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Cassazione: risarcimento ai pm accusati dai giornali di perseguitare Berlusconi

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Cassazione: risarcimento ai pm accusati dai giornali di perseguitare Berlusconi

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ROMA – Devono essere risarciti i pm che vengono accusati di avere un atteggiamento ‘persecutorio’ nei confronti dell’ex premier Silvio Berlusconi.
È il risultato di una sentenza della terza sezione civile della Cassazione che ha bocciato il ricorso del quotidiano ‘Il Giornalè per un articolo pubblicato nel novembre 1999 dal titolo ‘Colpevole a tutti i costi’. In particolare, per effetto della decisione di Piazza Cavour Il Giornale all’epoca diretto da Mario Cervi dovrà risarcire la pm milanese Ilda Boccassini con 100 mila euro per la diffamazione subita.

Come ricostruisce la sentenza di Piazza Cavour, nell’articolo «si attribuiva ai magistrati della Procura di Milano, tra cui la Boccassini, di essersi assunti il compito di ‘rivoltare il Paese e di guidarlò, di aver ‘selezionato con criteri politici e ideologici l’on. Berlusconi come indagato in pianta stabile e di seguire rigidi criteri politici e ideologici».

La Cassazione ha sposato in pieno la sentenza della Corte d’Appello di Brescia dell’aprile 2006, evidenziando come il giudice di merito «aveva rilevato che i fatti descritti in termini diffamatori erano risultati, invece, rispondenti ad una doverosa attività dell’ufficio, le cui indagini si erano concluse con severe condanne per reati gravi e con la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione nei confronti di Berlusconi e non già con assoluzioni».

Inoltre, la Suprema Corte ritiene che sia «congrua» la motivazione della Corte di merito che aveva sottolineato come «l’attribuzione ad un magistrato di comportamento sleale e incompatibile con la sua funzione, il perseguimento dell’obiettivo di governare il Paese portando avanti una guerra a Berlusconi, comportando la negazione dello stesso ruolo istituzionale assegnato al magistrato, colpisce la persona/magistrato negando la sua stessa identità personale». Da qui il rigetto del ricorso del ‘Giornale’.

Martedì 05 Marzo 2013 – 15:34
Ultimo aggiornamento: 19:49
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Restiamo umani. Ricordando Vik / Caro Vik, non smetteremo di chiedere giustizia

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Un anno fa una mano feroce, stupida ed ignorante assassinava Vittorio Arrigoni, pacifista e giornalista che ha speso la sua vita a Gaza, per proteggere e sostenere i diritti dei Palestinesi.

Nell’indecorosa indifferenza delle più alte cariche istituzionali italiane, per lui ancora non c’è giustizia.

Ma la sua morte non è stata invano, il suo ricordo non si è spento e grazie a lui molti si sono accostati ad una realtà che i nostri media volutamente ignorano.

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Noi vogliamo ricordarlo così.

Ciao Vik, questa sera da moltissime finestre, in Italia e nel mondo, una candela brillerà per te. Restiamo umani, proprio come volevi tu.

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Caro Vik, non smetteremo di chiedere giustizia

Un anno fa la sua uccisione. Oggi molti palestinesi, italiani e cittadini di molti Paesi lo ricordano e chiedono che venga fatta luce sul suo assassinio. [Michele Giorgio]

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di Michele Giorgio
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La notte tra il 14 e 15 aprile 2011 nessuno potrà dimenticarla. Una notte durante la quale un gruppo di giovani, presunti salafiti, mise fine alla vita di Vittorio Arrigoni gettando nel dolore una madre e migliaia di palestinesi e italiani. A distanza di 12 mesi dalle quelle ore terribili, mentre oggi centinaia di compagni ed amici di Vik si riuniranno a Gaza per le commemorazioni ufficiali, l’assassinio di Vittorio resta in gran parte senza risposte.

Troppi sono i lati oscuri di questo crimine. Se la procura di Gaza è stata in grado di risalire in poche ore ai responsabili del rapimento e dell’uccisione di Vik, invece i giudici della corte militare non sono stati altrettanto solleciti. Il processo è stato segnato sin dal suo inizio, lo scorso settembre, da udienze lampo, dall’assenza frequente dei testimoni e dalle manovre della difesa volte unicamente a guadagnare tempo.

In questi mesi abbiamo assistito a un procedimento sostanzialmente regolare, aperto al pubblico e alla stampa. Ma non si può tacere sul fatto che la corte è stata troppo accondiscendente nei confronti delle strategie degli avvocati della difesa. Per quasi un anno abbiamo visto testimoni chiamati di fronte ai giudici solo per confermare le deposizioni fatte durante le indagini. Il dibattimento quasi non c’è stato. Dopo una quindicina di udienze, finalmente giovedì scorso agli imputati è stato chiesto di spiegare i motivi del rapimento di Vik.

A questo punto è arrivato il colpo di scena: tre dei quattro imputati – Mahmud Salfiti, Tarek Hasasnah e Khader Jram (il quarto Amr Abu Ghoula è accusato solo di favoreggiamento) – hanno ritrattato, sostenendo di aver confessato sotto pressione. E, più di tutto, hanno dichiarato, con una versione copia e incolla, di non aver partecipato al sequestro allo scopo di scambiare l’ostaggio italiano con lo sceicco salafita al Maqdisi (detenuto a Gaza) – come avevano ammesso – ma di avervi preso parte «per dare una lezione» a Vittorio che, a loro dire, conduceva una vita «immorale». E per rendere più convincente il loro racconto hanno persino fornito particolari su questa condotta poco in linea con i costumi locali.

Vik sapeva dove viveva e a Gaza conduceva una esistenza tranquilla, rivolta quasi interamente all’impegno politico e umano a sostegno dei palestinesi. Ed era accorto ad evitare che la sua vita privata potesse emergere in qualche modo. Ma il punto non è questo. Gli imputati fabbricando questa versione ex novo tentano di cucirsi addosso il ruolo di «giovani tutori della moralità» di Gaza. Il fine è chiaro: vogliono scaricare ogni resposabilità sul giordano Abdel Rahman Breizat e il palestinese Bilal al Omari, i «capi» della cellula salafita che non possono confermare o smentire questa versione perché sono rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia di Hamas. Non sapevamo nulla dei piani di Breizat e Omari -provano a spiegare i tre imputati- dovevamo rapire Vittorio Arrigoni solo per qualche ora e spaventarlo. Gli altri due invece avevano deciso di scambiarlo con al Maqdisi ma a noi non lo avevano detto.

Di fronte a questa svolta a 180 gradi, a questa versione inverosimile, il pubblico ministero e la corte hanno avuto una reazione soft. Piuttosto avrebbero dovuto mettere gli imputati a confronto, parola per parola, con le loro confessioni. Perchè troppo particolareggiato è stato il racconto dell’accaduto che Hasasnah, Salfiti e Jram hanno fatto davanti agli inquirenti per essere frutto solo di «pressioni» e «intimidazioni». Salfiti ha anche rivelato che tutti erano d’accordo, già prima del rapimento, «sull’eliminazione dell’ostaggio» in caso di mancata scarcerazione di al Maqdisi. Il pubblico ministero inoltre avrebbe dovuto chiedere agli imputati maggiori chiarimenti sulla figura del «capo», Abdel Rahman Breizat. Spuntato apparentemente dal nulla, questo giovane giordano ha compiuto un assassinio feroce avendo forse alle spalle una regia esterna. Ipotesi alla quale gli inquirenti di Hamas non hanno mai lavorato seriamente (perché?).

Certo potrebbe farlo alla prossima udienza, il 14 maggio (che, secondo voci, sarà l’ultima), ma ormai è difficile credere che da questo processo si arriverà all’accertamento della verità. Tanti interrogativi rimarranno senza risposta, anche dopo la sentenza, lasciando la famiglia Arrigoni senza le uniche cose che ha chiesto alle autorità di Gaza: giustizia e trasparenza. Infine non si può non notare l’atteggiamento avuto dalle autorità italiane. Certo l’Italia, come il resto dell’Ue, non ha rapporti con Hamas ma avrebbe dovuto far sentire la sua voce in altri modi, per vie indirette. Non l’ha fatto, anzi, ha scelto di non farlo. Non ha mostrato considerazione nei confronti di un italiano che non predicava violenza ma invocava diritti per la gente di Gaza e ci chiedeva di rimanere sempre e comunque umani.

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SE NON ORA QUANDO? La riflessione di Elena

SE NON ORA QUANDO? La riflessione di Elena

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di elena, redazione solleviamoci

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Già, quando? Magari trent’anni fa… ed era già tardi. Avremmo dovuto approfittare di quel momento storico particolarissimo e glorioso che fu la Resistenza, dove le donne diedero in prima persona il loro contributo e non si limitarono a ruoli secondari o “femminili”… e invece… invece ci siamo lasciate rimettere le catene.

Però… siccome notoriamente sono una “pensatrice libera” e di adeguarmi al sentire comune, se non è il mio, manco ci penso, ecco che – puntuale come l’influenza – dico la mia. Il che ovviamente non significa che non aderisco… ma puntualizzo.

Per cominciare, le donne non sono una classe: non sono come gli operai che, per quanto variegati e sostenitori delle più disparate ideologie, se non altro sai che da alcuni punti di vista sono uguali (ad esempio i bassi stipendi e il lavoro ripetitivo, monotono ed alienante). No, sostenere l'”essere uguali” di individui come la Marcegaglia o la Santanché con la Hack o le mie amiche Silvana o Martina o Manuela o persino me stessa è un assurdo che non meriterebbe neppure approfondimenti, non fosse che Martina e Silvana e Manuela (e tutte le altre che non nomino ma che ho ben presenti, tutte proprio tutte!) non “hanno fatto carriera” per vie traverse, si sudano il loro stipendio (o se lo son sudate finché non le hanno gentilmente messe alla porta) e si impegnano in quel che fanno, sapendo che i loro sforzi devono essere almeno doppi rispetto a quelli dei loro colleghi maschi. Perlomeno in campo lavorativo, perché nell’impegno sociopolitico a volte va meglio. A volte, non sempre: esistevano ai miei tempi di gioventù gli “angeli del ciclostile” come esistono ora le quote rosa… peraltro nemmeno rispettate. Sul lavoro invece… lì sì che ci sono soddisfazioni… per quelle che scelgono la via facile. Il tono ovviamente è ironico.

Ma non vi sembra un po’ limitativo e fuorviante scegliere adesso come momento per accorgersi che l’Italia non è uno stato civile? Solo perché un povero vecchietto malato di protagonismo, terrorizzato dall’idea di tornare al nulla cui appartiene (e magari anche di saldare qualche debito, non con la giustizia di cui se ne frega allegramente, ma con qualcuno di ben più temibile: la mafia) e con la passione della carne giovane riunisce in sé il peggio del peggio dei difetti di un popolo (sì perché, fuori dai denti: il problema dell’Italia non è solo Berlusconi, ma tutto ciò che costui incarna, leghisti compresi), allora ci si scatena contro di lui, come se bastasse esorcizzarne la presenza per risolvere tutto… ma quello che abbiamo dentro, i nostri difetti e le nostre debolezze, se la ridono di un esorcismo. Il lavoro da fare è molto più ampio e profondo. E comporta anche una bella dose di autocritica, oltre che critica (in quella siamo tutti bravissimi).

Già: Berlusconi non è che la punta dell’iceberg, non è che il palesarsi di quello che da anni (decenni!) bolle in pentola. Non è che è arrivato lui e sono iniziate le copertine osé di Panorama ed altri giornali “seri”, non è che prima di lui nessun capufficio abbia mai allungato le mani su una sua sottoposta con l’allettante promessa di farle fare carriera. Non è che non ci sia mai stata alcuna violenza sulle donne, tanto per dire le cose come stanno. Solo che adesso, a quanto pare, “abbiamo superato la soglia della decenza”. Mi pare un po’ ipocrita come discorso… la decenza non c’era manco prima. Solo che facevamo finta di non vederlo. Oddio: a voler essere oneste, qualcuna non faceva finta di nulla e si opponeva… pagava un prezzo piuttosto alto, ma almeno alla mattina si guardava allo specchio senza doversi sputare addosso. Ci ha pensato poi la vita, con la collaborazione dell’ennesima crisi economica del mondo capitalista, a ricacciare le donne ancora più indietro nella scala gerarchica della società.

E qui viene l’altro aspetto importante, secondo me: uno stato è civile o non lo è. Non è possibile che lo sia “un po’”. Anche se per ipotesi le donne in Italia avessero il rispetto che meritano (a parte il fatto che le cose bisogna guadagnarsele, nessuno ti regala alcunché…), il modo arrogante in cui trattiamo i “clandestini”, certe sparate leghiste e il trattamento che le forze dell’ordine troppo spesso riservano ai cittadini – che sono poi coloro che pagano i loro stipendi – basterebbero a far concludere che l’Italia non è un paese civile.

Quindi, come stupirsi? Come indignarsi? Sono mesi, anni ormai che dovremmo essere indignati. Tutti, non solo le donne. Perché che a fronte di prestazioni particolari una fanciulla faccia carriera è la norma, si chiama nepotismo e vale anche al maschile (se non erro il termine fu coniato per definire il favoritismo di certi papi nei confronti di personaggi che, data la regola della castità, a rigore non avrebbero potuto essere loro figli… ipocrisia allo stato puro).

E comunque… Berlusconi non è stato sparato in Italia da qualche malefico extraterrestre, è nato in Italia in una famiglia italiana, è cresciuto nella società italiana e li si è sviluppato… come un cancro. Ma questo cancro è il risultato di un’educazione familiare, scolastica e sociale ben precisa, che opera da prima che nascesse lui ed è assolutamente funzionale al sistema. Poi ovviamente lui ci ha messo del suo… e anche tanto. Indubbiamente. Ma non voglio qui ripercorrere la strada che Travaglio ed altri (pochi, ovviamente) giornalisti ci hanno illustrato. Mi basta dire che i maschietti attuali sono figli delle donne… e se non sono come noi, vediamo di prenderci qualche responsabilità.

Se le nostre figlie pensano che piuttosto che impegnarsi a sviluppare il cervello e le loro specifiche capacità (perché tanto la meritocrazia passa dal letto), interroghiamoci sui modelli che abbiamo dato loro, sugli esempi che siamo state, sulle silenziose sconfitte quotidiane… e lo so che è dura, lo so eccome. Si paga, e sulla propria pelle. Non si fa carriera, ci si vede superate da imbranati maschi o da facili colleghe, gli aumenti di stipendio non arrivano e in caso di crisi si è le prime ad essere lasciate a casa… ma il rispetto di sé parte da lì. O si è capaci di opporsi, oppure è inutile lamentarsi… i Partigiani sapevano che andando in montagna rischiavano la pelle, ma l’hanno fatto ugualmente. Chi si oppone alla mafia sa che nella maggior parte dei casi ha iniziato un conto alla rovescia con la morte. Chi vuole cambiare il mondo sa che non basta dirlo… e che il nemico non si farà da parte solo perché tu hai deciso che la società non va bene. Non ti dice “prego, fammi vedere secondo te come dovrebbe essere”, ti ci si oppone con tutte le sue forze. E i maschilisti fanno altrettanto. Non so cos’abbia di tanto interessante e affascinante il potere, proprio non lo capisco… ma a quanto pare la maggior parte della gente che ne viene a contatto ne resta segnato.
Nessuno ti regala quello che vuoi, e solo uniti gli sfruttati possono sperare di capovolgere il mondo. Non è che se la donna in carriera con prestazioni fuori orario decide che domani viene in piazza perché esige rispetto io mi sento meglio… continuiamo a non avere niente in comune. Non sono loro le mie alleate, non è una X cromosomica che avvicina il nostro modo di vedere la vita ed i nostri valori.

Conclusione: domani ci vado anche io, in piazza. Non so ancora dove, ma la mia sciarpettina bianca non mancherà… anche se non capisco perché se porto la bandiera del mio partito questo possa inficiare in qualche modo la riuscita della manifestazione. Io sono una persona intera, da prendere come “blocco unico”, non sono usa essere una volta donna, una volta elettrice, una volta mamma e un’altra lavoratrice. Se sono anarchica, lo sono anche quando espongo i miei valori a mia figlia o lavoro. Sbaglio?

Qui trovate sia il testo dell’appello che l’elenco delle città in cui si svolgeranno manifestazioni.

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12 febbraio 2011

ROMA – Atac, lo scandalo dei 1750 autobus verniciati due volte in un anno

Atac, lo scandalo degli autobus verniciati due volte in un anno

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Per le manutenzioni spesi 43 milioni. Aurigemma: troppi operai di ditte esterne nelle nostre officine

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di Claudio Marincola
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ROMA – L’“impresa” fu realizzata senza che si levasse neanche una voce contraria. Nessun dirigente alzò mezzo dito: 1750 autobus portati in carrozzeria, lucidati e rimessi in strada che sembravano nuovi. Neanche il tempo di innestare la prima e arrivò il contrordine: «Che avete fatto? Non siamo più Trambus, siamo Atac, riverniciateli subito color argento».

Ecco come l’azienda di trasporto pubblico più grande d’Italia è finita sul rosso fisso. Non lontana da un dissesto che grida vendetta anche per la banalità degli sprechi. «L’altro giorno alle 4 del mattino sono andato al deposito di Collatina – racconta il nuovo assessore ai Trasporti Antonello Aurigemma – ci sono andato per presentarmi ai dipendenti e ci sono rimasto più di due ore. Mi ha colpito il numero di meccanici che indossavano una tuta diversa da quella dell’Atac…».

Quello che l’assessore non dice perché non può ancora dirlo lo racconta un meccanico di una ditta esterna in servizio allo stabilimento di Tor Pagnotta. Il suo nome per ovvi motivi lo dice solo a noi: «Spesso a lavorare siamo solo noi, sembra quasi che gli altri appartengano ad un altro pianeta». La situazione non è diversa a Magliana, Tor Sapienza, Grottarossa. Per compiacere le ditte esterne, gli interni rimangono a braccia conserte.

Cosicchè le manutenzioni esterne sono costate all’azienda nel 2008/2009 qualcosa come 43 milioni di euro. Con l’arrivo del nuovo ad Maurizio Basile si è invertita la tendenza. E’ scattata quella che tecnicamente si definisce “reinternalizzazione”. Una ritirata. Dallo stabilimento di Grottarossa gli uomini di Amati, la società che fa la parte del leone, sono scomparsi. Gli altri, Ciclat, Cometa e via dicendo continuano a gestire piccoli e grandi comparti. A Tor Vergata, deposito per 185 bus, la manovra e la pulitura è affidata all’esterno. Ma nelle cosiddette “buche” dove si riparano i bus gli unici a sporcarsi di grasso sono gli esterni. «Nella tettoia c’è l’amianto – racconta andando contro i suoi interessi un autista – lo sanno tutti e da anni l’azienda perde tutte le vertenze. Ma se gli operai delle ditte esterne che lavorano qui da anni si ammalano non importa a nessuno».

Intanto il futuro di Atac SpA resta appeso al contenzioso con la Regione. Le strategie per uscire dalla crisi e definire il piano industriale non possono prescindere dai 200 milioni pretesi dall’ente locale.

Ieri alla Regione si sono incontrate le due delegazioni. Non è servito a raggiungere un ragionevole accordo. Dopo una verifica l’azienda dei trasporti ha stabilito che quei crediti sono a tutti gli effetti esigibili, come è avvenuto nelle altre. La Pisana, sostengono i tecnici di Atac, sarebbe l’unica a non aver corrisposto l’adeguamento relativo all’aggiornamento del contratto collettivo di lavoro. Una tranche dell’importo richiesto fa riferimento agli anni che vanno dal 2001 al 2007, L’altra riguarda gli ultimi due esercizi.

Chi ha ragione? «Riteniamo – ha ribadito Francesco Lollobrigida, assessore regionale ai Trasporti – che la nostra interpretazione della norma sia quella giusta. Dal 2008 abbiamo versato all’azienda 305 milioni contro i 240 dell’esercizio precedente comprensivi di tutto il pregresso».

All’incontro di ieri era presente anche il nuovo assessore capitolino ai Trasporti Antonello Aurigemma. Entrambi appartengono allo stesso partito (Pdl), si conoscono da tempo e vogliono evitare polemiche inutili, specie in una fase così delicata. «Sono due cose diverse quelli a cui fa riferimento Lollobrigida sono finanziamenti, non stiamo parlando dell’adeguamento al contratto».

Ognuno dà insomma la sua intepretazione della norma. «E’certo che noi non dobbiamo 200 milioni», osserva ancora Lollobrigida, come dire che anche se la Regione dovesse alla fine allentare i cordoni la somma da girare all’azienda non sarebbe quella pretesa. Da parte sua l’Atac apposterà in bilancio una somma oscillante tra i 20 e i 30 milioni per ammortamenti. Il resto, dunque 170 milioni di euro, l’ad Basile è convinto di poterli incassare. Il prossimo incontro è fissato per lunedì.

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22 gennaio 2011 – 14:45    Ultimo aggiornamento: 21:43

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=135649&sez=HOME_ROMA

Gelmini, 5 milioni per tradurre il Talmud

Gelmini, 5 milioni per tradurre il Talmud

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Tra i tagli alla scuola e all’università, il ministro dell’Istruzione trova 5 milioni per finanziare, tramite il Cnr, la traduzione in italiano del testo sacro ebraico

Nel pomeriggio del 14 dicembre, il giorno della fiducia a Berlusconi, mentre Roma bruciava e gli studenti assediavano i palazzi della politica, la commissione Cultura del Senato approvava a maggioranza lo ‘schema di decreto ministeriale recante ripartizione del Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca, per l’anno 2010‘.

Tra gli stanziamenti previsti da questo decreto a firma del ministro Mariastella Gelmini – che all’inizio di gennaio verrà sottoposto al parere della commissione Cultura della Camera – figurano ben 5 milioni di euro ”a sostegno del progetto pluriennale ‘Talmud’, che vede il Cnr collaborare con l’Unione delle comunità ebraiche italiane – Collegio rabbinico italiano (Ucei-Cri) per la traduzione integrale in lingua italiana, con commento e testo originale a fronte, del Talmud, opera fondamentale e testo esclusivo della cultura ebraica”.

Mentre con una mano la Gelmini cala la pesante scure dei tagli sulla scuola pubblica e sull’università, con l’altra mano dà dieci miliardi delle vecchie lire a un’équipe di trenta traduttori specializzati che lavoreranno per cinque anni alla traduzione italiana del testo sacro ebraico. Un lavoro monumentale, visto che il Talmud consta di seimila pagine divise in quaranta volumi. L’anziano rabbino di Gerusalemme, Adin Steinsaltz, ci ha messo cinquant’anni per tradurre in ebraico moderno il testo originale in aramaico.

Un lavoro certamente importante per la comunità ebraica italiana, che evidentemente sulla Gelmini esercita un’influenza ben maggiore di quella del mondo scolastico e accademico nazionale.

Enrico Piovesana

fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/25960/Gelmini,+5+milioni+per+tradurre+il+Talmud

NUOVI FILE – Wikileaks, ambasciata Usa a Roma: «Romani favorisce Mediaset»

NUOVI FILE

Wikileaks, ambasciata Usa a Roma
«Romani favorisce Mediaset»

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«La legge italiana sul web sembra scritta per censurare Internet, un precedente per nazioni come la Cina

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Paolo  Romani (Ansa)
Paolo Romani (Ansa)

MILANO – Nuove rivelazioni nei file di Wikileaks sui rapporti che l’ambasciata americana di Roma inviava a Washington in merito alle attività del governo italiano. Stavolta si tratta di presunte azioni di Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico dal 4 ottobre di quest’anno ma in quel momento (inizio 2010) vice ministro con delega alle comunicazioni, per favorire Mediaset ai danni di Sky. «Funzionari di Sky ci hanno detto che il viceministro Romani sta guidando gli sforzi all’interno del governo italiano per aiutare Mediaset di Berlusconi e per mettere Sky in svantaggio – si legge in un file di Wikileaks diffuso dal quotidiano spagnolo El Pais -. Questo è uno schema familiare: Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere di governo in questo modo sin dai tempi di Bettino Craxi». Il dispaccio che contiene queste valutazioni è siglato dall’ambasciatore Usa David Thorne e porta la data del 3 febbraio 2010.

«CENSURA PER IL WEB» – Nel dispaccio diffuso da El Pais si legge anche che la legge sul web voluta dal governo italiano (la cosiddetta legge Romani, ndr) «sembra essere scritta per dare all’esecutivo margine di manovra per bloccare o censurare i contenuti internet. Questa legge rappresenterebbe un precedente per nazioni come la Cina che copierebbero o citerebbero questa “giustificazione” per il giro di vite sulla libertà di parola», si legge nel documento pubblicato dal quotidiano spagnolo.

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14 dicembre 2010

fonte:  http://www.corriere.it/politica/10_dicembre_14/wikileaks-romani-favorisce-Mediaset-contro-sky_1cbb7fea-0711-11e0-ad1a-00144f02aabc.shtml

Intervista a Carlo Ruta sulla nonviolenza

Intervista a Carlo Ruta sulla nonviolenza

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A cura di Paolo Arena e Marco Graziotti*

Come è avvenuto il suo accostamento alla nonviolenza?

È avvenuto per gradi, con lo scorrere degli anni, che mi hanno consentito di riflettere, soprattutto sulla natura dell’atteggiamento violento, rivelatore delle lesioni che fino a oggi hanno egemonizzato la storia. La violenza è un trauma a prescindere, che lascia il segno, sempre e comunque. Ho maturato allora la convinzione che la nonviolenza, sostenuta da una coerente razionalità, sia il modo più consono di resistervi.

Quali personalità della nonviolenza hanno contato di più per lei, e perché?

Come tanti, mi sono trovato a fare i conti con le esperienze di Gandhi, Martin Luther King, Malcom X, Aldo Capitini, Don Milani. Ho avuto quindi nozione di eventi che, per quanto marginali o apparentemente tali, hanno influito sul “normale” corso delle cose, ponendolo in qualche modo in discussione. Da Tucidide a Hobbes, da Machiavelli a Clausewitz, è stato insegnato che il realismo, se propriamente tale, non può che essere bellicista. Esiste ed è operante nondimeno un realismo della nonviolenza, che sconfessa tale visione monolitica della storia. Tanto più nel tempo clou degli olocausti sono state tracciate e testimoniate vie che è possibile percorrere e che in taluni snodi sono risultate perfino determinanti. Specie dopo l’esperienza gandhiana, la nonviolenza è divenuta in sostanza una possibilità operativa, una metodica, una prassi. E tutto questo per me ha contato.

Quali libri consiglierebbe di leggere a un giovane che si accostasse oggi alla nonviolenza? E quali libri sarebbe opportuno che a tal fine fossero presenti in ogni biblioteca pubblica e scolastica?

La nonviolenza è una fiumana che ha accompagnato il grande fiume della prepotenza. Consiglierei quindi di accostarsi a questo torrente, minuscolo e tuttavia irriducibile, attraverso le opere o i brani di opere che lo hanno meglio rappresentato, sin dall’antichità. Per comprenderne l’essenza e le sfaccettature, suggerirei comunque la seguente bibliografia minima: Political justice di William Godwin (1793); Disobbedienza civile di Henry David Thoreau, (1849); In che consiste la mia fede di Lev Tolstoj (1884); Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale di Simone Weil, (1934); Nonviolenza in pace e in guerra di Mohandas Karamchand Gandhi (1948); La banalità del male di Hannah Arendt (1963); L’obbedienza non è più una virtù di don Lorenzo Milani (1965); La forza di amare di Martin Luther King (1967);  Le tecniche della nonviolenza di Aldo Capitini (1989); Il principio di responsabilità di Hans Jonas (1993); Lo sviluppo è libertà di Amarthia Sen (1999).  Suggerirei altresì la lettura di alcuni brani di Kant; in particolare, i passi della Ragion pratica che definiscono il valore assoluto della dignità umana e le geometrie che reggono l’imperativo categorico.

Quali iniziative nonviolente in corso oggi nel mondo e in Italia le sembrano particolarmente significative e degne di essere sostenute con più impegno? Quali centri, organizzazioni, campagne segnalerebbe a un giovane che volesse entrare in contatto con la nonviolenza organizzata oggi in Italia?

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Mi preme ricordare anzitutto l’organizzazione Freedom Flotilla, che nei mesi scorsi ha pagato il proprio impegno con nove uccisi, per aver tentato di forzare il blocco su Gaza, in sostegno al popolo di Palestina. Le realtà che meritano vicinanza e sostegno sono comunque tante. Penso, per esempio, a Emergency di Gino Strada, ad Amnesty International, alle associazioni israeliane e palestinesi che hanno deciso di cooperare sul terreno della nonviolenza. Fra le realtà italiane che si sono distinte per rilievo e costanza dell’iniziativa, mi piace ricordare i Comboniani, Pax Christi, la Rete Italiana per il Disarmo, la Comunità di Sant’Egidio, la Chiesa Valdese, il Movimento Nonviolento di Daniele Lugli e Massimo Volpiana, l’associazione Libera di Luigi Ciotti, il Centro di ricerca sulla Pace di Peppe Sini, Peacelink, Fortresse Europe, L’Arci, i Beati Costruttori di Pace, la Gioventù Francescana. E si potrebbe continuare, giacché sono numerose le associazioni che, legate comunemente al territorio, hanno deciso di seguire la traccia di Aldo Capitini, Alexander Langer, don Tonino Bello. Trovo infine essenziale l’impegno della LAV e di altre associazioni animaliste.

In quali campi ritiene più necessario ed urgente un impegno nonviolento?

L’impegno nonviolento chiama a confrontarsi, giorno dopo giorno, con l’emergenza delle guerre, con epidemie e carenze alimentari che colpiscono i continenti, con le offese delle mafie, con la realtà dei migranti, con il disagio del non lavoro, diffuso, tanto più in periodi come l’attuale, in ogni parte della terra. Tutto questo propone sfide che è doveroso raccogliere. Fatto salvo tale dato, imprescindibile, volgerei però l’attenzione su un impegno diverso, per certi versi minimalistico, e nondimeno essenziale. Mi riferisco a due terreni specifici: la scuola e la famiglia. Non credo che la nonviolenza possa stabilizzarsi nelle società, fino a influire nelle cose in modo determinante, se manca un criterio educativo di fondo. Il rispetto della dignità e della vita può essere trasmesso, suggerito, insegnato. Il germe della violenza può essere snidato, isolato, posto in discussione, controllato.

Come definirebbe la nonviolenza, e quali sono le sue caratteristiche fondamentali?

Rappresentata non di rado come una debolezza, la nonviolenza è in realtà una risorsa, una tensione civile, positiva, volta a imbrigliare la hybris che si annida negli esseri umani e nella storia. È il gesto di resistenza al disordine degli istinti, la sconfessione quindi di una concezione totalitaria della biologia che si risolve nell’immanenza del male, in quell’orizzonte onnicomprensivo che i militaristi chiamano regno della necessità. Costituisce altresì un cammino, un tirocinio faticoso e volontario, recante alla base l’assunzione di un impegno radicale, razionalmente fondato appunto, verso sé e gli altri, atto a testimoniare, in primo luogo, la dignità incondizionata della vita.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e femminismo?

Alla luce di tutto, ritengo si tratti di un rapporto inscindibile. Le lotte delle donne del secondo Novecento, che hanno determinato una svolta epocale, non si sono risolte nella sola rivendicazione dei diritti. I movimenti femminili, spontanei e organizzati, hanno offerto e continuano a offrire un contributo straordinario, per quanto non sufficientemente riconosciuto, all’affermazione della nonviolenza, ponendo in campo il punto di vista, il sentire, le differenze della donna. Non è un caso che siano stati perentori nel rigettare talune “pari opportunità” come quella dell’inquadramento negli eserciti e altre dello stesso tenore, non coerenti con i modi d’essere della donna, e abbiano reclamato invece, con altrettanta perentorietà, l’espulsione della guerra dalla storia. Da tale prospettiva l’impegno delle donne è stato e rimane poi insostituibile, testimoniato comunque da tantissime esperienze: dal Movimento delle madri in Bosnia durante il conflitto scatenato dalle fazioni serbe di Karadzic, alla scelta determinata di tante donne statunitensi di scendere in campo contro le guerre in Iraq e in Afghanistan. Importanti lezioni di nonviolenza e di pace, insistono a venire d’altronde dalle donne d’Africa, impegnate in prima linea nella lotta per la sopravvivenza, lungo gli orizzonti infelici delle guerre, della fame, delle dittature, delle epidemie.

Quali rapporti vede tra nonviolenza, impegno antirazzista e lotta per il riconoscimento dei diritti umani di tutti gli esseri umani?

L’impegno antirazzista costituisce un aspetto fra i più rappresentativi della nonviolenza. Direi che ne costituisca anzi il fondamento, opponendosi a quel male assurdo e primordiale che, coltivato dai nazionalismi e dalle ideologie di regime, proprio nel Novecento, definito il “secolo dei diritti”, ha generato le più grandi mattanze della storia. Una domanda torna allora inevitabile: cosa può fare il movimento nonviolento per impedire che ritornino Auschwitz, il Ruanda, Srebrenica? E la risposta, per quanto precaria, è essenzialmente una: giocare d’anticipo, valorizzando i percorsi  di coscienza, di educazione alla nonviolenza, con strategie d’impegno complessive, pure di livello sopranazionale, che riescano a interloquire con i legislatori, le opinioni pubbliche, le agenzie civili in senso lato, e a coinvolgere, in modo idoneo, le sedi formative, la scuola.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotta antimafia?

Inevitabilmente, la lotta alle mafie è stata e tanto più tende ad essere oggi una delle linee più avanzate dell’impegno nonviolento. Costituiva già negli anni cinquanta-sessanta un momento essenziale del lavoro civile di Danilo Dolci, che si sostanziò, oltre che in testimonianze sul

terreno e nelle analisi sul fenomeno del banditismo di Partitico, in una serrata denuncia, indirizzata ai parlamenti, ai governi e alle istituzioni giudiziarie, sul sistema di potere che vigeva nell’isola, cui facevano capo uomini politici come Bernardo Mattarella, Calogero Volpe, Salvo Lima, Giovanni Gioia, Vito Ciancimino. Nonviolenta era altresì, negli anni settanta, la lotta alla mafia di tanti ragazzi siciliani che, sulle vie del Sessantotto, avevano scoperto e fatto propri gli ideali di giustizia e pace. Ne ritroviamo l’emblema nell’impegno di Giuseppe Impastato contro i mafiosi del

proprio paese e della sua stessa famiglia, che facevano capo a Gaetano Badalamenti. Nonviolenta era l’iniziativa di Mauro Rostagno, che, giunto a

Trapani con la comunità Saman, non esitò a sottoporre a una serrata inchiesta televisiva la mafia che dominava la città. Pacifista e attraversata dal messaggio nonviolento era ancora l’esperienza dei “Siciliani” di Giuseppe Fava, negli anni dei missili Cruise a Comiso. Dopo le stagioni delle grandi

stragi in Sicilia, e tanto più dopo gli eccidi di Capaci e via D’Amelio, l’impegno antimafia è divenuto infine caratterizzante in realtà nonviolente attive su tutto il territorio nazionale, come Libera, Pax Christi, il movimento Scout, Peacelink, e non solo. Ha ispirato altresì iniziative specifiche come nel caso di “Antimafia Duemila” di Giorgio Bongiovanni, l’associazione “Ammazzateci tutti” in Calabria, e così via. Oggi le narcomafie cingono d’assedio numerosi paesi, pregiudicano la vita civile, favorite dalla recessione economica globale, vanno all’assalto della finanza, delle Borse, fino a influire vistosamente, in numerosi Stati, sulla formazione del Prodotto Nazionale. Per i movimenti nonviolenti si tratta allora di insistere, intensificare l’impegno.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte del movimento dei lavoratori e delle classi sociali sfruttate ed oppresse? Nonviolenza e movimenti sociali: quali rapporti?

Si tratta di una problematica complessa. L’oppressione di classe è violenza. Il diritto degli oppressi a resistere, a battersi per difesa della propria dignità, per l’acquisizione di libertà negate, è perciò un fatto sacrosanto. Dopo le grandi rivoluzioni industriali dell’Ottocento, che hanno messo a nudo l’indole bellicista dei capitalismi, hanno prevalso modelli di lotta di tipo insurrezionale: dalle rivoluzioni del 1848 alla Comune parigina del 1871, dall’ottobre russo del 1917 alla lunga marcia di Mao Tse Tung, portata a compimento nel 1949. Era il risultato di oppressioni lunghe, di vere e proprie tirannidi, di condizioni di vita estreme, di grandi calamità e necessità. La lotta delle classi oppresse, procedendo per prove ed errori, determinava beninteso altri modelli, pacifici. È stato comunque lo shock dei fascismi, del secondo conflitto mondiale, della Shoa, di Hiroshima, a portare a maturazione nelle società, nei movimenti operai, progetti di crescita civile pacifisti. Da tali sfondi infatti erompevano, in Italia, la democrazia progressiva di Eugenio Curiel, il socialismo liberale dei fratelli Rosselli, di Guido Calogero e Aldo Capitini, le elaborazione sui diritti di Piero Calamandrei e Norberto Bobbio. La resistenza al nazifascismo si chiudeva d’altronde con un miracolo civile, giacché si generava nel vivo del paese il rifiuto della guerra quale mezzo di risoluzione delle controversie fra Stati. Anche la Costituzione, alla cui redazione avevano contribuito persone come Lazzati, Dossetti, Scoccimarro, Sturzo, Pertini, La Pira, e lo stesso Calamandrei, finiva con il parlare allora il linguaggio del pacifismo. In realtà, si era a uno snodo, che in tutti i paesi induceva i movimenti popolari organizzati a interloquire con le ragioni della nonviolenza, anche se questa non veniva direttamente evocata. Esemplari possono essere considerate in tal senso le battaglie del movimento contadino nel Sud d’Italia, organizzato dalle leghe e dalla camere del lavoro. Si trattò a tutti gli effetti di un movimento pacifico e nonviolento, non dissimile in fondo da quello gandhiano che, alcuni decenni prima, aveva scompigliato le carte in India con la disobbedienza civile, il digiuno, la marcia del sale. E rimase tale, nel solco di un progetto democratico contrastato ma in evoluzione, quando le reazioni degli agrari, nel Palermitano e altrove, si fecero furenti. Ammirato e sostenuto da numerosi uomini di cultura, pacifisti e nonviolenti, dallo stesso Capitini a Carlo Levi, fu d’altronde tale “vento del sud” ad attrarre Danilo Dolci e Franco Alasia nell’isola, dove con quelle lotte poterono interloquire, e a cui vollero contribuire con iniziative emblematiche, come lo sciopero alla rovescia per il lavoro.

Nonviolenza e organizzazioni sindacali: quali rapporti?

Quanto argomentato fin qui testimonia che esiste una naturale assonanza fra nonviolenza e mondo del lavoro. È fin troppo significativo del resto che lo strumento dello sciopero, che ha scandito i passaggi dei movimenti operai sin dalle rivoluzioni industriali dell’Ottocento, abbia avuto un rilievo decisivo nella stessa vicenda del satyagraha gandhiano. Tale assonanza, su talune linee particolari, è andata altresì crescendo e può crescere ancora. Una delle questioni che nei paesi industrializzati meglio definisce oggi il ruolo della nonviolenza è quella degli immigrati. E a tale riguardo è da considerare esemplare la linea di alcune voci del movimento sindacale italiano, in particolare della CGIL, che, attraverso uffici immigrazione locali, promuove l’accoglienza, il rispetto, l’integrazione, lo scambio interculturale, facendo così argine alla xenofobia leghista e alle logiche di espulsione del governo. L’odio razziale cova nel paese sotto la cenere, e può anche esplodere. Ne dà conto quanto è avvenuto in questi anni in centri come Casal di Principe e Rosarno, dove ad “accogliere” gli immigrati sono stati, rispettivamente, i gangster della camorra e i caporali della ‘ndrangheta, con le armi in pugno e con l’intimidazione. Ritengo allora che la coesione fra movimento nonviolento e sindacati, su tale piano, paradigmatico, e non solo su questo, sia fondamentale.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e lotte di liberazione dei popoli oppressi?

I popoli hanno diritto di opporsi all’oppressione. È indubitabile. Il problema è costituito dai mezzi e dai modi. La decolonizzazione del Novecento, tanto più dopo il secondo conflitto mondiale, è avvenuta a prezzi altissimi. Per liberarsi dal dominio francese, gli algerini del FLN e dell’ALN non esitarono a ricorrere al terrorismo, e terroristici furono i modi in cui replicarono l’Armée française e i Pied-Noirs. Alle radici di quel terrorismo c’erano lutti e sofferenze, una sopraffazione antica, generazioni di morti che chiedevano giustizia. Franz Fanon ne I dannati della terra spiegò con efficacia le ragioni della rivolta armata. Era uno psichiatra. Conosceva a fondo i tormenti dell’Algeria. E furono tanti gli intellettuali d’Europa che condivisero le sue parole, a partire da Sartre, che non esitò a firmare la premessa al libro, e a compromettersi, giungendo a sostenere che l’uccisione di un europeo, anche a caso, da parte di uno schiavo algerino, costituiva un atto di giustizia. Di altro tenore era invece la visione di Albert Camus, che

pure in Algeria era nato e vissuto. Da corrispondente di un giornale parigino, l’autore de L’Étranger osò ritrarsi da quelle violenze, dicendosene disgustato, al punto da proporre una tregua. La risposta fu istantanea: tanto i Pied-Noirs quanto i militanti del FLN lo considerarono un traditore. Si trattava forse di realtà simmetriche? La violenza è cieca, come può esserlo un masso che con impeto si schianta al suolo. Ma quella di un popolo umiliato può essere rappresentata come tale? Si può ritenere che non lo sia, o che lo sia meno. I teologi della liberazione hanno finito con il comprendere e legittimare la rivolta in armi dei diseredati e dei popoli oppressi. Il sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez, autore di Teologia della liberazione, ha creduto nella protesta liberatrice dalla povertà. Frei Betto ha creduto e continua a credere nell’esperienza di Cuba. Leonardo Boff, da padre

francescano, ha condiviso a lungo la vicenda sandinista, al pari di sacerdoti e teologi come Ernesto Cardenal e Miguel D’Escoto, che, dopo aver combattuto, sono entrati nel governo di Daniel Ortega. Corre, evidentemente, un abisso fra la violenza cieca e sopraffattrice di una giunta militare e quella di un popolo vessato, senza diritti, ridotto alla fame, che ha deciso di rivoltarsi in difesa della propria dignità. La violenza di Ernesto Guevara era altra da quella di Batista. Ma in tutti i casi si tratta di un trauma, di un danno, di un costo altissimo in termini civili. È il dramma della storia, che tuttavia ha indicato possibili vie d’uscita, o almeno delle varianti. In India, le frange radicali del Partito del Congresso fecero il possibile, lungo gli anni trenta e quaranta, per far prevalere il metodo violento, proponendo pure il ricorso al terrorismo. Ma le componenti di Jawakarlan Nehru fecero muro, sostenendo fino in fondo il metodo della disobbedienza pacifica. Alla fine fu il satyagraha gandhiano a scortare l’uscita dei britannici dal paese. Si tratta beninteso di problematiche aperte, giacché esistono condizioni e condizioni. Non si può non tenerne conto. Sarebbe incongruo chiudere gli occhi davanti all’oppressione dei popoli. Si tratta nondimeno di farvi i conti in modo coerente, con le proprie sensibilità e le proprie aspirazioni, perché possano prevalere le ragioni della vita, così come occorre fare i conti con la tragedia assurda dei terrorismi, che continua a germinare, purtroppo, pure dal terreno degli oppressi.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e pacifismo? Quali rapporti vede tra nonviolenza e antimilitarismo? Quali rapporti vede tra nonviolenza e disarmo?

La nonviolenza è l’abc di un pacifismo coerente, la condizione cioè di un pacifismo maturo e senza condizioni. È quindi naturale che nell’agenda dei movimenti che la propugnano, un punto fermo debba essere costituito dall’impegno antimilitarista, per la pace. Si tratta di un compito tra i più difficili, tanto più se si considera che il militarismo intanto ha mutato aspetto, finendo con il non averne più uno distinto. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento la guerra veniva nobilitata, esaltata per se stessa, come igiene dei popoli. I militaristi della cosiddetta “età dei diritti”, che è anche età dell’atomica e delle guerre tecnologiche, tendono a ripiegare invece su nozioni più complesse, di ordine morale. La teoria dello Justum bellum, che Michael Walzer ha tratto dalla tradizione scolastica e giusnaturalistica,

attualizzandola con i passaggi, per certi versi inediti, della supreme emergency e dell’attacco preventivo, oggi costituisce la dottrina ufficiale dell’America. Gli sfondi sono quelli di un ordine che, a dispetto delle resistenze, sempre più tende a porre in discussione alcuni cardini del sistema westfaliano, degli Stati nazionali, proponendosi di fatto, sotto il profilo della sicurezza in primo luogo ma non solo, come unipolare e imperiale. Come è noto, nel 1998, alla vigilia della guerra in Kosovo, il segretario di Stato di Clinton Madeleine Albright replicava ad alcune riluttanze degli europei a

ricorrere alle armi con queste parole: «Se dobbiamo usare la forza è perché noi siamo l’America. Siamo la nazione indispensabile. Noi ci ergiamo alti. Vediamo più lontano nel futuro». E gli eventi successivi, tanto più lungo gli anni zero, danno conto di quanto tale linea, a lungo incubata nei delicati equilibri della guerra fredda con l’URSS, già attiva comunque nella prima guerra del Golfo, sia divenuta strategica. A rendere la situazione più complessa sono d’altronde le rettifiche in direzione dello Justum bellum walzeriano di intellettuali che tanto hanno interloquito nel secondo Novecento con l’opinione pubblica pacifista. Fra i più noti ed emblematici posso citare il tedesco Jürgen Habermas, già attivo nella Scuola di Francoforte con Adorno e Marcuse, lo statunitense Michael Ignatieff,

che ha vissuto in prima linea le campagne per il ritiro americano dal Vietnam, il torinese Norberto Bobbio, che negli anni sessanta e settanta ha

scritto cose essenziali sull’incongruità civile e giuridica delle guerre. È importante allora che, nell’attuale snodo, i movimenti pacifisti e nonviolenti facciano i conti con tali punti di vista.

Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione filosofica? Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’etica e sulla bioetica? Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sulla scienza e la tecnologia? Cosa apporta la nonviolenza alla riflessione sull’economia? Nonviolenza e cultura: quali rapporti?

Chiuso l’Ottocento, con le elaborazioni di Thoreau e Tolstoj, la nonviolenza è divenuta man mano l’architrave di numerose riflessioni, sebbene non tutte situabili con pienezza nell’orizzonte della medesima. Le ragioni risiedono nelle peculiarità del nuovo secolo. Il Novecento ha segnato significativi progressi negli iter del diritto e della democrazia, ma, come si diceva prima, è stato macchiato da guerre e genocidi che per estensione, metodo, tecniche e «razionalità» posta in gioco non hanno avuto precedenti nella storia. È stato altresì il secolo dei totalitarismi. Già nei primi decenni mentre si svolgeva, fra il Sudafrica e l’India, la lezione di Gandhi, il messaggio nonviolento si avvaleva di significativi rilanci. Nelle forme di un sostenuto pacifismo ispirava infatti intellettuali come Simon Weil, Romain Rolland,

Heinrich Mann, Thorstein Veblen, Karl Kraus, Mikhail Bulgakov, altri ancora. Ma soprattutto dopo la Shoa e Hiroshima, che hanno smascherato, da due opposti versanti, il fondo buio della razionalità occidentale, il filosofo, tanto più nell’Occidente liberal, si è sentito istigato, interpellato, sollecitato a dare risposte, oltre che a porre domande che non erano state mai poste. Il Novecento è così divenuto il secolo che più di ogni altro ha interrogato se stesso sul terreno dei valori e dei non-valori. La domanda etica, pacifista e nonviolenta, ha finito con il «contaminare» altresì, più di quanto fosse avvenuto in passato, i territori della conoscenza e della creatività umana: le letterature, le arti, fino al capolinea del sapere scientifico, che con le sue assunzioni di responsabilità, più di ogni altro dà la misura di quanto sia stata profonda l’autocoscienza del secolo. Pure il fisico nucleare Albert Einstein,

a quel punto, ha sentito il bisogno di riflettere da filosofo morale, con posizioni forti contro l’atomica, in favore della pace e del disarmo. Nella primavera del 1955, con Bertand Russell e con altri nove scienziati, da Max Born a Hermann Muller, da Leopold Infeld a Hideki Yukawa, ha firmato un manifesto riconosciuto come il più importante atto di denuncia mai scritto da scienziati sulla minaccia delle armi atomiche per il genere umano. E negli anni successivi non ha receduto da tale impegno. A essere colpito di più dall’inquietudine, resa dal nuovo senso dell’imponderabile, è stato comunque il pensiero filosofico, da varie prospettive. Ne L’uomo in rivolta, l’esistenzialista Albert Camus, che aveva militato nel PCF, con Sartre, si espresse con radicalità contro la violenza, la guerra, la pena di morte, rivendicando il valore della solidarietà. I filosofi di Francoforte Marcuse e Adorno misero in discussione l’etica della società uscita dal conflitto, mentre, da Budapest, Agnes Heller annotava che le guerre non possono mai realizzare istanze morali, a dispetto delle intenzioni, e dagli States, Hannah Arendt, addebitava al collasso morale della nuova modernità le grandi tragedie del secolo. Tale impegno anziché estinguersi insieme con la guerra fredda, insiste peraltro sull’onda dei nuovi processi: la globalizzazione, le imponenti migrazioni dal sud al nord del mondo, dall’est all’ovest europeo, le nuove guerre: «preventive» e «umanitarie». L’economista bengalese Amartya Sen ha forzato gli orizzonti della scienza economica introducendo tra i fattori di progresso materiale la variabile forte della libertà. Hans Jonas, ha teorizzato doveri da parte degli individui e delle istituzioni pubbliche nei riguardi degli animali e delle generazioni che devono ancora venire. Elaborazioni significative, su piani differenti, sono venute altresì dal lituano Emmanuel Levinas e dall’australiano Peter Singer. Fra gli italiani è opportuno ricordare Giuliano Pontara, Danilo Zolo, Fulvio Cesare Manara, Raniero La Valle, Tullio Vinay, David Maria Turoldo. E, ovviamente, potrei continuare, con la presa d’atto che il pacifismo e la nonviolenza costituiscono una risorsa non indifferente del pensiero contemporaneo.

Quali rapporti vede tra nonviolenza e informazione?

C’è un rapporto strettissimo, perché l’informazione può rivelare le cose. E a volte basta davvero poco per rivelare un mondo. La foto della piccola Kim Phuk che fugge dai bombardamenti di Trang Bang, nei pressi di

Saigon, deturpata dal napalm, è bastata a dare agli americani e agli europei il senso profondo della guerra in Vietnam. Ha costituito un tarlo che si è insinuato nel sentire di intere generazioni, senza più uscirne. In sostanza, nel loro irrompere nella coscienza sociale, attraverso il linguaggio di un cronista, i fatti sono in grado di fare memoria in modo denso, fino a scandire fino in fondo gli itinerari civili delle società. Il reportage, di concerto con altri saperi, con altre consapevolezze, è in grado di concorrere allora alla memoria resistente delle cose, di forgiare la “scatola nera” di questa modernità, mentre tanti abusi, delitti, torti alla dignità della vita, rischiano di rimanere ignoti, quindi “inesistenti”. La vicenda dell’ultimo secolo e il presente suggeriscono beninteso che l’informazione può essere anche altro. Può scendere come pietra tombale sui percorsi di conoscenza. Può scortare l’iter di una regressione. In tali casi, il giornalismo finisce per essere tuttavia altra cosa: l’oracolo di una ragione silenziosa, incapace di resistere al buio della storia.

* Paolo Arena e Marco Graziotti fanno parte della redazione di “Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta”, un’esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che si svolgono settimanalmente a Viterbo.

(ricevuto via mail, nde)