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Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt / FILM: Tropa de Elite – Gli Squadroni Della Morte

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Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt

19:12 11 MAG 2013

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(AGI/EFE/REUTERS) – Citta’ del Guatemala, 11 mag. – Jose’ Efrain Rios Montt, dittatore del Guatemala fra il marzo 1982 e l’agosto 1983, e’ stato oggi riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’, e condannato di conseguenza a ottant’anni di carcere: cinquanta per la prima imputazione e trenta per le altre due. E si trattava soltanto delle accuse relative all’uccisione, nel dipartimento nord-occidentale di Quiche’, di 1.771 civili appartenenti al gruppo indigeno dei Maya Ixil, quasi una goccia nel mare rispetto agli oltre 250.000 morti accertati durante la lunga guerra civile guatemalteca, dal 1960 al 1996, di cui segno’ la fase piu’ violenta e sanguinaria proprio il periodo in cui Rios Montt fu di fatto il padrone del Paese, prima di essere rovesciato con un golpe analogo a quello con cui aveva usurpato il potere. Si tratta di un verdetto clamoroso, accolto con grida di giubilo dalle centinaia di persone, per lo piu’ vittime sopravvissute o parenti di quelle decedute, assiepate nell’aula del Tribunal Primero A de Mayor Riesgo di Citta’ del Guatemala: mai era accaduto che a un ex capo di Stato una condanna per genocidio fosse inflitta da parte della magistratura nazionale, non soltanto in Centro America o in America Latina bensi’ nel mondo intero. “Giustizia!”, e’ stato il boato esploso all’esterno una volta appreso l’esito del processo contro l’ex politico democristiano e generale a riposo.
L’interessato ha ascoltato la lettura della sentenza a volto impassibile e, quando la presidente del collegio Jazmin Barros ha annunciato che gli sarebbero stati revocati gli arresti domiciliari e che sarebbe stato trasferito in carcere, si e’ limitato ad annuire. Poi pero’ ha subito preannunciato appello, definendo il giudizio “illegale” e liquidandolo come un mero “show politico internazionale”. Assolto invece il capo dei servizi segreti dell’epoca, Jose’ Rodriguez. La dittatura di Rios Mont fu contraddistinta da una brutale e sistematica applicazione della politica della terra bruciata: assassinii, torture, stupri, esecuzioni sommarie, sparizioni, interi villaggi saccheggiati e incendiati, il tutto per impedire che semplici contadini potessero prestare aiuto ai guerriglieri di sinistra che combattevano contro le Forze Armate regolari e i paramilitari filo-governativi degli ‘squadroni della morte’.

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fonte agi.it

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Nuova repressione in Chiapas, Messico

 


fonte immagine Crònicas del Sur

Nuova repressione in Chiapas, Messico

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Latino America Express
di Fabrizio Lorusso

america-latina

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[Nonostante il Chiapas e il suo conflitto siano quasi spariti dai mass media europei, l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) e l’esperimento di autogestione politica, ormai consolidato nei “caracoles”, dell’autonomia neozapatista continuano a vivere e lavorare. Sono anche un esempio e un modello economico e sociale per altre comunità indigene sparse per il Messico. Allo stesso tempo, però, continuano l’ostilità e la repressione violenta, in genere di tipo paramilitare, dei gruppi politici dei partiti ostili, del governo locale e di quello centrale o delle comunità e dei municipi vicini nella regione. Il Chiapas continua ad essere lo stato più povero del Messico e il nuovo governo regionale di Manuel Velasco (del Partito Verde, alleato del PRI e del suo neoeletto presidente Enrique Peña Nieto) non promette tempi di distensione e collaborazione. Vale la pena aggiornarsi sulla situazione e segnalare quel che succede, quindi inserisco volentieri questo articolo, preoccupante e dettagliato, sulla situazione dell’estremo Sud messicano e delle sue comunità indigene in resistenza, Fabrizio Lorusso].

La controinsurrezione in Chiapas, decine di famiglie zapatiste sfollate.

Noi che abbiamo combattuto sappiamo riconoscere il passo di ciò che si sta preparando e avvicinando. I segnali di guerra all’orizzonte sono chiari: la guerra, come la paura, ha odore. E già ora si comincia a respirare il suo fetido odore nelle nostre terre. (Subcomandante Insurgente Marcos, dicembre 2007)

Nell’anno in corso, il 2012, si continua a respirare giorno per giorno l’odore della guerra, che lo stato messicano ha scatenato contro le comunità zapatiste.

La politica di controinsurrezione elaborata, con l’aiuto del governo USA, dopo l’insurrezione armata dell’EZLN nel 1994 (precisata nel documento denominato “Piano per la Campagna Chiapas 94”), ha fornito la struttura per una nuova forma di guerra contro le popolazioni indigene ribelli.

Negli ultimi mesi, le Giunte del Buon Governo di Morelia e La Realidad hanno denunciato le aggresioni subite dalle Basi di Appoggio del EZLN da parte della ORCAO (Organización Regional Cafeticultores Altamirano Ocosingo) nell’ejido1 Moisés Gandhi e da parte di gruppi affiliati al PRI, al PRD e al PVEM (Partido Verde Ecologista Mexicano). Queste provocazioni si aggiungono a quelle ben note in tutto il territorio zapatista, come nel caso di San Marcos Avilés, assediata dai paramilitari e per questo al centro di una campagna di solidarietà internazionale.

Lo stato messicano è in guerra contro un nemico interno: contro l’EZLN, contro le comunità zapatiste in resistenza e soprattutto contro l’autonomia, la cultura e la vita dei popoli indigeni che non accettano di essere assimilati al modello di sviluppo capitalista. Il messaggio che le Giunte del Buon Governo hanno lasciato nelle varie denunce è chiaro: il governo, attraverso menzogne, promesse di terra e finanziamenti, sta rianimando i gruppi paramilitari e armando altre organizzazioni, affinché questi alimentino l’ostilità e le aggressioni contro coloro che si oppongono all’omologazione neoliberista. La strategia del governo contro la resistenza si sviluppa su due fronti: da una parte la “guerra di bassa intensità” impiegando le formazioni paramilitari così da evitare le ripercussioni internazionali che si avrebbero con l’impiego diretto dell’esercito e dall’altra, la cosiddetta linea morbida, con l’impiego massiccio di progetti assistenzialisti per calmare la fame, creare dipendenza e logorare la resistenza, concentrando i progetti nelle zone dove è più forte la lotta contro il governo.

L’8 settembre la Giunta del Buon Governo “Nueva Semilla Que Va a Producir” del Caracol V di Roberto Barrios ha denunciato la nuova invasione paramilitare nelle terre del nuovo villaggio Comandante Abel, del Municipio Autonomo La Dignidad, Municipio ufficiale di Sabanilla. Il 12 settembre una nuova denuncia della stessa Giunta sottolineava la gravità della situazione: 70 donne e bambini sfollati dal nuovo Villaggio Comandante Abel e 14 persone scomparse nella vicina comunità di Unión Hidalgo.

Gli antefatti

Il nuovo villaggio Comandante Abel si trova in zona indigena di lingua ch’ol, nelle terre recuperate dall’EZLN nel 1994.

Fino a maggio di quest’anno la popolazione si trovava nella comunità di San Patricio che fin dagli anni ’90 ha vissuto resistendo ai persistenti attacchi paramilitari.

Esattamente un anno fa, il 6 settembre 2011, quelle terre furono invase dai paramilitari provenienti dalla vicina comunità di Ostilucum, causando lo sfollamento della popolazione, fame e malattie. La comunità riuscì a tornare, ma ormai si trovava derubata dei raccolti che i paramilitari si erano portati via; per questo dovette dipendere dagli aiuti alimentari organizzati dalla Giunta del Buon Governo della Zona Nord. Nel frattempo sono continuate le minacce di una nuova invasione e di un massacro, così che, nel mese di maggio, le famiglie base di appoggio del EZLN hanno preso la decisione di ricostruire la comunità nel vicino presidio “La Lampara”, mostrando nei fatti la volontà degli zapatisti di cercare forme pacifiche di risolvere conflitti, con coloro che essi definiscono fratelli ingannati dal malgoverno. Nonostante questa, ovviamente sofferta, decisione, le minacce sono continuate e il 6 di settembre i paramilitari della località di Unión Hidalgo hanno invaso le terre del nuovo villaggio Comandante Abel, sparando contro gli zapatisti e provocando la fuga forzata, verso la montagna, dei bambini e della maggioranza delle donne che non riuscivano a sopportare la situazione, mentre gli uomini e alcune donne rimanevano sul luogo, per difendere la comunità.

Una carovana di Solidarietà e Documentazione

Per rompere l’accerchiamento, mostrare solidarietà e documentare le violazioni ai diritti umani si è organizzata una carovana di Solidarietà e Documentazione a Comandante Abel. La carovana, organizzata da Organismi dei Diritti Umani, osservatori internazionali, da compagni impegnati nel movimento e nella comunicazione indipendente, è partita da San Cristobal de Las Casas, Chiapas il 18 settembre del 2012. Ha visitato tre comunità: quella assediata – Comandante Abel -, la comunità autonoma di San Marcos e la comunità Zaquitel Ojo de Agua. Nelle ultime due comunità i partecipanti alla carovana hanno potuto intervistare le donne sfollate di Comandante Abel e gli sfollati di Unión Hidalgo.

Testimonianza delle donne sfollate nella Comunità San Marcos

Alla fine della lunga valle che da Sabanilla si estende verso lo stato di Tabasco, si trova la comunità di San Marcos. La comunità si trova in posizione gradevole, a fianco del fiume Sabanilla che si attraversa passando per un ponte sospeso. La comunità ha dimostrato la sua solidarietà nei confronti degli sfollati di Comandante Abel, ospitandoli nella scuola del villaggio e condividendo il loro scarso mais e il cibo.

Le donne e le autorità della comunità hanno ricevuto i carovanieri e quattro donne e due membri della Giunta del Buon Governo hanno dato la loro testimonianza. Lucia ed Elvira hanno raccontato di quell’8 settembre quando, per la paura e la percezione di non essere in grado di proteggere la vita dei propri bambini, sono fuggite per la montagna, passando per precipizi, dormendo sotto le liane, correndo verso San Marcos, l’unico luogo che sentivano sicuro, in una zona percorsa dai paramilitari di Paz y Justicia già dagli anni ’90, da soldati e da elementi corrotti della Pubblica Sicurezza.

Nello stato di timore e confusione in cui si trovavano, alcune si sono perdute. “Arrivate qui eravamo intorpidite dalla paura e non sentivamo i nostri corpi, sentivo che una tigre mi seguiva. Ci siamo perdute, eravamo spaventate, mi sembrava di non essere più in questo mondo” racconta Lucia.

Un compagno della Giunta spiega: “Le compagne non sopportavano più le sofferenze. Ma gli zapatisti non piangono. Torneremo a lavorare per resistere e vivere”.

Quando le donne sono arrivate a San Marcos ne mancavano due con i loro bambini. Subito si sono organizzate le ricerche con il timore che fossero state sequestrate dai paramilitari. Il giorno 11, quattro giorni dopo la fuga dal villaggio, i compagni e le compagne che cercavano gli scomparsi, hanno sentito il pianto di un bambino scoprendo così il loro nascondiglio. Erano tremanti di freddo e allo stremo per la fame e la stanchezza. “Abbiamo dato loro pozòl2, ci siamo caricati sulle spalle i bambini e siamo ritornati tutti a San Marcos”.

Carmen e Jessica sono i nomi delle due donne che si erano perdute: “Avevamo molta paura quando siamo fuggite. Abbiamo faticato ad attraversare il fiume, siamo rimaste indietro e non siamo state in grado di seguire il percorso delle altre. Abbiamo proseguito ma per la paura di incontrare i paramilitari, ci siamo nascoste sotto una pietra, una specie di caverna. Lì ci siamo nascoste la prima notte. I giorni seguenti ci siamo fatte largo nel monte cercando di orientarci ma ci siamo perdute. Abbiamo mangiato erba momo e arance per calmare la fame. Per la paura di essere individuate dai paramilitari scendevamo al fiume per gettare le bucce”. Jessica guarda intensamente il suo piccolo che piange perché respinge il seno della mamma. “La paura mi ha asciugato il seno” – dice – “Mia figlia ha la febbre e non le passa”.

Gli sfollati di Unión Hidalgo

Il giorno seguente la carovana ha visitato la Comunità Zaquitel Ojo de Agua, accessibile solo camminando per 3 ore verso la cima del monte che abbraccia la valle Sabanilla. Si trova in una bella posizione tra monti, grandi alberi chiamati “ceibas” e torrenti. Come a San Marcos, tra le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua, c’è una grande solidarietà. Da Unión Hidalgo si sapeva che c’erano 10 scomparsi e si temeva per la loro vita e, come a San Marcos, gli scomparsi sono stati ritrovati dopo 3 notti, dopo aver affrontato le forti piogge stagionali d’alta montagna.

Jaime e Auxiliadora raccontano delle minacce subite dai paramilitari di Unión Hidalgo. “Giorno e notte, con altoparlanti ci gridavano che avrebbero mangiato le nostre carni. Dicevano che siamo fuori dalla legge e che non abbiamo diritti e non possiamo ricorrere alla giustizia. Ci trattano come animali”. Il racconto è la dimostrazione della strategia psicologica del governo, ancora in vigore in Chiapas, di disumanizzare gli oppositori e legittimare gli attacchi nei loro confronti.

Narrano che le minacce sono cominciate nell’anno 2000, quando le famiglie zapatiste rifiutavano, come tuttora, i programmi assistenzialistici. Le minacce venivano dai dirigenti del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) della comunità, collegato con il gruppo paramilitare Paz y Justicia. Nel 2003 saccheggiarono il negozietto collettivo delle donne zapatiste. Armati di bastoni, machete e pietre colpirono una nostra compagna alla testa con una pietra. Quella volta ci rubarono tutta la merce, le tavole e la lamina del negozietto e anche 1800 chili di mais”. Lo sguardo di Auxiliadora mostra indignazione e fermezza. “Un anno fa le minacce sono peggiorate” racconta. “Con gli altoparlanti ci dicevano che, se non fossero riusciti a impossessarsi delle terre di Comandante Abel, avremmo subìto noi le conseguenze e ci avrebbero massacrato”. Jaime e Auxiliadora raccontano che hanno temuto per la loro vita e, insieme ad altre, hanno lasciato il villaggio, lasciando 10 compagni nella comunità, a difendere semenze, animali e casa che sono garanzia di sopravvivenza. “Ci siamo incamminate per la montagna senza una meta precisa – spiegano – finché al terzo giorno abbiamo incontrato le famiglie di Zaquitel Ojo de Agua. Non sapevamo dove andare. Abbiamo raccontato loro delle minacce e ci hanno accolto”. Ora sono alloggiati nella scuola della comunità ma alcuni bambini si sono ammalati per la pioggia e il freddo.

La resistenza nel Nuovo Villaggio Comandante Abel

Nel nuovo villaggio Comandante Abel, 22 compagni e 5 compagne, rimasti a difendere il villaggio, ricevono la carovana in una casa che mostra i segni delle pallottole. I fori dei proiettili sono la testimonianza della furiosa sparatoria dell’8 settembre, quando 150 aggressori, guidati da leader paramilitari, hanno tentato di fare un strage tra le famiglie zapatiste del villaggio. I paramilitari hanno occupato la terra recuperata che si trova dall’altra parte del fiume, prendendosi quella già seminata. Stanno costruendo case e, nella notte, si avvertono i loro movimenti con armi. A neanche 400 metri dal villaggio, alcuni elementi della Pubblica Sicurezza, dal 16 settembre, hanno occupato quella che era la scuola autonoma zapatista. Raccontano che il 18 settembre, da quella postazione di polizia, sono partiti due spari in direzione degli zapatisti.

I viveri stanno per esaurirsi e non è possibile né seminare, né raccogliere legna per il forte rischio di essere attaccati.

Gli aggressori sono ben conosciuti dai compagni. Sono dirigenti politici del malgoverno di Unión Hidalgo. Questi ultimi non agiscono autonomamente. I compagni zapatisti raccontano: “Il 4 settembre sono venuti qui il segretario del governo del Chiapas Noé Castañon accompagnato da due alti funzionari del malgoverno e da membri della pubblica sicurezza statale. Si sono riuniti con i paramilitari per dir loro che quelle terre erano loro”. Due giorni dopo si è scatenato l’attacco contro le basi di appoggio dell’EZLN.

Le Basi di Appoggio Zapatiste non si arrendono

Nonostante le sofferenze provocate da questo attacco del malgoverno nella regione, le donne e gli uomini zapatisti che parlano ai partecipanti alla carovana, danno mostra di essere più convinti che mai nella loro lotta e resistenza. La richiesta è l’immediato ritiro dei paramilitari.

Non ci sono dubbi sul far ricadere tutta la responsabilità sul governo messicano. “Non vogliamo scontrarci con coloro che appartengono alla nostra stessa razza indigena anche se appartengono ad altri partiti e si sono venduti al mal governo” spiegano i compagni che resistono nel nuovo villaggio Comandante Abel.

Le donne sfollate a San Marcos dicono a voce alta: “Non ci arrendiamo, non ci lasceremo convincere da progetti come Oportunidades o Procampo3 con i quali il malgoverno cerca di tappare i nostri occhi e comprare le nostre coscienze”. “Il denaro lo produciamo con il niostro sudore e anche se dobbiamo curare i nostri bambini piccoli sappiamo allevare polli e oche, sappiamo lavorare il mais come gli uomini. Per quanto non mangiamo come mangiano quelli del governo, chiediamo di poter vivere nelle nostre case e che il governo ritiri i suoi paramilitari”. Un’altra compagna dichiara ”Resisteremo finché dio ci conserva in vita. Vogliamo insegnare ai nostri figli come si deve vivere”.

1 L’ejido è una forma di proprietà comunitaria della terra, tuttora riconosciuta dalla Costrituzione messicana, dai tempi della rivoluzione di Zapata e Villa, nei primi anni del secolo scorso. La terra viene anche lavorata collettivamente.

2 Pozòl: bevanda, a base di mais spesso fermentata, in uso in tutto il Messico.

3 Oportunidades, Procampo fanno parte della strategia del governo per ridurre l’appoggio indigeno all’EZLN. Il governo offre appoggi in denaro e prestiti ai campesinos indigeni a condizione che non appoggino l’EZLN ed entrino nelle organizzazioni politiche governative

(da nota di YaBasta e GlobalProject).

Anche i narcos colombiani hanno imparato a decapitare i nemici / DOCU-FILM: Piano Colombia – La Guerra dell’America alla Droga

Piano Colombia – La Guerra dell’America alla Droga

Pubblicato in data 19/mar/2012 da

[Documentario ITA] Storia della droga – Pablo Escobar – Piano Colombia – La Guerra dell’America alla Droga

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Anche i narcos colombiani hanno imparato a decapitare i nemici

La guerra di mafia nella Valle del Cauca, con mini-gang che torturano e smembrano i rivali ma anche chi non vuole sottostare ai loro ricatti

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di Lorenzo Cairoli
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Tuluà dista 96 chilometri da Cali e sfiora i 200 mila abitanti. Sembrava una città tranquilla, un polo agro-industriale con masse di lavoratori che ogni mattina sciamano nella capitale e commercianti infaticabili e sagaci che nulla hanno da invidiare ai paisas di Medellin. E’ una delle sei città del dipartimento della Valle del Cauca ad avere una camera di commercio e la quarta città economicamente più importante della regione dopo Cali, Buenaventura e Palmira. La piazza in cui troneggia la cattedrale è graziosa, il resto della città è la fotocopia di decine e decine di città colombiane, coi suoi barrios, i suoi negozi, le sue strade con buche profonde ovunque perchè i senzatetto, i tossicodipendenti e i ladri si fregano i tombini, trasformando i pozzetti delle fogne, dell’acquedotto, delle linee telefoniche in trappole micidiali.

A Tuluà nel 1889 condannarono a morte un certo Joaquin Morales. Un plotone d’esecuzione con otto soldati gli sparò, ma quando la cortina di fumo si dissolse lui era ancora in piedi, miracolosamente illeso, senza una macchia di sangue sulla tunica. Gli spararono altri otto colpi e anche questa volta nessun proiettile andò a segno. A quel punto intervenne un religioso, padre Crespo, che gli aprì la tunica. Morales indossava uno scapolare della Vergine del Carmen. Il prete glielo sfilò di dosso, lo mostrò ai soldati e, al terzo tentativo, tutti i proiettili degli otto fucilieri si conficcarono nel petto del condannato. Di questo episodio e della piazza in cui si svolsero i fatti si è persa memoria perchè i tulueños hanno un interessse pallido e manchevole per la storia. Il luogo dell’esecuzione oggi è diventato un parcheggio, in un’area di hotel a ore, motel, pensioni per amori clandestini.

A Tuluà è nato Tino Asprilla, la presentatrice Carolina Cruz e il famigerato Cartello del Norte del Valle. Wílber Alirio Varela chiamato anche Jabón, El Cojo e El Negro era di Roldanillo, una frazione di Tuluà. Fu un sicario crudele, dichiarò guerra al clan Herrera, la vinse e creò lo spietato gruppo narcoparamilitare Los Rastrojos. Carlos Alberto Rentería Mantilla era di Tuluà. Fu l’ultimo capo del cartello, sfuggì per anni alle imboscate dei servizi segreti colombiani e della DEA che mise su di lui una taglia di 5 milioni di dollari. Si sottopose a infinite operazioni di chirurgia plastica per cambiare aspetto e depistare le polizie che lo braccavano.

Negli anni novanta Tuluà conobbe la Violenza, quando diventò ricettacolo di bande paramilitari, los pajaros, che seminavano orrore in tutto il Dipartimento. Poi la Violenza cessò, le cose migliorarono, Tuluà tornò a vivere una quotidianità tollerabile. Fino a qualche mese fa.

Oggi a leggere “El Pais”, il più importante quotidiano di Cali, sembra che Tuluà sia una città di Guerrero, Oaxaca, Michoacán, un polo agro-alimentare del Messico delle narcomattanze. Mai un giorno di pace, mai un giorno senza morti, senza decapitazioni – hanno trasformato un’orribile eredità azteca in una criminale catena di montaggio – senza pezzi di cadaveri sparsi per le strade – solite modalità “Ravensburger”: i cadaveri smembrati da una parte, le teste disseminate da un’altra. La città di Tino Asprilla e dello scrittore Gustavo Álvarez Gardeazábal è diventata un mattatoio a cielo aperto: 126 morti in questo 2012, un morto al giorno a cominciare dal mese di agosto. Le ultime vittime un ebanista ucciso a colpi di machete che un minorenne stava trasportando in una carriola per farlo sparire nel fiume Tuluà e il campione nazionale di tejo ucciso nel barrio Farfan – il tejo è uno sport tradizionale colombiano di origine indigena: si deve colpire un bersaglio contenente polvere da sparo con un disco metallico, lanciandolo da circa 20 metri di distanza.

La ferocia azteca dei sicari non si limita alle decapitazioni. Pollicino lasciava dietro di sè briciole di pane, i sicari di Tuluà pezzi di corpi che sparpagliano per i barrios della città – Farfán, Las Américas, La Inmaculada, San Antonio, La Trinidad e il corregimiento di Aguaclara. E i corpi che non vengono decapitati o smembrati presentano segni di torture bestiali. Il 27 agosto la polizia ha ritrovato sull’argine del fiume il cadavere di un minorenne avvolto in una coperta. Aveva mani e piedi legati e una corda al collo. Poco dopo è toccato a due adolescenti massacrati a bastonate e seviziati al viso con lame di coltello. E il 4 agosto è apparsa la testa decapitata di un altro adolescente accompagnata dal messaggio “Da parte di Anibal, alias El Picante”. Neanche gli anziani sono risparmiati dall’onnipotenza dei sicari. Solo in agosto ne sono stati assassinati tre. Nella maggior parte dei casi le vittime di questa nuova ondata di violenza sono persone di ceto modesto: commercianti, calzolai, venditori ambulanti, mototaxisti. E questo avvalora la tesi degli investigatori: c’è una terza generazione di narcos spezzettata in tante piccole bande che si fanno la guerra per avere il monopolio del narcotraffico locale e che non si uccidono solo tra di loro ma assassinano anche chi si rifiuta di pagare la mazzetta.

La polizia ha cercato in tutti i modi di arginare questa ondata di violenza. Come fece il generale Naranjo che si trasferì da Bogotà a Pereira quando scoppiò la guerra di pandilla a Dosquebradas così il colonello Nelson Ramirez, comandante della polizia della Valle ha spostato il suo quartier generale a Tuluà, ha dato il benservito al comandante della polizia locale e ha fatto venire in città 200 agenti a rafforzare il contingente. Tutto questo però non è servito a nulla.

Forse i baby narcos di Tuluà non hanno molto da apprendere dai macellai dei narcocartelli messicani perchè nella mafia colombiana è sempre esistita la tortura, come un marchio di fabbrica. La differenza è che prima non era così plateale, così sfacciatamente esibita, così sotto agli occhi di tutti. La cosa singolare è che adesso sono piccole bande e non cartelli a decapitare e a smembrare il più delle volte per il semplice dominio di una rivendita di bazuco.

Per la verità ci sarebbe altro da raccontare. Anche a Palmira, 28 chilometri da Cali, quasi 300 mila abitanti, si muore come a Tuluà. Mercoledi un vigilante è stato assassinato in una scuola del barrio Chapinero, nel Sud di Palmira, sotto gli occhi attoniti degli studenti. E anche a Palmira, da agosto, si viaggia alla media di un morto al giorno. E così ripenso alle mie amiche di Palmira e Tuluà quando le invitavo a Cali e loro declinavano a malincuore perchè Cali era troppo violenta. Così ero io ad andare da loro e passeggiando nei barrios in cui abitavano pensavo: “che pace, che serenità, qui potrei davvero appendere il cappello, affittare casa e radicarmi “. Mai fidarsi delle apparenze.

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fonte lastampa.it

SUPERARE LA CRISI – Il dubbio e’ rivoluzionario

Via Campesina, il Sud America e il fatalismo


Pubblicato in data 09/set/2012 da

Il dubbio e’ rivoluzionario

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Articolo di Alessandro Di Battista

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“Il Latino-America sta rafforzando una convinzione che ho da tempo. Il primo nemico da combattere nella battaglia per la giustizia sociale non sono le banche, le multinazionali, i governi corrotti o il crimine organizzato. Il nemico numero uno è il fatalismo.

Sono soltanto belle idee che non si possono applicare“, “l’Italia non è mica l’Ecuador“, “non è possibile cambiare un sistema in così breve tempo, forse ci riusciranno i nostri figli“. Ma chi l’ha detto?
Nel bellissimo post di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato sul blog si parla di Correa e della decisione del governo ecuadoriano di cancellare un debito immorale. Correa, che tra l’altro non è neppure perfetto, non è sceso in Ecuador con un asteroide o si è materializzato per un miracolo divino. Correa in Ecuador, Morales in Bolivia o Ortega in Nicaragua sono stati eletti grazie al lavoro instancabile di centinaia di movimenti sociali che hanno scelto di dire basta alle ingiustizie. Anche in questi paesi era partito il coro dei rassegnati, “l’economia solidale è un’utopia“, “gli Stati Uniti non ci scioglieranno mai le catene“, “la sovranità alimentare è soltanto un’illusione“.

La storia attuale del Sud America dimostra il contrario, dimostra che un popolo organizzato, unito e informato ha un potere immenso anche contro nemici spietati. La CLOC-Via Campesina è una delle organizzazioni contadine più grandi del continente, coordina 84 organismi di 16 paesi differenti ed è una forza capace di promuovere alternative e creare nuovi paradigmi sociali. Oggi ha sede a Quito. Come Assange ha scelto l’Ecuador e anche questo non è stato un caso. Negli ultimi 10 anni ha sviluppato idee e ha fatto pressione sui governi nazionali affinché le adottassero come scelte programmatiche. L’Ecuador ha accolto il progetto di sovranità alimentare di Via Campesina e la Bolivia ha approvato cambi costituzionali che favoriscono l’equità sociale. La Kirchner in Argentina ha nazionalizzato la YPF e, in piena era delle privatizzazioni, il Nicaragua ha reso pubblica l’istruzione e la sanità.

Perché loro sì e noi no? Forse perché abbiamo la mafia? Perché da noi c’è troppo benessere? Perché l’Europa non ce lo chiede? Balle! Sarà per via dei miei 33 anni ma non posso accettare l’idea di non potere incidere sul futuro.
Movimenti come Via Campesina danno prova che la società civile è assolutamente in grado di avanzare soluzioni e che la crisi, alimentare in Sudamerica, finanziaria ed economica (e un domani alimentare) in Europa, possa essere un’opportunità per ridiscutere un intero modello di vita. Purtroppo la crisi non è un’occasione soltanto per le popolazioni che chiedono un cambiamento, lo è anche per chi fino ad oggi ha detenuto il potere e cerca in ogni modo di mantenerlo. In Latino-America le tragedie non sono ancora finite. Le stesse transazionali che per decenni hanno impoverito terra e popoli oggi si tingono di verde e provano ad offrire false soluzioni ecologiche. E’ il mito dell’economia verde, un mito falso, ipocrita e imperialista. In Italia succede lo stesso, la classe dirigente che ha indebitato la popolazione ha la spudoratezza di suggerirci la strada per tornare ad essere competitivi. Cambia qualche faccia, ad un Presidente impresentabile succede uno che sa il francese e mezza Italia dice: “che bravo, sa il francese, ora si che ci rispettano in Europa“.

E’ in tempo di crisi che la società civile deve vigilare ancor di più, deve mettere in discussione ogni cosa, deve informarsi come mai ha fatto nella Storia, deve partecipare, deve studiare le proposte che arrivano dall’America Latina. Non deve mai credere al 100% a quello che le viene raccontato. Il dubbio é rivoluzionario.

I movimenti sociali ecuadoriani si incontrano con quelli argentini, i brasiliani con i peruviani, sanno di essere tutti quanti sulla stessa barca e discutono, propongono, approvano documenti. Lottano! Si sono incontrati lo scorso luglio a Rio de Janeiro in occasione del vertice RIO+20, hanno smascherato le menzogne del capitalismo verde, delle lobbies finanziare, delle Nazioni Unite che parlano di sicurezza alimentare quando dovrebbero approfondire il concetto di sovranità. Le organizzazioni latinoamericane presentano soluzioni come l’economia contadina, la riforma agraria integrale, l’implementazione di un modello energetico decentrato basato sull’auto-produzione. Si può anche accettare chi non vuole combattere, ma non chi sostiene che il mondo non si possa cambiare perché i problemi sono troppo grandi. Non c’è figura più deplorevole di colui che davanti a un’ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire “beh, tanto è così dappertutto“.”

Alessandro Di Battista (seguilo su Twitter)

Alessandro Di Battista è autore del libro “Sicari a 5 euro” di prossima pubblicazione.

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fonte beppegrillo.it

Mercosur condanna: in Paraguay è golpe

Fernando Lugo

Mercosur condanna: in Paraguay è golpe

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di Genesio

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Un golpe. Venerdì in Paraguay è stato destituito Fernando Lugo, vincitore delle elezioni del 2008, dalla presidenza della repubblica e del governo. Il processo di “giudizio politico” è previsto dalla costituzione Paraguaiana,  ma la condanna internazionale si è spinta oltre alle dichiarazioni di facciata: Mercosur e Unasur, le organizzazioni regionali economica e politica dell’America del Sud, stanno valutando i provvedimenti da prendere nei confronti del paese, spinte dalla volontà di Argentina, Brasile e Uruguay di espellerlo. I rispettivi ambasciatori sono già stati ritirati o consultati, Ecuador e Venezuela hanno dichiarato di non riconoscere nessun presidente che non sia Lugo fino all’ottobre del 2013.

La settimana scorsa alcuni contadini, supportati dal governo, avevano occupato delle terre di latifondisti al confine col Brasile e il tentativo di sgomberarli terminò con sei poliziotti uccisi. La rappresaglia, immediata, fu durissima e costò la vita a undici persone. A partire da questi eventi il Partito Liberale Radicale Autentico, alleato di governo del presidente Lugo, ha deciso di revocare l’appoggio e di schierarsi col partito Colorado, conservatore e di estrema destra, per un giudizio politico. Questo è una specie di impeachment, un meccanismo di sfiducia per poter destituire la massima carica dello stato per gravi ragioni politiche (ed eventualmente legali). Il processo si è concluso con la destituzione di Lugo e l’assunzione della presidenza da parte del suo vicepresidente Franco, leader del PLRA.

A prima vista la gravità degli argomenti esposti e il rispetto delle norme procedurali lasciano pochi spazi ai dubbi interpretativi. Tuttavia, la sensazione è che Franco sia stato usato come marionetta dal Partito Colorado per poter preparare la campagna elettorale in tutta tranquillità: i Colorados hanno governato il paese per 60 anni, dopo la caduta del dittatore Stroessner, e Lugo riuscì per la prima volta a scalzarli dal potere. Il Paraguay è il paese più povero dell’America del Sud, e sicuramente è trai più pericolosi. Le terre al confine con il Brasile, così come quelle limitrofe alla Bolivia, sono lande disabitate, possedute dai gruppi latifondisti brasiliani legati al narcotraffico che fanno del Paraguay il fornitore principale di droga per tutti i paesi vicini.

Lugo, unico nella storia ad aver battuto i Colorado, è un personaggio piuttosto atipico e controverso. Ex-vescovo, padre di ben due figli naturali (l’ultimo scoperto pochi mesi fa), aveva un sostegno elettorale piuttosto esiguo e la sua azione politica si è caratterizzata per la mancanza di dialogo con i partiti e i soggetti tradizionali, sostituiti dai movimenti contadini e sociali come principali interlocutori. La sua presidenza si può definire come un tentativo di sinistra, riuscito solo in parte: la riforma agraria è rimasta un progetto e la lotta alla corruzione è una chimera. Per queste ragioni il suo ex-vicepresidente Franco si è sentito spogliato di ogni potere, leader di un partito tradizionale e alleato strategico, certamente non convinto, del nuovo corso inaugurato da Lugo.

La ragione per cui si vede lo zampino del partito conservatore, i Colorados, è piuttosto semplice: Franco dovrebbe dimettersi tra otto mesi per poter partecipare alle prossime elezioni, sei mesi prima della scadenza del mandato, ha già annunciato che non lo farà e il partito Colorado è il grande favorito nei sondaggi. Controllando il governo, preparare una campagna elettorale si rivelerebbe molto più semplice, tenendo conto del taso di corruzione e di violenza in Paraguay.

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Manifestanti in Paraguay

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Il giudizio politico cui è seguita la destituzione di Lugo è stato definito dai presidenti dei paesi limitrofi come una farsa, una parodia o una pagliacciata, e solo la Colombia si è limitata a esprimere solamente preoccupazione per la possibilità che vengano infrante le regole democratiche. A questo proposito, è giusto sottolineare come il giudizio politico sia un processo previsto dalla costituzione. Deve essere richiesto dalla camera bassa, mentre il senato si trasforma in tribunale dove, una volta esposte le accuse e le prove della difesa, viene emessa la sentenza. I precedenti sono due, nel 1999 e nel 2003, entrambi conclusi con un’assoluzione.

Questa volta la camera bassa ha votato con un solo contrario l’impeachment di Lugo, dandogli 24 ore per preparare la difesa. Il venerdì Lugo non si è nemmeno presentato al senato, delegando a una squadra di avvocati la sua difesa. L’atto di accusa è durato 35 minuti e ha contenuto, oltre agli ultimi fatti di sangue, persino la firma di un accordo internazionale dell’Unasur nel quale si stabiliva la clausola di democraticità (se un paese perde questo requisito, non è più ammesso all’organizzazione). La difesa ha richiesto 18 giorni per poter preparare le risposte alle accuse, la richiesta è stata negata e Lugo condannato con 39 voti a favore, quattro contrari e due astenuti. Tutto in meno di 48 ore.

Formalmente le regole sono state rispettate, ma la forzatura su modi e tempi ha fatto letteralmente infuriare Dilma Roussef, presidentessa del Brasile, che ha proposto immediatamente l’espulsione del Paraguay dalle organizzazioni regionali (richiesta non benvista: il potere economico del Brasile sul Paraguay è enorme e gli intrecci sono tali per cui anche queste dichiarazioni della Roussef suonano quasi come un’ingerenza negli affari interni paraguaiani). La richiesta è stata però appoggiata da altri stati, e si tratterebbe di un precedente unico, una presa di posizione forte a favore della democrazia in una regione dove dopo anni di pace è riapparso lo spettro dei colpi di stato.

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fonte giornaleilreferendum.com

El Salvador, individuato dopo 31 anni il killer di monsignor Oscar Romero / GUARDATE IL VIDEO: Massacre in El Salvador during Oscar Romero’s funeral

Massacre in El Salvador during Oscar Romero’s funeral

Caricato da in data 04/dic/2008

Snipers from the National Army fire from the top of buildings during Romero’s funeral in 1980 in the central San Salvador park. And yes, this is how OUR people suffered, thanks in part to the US’ involvement in Salvadorian affairs! The US supported the then-bloodthirsty junta with financial aid and arms. They only stopped helping the Salvadorian junta after the 4 nuns were murdered, only to resume their aid a few days later. The US has been responsible for literally millions of deaths throughout the 20th century via illegal coups, establishing dictatorships in 3rd world countries and CIA-backed private wars.

El Salvador, individuato dopo 31 anni il killer di monsignor Oscar Romero

E’ Marino Samayoa Acosta, faceva parte della disciolta Guardia nazionale. Procede la causa di beatificazione

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di Franca Giansoldati
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CITTA’ DEL VATICANO – Lentamente, dal passato, la verità sulla morte di Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte, si sta facendo largo. Il quotidiano salvadoregno, Diario CoLatino, ha pubblicato una inchiesta su quel capitolo oscuro, dando finalmente un volto all’uomo che nel 1980 sparò contro quel vescovo coraggioso che non aveva paura di denunciare i crimini e sfidare apertamente la giunta militare.

L’assassino che lo uccise faceva parte della scomparsa Guardia Nazionale. Il suo nome è Marino Samayoa Acosta, è nato l’8 ottobre 1949. Il quotidiano spiega che il killer era membro del corpo di sicurezza del Presidente della Repubblica, il colonnello Arturo Armando Molina, e che sarebbe stato ‘assoldato’ direttamente dal figlio del Presidente, Mario Molina. La rivelazione ha subito fatto il giro del mondo.

Diario CoLatino afferma che pubblicherà prossimamente altre informazioni provenienti da “ambienti vicini al maggiore dell’Esercito Roberto D’Aubuisson”, che da sempre e da più fonti, dentro e fuori il Paese centroamericano, è indicato come il mandante dell’omicidio.

Il vescovo fu crivellato di colpi all’altare, mentre stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale della capitale. Amado Antonio Garay Reyes, l’uomo che guidava l’auto che portò il killer sul luogo del crimine, ha confermato la storia, spiegando che entrambi provenivano dalla residenza dell’imprenditore Roberto Daglio dove si ultimarono i preparativi finali del crimine. Il quotidiano salvadoregno che da oltre 25 anni si occupa della vicenda, ha sottolineato che in questo modo verrebbero confermate le dichiarazioni rese ai giudici nel 2006 dagli altri due militari che presero parte nell’operazione: Alvaro Rafael Saravia ed Eduardo Avila Avila (ucciso in circostanze non ancora chiarite).

Se la giustizia terrena va avanti, allo stesso modo procede anche la causa di beatificazione aperta nel 1997 in Vaticano. Il postulatore della causa, monsignor Vincenzo Paglia ha affermato di recente che l’iter avanza senza problemi di sorta anche se occorrono i tempi tecnici per poter riconoscere il martirio di monsignor Romero.

Sulla vita di questo coraggioso prelato gravava, infatti, un’ombra: la sua presunta vicinanza alla Teologia della Liberazione, corrente teologica considerata dalla Chiesa profondamente sbagliata e per questo messa al bando agli inizi degli anni Ottanta. «Romero non era un vescovo rivoluzionario, ma un uomo della Chiesa, del Vangelo e quindi dei poveri» ha chiarito monsignor Paglia, aggiungendo che semmai fu vittima della «polarizzazione politica che non lasciava spazio alla sua carità e pastoralità». Romero avversava con coraggio sia la violenza espressa dal governo militare, sia quella della guerriglia.

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Domenica 11 Settembre 2011 – 13:41

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=162647&sez=HOME_NELMONDO

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e il mensile di emergency

link agli articoli

CRONACHE DA FIRENZE

La copertina del mensile di settembre

Guatemala oggi alle urne. Favorito il ‘generale della pace’ Molina: “Urge mano dura!” – VIDEO: ¿Qué hay con el Frente? – Rigoberta Menchú y el cierre de campaña

Visión Siete: Elecciones en Guatemala

Caricato da in data 08/set/2011

Columna de Internacionales de Telma Luzzani. En el cierre de campañas, las encuestas señalan que de los nueve candidatos, solo tres tienen posibilidades de una segunda vuelta en las elecciones presidenciales que se celebran el domingo en Guatemala, país aquejado por pobreza estructural y altos índices de inseguridad. El general Otto Pérez Molina (Partido Patriota) encabeza los sondeos con su eslogan “Urge mano dura” y minimiza las denuncias que lo acusaron ante la ONU por violación de los derechos humanos durante la guerra civil. Rigoberta Menchu Tum, premio Nobel de la Paz, quedaría fuera de la contienda. Emitido por Visión Siete, noticiero de la TV Pública argentina, el jueves 8 de setiembre de 2011. http://www.tvpublica.com.ar

¿Qué hay con el Frente? – Rigoberta Menchú y el cierre de campaña

Caricato da in data 07/set/2011

Programa de 15 minutos presentando la oferta del partido Frente Amplio de Izquierda, para su participación en las elecciones de Guatemala en 2011.

Guatemala oggi alle urne
Favorito il “generale della pace”

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fonte immagine

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I candidati sono comunque tutti espressione di una destra che, nonostante abbia provocato 36 anni di guerra civile, 200 mila assassinati, 40 mila desaparecidos, si riafaccia sull’arena politica di un paese stremato dalla violenza del crimine e del narcoterrorismo

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dall’inviato di Repubblica DANIELE MASTROGIACOMO

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Guatemala oggi alle urne Favorito il "generale della pace"

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CITTA’ DEL GUATEMALA – A volte ritornano. Anche i personaggi più discussi. Con il loro passato pieno di ombre e di sospetti che riaffiorano nel presente. Ma tornano. E possono vincere. Otto Pérez Molina, 60 anni, generale in pensione, il “generale della pace” come ama definirsi in pubblico, leader del Partido Patriota (Pp), oggi potrebbe trionfare al primo turno delle elezioni presidenziali che si tengono qui in Guatemala. Oltre al presidente, al vice, si nominano 158 deputati del Congresso, 333 sindaci e 20 delegati al Congresso Centroamericano.

I dati, confermati da ripetuti sondaggi, dànno per vincente Molina: raccoglie il 51 per cento dei voti e distacca di oltre 20 punti i suoi avversari. Due, in particolare, tra i dieci candidati, cercano di insidiarlo: Manuel Baldizòn, 46 anni, imprenditore, populista di Libertad democratica renovada (Lider) e Eduardo Suger, 54 anni, esponente di Compromiso, Renovaciòn y orden (Creo). Ma non c’è partita; troppo distacco e poi giocano tutti sullo stesso fronte.

Sono espressione di una destra che, nonostante abbia provocato 36 anni di guerra civile, 200 mila assassinati, 40 mila desaparecidos, si riafaccia sull’arena politica di un paese stremato dalla violenza del crimine e del narcoterrorismo. “Abbiamo bisogno di una svolta. Di un uomo forte, di qualcuno che metta ordine in questo caos”, si giustifica Félipe, l’autista del taxi che mi guida in un giro per la città. Lo dice con aria seria, guardando dritto davanti a sé. Incurante della realtà che ci appare: una marea umana che riempie i marciapiedi con carretti, furgoni, banchi, tende fatte di stracci e con i quali, ogni giorno, improvvisa il commercio della sopravvivenza. Se Otto Pérez Molina dovesse vincere, sarebbe il primo ritorno di un generale, nel paese dominato e distrutto dai generali, dopo 15 anni di pausa con goveni civili. Anche se il suo ritorno non significa automaticamente l’arrivo dell’Esercito.

Félipe vive nel settore 2, uno dei 12 in cui è divisa questa immensa metropoli dove il 52 per cento della popolazione, a maggioranza india Maya, che qui aveva il cuore del suo grande Regno, si arrangia in condizioni di estrema povertà. Il suo quartiere è un agglomerato di case fatte in lamiera aggrappate ai costoni di uno dei canyon che scivolano dall’altipiano di Città del Guatemala verso le vallate solcate da fiumi e circondate dalla foresta. Me lo indica. E, con un sorriso amaro, mi fa notare che a poche centinaia di metri, dietro altre case e botteghe, logore ma in muratura, sorgono i settori 10 e 12,  le aeree residenziali, quelle dei ricchi, ornate da grattacieli in vetro e schiere di villette con i giardini curati.

Uscito dall’incubo delle stragi, delle torture, delle scomparse, il Guatemala fatica a conquistarsi spazi di democrazia. Tre decenni di una spietata guerra civile hanno soddisfatto le aspettative delle classi latifondiarie e placato le ossessioni anticomuniste degli Stati uniti ai tempi della Guerra fredda. Ma hanno anche lasciato un vuoto che oggi condiziona il futuro del paese.

La violenza scatenata dall’esercito nel 1954  durante il regime del colonello Carlos Castillo Armas, condannato a morte e poi evaso quattro mesi prima di guidare un colpo di Stato orchestrato dalla Cia, ha provocato l’unico vero genocidio etnico di tutta l’America Latina. Assieme a decine di migliaia di indios, massacrati nei loro villaggi rasi al suolo e incendiati, sono scomparse fisicamente anche quelle intelligence politiche che oggi avrebbero potuto concorrere alle elezioni. Ma non esistono più. Perfino il Premio Nobel per la Pace Rigoberta Manchiù, forse la figura più nota dell’opposizione guatemalteca per le sue denunce sulle atrocità commesse, raccoglie un misero 1 per cento dei consensi. Per avere più forza ha unito sotto il suo nome tutte le sigle della sinistra che nel 1982, per reagire alla violenza dei militari e degli squadroni della morte, formarono fino al 1996 l’Unidad révolucionaria nàcional guatemalteca (Urng), un fronte clandestino armato.

Il presidente uscente, il socialdemocratico Alvaro Còlom, negli ultimi 4 anni ha cercato di avviare timide riforme che puntavano a una distribuzione delle ricchezze create con l’esportazione di caffè e lo sfruttamento di importanti materie prime. Ma è stato contrastato dalla solite poche famiglie che contano e che sono sempre contate in Guatemala.

Se un tempo c’era la United fruit che tramava con la Cia statunitense e si affidava ai militari golpisti, ora sono le industrie minerarie e quelle agroalimentari a decidere il destino di una nazione. Con una novità importante che si è inserita nello scacchiere politico: il narcotraffico. I Cartelli della droga, soprattutto “Los Zetas” messicani, hanno creato le loro basi in Guatemala. Perché è più facile riciclare l’immenso tesoro che accumulano ogni giorno e possono gestire con tranquillità, grazie alla corruzione imperante, il traffico verso i ricchi clienti del Nord America.

In città non si nota lo spaccio, di fatto non esiste. Il mercato, quello vero, è altrove, all’estero. Qui è tutto più soffuso, come il fiume di denaro che scorre nelle solite mani, ma carico di violenza. Si spara e si uccide con una facilità impressionante. Non c’è guatemalteco che non abbia avuto un furto, un’aggressione. “Al semaforo ti bussano sul vetro della macchina con la canna della pistola e ti svuotano le tasche”, spiega con rassegnata ironia il cameriere di un caffè del centro. I racconti e gli aneddoti si sprecano. C’è chi ha subito rapine camminando poche centinaia di metri; chi si è trovato minacciato dai banditi, mischiati tra i passeggeri, mentre viaggiava sui taxi collettivi verso i villaggi dell’interno. Trenta candidati locali sono stati fatti fuori. Il capo dell’Osa, l’Organizzazione degli Stati americani José Miguel Insulza, ha espresso grande preoccupazione. Si temono atti di violenza, nonostante la presenza sul territorio di 24 mila agenti, il 33 per cento in più delle ultime elezioni.

Le cronache raccontano di un avvocato che ha pronosticato la sua morte. Nel video che ha girato accusava il presidente nel caso fosse stato ucciso. E’ stato freddato pochi giorni dopo. Quel video, come un testamento postumo, ha avuto la forza di una denuncia che ha fatto discutere per settimane i socialnetwork. Molti hanno parlato di provocazione, di ricatti, hanno sostenuto che l’avvocato fosse solo un folle che cercava notorietà. Ma la morte di Facundo Càbral, noto cantante argentino, non è una leggenda. Un paio di settimane fa era venuto in Guatemala per promuovere il suo ultimo disco e fare un po’ di beneficienza. E’ stato colpito da una raffica di proiettili mentre si dirigeva all’aeoroporto. Non era lui l’obiettivo ma chi lo accompagnava: aveva dei conti in sospeso.

Le statistiche sono agghiaccianti: 16 omicidi al giorno, 60 per cento dei quali attribuiti alla malavita organizzata, per il 98 per cento  rimasti impuniti. Solo nel 2010 sono state ammazzate 5960 persone. Su una popolazione di 14 milioni significa che ogni 100 mila abitanti, 41,5 persone vengono assassinate. Si spara per nulla. Un gesto sbagliato, una reazione impulsiva. Basta anche solo trovarsi nel mezzo di una sparatoria improvvisa. “La responsabilà”, concordano tutti, “è del narcotraffico”.

Eppure l’ex generale Pérez Molina ha perso le scorse presidenziali proprio perché aveva puntato tutta la sua campagna sulla violenza e la lotta alla criminalità. Battuto al ballottaggio da Ivaro Colòm, questa volta ha evitato di far leva sulla paura; ha promesso l’aumento del salario minimo, ora fissato a 304 dollari, e una riforma del fisco su cui insistono molto i consiglieri americani per rafforzare l’economia.

Dai file di wikiLeaks messi in rete dal gruppo di Assange si scopre quanto sia ancora presente e decisiva l’influenza statunitense. Gli interessi Usa in Guatemala restano importanti; questo è un paese che offre la più ampia e forte economia di tutto il Centroamerica: il Pil è di 20 mila milioni di dollari. Molina punta a innalzarlo di un punto: dal 4 al 5 per cento. Nei dialoghi con l’ambasciatore Usa, poi cablati a Washington, si apprende che l’ex generale aveva timore del suo passato. Era convinto che l’ex first lady e moglie del presidente Còlom, anche lei candidata ma con poche possibilità di successo, tramasse per tirare fuori delle prove compromettenti. Le ripetute denunce che indicano l’ex generale come corresponsabile di tantissime stragi, quando era capitano e poi maggiore dell’esercito, sempre operativo sul campo, non hanno però sortito alcun effetto.

Il candidato favorito nega ogni suo coinvolgimento nelle mattanze e nei raid criminali contro le popolazioni indigene Maya. Si considera, al contrario, l’autore dell’accordo, mediato dall’Onu, con l’opposizione armata nel 1996 quando era capo di Stato maggiore. “La firma su quel foglio l’ho messa io”, replica indignato davanti ai video e alle dichiarazioni dell’epoca che lo accusano. “E poi il paese ha bisogno di voltare pagina. Io sono il generale della pace”. Quando i colleghi guatemaltechi gli hanno chiesto come fosse riuscito a usare oltre un milione di dollari per la campagna elettorale, violando apertamente la legge che stabilisce un tetto di 125 dollari nelle spese, ha parlato di “donazioni spontanee”. Nessuno lo dice, ma è facile immaginare da parte di chi.

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11 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/11/news/guatemala_oggi_alle_urne_favorito_il_generale_della_pace-21505904/?rss

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ADDIO A UN AMICO – Ya se mira el horizonte, Matteo / Dubbi sulla morte di Matteo Dean?

Ya se mira el horizonte, Matteo

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di Vittorio Sergi

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MatteoDean.jpg[Sabato 11 giugno, in un tragico incidente stradale, è morto un collaboratore di Carmilla: Matteo Dean, di soli 37 anni, italiano residente in Messico, giornalista, ricercatore. Dava il suo apporto prezioso a varie testate italiane e messicane, tra cui la nostra (vedi qui, qui e qui). Lo ricordiamo con commozione attraverso le parole di un suo amico molto stretto, Vittorio Sergi.] (V.E.)

“lento
viene el futuro
con sus lunes y marzos
con sus puños y ojeras y propuestas
lento y no obstante raudo
como una estrella pobre
sin nombre todavía”

Mario Benedetti, “Lento pero viene”

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Nella notte tra sabato e domenica Matteo è morto, nel pieno della sua vita, della sua lotta, dei suoi amori. E’ morto nel Messico che amava e che insieme a lui in tanti abbiamo imparato ad amare con la sua gente, la sua terra dura e vitale, la sua disperazione e la sua magia.

Per lui il Messico è stato molto più che una passione della gioventù, ha seguito dall’inizio e con interesse e condivisione profonda, la storia di uno dei movimenti di liberazione più significativi degli ultimi 20 anni: l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e tante altre iniziative di lotta che dal basso si sono sviluppate in Messico a partire dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994. E’ rimasto fedele fino all’ultimo a quella visione che nasceva da una militanza in prima persona, nella strada, nel suo tempo. Anche nel suo lavoro di ricercatore e di giornalista indipendente, prima di tutto venivano le persone, le loro storie, il Mexico de abajo. Dai sentieri delle montagne del Chiapas fino alla frontiera di Tijuana ed oltre nel cuore degli States, il suo impegno a fianco degli ultimi e dei ribelli è sempre stato diretto, orizzontale e coraggioso. Per questo nel corso degli anni ha anche subito l’espulsione dal Messico come tanti altri compagni internazionali ma era riuscito a ritornare ed aveva scelto di radicarsi nel paese che amava. Ha scelto di vivere nel quartiere periferico di Tepepan dove ha animato insieme ad altri compagni messicani un collettivo di quartiere mentre continuava a lavorare come insegnante di italiano e si impegnava sempre di più nel giornalismo di inchiesta e nella ricerca. In questo campo ha introdotto in Messico il dibattito internazionale sui temi della precarietà tra i lavoratori e le lavoratrici ed ha condotto una importante inchiesta sulle nuove forme dell’outsourcing collegando i movimenti sindacali con quelli contro la globalizzazione neoliberista.

Negli ultimi anni il suo lavoro l’ha portato a viaggiare in tutta l’America Latina e in Europa dove ha raccolto tante storie diverse, tutte accomunate da un irriducibile desiderio di giustizia e libertà sociale. Nella sua biografia c’è tutta la passione di una generazione che ha saputo ricostruire una grammatica dell’internazionalismo in nome dell’umanità e della dignità.

Con Matteo dal 2001 ad oggi ho avuto la fortuna di condividere chilometri, giorni e notti, difficoltà e allegrie in Messico, negli USA ed anche in Europa quando riuscivamo a incontrarci. E ricordo che a volte il suo impegno intenso nel lavoro lo faceva diventare oltremodo serio fino a che poi non si liberava con una risata luminosa o con un abbraccio forte. Matteo, un compagno la cui patria era il mondo intero era però anche orgoglioso delle sue origini triestine, di quella terra di confine, fiera e partigiana e ritrovava gli echi di quella storia in un mondo solcato da barriere, conflitti e divisioni. E alla storia dei suoi compagni di quella terra, dai partigiani fino ai centri sociali di oggi, riannodava sempre il filo rosso dell’autonomia e dell’uguaglianza.

Purtroppo quando una vita si interrompe così all’improvviso tante cose restano incompiute, ma nel caso di Matteo sono certo che tutta la sua eredità sia ancora tra noi, negli occhi e nelle mani di chi l’ha conosciuto e con lui ha condiviso un pezzo dei suoi racconti, della sua rabbia, della sua speranza

Ya se mira el horizonte Matteo!

Firenze 13 giugno 2011

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fonte:  http://www.carmillaonline.com/archives/2011/06/003929.html

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Dubbi sulla morte di Matteo Dean?

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Il settimanale messicano Proceso lancia alcuni dubbi sulla morte di Matteo Dean, il giornalista e attivista italiano investito da un camion a Toluca sabato scorso.

In particolare Proceso intervista la moglie di Matteo, Sol Rojo, che si sofferma su alcune circostanze della morte del corrispondente del Manifesto dal Messico: il fatto che il camion non abbia cercato in alcun modo di evitare l’impatto né segnalato in alcun modo il non poter frenare e che abbia trascinato il corpo di Matteo per 30 metri. Inoltre denuncia che non sarebbe stata compiuta alcuna indagine per verificare se effettivamente il camion ha avuto un guasto meccanico ai freni (il motivo addotto a giustificazione dell’incidente). Il camionista poi sarebbe stato immediatamente rilasciato e non sono state acquisite dagli inquirenti né sue dichiarazioni né le immagini delle telecamere del casello dove è avvenuto l’incidente.

Infine è ignoto se il Consolato italiano abbia fornito la dovuta assistenza legale alla vedova di Matteo per evitare che (al di là di dubbi sulla volontarietà) anche l’omicidio colposo di Matteo possa finire nel calderone dell’impunità tipica del Messico di questi anni, anche per lottare contro la quale aveva dedicato la vita.

Intanto una piccola folla ha dato l’ultimo saluto a Matteo a Città del Messico. Era tanta la gente che gli era amica o si era incontrata con lui in oltre dieci anni di vita, lavoro e militanza nel paese nordamericano. Racconta Fabrizio Lorusso che hanno intonato “Bella Ciao”, messicani e italiani insieme. Il suo corpo è stato cremato e rientrerà a Trieste dov’era nato 36 anni fa.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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fonte:  http://www.gennarocarotenuto.it/15936-dubbi-sulla-morte-di-matteo-dean/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+gc+%28GennaroCarotenuto.it%29

ACCADEVA DOMANI – Monsignor Romero, una morte annunciata / VIDEO: Ultima homilia de Monseñor Romero

Ultima homilia de Monseñor Romero


Da: | Creato il: 05/ott/2007

Monsignor Romero, una morte annunciata

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Il Vangelo di oggi ci conferma la tremenda dottrina di Cristo che ci invita a non aver paura della persecuzione, perché credete fratelli chi si scaglia contro i poveri condividerà il loro stesso destino e noi in Salvador sappiamo qual è il destino dei poveri: desaparecidos, essere catturati, essere torturati e riapparire cadaveri”. Mons. Romero

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Le sue denunce contro la violenza, le torture e le sparizioni, le sue scarpe impolverate e il suo stare sempre dalla parte di chi ha bisogno, hanno fatto di lui un prete scomodo. Oggi per la Chiesa è un martire, per i campesinos sudamericani e per chi ama la sua figura un santo non ufficiale.

Per chi ha ordinato la sua morte la sua colpa è proprio questa: aver rotto il silenzio.

Ai poveri dell’America Latina Romero aveva promesso: “Se verrò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

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Romero diventa vescovo di Santiago de Marìa

Oscar Arnulfo Romero y Galdámez nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios un paese vicino alla città di San Miguel, ne El Salvador. Secondo di otto fratelli, la sua è una famiglia modesta. Suo padre è un telegrafista, mentre la madre è casalinga. Nel ’37 entra in seminario e pochi mesi dopo viene mandato a Roma per proseguire gli studi. Qui il 4 aprile del ‘42 viene ordinato sacerdote e inizia la tesi di dottorato, ma con lo scoppio della guerra si vede obbligato a tornare nel suo Paese.

Il suo impegno come sacerdote inizia nella parrocchia di Anamorós, per poi spostarsi a San Miguel, dove rimane per 20 anni. In seguito diviene segretario della Conferenza episcopale di El Salvador, fino a quando il 25 aprile del ’70 viene nominato Vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970: diventa così il collaboratore principale di Monsignor Luis Chàvez y Gonzàlez che, insieme a Rivera y Damas, è uno dei protagonisti della Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín (Colombia) del 1968 e sta realizzando i cambiamenti pastorali che il Concilio Vaticano II esige per lo sviluppo di un nuovo modo d’intendere il ruolo della Chiesa Cattolica in America Latina.

Questi però non vedono bene la nomina di Romero perché non in linea con il loro pensiero: egli è noto per essere un convinto conservatore. Intanto il 15 ottobre del ‘74 viene nominato Vescovo di Santiago de María, uno dei territori più poveri della nazione.

Il gesuita salvadoregno Salvador Carranza, racconta: «Quando lo elessero come nuovo arcivescovo, elessero quello che probabilmente rappresentava la parte più conservatrice. L’esercito e i giornali de El Salvador si rallegrarono e così anche Roma. Dicevano: “Abbiamo eletto qualcuno che sta dalla nostra parte”». Gli fa eco un altro gesuita Rodolfo Cardenal: «È chiaro che noi non eravamo contenti della sua nomina. Fu il primo ad accusarci pubblicamente di marxismo per l’organizzazione del nostro clero e le nostre convinzioni. Attaccava la nostra stessa teologia della liberazione».

Negli anni ‘70 la violenza ne El Salvador diviene spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Lo stesso giorno della nomina di Romero l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

Romero si dà anima e corpo alla causa dei poveri

Quella che da tutti viene chiamata la conversione, l’illuminazione di Romero avviene pochi mesi dopo la sua nomina e precisamente il 12 marzo del ’77 quando viene ucciso il gesuita Rutilio Grande da parte delle squadre della morte che lo trucidano con diversi colpi di mitra insieme ad altri due uomini. Il gesuita aveva fatto della sua vita una missione in aiuto dei poveri, soprattutto attraverso la creazione dei gruppi di auto-aiuto dei campesinos.

Giunto sul luogo del delitto Romero impone subito la sua volontà: verrà fatta una sola messa, un solo funerale. E all’opposizione dell’annunziatura, risponde: “Questi sacerdoti e il popolo stanno aspettando la messa unificata e la messa si farà”. Da questo momento Romero, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, vede chiaramente le ingiustizie, le repressioni, le torture (anche mentali) e gli omicidi che fino a quel momento avevano subito i poveri salvadoregni. Inizia quindi la sua azione di denuncia che pagherà poi con la morte.

La domenica seguente, il 9 marzo, nella Basilica di santa Marta, c’è moltissima gente: è venuta da diverse parti del Paese per assistere al funerale di Rutilio Grande. Nel corso della cerimonia viene trovato un sacchetto con vari candelotti di dinamite, fortunatamente però non esplodono e gli artificieri della polizia li disinnescano.

Nella sua omelia Romero parla chiaramente delle responsabilità dello Stato e del potere giuridico, nonché delle ingiustizie subite dal popolo salvadoregno. Riguardo al suo “cambiamento” Salvador Carranza racconta: «In quella messa di fronte ai cadaveri Romero era molto commosso; da quel momento ci rendemmo conto giorno dopo giorno che ci trovavamo di fronte a un Romero nuovo che iniziava a denunciare e a parlar chiaro». Apre quindi un’inchiesta su padre Rutilio Grande e chiude per tre giorni scuole e collegi. Istituisce inoltre una commissione permanente in difesa dei diritti umani.

Da questo momento condividere la strada degli umili, ascoltare il grido degli oppressi e lasciarsi evangelizzare da loro, sono i suoi imperativi.

Le sue omelie diventano sempre più famose e arrivano alle orecchie di migliaia di persone che vedono in lui la speranza. Una parte della Chiesa comincia però a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”.

L’assedio di Aguilares

La situazione politica si fa sempre più critica e intanto il 1 luglio del ‘77, il generale Carlos Humberto Romero leader del PCN (Partito di Conciliazione Nazionale), ovvero il centro-destra dei militari nazionalisti, sale al potere con un colpo di Stato. Romero rifiuta di presenziare alla cerimonia d’insediamento perché non era ancora stata fatta luce sulla morte di padre Grande.

Un anno dopo, il 21 giugno del ’78, a Roma Papa Paolo VI lo incoraggia a continuare sulla via intrapresa.

Intanto l’esercito, guidato dal governo, diviene sempre più violento e arriva anche a occupare le chiese, tra cui quella di Aguilares. È mattino presto e nella città iniziano a suonare le campane. Tutta la gente viene svegliata e viene dato loro l’ordine di non uscire di casa. I soldati sterminano più di 200 fedeli e occupano la città a cominciare dalla chiesa che viene profanata, in quanto “covo di marxisti infiltrati”, calpestando le ostie con gli scarponi. Viene sparso il terrore: molti sono i cittadini picchiati o incarcerati solo perché in casa tenevano una foto di padre Rutilio Grande. I militari per tre mesi non fanno avvicinare nessuno al paese fino a quando finalmente ricevono l’ordine di restituire la parrocchia ai fedeli. «A me tocca il destino di andar raccogliendo violenze e cadaveri e tutto quello che lascia dietro la persecuzione della Chiesa», dice Romero quando lo chiamano ad Aguilares. Arrivato con un gruppo di religiosi e sacerdoti afferma: “Ci troviamo qui oggi per riprendere possesso di questa chiesa parrocchiale e per ridare forza a tutti coloro che i nemici della Chiesa hanno calpestato. Voglio che sappiate che voi non avete sofferto da soli, perché la Chiesa siete voi. Siete voi il popolo di Dio; Gesù, oggi su questa terra”.

El Salvador subisce un nuovo colpo di Stato a opera dei colonnelli Majano e Gutierrez, il 15 ottobre del ’79.

Romero chiede aiuto

In questi anni la repressione conto la Chiesa non si scatena solamente contro Romero: sei sono i preti uccisi nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 quando altri sei gesuiti vengono uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia. Sui muri delle città si legge: “Haga patria, mate a un cura” (sii patriottico, uccidi un prete), è lo slogan della destra estrema. In tutto i preti che perderanno la vita in quegli anni sono 40.

Nel mondo cattolico più impegnato, a cui Romero presta le sue forze, benché si affermi di non avere ideologie politiche proprie, si preme per un impegno politico per la “liberazione” in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Romero, comunque, cerca più che altro di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo. Per questo viene definito reazionario.

Nel 1979 le omelie di Monsignor Romero ormai hanno raggiunto tutto il mondo, viene quindi candidato al premio Nobel per la pace. L’anno seguente, è il febbraio dell’‘80, riceve la laurea Honoris Causa dall’Università di Lovanio. In occasione del viaggio in Europa per ritirare la laurea, incontra Giovanni Paolo II e gli comunica le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo Paese sta attraversando. Con sé ha portato un copioso dossier. Ma in quell’occasione riceverà dal Papa solo un paternale rimbrotto: “Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese…” e il consiglio di non opporsi in quel modo alla lotta contro la sovversione.

Ma Romero vuole continuare a seguire la sua strada: il 17 febbraio dell’‘80 scrive al Presidente degli Stati Uniti, James Earl Carter, per chiedere di non inviare più aiuti militari in Salvador. Ma la sua richiesta non verrà esaurita. Durante l’omelia domenicale denuncia di aver ricevuto serie minacce di morte.

Oggi il gesuita Jose Maria Tojeira, dice di Romero: «È stata la cosa più impressionante della mia vita conoscere una persona non solo attraverso quello che vede la gente ma attraverso quello che la gente sente. Questa gente che soffriva terribilmente trovava in Romero la forza per sopportare l’assassinio dei suo figli, la guerra, per sopportare la fame e lottare con tanta speranza. Nella mia vita questo è un caso unico».

La morte

Nelle ore in cui Romero cerca di dare forza agli oppressi, infatti, qualcuno decide per il suo assassinio in una riunione segreta ricostruita da Oliver Stone nel suo film “Salvador” (1986).

Al “National Security Archive” americano di Washington che contiene tutti i documenti della CIA e del FBI resi noti c’è un rapporto datato 21 dicembre 1981, sull’assassinio di Romero. Si legge: “La decisione di assassinare l’arcivescovo fu presa in una riunione presieduta da Roberto d’Aubuisson. Durante al riunione tirarono a sorte il nome di colui che avrebbe premuto il grilletto”.

Romero sa che prima o poi lo uccideranno, ha molta paura ma a tutti dice: “Spero solo che quando ci proveranno non verranno colpiti degli innocenti”. Intanto in quei giorni le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l’arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano ancora una volta di morte.

Il 23 marzo del 1980, durante la sua omelia Romero afferma: «Desidero fare un appello agli uomini dell’esercito e in concreto alla guardia nazionale della polizia della caserme: fratelli, siete dello stesso popolo, ammazzate i vostri fratelli campesinos. Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “non ammazzare”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio!».

Forse è proprio con questo discorso che firma la sua condanna a morte.

La mattina del 24 marzo i seminaristi vanno a prenderlo per farlo distrarre un po’, sanno che è molto preoccupato e lo portano a fare una passeggiata al mare. Un suo amico, Salvador Barraza, racconta di quella giornata: «Andai a prendere Monsignore alle tre e mezza per andare dal medico, ricordo che era molto stanco e glielo dissi. Lui si fece una risata e disse: “Il cuore tra una pulsazione e l’altra riposa. E più ne ha più si riposa».

Alla sei del pomeriggio, mentre il sole inizia a tramontare, Romero comincia la consueta messa nell’ospedale della Divina Provvidenza. Ha il volto rivolto verso l’uscita mentre dice l’omelia: “Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, che in nome di Dio cessi la repressione”. Terminate le sue parole si sposta nella parte centrale della chiesa per l’offertorio, stende il corporale e appena si trova al centro dell’altare si sente uno sparo. Una pallottola partita dalla porta lo colpisce in pieno petto. Romero cadendo a terra afferra il corporale facendo spargere tutte le ostie; alcune si macchiano del suo sangue.

«Corsi ad aiutarlo – racconta una suora – ma vidi che era impossibile, perché l’emorragia era così forte, il sangue gli usciva dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. Non potevo fare nulla. La mia prima reazione non fu di paura, ma di rabbia. Guardai fuori per vedere chi lo aveva ucciso».

Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime.

Il funerale

Romero, per le sue posizioni apparentemente vicine alla Teologia della liberazione, ebbe sempre un rapporto difficile con la curia romana, tanto da non ottenere l’appoggio del nuovo Papa Giovanni Paolo II anche perché nei suoi primi mesi di pontificato non riusciva ad avere un chiaro quadro della situazione politica salvadoregna, soprattutto a causa delle scarse notizie, talvolta filtrate, che giungevano sulla sua scrivania.

A presenziare il funerale non c’è Giovanni Paolo II, ma il cardinal Corripio Ahumada arcivescovo di Città del Messico. Alla cerimonia partecipano circa 50.000 persone, colpite a loro volta da un’esplosione di cui non è mai stata chiaramente accertata l’origine. I morti sono 30, dovuti più alla folla in preda al panico (che calpesta anche le vittime), che non all’esplosione stessa.

Il Papa, nonostante le pressioni del governo salvadoregno volte a persuaderlo, si recherà a rendere omaggio a Monsignor Romero tre anni dopo, il 6 marzo del 1983 durante un viaggio in Sudamerica.

Nel 1997 viene aperta la causa di beatificazione di Romero della quale è stato nominato postulatore il Vescovo di Terni, Monsignor Vincenzo Paglia.

Giovanni Paolo II il 7 maggio del 2000 ha catalogato Romero tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una commossa evocazione al Colosseo: «Ricordati, Padre, dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti, come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico».

Ma chi lo ha ucciso?

La sua morte diviene un caso internazionale che coinvolge anche la CIA. Roberto White, ambasciatore americano in Salvador nel 1980, racconta: «Sapevamo della sua morte immediatamente, nel giro di un’ora e in 48 ore avevamo già individuato i responsabili del suo omicidio. Si trattava dell’estrema destra del gruppo di d’Aubuisson». FBI e CIA dunque servono assistenza agli investigatori salvadoregni, e la CIA in particolare apre un’inchiesta che però negli archivi di Washington è ancora piena di omissioni. Anche sulle squadre della morte ci sono moltissime censure, l’unico nome reso noto è proprio quello di Roberto d’Aubuisson.

Queste censure fanno capire quanto sia guardata a vista dagli americani tutta la situazione salvadoregna.

Ne El Salvador gli squadroni della morte si sviluppano tra il ‘67 e il ‘79: nascono come organizzazioni paramilitari di destra che hanno come scopo quello di identificare ed eliminare quelli che vengono considerati comunisti, e sono formati da militari, agenti di polizia in borghese e civili. Le loro attività cominciano in modo più violento a partire dalla fine degli anni ‘70 per poi diffondersi durante la Guerra Civile (1979-1992).

L’inchiesta della CIA mette in luce come si siano sviluppati in seno all’Agenzia Nazionale di Sicurezza Salvadoreña (ANSESAL) di cui era  a capo proprio d’Aubuisson. Gli squadroni della morte agiscono clandestinamente e firmano i cadaveri mozzando le loro teste e legandogli i pollici dietro alla schiena; agiscono per runa precisa volontà politica: mantenere il Paese in uno stato di terrore e soggezione mediante l’uso della violenza.

Dalla dichiarazione di testimonianza di Amado Antonio Garay al giudice penale di San Salvador: Lavoravo come autista del capitano Alvaro Savaria. Il 24 di marzo del 1980 verso le 5 del pomeriggio, mi fu chiesto di condurre una macchina che era una Volkswagen rossa verso l’ospedale Divina Provvidenza. Seduto in macchina con me c’era un personaggio che non avevo mai visto, ricordo che aveva la barba. Mi ordinò di fermarmi davanti alla porta della chiesa e mi disse di chinarmi e di fare finta di riparare qualcosa. Sentii sparare un colpo di arma da fuoco, mi girai e vidi che l’uomo imbracciava un fucile. Tranquillo mi disse di ripartire, ma con calma. Tornammo a casa del capitano Alvaro Savaria appena arrivati l’uomo con la barba gli disse: “Missione compiuta”. Tre giorni dopo accompagnai il capitano in una casa dove c’era ad aspettarlo il maggiore d’Aubuisson. Ricordo che il capitano disse al maggiore: “Tutto quello che avevamo programmato per l’assassinio di Monsignor Romero è stato fatto”. Poi entrarono in casa.

Il capitano Savaria in seguito è stato processato, ma grazie alle protezioni politiche di cui aveva sempre goduto è riuscito a scappare come latitante. Mentre Roberto d’Aubuisson, mai processato, è morto a causa di un cancro all’età di 47 anni nel 1992.

Breve storia di Roberto d’Aubuisson

Ex ufficiale della guardia nazionale ed ex membro di ANSESAL, d’Aubisson entra in azione quando lascia i sevizi segreti e porta con sé un bagaglio prezioso di interi dossier messi a punto durante la sua carriera di 007. Nato a San Salvador il 23 agosto del ’43, sposato, con quattro figli, viene da una famiglia che lo educa al cattolicesimo. Giovanissimo entra nella scuola militare e lo mandano alla guardia nazionale, ovvero nel corpo repressivo del Paese. In seguito diviene capo di ANSESAL e inizia a partecipare a gruppi repressivi di estrema destra tra cui FALANGE, ovvero il Frente Armato Anti-comunista por la Guerra d’Eliminacion. Nell’82 fonda il partito di destra ARENA, attualmente al governo nel Paese. Nell’82 è presidente dell’assemblea costituente e fa riscrivere la Costituzione: è sua l’idea di concepire la giustizia non bendata che vede e giudica, così come l’ha fatta raffigurare in una statua ne El Salvador.

Di lui raccontano:

Sua sorella Marisa: Siamo di una famiglia di classe media. Siamo quattro fratelli. Roberto a scuola era un leader, organizzava disordini ed era indisciplinato. Aveva la prepotenza propria di tutti i militari salvadoregni. Quando finì la scuola militare gli diedero un incarico alla guardia nazionale.

In macchina aveva sempre una granata, la teneva sul cruscotto e una mitragliatrice. Inoltre teneva sempre una pistola alla cintura.

Carlos, il cameraman che lo seguiva: Mi chiedevano un certo tipo di riprese: i volti dei sindacalisti, degli studenti e degli operai che partecipavano alle manifestazioni. Poi studiavano dettagliatamente le immagini e dopo pochi giorni la gente che riprendevo veniva trovata morta nelle strade. Era un lavoro degli squadroni della morte. Lui si comportava in modo maleducato, offensivo. Gli piaceva prendere in giro gli altri, era prepotente, e gli piaceva molto l’alcol.

Armando Calderon Sol, presidente del  partito Arena: Era un uomo molto attivo, un lavoratore instancabile, carismatico. Aveva molto successo con le donne, non riusciva a stare fermo. Il partito pensa che era un vero eroe, un vero nazionalista.

Ancora la Sorella: la gente di ARENA fu sempre ostile a Monsignor Romero, lo calunniarono, si burlarono di lui e lo spiavano per indagare le sue intenzioni. Penso che questo fosse il gruppo che Roberto frequentava e da questi nacque l’idea così crudele di assassinare Monsignor Romero. Per noi fu molto duro…era impossibile per noi accettare che fosse stato mio fratello a voler uccidere una persona che amavamo così tanto, una persona che per noi e il nostro popolo rappresentava la speranza.

Dopo la guerra il partito ARENA è sempre uscito vincitore alle urne e così è stato anche alle ultime elezioni, tenutesi nel 2004, che hanno decretato la vittoria netta del candidato Elìas Antonio Saca. In tempi recenti, sono sorte nuove pesanti critiche riguardo la volontà del ARENA di concedere al defunto d’Aubuisson, mandante dell’omicidio dell’arcivescovo Oscar Romero, l’onorificenza di “figlio meritevole de El Salvador”, titolo che alla fine però gli è stato dato.

Appendice: Lettera al presidente Carter

Signor Presidente,

in questi ultimi giorni è apparsa sulla stampa nazionale una notizia che mi ha vivamente preoccupato. Si dice che il suo governo stia studiando la possibilità di appoggiare ed aiutare economicamente e militarmente la Giunta di Governo.

Dal momento che lei è cristiano ed ha manifestato di voler difendere i diritti umani oso esporle il mio punto di vista pastorale su questa notizia e rivolgerle una petizione concreta.

Mi preoccupa fortemente la notizia che il governo degli Stati Uniti stia studiando la maniera per favorire la corsa agli armamenti de El Salvador inviandogli equipaggiamenti militari e mezzi (addestrare tre battaglioni). Nel caso questa notizia giornalistica corrispondesse a realtà, il contributo del suo Governo invece di favorire una maggior giustizia e pace ne El Salvador acutizzerebbe senza dubbio l’ingiustizia e la repressione contro il popolo organizzato, che da lungo tempo lotta perché vengano rispettati i suoi diritti umani fondamentali.

L’attuale Giunta di Governo e soprattutto le Forza Armate ed i corpi di sicurezza, disgraziatamente non hanno dimostrato la capacità di risolvere, nella pratica politica, i gravi problemi nazionali. In generale sono ricorsi alla violenza repressiva provocando un numero di morti e di feriti molto maggiore di quello dei regimi militari precedenti, la cui sistematica violazione dei diritti dell’uomo venne denunciata dalla stessa Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo.

La forza brutale con cui i corpi di sicurezza hanno recentemente allontanato ed assassinato gli occupanti della sede della Democrazia Cristiana, nonostante che la Giunta di Governo ed il Partito non avessero autorizzato l’operazione evidenzia che la Giunta e la Democrazia Cristiana non governano il Paese ma che il potere politico è nelle mani di militari senza scrupoli che sanno solo reprimere il popolo e favorire gli interessi dell’oligarchia salvadoregna .

Se è vero che nel novembre scorso “un gruppo di sei americani distribuì ne El Salvador duecentomila dollari in maschere a gas e giubbotti antiproiettile e ne insegnò l’uso durante le manifestazioni”, lei si renderà conto che da allora i corpi di sicurezza, dotati di più efficace protezione personale, hanno represso con violenza ancora maggiore la popolazione utilizzando armi mortali.

Perciò, dal momento che, come salvadoregno ed Arcivescovo dell’Archidiocesi di San Salvador, ho l’obbligo di vegliare perché regnino la fede e la giustizia nel mio Paese, le chiedo, se veramente vuole difendere i diritti dell’uomo, di:

-impedire che venga fornito questo aiuto militare al Governo salvadoregno;

-garantire che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche, nella determinazione del destino del popolo salvadoregno.

Stiamo vivendo nel nostro Paese momenti di gravi crisi economica, ma è indubbio che ogni giorno il popolo si organizza e si rende conto di essere responsabile del futuro de El Salvador e l’unico in grado di superare la crisi.

Sarebbe ingiusto e deplorevole che per l’intromissione di potenze straniere il popolo salvadoregno venisse frustrato e represso e le venisse impedito di decidere quale autonomia di tracciato economico e politico che deve seguire.

Significherebbe violare il diritto che il Vescovi latino-americano riuniti a Puebla hanno riconosciuto pubblicamente: “La legittima autodeterminazioni dei nostri popoli permette loro di organizzarsi secondo il proprio carattere e scegliere il cammino della propria storia, cooperando al nuovo ordine internazionale” (Puebla 505).

Spero che i suoi sentimenti religiosi e la sua sensibilità nella difesa dei diritti dell’uomo la muovano ad accettare la mia petizione, evitando ulteriori spargimenti di sangue in questo Paese che soffre tanto.

17 Febbraio 1980

Oscar A. Romero, Arcivescovo.

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fonte immagine di Romero ucciso
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Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto

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La forza spirituale della parola di Monsignor Oscar Romero

di Pablo Richard

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MISTERI D’ITALIA – Il ‘suicidio’ Tenco: il Clan dei Marsigliesi, Gladio, il golpe argentino, le Brigate Rosse, la P2..

Davvero un pasticciaccio.. Troppi misteri, troppe ambiguità intorno al caso Tenco. Da alcune parti, addirittura, si parla di ‘codici’ che Tenco (vero motivo del viaggio in Argentina) doveva portare in Italia da Buenos Aires. Di vero c’è che la destra italiana aveva il dente avvelenato con Tenco e che si preparava ad una aggressione, se non addiritttura ad un omicidio; fu il suo ‘accompagnatore’ pubblico, Marcello Frezza, funzionario dell’Rca e uomo di destra, a tenerlo al riparo da azioni violente (una volta bloccò un certo Di Luia con un solo cenno). Cosa ‘sapeva’ veramente Tenco di così pericoloso da indurre qualcuno ad eliminarlo? In quale gioco più grande di lui era caduto?

Ma.. ancora. C’è tutto il capitolo Dalida a gettare ombre pesanti sul ‘suicidio’ Tenco, lo scoprimento del corpo con le sue incongruenze (la pistola che avrebbe usato per suicidarsi non vista), il legame della cantante con l’ex marito Morisse che lei vede a Sanremo e con il quale si fa accompagnare all’aereoporto per tornare in Francia (vedi foto), altri particolari quale, tra i tanti, il taglio da lama vicino alla bocca di Luigi Tenco (vedi foto), le ecchimosi, la sabbia sul volto.. Aspettate! Qui viene la parte più ambigua: questo Morisse, oltre ex marito e scopritore di Dalida, cantante celebre all’epoca, era anche un affiliato al clan del Marsigliesi e il commissario Arrigo Molinari, che investigò sul ‘suicidio’, proveniva da Genova dove, in qualità di vice-questore, investigò proprio sui traffici dei Marsigliesi.. Ancora poco? Ultima chicca (che imbroglia, o getta luce?, ulteriormente le cose): il commissario Molinari era iscritto alla P2 col numero 767..

Le indagini sulla morte di Tenco si riaprirono nel 2005. Molinari non vi partecipò:  era morto, assassinato mesi prima da un ladro nella sua abitazione. Già.

mauro

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Chi cercava di uccidere Tenco subito prima che morisse?

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Luigi Tenco con Dalida – fonte immagine

Una tra le tante domande rimaste senza risposta … Quel Festival del 1967 e il mistero irrisolto sulla morte del cantante. Suicidio? Tesi improbabile, non provata

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di Giulia Lanza

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Quando si parla di Luigi Tenco è sempre impossibile ignorare la sua morte che, come un pugno allo stomaco, irrompeva come un imprevedibile e inatteso evento tra canzoni d’amore in gara, giornalisti curiosi , fotografi smaniosi , truccatori e fiori di quel Festival di Sanremo 1967. Che si affrettò ad archiviare ed a “ nascondere il fatto dietro il palcoscenico” per proseguire con la manifestazione canora. Senza interruzioni.

Nel 1967 le indagini furono frettolose e ambigue : niente guanto di paraffina, niente autopsia, un verbale di ricognizione sulla scena del crimine . praticamente inconsistente. Il fascicolo dell’epoca conta appena 12 pagine. Una grande confusione, un mare di contraddizioni, buchi e indagini al limite del grottesco. Un mistero che trascina con sé, ancora oggi, dubbi rimasti sospesi nell’aria, nonostante la Procura di Sanremo nel 2005 abbia riaperto l’inchiesta, riesumando la salma di Tenco. Le indagini si riaprirono grazie alla pressione di tre giornalisti, Aldo Fegatelli Colonna, Marco Buttazzi e Andrea Pomati, che nel tempo hanno svolto ricerche senza abbandonare mai la determinazione a fare chiarezza. L’inchiesta , chiusa nel 2006, ha confermato il suicidio. Il proiettile che uccise Tenco non fu mai ritrovato. Domande e dubbi degli studiosi del caso e dei testimoni di quella tragedia non hanno avuto risposta.

Come si può, per esempio, ignorare che un grande amico di Tenco, Paolo Dossena, lo storico discografico, continui a dichiarare ( anche di recente al mensile “Musica Leggera” – Giugno 2010) che il cantautore era minacciato di morte e per questo girava con una pistola ? Una strana coincidenza prima del suicidio? Sempre Dossena, in un’intervista a Sorrisi e Canzoni del 5 /2/ 2004, ricordando la tragedia, dichiarava “Andammo al bar del Casinò e Luigi ordinò un whisky. Io non volevo che bevesse, gli dissi di piantarla e presi il bicchiere cominciando a bere. Lui mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Sei un amico che si mette tra me e il bicchiere. Ma sei così amico da metterti sulla traiettoria di una pallottola che parte da una pistola che mi spara?”. Dossena racconta anche di aver portato la macchina di Tenco a Sanremo perché il cantautore era partito in treno. Durante quel viaggio, nel cruscotto dell’auto, trova la pistola di Tenco “… Ma come , giri con una pistola in macchina? Ma sei pazzo?”. Lui mi disse che era la terza volta che cercavano di ucciderlo. L’ultima volta era successo poche settimane prima, a Santa Margherita Ligure due macchine lo avevano stretto e avevano cercato di spingerlo fuori strada. “E allora mi sono comprato una pistola. Ma non chiedermi chi ce l’ha con me, perché non ne ho idea. Non lo capisco” ” e a fine intervista Dossena aggiunge che di cose ne poteva raccontare tante.. “ Peccato che mai un poliziotto o un magistrato me le abbia chieste ”.

Gli aspetti chiari della tragedia sono pochi. Tenco e’ morto a Sanremo nel pieno della manifestazione, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. L’arma ritrovata dalla polizia e’ la Ppk calibro 7.65 che apparteneva a Tenco. Viene trovato nella sua camera d’albergo, la 219 dell’Hotel Savoy, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967, dopo la sua esibizione con Dalida della sua bella canzone “ Ciao amore ciao”. E’ proprio la cantante a ritrovarlo senza vita, quando verso le 2 rientra in albergo, dopo essere stata a cena con amici discografici , al ristorante Nostromo. Tenco non partecipa alla cena: amareggiato per l’esito della gara e l’eliminazione, vuole rientrare in albergo. Prima della sua esibizione, aveva bevuto e preso tranquillanti e/o antidolorifici, in quei giorni era in cura dal dentista. Quando la polizia interviene in albergo, porta frettolosamente il cadavere all’obitorio e da qui lo trasporta nuovamente nella camera del Savoy, per permettere ai cronisti di fotografarlo. E’ stato ritrovato un biglietto con poche e, ormai note, righe di protesta per l’esito della gara, un biglietto che verrà considerato la prova di un addio alla vita.

Il mistero. Contraddizioni e lati oscuri sono molti . Un giornalista esperto d’armi, tra i primi ad entrare nella camera della tragedia, e’ sicuro di aver visto una Beretta 22 e non la Ppk 7.65 del cantautore. Lo sparo in albergo non e’ stato sentito da nessuno, neanche dai vicini di camera. Dalida e Dossena, i primi a trovare il cadavere di Tenco, a primo impatto pensano a un malore, un incidente, non vedono quindi la pistola che – per forza di cose – doveva trovarsi vicino al cadavere. Il fratello Valentino, accorso subito dopo la tragedia, cerca invano l’addetto di turno alla reception per chiedere spiegazioni e ricostruire gli ultimi momenti di vita del fratello. Valentino Tenco e’ stato il primo a non credere al suicidio. L’arma del fratello, che gli viene riconsegnata dalla polizia, è perfettamente pulita, come se non avesse mai sparato. Il noto biglietto d’addio viene ritrovato in camera da Dalida, che lo tiene con sé fino all’arrivo della polizia, mentre al Savoy regnava già una gran confusione. Piero Vivarelli, amico di Tenco, raccontò che si trattava di un biglietto privato per lui e altri amici e, all’arrivo della polizia, visto l’accaduto, hanno ritenuto opportuno consegnarlo. Sembra certo che Lucien Morisse, ex marito di Dalida, quella sera fosse a Sanremo.

Il commissario Arrigo Molinari, che all’epoca guidò le indagini dichiarò in seguito che «sulla morte di Tenco e su tutto quello che è accaduto nelle ore successive alla scoperta del suo cadavere, non è stata ancora scritta tutta la verità». Ospite a Domenica In nel 2004 , Molinari parla dell’ipotesi che dietro quella tragedia ci sarebbe stato un giro di scommesse clandestine legato al Festival. Dice che fra gli anni ‘50 e ‘60 sarebbe esistito questo giro di scommesse sulle canzoni di Sanremo. Racconta che c’erano due obitori, uno per le morti naturali, l’altro per ospitare le vittime truffate al gioco, suicide. Secondo Molinari anche re Farouk d’Egitto scommise e perse un miliardo di lire. Dice anche che , dopo la morte di Tenco, Ugo Zatterin, allora presidente della Commissione selezionatrice di quel Festival, avrebbe insistito perché il Festival proseguisse. Queste pressioni, ha spiegato Molinari, “mi costrinsero a riportare il cadavere di Tenco dall’obitorio all’hotel, per mostrarlo a tutti e far capire che il Festival non poteva proseguire”. Arrigo Molinari comunque non ha potuto contribuire alla ricostruzione della vicenda, finalmente riaperta. . Quando le indagini si riaprirono nel 2005, Molinari era morto, assassinato mesi prima da un ladro , nella sua abitazione.

Aldo Fegatelli Colonna, autore di tre biografie su Tenco, amico del fratello Valentino , frequentò casa Tenco fino al 1997 : ha conosciuto la donna misteriosa di Tenco, Valeria ( le lettere di Tenco alla sua donna segreta furono pubblicate nel 1992 dal Secolo XIX ) e da queste rivelazioni con vari particolari, appuntamenti e progetti di vita, tutto si può desumere , tranne che nelle intenzioni di Tenco ci fosse il suicidio.

Da molti anni il gruppo “ Luigi Tenco 60’s -la verde isola- “ , con il suo sito internet e tramite Facebook , sostiene “ Le 5 prove dell’omicidio di Luigi Tenco, ridiamogli una dignità “ . Una battaglia, supportata da documenti, foto, ricostruzioni e analisi dettagliate, alla quale partecipano in migliaia, su internet, chiedendo la riapertura delle indagini. Nel 2009 il Dott. Sante Pisani, segretario politico del PDA ed il Dott. Domenico Scampeddu, responsabile Nazionale del dipartimento delle politiche abitative dell’ Udeur, inviano due esposti al Consiglio Superiore della Magistratura, all’On. Alfano, al Consiglio dei Ministri e al Cancelliere della Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, con le prove. L’esposto in versione integrale è disponibile alla pubblica lettura.

In sintesi le cinque prove sostenute dal gruppo “la verde isola” sono: 1) il guanto di paraffina sulla mano di Tenco non dimostra che abbia sparato. Per la positività del test devono risultare almeno 2 di 3 elementi chimici e la mano di Tenco ne riporta solo uno, che qualsiasi fumatore riporterebbe. La pistola di Tenco riconsegnata al fratello era pulita e oleata 2) Nelle foto scattate all’epoca, sotto i glutei di Tenco, non c’e’ la sua Ppk 7.65, ma una Beretta calibro 22 3) Foto a lungo inedite mostrano ferite lacero contuse sul volto di Tenco, come se fosse stato picchiato, non riportate sul referto ufficiale della polizia 4) la lettera d’addio riporta calchi come se fosse l’ultima pagina di una lunga denuncia. Si vedono le parole “già” e “gioco”- La firma e’ contraffatta 5 ) Foto che mostrano sul viso, sui pantaloni e sull’auto di Tenco tracce di sabbia : potrebbe quindi essere stato ucciso in spiaggia. Tutto il materiale e’ ben visibile sul sito (www.luigitenco60s.it )

Una cosa e’ certa: se Tenco morisse oggi, basterebbe un’unghia di tutta questa valanga d’indizi per scatenare un processo mediatico, sarebbe bastato sapere che un giovane cantautore di 29 anni gira con un’arma per difesa personale, impaurito da minacce di morte, e sulla tragedia si sarebbero costruite intere trasmissioni televisive , plastici della camera d’albergo con le varie, e assurde, posizioni del corpo e della pistola, sarebbero intervenuti periti, testimoni e opinionisti per discutere del caso, fino alla nausea. A Tenco sicuramente non sarebbe piaciuta quest’Italia di oggi , così diversa dagli anni sessanta quando non si guardava dal buco della serratura . Tenco sarebbe stato critico verso un certo tipo di giornalismo, al quale oggi siamo abituati . Ma questo giornalismo sicuramente sarebbe servito per pressare gli inquirenti a fare chiarezza e giustizia sulla sua morte.

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01 marzo 2011

fonte:  http://www.lamescolanza.com/TEMP=2011/032011/tenco_chi_cercava_di_ucciderlo=010311.htm

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LA VERITA’ SU LUIGI TENCO?

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di Giovanni Di Stefano

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Chi segue il mio diario (www.studiolegaleinternazionale.com) sa che ho già scritto a riguardo di Luigi Tenco. C’è un grande mistero intorno alla sua morte e di sicuro, io sono a conoscenza di una certa informazione. Tenco era impulsivo e propenso a decisioni repentine. Per esempio, nel 1963, ruppe ogni relazione con il grande Gino Paoli a causa di una cotta presa per l’attrice Stefania Sandrelli, il grande amore di Paoli.

Non si parlarono più fino alla morte. E quando fu bocciato all’esame di geometria, invece di ripassare, decise di cambiare materia. E questo lo spirito dell’uomo che si dice di essersi suicidato. Nel 1965, decise ad un tratto di “abbandonare gli studi” e di arruolarsi nell’esercito. Così partì, il 7 gennaio, per Firenze. Nel dicembre dello stesso anno, parte per l’Argentina ed è ricevuto dal Presidente Arturo Umberto Illia. La domanda che s’impone è come mai Tenco (e perché) ebbe il permesso di partire per l’Argentina, o per altrove, essendo una recluta nell’esercito. C’è la prova che il Presidente dell’Italia, allora Giuseppe Saragat, gli concesse con il consenso del Primo Ministro Aldo Moro “una dispensa speciale”. Indubbiamente, Tenco portava un messaggio da parte di Aldo Moro ai militari argentini che in seguito presero il controllo del paese rovesciando Illia. E il paese che fornì la tecnologia strategica, le armi, e i soldi per il colpo di stato fu l’Italia. Così, il Procedimento Gladio esordì per assistere i militari argentini a rovesciare un Presidente eletto democraticamente e Tenco fu il messagero. Illia fu deposto e sostituito dalla Giunta Rivoluzionaria: Pascual Angel Pistarini, Benigno Ignacio Marcelino Varela Bernadou e Adolfo Teodoro Alvarez Melendi. Il 28 giugno 1966, il Generale Juan Carlos Ongania fu proclamato Presidente de facto. Il Presidente italiano, Saragat, e il Primo Ministro Aldo Moro utilizzarono Tenco come messaggero per informare la giunta militare argentina che l’Italia, paese membro della NATO, darebbe, non soltanto un “aiuto”, ma non interverrebbe nella destituzione d’Illia. La missione fu affidato a Tenco con un permesso di dieci giorni per viaggiare. Fu questo fatto, e nient’altro, che le Brigate Rosse scoprirono durante le interrogazioni di Aldo Moro e che li portò ad assassinare il Primo Ministro. Tenco non si suicidò nel gennaio del 1967, ma egli fu “suicidato” quando, in un accesso d’ira, minacciò di denunciare Aldo Moro, il quale fu trucidato qualche anno dopo dalle Brigate Rosse.
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Luigi Tenco insieme al famoso compositore argentino Ben Molar, durante la conferenza stampa del nostro cantautore al “Cinzano Club” di Buenos Aires, nel dicembre 1965

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Giovanni Di Stefano è stato legale di Saddam Hussein, Slobodan Milosevic ed ha ricevuto incarichi dall’amministrazione Bush
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