Archivio | storia RSS for this section

LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

https://i0.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/andreotti-moro-interna-new.jpg

Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All’interno, la conferma dell’esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l’ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso

.

di | 11 maggio 2013

.

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez.
Clicca qui per leggere la prima puntata (“Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”), la seconda (“Il rapporto con Sindona e l’Ambrosoli dimenticato”) e la terza (“Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi“)

MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti.

Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra.

Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.

Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.

SENATORE A VITA –  Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxi intanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta.

L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segreto tra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista.

Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.

MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza “fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.

(4/4 fine)

.

fonte ilfattoquotidiano.it

PRINT – EMAIL – PDF

Annunci

LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/3. Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi

https://i2.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/andreotti_interna_bw.jpg

Andreotti, potere e misteri/3. Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi

Tra i documenti sequestrati a Castiglion Fibocchi i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato a Gelli. In quel periodo, i rapporti con Craxi erano pessimi: il leader socialista ce l’aveva con il numero uno Dc per l’affare Eni-Petromin Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti sequestrati, sanno tutto del retroscena: una tangente da 100 miliardi

.

di | 9 maggio 2013

.

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Clicca qui per leggere la prima puntata (“Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”) e la seconda (“Il rapporto con Sindona e l’Ambrosoli dimenticato”).

I SOLDI DELL’ENI – Il 17 marzo del 1981, nell’ambito dell’inchiesta Sindona, i magistrati milanesi Turone e Colombo ordinano una perquisizione a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli. Scoprono così gli elenchi della loggia P2. Elenchi (962 persone) incompleti, come accerterà la commissione d’inchiesta, Sono presenti ministri, alti ufficiali dell’esercito e della Guardia di Finanza, dei carabinieri. 10 parlamentari della Dc, i dirigenti dei servizi segreti dell’epoca, giornalisti e editori che riescono a condizionare nelle scelte anche una testata prestigiosa come quella del Corriere della Sera. Definita “un’associazione per delinquere dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli era più verosimilmente un’associazione segreta che si riproponeva di gestire in maniera occulta interi settori della vita economico-politica italiana. I suoi appartenenti erano tutti accomunati dalla fedeltà all’alleato americano e, molti di loro, nel nome dell’anticomunismo e del tornaconto personale utilizzavano la loggia per condurre affari illeciti di ogni tipo.

Della loggia in Italia i giornali avevano cominciato a parlare a partire dal ’74. Nel ’76, in occasione delle indagini sull’omicidio del giudice Occorsio, gli articoli su quotidiani e settimanali si erano moltiplicati. In parlamento tra il ‘76 e il ‘77 erano anche state presentate una serie d’interpellanze. Marco Pannella, nel ‘77, aveva rivolto un’interrogazione direttamente a Andreotti per sapere se il 15 dicembre avesse ricevuto Gelli a palazzo Chigi e se avesse avuto con lui un colloquio durato ore nella sede dell’ambasciata argentina. Nonostante ciò Andreotti ha sempre sostenuto di aver scoperto la P2 solo in seguito alla caduta del governo da lui presieduto nel 1979. Davanti alla commissione Anselmi ha detto di aver conosciuto Gelli solo di vista, durante l’inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone e, ha aggiunto, di essere poi rimasto sorpreso ritrovandolo in Argentina alla festa d’insediamento del presidente Peron. Andreotti, come dimostra il caso delle bobine di La Bruna, mente. Ed è anche smentito da molti testimoni, Gelli compreso.

Se tra le carte sequestrate a Castiglion Fibocchi sono stati ritrovati i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato da Andreotti a Gelli nel quale il politico, in buona sostanza, ricordava al capo massone come l’uccellino che si posa sul ramo troppo debole rischia sempre di cadere, agli atti della commissione sono invece finite decine di testimonianze sull’intensità delle loro relazioni. Giovanni Fanelli, capo gruppo P2 e collaboratore dell’ufficio affari riservati del Viminale, diretto dal prefetto D’Amato, ha per esempio affermato di aver accompagnato personalmente Gelli a vari appuntamenti con Andreotti e Francesco Cossiga. Clara Canetti la vedova di Roberto Calvi, ha invece ricordato che suo marito gli spiegò che il vero numero uno della loggia era Andreotti. E anche l’avvocato Fortunato Federici ha di detto aver appreso, da un importante confratello come Ezio Giuchiglia, che Andreotti, soprannominato “il babbo” o il “gobbo”, era al vertice della P2. Una tesi, quella di Andreotti capo della loggia, fatta propria (senza però mai nominarlo) anche da Bettino Craxi, in un celebre editoriale intitolato Belfagor e Belzebù.

In quel periodo tra Giulio e Bettino tirava una gran brutta aria. I due non si parlavano da mesi. E a un certo punto persino Gelli aveva tentato di farli arrivare a una riappacificazione. Il gran capo piduista aveva bussato alla porta dello studio del leader del garofano e gli aveva detto: “Posso essere utile per molte relazioni, interne e internazionali: se lei vuole incontrare Andreotti..”. Niente da fare. Craxi gli aveva risposto a muso duro: “Guardi se lo voglio incontrare alzo il telefono e lo chiamo”. Per la pace sarebbe insomma stato necessario attendere qualche anno. Craxi, infatti, ce l’aveva con Andreotti per l’affare Eni-Petromin, un contratto miliardario concluso dal nostro paese per ricevere petrolio dall’Arabia Saudita. Quando era stato raggiunto l’accordo Andreotti era presidente del Consiglio e aveva personalmente avallato il pagamento a una società panamense di una commissione del 7% in teoria diretta ai mediatori arabi. In realtà era una tangente di 100 miliardi. Un grosso mazzettone che, secondo quanto scrivevano i giornali dell’epoca, era anche in parte destinata alla corrente di sinistra del Psi, facente capo a Claudio Signorile, e in parte agli stessi andreottiani  Stando alle più attendibili ricostruzioni, con quei soldi gli uomini di Signorile avrebbero voluto scalzare Craxi dalla sua poltrona di segretario Psi e arrivare anche al controllo del “Corriere della Sera”.

Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti e le carte sequestrate, sanno tutto del retroscena dell’affare. Craxi invece capisce solo che qualcuno lo vuole fregare. Rino Formica, ministro craxiano delle Finanze, in parlamento fa il diavolo a quattro. Ma le prove dell’avvenuta corruzione, come sempre, non saltano fuori.

IL CIARRA – Nei primi anni ’90 era difficile trovare un andreottiano più andreottiano di lui. Ciociaro, amico dello scomparso leader MSI, Giorgio Almirante e lui stesso fascista non pentito, Giuseppe Ciarrapico, era (ed è) sempre al fianco di Andreotti. La stima del capo se l’è guadagnata negli anni ’80 seguendo da vicino, per conto del leader Dc, due affari importanti. Il primo, andato male, è il tentato salvataggio del Banco Ambrosiano del piduista Roberto Calvi. Il secondo è la guerra di Segrate, tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, conclusa con la consegna (in odor di tangenti secondo le ipotesi della Procura di Milano) della Mondadori nelle mani del futuro leader di Forza Italia. Ciarrapico, con l’attuale presidente del Perugia Calcio Luciano Gaucci, e il defunto leader degli andreottiani romani, l’ex fascista Vittorio Sbardella detto “lo squalo”, è la punta di diamante della schiera di strani e da sempre discussi personaggi ammessi alla corte di re Giulio.

Proprietario di aziende produttrici di acque minerali e di tipografie (Evangelisti gli raccomandò Pecorelli per fargli stampare il suo giornale), l’oggi pluricondannato e pluriprocessato Giuseppe Ciarrapico, è sempre vicino ad Andreotti nei periodi di bufera. Tra i suoi dipendenti  annovera anche il giornalista Guido Giannettini, un ex agente del Sid condannato in primo grado per la strage di piazza Fontana. Assolto in appello e in cassazione, Giannettini, nel corso delle inchieste dalla magistratura fu coperto dai servizi segreti (che lo fecero anche fuggire all’estero). Quando i magistrati chiesero notizie su di lui, i servizi opposero agli inquirenti il segreto di Stato e spiegarono di averlo fatto perché una richiesta in tal senso era stata avanzata da una serie di politici Dc, tra i quali Giulio Andreotti. L’ex allievo di De Gasperi rispose che non era vero. Ma il contenuto della sua deposizione, resa durante il dibattimento di primo grado, spinse i giudici a chiedere inutilmente alla commissione inquirente l’apertura di un procedimento per falsa testimonianza.

Nel 1996, l’ordinovista Edgardo Bonazzi, ha sostenuto davanti ai pm di Milano, di aver saputo da Giannettini che la strage era stata favorita da Andreotti.  Giannettini infatti avrebbe spiegato all’amico che l’attentato (non ideato per fare delle vittime) si andava ad inquadrare in un progetto golpistico inizialmente appoggiato, in funzione anticomunista dal leader Dc e dagli Stati Uniti. Bonazzi ha anche aggiunto di essersi convinto della veridicità del racconto di Giannettini quando questi, uscito dal carcere, andò a lavorare per Ciarrapico. Il “re delle acque minerali”, del resto, deve molto al potentissimo Giulio. Soprattutto dal punto di vista economico. Buona parte delle sue fortune nascono dal lavoro di mediatore svolto presso Roberto Calvi per conto di Andreotti nel primi anni ‘80.  Nei mesi precedenti al crac del Banco Ambrosiano, infatti, Ciarrapico s’incontra  a ripetizione con il banchiere e con la sua famiglia e riesce a farsi imprestare  circa 39 miliardi poi utilizzati per acquistare l’Ente Terme Fiuggi. Clara Canetti, la vedova Calvi, racconta, di aver visto Andreotti a Roma proprio con Ciarrapico (e con l’agente segreto-faccendiere Roberto Pazienza). E dice che a quel faccia a faccia ne erano seguiti altri direttamente tra Calvi e il leader Dc.

A un certo punto però tra suo marito e Andreotti erano scoppiati profondi contrasti sul modo con cui gestire la crisi (il rischio era il coinvolgimento del Vaticano nell’insolvenza). Ricorda la vedova: “Mio marito mi parlò esplicitamente di minacce di morte ricevute direttamente dall’onorevole Andreotti”. Anche Calvi verrà ucciso dalla mafia. Sarà invece Ciarrapico a dire a Clara Canetti: “Quando vede Craxi gli ricordi che 30 miliardi non sono uno scherzo”. Un riferimento esplicito ai finanziamenti dati dal banco Ambrosiano al Psi. Andreotti, invece, parlando di Gelli, le dice: “Pensi, quel matto vuole vedermi a Hong Kong”.

In quegli anni, dunque, Giulio Andreotti frequenta personaggi di ogni tipo. Tra i più singolari c’è il massone coperto Francesco Pazienza, collaboratore esterno del gruppo deviato e piduista del Sismi, diretto dal generale Giuseppe Sansovito. Andreotti nega di conoscerlo. Ma Pazienza, amico di molti boss della mafia italo-americana, invece, è certo del contrario. Nel 1986, Pazienza racconta ai giudici di Bologna, “di essere stato incaricato da Sansovito di condurre un’operazione segretissima, denominata Ossa, una sigla che significava Onorata Società Sindona e Andreotti”. In pratica Pazienza doveva incontrare Sindona negli Stati Uniti e convincerlo a non parlare. Il nome di Andreotti è stato ritrovato, assieme ad alcuni numeri di telefono, nelle agende dell’anno 1981 della segreteria del faccendiere.

(3/4 continua)

.

fonte ilfattoquotidiano.it

PRINT – EMAIL – PDF

la storia – Andreotti, potere e misteri/2 – Il rapporto con Sindona. E l’Ambrosoli “dimenticato”

https://i1.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/andreotti-interna-new.jpg

Andreotti, potere e misteri/2 – Il rapporto con Sindona. E l’Ambrosoli “dimenticato”

Quando nel 1972 il “Divo” diventa finalmente presidente del Consiglio, il rapporto con il fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati è già saldissimo. E dopo il crac, il nome del curatore fallimentare freddato da un killer non comparirà mai sui diari del leader Dc, neppure il giorno della sua morte. Ma non è l’unica vicenda oscura del trentennio politico 1950-1980

.

di | 7 maggio 2013

.

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: ecco la seconda delle quattro puntate sulla storia e i segreti del Divo raccontati dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Per rileggere la prima (“gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”) clicca qui.

LOTTA AGLI EVASORI – “E pensare che quando ero all’università l’unico 18 che presi in quel periodo fu proprio in scienza delle finanze”. Nel luglio del ’55 quando Andreotti torna al governo con Antonio Segni presidente del consiglio, cerca di buttarla sul ridere. Segni gli ha affidato il ministero delle Finanze e in Italia se ne sentono quasi subito gli effetti. Andreotti a Milano conosce i grandi imprenditori lombardi. Gli speculatori. I maghi della borsa. Il conte Marinotti, patron della Snia-Viscosa, gli presenta durante una riunione della camera di commercio Michele Sindona, un fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati. Andreotti resta colpito dalla sua “genialità”.

Rientrato a Roma il neo-ministro introduce una postilla all’articolo 17 della legge Tremelloni, voluta dal suo predecessore per tentare di limitare l’enorme evasione fiscale e le speculazioni azionarie troppo spericolate. La legge, tra le polemiche, viene così vanificata. I raiders ringraziano. Poi Andreotti esenta dalle tasse i diplomatici italiani presso la Santa Sede. I beneficiati dalla norma sono solo tre. Due di loro vantano parentele importanti. Sono i nipoti di Papa Leone XIII e di Papa Pio XII, il primo grande protettore di Andreotti.

Ma non è finita. Il ministro non si accorge nemmeno dei debiti miliardari accumulati da Giambattista Giuffré, un ex impiegato di banca di Imola, che raccoglieva risparmi promettendo interessi oscillanti tra il 70 e il 100 per cento. La Guardia di Finanza indaga, è vero. Ma Giuffré, legatissimo alle gerarchie ecclesiastiche, ha qualche santo in paradiso. I rapporti delle Fiamme Gialle, corredati dagli interrogatori in cui il banchiere si difende affermando che gli alti interessi promessi erano frutto di “un miracolo della divina provvidenza”, restano lettera morta. Tutta la faccenda rimane segreta. A portarla in parlamento ci penserà il socialdemocratico Luigi Preti, successore di Andreotti alle Finanze. Giulio è nella bufera. Verrà scagionato da una commissione d’inchiesta.

Il caso Giuffré, che Andreotti, esattamente come farà con lo scandalo Montesi, andrà a rivangare nel 1980 quando si troverà coinvolto nel secondo scandalo petroli, è comunque un’avvisaglia. E’ la bandierina che segna per il Paese l’inizio di una stagione fatta di mazzette, corruzione, e lotte sotterranee di potere. Alla base del malcostume sempre più spesso c’è la pratica della raccomandazione in cui Andreotti è un vero maestro. Quando scoppia lo scandalo delle banane (una truffa che, in barba alle gare d’asta, permetteva di assegnare ad imprese amiche la commercializzazione di questo tipo di frutta), si scopre che l’amministratore delegato dell’azienda monopoli banane è un suo raccomandato.

Andreotti non si scompone. Dalle colonne della sua rivista “Concretezza”,  dopo aver ricordato l’esempio di Enrico Di Nicola che mai ne aveva fatta una, spiega che quello dei deputati come lui è un “nobile interessamento” e una “routine pesante non priva di incomprensioni e amarezze”. “Onore a Di Nicola”, dunque, “ma onore anche a quanti servono il prossimo in un modesto contatto umano […]”.

LA DIFESA DI ANDREOTTI – Non basta. Dopo la commissione d’inchiesta sul caso Giuffré, Andreotti finisce al sotto i riflettori di una seconda commissione. E’ quella per il cosiddetto scandalo di Fiumicino, l’aeroporto di Roma costruito sui terreni acquitrinosi di proprietà della duchessa Anna Maria Torlonia, autorevole esponente di una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia vaticana. L’area, acquistata al prezzo di 754.000 lire all’ettaro, non sembrava particolarmente indicata, ma, secondo la stampa dell’epoca, per interessamento di Andreotti, i sondaggi stratigrafici erano stati egualmente eseguiti rapidamente. Nel 1961 tre mesi prima dell’inaugurazione la pista numero uno però sprofonda. Si scopre così che la ditta cui era stata appaltata l’edificazione dell’aerostazione aveva anche costruito la sede della Dc all’Eur. E che, fatto ancor più grave, la direzione dell”Ufficio Progetti” per Fiumicino era stato affidato al colonnello Giuseppe Amici, già condannato per collaborazionismo.

Sospeso dal servizio Amici era diventato un consulente di ditte edili. Aveva, infatti, buone entrature in Vaticano. Era amico del presidente dell’Azione Cattolica, era intimo di monsignor Angelini e soprattutto era organizzatore del centro Pio XII “Per un mondo migliore”. La commissione finirà per criticare Andreotti. Giulio in qualità di ministro della Difesa aveva ordinato accertamenti sul passato del colonnello ex collaborazionista. In senato però aveva riferito “affrettatamente” i risultati delle indagini coprendo le responsabilità di Amici. Alla fine l’aeroporto costò decine di miliardi più del previsto. Indro Montanelli commenta: “Fiumicino è il classico pasticciaccio in cui è sempre destinata a sprofondare un’amministrazione tergiversante e spezzata da interessi di ogni genere, dove i funzionari non sono sicuri che la legge conti più del ministro […]”.

Durante gli anni che Andreotti trascorre alla Difesa, un ministero chiave che lo mette al riparo dagli agguati e gli attentati politici organizzati contro di lui da altre correnti democristiane, accadrà però molto di peggio. Sono gli anni delle schedature di oltre 150.000 italiani da parte del Sifar. E’ il periodo in cui il generale Giovanni De Lorenzo minaccia un golpe e un piano di deportazione degli avversari di sinistra. E’ il periodo in cui Pietro Nenni di fronte al rischio del colpo di stato accetta, a malincuore, di entrare nel secondo governo Moro. I servizi segreti lavorano a pieno ritmo. Persino su Mario Scelba, “reo” di avere un’amante. L’ex potentissimo ministro degli Interni, infatti, per usare le parole del suo biografo, Corrado Pizzinelli, “è fuori dubbio che tra il ‘63 e il ’65 fosse minacciato da un ricatto”.

Pizzinelli racconta: “Una mattina qualcuno ha telefonato a casa di Scelba chiedendogli se poteva ricevere al più presto due ufficiali dell’Arma. I due […] riferiscono di aver ricevuto l’ordine di condurre indagini su di lui… Nel pomeriggio Scelba, in Transatlantico, vede Andreotti e, davanti a testimoni, gli chiede se è vero che sta facendo un’inchiesta su di lui. Il ministro della Difesa nega[…] Scelba se ne va credendo più ai colonnelli che a lui”. Fatto sta che Scelba, il quale aveva deciso di schierare i suoi centristi contro il governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro, cambia improvvisamente idea. Prima, il 13 settembre, annuncia in parlamento che lui e i suoi non daranno a Moro la fiducia.  Poi, il giorno dopo, legge un duro attacco dell’Osservatore Romano. E si riunisce con la sua corrente. Si sente Scelba gridare: “Il signor Papa, il signor Papa non può usare questi termini e coartare la nostra coscienza”. Tutti urlano. Protestano. Ma alla fine decidono di obbedire. Il voto arriva.

Andreotti, che pure era il responsabile politico dei servizi, dichiarerà sempre di non aver saputo nulla dell’attività di De Lorenzo e del Sifar. Pietro Nenni nei suoi diari si chiede: “E allora, a chi faceva capo il Servizio?”.

In quel periodo Andreotti, come gli americani e il Vaticano, è ormai approdato su posizioni favorevoli al centro-sinistra. Il progetto politico è quello di staccare sempre più il Psi dal Pci. I tempi, rispetto al comizio di Arcinazzo, sono insomma cambiati. Anche il ministero della Difesa può ormai essere abbandonato. Nel gennaio del ’66, Giulio trasloca all’Industria. Le cronache dell’epoca raccontano che per trasportare nei nuovi uffici il suo archivio vengono utilizzati sei camion militari.

ANDREOTTI, IL PRESIDENTE – Nel 1972 Giulio Andreotti riesce finalmente a diventare presidente del Consiglio, prima con un monocolore Dc che non ottiene la fiducia delle Camere e poi, dopo le elezioni, con il tripartito Dc-Psdi-Pli. Ma, l’esperienza, almeno dal punto di vista giudiziario, non sarà delle migliori. La pratica del sottogorverno fa aumentare gli scandali e le ruberie in maniera esponenziale.

Un coraggioso vice-direttore generale del Tesoro, Amos Carletti, sventa una truffa da 50 miliardi e spiega come grazie a pratiche irregolari sponsorizzate dalla classe politica un gruppo d’importanti imprese avesse cercato di farsi rimborsare falsi danni di guerra. Tra chi sollecitava i pagamenti, come dimostrerà una lettera sequestrata nel corso delle indagini, c’era anche il neopresidente del Consiglio.

I rapporti tra Andreotti, il resto della classe politica e le imprese diventano sempre più incestuosi. Tra il ’66 e il ’73 la maggioranza approva una lunga serie di provvedimenti a favore dei petrolieri. E questi allungano, in cambio, tangenti a piene mani. Nel giro di sei anni almeno 13 miliardi finiscono al sistema dei partiti. Tra i leader beneficiati c’è anche Andreotti, il cui nome in codice (Andersen), sarà ritrovato in alcuni appunti sequestrati nel corso dell’indagine. La vicenda però non avrà seguito. Così come sarà archiviata dall’inquirente una denuncia per interesse privato in atti d’ufficio presentata contro di lui dai magistrati di Torino in occasione del secondo scandalo petroli.

LO SCANDALO PETROLI NUMERO DUE – Nel 1974, il generale Raffaele Giudice é scelto dal Governo come comandante della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni successivi Giudice, che aveva un figlio al vertice di una raffineria di petrolio a Civitavecchia, renderà di fatto impossibile ogni indagine su un vastissimo contrabbando di combustibili che causò evasioni fiscali per 2000 miliardi.

Per sponsorizzare la sua nomina una cordata di importanti petrolieri aveva organizzato una colletta. Nel luglio del ‘74 centocinquanta milioni erano arrivati alla segreteria politica del Psdi che allora, attraverso Mario Tanassi, controllava il ministero delle Finanze. Quattrocentocinquanta milioni erano invece andati nel ‘73 a Dc e Psi.  Andreotti, allora, era di nuovo ministro della Difesa. E in quelle vesti aveva concordato con il responsabile delle Finanze la nomina di Giudice.

L’ex allievo di De Gasperi come risulterà, dalle inchieste, riceve una serie di lettere di raccomandazione da parte del cardinale Ugo Poletti. E assieme a Tanassi si da fare per inserire il nome del generale nella terna dei candidati papabili. Giudice, non ha i titoli necessari per aspirare a qull’incarico. Durante il consiglio dei ministri, però, Salvo Lima, sottosegretario alle Finanze, e proconsole di Andreotti in Sicilia, si batte per lui come un leone. E ottiene ovviamente ragione. Immediatamente il neocomandante dichiara guerra al colonnello, Salvatore Florio, capo dello’ufficio I della Finanza, colpevole di aver condotto un’indagine sulle attività di Licio Gelli. Tra i due volano parole grosse, poi Florio muore in un incidente stradale.

Subito dopo la nomina di Giudice, Andreotti cambia di nuovo poltrona. Nel novembre del ’74 é ministro del Bilancio. Ma il suo arrivo è immediatamente salutato dalle dimissioni da membro del comitato tecnico scientifico del ministero di Paolo Sylos Labini. Lo stimato economista protesta perché Andreotti ha scelto Lima come sottosegretario anche nel suo nuovo dicastero. Sylos Labini scrive una lettera nella quale sostiene che «l’operato dell’onorevole Lima nella gestione del comune di Palermo è stato tale da attirare ripetutamente l’attenzione del giudice penale» e «da indurre la Camera ad accordare per ben quattro volte l’autorizzazione a procedere». Racconterà poi l’economista: «Prima di affrontare in modo così risoluto la questione, avevo tentato di conseguire lo stesso risultato attraverso altre vie. Avevo chiesto a Nino Andreatta di fare intervenire l’onorevole Aldo Moro. Andreatta, dopo qualche giorno, mi disse che aveva posto il problema a Moro e che questi aveva confessato la propria impotenza commentando che Lima “era troppo forte e pericoloso”».

Il caso Giudice-Lima, complice l’inquirente, si risolve in una bolla di sapone. In quel periodo, del resto, per una certa politica era assolutamente normale favorire l’imprenditoria privata ricevendo in cambio tangenti e finanziamenti illeciti. Lo dimostra la vicenda dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Francesco e Camillo), i tre palazzinari romani che nel 1975 ottengono prestiti dall’Itlacasse per 209 miliardi di lire.

Intimi di Andreotti e elemosinieri della sua corrente, i Caltagirone, il 4 giugno del ‘77 festeggiano la nomina di loro fratello Gaetano a Cavaliere della Repubblica con un ricevimento cui vengono invitati oltre all’amico Andreotti, Franco Evangelisti, il ministro del lavoro Vincenzo Scotti, quello del tesoro Gaetano Stammati e ovviamente il comandante della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice. A quell’epoca Gaetano Caltagirone dichiara 68 milioni di reddito e tra case all’estero, barche e casinò conduce una dispendiosissima vita da nababbo.

Le sue aziende sono però in crisi. E Gaetano non è quindi in grado di onorare gli impegni. La situazione viene più volte segnalata dall’agenzia Op del giornalista Mino Pecorelli, che attacca frontalmente Andreotti e l’Italcasse, noto feudo democristiano. Pecorelli è un caterpillar. Si prepara a pubblicare le fotocopie di una serie di assegni a suo dire “consegnati brevi manu” direttamente al presidente del Consiglio, Evangelisti lo blocca dandogli 30 milioni ricevuti proprio da Caltagirone. Poi candidamente racconta, in un’intervista, che dai Caltagirone arrivavano soldi a palate. Gaetano chiedeva “a Fra’ che te serve” e apriva i cordoni della borsa.

LE BOBINE TAGLIATE – Quando, il 12 marzo del ’74, Giulio Andreotti ridiventa, dopo otto anni, ministro della Difesa, il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid sta lavorando ormai da un anno su tutti tentativi eversivi ( a partire dal golpe Borghese) avvenuti tra il 1970 e il 1974. Andreotti lo incoraggia ad andare avanti. A fine giugno Maletti gli consegna un rapporto di 56 pagine. In ottobre il ministro riferisce al Parlamento gli esiti dell’inchiesta. E spiega che le conclusioni sono state inviate alla magistratura. La sua immagine di ne esce ovviamente rafforzata. Mino Pecorelli però prende di nuovo ad attaccarlo. Parla di “malloppo” e di “malloppino” lasciando chiaramente intendere che il rapporto di Maletti era stato alleggerito.

Non aveva torto. Almeno a sentire le dichiarazioni rese anni dopo alla magistratura milanese dal capitano del Sid Antonio Labruna, l’ufficiale che, nel corso dell’inchiesta di Maletti, aveva registrato una serie di conversazioni con i più stretti collaboratori di Valerio Borghese. Secondo l’agente segreto nel tentato golpe Borghese, oltre alla mafia, era coinvolto anche Licio Gelli, numero uno della Loggia P2, in quel periodo in grande espansione. E tra gli aspiranti golpisti compariva anche uno stretto collaboratore di Andreotti: un altro piduista, l’avvocato Franco De Jorio, direttore del settimanale “Politica e strategia”.

Fatto sta che il nome di Gelli e degli altri complici, tutti alti ufficiali dei carabinieri, dell’esercito e della marina, più molti professionisti e magistrati militari, scompaiono dai nastri. Nel corso di una riunione tenuta nel proprio studio, a fine luglio del ‘74, é Andreotti in persona a stabilire che cosa tagliare discutendone con il comandante generale dell’Arma, Enzo Mino, col capo del Sid, l’ammiraglio Mario Casardi. L’ex allievo di De Gasperi copre dunque la P2 e i suoi adepti. Ma il Paese se ne renderà conto solo qualche anno dopo in occasione del crac di Michele Sindona.

SINDONA, LA MAFIA E I FRATELLI DI LOGGIA – “Povero Sindona avvelenato con un caffè..” sospira un falso Amintore Fanfani dall’angolo destro di una vignetta di Alfredo Chiappori. Da quello sinistro un’altrettanto falso Andreotti lo guarda e considera: “più lo mandava giù e più si tirava su”. Era il 20 marzo del 1986 e il finanziere di Patti, il grande elemosiniere della Dc (2 miliardi come sovvenzione al referendum contro il divorzio più 15 milioni al mese di bustarelle) era appena morto suicida (così ha stabilito la magistratura) nel carcere di Voghera.  Il vero Andreotti poteva tirare un sospiro di sollievo. Tra tutti gli esponenti Dc, era, infatti, lui quello che aveva avuto i rapporti più intensi con il bancarottiere.

Sindona protagonista prima di una travolgente ascesa nel mondo della finanza internazionale e poi di un’altrettanto repentina cauta, aveva tentato di salvarsi rivolgendosi contemporaneamente ai confratelli della P2, alla mafia e alla Democrazia Cristiana. Ma non ci era riuscito.

 A costo della propria vita gli si era opposto Giorgio Ambrosoli, il curatore fallimentare dei suoi istituti di credito italiani, che, solo nella lotta, aveva trovato ad appoggiarlo un coraggioso vice direttore generale della Banca d’Italia: Marco Sarcinelli. Sindona negli anni ’50 si era impiantato a Milano in via Turati conquistandosi una buona fama di fiscalista. Tra i suoi clienti, accanto ai maggiori industriali lombardi c’era più di un uomo d’onore. Nel ‘57 Cosa Nostra lo aveva scelto come consulente. Stessa cosa avrebbe fatto dopo qualche anno il Vaticano dove era stato introdotto da Massimo Spada, il responsabile dell’Istituto di Opere Religiose, la banca del Papa.

Proprio per questo i rapporti tra Sindona e Andreotti saranno particolarmente buoni. Nel ‘73, 12 mesi prima che venga spiccato dai giudici di Milano un mandato di cattura nei suoi confronti per bancarotta fraudolenta, Sindona invita Andreotti a un pranzo di gala organizzato a New York al Woldorf Astoria.  L’ex ambasciatore d’Italia a Washington Egidio Ortona, consiglia al politico democristiano di non andare, facendogli capire, sia pure con parole prudenti e misurate, che Sindona è un delinquente.  Andreotti risponde che il suo è un viaggio da libero cittadino, e che farà quello che vuole. Entra così al Woldorf Astoria dove, tra il pubblico, come testimonieranno i presenti, c’è il gotha della mafia italoamericana. Davanti a loro Andreotti celebra Sindona come “il salvatore della lira”.  Il banchiere lusingato ricambia finanziando la campagna referendaria Dc contro il divorzio.

Sindona, in quei mesi, è ancora sicuro di sé. Crede davvero di potersi tirare fuori dai guai. Ma gli andrà male. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa nega la propria autorizzazione all’aumento di capitale della Finambro, una delle società di Sindona. E’ il crac.

Inseguito dalla magistratura italiana il bancarottiere si rifugia negli Usa. Qui, prima elabora un piano di salvataggio che, se approvato, verrebbe a costare al contribuente 257 miliardi dell’epoca, poi inizia a ricattare la Dc.

Nel 1976, quando Andreotti diventa nuovamente presidente del consiglio, Sindona è dunque un latitante a tutti gli effetti. Ma è tranquillo, perché, come racconterà il massone italo-americano Philip Guarino, amico di Licio Gelli, a uno degli avvocati del bancarottiere, il primo ministro “aveva assicurato il suo completo interessamento” per evitare l’estradizione.

In settembre Sindona scrive ad Andreotti una lettera. Lo ringrazia “dei rinnovati sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici” e gli illustra la sua strategia partendo dalle “pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo”. Sindona vuole la “revoca della liquidazione” delle sue banche. E, con gentilezza, butta lì un primo avvertimento: “Farò presente con le opportune documentazioni che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e di gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”.

Il 5 ottobre dello stesso anno Andreotti parte per un viaggio di tre giorni negli Usa dove, secondo quanto racconterà proprio il banchiere, incontra di nuovo il suo vecchio amico siciliano. Nei diari di Andreotti il nome di Sindona comparirà una volta sola. Sul fatto che Andreotti appoggi il piano di salvataggio ideato da Sindona non esistono però dubbi. Nel ‘78 Evangelisti, sottosegretario alla presidenza del consiglio, incontra anche lui a New York il latitante Sindona. Poi i rapporti con il bancarottiere vengono tenuti attraverso il presidente del consiglio di amministrazione del Banco di Roma, Fortunato Federici e, l’avvocato Rodolfo Guzzi, difensore del bancarottiere. Avvengono decine di riunioni.

Guzzi, agende alla mano, ricorda di aver parlato per telefono con Andreotti tre volte. Andreotti, interrogato, nega. “Forse era Noschese” dice tirando in ballo il popolare imitare di voci. Noschese, morto suicida da qualche mese, non può smentire. Andreotti in ogni caso informa dell’esistenza del piano il ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati, il quale effettua sondaggi in Banca d’Italia. Il direttore generale, Carlo Azelio Ciampi, dice che l’operazione non è possibile. Stessa risposta ottiene Evangelisti dal vice direttore Sarcinelli. Anche un altro piduista, il numero uno del banco ambrosiano, Roberto Calvi si fa portavoce del fratello di loggia Sindona, presso Andreotti. Ma nonostante tutti gli sforzi la situazione non si sblocca. Il curatore Ambrosoli e la Banca d’Italia, nella persona di Sarcinelli, sono irremovibili.

Nel ‘79, però qualcosa cambia. In marzo, a Roma, il giudice di destra Antonio Alibrandi arresta Sarcinelli “per pretestuose imputazioni” (così scrivono i magistrati milanesi) e l’11 luglio un killer della mafia uccide Ambrosoli. Sulle sue agende aveva annotato, tra l’altro: “…Andreotti è il più intelligente della Dc, ma il più pericoloso” e ancora, “Andreotti vuol chiudere la questione Sindona ad ogni costo”.

Nei diari di Andreotti, invece, Ambrosoli non verrà mai citato. Nemmeno il giorno dell’omicidio. L’assassinio in ogni modo è stato un errore. Da quel momento Sindona è davvero indifendibile.

Il banchiere organizza allora un falso sequestro. Finge di essere stato rapito da un gruppo terroristico e sbarca in Sicilia ospitato dal ghota di Cosa Nostra. Da lì tenta un ennesimo ricatto: paventa il rischio che venga resa pubblica la lista dei 500 esportatori di valuta che aggirando la legge avevano utilizzato le sue banche per portare denaro all’estero. Gli va male. I magistrati che tengono sotto controllo i telefoni dell’avvocato Guzzi svelano il trucco. E quando processeranno il banchiere per l’omicidio di Ambrosoli sosterranno a chiare lettere che quella morte non sarebbe avvenuta se Andreotti non avesse appoggiato il suo piano di salvataggio.

Il 4 ottobre del 1984 si apre in parlamento il dibattito sulle responsabilità politiche di Andreotti. L’aula è semideserta. Il Pci decide di astenersi. Giulio Andreotti, ministro degli Esteri nel governo Craxi, non è costretto a dimettersi.

(2/4 – continua)

.

fonte ilfattoquotidiano.it

PRINT – EMAIL – PDF

LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

https://i0.wp.com/st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/andreotti-giovane-interna-new.jpg

Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

Ai tempi di Pio XII era definito “il soldato del papa”. Poi l’incontro con De Gasperi che gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. E in pochi anni lo vuole come braccio destro nel governo. La prima base elettorale in Ciociaria, lo scandalo Wilma Montesi usato per tagliar fuori gli avversari. Poi la prima corrente nella Dc: “Primavera”. E l’accordo (pesante) con il fanfaniano Salvo Lima

.

di | 6 maggio 2013

.

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez

Nato a Roma sotto il segno del Capricorno, il 14 gennaio del 1919, al terzo piano di via dei Prefetti 18, a un passo dalla Camera dei Deputati, Giulio Andreotti inizia in salita. Il padre, maestro elementare, muore di pleurite quando Giulio ha due anni lasciando senza redditi e pensione la famiglia. Elementari alla “Gianturco”, liceo al Tasso dove studiano anche i figli del duce, Andreotti da ragazzo si mantiene lavorando come claqueur nei teatri romani. Deciso a diventare medico s’iscrive invece a giurisprudenza e si laurea con una tesi sulla “Personalità del delinquente nel diritto della Chiesa”.

«Non scrivo la storia, mi accontento della cronaca», è una delle sue frasi più citate. Ma la sua vita, sempre sospesa tra la cronaca politica e quella giudiziaria, rappresenta il pezzo più ingombrante degli ultimi 70 anni di storia italiana.

E’ stato per sette volte presidente del Consiglio. Per trentatré volte ministro. Ha retto per anni dicasteri importanti come quelli delle Finanze, della Difesa, degli Esteri, del Bilancio e del Tesoro. Tra il 1969 e l’84 ha visto il suo nome finire per 26 volte davanti alla commissione inquirente. Ma tutte le denunce sono state archiviate. Poi è stato processato. Per mafia a Palermo. Per omicidio a Perugia. Dall’accusa di omicidio l’hanno prima assolto, poi condannato e infine ancora assolto. Da quella di mafia l’hanno in parte assolto e in parte prescritto, ma solo uno degli oltre 35 collaboratori di giustizia che lo accusavano è stato indagato per calunnia.

Non è un caso. Come non è un caso che i giudici siciliani nella loro sentenze abbiano utilizzato il secondo comma dell’articolo 530, una norma che, secondo gli esperti di diritto, equivale alla vecchia insufficienza di prove. Nel 1989 aveva detto: “Chi non vuole far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. La sua biografia dimostra come questa sia stata l’unica legge che ha sempre rispettato.

IL SOLDATO DEL PAPA – L’Andreotti politico muove i primi passi subito dopo il liceo. Appena diciottenne entra a far parte della Fuci, la federazione degli universitari dell’azione cattolica. Qui trova come guida un giovane monsignore: Giovan Battista Montini, poi salito al Soglio pontificio con il nome di Papa Paolo VI. La Fuci, tollerata a fatica dal regime, era allora il centro dell’antifascismo culturale appoggiato dalla chiesa. Nel 1938, durante un convegno tenuto da Giorgio La Pira, Andreotti vede Adriano Ossicini prendere la parola per sostenere che compito del cristiano “é quello di combattere il fascismo con tutte le forze concrete”. Giulio, seduto in prima fila, rimane sbalordito e a fine intervento lo avvicina chiedendo: “Vorrei capire bene che cosa hai detto”.

I due diventano amici. Cominciano a discutere sulla conciliabilità di marxismo e cristianesimo, a scriversi e a giocare a ping-pong: interminabili tornei cui partecipavano oltre a Ossicini, futuro capogruppo degli indipendenti di sinistra, Luciano Barca, futuro responsabile economico del Pci, e Franco Rodano, l’uomo che più di ogni altro spingerà Enrico Berlinguer verso il compromesso storico. Qualche mese dopo l’incontro con Ossicini, Andreotti conosce anche Alcide De Gasperi, perseguitato dai fascisti e ospitato dal Vaticano per evitargli il carcere. Non é un colpo di fulmine, ma poco ci manca. Giulio entra nella biblioteca della Santa Sede alla caccia di volumi che gli dovevano servire per una tesina sulla marina pontificia. Il bibliotecario, un uomo di mezza età dalla faccia ossuta, lo guarda storto e gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. Era De Gasperi.

Sarà lui ad offrire a Andreotti la possibilità di collaborare con il “Popolo”, il giornale clandestino che sarebbe poi diventato l’organo ufficiale della Dc. Così nel 1940 Andreotti si trova catapultato alla testa della Fuci, diventandone però ufficialmente presidente solo nel febbraio del ‘42. Prende il posto di Aldo Moro che, più vecchio di tre anni, deve partire militare. Andreotti invece non va in guerra. Per insufficienza toracica è assegnato ai servizi sedentari e poi riesce a farsi trasferire in Vaticano come “guardia palatina”. In pratica è un soldato di Pio XII.

Con Moro sotto le armi, Andreotti ha il campo libero.  Papa Eugenio Pacelli apprezza la sua pacatezza. Giulio può andare da lui senza appuntamento e restare nel suo studio per ore. Pio XII lo utilizza come un occhio sul mondo cattolico e gli chiede notizie sui ragazzacci della sinistra cristiana che intrattenevano segretamente rapporti con i pericolosi comunisti.

Adesso per loro in Vaticano tira una gran brutta aria. Andreotti fin che può cerca di proteggerli, poi li abbandona al loro destino. Ormai ha quasi 25 anni. De Gasperi per coptazione gli affida incarichi sempre più importanti.  Prima lo mette al vertice dei “Gruppi di studio e propaganda della Dc”, poi lo fa nominare delegato al congresso nazionale della democrazia cristiana. Accanto a sé adesso Giulio ha un nuovo amico, Franco Evangelisti, destinato a diventare il suo braccio destro.

IL DOMENICANO VENUTO DA WASHINGTON – In Italia tutto sta cambiando. Il fascismo é sconfitto. Gli alleati sono sbarcati nella penisola. Sul finire della guerra l’Oss, l’antenata della Cia, aveva preso a finanziare segretamente, in funzione antifascista e anticomunista, la neonata Dc. Dopo i primi contatti con don Luigi Sturzo, l’ex leader dei popolari, un agente segreto americano aveva aperto un canale anche con De Gasperi. Con i fondi di Washington s’inaugura così a Roma il centro universitario Pro Deo, la cui direzione è affidata a un domenicano. Si chiama padre Felix. A. Morlion. Si devono a lui i rapporti sulla situazione italiana che a partire dal ’44 arrivano a Washington. Morlion é, di fatto, una spia. E come scriverà lui stesso accanto a sé “ad assisterlo nella pubblicità c’é un giovane mandatogli da De Gasperi di nome Giulio Andreotti”. Da quel momento gli americani cominceranno ad inviare fondi allo scudocrociato. Nel corso degli anni, secondo il Congresso Usa, arriveranno in Italia circa 100 milioni di dollari.

Sempre i servizi segreti americani, come é pacificamente documentato dai dispacci dell’Oss, per risolvere la questione del fronte sud e riuscire finalmente a sbarcare in Italia, avevano preso accordi con Cosa Nostra. Nel ‘42 avevano trattano con Lucky Luciano organizzando uno sbarco di agenti prima e di truppe alleate poi nella Sicilia occupata dai nazisti. I primi mafiosi e i primi 007 arriveranno nell’isola nel gennaio e nel febbraio del ‘43. Dopo la liberazione gli amministratori locali legati al vecchio regime saranno sostituiti da uomini d’onore. A guerra finita molti di loro diventeranno democristiani e formeranno la base elettorale dei Dc seguaci di Bernardo Mattarella. La vicenda è fondamentale per comprendere i fenomeni successivi rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima (pupillo proprio di Mattarella).

Nell’aprile del ‘45 gli anglo-americani dilagano nell’Italia settentrionale. E in maggio, con l’aiuto delle brigate partigiane, costringono i tedeschi a capitolare. L’Italia é finalmente libera. Il 2 giugno del 1946 Andreotti viene eletto deputato all’assemblea costituente. Un anno prima si era sposato con Livia Danese, figlia di un funzionario delle ferrovie. I rapporti con De Gasperi, presidente del consiglio dal ‘45 al ‘53, e gli americani sono sempre più intensi. Tanto che quando il 10 giugno del ‘47 De Gasperi, dopo un viaggio negli Usa, pone fine al periodo dei governi di “Unità antifascista”, Giulio Andreotti diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il suo grande sponsor, l’uomo che spinge per la nomina è Giovan Battista Montini. Andreotti ha 28 anni. Ricoprirà l’incarico fino al gennaio del 1954.

Per conto di De Gasperi Andreotti svolge missioni delicate. Quando nel ‘48 il governo italiano si trova tra le mani il documento costitutivo del Cominform, l’ufficio d’informazione creato un anno prima dai paesi del blocco sovietico, Andreotti va a Parigi e consegna il carteggio al governo francese perché lo faccia pubblicare. Il rapporto sul Cominform provoca sdegno in Italia e assieme all’emozione causata dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia contribuisce alla vittoria della Dc nelle elezioni del successivo 18 aprile.

ARCHIVI E MINI-ASSEGNI – Il giovane Andreotti, insomma, comincia da subito a imparare l’importanza degli archivi, dei servizi segreti e della stampa. De Gasperi gli affida in custodia l’elenco segreto degli intellettuali italiani che erano stati, finanziati dal Miniculpop, il ministero della cultura popolare fascista. Le potenzialità ricattatorie di quei documenti sono evidenti.

Ma non basta. Andreotti, con l’ormai inseparabile Evangelisti, si occupa anche di propaganda elettorale. E’ un mago della politica clientelare a tutti i livelli letta, a suo dire, con l’ottica della carità cristiana. E’ lui per esempio a decidere a chi intestare buona parte delle migliaia di assegni da 2000 lire inviati come sussidio dalla presidenza del Consiglio nei primi anni della Repubblica a famiglie di elettori bisognosi. E sarà lui ad organizzare periodicamente ricevimenti per dipendenti pubblici sulla via della pensione che potranno tornare a casa vantandosi di essere stati “invitati da Andreotti”.

Nasce così in Ciociaria la sua prima base elettorale. A Frosinone, la fabbrica di materassi Permaflex apre una propria succursale. La dirigerà, a partire da metà degli anni ’50 un ex fascista, il futuro capo della P2 Licio Gelli. La Permaflex gode dei finanziamenti della Cassa per il mezzogiorno. Sul finire degli anni ’60, Gelli consegnerà ai servizi segreti un appunto nel quale sostiene che fu Andreotti ad attivarsi per far arrivare i fondi pubblici alla sua impresa. Gelli, secondo il documento, si sarebbe sdebitato allungando al politico, tra il ‘56 e il ’60, mazzette per 20 milioni. Nel ’58 a Frosinone, Gelli diventerà amico anche di Giuseppe Ciarrapico, destinato a essere, negli anni 80 e 90, il più andreottiano di tutti gli imprenditori andreottiani. Nel 1983, la commissione inquirente, archivierà una denuncia presentata contro Andreotti per aver favorito la Permaflex in una gara per la fornitura di 40.000 materassi alla Nato.

Fedele alla chiesa e agli americani Andreotti negli anni ’50 guarda a destra per allargare l’elettorato. Mentre in parlamento e sui giornali infuria la polemica sulla legge truffa (un premio di maggioranza del 15 per cento dei seggi che doveva essere garantito al partito che superasse il 50 per cento dei consensi), Andreotti tiene un comizio ad Arcinazzo in Ciociaria dove, equipaggiate di cestini merenda forniti dall’organizzazione, accorrono 5000 persone. Tra di loro c’é anche l’ex maresciallo d’Italia, il repubblichino  Rodolfo Graziani. Il maresciallo, che proprio ad Arcinazzo qualche mese prima aveva organizzato un campo di simpatizzanti missini (definito “paramilitare” dalla stampa), davanti ad Andreotti, dice “se qualcosa abbiamo ottenuto in questa valle, l’abbiamo avuto da quando De Gasperi é al governo”. I due al termine del discorso si abbracciano. Scoppia lo scandalo.

Giulio é dunque un conservatore. E non solo in politica, dove si colloca decisamente più a destra di De Gasperi. Anche nel mondo della cultura. Nelle sue vesti di sottosegretario presidenza del Consiglio con delega alla Spettacolo e allo Sport, non si limita a ricostruire il cinema italiano, ma tenta anche di condizionarlo. Nel ‘52 manda una lettera a Vittorio De Sica in cui critica il pessimismo di “Umberto D”, la storia di un orfano, e gli chiede di far brillare “un raggio di sole in più”. Secondo i giornali ad Andreotti non piace il neorealismo perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Lui, come spesso é accaduto, negherà di aver pronunciato la frase.

SCANDALI E RICATTI – La sua abilità, i suoi contatti, la sua capacità di raccogliere decine di miglia di preferenze, la sua giovane età, gli attirano addosso odi e malumori. Anche nel suo partito molti lo vorrebbero fare fuori. L’occasione sembra arrivare nel ‘53, quando con De Gasperi malato, nella Dc si scatena la guerra per la successione. In pole position c’é l’ex segretario della Dc Attilio Piccioni, vice-presidente del Consiglio in carica. L’11 aprile del ’53, però, sulla spiaggia di Torvaianica viene trovata morta – senza né calze, né reggicalze – una ragazza poco più che ventenne: Wilma Montesi. Inizialmente si parla di disgrazia. Poi salta fuori una storia oscura, fatta di festini e cocaina, che sembra coinvolgere direttamente un figlio del vice-primo ministro. Emergono una serie di coperture politiche democristiane attivate per soffocare lo scandalo. Piccioni esce di scena distrutto.

Ancor oggi non é chiaro chi abbia manovrato l’intera vicenda. Tutti gli storici sono comunque concordi nell’asserire che l’affaire fu utilizzato da correnti interne alla Dc per evitare che Piccioni succedesse a De Gasperi. Molti puntano il dito su Amintore Fanfani. Andreotti dal canto suo ha dimostrato di sapere benissimo come andarono realmente le cose. E nel  marzo del ‘74, quando si vedrà minacciato dal primo scandalo dei petroli, dirà in un’intervista all’amico giornalista Lino Jannuzzi: “Se veramente ci fosse qualcuno che mi vuole tirare dentro  […] ha sbagliato i suoi calcoli. Proprio in questo periodo stavo cercando di ricostruire come nacque veramente l’affare Montesi, e chi lo manovrò”. L’abitudine di andare a rivangare il passato e di minacciare, quando attaccato, rivelazioni clamorose sarà una costante della sua vita. All’epoca dello scandalo Montesi risale anche il primo grande mistero della storia della Repubblica.

E’, infatti, il 1954 quando Fanfani diventato presidente del consiglio, nomina Andreotti ministro degli Interni in un governo destinato a durare, proprio a causa della vicenda Montesi, solo 23 giorni. Il 9 febbraio, 24 ore prima, che Fanfani rassegnasse le dimissioni Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, viene ucciso in carcere da un caffè avvelenato. Con sé Pisciotta porta tutti i suoi segreti. Durante un processo aveva ammesso di aver ucciso Giuliano (smentendo così la versione ufficiale che voleva il bandito morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri), e aveva sostenuto di aver contrattato l’uccisione direttamente con il ministro siciliano degli Interni, Mario Scelba. La Dc, infatti, secondo Pisciotta, voleva morto il bandito perché Bernardo Mattarella e i deputati monarchici Alliata e Leone di Marchesano, lo avevano coperto ed erano stati mandanti di una serie di delitti politici da lui commessi.

Dopo la morte di Pisciotta sarà proprio Scelba ad andare al governo tenendo per sé ad interim anche la carica di ministro degli Interni.  Il giovane Andreotti invece resta fuori. In giugno parte per gli Stati Uniti  e al ritorno fonda una corrente tutta sua. Si chiama “Primavera”. E’ collocata su posizioni di destra, ma ha seguito solo nel Lazio e nel mondo del Vaticano. Gli andreottiani, infatti, saranno,  per anni destinati ad essere una forza minoritaria della Dc, finché nel ’69 non viene stretto un accordo con il fanfaniano Salvo Lima, ex sindaco di Palermo, figlio di un uomo d’onore e citato 149 volte nelle conclusioni della commissione antimafia. Nel 1956 Carlo Alberto Dalla Chiesa, ancora colonnello,  aveva parlato per la prima volta di lui in un’intervista a Giorgio Bocca “La mafia non c’è”, aveva detto con amara ironia, “Ci sono solo delle strane combinazioni. Per esempio c’è un tale Salvatore Lima. Lo hanno votato in massa tutti i dipendenti dell’azienda tranviaria diretta da un amico di Vassallo. Non conosce Vassallo? Faceva il carrettiere, poi ha costruito mezza Palermo”.

(1/4 – continua)

.

fonte ilfattoquotidiano.it

PRINT – EMAIL – PDF

Moro, ecco i verbali segreti Tutte le parole dei 55 giorni / Mistero Moro: perché era abbronzato? L’autopsia: prigioniero sul litorale romano

http://www.unita.it/polopoly_fs/1.291330.1304939625!/image/4150416382.jpg_gen/derivatives/landscape_640/4150416382.jpg

Moro, ecco i verbali segreti
Tutte le parole dei 55 giorni

.

Di David Sassoli e Francesco Saverio Garofani

9 maggio 2013
.

Due riunioni si svolgono in modo rapido, come a sbrigare un dovere istituzionale e dimostrare all’opinione pubblica che lo Stato è presente e la situazione sotto controllo. La seduta del 16 marzo dura appena venti minuti; quella del 9 maggio dieci minuti in più. La prima comincia alle ore 11:00, due ore dopo la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro. L’altra, cinquantacinque giorni dopo, alle ore 18:30, a cinque ore dal ritrovamento del “corpo inanime” del presidente della Dc.

Trentacinque anni dopo, sono consultabili nell’Archivio Centrale dello Stato, i verbali delle riunioni del Consiglio dei ministri del 1978, anno terribile della storia della Repubblica italiana. Documenti attesi dalla storiografia e dalla pubblicistica, instancabile sul caso Moro, in grado di permetterci di capire quale sia stata la reazione, pubblica e privata, il grado di conoscenza, le scelte e l’atteggiamento della classe dirigente dell’epoca nei giorni dell’attacco “al cuore dello Stato”. I documenti, infatti, ci conducono proprio alle discussioni avvenute all’interno dell’organo istituzionale più qualificato e responsabile.

La fotografia di come il governo abbia affrontato la strage di via Fani e il sequestro del leader democristiano è contenuta in cartelline un po’ ingiallite, all’interno delle quali sono conservati diversi documenti. Il dibattito in presa diretta è scritto a mano, per lo più sintetizzato dal segretario e, come vedremo, non sempre coincidente con il testo dattiloscritto che costituisce il verbale vero e proprio. In allegato, poi, sono inseriti, di volta in volta, sintesi degli interventi redatte dai singoli ministri e in alcuni casi il comunicato stampa finale che tradizionalmente viene diffuso al termine degli incontri.

I testi sono sintetici, ma ricchi di contenuti. Nel salone di palazzo Chigi c’è il potere dello Stato per antonomasia, quello in grado di prendere decisioni, ponderare risposte, assumere iniziative. Come vedremo si rivelerà un potere fragile, in un’epoca in cui però l’autorità si articola in un modo diverso dall’attuale. Siamo ancora in un’epoca di forti bilanciamenti e supplenze. La classe politica uscita dal fascismo si fida poco dello Stato. Non è propensa a delegare efficienza a organi statali che possono giocare partite in autonomia o per conto di altri poteri. Il dibattito sull’organizzazione e l’affidabilità dello Stato ha sempre impegnato la riflessione delle classi dirigenti di tutti i partiti fin dal secondo dopoguerra. In un paese di frontiera con il blocco sovietico, indebolito dal peso degli interessi stranieri, è solo la direzione politica la garanzia dell’interesse generale. Lo scarto di diffidenza fra organi politici e organi dello Stato non si è mai colmata. E lo dimostrano anche i dibattiti nelle riunioni del Consiglio dei ministri sul ruolo degli apparati di intelligence e delle forze dell’ordine. Il richiamo alla presenza di infiltrazioni straniere nei servizi di sicurezza è ripetuto e mai smentito. I ministri si mostrano più a loro agio nella discussione politica o legislativa di quanto si dimostrino in grado di maneggiare la macchina statale. Anzi, l’offensiva terrorista che colpisce al livello più alto li trova sorpresi, impreparati. Si mostrano, nelle discussioni delle ore immediatamente successive al sequestro, impauriti, travolti da una cronaca talmente imprevista da risultare inafferrabile. La distanza tra fatti e reazione è incolmabile. Solo il presidente Giulio Andreotti mostra lucidità e padronanza nell’affrontare le materie che via via affioreranno.

I verbali ci consegnano discussioni a margine di una gestione della crisi avvenuta con l’attacco delle Brigate Rosse a una Repubblica che ha una macchina statale su cui influiscono spinte politiche diverse fra loro. Ma c’è una rete di protezione per la giovane democrazia italiana che regge l’urto.A bilanciare le debolezze del potere istituzionale ci sono le forze sociali, i grandi partiti di massa, i corpi intermedi, i sindacati. Saranno loro, nonostante i tradimenti e gli inquinamenti, a salvare l’esperienza democratica. Il parallelo corre facilmente all’attualità. Trentacinque anni dopo cosa è cambiato?

Il potere pubblico appare ancora più fragile. Le istituzioni deboli e talvolta svuotate. Screditate, spesso anche ingiustamente, agli occhi dell’opinione pubblica. La capacità di governo è debole, i tempi delle decisioni troppo lunghi rispetto alla velocità che le risposte meritano. La globalizzazione ha allargato l’orizzonte ma ha ristretto lo spazio delle scelte. L’intero sistema istituzionale del Paese appare inadeguato, lento, vecchio. E dunque inefficiente.

Il prezzo di questa inefficienza del potere ha consumato e messo in crisi la politica in senso più ampio. I soggetti della rappresentanza, i partiti in primo luogo, ma anche i sindacati. L’indebolimento di questa rete ha contribuito a un impoverimento della cultura democratica del Paese, a una progressiva frammentazione del tessuto connettivo, a una moltiplicazione degli interessi contrapposti, dei conflitti, degli individualismi. L’apertura di nuovi canali di partecipazione e di iniziativa politica è faticosa e comunque sempre più spesso vissuta contro il sistema. La cultura della mediazione, che aveva saputo tenere insieme le varie anime del Paese, componendole in un mosaico che ricomponeva le diversità nel segno della condivisione morale di un comune destino nazionale sembra evaporare come un lontano ricordo. La stagione della diretta streaming non ne è un surrogato. La cultura democratica vive oggi una sfida difficile. Meno drammatica e traumatica di quella degli anni di piombo. Ma certamente non meno complessa nelle sue espressioni.

Oggi cosa sarebbe possibile contrapporre alla fragilità dello Stato nell’epoca della crisi del sistema politico, con partiti destrutturati e sindacati meno presenti e più corporativi? Le domande vanno nel profondo di una attualità che ci consegna intatte le questioni sulla natura dello Stato e della formazione della volontà politica. Trentacinque anni dopo, il potere si mostra ancora più fragile.

.
fonte unita.it
.
_________________________________________________________________________
.
https://i0.wp.com/www.blitzquotidiano.it/wp/wp/wp-content/uploads/2013/05/cadavere_aldo_moro_via_caetani-300x206.jpg
Il cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault 4 lasciata in via Caetani la mattina del 9 maggio 1978 (LaPresse)

Mistero Moro: perché era abbronzato? L’autopsia: prigioniero sul litorale romano

.

di Redazione Blitz

.

ROMA – Il risultato dell’autopsia del cadavere di Aldo Moro dice che il presidente della Dc, quando fu ritrovato nel bagagliaio della Renault 4 lasciata in via Caetani, era abbronzato, con i muscoli in buono stato, con residui di acqua di mare e sabbia nei vestiti. Un risultato che smentirebbe una detenzione per 55 giorni nel cunicolo senza luce ricavato nell’appartamento “dell’ingegner Borghi” in via Montalcini.

Emilio Fabio Torsello, nel giorno del 35° anniversario della morte di Moro, ricostruisce su L’espresso le conclusioni dei periti. E le contraddizioni dei brigatisti.

Le Brigate Rosse hanno sempre sostenuto di aver prelevato della sabbia dal litorale di Ostia e averla messa nel risvolto dei pantaloni di Moro per depistare le indagini. Una versione che non spiega perché fu trovata dell’acqua di mare nel colletto della camicia che indossava il cadavere.

Queste furono le dichiarazioni di Adriana Faranda alla Commissione d’Inchiesta sul caso Moro nel 1988:

PRESIDENTE. Vero che lei e la Balzerani andaste a prendere la sabbia?
FARANDA. Sì, a Ostia.
PRESIDENTE. E non era particolarmente pericoloso?
FARANDA. Siamo andate in metropolitana e con il treno. Non abbiamo incontrato alcun ostacolo.
PRESIDENTE. Ieri, nel programma di Zavoli la Braghetti parlava dell’acqua di mare sparsa sui vestiti di Moro. Mi è venuta una curiosità: come l’avete portata a Roma l’acqua di mare?
FARANDA. Non ricordo, sarà stata una bottiglietta o qualcosa del genere.
PRESIDENTE. Questo stesso depistaggio fu fatto sulla R4 rossa, sulle gomme e sulla scocca inferiore della quale venne trovata sabbia.
FARANDA. Non ricordo questo particolare. Non so se sia stata portata appositamente sulla sabbia nella zona del litorale romano. Ne dubito perché sarebbe stato troppo pericoloso.
PRESIDENTE. Comunque non è un’operazione facile spargere sabbia sulla parte inferiore di una macchina.
FARANDA. Forse si è trattato di una casualità come tante che avvengono nella vita. Non credo sia stata portata sulla sabbia perché sarebbe stato troppo pericoloso: un conto è andare a piedi e con il trenino sino ad Ostia, un conto è percorrere le strade che portano ad Ostia su una macchina rubata, sia pure con la targa contraffatta.

La perizia conduce a conclusioni diverse da quelle sostenute dalla Faranda:

“Nel risvolto sinistro del pantalone dell’On.Moro – si legge nella perizia – è stato ritrovato un elemento vegetale spinoso del diametro di circa 15 mm. e di lunghezza di 13-14 mm. comprese le spine. E’ classificabile come capolino immaturo di Centaurea Aspera, che nello stato in cui è stato repertato si presentava ancora non sbocciato”. “La formazione del capolino – proseguono – doveva essere avvenuta non più di 10-15 giorni prima che venisse raccolta dal pantalone dell’On. Moro”. Ma c’è di più: “Sembrerebbe – dicono i periti – che il capolino di Centaurea sia stato raccolto nella stessa area e, presumibilmente, nello stesso periodo in cui la sabbia è stata raccolta nel risvolto dei pantaloni dell’On. Moro”.

Sabbia e residui di vegetazione collocano la zona dei reperti ritrovati sul cadavere di Moro fra Focene e Marina di Polidoro, spiagge della provincia di Roma:

“La sabbia – scrivono i periti – è riferibile come provenienza da un’area di spiaggia del litorale tirrenico compresa tra il settore di Focene e Marina di Palidoro (Provincia di Roma)”.

“Materiale del tipo di quello esaminato – si legge nel documento – si rinviene per i luoghi sopra menzionati, ad una distanza dal bagnoasciuga molto ridotta, variabile da pochi metri ad un massimo, solo per limitatissimi settori del litorale indicato, di più di un centinaio di metri”. Gli elementi – aggiungono i periti – “lasciano presumere che entro due-tre settimane, prima del ritrovamento dell’auto la vittima abbia camminato in una zona molto prossima al bagnoasciuga ove massima è la frequenza di bitume (…) anche gli elementi vegetali rinvenuti sugli indumenti sono specifici dell’ambiente del litorale e indicano che essi sono stati raccolti in un’epoca compresa tra la fine di aprile e il maggio 1978″.

L’abbronzatura e lo stato dei muscoli sono gli ultimi due dettagli che completano un quadro che ci indica come Moro abbia passato tutta, o solo la parte finale della sua prigionia in una località marina.

Il perito Marracino rimase sorpreso del fatto che Moro fosse abbronzato. Un altro elemento inaspettato era la tonicità dei suoi muscoli, incompatibili con la condizione di uno costretto a rimanere fermo in un cunicolo per quasi due mesi. Nella tarda sera del 9 maggio, infatti, il corpo di Moro, senza vita da almeno 12 ore, non era ancora rigido: “Era ancora possibile una lieve mobilità delle articolazioni”.

Si tratta di un’autopsia che avrebbe potuto far cambiare il corso delle indagini, ma le autorità scelsero diversamente, come ricostruisce Torsello:

L’autopsia? “Ci fu l’ordine di non consegnare”. C’è infine la questione non secondaria della data della consegna: il verbale è datato 24 settembre 1978 ma, spiega il perito, “l’autopsia venne consegnata a febbraio del 1979 perché ci fu l’ordine di non consegnare. I risultati gli inquirenti li sapevano già a giugno”. Forse, fa capire a mezzabocca, venne chiesto di tenerla nel cassetto “per motivi politici”.

.
fonte blitzquotidiano.it

PRINT – EMAIL – PDF

Una prova di cannibalismo tra i primi coloni in America

https://i0.wp.com/images2.corriereobjects.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/gallery/2013/05/virginia-coloni/cannibalismo/img_cannibalismo/vir_01_941-705_resize.jpg

Nella cittadina di Jamestown assediata dagli indiani di Pocahontas

Cannibalismo tra i primi coloni in America

Tracce riscontrate sui resti di una ragazza di 14 anni risalenti al terribile inverno del 1609 in Virginia

.

di Paolo Virtuani

.

Almeno un caso di cannibalismo è stato accertato tra i coloni di Jamestown, la più antica colonia stabile inglese in Virginia. Lo hanno scoperto gli archeologi dello Smithsonian Institute di Washington analizzando il cranio e le ossa di una ragazza di 14 anni, di cui hanno anche riscostruito il viso.

Cannibalismo in Virginia Cannibalismo in Virginia    Cannibalismo in Virginia    Cannibalismo in Virginia    Cannibalismo in Virginia    Cannibalismo in Virginia

I RESTI – I resti possono essere fatti risalire al terribile inverno tra il 1609 e il 1610, quando i coloni della cittadina, fondata due anni prima alle foci del fiume James, furono quasi decimati dal freddo e dalle malattie, come ricostruito tra l’altro nel film Il nuovo mondo di Terrence Malick. Un recente scavo sul sito della città ha rivelato i resti non solo di cani, gatti e cavalli mangiati dai coloni, ma anche le ossa di una ragazzina che i ricercatori hanno chiamato Jane. Il cranio mutilato e alcune ossa delle gambe, tagliate in modo inequivocabile, non hanno lasciato dubbi agli studiosi. Si tratta della prima prova evidente di cannibalismo a Jamestown, una pratica che era già stata ipotizzata nel passato senza trovarne le prove, ha detto l’anatomopatologo legaleDouglas Owsley, che ha analizzato i resti. Non è chiaro se la ragazzina morì di morte naturale o fu uccisa.

RISULTATI – Le analisi effettuate sul teschio di Jane hanno permesso di accertare che i suoi denti del giudizio non erano ancora apparsi, facendo risalire la sua età intorno ai 14 anni. Inoltre l’alta percentuale di azoto nelle sue ossa indica che la sua dieta era a base di carne, in linea con la dieta dei primi coloni inglesi.

MACABRO – «Una perforazione nella parte sinistra del cranio servì per alzare la calotta e rimuovere il cervello», ha spiegato Owsley entrando in macabri particolari, ma essenziali per comprendere la gravità della situazione che dovettero fronteggiare i coloni di Jamestown, che dovevano anche combattere i nativi americani che assediavano il fortino: i Powhatan, dai quali faceva parte la principessa Pocahontas. Il cervello, la lingua, le guance e i muscoli di una gamba appaiono essere stati divorati. Con il cervello consumato per primo, perché si deteriora molto rapidamente dopo il decesso, spiega lo Smithsonian Institute in una nota.

ESITAZIONI – Gran parte degli uomini validi erano infatti morti nei combattimenti, e all’interno erano rimasti soprattutto donne, bambini e malati. Secondo Owsley, il tipo di tagli riscontrato sulle osse di Jane mostra che lo smembramento del cadavere non venne eseguito da un «macellaio professionista», ma da una persona poco pratica.

2 maggio 2013 | 12:19

.

fonte corriere.it

PRINT – EMAIL – PDF

Perseguitati dal fascismo, svelati i dossier segreti

https://i2.wp.com/www.ilsecoloxix.it/rf/Image-lowres_Multimedia/IlSecoloXIXWEB/genova/foto/2013/04/29/gra_IMG_0035--U1902036617258aBB-193x281.JPG

Perseguitati dal fascismo, svelati i dossier segreti

.

di Marco Grasso

.

Genova – Ogni scheda è un romanzo, il resoconto dettagliato di dieci, a volte anche venti anni di vita. Dentro ci sono le preferenze politiche, le inclinazioni sessuali, la corrispondenza intercettata, il ritratto delle prezzolate «fonti confidenziali». Persino minuziose descrizioni fisiche: la «fronte concava» o il «naso adunco», le «orecchie ovali» e il «viso rettangolare». Sono le vite degli altri, migliaia di anonimi cittadini schedati perché sospetti «sovversivi». La versione fascista – rimasta in realtà in funzione fino agli anni Sessanta – e italianissima di ciò che l’omonimo film ha raccontato della Germania Est.

Quella mole enorme di informazioni, conservate fino a poco tempo fa solo in forma cartacea nel gigantesco archivio del cosiddetto “Casellario politico centrale”, il database della polizia politica di Benito Mussolini, è adesso disponibile e consultabile online . Su internet, catalogati per nome, luogo e professione, ci sono più di 150mila nomi. Sospetti «eversivi», pedinati anche solo perché considerati «oziosi», come accadeva ad esempio a pittori e attori. Tra questi 4.373 liguri, 1.671 genovesi. L’elenco non ha solo un valore storico, ma potrebbe essere determinante per risolvere un cold case sullo sterminio di una famiglia di Pegli, avvenuto dopo la Liberazione.

Ci sono voluti settant’anni per avere chiarezza; perché queste informazioni fossero digitalizzate, e dunque rese effettivamente fruibili. Gli spiati non potranno più cercare giustizia, con ogni probabilità sono tutti morti. Questo compito spetterà ai nipoti e ai figli.

A quasi settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lo Stato restituisce così un mare di informazioni rubate, rende accessibili migliaia di rapporti segreti stilati sui suoi oppositori: in qualche caso perseguitati apertamente, in altri ignari dell’attenzione riservata dalla dittatura. Un ritardo poco giustificabile, come lo è del resto la palese continuità con cui gli apparati di sicurezza hanno continuato in seguito ad attingere da quegli schedari, anche quando l’Italia era ormai repubblicana e democratica.

L’articolo completo sul Secolo XIX di oggi: leggilo nell’edicola digitale

.

fonte ilsecoloxix.it

PRINT – EMAIL – PDF