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SENTI CHI PARLA… – Napolitano: “Impossibile non riconoscere il fallimento del comunismo”

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Non fa specie, ne’ sorprende, che sia un Napolitano, fondatore della corrente ‘migliorista (estrema ‘destra’ nel Pci) composta da quattro gatti ed editore di un ‘giornalino’ sulle cui pagine campeggiavano le pubblicità dell’imprenditore Berlusconi, a dettare l’ennesimo annuncio funebre della dipartita del comunismo. Lui che, di fatto, comunista non è mai stato e che ha avuto il via libera all’elezione della Presidenza proprio da quel Berlusconi entrato in politica al solo scopo di salvare le sue aziende dalla bancarotta.
Gli va riconosciuto il fiuto: quando il meneghino Berlusconi non se lo filava nessuno (non nella cerchia dei potenti, sicuramente) il nostro prode rappresentante della Patria non solo accoglieva le sue pubblicità ma ne elogiava i meriti con tanto di elzeviri alquanto propagandistici. Se continua così, questa barzelletta di Presidente surclasserà l’altrettanto barzelletta vivente che fu il presidente Leone, di non lontana memoria. Il che è tutto dire…

mauro

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Napolitano: “Impossibile non riconoscere il fallimento del comunismo”

Il presidente della Repubblica scrive in una raccolta dell’Osservatore Romano in occasione dei 70 anni del cardinale Ravasi: “E’ avvenuto un rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e ha finito per capovolgersi nel suo opposto”

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Il comunismo ha fallito. A dirlo è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a lungo dirigente del Pci (sia pure dell’ala destra). Il giudizio storico del capo dello Stato è affidato a un intervento sull’Osservatore Romano che fa parte di una raccolta di scritti (“Praedica verbum”), pubblicata in onore del settantesimo compleanno del cardinale Gianfranco Ravasi. “Certo, è stato impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista” scrive Napolitano. Nel suo intervento sul giornale del Vaticano il presidente si è concentrato sul rapporto tra etica e politica parlando chiaramente delle fine delle ideologie, a partire da quella comunista, ma non dimenticando che dall’altra parte si affermò anche un certo “fondamentalismo di mercato”.

Sempre sulla fine del comunismo, Napolitano ha parlato del “rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e che aveva finito – come, con fulminante espressione, disse Norberto Bobbio – per capovolgersi, nel convertirsi di fatto nel suo opposto”. In parallelo, aggiunge il presidente, “l’ideologia conservatrice è sopravvissuta alla fine del comunismo, assumendo sempre più le sembianze di quel ‘fondamentalismo di mercato’, tradottosi in deregulation e in abdicazione della politica, che solo la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 avrebbe messo in questione”.

Napolitano sollecita, nel suo scritto, la “rinascita della componente ideale e morale” della politica. Tale rinascita deve essere basata dal recupero degli ideali di libertà e di giustizia sociale. Si tratta di “secernere dalle ideologie contrapposte” del ’900 i loro “riferimenti positivi”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

IN LUTTO LA CULTURA: CHIUDE EPOCHE’ – L’ultima copia delle poesie di Darwish / VIDEO: Mahmoud Darwish “Stato d’assedio”

Mahmoud Darwish “Stato d’assedio”

mimmomastinomimmomastino

Caricato in data 08/gen/2009

Nel 2002, in settembre, in occasione di Napolipoesia, avevamo invitato Mahmoud Darwish, grande poeta e voce del popolo palestinese.
L’invito, dopo molte traversie e per ragioni facilmente immaginabili, non andò a buon fine.
Decidemmo allora di leggere comunque nel corso della manifestazione, il testo che Darwish ci aveva inviato, e che era stato tradotto in italiano sulle pagine de “Le Monde Diplomatique” allegato a “il manifesto”.

Quella che vi proponiamo è la registrazione audio di quella lettura.
Sono trascorsi diversi anni, ma la tragedia è sempre la stessa.

Anche questo è un modo di partecipare, di manifestare, di ricordare tutte le vittime innocenti, e anche Darwish, recentemente scomparso.
Ci auguriamo che la poesia “arma fragile e potente” possa colpire i vostri cuori.

Per ascoltare e leggere il testo di Mahmoud Darwish “Stato d’assedio”:
http://www.casadellapoesia.org/

La voce recitante è di Enzo Salomone
I musicisti: Maurizio Carbone, Carmela Cardone, Marco Cinque, Mauro Di Domenico, Ferdinando Gandolfi, Riccardo Morpurgo, Martin O’Loughlin.
La manifestazione: Napolipoesia 2002, 13/14/15 Settembre 2002, Castel Nuovo – Maschio Angioino, Napoli

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L’ultima copia delle poesie di Darwish

Chiude “Epochè”, la casa editrice che pubblicava le poesie in italiano del celebre poeta palestinese scomparso nel 2008. D’ora in poi si potrà leggerle solo in arabo o in francese

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di Flavia Amabile
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Il 2012 è terminato portandosi via in silenzio le poesie in italiano di Mahmoud Darwish, il più grande e celebrato poeta palestinese, l’uomo che ha trasformato la lotta del suo popolo in versi struggenti, letti e amati in tutto il mondo. Dal primo gennaio infatti è impossibile trovare anche una sola copia nuova dei suoi libri tradotti nella nostra lingua e nessuno sa quando e come riappariranno. È la dura legge dei conti, e di un mercato editoriale sempre più in crisi.

Finora era pubblicato da una piccola casa editrice, Epochè. Vendeva un migliaio di copie l’anno che per un libro di poesie non è da disprezzare. Ma la casa editrice non ce l’ha fatta: per tutto il 2012 ha tentato di resistere poi si è arresa e ha mandato al macero i libri rimasti, anche quelli di Mahmoud Darwish. Chi ne ha una copia in mano, quindi, ora ha una piccola rarità che difficilmente potrà essere replicata. In questo anno di tentativi ci sono state trattative con case editrici più grandi ma alla fine sembra che si possa trovare spazio solo per la narrativa di Darwish. Le poesie, chi vorrà ancora comprarne, dovrà farlo in francese o in arabo.

La vita di Mahmoud Darwish è la vita della sua terra. Aveva poco più di sette anni quando fu costretto a lasciare il villaggio di al-Birwa insieme con la famiglia. L’esercito israeliano l’aveva distrutto. A diciannove anni pubblicò il primo libro di poesie, fra cui “Carta d’identità”, un manifesto della lotta del popolo palestinese. Non si è mai più fermato fino al 2008 quando è morto e soltanto per lui e Arafat i palestinesi hanno celebrato i funerali di Stato.

Ecco alcune poesie

Pensa agli altri

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri, non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio.

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Carta d’identità  

Prendi nota

sono arabo

carta di identità numero 50.000

bambini otto

un altro nascerà l’estate prossima.

Ti secca?

Prendi nota

sono arabo

taglio pietre alla cava

spacco pietre per i miei figli

per il pane, i vestiti, i libri

solo per loro

non verrò mai a mendicare alla tua porta.

Ti secca?

Prendi nota

sono arabo

mi chiamo arabo non ho altro nome

sto fermo dove ogni altra cosa

trema di rabbia

ho messo radici qui

prima ancora degli ulivi e dei cedri

discendo da quelli che spingevano l’aratro mio padre era povero contadino senza terra né titoli la mia casa una capanna di sterco.

Ti fa invidia?

Prendi nota

sono arabo

capelli neri

occhi scuri

segni particolari

fame atavica

il mio cibo

olio e origano

quando c’è

ma ho imparato a cucinarmi

anche i serpenti del deserto

il mio indirizzo

un villaggio non segnato sulla mappa

con strade senza nome, senza luce

ma gli uomini della cava amano il comunismo.

Prendi nota

sono arabo e comunista

Ti dà fastidio?

Hai rubato le mie vigne

e la terra che avevo da dissodare

non hai lasciato nulla per i miei figli

soltanto i sassi

e ho sentito che il tuo governo

esproprierà anche i sassi

ebbene allora prendi nota che prima di tutto non odio nessuno e neppure rubo ma quando mi affamano mangio la carne del mio oppressore attento alla mia fame, attento alla mia rabbia.

*

Potete legarmi mani e piedi  

Potete legarmi mani e piedi

togliermi il quaderno e le sigarette

riempirmi la bocca di terra:

la poesia è sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, la canterò nella cella della mia prigione, al bagno, nella stalla, sotto la sferza, tra i ceppi nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

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I PADRONI COMANDANO, I ‘CIUCCI’ TROTTANO – SEL vuole entrare in Senato oppure no? Vuole che il centro-sinistra governi o no?

 
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SEL vuole entrare in Senato oppure no? Vuole che il centro-sinistra governi o no?

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di Gennaro Carotenuto

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Mario Monti vuole «silenziare» SEL ma in qualche caso sembra che SEL voglia silenziarsi da sola mettendo a rischio per scarsa combattività la maggioranza del centro-sinistra. Nelle liste di SEL in Senato, nelle regioni dove il quorum è difficile, non vuole candidarsi nessuno, tantomeno chi ha vinto le primarie. Eppure è proprio lì che si decide la partita su chi governerà il paese. L’esempio di Mélenchon.

Facciamo che per il momento non faccio nomi e cognomi e luoghi, ma ogni elettore un po’ scafato può trovare in cinque minuti riferimenti che confermino le mie affermazioni.
Alle primarie dello scorso fine settimana, nel 40% delle regioni SEL ha presentato liste unitarie per Camera e Senato riservandosi il diritto di scegliere poi chi candidare alla camera alta. Tale scelta è stata fatta in particolare nelle regioni dove è più difficile raggiungere il quorum alto che la “legge porcata” con la quale ci tocca votare impone. Gli scrutini si sono spesso protratti troppo a lungo per regioni dove magari avevano votato in 3.000 e ad oggi molte decisioni sono state delegate a Roma, svilendo già così il voto dei militanti nelle primarie. Cosa sta succedendo?

Difficile dirlo visto che, nonostante le primarie, le decisioni verranno prese come sempre in segrete stanze che rendono inutile l’ammirevole passaggio del 29 e 30 dicembre. Del resto, anche alla Camera, in alcuni casi già pubblici quali quello della Toscana e del Lazio, il risultato delle primarie è stato allegramente ribaltato per imporre chi aveva perso o non aveva affatto corso e portare indietro chi aveva vinto. A ciò si aggiunge il (legittimo) gioco del listino che porterà ancora più indietro i migliori (per gli elettori). Ma quello che succede col Senato in alcune regioni è peggiore. La lettura di chi scrive è che molti dei meglio piazzati nelle primarie rifiutano di candidarsi al Senato per il più meschino dei motivi: preferiscono capitalizzare un’elezione sicura piuttosto che lottare voto a voto per fare il quorum. In molti casi preferiscono che al Senato vadano candidati di secondo piano, bocciati alle primarie, trasformando quella rappresentanza in una sorta di liste civetta che umilieranno gli elettori di SEL.

Eppure tutti sanno che se il centro-sinistra alla Camera ha la vittoria quasi in tasca, per poter governare il paese deve conquistare con le unghie e con i denti ogni voto al Senato schierando in quella camera -e se d’uopo sacrificando- le migliori forze regione per regione, voto per voto, seggio per seggio.

Sono passati appena pochi mesi da quando nelle parlamentari francesi Jean-Luc Mélenchon decise di sacrificare il proprio seggio parlamentare andando a sfidare la fascista Marine Le Pen nella circoscrizione 11 del Pas de Calais. Perse -rinunciando a un seggio sicuro- ma creò un caso politico permettendo al socialista Philippe Kernel di battere al ballottaggio la candidata del Front National che rimase a sua volta esclusa. A che gioco stanno giocando i candidati di SEL che rifiutano di lottare voto a voto per il Senato imboscandosi alla Camera? Dal loro opportunismo e carrierismo gli elettori di SEL -e tutto il centro-sinistra- hanno solo da perdere.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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fonte gennarocarotenuto.it

Perché un Monti che fallisce è un “tecnico” e il Correa che ha successo è un “economista sinistrorso”?


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Perché un Monti che fallisce è un “tecnico” e il Correa che ha successo è un “economista sinistrorso”?

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DI BILL BLACK
Naked Capitalism

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http://topics.nytimes.mariomonti

http://topics.nytimes.rafaelcorrea

Il punto di vista che il NYT manifesta descrivendo Monti come un “tecnico” [1] e Correa come un “economista sinistrorso” è tipico dei media dominanti.

Sia Monti sia Correa posseggono dottorati in economia presso università statunitensi, ed entrambi sono stati docenti di economia. Come mai il NYT tratta Monti con reverenza e Correa con sdegno? Esiste una serie di parametri usati normalmente dai media statunitensi nello stilare giudizi di merito nei confronti di personaggi prominenti e leader nazionali. I media manifestano grande stima per i leader che mostrano:

1. Un curriculum di successi
2. Coraggio e attitudine al comando nel prendere decisioni difficili ma efficaci
3. Emergere da una situazione negativa attraverso abnegazione e duro lavoro
4. Ripetuti successi in elezioni democratiche
5. Attenzione agli interessi dei più bisognosi, piuttosto che dei più abbienti
6. Iniziative politiche coraggiose e innovative

Un curriculum di successi

Chi legga i profili di Monti e Correa non sarebbe in grado di valutare il loro relativo successo come economisti e leader nazionali, ma questo non dipenderebbe da una mancato accesso ai dati di fatto. Sotto Monti, l’Italia è ripiombata in una grave recessione a causa delle politiche autodistruttive di austerità fortemente sostenute da Monti. La “troika” aveva costretto il predecessore di Monti, Berlusconi, ad adottare l’austerity, e Monti l’ha raddoppiata e triplicata. Al tempo le grandi banche hanno realizzato de facto un colpo di stato che ha costretto Berlusconi alle dimissioni. La Troika ha spinto l’Italia ad adottare Monti come leader senza passare per le elezioni. Sotto Monti la disoccupazione è salita all11,1%, e per quel che riguarda i giovani supera il 36%. Molte delle migliori menti italiane emigrano appena dopo la laurea. Questo vuol dire che la percentuale del 36% è una sottostima dell’effettiva disoccupazione giovanile in Italia, dato che non si tiene conto di quelli che emigrano. L’erosione di una delle maggiori risorse dell’Italia, la già declinante classe giovanile, nuocerà al paese per decenni.

L’articolo su Monti si sforza di dare l’impressione che egli abbia condotto un’efficace campagna contro l’insistenza della Germania sull’austerity. Questo è falso. Monti non ha ottenuto l’approvazione tedesca nemmeno per un minimo programma di stimolo fiscale. Monti ha imposto pesanti programmi di austerity che hanno avuto conseguenze previste da lui stesso – più disoccupazione, più recessione, più emigrazione.

Nella carriera di Monti, i recenti fallimenti non sono un’aberrazione. Il suo periodo come funzionario antitrust merita un qualche riconoscimento, ma la sua attività riguardo le questioni finanziarie essenziali è un disastro. Egli è un economista neoliberista che ha appoggiato l’adozione da parte dell’Italia del difettoso progetto Euro e dell’abolizione di regolamentazioni e supervisioni finanziarie.

Il curriculum di Correa è straordinariamente brillante. L’Ecuador non è caduto in recessione nemmeno al culmine della crisi finanziaria. Si tratta di un risultato notevole, dato che l’Ecuador utilizza come valuta il dollaro statunitense, intrattiene intensi scambi con gli USA ed è stato fortemente danneggiato dal crollo dei prezzi del petrolio del 2008. A partire da quella data, l’Ecuador ha mostrato una robusta crescita del PIL reale, ha sensibilmente ridotto la disoccupazione e la povertà, e ha realizzato migliori ammortizzatori sociali per ridurre la miseria. Il tasso di disoccupazione in Ecuador (4,6%) è meno della metà di quello italiano (11,1%). Sotto Correa il tasso di disoccupazione in Ecuador è calato, in Italia, sotto Monti, il tasso di disoccupazione è cresciuto.

Correa ha ereditato una crisi debitoria più grave di quella toccata a Monti. Egli ha utilizzato la sua abilità di economista per negoziare un default e un riacquisto del debito a un tasso drasticamente ridotto. E lo ha fatto ottenendo al contempo una forte crescita. L’Ecuador non si è ritrovato tagliato fuori dal credito. Correa ha convinto la Cina a fare prestiti all’Ecuador dopo il default, ottenendo il credito di cui il paese aveva bisogno. Egli ha ignorato la Banca Mondiale (che gli aveva sconsigliato il default) e preso misure per proteggere le riserve dell’Ecuador, mentre da parte loro gli USA subivano la Grande Recessione. La mancanza di sovranità monetaria espone l’Ecuador all’azione dei “giustizieri dei bond” [2], il che rende il successo di Correa ancora più impressionante.

È importante comprendere che Correa ha avuto successo dove Monti ha fallito perché Correa è un tecnico esperto, mentre Monti resta fedele a dogmi neoliberisti che si sono ripetutamente dimostrati errati. Monti non è più tecnico di quanto i ciarlatani che alla fine del XIX Secolo continuavano a fare salassi fossero veri dottori. La ricetta dell’austerity per “guarire” dalla Grande Recessione non è un concetto economico – è pura illusione. Paul Krugman l’ha sottolineato ripetutamente nei suoi articoli sul NYT, ma molti di quelli che ci scrivono non l’hanno capito. Il profilo di Monti, ad esempio, contiene capolavori come queste frasi sulla designazione di Monti nel novembre del 2011: “Ma anche il cambio al governo – e un pacchetto di misure di austerity di 40 miliardi di dollari, incluso un aumento delle tasse e una radicale riforma pensionistica – non ha tranquillizzato i mercati [finanziari].” L’autore trova sconvolgente che l’impegno di Monti a gettare l’Italia nella recessione tramite un’austerity autolesionista non abbia “tranquillizzato i mercati”. Per quale motivo un giornalista possa pensare che i mercati finanziari (chi presta) si dovrebbero “tranquillizzare” sapendo che i loro creditori si avviano alla recessione, va al di là della mia immaginazione.

Le politiche finanziarie sponsorizzate da Monti prima della Grande Recessione sono state un fallimento. Il suo sostegno per la deregolamentazione e l’eliminazione di controlli finanziari, l’Euro, le idee sull’efficienza del mercato sono stati ulteriori esempi di una concezione economica “teoclassica” [3].

L’articolo su Correa, d’altro canto, inizia con una serie di tentativi di dipingere Correa come spacciatore di discutibili teorie economiche.

“Rafael Correa, economista sinistrorso, si è insediato come presidente dell’Ecuador nel gennaio del 2007, aggiungendosi a un numero crescente di leader latinoamericani giunti al potere opponendosi alle politiche di libero mercato promosse dagli Stati Uniti e dalle élite tradizionali di quei paesi.”

Non ho problemi nell’uso del termine “sinistrorso” – anche in un contesto che è ovviamente concepito per evocare un tono di ostilità. Più precisamente, non ho problemi se l’articolo facesse tre cose: dichiarare apertamente il suo preconcetto, agire con coerenza (ad esempio, descrivendo Monti nelle prime righe come “economista neoliberista”), e condurre un’analisi su quanto l’approccio “di sinistra” o quello “neoliberista” abbiano ottenuto il miglior risultato predittivo nel contesto che è al centro dei profili giornalistici. I profili del NYT falliscono giornalisticamente su tutti i punti.

Il profilo di Correa, poi, accentua il suo livello di pregiudizio con affermazioni false e dichiarazioni di grande momento ma prive di qualsiasi spessore analitico. L’articolo afferma falsamente che le politiche “di sinistra” di Correa violerebbero quelle di “libero mercato sostenute dagli Stati Uniti e dalle élite tradizionali [dell’Ecuador]”. Cominciamo dall’assurda affermazione che le “élite tradizionali” dell’Ecuador promuovano politiche di “libero mercato”. Il profilo, come genere giornalistico, parla di fatti, al contrario di un pezzo d’opinione, per cui è madornale che si facciano affermazioni che farebbero sogghignare qualsiasi ecuadoregno. L’Ecuador è una nazione caratterizzata da élite politiche ed economiche potentissime, che hanno una grandissima influenza sul mercato, e che agiscono spesso all’unisono in chiave anti-competitiva. Ho scritto di recente su come i manager che controllano le quattro maggiori banche abbiano agito di concerto per costringere il governo a non aumentare le loro imposte e a non imporre limiti ai loro compensi. L’ultima cosa che le élite dell’Ecuador vogliono è un mercato competitivo.

Allo stesso modo, le politiche di deregolamentazione e privatizzazione del Washington Consensus non producono affatto un “libero mercato”. Negli Stati Uniti abbiamo appena condotto un esperimento applicando le politiche economiche teoclassiche del Washington Consensus. Il risultato è stato enormemente criminogeno. L’epidemia di frodi contabili che ne è derivata ha fatto gonfiare la bolla ancora di più, e ha prodotto la Grande Recessione. Ha prodotto un capitalismo basato sulla corruzione – il contrario del “libero mercato”.

Efficaci normative finanziarie, organi di supervisione e deterrenza penale sono essenziali per un mercato finanziario “libero”. Quando gli imbroglioni prosperano le ditte oneste vanno fuori mercato, questo il punto chiarito dal premio Nobel George Akerlof nel suo celebre articolo del 1970 sul mercato dei “limoni” [4]. Egli descrive la dinamica “di Gresham”, in cui la cattiva etica scaccia dal mercato quella buona.

“I contratti disonesti tendono a estromettere dal mercato i contratti onesti. Il costo della disonestà, perciò, non assomma soltanto all’ammontare di quanto viene truffato l’acquirente, ma deve includere anche la perdita derivata dall’estinzione dell’impresa legittima.”

Il risultato del Washington Consensus applicato in patria è stato talmente disastroso che ha portato la maggioranza dell’elettorato al ripudio di tali politiche. La stessa cosa è accaduta in molti paesi latinoamericani, perché molti paesi latinoamericani sono stati il banco di prova (fallito) del Washington Consensus. I fallimenti di questo libero mercato fittizio in America Latina hanno portato molti corpi elettorali a ripudiare quelle politiche e a eleggere leader che promettevano di opporsi al Washington Consensus. È questa la mancanza di analisi della prima frase del profilo di Correa: “aggiungendosi al numero crescente di leader latinoamericani giunti al potere opponendosi alle politiche di libero mercato…” Il NYT non crede che il fatto che l’esperienza dei corpi elettorali latinoamericani con le fittizie “politiche di libero mercato” abbia comportato un fallimento talmente grave e un rigetto talmente potente per le posticce politiche di “libero scambio” da portare all’elezione di leader decisi a contrastare simili politiche fallimentari, debba portarci a un riesame della cinica etichetta “politiche di libero mercato” e del reale impatto di tali politiche.

Coraggio e attitudine al comando nel prendere decisioni difficili ma efficaci

L’articolo su Monti sottolinea vivacemente il suo coraggio e la sua volontà di prendersela con i potenti per perseguire l’austerity. Ecco uno dei passaggi chiave – provate a individuare il pezzo mancante in questa supposta azione di coraggio:

“Egli disse che il suo governo di tecnici non eletti era determinato a costringere diversi interessi radicati – dai sindacati agli albi professionali al pubblico impiego – a cedere i loro privilegi, e che quel governo era specificamente qualificato per realizzare tali cambiamenti proprio perché non aveva un elettorato di riferimento da proteggere.” Notate il ristretto ventaglio di “interessi radicati” che Monti attacca – sono tutti lavoratori. Le corporation, in particolare banchieri e banchieri speculativi che hanno prodotto la crisi globale, costituiscono il più distruttivo, il più potente e il più radicato gruppo di interesse in Italia. Monti, d’altro canto, è una creatura dell’industria bancaria. Suo padre era un banchiere ed egli stesso è stato consulente della Goldman Sachs. Per il suo gabinetto ha scelto come principale consigliere economico l’amministratore delegato di una delle maggiori banche italiane [Corrado Passera].

Chi sarebbero i principali “tecnici non eletti” di Monti? Monti si è autodesignato come ministro dell’economia. Ho già spiegato come sia il peggiore dei fallimenti in veste di “tecnico”. Avrebbe dovuto saperlo. Avrebbe dovuto sapere che l’austerity avrebbe gettato l’Italia in un’evitabile recessione, ma l’ha perseguita ugualmente in ottemperanza al dogma teoclassico che osserva e venera.

Consideriamo l’accettazione acritica dell’affermazione di Monti che il suo governo di (supposti) tecnici fosse “specificamente qualificato per realizzare tali cambiamenti proprio perché non aveva una base elettorale da proteggere”. È comprensibile che l’ufficio stampa di Monti proponga una simile narrativa, ma non capisco come un giornalista nel pieno possesso delle proprie facoltà la lasci passare senza obiezioni. Monti ha provveduto che il suo governo fosse dominato dai banchieri, in effetti amministratori e consulenti di banche di primo piano. Il NYT sembra trovare credibile che i banchieri non abbiano una “base elettorale da proteggere”.

Le frasi citate sono state scritte dopo che il film Inside Job ha ridicolizzato la pretesa che gli economisti neoliberisti siano privi di pregiudizi e non abbiano alcuna “base elettorale da proteggere”, anche se le loro entrate vengono dalla Federal Reserve, dall’industria o dalle maggiori banche. Anche se si sono persi il film, i giornalisti sapevano comunque che le dichiarazioni di Monti erano false. Ecco il passaggio chiave dell’articolo su Monti:

“Angela Merkel si è ritrovata ad affrontare un tenace avversario: il signor Monti – che la stessa Merkel ha aiutato a insediarsi al governo.
Il signor Monti si è rivelato il leader incontestato delle forze “pro-crescita”, e ha convinto la signora Merkel a intraprendere uno dei passi forse più importanti verso l’integrazione europea sin dall’inizio della crisi dell’Euro.
Il signor Monti è giunto a Bruxelles con un piano semplice, basato sulla consapevolezza che i leader europei potessero difficilmente permettersi di lasciare il summit a mani vuote. Italia e Spagna, come egli ha alla fine chiarito alla signora Merkel, avrebbero bloccato qualsiasi accordo – perfino i patti di crescita da loro pienamente sostenuti – finché i leader europei non si fossero accordati per far sì che i nuovi fondi di salvataggio dell’Europa andassero direttamente a ricapitalizzare le banche in difficoltà, piuttosto che passare per le mani dei governi.”

Una bella serie di favole pro-Monti elaborate dai suoi addetti stampa e accettate come oro colato dai reporter del NYT. Consideriamo innanzitutto il sottinteso, ignorato dai giornalisti, che i giustizieri dei bond abbiano cacciato via il leader eletto dagli italiani e che la Germania abbia determinato il suo sostituto. Si tratta di un notevole e oltraggioso sintomo della distorta democrazia italiana. Merkel ha scelto Monti perché Monti era l’alleato preferito dei banchieri tedeschi. (Una nazione che ha eletto Berlusconi come suo leader ha già un grave deficit democratico).

Guardiamo poi allo stile epico con cui Monti viene descritto nel profilo del NYT. Egli è un “tenace avversario” delle politiche di austerity di Merkel, ed è il “leader incontestato” delle forze “pro-crescita”. L’ovvio problema che pone questa favola montiana è che Monti ha imposto all’Italia l’austerity e ha detto alla nazione che “non ci sono alternative” ad essa. I giornalisti usano l’espressione “tenace avversario” in modo orwelliano.

Non esiste alcun “patto per la crescita” – a meno che i reporter non abbiano anche qui adottato una definizione orwelliana di “crescita”. Merkel insiste sull’austerity e insiste che “non c’è alternativa” al rigettare l’Eurozona in un’evitabile recessione tramite le sue politiche anti-crescita. I giornalisti citano un solo risultato della supposta tenacia di Monti: “I leader europei si sono accordati per far sì che i nuovi fondi di salvataggio dell’Europa andassero direttamente a ricapitalizzare le banche in difficoltà, piuttosto che passare per le mani dei governi.” Il tutto viene descritto in termini eroici: “uno dei maggiori progressi verso l’integrazione europea dall’inizio della crisi dell’Euro”.

L’assurda “integrazione europea” – l’Euro – mette le nazioni che hanno adottato l’Euro alla mercé dei giustizieri dei bond, perciò non c’è ragione di auspicare una maggiore integrazione. E notate che l’ulteriore “integrazione” non è una misura pro-crescita. È un’iniziativa per salvare le banche. In effetti è una misura concepita per salvare le banche invece di reperire fondi per le nazioni che patiscono la recessione. Il supposto atto di coraggio di Monti, viene fuori, è stato un modo più diretto per la Troika di salvare le banche. La Troika presterebbe denaro a una nazione in difficoltà con l’intesa che la stessa nazione userebbe i fondi per salvare le banche. Le banche poi userebbero quei fondi per comprare il debito sovrano della nazione in crisi. La Troika, le banche e le nazioni in crisi farebbero quindi finta che tutto vada bene e che l’austerity sia stata un grande successo. L’impresa monumentale di Monti è stata questa: la Troika può prestare direttamente alla banche, far finta che vada tutto bene e proclamare l’austerity un grande successo. Un bella differenza, no?

Ma la retorica sul mito montiano non si centra solo sull’analisi che si può fare degli sforzi di Monti per rendere più facile il salvataggio delle banche. La questione centrale è che quando si smonta quella retorica viene fuori che i giornalisti del NYT sapevano benissimo che l’audacia fittizia di Monti voleva rendere più facile quel salvataggio. Significa che i medesimi reporter sempliciotti che avevano accettato il mito montiano che un governo non eletto di banchieri avrebbe operato nell’interesse nazionale dell’Italia perché non aveva “una base elettorale da proteggere”, quei reporter sapevano che tutto ciò era falso. Sapevano che la principale strategia di Monti era la protezione della sua “base elettorale” – le banche – rendendo più semplice il loro salvataggio.

Correa ha perseguito una politica opposta – e con successo. Ha preso di petto i più facoltosi e radicati gruppi di interesse in Ecuador, in particolare le banche. Correa ha affrontato un rischio enorme, sia politicamente sia personalmente, attaccando quegli interessi radicati. Abbiano o no gli USA fomentato i golpe in Venezuela e Honduras, hanno comunque mostrato appoggio per i colpi di stato che dovevano rimuovere leader latinoamericani democraticamente eletti che si opponessero al Washington Consensus. La politica pro-golpe degli USA ha messo in grave pericolo la vita di una serie di leader latinoamericani, Correa compreso. Correa è stato l’obbiettivo di quello che molti osservatori hanno ritenuto un tentato golpe da parte di funzionari di polizia. Correa si è ritrovato isolato, in drammatica inferiorità numerica, circondato da una vasta folla di poliziotti. Egli ha contrastato la loro azione con eccezionale coraggio. Con l’intento di sventare il tentato golpe, Correa ha affrontato di persona i poliziotti più aggressivi, sfidandoli a ucciderlo in pubblico. Il suo coraggio ha contribuito alla sconfitta dei golpisti.

Si potrebbe pensare che questo avrebbe portato il NYT a lodare il coraggio di Correa. Al contrario, il passaggio dell’articolo che descrive l’accaduto sembra voglia sottintendere che i fatti fossero questi: Correa aveva scelto capricciosamente di fare una gara “a chi strilla più forte” con la polizia.

“La serie di eventi paradossali ha raggiunto il suo apice nel settembre del 2010, dopo che il presidente socialista aveva proposto una piattaforma di riduzioni delle indennità, dando luogo a una rivolta di funzionari di polizia che gli è quasi costata la vita. L’immagine più vivida che la rivolta ha lasciato non è stata quella dei protestatari, ma quella di Correa, che si è fatto largo nella mischia furibonda dei poliziotti in rivolta nelle caserme della capitale, si è aperto la camicia e ha sfidato i poliziotti a ucciderlo. A momenti lo facevano.”

Emergere da una situazione negativa attraverso abnegazione e duro lavoro

Gli americano adorano le storie del tipo “dalle stalle alle stelle”. I nostri rappresentanti si vantano delle loro umili origini. Monti è invece uno nato con la camicia. È il figlio di un banchiere con la disponibilità e i contatti per frequentare le migliori università italiane e statunitensi (si è laureato a Yale).
Correa è il modello di tutto quello che gli USA amano. Suo padre era spesso disoccupato. Ha lavorato duramente ed è stato in grado di laurearsi in una buona, ma molto meno prestigiosa università statunitense.

Ripetuti successi in elezioni democratiche

Monti non è stato eletto. Nessuno dei ministri da lui nominati è stato eletto. Monti è stato nominato senatore a vita proprio per permettergli di assumere il suo incarico. La sua popolarità ha avuto un tale ribasso che i suoi oppositori l’hanno messo sotto pressione e lui ha annunciato di volersi dimettere.
Correa è stato eletto nel 2007, rieletto nel 2008, e ha un tale vantaggio nei sondaggi che è probabile vinca di nuovo. Il suo successo elettorale è ragguardevole perché ha ereditato la crisi finanziaria globale, e l’Ecuador ha una storia recente di estrema instabilità politica.

“Nonostante la rivolta della polizia e le recenti proteste di studenti e gruppi di indigeni, i sondaggi mostrano che [Correa] mantiene una solida maggioranza di consensi ed è il leader ecuadoregno più forte degli ultimi decenni. Ha portato calma e stabilità in un paese che, nel decennio precedente alla sua elezione, ha avuto otto presidenti, ed è stato rieletto nel 2009.”

Attenzione agli interessi dei più bisognosi, piuttosto che dei più abbienti

Le politiche di austerity di Monti hanno danneggiato gli italiani meno potenti e meno benestanti. Il suo impegno è stato quello di ottenere il salvataggio finanziario per le maggiori banche italiane, sotto forma di prestiti diretti della BCE (invece di un salvataggio indiretto, con la BCE che presta ai governi che poi, a loro volta, prestano alle banche). Questa sarebbe la grande concessione che avrebbe ottenuto da Angela Merkel. Le conseguenze della sua politica sono una grave recessione, una disoccupazione in rapida ascesa, una crescente diseguaglianza ed emigrazione in aumento.
Le politiche di Correa hanno portato a una maggiore occupazione per un gran numero di ecuadoregni, hanno ridotto la povertà e migliorato gli ammortizzatori sociali. I cittadini con meno potere hanno adesso chi li rappresenta.

Iniziative politiche coraggiose e innovative

I due profili giornalistici vorrebbero portare il lettore a pensare che Monti sia l’esempio di flessibilità e innovazione, mentre Correa sarebbe un ideologo. In realtà è vero l’esatto contrario. Monti viene descritto come il capofila di una rivolta riuscita contro le politiche di austerità di Merkel, ma in realtà non ha avuto il coraggio di impiegare misure di stimolo fiscale e di fatto ha messo in opera le autodistruttive politiche di austerità che Merkel voleva imporre all’Italia. In effetti Monti ha clamorosamente disinformato gli italiani quando ha detto loro che “non ci sono alternative” all’austerity.

Il contrasto tra l’inerzia di Monti e l’audacia di Correa è netto. Correa ha scacciato la Banca Mondiale dall’Ecuador. Ha scacciato dal paese le basi militari statunitensi. Ha gestito il default del debito ecuadoregno e il suo riacquisto con un notevole risparmio. Ha ottenuto accesso al credito con un grosso prestito dalla Cina. Ha imposto una tassa sulle banche per finanziare una spesa sociale diretta soprattutto ai poveri.

Ha realizzato tutto ciò in un contesto in cui rischiava la vita a causa di un concreto pericolo di golpe, e in cui molti osservatori ritenevano si stesse giocando la possibilità di essere rieletto. Le politiche coraggiose di Correa hanno prodotto una grossa crescita del PIL, ridotto significativamente disoccupazione e povertà, ottenuto la stabilità politica e un forte sostegno di base.

Conclusioni

Correa è l’economista che ha dimostrato di avere tutto il necessario: la testa per fare le giuste scelte di politica economica, il cuore per agire in nome dei cittadini meno potenti e più bisognosi, il fegato di rischiare la vita per la sua nazione, e lo spirito per attaccare gli interessi più potenti e radicati del paese per liberarlo dalla loro venefica morsa.
Monti è l’economista che ha interpretato le maggiori questioni economiche del suo tempo in maniera totalmente sbagliata. Ha lavorato in nome delle maggiori banche del mondo e degli speculatori, e dei gruppi di interesse italiani più potenti, ricchi, distruttivi e radicati. Le sue politiche hanno portato a maggiore disoccupazione, una recessione evitabile e una grossa emigrazione. Monti non è mai stato eletto. È stato insediato per mezzo del ricatto delle maggiori banche mondiali e dell’intervento della Germania. La grande maggioranza degli italiani si oppone al suo governo e alle sue politiche.

E allora, come mai il New York Times continua a lodare Monti e a sprezzare Correa? L’elogio agiografico che il NYT fa del supposto atto di coraggio di Monti – premere perché la Germania permetta alla Troika di salvare le banche italiane in modo diretto – è un’ulteriore prova che è impossibile competere con un’auto-parodia involontaria. I lettori condivideranno comunque la mia opinione che l’esempio massimo di involontaria auto-parodia che si può trovare in questi profili è l’affermazione che Monti, un membro dell’élite bancaria che ha facilitato il salvataggio pubblico delle banche, sia un “tecnico” disinteressato che non ha una “base elettorale da difendere” proprio perché non è stato eletto ma designato attraverso quello che de facto è un golpe orchestrato dalle grandi banche. Il NYT accetta come vangelo la pretesa che membri dell’élite bancaria come Monti non abbiano interessi propri e non proteggano gli interessi delle grandi banche che gli hanno procurato ricchezza e prestigio e che lo hanno insediato al potere. L’Onion [5] non avrebbe saputo scrivere di meglio.

Bill Black, autore di The Best Way to Rob a Bank is to Own One (Il Modo Migliore di Rapinare una Banca È Possederne Una), è professore associato di economia e legge presso la University of Missouri-Kansas City.

Fonte: http://www.nakedcapitalism.com
Link: http://www.nakedcapitalism.com/2012/12/bill-black-why-is-the-failed-monti-a-technocrat-and-the-successful-correa-a-left-leaning-economist.html
10.12.2012

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D’AMICO

Note del traduttore

[1] L’originale ha “technocrat”, ma è l’equivalente dell’appellativo “tecnico” che ormai è moneta corrente nel nostro vocabolario politico. “Tecnocrate” ha in italiano una nota negativa che qui è fuori luogo.

[2] Bond vigilantes: investitori nel settore dei titoli di stato che, disapprovando la politica economica di un pese, vendono i suoi titoli e si rifiutano di acquistarli. [Roosevelt Institute]

[3] Theoclassical economics : il gioco di parole, pesantemente sarcastico, si riferisce alla cieca fede in principi di politica economica (di stampo neoclassico e neoliberista come quelli di Monti) mantenuti nonostante la loro clamorosa inefficacia.

[4] Quando l’informazione tra venditore e consumatore è asimmetrica, il mercato scaccia gli operatori migliori: “Il mercato offre sia auto usate in buono stato sia auto in cattive condizioni (dei “bidoni” o, nel gergo americano, “limoni”). La persona interessata all’acquisto non conosce nulla in anticipo, né se l’auto è buona, né se l’auto è un bidone. L’ipotesi migliore sulla quale si baserà l’acquirente è che l’auto sia di media qualità, per cui sarà disposto a pagarla il giusto prezzo per un’auto di media qualità. Il proprietario di un’auto di qualità elevata, quindi, non riuscirà a venderla ad un prezzo così elevato da ritenere conveniente la vendita. Di conseguenza, i proprietari di auto in buono stato non cercheranno di piazzare i propri beni sul mercato delle auto usate. Il ritiro dei mezzi buoni riduce il livello qualitativo medio delle auto presenti nel mercato, determinando una revisione al ribasso delle aspettative sulla qualità delle auto da parte dei compratori. A loro volta, i proprietari di auto moderatamente buone decideranno di abbandonare il mercato, e via discorrendo.” [Wikipedia]

[5] The Onion è un sito di satira celebre per le sue “notizie” demenziali.
L’ultimo exploit del sito è stato l’annuncio che il leader nordcoreano Kim Jong-un era stato dichiarato “l’uomo più sexy del mondo”, notizia presa sul serio dal cinese Quotidiano del Popolo.

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fonte comedonchisciotte.org

Romania: ha vinto la sinistra anti austerità

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Romania: ha vinto la sinistra anti austerità

La coalizione di centro-sinistra, l’Unione sociale liberale (Usl), guidata dal primo ministro Victor Ponta ha ottenuto circa il 60% dei voti

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Con l’80% delle sezioni scrutinate il voto in Romania ha confermato le previsioni della vigilia: il centro sinistra di Victor Ponta, primo ministro da meno di un anno, ha ottenuto circa il 60% alle elezioni legislative.

A questo punto il presidente di centro destra, Traian Basescu, la cui coalizione di centro destra, Alleanza Romania Giusta (Ard), non è andata oltre il 20% delle preferenze, non può che affidare l’incarico di formare un nuovo governo a colui che in estate ha tentato di esautorarlo attraverso l’impeachment, decaduto per il mancato raggiungimento del quorum al referendum popolare.

Anche per le politiche di domenica l’affluenza è stata piuttosto bassa, si è recato alle urne circa il  41,6% degli aventi diritto a testimonianza di un diffuso disincanto nei confronti della politica.

Victor Ponta ha ottenuto l’incarico di primo ministro a maggio a seguito di una crisi di governo esplosa nel centro destra con l’approvazione di dure misure di austerità come richiesto dall’Europa e dall’Fmi a fronte di un prestito di 25 miliardi di euro.

Raccogliendo la protesta che montava nelle strade della capitale, Ponta è riuscito a raccogliere in Parlamento un’inedita maggioranza formata anche con gli scontenti del centro destra contrari ai tagli della spesa pubblica e all’aumento della pressione fiscale.

In estate poi è esploso il conflitto tra il premier Ponta e il presidente Basescu accusato di esser andato oltre i limiti del suo ruolo istituzionale portando avanti personalmente le trattative con l’Europa.

Il tentativo di Victor Ponta di mettere sotto accusa il Capo dello Stato è stato duramente criticato dall’Unione europea ma ora che la campagna elettorale è finita le posizioni del primo ministro sembra si siano ammorbidite. “Abbiamo bisogno di superare le lotte politiche, dell’odio e della vendetta”, ha detto “ sono pronto a guidare il prossimo governo”.

Anche in fatto di austerità e rigore le sue posizioni sono meno radicali, almeno a giudicare da quanto ha affermato nell’intervista rilasciata all’inviato di Repubblica, Paolo G. Brera, che potete leggere qui

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fonte iljournal.it

PRIMARIE PD – L’unico vero sconfitto si chiama Nichi Vendola, di Matteo Pucciarelli


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MATTEO PUCCIARELLI – L’unico vero sconfitto si chiama Nichi Vendola

mpucciarelli2 Tocca ammetterlo, e dispiace soprattutto se almeno idealmente ci si sente vicini alle proposte e alla cultura di Nichi Vendola: ma l’unico vero sconfitto di queste primarie-concorso è proprio lui. La sua strategia – come tanti del suo mondo gli avevano già fatto notare – si è dimostrata un fallimento. E il misero 15 per cento era in realtà una storia già scritta.

Praticamente da tre anni a questa parte il leader di Sel ha fatto fuoco e fiamme giorno per giorno: voleva le primarie, le voleva a tutti i costi. Perché le primarie erano il rumore del mare che un bambino ascolta dentro la conchiglia, e roba del genere, raccontava lui. Pareva quasi che il futuro della sinistra, che il riscatto dei lavoratori, degli studenti, della Fiom, degli sfruttati di tutto il mondo stesse lì: nelle primarie. Un modo un po’ edulcorato per rappresentare la realtà di un Paese, e soprattutto di una coalizione sorretta dal Pd, che nel frattempo ha votato tutti i provvedimenti del governo Monti (che a parole Vendola combatte).

«Vedrai, alle primarie scorrerà il sangue», mi giurò un amico-compagno di Sinistra e Libertà molto vicino al presidente pugliese quando in tanti gli facemmo notare che il progetto di Bersani era centrosinistra più Udc, quindi cambiare tutto per non cambiare nulla. Non solo nessuno ha visto metaforicamente scorrere sangue (cioè una campagna realmente alternativa, forte, autonoma sia sul piano politico che simbolico), ma addirittura il popolo di sinistra si è dovuto sorbire il peana sul cardinale, risposte tiepide sulla futura alleanza con il centro e un totale appiattimento su Bersani. Vendola ne è uscito fuori come candidato del Pd, anzi, della sinistra Pd. E allora verrebbe da solidarizzare con quei poveri cristi che nel 2008 uscirono dal Pd perché non volevano morire democristiani e quindi fondarono Sel con Vendola e che cinque anni dopo rientrano silenziosi e sconfitti, facendo trattando posti in lista un po’ qui e un po’ là da Gennaro Migliore e simili.

Infine, la tanto decantata unità della sinistra. Sel nacque col proposito di unire, e già la cosa faceva un po’ ridere perché cercò di farlo cominciando da una scissione all’interno dell’allora partito più grande della sinistra, cioè Rifondazione. La cosa gli venne perdonata da molti perché l’idea di lavorare a una sinistra radicale nei contenuti ma liberata dagli orpelli ideologico-vintage poteva avere pure un senso. Però è andata a finire che Vendola ha partecipato alle primarie perdendo per strada pezzi consistenti di Fiom, prima di aver scaricato Di Pietro dall’oggi al domani e umiliando gli ex compagni del Prc; è riuscito a perdere l’appoggio di Fausto Bertinotti, suo padre politico; non ha avuto il sostegno di Luigi De Magistris né di Alba, Giuliano Pisapia ha dichiarato il suo voto per lui solo il giorno prima. Perché Vendola e il suo gruppo dirigente hanno pensato – a torto – che bastasse la poesia dei comizi e un po’ di web-marketing per vincere, superando a pie’ pari tutte le relazioni e i rapporti necessari per mobilitare in primis il “proprio” popolo.

Vendola è arrivato alle primarie con il fiatone, appannato, confidando solo e semplicemente sulla propria attrattiva personale e sul clan dei fedelissimi, molti dei quali con evidente e preoccupante tendenza culto della personalità. No, per vincere non basta. Per cambiare il Paese non basta. Per riuscire ad andare al governo e amministrare l’esistente senza creare troppi problemi e senza cambiare i rapporti di forza, per quello sì, basta e avanza. E allora auguri.

PS. Chi ha la disgrazia e la fortuna di ritrovarsi spesso su questo spazio, sa benissimo che questo non è un commento facile emesso a risultato avvenuto. Era una previsione. Azzeccata.

Matteo Pucciarelli

(26-11-2012)

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fonte blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it

FATE GIRARE! – Manifesto dei vecchi democratici. Per la realizzazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista

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Manifesto dei vecchi democratici. Per la realizzazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista

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di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Margherita Hack, Mario Alighiero Manacorda, Adriano Prosperi, Barbara Spinelli

Sei ‘democratici della terza età’ fanno appello ai giovani affinché partecipino, in vista delle prossime elezioni politiche, al processo di costruzione di una lista della società civile che si assuma l’ambizioso compito di traghettare il paese verso l’ideale della democrazia presa sul serio. Da troppo tempo, ormai, la democrazia italiana si dibatte in una crisi profonda. Nel contesto attuale, è la semplice fedeltà alla Costituzione repubblicana, patrimonio di ogni ‘moderato’, ad esigere una svolta radicale. Una anticipazione dal nuovo numero di MicroMega da oggi in edicola e su iPad.

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Siamo un gruppo di vecchi, nel senso tecnico del termine (oltre i 65 anni si ha la riduzione al cinema, ai musei eccetera), poiché il meno giovane di noi ha 98 anni e la più giovane 66. Ci rivolgiamo ai giovani e a chi è ancora lontano da quella che l’eufemismo chiama «terza età».
Siamo angosciati per i rischi che da troppo tempo corre la democrazia nel nostro paese e vorremmo contribuire a dare la necessaria risposta perché l’Italia, invece, approssimi l’ideale della democrazia presa sul serio. Le elezioni politiche della primavera 2013 sono sotto questo profilo un appuntamento cruciale.

Veniamo da un quasi ventennio di regime berlusconiano, poiché anche i governi di centro-sinistra nei loro sette anni di «stanza dei bottoni» nulla hanno fatto per contrastare il potere antidemocratico accumulato dall’aspirante Putin di Arcore. Berlusconi in realtà non era neppure candidabile in virtù del decreto presidenziale 30 marzo 1957 n. 361, ma il centro-sinistra, anche quando in maggioranza in parlamento, ha preferito non applicarlo e nel ’94 né destra né sinistra hanno ricordato quel che diceva il decreto. Purtroppo quella legge prevede che l’applicazione sia affidata agli stessi parlamentari, anziché alla magistratura. Sui temi chiave della giustizia e dell’informazione il centro-sinistra, sia al governo che all’opposizione, ha anzi dato luogo molto spesso a un’indecente politica bipartisan. Il risultato è che l’Italia è stata ridotta in macerie: morali, istituzionali, culturali, sociali, economiche, oltre che politiche. Il governo dei cosiddetti tecnici non ha saputo realizzare nessuna discontinuità col regime berlusconiano. Il radicale mutamento di stile, rispetto all’autentico «svaccamento» operato da Berlusconi e dai suoi complici, aedi mediatici e altre cricche, purtroppo non si è tradotto in una politica diversa in nessuno dei temi rilevanti della vita pubblica.

Nel paese esiste oggi certamente una maggioranza, forse anche vasta, che vuole cambiare radicalmente. Non perché sia «radicale» nei suoi stati d’animo, interessi, valori. Semplicemente perché oggi essere fedeli alla Costituzione (atteggiamento moderato per definizione, autentico mainstream di una democrazia) significa esigere, nella lotta all’illegalità e alla corruzione, alla disoccupazione e alla precarietà, all’evasione fiscale e alla dismisura del privilegio, una pura e semplice inversione di rotta. Dicono che questa Costituzione sia in alcuni punti insufficente, perché non tiene conto di leggi e istituzioni e politiche che si fanno ormai in Europa. Ma nemmeno sull’idea di una Costituzione europea vera, che emani dai cittadini e non dai governi (dunque riscritta dal parlamento europeo), esistono idee, nonché progetti, elaborati dai partiti o dai governi, tecnici o politici che siano.

In realtà negli ultimi decenni in Italia vi sono state due sole grandi forze politiche, quella del privilegio e quella del Terzo Stato. La prima ha saputo rinnovare a adattare costantemente i suoi strumenti di rappresentanza e di governo, ogni volta che quelli in atto si dimostravano fallimentari e diventavano invisi alla maggioranza degli italiani. Dal Caf a Berlusconi+Lega e infine ai «tecnici». La seconda non ha mai avuto una rappresentanza autentica e ha visto via via scemare la capacità rappresentativa che pure in passato avevano avuto i partiti della sinistra. Che, per soprammercato, hanno compiuto tutti gli errori possibili per perdere anche quando avevano «la vittoria in tasca»: dalla «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto al rifiuto delle liste civiche regionali (già pronte) nel 2006.

Ora si profila la stessa situazione, semmai ancor più paradossale: le destre allo sbando, la sinistra prima forza nei sondaggi, seguite da un nuovo movimento di opposizione (M5S di Beppe Grillo). Eppure, dato il sistema elettorale, o quelli che vengono ventilati in sua sostituzione, il «partito» del privilegio potrebbe vincere di nuovo attraverso la sua ennesima metamorfosi, e un ennesimo appoggio da parte del Vaticano. Una metamorfosi che sarà una forma inedita di «centrismo» (in Italia, chissà perché, le destre si chiamano sempre «centro», o addirittura «centro-sinistra» come all’epoca del Caf). Il Terzo Stato continuerà a non trovare rappresentanza, e quelle parziali che avrà saranno divise (finendo dunque manzonianamente calpeste e derise).

Per questo ci rivolgiamo ai giovani, e comunque a quanti sono ancora lontani dalla nostra «terza età», perché si mobilitino per realizzare una lista della società civile intenzionata ad allearsi con tutte le forze che condivideranno gli elementi essenziali di un programma democratico di cui qui sotto elenchiamo alcuni punti cruciali.
Non un nuovo partito, ma uno strumento a «geometria variabile», da usare intanto per questa tornata elettorale con la garanzia che i candidati svolgeranno i loro cinque anni di rappresentanza parlamentare come un temporaneo servizio civile, rinunciando ad ogni ri-candidatura e impegnandosi a sostenere una riforma istituzionale distruttiva per la «Casta».
Noi ovviamente non saremo candidati, ma sosterremo queste liste e ce ne faremo garanti in tutti i modi più efficaci.
Pensiamo che i punti programmatici su cui convergere debbano essere i seguenti:

Riforma istituzionale

Una sola Camera (la seconda con compiti di «difensore civico» e altri, formata per metà dai sindaci delle principali città, e per l’altra metà a sorte/rotazione per un anno dai sindaci dei comuni meno grandi – ovviamente attraverso un delegato del sindaco, se impegnato).
Numero di parlamentari molto ridotto (aumenta l’autorevolezza del parlamento, e una volta decisa la riduzione, le resistenze non sono proporzionali ai tagli, al limite per un peone è meglio un taglio radicale, perché tutti i peones come lui non avranno chance, che un mezzo e mezzo: ottimale sarebbe cento).
Abrogazione di tutti i privilegi legali, tranne l’assenso all’arresto.
Abolizione di tutti i privilegi per gli ex di qualsiasi carica.
Limite di due mandati.
Incompatibilità tra cariche elettive diverse, e tra cariche elettive e consistenti interessi finanziari, economici, mediatici (legge rigorosa sul conflitto di interessi).
Radicale restrizione, per comuni, regioni, della possibilità di far ricorso a «consulenze». Limite ancor più radicale all’uso di auto blu (modello anglosassone).
Numero prefissato di dirigenti e impiegati degli enti locali, in relazione al numero degli abitanti.

Giustizia

Abrogazione di tutte le leggi ad personam e riscrittura della legge «anticorruzione» appena approvata.
Abrogazione della prescrizione non appena interviene il rinvio a giudizio.
Reintroduzione, aggravata, della precedente legge sul falso in bilancio.
Introduzione del reato di «traffico d’influenza» e di autoriciclaggio, aggravamento di concussione e corruzione.
Ripristino della versione precedente (15 anni fa? Di più?) del reato di falsa testimonianza, introduzione del reato di ostruzione di giustizia, con pene e severità anglosassoni massime.
Divieto ai magistrati di candidarsi a cariche elettive (se vogliono, devono dimettersi prima della candidatura) e ad attività di consulenze.
Revisione/razionalizzazione dei distretti.
Commissione parlamentare su fenomeni tipo P3 e P4 di inquinamento di regime dell’autonomia della magistratura.
Ampliamento del reato di concorso esterno ad associazione mafiosa.
Riforma radicale della giustizia amministrativa, oggi di nomina politica.
Abrogazione delle leggi su droga e clandestinità nelle versioni attuali che intasano le carceri. Responsabilità delle banche per gli assegni a vuoto, e depenalizzazione di questo e reati analoghi (proposte infinite volte reiterate da Davigo) che paralizzano la giustizia. Idem per tutte le farraginose procedure di notifica: di cui deve essere garantita la ricezione da parte dell’imputato (o suo avvocato), non le infinite possibilità attuali di schivarla.

Lavoro

Contrasto di tutte le forme attuali di precariato (e in modo particolarissimo del lavoro in affitto e di altre forme sempre più di para-caporalato) utilizzando strumenti e affermando diritti già operanti nei paesi europei più avanzati.
Licenziamenti e intervento del magistrato sul modello tedesco.
Rigoroso rispetto dei diritti sindacali in ogni azienda, attraverso una più ampia tipizzazione di «comportamento antisindacale». Aggravante nelle sanzioni, se c’è tentativo di influenzare votazioni nelle aziende. Referendum obbligatorio per ogni accordo contrattuale nazionale o aziendale.

Fisco

Lotta all’evasione, prendendo le migliori parti delle migliori leggi dei paesi più efficienti nel combattere il fenomeno. Denuncia, nella dichiarazione dei redditi, di tutti i conti correnti, cassette di sicurezza, e qualsiasi altra forma di patrimonio. Diventa reato l’intestazione fittizia di proprietà, a singoli o società. Divieto di avere conti in paesi che non garantiscano possibilità di interventi e rogatorie consoni alla legislazione anti-evasione italiana. Manette per i casi di gravità medio-alta. Detraibilità di quante più prestazioni professionali possibili. Sospensione e poi radiazione dagli albi professionali per chi non emette regolare fattura, e chiusura per periodi progressivamente più lunghi per gli esercizi commerciali che non emettono scontrino. Aliquote secondo il criterio progressivamente progressivo: diminuire il carico fiscale sui ceti medi, aumentarlo fortemente (e progressivamente) su benestanti, ricchi e straricchi, introduzione della tassazione sui patrimoni più alti.

Tv

Liberalizzazione dell’etere, cioè legislazione antitrust in fatto di frequenze che prenda il meglio (il più antitrust) delle legislazioni europee. Idem per le agenzie di pubblicità. Rafforzamento della televisione pubblica e sua trasformazione radicale su modello Bbc prima maniera (o Bankitalia stile Baffi).

Scuola

Primato della scuola pubblica e rigoroso rispetto della norma costituzionale che esclude «oneri per lo Stato», di qualsiasi natura, a vantaggio delle scuole private. Abrogazione delle ore di religione confessionali. Riforma dei vari ordini e gradi imperniata sulla serietà e «difficoltà» degli studi (ma con modalità e capacità didattiche capaci di «appassionare» gli alunni), privilegiando la formazione critica sulle specializzazioni professionali, lo studio dell’inglese fin dalle elementari con insegnanti di madrelingua, lo studio del darwinismo fin dalle elementari, la cultura classica e le lingue classiche col sistema «norvegese» di apprendimento «lingua viva», l’importanza della storia eccetera. E un sistema di concorsi che per la prima volta privilegi il merito, con ampia presenza di commissari internazionali, visto il livello irrimediabile di nepotismo o scelta per amicizie.

Sanità

Riforma della riforma sanitaria. Scelta radicale tra professione privata e lavoro nel servizio pubblico. Concorsi internazionali per cariche mediche e amministrative. Carta dei diritti del malato e dei doveri degli operatori sanitari. Vincolo di tempi rapidi per la diagnostica e sanzioni per i manager che non li garantiscono. Abrogazione dell’obiezione di coscienza per l’aborto.
Testamento biologico e leggi sul fine vita allineate con i più avanzati paesi europei.
Sappiamo che non si tratta di un programma esaustivo, e di ogni punto si possono discutere le «tecnicalità». Ma siamo convinti che sia comunque chiaro e discriminante per i valori che lo ispirano.
Chiediamo a tutti i giovani e gli ancora lontani dalla «terza età» che lo condividono nell’essenziale di dare la loro disponibilità a un impegno disinteressato. E a segnalarci persone che ritengono valide come candidati delle liste stesse. Che comunque dovranno avere i seguenti requisiti:
Vengono candidate solo persone che non abbiano mai ricoperto cariche parlamentari, di governo, di assessorato in comuni, province o regioni. E che ovviamente non abbiano avuto a che fare con la giustizia, se non per manifestazioni, lotte pacifiche eccetera.
Chi si candida si impegna solennemente, pubblicamente, per iscritto, a non candidarsi alle elezioni successive.
La quota dello stipendio di parlamentare trattenuta dall’eletto dovrà evitare che la carica comporti «scalata sociale», il resto sarà devoluto a iniziative pubbliche. L’eletto si impegnerà alla massima trasparenza in fatto di redditi, proprietà, fisco.

(22 novembre 2012)

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fonte temi.repubblica.it/micromega-online

Svolta a Cuba, stop alle restrizioni nei viaggi

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Svolta a Cuba, stop alle restrizioni nei viaggi

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(AGI) – L’Avana, 16 ott. – Nuova svolta a Cuba dove, dopo cinquant’anni, i cubani saranno liberi di viaggiare all’estero.
A partire dal 14 gennaio, sara’ necessario infatti solo il passaporto e il visto di ingresso per lasciare l’isola: non saranno piu’ necessari ne’ il ‘permesso d’uscita’ (la cosiddetta ‘carta bianca’), ne’ la ‘lettera d’invito’. Il governo cubano imponeva restrizioni sui viaggi dal 1961, quando si decise di fermare l’esodo di massa delle persone in fuga dalla rivoluzione del 1959 di Fidel Castro; e questa e’ l’ultima di una serie di riforme varata dal governo del fratello di Fidel, Raul, che sta eliminando numerosi divieti in vigore da decenni. La nuova legge sull’immigrazione entrera’ in vigore 90 giorni dopo la sua pubblicazione, oggi, sulla Gazzetta Ufficiale di Cuba. Una riforma – commentano i media ufficiali, “per aggiornarsi alle condizioni del presente e al futuro prevedibile”. Negli ultimi cinquant’anni, i cubani che desideravano lasciare l’isola dovevano chiedere un ‘permesso d’uscita’ dal territorio alle autorita’, che lo rilasciavano a discrezione, senza necessariamente giustificare il diniego; erano anche tenuti a presentare una ‘lettera d’invito’ dall’estero e non potevano rimanervi piu’ di undici mesi, a rischio di vedere i proprio beni confiscati ed essere definitivamente considerati espatriati, generalmente senza piu’ possibilita’ di ritorno. Adesso la durata del soggiorno all’estero aumenta, da 11 a 24 mesi.
La riforma delle leggi migratorie era molto attesa a Cuba dopo una serie di riforme economiche che nel 2011 hanno introdotto una certa dose di economia di mercato nel sistema centralizzato comunista. L’uscita dal Paese non sara’ facile per tutti: nella sua nota, il governo avverte infatti che rimarranno limiti per alcune categorie di persone non specificate, una misura di protezione per evitare la ‘fuga di cervelli’. Attualmente per medici, scienziati e militari e’ praticamente impossibile andare all’estero, anche per periodi limitati di tempo o per lavoro. Una piattaforma dell’opposizione all’estero, Cuba Democracia !Ya! E’ comunque molto critica con la riforma, che a suo giudizio non garantira’ il diritto alla libera circolazione dei cubani. Secondo la piattaforma, dopo la riforma il ‘filtro migratorio’ continuera’, ma sara’ esercitato sulla concessione o meno del passaporto.

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fonte agi.it

:-) – Il cattivo esempio di Hugo Chávez (‘il negraccio dell’Orinoco’)

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Il cattivo esempio di Hugo Chávez

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DI GENNARO CAROTENUTO
gennarocarotenuto.it

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L’immagine che non troverete commentata sui nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista, che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri, semplicemente le ignora.
Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per questo stanno con Hugo Chávez.

Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è confermato presidente del Venezuela.

Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.

In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.

Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino QUI) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.

Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!

Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.

Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.

Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.

Gennaro Carotenuto
Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it
Link: http://www.gennarocarotenuto.it/21813-hugo-chavez-venezuela/#more-21813
8.10.2012

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fonte comedonchisciotte.org 

Venezuela, Chavez rieletto presidente; è il quarto mandato, durerà fino al 2019

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Venezuela, Chavez rieletto presidente
è il quarto mandato, durerà fino al 2019

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CARACAS – Il capo dello Stato uscente del Venezuela, Hugo Chavez, è stato rieletto alla presidenza con il 54,4%, pari a 7.444.082 milioni di voti, mentrelo sfidante Henrique Capriles ha avuto il 44,4% delle preferenze, equivalenti a 6.151.544 milioni di voti.

Quarto mandato consecutivo. Il più ammirato e detestato dei leader dell’America Latina ha ottenuto la vittoria nella più rischiosa delle scommesse della sua lunga carriera politica: l’ufficiale dei paracadutisti che nel 1992 si arrese dopo aver partecipato in un golpe fallito, è stato rieletto ieri dai venezuelani per un quarto mandato presidenziale consecutivo, che lo conferma al palazzo di Miraflores, sede del capo di Stato a Caracas, fino al 2019. La vittoria dell’ex militare diventato paladino bolivariano è stata chiara e senza possibili obiezioni: con quasi 10 punti di distanza dal suo rivale dell’opposizione, Henrique Capriles, Chavez può considerare del tutto confermato l’appoggio del Paese al suo modello di società, che punta a sconfiggere definitivamente quelli che definisce i due nemici mortali del «socialismo del secolo XXI»: la «borghesia oligarchica» all’interno, e il suo referente esterno, cioè «l’imperialismo» degli Stati Uniti.

La campagna elettorale. Per Chavez, provato dalla stanchezza e indebolito dalla sua lotta contro il cancro – sulla sua malattia le informazioni sono sempre state parziali e opache – la vittoria contro un candidato di quasi vent’anni più giovane e che per prima volta in un decennio era riuscito a riunire intorno alla sua piattaforma una alleanza di partiti dell’opposizione costituisce senza alcun dubbio un traguardo importante. Malgrado il suo stato fisico gli abbia impedito di condurre anche questa volta una campagna tanto intensa quanto le precedenti, l’irrefrenabile candidato-presidente ha sfoggiato ancora una volta la sua capacità oratoria -un po’ anatema ideologico, un po’ tono familiare, un po’ enfasi epico e messianico – sulle tribune elettorali, chiudendo con una performance impareggiabile a Caracas sotto una pioggia battente, che ha subito interpretato come una benedizione di Dio.

L’avversario. Capriles, il candidato «majunche» (mediocre) – come lo ha sempre chiamato durante l’intera campagna – ha dato in fin dei conti meno filo da torcere a Chavez di quanto non avessero previsto molti analisti politici. Certo il candidato oppositore era partito in salita, con 20 punti di differenza dal candidato-presidente, ma la rimonta non gli è bastata per concludere la corsa segnando una distanza che potesse essere letta come un’incrinatura seria al successo del leader bolivariano.

I due principali problemi del futuro governo. Il futuro di Capriles resta comunque tutto da vedere, mentre invece Chavez, passata l’euforia della vittoria, dovrà fare seriamente i conti, per fare quadrare l’annunciato «consolidamento del socialismo» nel suo quarto mandato consecutivo alla presidenza con una serie di problemi che preoccupano l’opinione pubblica venezuelana, e un panorama internazionale che presenta nuove sfide da superare se vuole adempiere la sua vocazione di leadership regionale e perfino mondiale. I due principali problemi del futuro governo venezuelano sono l’inflazione, fra le più alte nel mondo, e l’insicurezza: lo stesso Chavez ha ammesso che la serie di «piani nazionali»che ha lanciato negli ultimi anni per debellare la criminalità, soprattutto la piccola criminalità urbana, non hanno avuto l’effetto previsto. Dovrà trovare un’altra formula.

Sullo scenario internazionale, la cosiddetta primavera araba ha spazzato via un governo come quello di Ghedafi, con il quale manteneva rapporti fraterni, e minaccia ora quello di Bashar el Assad – dipinto dai media governativi di Caracas come la vittima di un complotto internazionale – mentre la pressione internazionale su Teheran ha avvicinato ancora di più il Venezuela all’Iran degli Ayatollah. A livello regionale, Chavez è riuscito ad approfittare dell’impeachment del presidente paraguayano Fernando Lugo – che ha denunciato come un «golpe parlamentare» – per fare entrare il suo paese nel Mercosur, e l’arrivo di Juan Manuel Santos alla presidenza colombiana ha portato a un riavvicinamento con Bogotà, dopo le distanze accumulate durante l’epoca di Alvaro Uribe. Rafforzato nella sua legittimità, il presidente venezuelano cercherà dunque di rafforzare la sua alleanza con governi come quello del boliviano Evo Morales, l’ecuadoregno Rafael Correa, l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner e il nicaraguense Daniel Ortega, promovendo le strutture di integrazione regionale che ha ideato per competere con Washington, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasud) e l’Alleanza Bolivariana (Alba).

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fonte ilmessaggero.it