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Ilva, il governo incontra le parti sociali «Risanamento e continuità produttiva». Resta l’ipotesi commissariamento

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Ilva, il governo incontra le parti sociali
«Risanamento e continuità produttiva»
Resta l’ipotesi commissariamento

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ROMA – Il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi ha convocato una riunione tecnica sull’Ilva a Palazzo Chigi con i ministri dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, dell’Ambiente, Andrea Orlando, del Lavoro, Enrico Giovannini, e con i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.

Risanamento e continuità produttiva.
«Al tavolo è emersa una unità di intenti volta ad assicurare risanamento ambientali e continuità produttiva. Il governo ora è impegnato a individuare lo strumento più efficace per conseguire questi due obiettivi nel rispetto delle decisioni della magistratura», ha spiegato al termine dell’incontro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi. «Si sta lavorando per giungere quanto prima alla soluzione, la decisione ci sarà prima del 5 giugno», quando è convocata l’assemblea dei soci dell’Ilva, ha detto il segretario confederale della Cisl Luigi Sbarra, al termine della riunione a Palazzo Chigi.

Orlando.
«Stiamo lavorando ad una norma primaria che riparta dall’elemento del commissariamento evocato dalla legge 231, in cui non è ben definito», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando escludendo comunque un decreto per il Cdm di venerdì. «Non è un intervento semplice, ci sono elementi di incompiutezza nella normativa attuale», ha sottolineato aggiungendo che «è fondamentale raggiungere gli obiettivi di ambientalizzazione che fino ad oggi non sono stati raggiunti».

Zanonato.
La soluzione allo studio per l’Ilva potrebbe essere o un commissario unico o un commissario ad acta solo per il risanamento ambientale, ha detto il ministro dello sviluppo Flavio Zanonato a Radio24. «O un commissario unico o l’azienda continua a gestirsi e il governo decide di farsi il risanamento con un commissario ad acta. Bisogna vedere qual’è la soluzione che funziona meglio», ha aggiunto il ministro, sottolineando che «si tratta di affrontare problemi che hanno un carattere di unicità» e quindi «occorre una norma legislativa, cioè un decreto che diventerà legge. Si sta ragionando su questo, a me interessa una soluzione che funzioni».

Il ministro ha ribadito la necessità che «a pagare deve essere chi ha inquinato». «L’Ilva per produrre acciaio adesso è un’azienda che funziona. Ma nel tempo ha inquinato e continua ad avere degli standard nella produzione che creano dei problemi ed è su questo che bisogna agire», ha spiegato Zanonato, ricordando che i campi minerari si estendono su 70 ettari, quasi come 100 campi da calcio, «una tettoia che copra tutto è un’opera unica, un’opera immensa». Zanonato ha quindi ricordato che domani dopo il cdm c’è un tavolo, già fissato da tempo, al Ministero sulla siderurgia. «Non è un’intenzione del Governo aumentare l’Ilva, è una cosa decisa dal precedente Governo e per disattivarla servono 4 miliardi o di nuove entrate o di tagli o di una miscela delle due. Su questo Saccomanni sta lavorando, cercando di costruire una proposta», ha aggiunto Zanonato, esprimendo l’auspicio che ci riesca: «spero di sì».

La petizione.
Gli operai della ‘Cellula di Rifondazione Comunista’ dell’Ilva di Taranto, con la federazione tarantina di Rifondazione Comunista, intanto hanno deciso di avviare una raccolta di firme per chiedere la nazionalizzazione dell’azienda, il risanamento dello stabilimento di Taranto, la difesa dei livelli occupazionali, il controllo da parte dei lavoratori e della società civile sul processo di riqualificazione degli impianti e di bonifica del territorio e il potenziamento dei presidi sanitari locali.

Giovedì 30 Maggio 2013 – 12:54
Ultimo aggiornamento: 17:59
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Carceri, Corte europea rigetta ricorso dell’Italia. Un anno per la soluzione al sovraffollamento

Carceri, Corte europea rigetta ricorso dell'Italia. Un anno per la soluzione al sovraffollamento (ansa)

Carceri, Corte europea rigetta ricorso dell’Italia.
Un anno per la soluzione al sovraffollamento

La condanna è per trattamento inumano e degradante di sette detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. Il nostro Paese dovrà pagare ai sette detenuti 100 mila euro per danni morali e ha un anno di tempo per rimediare alla situazione carceraria

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STRASBURGO – La Corte europea dei diritti dell’uomo rigetta il ricorso dell’Italia: in base alla sentenza emessa lo scorso 8 gennaio dai giudici di Strasburgo, divenuta oggi definitiva, l’Italia ha un anno di tempo per trovare una soluzione al sovraffollamento carcerario e introdurre una procedura per risarcire i detenuti che ne sono stati vittime.

Secondo la Corte europea, l’Italia avrebbe violato i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di tre metri quadrati. La condanna è per trattamento inumano e degradante di sette  detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. Il nostro Paese dovrà pagare loro un ammontare totale di 100 mila euro per danni morali.

Non è la prima volta che l’Italia viene condannata per aver tenuto i reclusi in celle troppo piccole. La prima condanna risale al luglio del 2009 e riguardava un detenuto nel carcere di Rebibbia di Roma. Dopo questa prima sentenza l’Italia ha messo a punto il “piano carceri” che prevede la costruzione di nuovi penitenziari e l’ampliamento di quelli esistenti oltre che il ricorso a pene alternative.

La situazione nei penitenziari è disastrosa non solo per i detenuti, ma anche per la polizia penitenziaria. Costretta a dover vigilare su un numero enorme di carcerati. Stamattina trenta agenti si sono incatenati davanti al penitenziario di Poggioreale, con dietro uno striscione che lancia un grido d’allarme a Napolitano: “Il Sappe si appella al Capo dello Stato. Più rispetto per la polizia penitenziaria”.

“Protestiamo – spiega Donato Capece, segretario generale del sindacato – contro la disattenzione della politica e lo facciamo davanti a un carcere simbolo, il più sovraffollato d’Europa con 2.900 detenuti e solo 600 poliziotti, una vera polveriera. Gli agenti sono stremati, con abnegazione svolgono il servizio ma dicono basta. C’è bisogno di misure alternative e di una rivisitazione del sistema penitenziario con riforme strutturali, senza pannicelli caldi come l’indulto e l’amnistia ma un sistema sanzionatorio diverso”. E minaccia, in assenza di risposte, uno sciopero bianco: “Seguiremo alla lettera tutti i protocolli con grande fiscalità, in modo da rallentare servizi come il trasporto dei detenuti in tribunale o le visite dei parenti. Ci spiace per loro che ne subiranno le conseguenze ma vogliamo risposte”.

Sulla questione è intervenuta negli ultimi giorni anche Annamaria Cancellieri. “Le nostre carceri non sono degne di un paese civile”, ha detto il ministro della Giustizia alla commemorazione della strage di Capaci il 23 maggio scorso. A suo avviso, “per risolvere il problema non bastano nuove carceri, ma bisogna ripensare il sistema delle pene”. O forme detentive alternative come l’Isola dell’amore fraterno: un villone nell’agro romano, sull’Ardeatina, dove detenuti in attesa di giudizio vivono in maniera più umana la restrizione della libertà. “Un’esperienza da replicare” ha commentato il ministro durante la visita alla struttura (video). (27 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Scandalo della carne di cavallo Il ministero: “Tracce in 93 campioni su 454”

Scandalo della carne di cavallo Il ministero: "Tracce in 93 campioni su 454"
Un piatto pronto venduto in Francia

Scandalo della carne di cavallo
Il ministero: “Tracce in 93 campioni su 454”

Trasmessi dal dicastero  Salute alla Commissione europea, i risultati delle attività di controllo

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Si torna a parlare dello scandalo della carne di cavallo. Sono stati infatti appena trasmessi questa sera dal ministero della Salute alla Commissione europea, i risultati delle attività di controllo predisposte in seguito alla Raccomandazione del 19 febbraio, dopo la scoperta della presenza di carne equina non dichiarata in prodotti a base di carne. Sono stati prelevati dai Nas 454 campioni, di cui 93 risultati positivi per presenza di carne equina superiore all’ 1% per cento, che doveva invece essere dichiarata. Relativamente alla ricerca sono stati analizzati 323 campioni di muscolo equino e 51 campioni di sangue. In nessun campione è stato rinvenuto fenilbutazone, antinfiammatorio utilizzato per i cavalli, ma vietato per l’uomo. La commissione Ue domani pubblicherà i risultati di tutti gli Stati membri.

Lo scandalo delle lasagne e degli hamburger ‘taroccati’ con carne di cavallo è emerso in Gran Bretagna e si è esteso ad altri paesi europei. Il governo britannico ha aperto un’inchiesta, dopo avere ammesso di non essere in grado di dire se centinaia di migliaia o addirittura milioni di confezioni di prodotti surgelati potessero contenere carne equina contrariamente a quanto riportato sulle etichette, né potendo escludere che anche animali malati siano finiti nel tritacarne dell’industria alimentare. In questi mesi in Italia e in Francia: lo scandalo della carne di cavallo venduta come manzo ha fatto calare rapidamente le vendite di primi piatti pronti, surgelati e ragù.
(15 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Usa, “tutti i 104 reattori nucleari attivi hanno problemi di sicurezza” / ‘Irreparable’ safety issues: All US nuclear reactors should be replaced, ‘Band-Aids’ won’t help

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Usa, “tutti i 104 reattori nucleari attivi hanno problemi di sicurezza”

La clamorosa affermazione viene da Gregory B. Jaczko, ex-chairman della “Nuclear Regulatory Commission”, l’organo che si occupa di sovrintendere alla sicurezza degli impianti. Da anni molti gruppi ambientalisti si rivolgono, praticamente inascoltati, all’opinione pubblica

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Tutti i 104 reattori nucleari operativi negli Stati Uniti hanno problemi di sicurezza che non possono essere risolti. Quindi, dovrebbero essere chiusi. La clamorosa affermazione viene da uno che di nucleare americano dovrebbe intendersene, e cioè da Gregory B. Jaczko, ex-chairman della “Nuclear Regulatory Commission”, l’organo che si occupa di sovrintendere alla sicurezza degli impianti. Secondo Jaczko, chiudere nello stesso momento tutti i 104 reattori sarebbe ovviamente impossibile. La sua soluzione è un’altra: non rinnovare le autorizzazioni ai reattori, “non continuare a mettere un cerotto dopo l’altro agli impianti” e far sì che questi chiudano progressivamente.

La preoccupazione per impianti obsoleti e pericolosi non è ovviamente nuova. Da anni molti gruppi ambientalisti e contrari al nucleare si rivolgono, praticamente inascoltati, all’opinione pubblica. La novità, in questo caso, sta proprio nella figura di chi lancia l’allarme. Gregory Jaczko è stato fatto membro della “Nuclear Regulatory Commission” da George W. Bush nel 2005, divenendone chairman nel 2009. Nel giugno 2012 ha rassegnato clamorosamente le dimissioni, diventando uno dei più tenaci critici dell’industria nucleare Usa. Le ultime dichiarazioni, riprese dal “New York Times”, sono state fatte nel corso della “Carnegie International Nuclear Policy Conference” di Washington, dove a Jaczko hanno chiesto come mai chiede proprio ora la chiusura dei reattori. La sua risposta è stata: “Sono arrivato a questa conclusione solo recentemente”.

La posizione di questo fisico è così riassumibile: molti degli impianti cui è stata concessa l’autorizzazione ad operare per altri 20 anni, oltre i 40 anni canonici, non arriveranno al limite dei 60 anni. Quindi, vanno chiusi. In nessun modo poi va consentito che le aziende proprietarie dei reattori possano chiedere la licenza per altri 20 anni. Questo porterebbe a 80 anni la vita di un reattore; un periodo oggettivamente troppo lungo e che può produrre rischi terribili. Durante il congresso di Washington, il dottor Jaczko ha anche esposto la sua teoria per evitare il ripetersi di disastri come quelli di Fukushima (Giappone): reattori più piccoli, il cui calore non raggiunge temperature capaci di fondere le barre del combustibile nucleare.

Sullo sfondo delle dichiarazioni di Jaczko c’è una delle guerre più feroci combattute da decenni sul nucleare americano. Jaczko ha rassegnato le sue dimissioni, nel maggio 2012, dopo mesi di scontri e polemiche con gli altri quattro membri della Commissione. L’accusa, nei suoi confronti, portata sino al Congresso degli Stati Uniti, era quella di autoritarismo, eccessi verbali, scarsa condivisione delle informazioni in suo possesso. In realtà, nei mesi precedenti la sua uscita di scena, Jaczko si era trovato spesso solo nel chiedere controlli di sicurezza più severi agli impianti e una riconsiderazione delle licenze distribuite dalla Commissione. La sua battaglia più famosa, vinta ma probabilmente fatale alla sua carriera, fu l’opposizione al progetto di smantellamento delle scorie radioattive che avrebbe dovuto aver luogo nella Yucca Mountain, in Nevada (acerrimo nemico del piano era il capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, che è anche il padrino politico di Jaczko).

Dopo di allora, più volte, l’industria nucleare Usa ha attaccato Jaczko, accusato di avere un PH.D in fisica teoretica e di non conoscere problemi e interessi dell’industria nucleare. La riuscita defenestrazione dello scomodo chairman non sembra però essere riuscita a mettere il bavaglio alle sue opinioni poco ortodosse. La battaglia sul nucleare non sembra comunque destinata a mettere in discussione gli interessi della grande industria, almeno nel breve periodo. Il nuovo segretario all’Energia nominato da Barack Obama all’inizio di marzo, Ernest Moniz, è noto, oltre che per essere stato nel Technology Advisory Council di British Petroleum, anche per i suoi legami con l’industria nucleare. Dal 2002 al 2004 ha collaborato con USEC, una società che fornisce uranio arricchito agli impianti di energia nucleare. USEC, che ha chiesto due miliardi di prestiti garantiti al Dipartimento all’Energia per un progetto in Ohio, ha ovviamente accolto con entusiasmo la nomina di Moniz.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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An aerial view of the Limerick Generating Station, a nuclear power plant in Pottstown, Pennsylvania. (AFP Photo / Stan Honda)

‘Irreparable’ safety issues: All US nuclear reactors should be replaced, ‘Band-Aids’ won’t help

Published time: April 09, 2013 22:46
Edited time: April 10, 2013 01:23

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All 104 nuclear reactors currently operational in the US have irreparable safety issues and should be taken out of commission and replaced, former chairman of the US Nuclear Regulatory Commission, Gregory B. Jaczko said.

The comments, made during the Carnegie International Nuclear Policy Conference, are “highly unusual” for a current or former member of the safety commission, according to The New York Times. Asked why he had suddenly decided to make the remarks, Jaczko implied that he had only recently arrived at these conclusions following the serious aftermath of Japan’s tsunami-stricken Fukushima Daichii nuclear facility.

“I was just thinking about the issues more, and watching as the industry and the regulators and the whole nuclear safety community continues to try to figure out how to address these very, very difficult problems,” which were made more evident by the 2011 Fukushima nuclear accident in Japan, he said. “Continuing to put Band-Aid on Band-Aid is not going to fix the problem.”

According to the former chairman, US reactors that received permission from the nuclear commission to operate for an additional 20 years past their initial 40-year licenses would not likely last long. He further rejected the commission’s proposal for a second 20-year extension, which would leave some American nuclear reactors operating for some 80 years.

Jaczko’s comments are quite significant as the US faces a mass retirement of its reactors and nuclear policy largely revolves around maintaining existing facilities, rather than attempting to go through the politically hazardous process of financing and breaking ground on new plants.

Though the US maintains a massive naval nuclear program, all of the country’s current civilian reactors began construction in 1974 or earlier, and a serious incident at Three Mile Island in 1979, along with an economic recession, essentially caused new projects to be scrapped.

A modest revival of enthusiasm for nuclear power emerged in the early part of the last decade, leading to the construction of four reactors at existing facilities within the last three years, slated to be completed by 2020. Despite the lack of new projects, the US is still the world’s biggest producer of nuclear power, which represents 19% of its total electrical output.

Fittingly, Jaczko’s comments came during a panel discussion of the Fukushima incident, which has brought greater attention to aging US reactors – some of which were quite similar to the General Electric-designed models overwhelmed by the earthquake and subsequent tsunami in 2011.

In response to those comments, Marvin S. Fertel, president and chief executive of the Nuclear Energy Institute, told the Times that the country’s nuclear power grid has, is, and will operate safely.

“US nuclear energy facilities are operating safely,” said Fertel. “That was the case prior to Greg Jaczko’s tenure as Nuclear Regulatory Commission chairman. It was the case during his tenure as NRC chairman, as acknowledged by the NRC’s special Fukushima response task force and evidenced by a multitude of safety and performance indicators. It is still the case today.”

Since the first nuclear reactor went operational in the US, there have been very few fatal incidents at nuclear power facilities, though there were a number of high profile stories written over the inherent dangers of large nuclear reactors during the mid-1970s. One of the most recent incidents at a US reactor was in April of 2013, when an employee was killed at the Arkansas Nuclear One plant while moving part of a generator.

Jaczko served as chairman of the nuclear regulatory agency since 2009, and according to the Times resigned in 2012 following conflicts with colleagues. He was seen as an outlying vote on a number of safety issues, and had advocated for more stringent safety improvements during his tenure.

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source: rt.com

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Il virus Guanarito e il caso della provetta scomparsa

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RECORD NUMBERS: Ecologist Max Tischler with the desert short-tailed mouse, who along with the mulgara, and rare finches also spotted are threatened species found in the rejuvenated Ethabuka Reserve in Outback Queensland. Source: The Courier-Mail

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Il virus Guanarito e il caso della provetta scomparsa

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di | 27 marzo 2013

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Il virus Guanarito non è molto conosciuto. Non solo presso il pubblico dei lettori medi di quotidiani, penso che anche molti cultori della materia lo ignorano, e farebbero fatica a dimostrare una conoscenza in merito.

Questo virus fa parte di un genere, gli Arenavirus, che da luogo a forme che clinicamente si manifestano con emorragie sistemiche, che cioè si possono verificare in diversi organi ed apparati con conseguenze tanto gravi, che possono uccidere i malcapitati che si infettano. Appartengono allo stesso genere il virus Junin, il virus Lassa, Il Lujo, il Machupo, il Sabia ed il Whitewater Arroyo virus. Questi sono tutti virus che condividono la stessa caratteristica clinica di provocare emorragie sistemiche, di poter essere letali, e  di essere trasmessi da roditori, che fungono da reservoir del virus. In pratica ciascun virus riconosce una particolare specie di roditore, che funge da serbatoio e che nella maggior parte dei casi insiste in una particolare area geografica, delimitando in tale maniera il territorio in cui può capitare quella precisa malattia.

Nel caso del Guanarito, che provoca la febbre emorragica venezuelana, il roditore che rappresenta il serbatoio della malattia è lo short-tailed cane mouse, che si trova nella parte occidentale del paese e predilige l’ambiente costituito dai campi anche coltivati dove cresce erba alta in abbondanza. Questo virus è stato protagonista di un episodio abbastanza spiacevole, per non dire preoccupante, di cui la stampa americana ha dato molto recentemente notizia. Una provetta contenente materiale relativo al virus Guanarito è scomparsa dal Laboratorio di Alta Sicurezza di livello BSL4, il massimo, dell’Università del Texas a Galveston.

Il livello di contenimento del virus HIV ad esempio è inferiore: BSL3. Un’ispezione condotta come di routine in questo laboratorio il 20 e 21 di questo mese ha messo in luce questa mancanza. I responsabili del laboratorio hanno riconosciuto che la scomparsa della provetta rappresenta un “fatto serio”. Le prime illazioni riguardo all’accaduto però non fanno cenno ad un’eventuale sottrazione del materiale a fini loschi. Appuntano invece l’attenzione sull’ipotesi ritenuta al momento di gran lunga la più probabile: quella di un mero e fortuito errore umano. La provetta potrebbe essersi rotta, rimasta appesa ad un guanto o semplicemente caduta sul pavimento: “..the vial could have gotten stuck to a glove or finger and merely  fallen on the floor…”. Così ha dichiarato lo Scientific Director del Laboratorio Dr. Scott Weaver.

Però aggiunge, atteso che non vi è alcun pericolo per la popolazione americana, in quanto le procedure di pulizia e di igienizzazione del laboratorio stesso conducono al pieno smaltimento in condizioni di massima sicurezza di tutti i materiali di lavorazione, le ricerche non falliranno di identificare l’autore o gli autori di questo pericoloso errore. Altri aggiungono che in mancanza sul suolo degli Stati Uniti appunto di quel particolare roditore che funge da serbatoio del virus Guanarito, la malattia non può diffondersi.

Questo è il resoconto del fatto, personalmente nel leggerlo, oltre che un po’ agghiacciato, mi sono sentito un uomo di altri tempi. La mia prima domanda è come ci si può ritenere veramente al sicuro da incidenti di laboratorio, ma soprattutto attraverso quali controlli la società è in grado di garantirsi un’incolumità che può essere messa a repentaglio in un momento qualsiasi. Si ha notizia di molti incidenti capitati nel corso degli anni in questi laboratori. Negli Usa sono molti gli Stati che contengono Laboratori di massima sicurezza, a livello BSL4, a costo elevato, si parla di 200 milioni di dollari per edificarli, più le spese di gestione. Questi laboratori vennero costruiti  sull’onda emotiva dell’incidente di Boca Raton del 2001. Quali sono i risultati conseguiti? Quali i vaccini o i farmaci che sono stati concepiti, testati in questi laboratori costosissimi? La malaria è stata sconfitta? E la ricerca sull’Hiv si è avvantaggiata in questi luoghi?

Il virus Guanarito è pericoloso, dal 10 al 20% di letalità su qualche centinaio di casi negli ultimi anni, ma forse il miglior modo di combatterlo è quello di sviluppare un’agricoltura pulita e derattizzare le campagne venezuelane.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Germania, allarme per l’insalata: veleno per topi in insalata da Italia

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Germania, allarme per l’insalata: veleno topi in verdura da Italia

Allarme per una partita di insalata romana importata. Il lotto contaminato venduto nella regione di Reno-Meno. La maggior parte distrutta ma cinque cassette mancano all’appello. Il Codacons chiede controlli anche nel nostro Paese

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ALTRO ARTICOLO

Veleno per topi in insalata da Italia
l’azienda di Angri si difende e rilancia

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BERLINOE’ allarme in Germania per alcune tracce di veleno per topi rinvenute in una partita di insalata romana proveniente dall’Italia. L’insalata, informano le autorità, fa parte di un gruppo di 110 cassette vendute nella regione di Reno-Meno: 105 sono state distrutte mentre delle cinque che mancano all’appello una risulta già venduta.

La cassetta è stata venduta in un mercato della cittadina di Offenbach, mentre altre quattro sono già state smerciate ai consumatori da venditori ambulanti. Per ora non si hanno notizie di avvelenamenti.

L’agenzia Dpa scrive che il commerciante tedesco all’ingrosso Oezdemir di Francoforte ha ritirato tutte le insalate del produttore “Ortofrutticola La Trasparenza”. L’azienda, che ha sede ad Angri, si difende dalle accuse: “Non vendo direttamente la lattuga in Germania, lo faccio invece usando degli intermediari. Certamente non posso sapere dove loro tengano l’insalata”, dice il titolare Antonio La Mura.

Dopo la segnalazione dalla Germania, il Codacons chiede alle autorità sanitarie italiane di attivarsi con urgenza a tutela della salute dei cittadini. Quello tedesco è solo l’ultimo caso, dopo le torte al cioccolato di Ikea con tracce di batteri coliformi e lo scandalo della carne di cavallo nei surgelati e in altri prodotti alimentari.

L’associazione per la tutela dei consumatori chiede di verificare se l’insalata prodotta dall’azienda italiana coinvolta nella vicenda sia commercializzata anche in Italia, e nel caso svolgere le dovute analisi per accertare eventuali contaminazioni. Non solo. Per il Codacons i controlli devono essere estesi, verificando la provenienza della materia prima e tutti i passaggi di filiera, in modo da determinare le cause della presenza del veleno sull’insalata e soprattutto se vi siano altre partite potenzialmente contaminate.

“Oramai c’è uno scandalo alimentare al giorno – commenta il presidente Carlo Rienzi – segno evidente di come si debba intervenire e con urgenza sul fronte della sicurezza alimentare, con norme in grado di dare più garanzie ai consumatori ma soprattutto di tutelare la salute umana”. (08 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Ilva, crolla un ponteggio all’alba, un morto e un ferito grave. Sciopero di 24 ore, attività sospese

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Ilva, crolla un ponteggio all’alba
un morto e un ferito grave
Sciopero di 24 ore, attività sospese

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ROMA – Un operaio è morto e un altro è rimasto ferito in un incidente avvenuto stamattina alle 4.40 nello stabilimento siderurgico dell’Ilva di Taranto alla batteria 9 delle cokerie. Entrambi si trovavano a circa 15 metri d’altezza su un ponteggio che è crollato. Stavano effettuando un intervento di manutenzione alla batteria 9, una delle batterie ferme perché in rifacimento.

L’operaio morto si chiamava Ciro Moccia, aveva 42 anni ed era un operaio Ilva della manutenzione. Il lavoratore rimasto ferito si chiama Antonio Liddi, 46 anni, ed è un dipendente della ditta Mir: è stato ricoverato in gravi condizioni nell’ospedale SS. Annunziata di Taranto.

Sciopero immediato. Uno sciopero è stato immediatamente proclamato dalla Fim Cisl nello stabilimento. «Dopo alcuni anni in cui non si verificavano incidenti mortali, 3 morti nel giro di pochi mesi sono fatti gravi e inaccettabili – ha detto il segretario nazionale della Fim Marco Bentivogli – la Fim Cisl chiede che si accertino subito le responsabilità di quanto accaduto, il lavoro deve essere salubre e sicuro».

L’Ilva sospende l’attività. «Il Presidente e il Direttore di Stabilimento esprimono la loro vicinanza ai parenti e in segno di cordoglio sono state sospese tutte le attività di Stabilimento». E’ detto in una nota dell’Ilva in cui «con profondo dolore» si dà notizia dell’incidente di stamani.

Giovedì 28 Febbraio 2013 – 08:30
Ultimo aggiornamento: 15:38
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