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Ilva: “ambiente svenduto”, arrestato presidente provincia Taranto e tre dirigenti

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Ilva: “ambiente svenduto”, arrestato presidente provincia Taranto

12:04 15 MAG 2013

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(AGI) – Taranto 15 mag. – Quattro ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite stamattina dalla Finanza a Taranto, tre in carcere ed una ai domiciliari, per l’inchiesta “Ambiente Svenduto” che riguarda l’Ilva. In carcere e’ finito il presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, del Pd, l’ex consulente dell’Ilva, Girolamo Archiná, e l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva. Ai domiciliari,invece, il funzionario pubblico Specchia. Il reato contestato dal gip Patrizia Todisco e’ quello di concussione e si riferisce alla discarica Mater Gratiae all’interno dell’Ilva destinata ai rifiuti speciali. Delle tre persone finite in carcere, Girolamo Archina’ e’ gia’ detenuto. L’ex consulente Ilva, addetto ai rapporti istituzionali, e’ stato infatti arrestato lo scorso 26 novembre insieme ad altri nell’ambito della seconda fase dell’inchiesta “Ambiente svenduto”, quella che ha portato anche al sequestro delle merci, liberate poi ieri con un provvedimento del gip Patrizia Todisco, lo stesso giudice che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare di oggi. Proprio ieri gli avvocati di Archina’ avevano presentato al Tribunale dell’appello una documentazione medica sostenendo che il regime carcerario non fosse compatibile con le condizioni del proprio assistito, documentazione che il collegio dei giudici si era riservato di esaminare. L’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva, gia’ del Pd, si era invece dimesso dalla carica diversi mesi addietro ed era gia’ stato arrestato, ai domiciliari, lo scorso 26 novembre nell’ambito di un pezzo dell’inchiesta “Ambiente svenduto” e poi rimesso in liberta’ negli ultimi mesi. Florido e’ invece il presidente della Provincia di Taranto al suo secondo mandato.

E’ stato eletto nel 2004 per la prima volta e rieletto per la seconda nel 2009. Nel 2007, all’indomani del dissesto finanziario del Comune di Taranto, Florido si era anche candidato sindaco di Taranto con una coalizione di centrosinistra ma al ballottaggio era stato sconfitto dall’attuale sindaco Ezio Stefano. Nato nel 1952, sposato e con due figlie, viene dal sindacato. Per diversi anni e’ stato nella segreteria e segretario della Fim Cisl di Taranto, poi segretario provinciale della stessa Cisl, carica dalla quale si dimise in vista della candidatura alla Provincia. Negli ultimi mesi si era anche parlato di una possibile candidatura di Florido al Parlamento, tant’e’ che si ipotizzavano sue dimissioni anticipate dalla carica di presidente della Provincia anche in relazione al ventilato scioglimento delle stesse Province, cosa che poi non si e’ piu’ verificata. E comunque la maggioranza di centrosinistra voto’ in aula, in Consiglio,un documento chiedendogli di restare alla guida dell’ente. Da vedere adesso cio’ che accadra’ in Provincia perche’ all’indomani delle dimissioni del vice presidente Costanzo Carrieri, del Pd, eletto presidente del consorzio Asi, non sarebbe stata formalizzata la nomina di un nuovo vice presidente, mentre la delega all’Ambiente lasciata da Conserva e’ stata subito trasferita a Giampiero Mancarelli, del Pd, che e’ anche titolare del Bilancio.(AGI) .

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fonte agi.it

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PROPAGANDA SOVIETICA – Caso Ruby, il grande inganno di Canale 5: scomparsi i fatti sgraditi a Berlusconi

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Caso Ruby, il grande inganno di Canale 5: scomparsi i fatti sgraditi a Berlusconi

Lo speciale andato in onda in prima serata sulla tv di famiglia,alla vigilia della requisitoria di Ilda Boccassini, racconta solo la versione dell’imputato, in uno stile da propaganda sovietica. Nessuna immagine delle ragazze coinvolte, censurate le intercettazioni telefoniche più esplicite su quanto succedeva davvero nelle notti di Arcore

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di | 13 maggio 2013

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Strano modo di fare televisione: neanche una foto delle ragazze protagoniste del caso Ruby. Ecco il grande inganno del programma di Canale 5 “Ruby ultimo atto. La guerra dei 20 anni” (guarda il trailer). Degno di entrare nei manuali di storia di giornalismo. Sarebbe bastata una scelta delle foto delle ragazze del bunga-bunga per far capire agli spettatori di che cosa si stesse parlando. Invece niente. Una poderosa, quanto faticosa macchina della disinformazione. Ad avere voce, presentati come attendibili, i testimoni utili alla difesa: quelli che dicono che ad Arcore si svolgevano “cene eleganti“. Ragazze tutte pagate da Silvio Berlusconi, da anni da lui mantenute e ancora oggi regolarmente stipendiate con 2.500 euro al mese, più auto e case. Oppure camerieri, pianisti, cantanti, che devono a Silvio tutto quello che hanno.

Dei racconti fatti nelle intercettazioni, nessun accenno (si possono però ascoltare qui nel montaggio di ilfattoquotidiano.it). Eppure erano cose pesanti, tipo: “Più troie siamo e più bene ci vorrà“. Tutte parlavano di soldi, vera ossessione delle serate di Arcore. Addirittura alcune raccontavano di aver fatto l’esame del sangue per sapere se avessero contratto l’Aids. Nessuna traccia neppure delle testimonianze delle ragazze che hanno rivelato che alle feste avvenivano spogliarelli, danze erotiche, toccamenti alle parte intime, simulazione di atti sessuali. Poi, le prescelte all’X Factor del bunga-bunga potevano passare la notte con il presidente, ottenendo un compenso più alto. Niente di tutto ciò nel programma presentato da Andrea Pamparana, che un tempo faceva il giornalista. Voce all’avvocato Niccolò Ghedini. A Ruby. E a Berlusconi, naturalmente.

L’unica teste d’accusa a cui il programma ha dato voce: Ambra Battilana, la cui credibilità è subito smontata con la lettera che ha poi mandato a Berlusconi. E Ruby? Pagata con 57 mila euro “per avviare un centro estetico” (mai visto). Ragazza che ha “commosso tutti raccontando la sua storia”. Altro che sesso: non poteva spingere “ad altro che a commiserazione”. Ammette di essere bugiarda, ma il programma di Mediaset sa distillare le sue verità. Panzane sul numero dei processi di Berlusconi e sul numero di intercettazioni di questo processo. Ma nessuna voce a contraddire, a rettificare, a inserire un minimo di verità dei fatti in un programma di regime sovietico prima di Breznev.

Sul reato più grave di cui Berlusconi è accusato (la concussione), la trasmissione dà il meglio di sé. Afferma che nessuna pressione è stata fatta da Silvio, nella notte del 27 maggio 2010, per far uscire Ruby dalla questura di Milano, nel timore che potesse rivelare l’altro reato (la prostituzione minorile). Dà per certo che Berlusconi non sapesse la vera età della ragazza. Che la credesse davvero nipote di Mubarak. E che l’intervento di quella notte di frenetiche telefonate tra Parigi e Milano fosse solo di evitare un incidente diplomatico. Garantisce che Berlusconi parlò di Ruby direttamente a Mubarak, in un precedente incontro internazionale: circostanza smentita dai testimoni presenti, secondo cui il rais egiziano non capì neppure la battuta di Silvio su una ragazza egiziana di sua conoscenza.

La pm dei minori ha ribadito in aula che le sue disposizioni erano chiare: tenere la ragazza in questura finché non si fosse trovato un posto in comunità. Il programma se la cava sostenendo che i funzionari di polizia potevano decidere di loro iniziativa che cosa fare. E si guarda bene dal dire in che mani finì quella notte: a casa di una prostituta brasiliana, dopo essere stata affidata a Nicole Minetti, compagna di bunga-bunga, insignita per una notte dell’inesistente qualifica di “consigliera ministeriale”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Scandalo Maugeri, la Procura di Milano: “Processate Formigoni per corruzione”

Scandalo Maugeri, la Procura di Milano: "Processate Formigoni per corruzione"
Il senatore pdl Roberto Formigoni

Scandalo Maugeri, la Procura di Milano:
“Processate Formigoni per corruzione”

Chiesto il rinvio a giudizio per l’ex governatore, ora presidente della commissione Agricoltura al Senato, e altre 11 persone nell’ambito dell’inchiesta sulla Fondazione. Contestata anche l’associazione per delinquere

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APPROFONDIMENTI

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Fresco di elezione alla presidenza della commissione Agricoltura del Senato, Roberto Formigoni vede riaffiorare un passato di accuse pesanti, associazione per delinquere e corruzione, che lo avevano già travolto nell’ ultima fase del suo regno in Regione Lombardia, di cui è stato presidente per 18 anni. Ora per quelle due contestazioni il neosenatore del Pdl rischia di andare a processo. La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio del Celeste e di altre 11 persone, tra cui tre suoi ex collaboratori e all’epoca dirigenti del Pirellone, nell’ambito dell’ormai nota inchiesta Maugeri, che prende il nome dalla struttura pavese che per anni sarebbe stata favorita, così come l’ospedale San Raffaele, da delibere di giunta per un totale di circa 200 milioni di euro di rimborsi “ulteriori” per prestazioni sanitarie.

Le vacanze del governatore. Parte di quei soldi, 61 milioni di euro, sempre secondo le indagini del procuratore aggiunto Francesco Greco e dei pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta, sarebbero poi stati distratti dalle casse della Fondazione – con la compiacenza degli ex vertici e con l’intermediazione del faccendiere Pierangelo Daccò, già condannato a dieci anni per il crac del San Raffaele, e dell’ex assessore regionale Antonio Simone – e sarebbero finiti su conti all’estero. Flussi di denaro, infine, che sarebbero serviti per corrompere Formigoni con benefit di lusso per oltre 8 milioni di euro. La richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche il potente direttore generale della sanità lombarda Carlo Lucchina; Mario Cannata; Gianfranco Parricchi; Carlo Farina; Paolo Enrico Mondia; Nicola Sanese, storico segretario di Formigoni; Alberto Perego, coinquilino di Formigoni nella residenza milanese dei Memores Domini; Maria Alessandra Massei e la moglie di Simone, Carla Vites.

-I favori di Formigoni alla Maugeri

-Le delibere preparate alla Fondazione

-Maugeri, Formigoni conosceva i conti

La vacanza ai Caraibi a spese di Daccò

“La Regione asservita alla Maugeri”. Secondo l’imputazione dei pm, Formigoni nel suo ruolo di governatore lombardo avrebbe garantito alla Maugeri, “a fronte delle illecite remunerazioni, una protezione globale” e si sarebbe dato da fare “affinché fossero adottati da parte della giunta” provvedimenti ad hoc, anche violando il dovere di “esclusivo perseguimento dell’interesse pubblico”. Secondo l’accusa, Formigoni sarebbe stato dunque fra i promotori di un’associazione per delinquere che avrebbe operato all’ombra del Pirellone per ben 14 anni, tra il 1997 e il 2011, con un “sistematico asservimento della funzione pubblica agli interessi della fondazione”. Tanto che la Regione Lombardia nella richiesta di processo figura come parte “offesa”. In cambio l’ex governatore, stando sempre all’imputazione, avrebbe ottenuto viaggi e vacanze ai Caraibi e l’utilizzo di tre yacht. E ancora, un maxi-sconto per l’acquisto di una villa in Sardegna, finanziamenti per cene e convention al meeting di Cl a Rimini e anche 270 mila euro cash.

Nessun prelievo in banca. Dall’analisi dei conti correnti di Formigoni, fra l’altro, inquirenti e investigatori hanno scoperto che nessun importo di rilievo negli ultimi anni è stato prelevato: da qui il sospetto di una sua disponibilità di somme illecite in contanti, confermato dalla testimonianza di un funzionario di banca. E in più, sempre secondo i pm, tra il 2002 e il 2011 l’ex governatore – che non si è presentato davanti ai pm quando è stato invitato a comparire e neanche dopo la chiusura delle indagini dello scorso febbraio – si sarebbe attivato per favorire con rimborsi “ulteriori” anche il gruppo ospedaliero fondato da don Luigi Verzè.

Formigoni: “Non c’è reato”. “Bene, così finalmente dovranno ascoltare anche la difesa”, è stato il primo commento di Formigoni. “Non c’è reato: San Raffaele e Maugeri non hanno avuto un trattamento privilegiato in nulla. Hanno raccontato versione mirabolanti e ora dovranno ascoltare. La mia innocenza verrà dimostrata. Ho sempre governato la Lombardia portando i risultati che tutti conoscono e nel pieno rispetto delle leggi”. La richiesta di processo dovrà essere valutata dal gup (l’udienza potrebbe essere fissata anche entro luglio). Le posizioni di Umberto Maugeri, ex presidente della fondazione, di Costantino Passerino, ex direttore amministrativo, di due consulenti e dell’intermediario Sandro Fenyo sono state invece stralciate: gli indagati hanno presentato istanze di patteggiamento in corso di valutazione da parte dei pm. Il gip Vincenzo Tutinelli, infine, dovrà decidere su una richiesta di patteggiamento della Fondazione Maugeri, che ha messo a disposizione ai fini della confisca beni immobili per circa 16 milioni di euro. (08 maggio 2013)

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fonte milano.repubblica.it

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Fondi della Lega, Belsito in manette per truffa e associazione a delinquere

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Fondi della Lega, Belsito in manette
per truffa e associazione a delinquere

Arrestati anche Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania coi soldi del Caroccio, e Romolo Girardelli

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MILANO – L’ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza per associazione a delinquere e truffa aggravata in relazione all’inchiesta sui fondi del Carroccio. Nella stessa indagine è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti di Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania coi soldi del Caroccio.

La Guardia di finanza di Milano ha arrestato anche Romolo Girardelli, che era ricercato in queste ore dai militari. Girardelli, già indagato nell’inchiesta, è il procacciatore di affari che era legato, stando alle indagini, all’imprenditore veneto Stefano Bonet, anche lui già indagato e arrestato oggi. Da quanto si è saputo, una quarta persona è ricercata e sarebbe all’estero. Le richieste di custodia cautelare firmate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini risalgono a 4-5 mesi fa e l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip Gianfranco Criscione. Da quanto si è saputo, l’esigenza degli arresti starebbe in un presunto tentativo di inquinamento probatorio. Girardelli nelle intercettazioni dell’inchiesta veniva definito «l’ammiraglio».

Spunta anche uno «yacht del valore di 2,5 milioni di euro» acquistato da Riccardo Bossi, figlio di Umberto, nell’inchiesta milanese che stamani ha portato in carcere l’ex tesoriere della Lega, Belsito. Lo yacht, stando all’ordinanza del gip, sarebbe stato comprato con l’appropriazione indebita dei fondi del Carroccio. Nell’ordinanza del gip di Milano, Gianfranco Criscione, che ha firmato gli arresti richiesti dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Paolo Filippini e Roberto Pellicano, si fa riferimento, infatti, a una nota di polizia giudiziaria del 3 ottobre scorso, dalla quale si evince che l’espulsione di Belsito dalla Lega «ha tutt’altro che interrotto il criminoso e criminogeno rapporto tra il medesimo Belsito e Girardelli, da ultimo incentrato sulle questioni relative a uno yacht». Si tratta di uno yacht «del valore di 2,5 milioni di euro, che Riccardo Bossi, figlio di Umberto Bossi, avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome grazie a un’ulteriore appropriazione indebita di Belsito». La stessa nota della Gdf, chiarisce il gip, «fa emergere pure che Belsito tuttora intrattiene poco trasparenti rapporti d’affari con un’esponente della Lega Nord di Chiavari, tale Dujany Sabrina». Il gip sottolinea, infine, per i quattro arrestati il «concreto e fortissimo pericolo di reiterazione dei reati».

Le intercettazioni. L’imprenditore Stefano Bonet e l’ uomo d’affari Romolo Girardelli, entrambi arrestati oggi parlano in una conversazione intercettata di un «incontro» che Bonet «dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito». Lo scrive il gip di Milano Gianfranco Criscione nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel corso di una conversazione del primo marzo 2012, scrive il gip, «Bonet chiede a Girardelli di riferirgli di tutti gli affari che Belsito ha realizzato con il denaro del partito». Nella circostanza, si legge ancora nell’ ordinanza, «Girardelli riferisce che Nosferatu (l’avv. Fera) e un notaio sono in possesso dei documenti del trust dietro il quale si celano tutti gli affari di Belsito». In gioco, secondo il gip, «sembra esservi anche l’eredità del rapporto con la Lega, laddove vi è nelle ambizioni di Bonet e Girardelli di proseguire comunque i loro affari nell’orbita di quel partito».

Nella conversazione del 27 gennaio 2012, spiega il giudice, tra Bonet e Girardelli, infatti, «si parla dell’incontro che il primo dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’ opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito». Girardelli «precisa – si legge ancora – di aver parlato con uno (che parrebbe della Lega)». L’uomo d’affari, detto ‘l’ Ammiragliò, al telefono dice che questa persona «è con loro per il futuro … perchè comunque loro hanno una struttura romana che è number one».

Un «comitato d’affari» che utilizzava la propria influenza per gestire presunti rapporti illeciti nel mondo dell’imprenditoria italiana. Lo ipotizza la Procura di Milano nel filone di inchiesta che, in base agli approfondimenti sul capitolo Fincantieri, ha portato in carcere anche l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito. Nell’inchiesta, per la quale sono stati arrestati anche l’imprenditore Stefano Bonet e il procacciatore d’affari Romolo Girardelli (e una quarta persona è ricercata all’estero, Stefano Lombardelli, considerato «soggetto in grado di agevolare e procurare la conclusione di affari con le imprese dai quali ricavare proventi illeciti») sono indagati per associazione per delinquere, tra gli altri, anche Bruno Mafrici, professionista calabrese che aveva un ufficio nello studio milanese Mgim e il promotore finanziario Paolo Scala. Questo filone di indagine ha ‘fotografato’ una serie di presunti rapporti illeciti ‘costruitì da Belsito, che in passato è stato nel cda di Fincantieri, grazie all’influenza acquisita per via dei suoi incarichi a livello di partito e politici. Infatti, oltre ad aver ricoperto il ruolo di tesoriere in via Bellerio, è stato anche sottosegretario del Ministero per la Semplificazione normativa all’epoca guidato da Roberto Calderoli. La tranche dell’indagine che riguarda le ordinanze di custodia cautelare di oggi, e nella quale è contestato anche il riciclaggio in relazione ai fondi della Lega investiti in Tanzania e a Cipro, è distinta dall’altro filone ribattezzato ‘The family’ e che riguarda le spese della famiglia Bossi e che è in via di chiusura.

Belsito era già indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini. Inchiesta che un anno fa, con le prime perquisizioni e le prime informazioni di garanzia, aveva travolto la Lega, portando anche alle dimissioni da segretario del Senatur, Umberto Bossi. L’ex leader della Lega, infatti, è indagato da mesi per truffa ai danni dello Stato, mentre i suoi due figli, Renzo il ‘Trota’ e Riccardo, sono accusati di appropriazione indebita. L’inchiesta era prossima alla chiusura e poi è arrivata la svolta di stamani con gli arresti anche per l’ipotesi di associazione per delinquere. Da quanto si è saputo, nelle nuove misure cautelari (due persone sarebbero ricercate dalla Gdf di Milano) è contestato anche il riciclaggio. Nell’ambito delle indagini i pm, stando a quanto era emerso nelle scorse settimane, avevano quantificato in circa 19 milioni di euro le spese sospette con fondi pubblici ottenuti dalla Lega, quando a guidare la tesoreria c’era Belsito.

Nei giorni scorsi i diamanti acquistati da Belsito erano stato motivo di polemica. I ‘diamanti di Belsito’, mostrati a Pontida da Roberto Maroni sono stati «una cazzata». Così aveva detto Umberto Bossi, conversando con i cronisti a Montecitorio. «Doveva portare i soldi, vendere i diamanti e portare i soldi dicendo alla gente: ‘ogni sede riceve tot soldi’ ».

Mercoledì 24 Aprile 2013 – 09:43
Ultimo aggiornamento: 15:27
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La grande truffa delle protesi al seno

La grande truffa delle protesi al seno

La grande truffa delle protesi al seno

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di ANAIS GINORI

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Molte donne non stanno bene nel loro corpo, sono fragili». Così si è difeso, qualche giorno fa, Jean-Claude Mas, proprietario della Poly Implant Prothèse, durante il maxiprocesso che si è appena aperto a Marsiglia. Mas è accusato di frode aggravata e rischia 5 anni di reclusione per aver prodotto e venduto delle protesi mammarie al silicone non conforme dal 1991 al 2010. Trentamila vittime solo in Francia, 500 mila nel mondo, 67 paesi coinvolti.

Fino al momento delle prime denunce e poi del bando da parte del governo, Pip era il terzo produttore al mondo di impianti al silicone. I casi di protesi rotte sono stati già 4100, solo in  Francia. In migliaia di altri casi si sono segnalate reazioni infiammatorie. Alcune donne hanno sviluppato tumori, anche se il legame tra il silicone incriminato e la malattia non è stato ancora accertato. Dopo lo scatenarsi della psicosi, e ancora prima di un pronunciamento dei giudici, il governo francese ha proposto l’espianto preventivo: già 11 mila donne si sono sottoposte alla nuova operazione. Il maxiprocesso di Marsiglia è uno dei più grandi scandali sanitari degli ultimi anni: 5 mila vittime hanno presentato denuncia.

Per ironia del destino, lo scandalo è scoppiato proprio mentre si celebra mezzo secolo dalle prime mastoplastiche. La protesi al seno, essenziale per le donne operate di tumore, è diventato l’intervento di chirurgia estetica più diffuso in Occidente. In rete, si è aperto un dibattito sulla presunta “fragilità” femminile, di cui ha parlato Mas nella sua testimonianza davanti ai giudici. E sui rischi che molte donne sono disposte a correre per conformarsi allo sguardo degli altri. Se ne
può discutere. Ma sarebbe meglio chiedersi come mai le autorità sanitarie hanno permesso per anni che venisse venduto un gel per protesi non omologato. Troppo facile incolpare le vittime, appellandosi a una sedicente debolezza psicologica. Qualcuno dovrà invece spiegare perché
un truffatore ha potuto agire indisturbato per così tanto tempo.

@anaisginori

(24 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Vino adulterato in 3,5 milioni di bottiglie: arrestati in 10 fra Lombardia e Piemonte, coinvolte 8 province

Vino adulterato in 3,5 milioni di bottiglie: arrestati in 10 fra Lombardia e Piemonte

Vino adulterato in 3,5 milioni di bottiglie: arrestati in 10 fra Lombardia e Piemonte

L’operazione ‘Red wine’ dei Nas ha accertato anche il mancato pagamento delle accise per quasi sette milioni di euro. Coinvolte le province di Alessandria, Asti, Brescia, Bergamo, Cuneo, Novara, Pavia e Torino

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I carabinieri del Nas di Milano, assieme ai colleghi di altri comandi di Lombardia e Piemonte, hanno eseguito dieci arresti (tre in carcere e sette ai domiciliari), oltre a perquisizioni personali e domiciliari, nei confronti di imprenditori di varie aziende vinicole e società di trasporto responsabili di associazione per delinquere transnazionale finalizzata alla frode in commercio e adulterazione di vini per un totale di circa tre milioni e mezzo di bottiglie e mancato pagamento delle relative accise per quasi 7 milioni di euro.

L’operazione, denominata ‘Red wine e coordinata dalla Procura della Repubblica di Vigevano, è stata condotta con i comandi di provinciali di Alessandria, Asti, Brescia, Bergamo, Cuneo, Novara, Pavia e Torino, in collaborazione con l’Agenzia delle dogane di Milano e il Servizio antisofisticazioni vinicole (Sav) del Piemonte. (18 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Il tribunale sulle regionali del 2010: 723 firme false a lista di Formigoni

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Il tribunale sulle regionali del 2010:
723 firme false a lista di Formigoni

La decisione del tribunale di Milano sulle firme che accompagnarono il listino del governatore. Il procedimento scattò dopo la denuncia dei Radicali. Che commentano: “L’Italia è il Paese dell’impunità”

Le firme sulle liste per Formigoni

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Il tribunale civile di Milano ha dichiarato “la falsità” di 723 firme poste a sostegno del listino di Roberto Formigoni per le elezioni regionali del marzo 2010, nella causa intentata dai Radicali. Lo riferiscono in una nota i radicali Marco Cappato e Lorenzo Lipparini, che hanno intentato la causa. Le controparti dei querelanti sono state condannate a pagare loro le spese processuali, liquidate in 15mila euro. Si tratta di un numero di firme false tale da invalidare la presentazione a suo tempo della lista ‘Per la Lombardia’ che sosteneva la candidatura dell’ex presidente della giunta regionale lombarda.

I documenti taroccati

“L’Italia – commentano Cappato e Lipparini – è il Paese dell’impunità e dell’antidemocrazia. Il risultato, grazie anche alla sentenza della Corte costituzionale che ha imposto alla giustizia amministrativa di attendere la giustizia civile, è che colui che avrebbe dovuto andarsene a casa, in ragione della truffa elettorale senza la quale non avrebbe nemmeno potuto essere candidato e della diffamazione contro i Radicali, invece che a casa è al Senato della Repubblica italiana e si appresta a votare il nuovo capo dello Stato. Nel frattempo i suoi soci di menzogne leghisti e pidiellini governano tranquilli la Lombardia. Siamo anche il Paese in cui chi ha scoperto e denunciato la truffa, i Radicali, è stato cacciato dalle istituzioni regionali e nazionali”.

“Ci auguriamo che qualcuno dei neoeletti consiglieri regionali chiederà alla Regione se le parcelle degli avvocati difensori esterni della Regione Lombardia, che tanto hanno fatto per cercare di impedire o ritardare l’accertamento di una scomoda verità, siano state pagate dalla Regione, ovvero dai noi tutti cittadini contribuenti ed elettori”, hanno aggiunto Cappato e Lipparini. Gli avvocati Mario Bucello, Simona Viola e Renato D’Andrea, che hanno assistito i Radicali nel giudizio, hanno aggiunto che “la decisione da un lato ci conforta, perché mostra la sensibilità del tribunale civile di Milano verso le speciali e delicate esigenze di giustizia che circondano i giudizi elettorali, e per altro verso, nonostante gli sforzi di celerità profusi anche dal tribunale, giunge quando ormai il consiglio regionale è stato sostituito da nuove elezioni”.

“Se l’accertamento della falsità fosse stato di competenza del giudice amministrativo – aggiungono gli avvocati – avrebbe potuto sopraggiungere in tempo utile per invalidare le elezioni. In questo quadro è indispensabile porre rapidamente all’ordine del giorno del nuovo parlamento la necessità delle riforme volte a rendere effettiva la giustizia elettorale per scoraggiare nuovi abusi, assegnando al giudice amministrativo la competenza a decidere sulle falsità emerse nei procedimenti elettorali”. (17 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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