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Cannabis nello sport: niente più squalifiche

Michael Phelps, beccato nel 2009. News of The World
Michael Phelps, beccato nel 2009. News of The World

Cannabis nello sport: niente più squalifiche

La Wada ha innalzato la soglia di positività per la marijuana. Il “doping ricreativo” rappresentava circa la metà dei casi

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di Valerio Piccioni
Milano, 15 maggio 2013

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Canne depenalizzate o quasi. L’ha deciso la Wada, l’Agenzia Mondiale Antidoping, alzando l’asticella della soglia di positività a un livello che certifica lo spinello libero, sportivamente parlando, almeno fino al giorno prima della competizione. La decisione è stata presa senza aspettare la conferenza mondiale antidoping che si svolgerà in Sudafrica, a Johannesburg, dal 12 al 15 novembre, e che scriverà il nuovo codice 2015. La traduzione operativa è già in vigore dallo scorso sabato: non più 15 nanogrammi/millilitro, ma addirittura 150. Un innalzamento che dovrebbe praticamente cancellare l’80 per cento delle positività del genere, forse pure di più.

Solo in gara — La questione è in qualche modo politica, mediatica ed economica, non tanto “sociale”. In effetti la positività per cannabis non era una sanzione di carattere morale visto che l’esame antidoping per la sostanza era ristretto soltanto ai controlli post gara. Il principio era quello di colpire eventuali vantaggi indiretti, la parola più usata è “rilassanti”, insomma un beneficio sulla prestazione. La proibizione riguardava già prima di sabato soltanto la gara, la competizione. Tanto che nei controlli a sorpresa, invece, la cannabis non si cercava neanche.

Feste assolte — Il problema è che con quella soglia, 15 nanogrammi, la rete rischiava di colpire anche il consumo in una festa (ma non il fumo passivo, che secondo gli esperti non produce più di 2-3 nanogrammi/millilitro nell’urina) magari un paio di settimane prima della competizione e senza alcun fine dopante. Sui tempi di smaltimento della sostanza, in effetti, non c’è un pronunciamento scientifico definito. Ora, con il passaggio a quota 150, si dovrebbe colpire soltanto il consumo nelle immediate vicinanze, un giorno o giù di lì, della competizione.

Soldi risparmiati — Il problema è che nel 2011, nel mondo si erano registrati 445 casi di positività alla cannabis, ben l’8 per cento del totale, una bella fetta della torta, un grande impegno per i laboratori. Che prestava il fianco a una considerazione critica nei confronti dell’efficacia del sistema antidoping: mentre si annuncia il doping genetico, con le inchieste giudiziarie che smascherano assunzioni che i controlli spesso non riescono a evidenziare, voi pensate alle canne… Spendendo soldi e rischiando duelli legali per sanzioni inevitabilmente molto limitate (la media delle squalifiche non era superiore ai due mesi) a suon di parcelle, che andrebbero riservate ad altre vicende, per esempio alla difesa di quella che è sempre più la trincea del passaporto biologico, la frontiera su cui si sta combattendo più fra istituzioni e legali dei “positivi” con le prime che hanno avuto finora la meglio sulle seconde. D’altronde il risparmio di ricerca e di denaro è evidente. In tempi di crisi, c’è anche un problema risorse, inutile negarlo, l’antidoping può rischiare di fare il vaso di coccio. Inoltre diverse federazioni sportive internazionali avevano chiesto la cancellazione del divieto che vale dal 1999.

Concentrare gli sforzi — In ogni caso la decisione della Wada segna una novità importante nel sistema antidoping con il tramonto delle positività “festaiole” alla cannabis, ma soprattutto con la concentrazione pragmatica degli sforzi sui diversi fronti in cui la battaglia contro le sostanze proibite è sempre durissima. E purtroppo lontana dal successo.

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fonte gazzetta.it

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Bombe alla maratona di Boston. Sale a tre il bilancio delle vittime / VIDEO: RAW FOOTAGE: Terrorism Strikes Boston Marathon As Bombs Explode 2013

RAW FOOTAGE: Terrorism Strikes Boston Marathon As Bombs Explode 2013

ADGUKNEWS ADGUKNEWS

Pubblicato in data 15/apr/2013

Two bombs struck near the finish line of the Boston Marathon on Monday, turning a celebration into a bloody scene of destruction.

The blasts threw people to the ground, killing two and injuring dozens.

The Boston Globe reported that at least 90 people were being treated at area hospitals.

White House area on lockdown after blasts CNN producer: Heard big boom, saw smoke Blasts near Boston Marathon finish line Eyewitness: People ‘very badly hurt’

The terrorist attack, near the marathon’s finish line, triggered widespread screaming and chaos, shattered windows and barricades and sent smoke billowing into the air at Copley Square.

They were about 50 to 100 yards apart, officials said.
“It felt like a huge cannon,” a witness told CNN about one of the blasts.

Photos from the scene showed people being carried away on stretchers. One man in a wheelchair had blood all over his face and legs.

The bombs shook buildings, sending people to seek shelter under tables, witnesses said.

Explosions kill at least 2 at Boston Marathon; dozens injured: http://www.washingtonpost.com/world/n…

“CHECK OUT MY TWITTER AND FACEBOOK FOR UPDATES ON THIS STORY”

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La polizia presidia il luogo dell’attentato, la centralissima Colpey Square

16/04/2013 – stati uniti, tornano gli attentati

Bombe alla maratona di Boston
Sale a tre il bilancio delle vittime

Usa sotto choc. Tra le vittime anche un bambino di otto anni. Oltre un centinaio i feriti. La città blindata

 https://i2.wp.com/static.belfasttelegraph.co.uk/incoming/article29197972.ece/ALTERNATES/w620h342/US+Marathon+35.jpg
fonte immagini
http://static.belfasttelegraph.co.uk/incoming/article29200355.ece/ALTERNATES/w620h342/Boston+horror
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Il centro di Boston «trasformato in una zona di guerra», «sangue ovunque», il presidente Barack Obama che tuona «troveremo chi ha fatto questo, scopriremo perché lo ha fatto»: l’America ripiomba nell’incubo del terrore, dopo la doppia esplosione a Boston, che ha strappato la vita a un bambino di 8 anni, a una ventenne e a una terza persona. Un’altra ventina di persone è ricoverata in condizioni critiche, i feriti arrivano a oltre 130, tra i quali almeno 8 bambini. I medici sono stati costretti a praticare diverse amputazioni.

Le deflagrazioni, a 12 secondi di distanza una dall’altra, hanno trasformato in tragedia la maratona della città, che si corre da 117 anni.

Ancora oscura la pista battuta dagli inquirenti: c’è quella del terrorismo internazionale, suffragata dalle molteplici minacce agli Usa di al Qaida in tutte le sue ramificazioni, e di quello interno, che poggia soprattutto su una serie di coincidenze temporali, l’anniversario della strage a Oklahoma City (19 aprile 1995, 168 i morti), il termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi, che scadeva proprio ieri, o il Patriots Day in Massachusetts.

Quel che è certo è l’orrore rimbalzato in tutto il mondo, incredulo di fronte a un attacco definito «sofisticato, coordinato e pianificato» contro una massa inerme di 23.000 partecipanti e altre migliaia di spettatori. Dopo le esplosioni «è scoppiato il caos», ha raccontato Paolo Rossi, 48enne pistoiese, uno dei maratoneti, 227 gli italiani: «Ho visto la morte in faccia. Mia figlia, che aveva scavalcato una balaustra per correre al mio fianco gli ultimi metri, ha cominciato a piangere a dirotto, ci ha raggiunto di corsa mia moglie. Tra le lacrime, non riuscivamo nemmeno a parlare».

E sono decine le storie che si intrecciano in questa tragedia: sono gravemente ferite la mamma e la sorella del piccolo Richard, il bambino rimasto ucciso. Altri due fratelli che assistevano hanno perso entrambi una gamba. «Mi è sembrato di essere tornato in Iraq», ha raccontato un veterano, illeso perché si era fermato a una decina di metri dall’esplosione per bere. «Ho visto un pezzo di gamba di mio marito che volava in aria», ha detto tra le lacrime un’altra partecipante.

L’immagine simbolo è quella di un 78enne, scaraventato a terra dallo spostamento d’aria, come abbattuto da un cecchino. Si è rialzato e ha tagliato il traguardo.

Ora è caccia ai responsabili, che avevano piazzato altri tre ordigni fatte brillare dagli artificieri. Le due bombe, artigianali, sono state messe dentro alcuni cestini della spazzatura lungo il marciapiede, poi fate esplodere con un telecomando a distanza. Smentito il fermo di un giovane saudita, non chiare le perquisizioni eseguite nel corso della notte. Unanime la condanna internazionale, dall’Ue a Vladimir Putin, da David Cameron a Mario Monti.

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fonte lastampa.it

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MORI’ SUGLI SCI – Rinvio a giudizio dopo due anni dalla morte di mio figlio Andrea. Ecco le cause dell’incidente e del perché continuo a lottare

https://i0.wp.com/www.gazzettino.it/MsgrNews/HIGH/20130404_clipboard.jpg
Andrea Rossato – articolo: Morì sugli sci a 9 anni: «Processate il gestore dell’impianto di Cortina»

COMUNICATO STAMPA

Rinvio a giudizio dopo due anni dalla morte di mio figlio Andrea. Ecco le cause dell’incidente e del perché continuo a lottare per evitare che altri genitori possano perdere un figlio sugli sci

di Mauro Rossato

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Continuano gli incidenti sulle nevi. Anche in questa stagione, quasi conclusa, sono stati numerosi. Recentemente un altro bimbo di 9 anni ha subito un grave infortunio sulle piste andando a sbattere contro un albero a Folgarida.
Sono passati più di due anni dalla morte di mio figlio Andrea e il dolore con cui convivo quotidianamente diventa più forte ogni volta che nella cronaca leggo dell’ennesimo incidente sulle piste da sci. Proprio com’è accaduto al mio piccolo Andrea il 5 marzo del 2011 a Cortina, che a 9 anni ha perso la vita sbattendo contro un albero a bordo pista.
Il tempo passa, dunque, ma le tragedie si ripetono: la mancanza di professionalità di alcuni gestori delle piste che non predispongono le misure di sicurezza che salverebbero le vite dei nostri figli, è la causa di queste tragedie. E la mano della Giustizia, che dovrebbe accertare le responsabilità e punire chi consente agli sciatori di rischiare la vita sciando, purtroppo giunge con cronico ritardo. Anche quando una vita si spezza in una pista che si presenta chiaramente insidiosa e contraria alle regole normative.

La lentezza dei processi impedisce la formulazione di risposte concrete e tempestive necessarie a dare non solo esempio ma, soprattutto, imporre ai gestori di mettere in sicurezza le piste per evitare altri tragici lutti.
In questi due anni dalla morte di mio figlio ho rilevato personalmente, in diversi impianti del Nordest, che molte piste presentano lacune e carenze di sicurezza macroscopiche: ciò dimostra che le Leggi, sia quella Nazionale che quelle Regionali, nonostante stabiliscano precise misure di prevenzione e protezione, sono disattese.

Durante le mie esplorazioni è emersa, innanzitutto, la pericolosità degli alberi a bordo pista. Quelli che gli “esperti” chiamano “ostacoli tipici” e che non necessitano – dicono loro – di protezioni. Una conclusione, però, bocciata dalla recente Giurisprudenza che si dimostra, quindi, più attenta all’incolumità degli sciatori.
E io da sciatore ed esperto in sicurezza, ma soprattutto da padre di un bambino per il quale l’impatto con un albero è stato fatale, non concepisco per quale ragione un cannone sparaneve debba essere protetto da reti e materassini, mentre il tronco di un pino, posto al fianco di detto cannone e altrettanto pericoloso, non dovrebbe esserlo.
Questo significa ignorare drammaticamente termini e definizioni utilizzati nei processi di valutazione del rischio ben normati e conosciuti da coloro che si occupano professionalmente di sicurezza.
Questo, del resto, è quello che è accaduto, il 5 marzo 2011, in quel tratto di pista a Cortina, il Canalone di Tofana variante sud bassa, in cui mio figlio Andrea ha perso la vita: l’albero contro il quale la sua esistenza si è spezzata doveva essere protetto ma, ancor prima, quel tratto di pista non doveva essere aperto essendo privo dei requisiti tecnici di sicurezza stabiliti dalle Leggi e dalla concessione regionale.

Senza contare che in quello stesso punto, un mese prima, un altro ragazzino si era gravemente infortunato e proprio a causa di tale gravissimo episodio la Polizia aveva rilevato la mancanza di protezioni: cautele mai installate! Cautele che avrebbero salvato il mio Andrea.
Una gravissima negligenza dei gestori degli impianti delle Tofane di Cortina, ma anche delle forze dell’Ordine che non hanno imposto al gestore di installare le necessarie protezioni. Ecco perché mio figlio Andrea è morto, per la superficialità e la negligenza di coloro che dovrebbero garantire piste sicure.

Eppure, nonostante tutto, quella maledetta pista non è mai stata posta sotto sequestro, sebbene sia stata chiusa dal giorno dell’incidente occorso ad Andrea. Chiusa solo perché nessuno si è più sentito di riaprirla.
Ora finalmente il magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza è fissata per il 23 aprile. Attendiamo il proseguo dell’iter processuale confidando che la Giustizia dia risposte ad evitare  che qualcun altro, o peggio, un’altra giovanissima vita si spezzi sulle piste da sci cortinesi.
Sono passati più di due anni dal 5 marzo del 2011 e il mio impegno alla ricerca di verità e giustizia non si placa: anzi, ogni giorno di ritardo in attesa di quelle risposte si accresce!

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fonte: via-email

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Texas, il maratoneta che corre contro il cancro spingendo il passeggino con la figlia / The Terminal Cancer Patient Who Won a Marathon


kxankxan

Pubblicato in data 15/mar/2013

A father-daughter duo from Austin pulled off an unlikely feat this past weekend at a marathon in Beaumont.

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Texas, il maratoneta
che corre contro il cancro

Gareggia spingendo il passeggino con la figlia: le regalo un sorriso

Iram Leon, 32 anni, giudice minorile, corre sempre con la figlia: «Si diverte moltissimo, e voglio che si ricordi di me così»
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Paolo Mastrolilli
inviato a New York
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Vincere una maratona è un’impresa fuori dalla portata della maggior parte dei comuni mortali. Vincerla spingendo una speciale carrozzina, dove viaggia beata la propria figlia di sei anni d’età, è quasi un miraggio. Vincerla portandosi in testa un tumore al cervello, che secondo i medici ti ucciderà entro i quarant’anni, è praticamente un miracolo. Eppure tutte queste condizioni sono vere nel singolare caso di Iram Leon, un maratoneta del Texas che con le sue imprese sta riscrivendo la storia della medicina, e della forza di volontà.

Iram ha 32 anni e vive a Austin. Alla fine del 2010 gli hanno diagnosticato un tumore al cervello incurabile, perché è nascosto in una zona che non può essere raggiunta dalla chirurgia. Appena seppe della sua condanna a morte, Iram avvertì un bisogno irrefrenabile di correre: lo aveva sempre fatto, sentiva la necessità assoluta di farlo adesso. I medici erano contrari, ma lui non diede loro retta. Chiamò un amico fidato che lo passò a prendere, e si misero a correre insieme intorno all’ospedale.

Qualche mese dopo, visto che tutti i medici lo spingevano a stare fermo, Leon contattò il neurochirurgo del Duke University Hospital Allan Friedman, per avere una seconda opinione. Friedman gli disse che doveva operarlo subito, per rimuovere almeno le parti del cancro che si potevano asportare, ma non vedeva nulla di male nella corsa. Anzi, decise di rimandare l’intervento di un paio di settimane, per consentirgli di partecipare a una maratona cui si preparava da tempo. «Credo che lo fece – ha detto Iram al Wall Street Journal – perché pensava che sarebbe stata l’ultima della mia vita».

L’operazione andò relativamente bene, togliendo tutto quello che si poteva. Leon rimase con le parti irraggiungibili del tumore, e la speranza che la tecnologia progredisca più velocemente della sua malattia .

L’operazione aveva ridotto le sue capacità mentali, obbligandolo a lasciare il suo posto di lavoro come giudice minorile: «Facevo troppi errori, non potevo continuare». La voglia di correre invece non era svanita, anche se, avendo perso in parte il senso dell’orientamento, era sempre costretto a farlo con un accompagnatore. Il dottor Friedman, però, aveva dato via libera alla prosecuzione delle maratone: «L’assenza di esercizio è una delle cause che accelerano la morte nei malati di cancro. Mettere insieme l’attività fisica, e la motivazione che nasce dalla volontà di competere, non poteva che fargli bene».

Così Iram aveva continuato le sue corse, a una condizione: che gli consentissero di portare sempre con sé la figlia Kiana di sei anni, spingendola dentro una carrozzina speciale. «Lo faccio – spiega lui – perché lei si diverte da matti, e io voglio che accumuli il maggior numero possibile di ricordi positivi con me. Se davvero morirò, spero che pensi a me come una persona con cui si divertiva, non come un malato depresso».

Risultato: questo mese Leon ha vinto la Gusher Marathon di Beaumont, in Texas, con il tempo di 3:07:35. È appena un secondo in più del suo record personale, e quindi è facile supporre che lo avrebbe battuto, se non avesse spinto la carrozzina. Lui però è contento così. Si fa precedere da un ciclista, o da un amico corridore che gli indica la strada, e va dietro con la sua carrozzina. I problemi cominciano solo quando scatta avanti a tutti, non ha più punti di riferimento, e ha bisogno che il ciclista lo guidi in solitaria al traguardo.

Iram spera che la tecnologia medica sia più veloce di lui, e corra avanti al suo tumore per trovare il modo di estirparlo prima che lo uccida. Nel frattempo, però, si gode al massimo tutto quello che può, puntando a battere ogni record. «Quando corro, quando affronto una salita, provo una sensazione magnifica: mi sembra di scattare davanti ai miei problemi, lasciandomeli finalmente dietro alle spalle».

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fonte lastampa.it

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[image] The Enterprise/Associated PressIram Leon and his 6-year-old daughter, Kiana, following the Gusher Marathon.

The Terminal Cancer Patient Who Won a Marathon

Texas Man With Terminal Brain Cancer Aims for a Personal Best

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By KEVIN HELLIKER

In competitions against the clock, some athletes display an ability to seize control. Think of the Clark-Kent-to-Superman routines that John Elway and Michael Jordan often pulled in the final seconds.

But Iram Leon stands on the sidelines of his own race against time. Lodged in his brain is an untreatable and inoperable cancerous tumor that statistics suggest will kill him before he is 40, eight years from now. Medical science is advancing at a rate that doesn’t preclude the development of a treatment, but it’s not clear if it will come in time.

“No one knows what technology will be available in five years,” said Allan Friedman, Duke University Hospital neurosurgeon in chief, who in 2011 removed as much of Leon’s brain tumor as possible.

The torment of enduring that wait can paste a cancer patient to the couch, a surrender heavily associated with deadlier outcomes. Some seek escape in their careers, but that is no longer an option for Leon, who early this year was forced to step down as a juvenile probation officer in Travis County, Texas, a position he had held for almost seven years. His thinking is no longer clear, said Leon, adding, “I was making too many mistakes on the stand.”

But Leon can still run. Two years after his brain-cancer diagnosis, he recently ran a sub-five-minute mile for the first time since high school. What has startled the medical community even more is what Leon did this month in Beaumont, Texas. He won the Gusher Marathon, finishing in 3:07:35. That was one second slower than his personal record in the 26.2-mile event, set days before he underwent brain surgery in early 2011.

But that lost second can’t be blamed on his disease: During the run, he was pushing his 6-year-old daughter, Kiana, in a stroller. “She had a blast listening to Disney DIS +0.58% songs and getting food from volunteers,” said Leon, an Austin resident.

Leon’s high-speed finish provides cancer survivors with an athletic role model only weeks after the defrocking of Austin’s more-famous cancer-battling competitor, Lance Armstrong. After being stripped last autumn of his seven Tour de France titles, Armstrong publicly admitted doping during his cycling career.

That Leon is competing amid his battle for survival may make his case all the more instructive to fellow cancer patients. Recent research clearly shows that exercise improves outcomes for cancer patients. “Few other leads have shown as much promise as physical activity in extending the lives of cancer survivors,” said an editorial last year in the Journal of the National Cancer Institute.

In a nation where healthy people don’t often exercise, persuading the ill to do so is all the more difficult. Research shows that there are lower exercise rates among cancer patients than among the general population, a problem often exacerbated by oncologists who urge their patients to take it easy. Never mind that the American Cancer Society and other medical groups now encourage exercise among cancer patients—including encouraging breast-cancer survivors to lift weights. “Among clinicians there continues to be a reticence,” said Kathryn Schmitz, a University of Pennsylvania researcher on exercise in cancer patients.

“Mr. Leon gives us someone to point to when a person fighting cancer says, ‘I can’t do it,'” says Dr. Schmitz. “Start where you are. Walk laps around the dining room table. A cancer diagnosis doesn’t give you a get-out-of-jail-free card.”

Leon was still in the hospital in late 2010 when—stunned by news of his terminal diagnosis—he felt the need to run. “A friend came by and ran with me around the hospital—against doctors’ advice,” recalled Leon.

When the first neurosurgeon Leon consulted cautioned against running, he sought out Friedman at Duke.

Friedman did more than give Leon the OK: After initially recommending immediate surgery, Friedman agreed to put it off a couple of weeks to accommodate a marathon for which Leon had logged months of training. “Here’s a young guy with a brain tumor who likes running, who’s good at it, so why not?” said Friedman, citing “defensive medicine” as the main reason other physicians might say no.

Leon sensed another factor behind the neurosurgeon’s encouragement. “Friedman knew it might be my last marathon,” said Leon.

During that surgery, Friedman removed most of the tumor. The remainder resides in sections of the brain beyond the reach of surgery. At the moment the tumor isn’t growing, said Friedman, but the majority of such tumors prove fatal.

There is hope. In one case, Friedman removed from the spine of the novelist Reynolds Price a tumor initially diagnosed as inoperable, but that was eventually made reachable through new technology. Price chronicled the story in one of the many books he wrote in a quarter century following that experience. While waiting and hoping for the surgery that eventually saved him, Friedman noted, “Reynolds wrote—he didn’t let the cancer stop him.” In 2011, Price died at 77 from causes other than cancer.

While hoping for a similar fate, Leon runs. The anti-seizure medication he takes sometimes causes him to vomit during runs. Once he blacked out during a run, not knowing what had happened until he woke up in an ambulance. Running alone is out of the question because he’s easily disoriented, a vulnerability that makes it difficult to lead the pack. At the front of this month’s marathon, he said he had to focus carefully on the cyclist who was showing the way.

The payoff? “When I’m in a race, when I’m climbing a hill, for a few moments it feels like I’m pulling ahead of my problems,” he said.

Leon said he wants to set a new marathon personal record. But he is only racing these days in events that will allow him to bring along his daughter, Kiana, for whom a scholarship fund has been established at www.donationto.com/Sports-Society-Fund-for-Iram-Leon.

“I want her to have as many memories of me as possible,” he said. “I want her to remember us having fun together, not me being sick.”

Write to Kevin Helliker at kevin.helliker@wsj.com

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source: online.wsj.com

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Egitto, confermata condanna a morte tifosi. È rivolta, Federcalcio in fiamme: tre morti / VIDEO: Mass protest in Egypts Port Said over deaths

Mass protest in Egypts Port Said over deaths.

AllWorldNews1AllWorldNews1
Pubblicato in data 09/mar/2013

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Egypt court upholds 21 death sentences over deadly Port Said football riots in 2012

RussiaTodayRussiaToday

Pubblicato in data 09/mar/2013

More violence is expected in Egypt’s Port Said – after a court said the 21 death sentences, handed out over the football riots which killed 70 people last year, will stay in place. It’s also been announced that 5 more people have been jailed for life. Bel Trew reporting from Port Said.

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Egitto, confermata condanna a morte tifosi.
È rivolta, Federcalcio in fiamme: tre morti

Violenti disordini a Port Said dopo il verdetto d’appello contro 21 persone coinvolte negli incidenti del febbraio scorso. Treni e traghetti bloccati, assalto a un circolo ricreativo della polizia

Egitto, confermata condanna a morte tifosi. È rivolta, Federcalcio in fiamme: tre morti
La sede della Federcalcio egiziana data alle fiamme (ap)

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APPROFONDIMENTI

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IL CAIRO – La sede della Federcalcio data alle fiamme, disordini in strada, traghetti per i collegamenti nel Canale di Suez fermi e treni bloccati. E tre vittime negli scontri, tutte al Cairo. L’Egitto è precipitato di nuovo nel caos dopo che un tribunale del Cairo ha confermato in appello 21 condanne a morte per le violenze allo stadio di Port Said del primo febbraio 2012, in cui ci furono 74 morti. Per quanto riguarda gli altri 52 imputati, sono stati inflitti cinque ergastoli e 19 pene detentive più brevi mentre 28 sono stati assolti.

La sentenza era molto attesa dopo le violenze innescate dalla precedente sentenza di fine gennaio nella città sul Canale di Suez, ormai apertamente in rivolta contro il governo islamista del presidente Mohamed Morsi. E i peggiori timori si sono avverati.

Dopo la lettura del verdetto migliaia di persone si sono precipitate in strada scatenando la violenza. I manifestanti hanno dato alle  fiamme il circolo ricreativo della polizia e il quartier generale della Federazione di calcio egiziana al Cairo.

Gli ultras dell’al-Ahly, la squadra di calcio del Cairo coinvolta nella strage del febbario 2012 a Port Said, hanno bloccato la circolazione della metropolitana della capitale, nella stazione Sadat a piazza Tahrir. Il responsbaile delle Ferrovie egiziane Hussein Zakaria ha invece annunciato la sospensione dei treni verso e da Port Said per ragioni di sicurezza.

Davanti alla sede del governatorato di Port Said si è invece riunita una folla che chiede un risarcimento per chi è rimasto ucciso negli scontri con le forze dell’ordine. Alcuni cameramen sono stati aggrediti dai manifestanti e la loro attrezzatura è stata danneggiata. Un gruppo di manifestanti ha tolto gli ormeggi a dei motoscafi utilizzati per i collegamenti nel Canale di Suez con l’obiettivo di ostacolare la navigazione delle altre imbarcazioni. Altre duemila persone hanno invece bloccato i traghetti in partenza dalla città.

Tre le persone decedute negli scontri con la polizia al Cairo, nei pressi di piazza Tahrir, hanno riferito fonti mediche. Dopo il primo morto per intossicazione da gas lacrimogeni, una seconda persona è deceduta per asfissia, mentre una terza è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco.

Gli scontri del 2011 ebbero per vittime principalmente tifosi della squadra cairota dell’al-Ahly che avevano già minacciato violente proteste qualora ci fossero state assoluzioni, soprattutto tra i poliziotti. La sentenza ha condannato due alti ufficiali di polizia a 15 anni di carcere a testa, in particolare per non aver fatto aprire i cancelli impedendo così la fuga ai tifosi dell’al-Ahly rimasti schiacciati nella ressa. Gli altri sette agenti finiti sotto processo sono stati assolti.

Le 21 condanne a morte “mediante impiccagione” inflitte in primo grado sono ancora sottoposte al vaglio del Gran Muftì, che normalmente avalla le decisioni dei tribunali ma in questo ha chiesto più tempo per esaminare il caso. Si era ipotizzato che in appello potessero essere congelate in attesa della pronuncia del Muftì, ma il tribunale le ha confermate.
(09 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Stadio del Cagliari, arrestati Cellino il sindaco e un assessore di Quartu

https://i2.wp.com/www.repubblica.it/images/2013/02/14/102630441-1ec81002-041c-4d9f-bd0d-da64ec7fee9f.jpg

Stadio del Cagliari, arrestati Cellino
il sindaco e un assessore di Quartu

Colpo di scena in Sardegna nell’inchiesta sull’adeguamento dell’impianto di Is Arenas dove la squadra sta disputando le gare interne di serie A. Gli ordini di custodia cautelare per il dirigente, il primo cittadino e per l’assessore allo sport notificati all’alba da agenti della forestale. Le accuse: peculato e falso ideologico

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CAGLIARIMassimo Cellino, presidente del Cagliari Calcio, Mauro Contini e Stefano Lilliu, rispettivamente sindaco e assessore allo Sport del comune di Quartu (Cagliari), sono stati arrestati questa mattina. L’inchiesta riguarda i lavori di adeguamento dello stadio di Is Arenas, l’impianto delle gare casalinghe del club sardo.

Le misure cautelari, firmate dal gip di Cagliari, Giampaolo Casula su richiesta del pm Enrico Lussu, titolare dell’inchiesta sullo stadio di Is Arenas, sono state eseguite questa mattina all’alba dal nucleo regionale di polizia giudiziaria del Corpo forestale. I tre dopo l’arresto sono stati portati nella sede del Corpo Forestale, per poi essere trasferiti nel carcere  Buoncammino con le accuse di peculato e falso ideologico. Contini ha accusato un malore ed è stato ricoverato nel reparto di cardiologia dell’ospedale Brotzu di Cagliari.

Il colpo di scena di stamattina è il prosieguo dell’inchiesta che aveva già portato in carcere lo scorso novembre due dirigenti del Comune di Quartu S. Elena, Pierpaolo Gessa e Andrea Masala ed ai domiciliari l’imprenditore Antonio Grussu. I tre sono stati interrogati (Gessa e Masala sono poi finiti ai domiciliari) e sono stati sentiti, nel corso di alcuni mesi, anche tecnici e funzionari comunali.

L’indagine è iniziata in seguito ad alcuni esposti presentati dalle associazioni ambientaliste contro la realizzazione dello stadio su un’area sottoposta a vincolo. Da quel momento gli agenti del Corpo forestale regionale hanno iniziato ad approfondire la vicenda, acquisendo atti e documenti in Comune a Quartu, negli uffici della Regione, e in quelli delle società coinvolte nella realizzazione della struttura sportiva e anche in Prefettura. Da documenti sequestrati, al vaglio della Procura della Repubblica, sarebbero emerse irregolarità, e sarebbe venuta alla luce l’ipotesi di utilizzo di soldi pubblici, da qui i nuovi provvedimenti scattati oggi.

E’ il pericolo di inquinamento probatorio a supportare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip Giampaolo Casula per Cellino, Contini e Lilliu: “Una misura meno afflittiva, tenuto conto che gli indagati verrebbero a conoscenza delle intercettazioni telefoniche e ambientali in atto, non sarebbe una adeguata garanzia”, precisa l’ordinanza di 56 pagine. Le accuse restano quelle che avevano portato ai precedenti arresti di novembre, il falso e il tentato peculato, con “la sussistenza – sottolinea il Gip – di gravi indizi di colpevolezza per tutti e tre”. Il giudice fa riferimento anche ai rapporti di antica amicizia fra Cellino e Contini: “Se sono diventato presidente del Cagliari è colpa sua – dice in una intercettazione il patron rossoblù – Mauro è quello che mi ha portato per la prima volta a vedere una partita al Sant’Elia”.
Contini e Cellino avrebbero effettuato pressioni e sollecitazioni sul dirigente del comune di Quartu, Pierpaolo Gessa. “Se non porti a termine questo tipo di lavori – avrebbe detto il presidente del Cagliari a Gessa – io il cu… che vado a cercare non è uno qualsiasi ma quello tuo”. E’ lo stesso dirigente comunale a riferirlo durante un interrogatorio del 5 dicembre scorso, asserendo di aver ricevuto anche telefonate nel cuore della notte da Cellino che lo avrebbe minacciato (“me l’avrebbe fatta pagare personalmente”) se non fossero arrivate le recinzioni previste per lo stadio di Is Arenas.

Cellino ha “spiccate capacità delinquenziali, è capace di qualsiasi genere di sotterfugi pur di raggiungere i propri scopi” ha aggiunto ancora il GIP Giampaolo Casula. Uno spaccato, secondo il giudice, di illegalità diffusa che emergerebbe dalle intercettazioni, una in particolare con Claudio Lotito, presidente della Lazio e consigliere federale di Lega. Nella telefonata Cellino avrebbe infatti spiegato “di aver fatto lo stadio in estate” perchè “in questo modo Questura e Prefettura, rientrando dalle vacanze lo avrebbero trovato già finito”. Sempre col presidente dei biancocelesti, tornando sulla scelta delle modalità di costruzione dell’impianto, il presidente del Cagliari avrebbe chiarito di presentato un progetto con le caratteristiche di “struttura amovibile al solo scopo di non dover chiedere i titoli edilizi”, una “dimostrazione evidente – sottolinea il Gip nell’ordinanza – della totale mancanza del senso di legalità e del rispetto delle istituzioni”.


LA SOLIDARIETA’ DEL CAGLIARI
Il Cagliari è vicino al suo presidente. In una nota pubblicata sul sito del club, “dirigenti, collaboratori, tecnici e calciatori in questi momenti così difficili sono vicini al loro presidente, Massimo Cellino. Fiduciosi nell’operato dalla magistratura, siamo certi che l’inchiesta dimostrerà l’estraneità del presidente ai fatti a lui contestati. Nessuno più di noi può garantire la certezza della correttezza, dell’onestà e delle capacità di Massimo Cellino. in questo momento ci sentiamo di dire solo un’altra cosa: Forza presidente, noi siamo con te”.

“Quando succedono queste cose con le persone che si conoscono è sempre un dispiacere. Spero che tutto si risolva per il meglio, per Cellino, per il Cagliari e per la gente della Sardegna”. Così il tecnico del Milan ed ex rossoblù Massimiliano Allegri, lanciato in serie A proprio dal numero uno dei sardi, sull’arresto del presidente del Cagliari nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio “Is Arenas”.

(14 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

CONTRO L’OMOFOBIA NEL CALCIO – Ecco i ‘Pochos’, prima squadra gay di Napoli

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Ecco i ‘Pochos’, prima squadra gay di Napoli

Sono prima di tutto tifosi della squadra azzurra e fan di Lavezzi. Il 23 febbraio faranno il loro esordio in un torneo organizzato a Firenze

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NAPOLISi chiamano Pochos, perchè sono prima di tutto tifosi del Napoli e fan di Lavezzi. Sono la prima squadra gay di Napoli che si presenta oggi alla città in un incontro al quale interverranno anche Alessandro Cecchi Paone, l’ex calciatore del Napoli Gianni Improta, e l’assessore comunale allo Sport Giuseppina Tommasielli. Il 23 febbraio i Pochos faranno il loro esordio in un torneo organizzato a Firenze proprio per celebrare l’arrivo di Napoli nel novero delle città che hanno una squadra gay e che combattono l’omofobia nel mondo del calcio.

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fonte corrieredellosport.it

EGITTO – Processo per la strage nello stadio. Port Said: violenti scontri, 30 morti / VIDEO: Deadly riot erupt, army deployed in Egypt over 2012 stampede death sentences

Deadly riot erupt, army deployed in Egypt over 2012 stampede death sentences

RussiaTodayRussiaToday·

Pubblicato in data 26/gen/2013

The Egyptian army has been deployed in Port Said, where a crowd attempted to storm a prison. The deadly assault follows the sentencing of 21 people to death for the riot and stampede in Port Said in which dozens were killed last February – LATEST UPDATES: http://on.rt.com/yuz9iq

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Scontri a Port Said
Scontri a Port Said

Chieste 21 condanne a morte

Processo per la strage nello stadio
Port Said: violenti scontri, 30 morti

Gli scontri sono scoppiati fuori dal carcere di Port Said, dopo che la Corte d’Assise ha pronunciato 21 sentenze di condanne a morte in relazione alla strage nello stadio della città dello scorso primo febbraio. Gruppi di manifestanti, tra cui anche familiari dei condannati, hanno tentato di fare irruzione nel carcere

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Il Cairo, 26-01-2013

Sale a 30 morti il bilancio dei violenti scontri davanti al carcere di Port Said in Egitto questa mattina. Lo scrive l’agenzia Mena. Tra le vittime anche due calciatori: Tamer el Fahla, ex portiere del Masri, la squadra locale di Port Said coinvolta nel massacro contro i supporter del Ahly, e Mohamed el Dezwi, del Marikh. Continua ad aggravarsi dunque il bilancio degli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza: sono oltre 300 i feriti.

Gli scontri sono scoppiati fuori dal carcere di Port Said, dopo che la Corte d’Assise ha pronunciato 21 sentenze di condanne a morte in relazione alla strage nello stadio della città dello scorso primo febbraio. Gruppi di manifestanti, tra cui anche familiari dei condannati, hanno tentato di fare irruzione nel carcere.+

Il Ministro dell’Informazione: basta violenze
Il Consiglio nazionale della Difesa egiziano fa appello perchè si possa “superare questa crisi e lavorare insieme” e condanna le violenze. Lo ha detto il ministro dell’Informazione Salah Abdel Maksud.

La sentenza
Un tribunale egiziano ha condannato a morte 21 persone per gli scontri del primo febbraio 2012 allo stadio di Port Said, che causarono 74 morti. La sentenza sarà trasmessa al Gran Muftì, la massima autorità religiosa del Paese che deve autorizzare le esecuzioni capitali.

I fatti
Lo stadio di Port Said fu teatro di un’autentica battaglia tra i tifosi locali dell’Al-Masry e quelli della squadra cairota dell’Al-Alhy. Nelle successive proteste al Cairo ci furono altri 16 morti.

Secondo molti osservatori gli incidenti furono pianificati dalla polizia o da nostalgici di Hosni Mubarak per vendicarsi degli Ultras dell’Al-Ahly che erano stati in prima linea nella rivoluzione contro il Rais.

Tafferugli davanti al ministero dell’Interno
Sono in corso scontri nei pressi del ministero dell’interno egiziano, dove si sono recati circa cinquecento supporter dell’Ahly per chiedere che vengano giudicati anche i poliziotti imputati nel processo del massacro a Port Said. La polizia ha risposto col lancio di lacrimogeni.

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fonte rainews24.it

ASSURDO IN OLANDA – Guardalinee ucciso a calci e pugni dai giocatori


Il guardialinee dopo l’aggressione – fonte immagine

Olanda sotto shock

Guardalinee ucciso a calci e pugni dai giocatori

Arrestati tre giovani calciatori di 15 e 16 anni. L’uomo è morto dopo essere stato colpito con calci e pugni alla testa

Lo stadio dove si è svolto l'incontro
Lo stadio dove si è svolto l’incontro – a lato la vittima

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Amsterdam, 04-12-2012

Olanda sotto shock per la morte di un guardalinee, aggredito dopo lo svolgimento di una partita di calcio amichevole tra due squadre giovanili da un gruppo di giocatori adolescenti e massacrato di botte e calci.

L’uomo, Richard Nieuwenhuizen, di 41 anni, è stato dichiarato oggi dalla polizia clinicamente morto e tre giovani giocatori di età compresa tra i 15 e i 16 anni, ritenuti responsabili dell’aggressione, sono stati prelevati dalla polizia nelle loro case ad Almere e arrestati.

 I fatti si sono svolti domenica scorsa, quando una squadra giovanile di Amsterdam, la Nieuw Sloten, si è recata in trasferta per giocare un’amichevole contro i padroni di casa Buitenboys. Al termine dell’incontro, durante il quale era già stato più volte insultato da giocatori e tifosi, il guardalinee è stato colpito ripetutamente da pugni e calci e poi di nuovo colpito al volto da tre giocatori della squadra di Amsterdam mentre era già a terra.

Rialzatosi in piedi, dopo un po’ è crollato a terra senza sensi ed è stato ricoverato in ospedale, dove le sue condizioni sono apparse subito critiche e ne è stata dichiarata la morte cerebrale.

 La ministra per lo sport, Edith Schippers, ha definito “assolutamente orribile” quanto accaduto. Ed ha assicurato che “la federazione olandese di calcio (Knvb) e la giustizia reagiranno in maniera molto dura contro questo genere di azioni”. “Ciò che è accaduto non ha nulla a che vedere con lo sport e non può in nessun caso essere tollerato”, ha aggiunto la Schippers.

Condanna anche da parte della stessa Knvb. Un portavoce della federazione ha osservato come “le statistiche mostrano che la maggior parte degli incidenti nel calcio sono provocati in questa fascia d’età”, aggiungendo però che “contro quegli individui che possono perdere il controllo in qualunque momento sul terreno di gioco perché qualcosa o qualcuno non piace loro non c’è nulla da fare. La squadra del Nieuw Sloten nel frattempo ha escluso i tre ragazzi e si è ritirata dalla competizione.

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fonte rainews24.it

Impresa Grillo, attraversa lo Stretto e twitta mentre nuota / VIDEO: Grillo attraversa a nuoto lo Stretto di Messina.Tg24 – Sky

Beppe Grillo nuota dalla Calabria a Messina per il Movimento 5 Stelle e la campagna elettorale


Pubblicato in data 10/ott/2012 da

Impresa Grillo, attraversa lo Stretto e twitta mentre nuota

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ultimo aggiornamento: 10 ottobre, ore 20:21
Roma – (Adnkronos/Ign) – Il comico genovese è arrivato oggi in Sicilia per la campagna elettorale che durerà 17 giorni in vista delle Regionali del 28 ottobre. L’ironia del candidato M5S alla presidenza della Regione siciliana: ”Da buon genovese ha preferito fare la traversata per non pagare il biglietto del traghetto” (FOTO). I complimenti dei nuotatori azzurri

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Roma, 10 ott. (Adnkronos/Ign) – ”I bookmaker davano la mia traversata sullo Stretto di Messina uno a quindici e c’era persino chi diceva che avrei avuto un infarto entro la prima metà della traversata, invece eccomi qua. Vivo e vegeto”. Col fiatone, i capelli ricci che bagnati diventano lisci e lunghi, la muta nera – spietata con i chili di troppo – Beppe Grillo ‘sbarca’ in Sicilia dopo un’ora e 17 minuti di traversata tra Scilla e Cariddi, sfidando caparbiamente la pioggia battente, le forti correnti marine e persino i bookmaker.

Incredibile, Grillo riesce a twittare anche quando nuota. A dare un’occhiata al suo account Twitter, il leader del 5Stelle ha notificato di tanto in tanto le tappe della sua impresa di oggi: da “La partenza. Nuotando sullo Stretto. Sono partito, sto nuotando, sto arrivando”, passando per “La Traversata Continua! Siamo a metà!” e “Manca pochissimo all’arrivo” fino al trionfale traguardo, gioiosamente cinguettato con “Sono sbarcato in Sicilia! Ho superato lo Stretto!”, commentato in seguito, probabilmente mentre si asciugava, con “Questo è il terzo sbarco in Sicilia in 150 anni”.

Grillo arriva in Sicilia e non risparmia nessuno: se la prende con il premier Mario Monti (”curatore fallimentare di un’Italia già fallita”), con la legge elettorale, auspicando un voto di preferenza ”da agganciare alla Costituzione” e non lesina critiche alla Carta costituzionale: ”Non è un dogma o un totem, è imprecisa”.

Al suo arrivo a Cannitello, a Villa San Giovanni, Beppe Grillo, accompagnato dal suo staff di fiducia, indossa già la muta da sub con il logo del Movimento cinque stelle. Incurante della pioggia e del cielo grigio tendente al nero, il comico genovese, accompagnato dal suo spin doctor, Gianroberto Casaleggio, confessa: ”E’ bello mettersi in gioco, dovrebbe essere un gesto di tutti”. E poi parla dell’Italia, un paese ”che è sull’orlo di una crisi di nervi. Dovrebbero ringraziarci se stiamo mantenendo la calma su tutti i fronti”.

Alle 10.53 la partenza da Cannitello. ‘Scortato’ da una motovedetta della Guardia costiera, un’altra dei Carabinieri, un’altra ancora della Polizia e persino un’imbarcazione dei Vigili urbani, Beppe Grillo indossa un paio di occhialini da nuoto, la cuffia e le pinne. Pronti via. Mentre a 2,8 km di distanza, a Cariddi, a Capo Faro, il candidato alla Presidenza della Regione siciliana, Giancarlo Cancelleri, continua a giurare ai giornalisti: ”Grillo non ha scorte, ci sono solo due barchini che lo seguono con i medici e il suo staff. E li hanno messi a disposizione dei pescatori di Messina, pure gratis. Non ci sono ‘scorte’ di motovedette. E abbiamo pure pagato la Capitaneria di porto per la chiusura di un tratto di Stretto di Messina”.

Il cielo sembra più sereno, ma dura solo poche decine di minuti. Le correnti sono molto forti e il vento non aiuta Beppe Grillo. Un’ambulanza è pronta a Capo Faro, ma non ce ne sarà bisogno. Grillo spiazza tutti e continua a nuotare. I medici gli dicono dalla barca d’appoggio di fare ”un breve riposo ogni minuto” e lui fa ok con la mano.

Intanto riprende a piovere. Anche più forte di prima. Le correnti giocano un brutto scherzo a Grillo. A un certo punto si sparge la voce che il comico genovese non riesce ad arrivare a Capo Faro, così l’ambulanza si sposta di un paio di chilometri e raggiunge Capo Peloro. Proprio nel punto in cui dovrebbe sorgere il primo pilone per il Ponte sullo Stretto di Messina. Sarà il destino. Dopo un’ora e 17 minuti di nuotata, Grillo arriva a riva, acclamato dal popolo del Movimento cinque stelle. In prima fila Giancarlo Cancelleri, il candidato Presidente. Lui però non indossa la maglietta con le cinque stelle come fanno tutti gli altri. Tiene in mano una bandiera con lo stemma della trinacria, la Sicilia.

E’ ressa all’arrivo di Grillo. Giornalisti spintonati, militanti che cercano di fare quadrato attorno al comico, esausto. Volano grida, qualcuno finisce sulla sabbia, chi sulle pietre o in acqua. Grillo, al suo arrivo, alza le mani in segno di vittoria e grida: ”Prima sono sbarcati i Savoia e Garibaldi, poi gli americani che hanno portato i mafiosi e adesso sbarco io in Sicilia. Ma io sono l’unico ad avere fatto lo Stretto a nuoto”.

Applauso e grida di giubilo. Poi Grillo viene ‘scortato’ dai suoi uomini, alcuni anche con modi non particolarmente gentili con i giornalisti, verso l’auto che lo accompagna all’Hotel Villa Morgana. Qui il comico genovese, dopo una breve sosta, ritorna e parla per 18 minuti e mezzo con i giornalisti. Non risparmia nessuno e prende in giro anche l’ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, che sta scontando una pena definitiva a sette anni di carcere per favoreggiamento alla mafia e che due giorni fa ha avuto un permesso di sei ore per visitare il padre malato a Raffadali (Agrigento). Visibilmente dimagrito, Cuffaro ha fatto poi ritorno a Rebibbia. ”Totò Cuffaro è uscito dal carcere che è una meraviglia di persona, così come quell’altro, Lele Mora anche lui dimagritissimo. Questi vanno nelle beauty farm e gliele paghiamo noi…”. Poi ancora su Berlusconi: ”Voi giornalisti siete dei medium, riportate in vita delle anime morte. Sono salme, lasciamole riposare”.

E sulla Costituzione: ”fu fatta per proteggere due partiti politici. Calamandrei la chiamava l’incompiuta perché non si fidava, perché non protegge il cittadino ma è stata fatta per proteggere due partiti politici. Bisogna trovare strumenti per fare valere il diritto dei cittadini e le loro opinioni e uno di questi è il referendum senza quorum”.

Poi ancora sulla Sicilia: ”Sta fallendo, non per il debito ma per il credito. Lo Stato italiano deve alla Sicilia un miliardo di euro. Non è la Sicilia che ha bisogno dell’Italia ma è il paese che ha bisogno dell’isola. Se la Sicilia si dovesse staccare dall’Italia avrebbe subito un effetto domino per tutte le regioni italiane”. Ricorda anche ai siciliani di non essere venuto nell’isola, dove si fermerà per 17 giorni fino alle elezioni, ”per elemosinare voti” ma per dire alla gente ”che se volete cambiare adesso c’è un’alternativa, cercate i cittadini Cinque stelle”.

E nel pomeriggio un altro bagno di folla, questa volta con partenza da piazza Cairoli. Centinaia i messinesi a volere stringere la mano al comico genovese per chiedere ”un cambiamento”. Ricorda più volte che ”è la parola ‘rubare’ che dobbiamo emancipare perché chi ruba alla seconda potenza, lo fa a norma di legge. Abbiamo dei pregiudicati in Parlamento che fanno leggi che noi dovremo seguire. Li dobbiamo mandare tutti a casa”.

E ancora frecciate al governo Monti: ”Non posso parlare del futuro di mio figlio con dei banchieri. Mi rifiuto. Ci vuole un pensiero nuovo e noi siamo l’unica alternativa”. Si fa sera a Messina. Dall’altra parte dello Stretto si intravedono le luci di Villa San Giovanni. Beppe Grillo è pronto per il suo tour tutto siciliano che lo porterà in giro per la Sicilia, persino sull’Etna e alle isole Eolie a bordo del suo camper, proprio come quello di Matteo Renzi.

I campioni olimpici del nuoto azzurro si sono congratulati con Grillo. L’impresa è stata salutata con favore dai ‘re delle piscine’, interpellati dall’Adnkronos. ”Complimenti da una che ha paura dell’acqua profonda”, dice sorridendo Federica Pellegrini.

Sulle due barche che hanno accompagnato Grillo nella traversata, c’erano da un lato lo staff medico e dall’altro una guida e un esperto di correnti marine. ”Per me non è un’impresa impossibile – dice Massimiliano Rosolino, campione mondiale, 60 medaglie vinte in carriera – per Grillo invece è stato impegnativo. Ma conosce le correnti, non solo quelle del mare”.

Aggiunge Domenico Fioravanti, primo oro olimpico del nuoto italiano: ”Bravo Grillo, non credo sia una cosa per tutti. Magari poteva avere un futuro nel nuoto. Chi lo sa…”.

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fonte adnkronos.com/IGN