovo rischio ecologico.

Se adottata, la banana Ogm sarà coltivata in grandi monocolture come il cotone Bt geneticamente modificato nelle piantagioni di banane in America centrale. Il governo e le altre organizzazioni sponsorizzeranno questa falsa soluzione e la nostra biodiversità di cibo ricco di ferro scomparirà.

Inoltre, le nostre varietà locali di banana verranno soppiantate e contaminate. Queste includono le varietà Nedunendran, Zanzibar, Chengalikodan e la Manjeri Nendran II.
L’idea di un’ ”agricoltura nutriente” fatta di pochi nutrienti coltivati in monocolture è già promossa a livello politico, il ministro delle finanze P.Chindambaram ha annunciato un progetto cardine di “nutri farms” nel suo discorso sul budget del 2013.

L’uomo ha bisogno di una biodiversità di nutrienti, inclusi una vasta gamma di micronutrienti ed elementi in tracce. Questi provengono da terreni sani e dalla biodiversità.

Tra le brigate dei biotecnici c’è un’urgenza perversa di dichiarare guerra alla biodiversità ed alla sua fonte. E’ stato fatto un tentativo di introdurre il Bt brinjal in India, che è il centro della diversità del brinjal, il mais OGM è stato introdotto in Messico, il centro della diversità del mais. La banana OGM si sta introducendo nei due paesi in cui la banana è una coltura significativa ed ha una grande diversità. Una è l’India, l’altra è l’Uganda, l’unica nazione in cui la banana è un prodotto basilare.

HarvestPlus è la corporation che sta promuovendo “biofortification”- tirando su le colture ed aumentando il loro valore nutrizionale. Ma gli esperti dicono che l’aumento dei nutrienti nei cibi potrebbe portare a problemi insormontabili; potrebbe apportare una quantità tossica di nutrienti ad un individuo e causare anche effetti collaterali associati, e c’è il rischio che i prodotti fortificati non siano una soluzione alla carenza di nutrienti presso le popolazioni a basso reddito, che potrebbero non essere in grado di permettersi i nuovi prodotti ed i cui bambini potrebbero non essere in grado di consumarne quantità adeguate.

Gli scienziati australiani stanno usando un virus che infetta le banane come uno starter. Il virus potrebbe diffondersi attraverso il transfer orizzontale di geni. Tutti gli scienziati genetici utilizzano geni che provengono da batteri e virus. Studi indipendenti hanno dimostrato che ci sono rischi per la salute associati a cibi OGM.

Non c’è alcuna necessità di introdurre una tecnologia pericolosa all’interno di un cibo povero di ferro come la banana, quando abbiamo così tanti cibi accessibili, sicuri, a portata di mano ed opzioni diverse per venire incontro alle nostre esigenze nutrizionali di ferro.

Dobbiamo migliorare la nutrizione aumentando la biodiversità, non “fortificando” industrialmente cibi vuoti ad un costo alto, o mettendo uno o due nutrienti all’interno di colture geneticamente ingegnerizzate.

Non abbiamo bisogno di questi esperimenti irresponsabili che creano nuove minacce alla biodiversità e alla nostra salute; non abbiamo bisogno di soluzioni nutritive imposte da uomini potenti seduti in posti lontani, che sono totalmente ignoranti sulla biodiversità dei nostri campi e dei nostri piatti tradizionali, e che non devono subire le conseguenze del loro potere distruttivo. Dobbiamo mettere la sicurezza alimentare in mano alle donne, in modo che finanche l’ultima donna e l’ultimo bambino possano godere dei doni naturali della biodiversità.

Vandana Shiva
Fonte: http://www.commondreams.org/ Link: https://www.commondreams.org/view/2013/04/24-8
24.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchsciotte.org a cura di ALESSANDRA

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fonte comedonchisciotte.org

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SONO 610 – Bangladesh, sale il bilancio dei morti dopo il crollo a Dacca

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(© Ansa) Il corpo di una donna intrappolato sotto le macerie

Bangladesh, sale il bilancio dei morti dopo il crollo a Dacca

Corpi rinvenuti in decomposizione. L’architetto del Rana Plaza: «Doveva ospitare uffici»

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Non si ferma il bilancio dei morti nel crollo del 24 aprile in Bangladesh.
I morti sono saliti a 610 dai 547 di venerdì 3 maggio. I corpi, ha riferito il luogotenente dell’esercito Imran Khan, vengono rinvenuti in stato di decomposizione, per cui risultano difficili le identificazioni. Il bilancio sembra destinato a salire.
Si tratta probabilmente del peggiore incidente mai avvenuto nella storia dell’industria di abbigliamento non solo in Bangladesh, ma nel mondo. Nel palazzo caduto a Dacca avevano sede almeno cinque fabbriche tessili.

PROGETTO ORIGINALE. Il «Rana Plaza», ha spiegato Massud Reza, l’architetto e professore universitario che ha firmato il progetto, «era stato ideato per ospitare un centro commerciale e degli uffici, non delle fabbriche tessili» e «il progetto originale prevedeva uno stabile di sei piani, compreso il seminterrato e centri commerciali sui primi tre livelli e il resto dedicato agli uffici. Mai si era parlato di nove o 10 livelli». «Addolorato ed angosciato» per la tragedia che ha colpito centinaia di lavoratori a Dacca, l’architetto 42enne ha voluto chiarire che il progetto originale dell’edificio (risale al 2004), non prevedeva la costruzione di uno stabile idoneo a sostenere pesi imponenti come macchinari tessili e generatori. «Quando abbiamo progettato l’edificio, il proprietario e l’immobiliarista non ci hanno mai detto che i piani del palazzo erano destinati a laboratori di creazione di abbigliamento».

AFFARI E LICENZA. L’industria dell’abbigliamento in Bangladesh ha un giro d’affari di 20 miliardi di dollari all’anno, costituendo circa l’80% delle esportazioni del Paese. Il palazzo di nove piani che ospitava negozi e laboratori tessili a Savar, città-satellite alla periferia Nord Ovest della capitale Dacca, si è accortocciato su se stesso il 24 aprile. Nel palazzo si trovavano circa 3 mila persone, la maggior parte impiegate in cinque fabbriche d’indumenti a basso costo per i colossi stranieri delle vendite al dettaglio.

Domenica, 05 Maggio 2013

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fonte lettera43.it

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India, etilene nel talco per bambini. Sotto accusa la Johnson&Johnson

India, etilene nel talco per bambini. Sotto accusa la Johnson&Johnson

India, etilene nel talco per bambini.
Sotto accusa la Johnson&Johnson

La locale Food and Drug Administration ritira la licenza alla multinazionale accusata di trattare i suoi cosmetici con prodotti cancerogeni. Le associazioni chiedono verifiche anche in Italia

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di CORRADO ZUNINO

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L’India si ribella alle multinazionali. Dopo la sentenza della Corte suprema indiana del primo aprile scorso contro il colosso farmaceutico Novartis, ora la Food and Drug administration di Maharashtra ha ritirato la licenza alla multinazionale Johnson&Johnson per la produzione di prodotti cosmetici all’interno dello stabilimento di Mulund.

La decisione  –  come ha diffuso in Italia il sito “Io leggo l’etichetta”  –  è stata presa dall’autorità indiana dopo la scoperta di 15 lotti (pari a 160 mila prodotti per la vendita al dettaglio) di talco per bambini trattati con ossido di etilene. I lotti erano stati prodotti nel 2007 e non erano stati ancora smaltiti. L’ossido di etilene ad alte dosi favorisce l’insorgenza del cancro ed è fortemente irritante. Il commissario della Fda indiana, KB Shende, ha detto: “L’ossido di etilene può essere utilizzato per la sterilizzazione del talco, ma la società non si è preoccupata di effettuare i test dopo il processo industriale per verificare la quantità residua nel prodotto”. La multinazionale ha effettuato la sterilizzazione di 15 lotti di talco con l’ossido di etilene preferendola alla normale pratica “a vapore”.

Un portavoce della Johnson&Johnson ha dichiarato: “Non c’è niente di più importante per noi della sicurezza dei nostri prodotti e della salute dei consumatori, il nostro metodo di sterilizzazione è ampiamente utilizzato per dispositivi medici di tutto il mondo e il talco che mettiamo in commercio è sicuro”. Questo metodo di sterilizzazione, tuttavia, è stato abbandonato dall’azienda nel 2010.

In Italia l’Ente nazionale protezione animali, che ha più volte accusato Johnson&Johnson di praticare attività di sperimentazione sugli animali, è intervenuta sul talco per bimbi all’etilene chiedendo che il ministero della Salute “predisponga immediatamente controlli accurati su questi prodotti anche in Italia e che, qualora dovessero essere trovate sostanze pericolose per la salute, provveda adeguatamente al ritiro dal commercio”.
(05 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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PEGGIO CHE SCHIAVI – Bangladesh, oltre 300 morti nel crollo: operai obbligati a lavorare nonostante il pericolo di cedimento

euronewsit euronewsit

Pubblicato in data 26/apr/2013

http://it.euronews.com/ Protestano contro le precarie condizioni di sicurezza in cui sono costretti a lavorare. Gli impiegati del tessile e dell’abbigliamento, il settore che regge l’economia del Bangladesh, non sono rimasti in silenzio di fronte alla morte di quasi 300 loro colleghi, sepolti nel crollo di un edificio alla periferia di Dacca. Non sono mancati, in un tale contesto di animosità, atti di vandalismo e scontri con la polizia.

Un rappresentante sindacale, Ramesh Roy, chiede che il governo, i proprietari dell’edificio crollato e le cinque imprese di abbigliamento che avevano la loro sede all’interno del palazzo, concorrano in parti uguali ai risarcimenti economici.

A due giorni dal crollo, continuano le ricerche dei sopravvissuti. Giovedì sera, 41 persone sono state estratte da una stanza al quarto piano, rimasta miracolosamente intatta. Altre 20 sono state localizzate, vive, ma al momento non è stato ancora possibile raggiungerle. In tutto, 300 o 400 persone sarebbero sotto le macerie.

E intanto il proprietario dell’edificio, un politico del partito di maggioranza, risulta latitante.

Si seguono:
Su Youtube http://bit.ly/wV2enX
Su Facebook : http://www.facebook.com/euronews.fans
Twitter: http://twitter.com/euronewsit

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Il palazzo di otto piani crollato a Dacca, 24 aprile 2013 (MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images) – fonte

Bangladesh, oltre 300 morti nel crollo:
operai obbligati a lavorare
nonostante il pericolo di cedimento

Prendevano 14 centesimi al giorno. Arrestati 8 proprietari delle imprese tessili ospitate nell’edificio. Una donna ha partorito tra le macerie

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ROMA – È salito a 340 il numero dei cadaveri estratti dalle macerie dell’edificio di nove piani crollato mercoledì nel quartiere di Savar, alla periferia di Dacca. L’edificio ospitava cinque laboratori tessili che confezionavano abiti per alcuni grandi nomi di moda low cost, tra i quali l’inglese Primark, Mango, Matalan, Premier Clothing. I lavoratori morti sotto le macerie lavoravano per 14 centesimi all’ora. Ieri violenti disordini si sono registrati a Dacca quando una folla oceanica, inclusi migliaia di lavoratori dell’industria tessile del Bangladesh, è scesa in strada per protestare: ci sono stati scontri con la polizia.

Tra i superstiti estratti dal palazzo di Dacca c’è anche una donna che ha partorito un bambino mentre era intrappolata sotto le macerie. Lo riferisce l’agenzia di stampa del Bangladesh BSS. Non è dato sapere quali sono le condizioni della madre e del neonato, subito ricoverate in un ospedale. A quattro giorni dalla sciagura, i soccorritori continuano a estrarre persone vive dall’edificio, scavando con le mani, dopo che diversi testimoni hanno sentito urla di persone intrappolate tra le macerie. Il lavoro è reso più difficile oggi dalla pioggia. Da ieri sera almeno 23 persone sono state salvate grazie a dei «tunnel» scavati tra i lastroni di cemento armato. Il Daily Star riferisce che i soccorritori continuano a udire delle voci che chiedono aiuto dal terzo piano dell’edificio. Per raggiungere le persone intrappolate sono state chiamate persone di corporatura minuta in grado di infilarsi tra le fessure dello stabile crollato. Intanto viene «pompato» dell’ossigeno sotto i detriti per garantire aria sufficiente a coloro che sono bloccati. Nella speranza di salvare ancora superstiti, il responsabile dell’esercito (che guida i soccorsi) ha deciso di rinviare l’uso dei bulldozer. L’utilizzo dei macchinari per rimuovere le macerie era, infatti, previsto stamattina, allo scadere delle 72 ore.

I soccorritori hanno pubblicato una lista di 761 persone date per disperse dai familiari nel crollo del palazzo alla periferia di Dacca. Lo riferisce il sito internet bdnews24.com. L’elenco è stato compilato sulla base delle informazioni dei parenti di coloro che lavoravano nel complesso del «Rana Plaza» e che non hanno più notizie dei loro cari. La lista comprende nomi e foto delle persone scomparse.

Otto arresti. Almeno otto persone sono state arrestate, tra cui due responsabili di aziende di abbigliamento, in connessione con il crollo del palazzo. Lo riporta l’agenzia di stampa nazionale Bss citando fonti di polizia.Tra gli arrestati ci sono Mahbubur Rahman Tapas e Bazlul Samad Adnan, proprietari della New Weave Bottoms e della New Weave Style, la moglie del proprietario del “Rana Plaza”, Mitu Akter, e due ingegneri della municipalità di Savar, Imtemam Hossain e Alam Miah, accusati di aver minimizzato la gravità dei cedimenti registrati dalla struttura dell’edificio all’inizio della settimana. Sono stati prelevati dalle proprie abitazioni in un raid notturno. È stato anche detenuto un cugino, Jahangir Hossain, del proprietario del palazzo di otto piani Sohel Rana, un esponente del partito di maggioranza dell’Awami League. L’uomo risulta irreperibile ed è ricercato dalla polizia. il «Rana Plaza» ospitava un centro commerciale, una banca privata e cinque aziende di abbigliamento con circa tremila dipendenti.

Da tre giorni si scava tra le macerie. Le squadre di soccorso che nelle ultime ore sono riuscite a raggiungere altre 14 persone ancora in vita, recuperando però anche 13 cadaveri.

Operai obbligati a lavorare nonostante il rischio del crollo. Secondo Asia News, gli operai erano stati obbligati a tornare al lavoro nonostante la polzia avesse avvertito i proprietari delle industrie del pericolo crollo: gli operai sarebbero stati ricattati dai proprietari che minacciavano di non pagarli. Alcuni video girati poco prima del crollo mostrano delle crepe nelle mura con evidenti segni di riparazione e alcuni pilastri privi di cemento, mentre la polizia parla con i dirigenti, probabilmente nel tentativo di convincerli a far evacuare l’edificio.

Le polemiche. Qual è il costo in vite umane della maglietta a basso costo comprata nelle catene di high street come Gap o H&M o nei grandi magazzini discount come Walmart? Il New York Times ha alzato la voce: «Il crollo ha puntato di nuovo i riflettori sulle pessime condizioni in cui milioni di operai producono abiti per i consumatori europei e americani». In novembre, ricorda il quotidiano in un editoriale, ci fu un rogo in un altro impianto che produceva per Walmart e Sears: i morti in quell’inferno furono 112. «La gravità e la frequenza di questi disastri è un atto di accusa contro l’industria globale dell’abbigliamento e di dettaglianti come Gap, Walmart e H&M che comprano miliardi di abiti dal Bangladesh ma finora si sono rifiutati di chiedere e di pagare per adeguate misure di sicurezza negli impianti che producono le loro ordinazioni».

Polemiche in Gran Bretagna: secondo John Hilary, direttore della Ngo War on Want, l’industria del vestito a basso costo è «automaticamente collegata a questo tipo di disastri». Per quanto uno cerchi di acquistare «eticamente», in materia di vestiti ogni aspirazione del genere è veramente difficile, ha scritto sul Guardian la columnist Susanna Rustin: «Tutte le grandi catene, compresa Primark che si riforniva nell’edificio distrutto a Rana Plaza e che ha promesso di ‘aiutare dove possibilè le famiglie dei morti, hanno politiche etiche che possono essere consultate online, ma nessuna ha una etichetta Fairtade nelle vetrine dei negozi, ed è dunque impossibile sapere se la maglietta che indosso oggi è macchiata di sangue».

Condoglianze da Mario Monti. Il presidente del Consiglio uscente e ministro degli Esteri ad interim, Mario Monti, ha inviato al ministro degli Esteri del Bangladesh, Dipu Moni, un messaggio di condoglianze per la tragedia avvenuta in Bangladesh. «È con profonda costernazione – si legge in un comunicato della Farnesina – che ho appreso del tragico incidente che è costato la vita a centinaia di persone nella capitale Dacca. Esprimo a nome mio personale e del Governo italiano le più vive condoglianze a Lei e a tutte le famiglie delle vittime».

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fonte ilmessaggero.it

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