Archive | aprile 2007

70 anni dalla morte di Antonio Gramsci



Vogliamo ricordare Antonio Gramsci anche noi, e lo facciamo attraverso le parole di un’intervista molto significativa

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• Intervista a Joseph A. Buttigieg

di SIMONETTA FIORI



Intervista a Joseph A. Buttigieg su un classico assai presente nella cultura internazionale. Quasi scomparso da noi, negli USA è la bestia nera della destra. I ‘subaltern studies’ dall’India al Brasile, dall’Africa alla Cina.

Gramsci, chi era costui? Nel settantesimo anniversario della morte (27 aprile 1937), il profilo di un classico del Novecento, l’autore che Benedetto Croce acclamò come «patrimonio di tutti», appare piuttosto sfocato se non totalmente oscurato, almeno nel paese che gli ha dato i natali. Ed è questo il primo paradosso nel trarre un bilancio della sua fortuna: oggetto di accurati studi in tutto il mondo – dall’Australia a Israele, dagli Stati Uniti all’India, dal Giappone al Brasile -, tuttora bestia nera dei polemisti conservatori nordamericani, in Italia la sua immagine appare un po’ impolverata, un busto ammaccato ormai da tempo riposto in soffitta, salvo restauri e lucidature dell’ultima ora, quando proprio non se ne può fare a meno. È quel che in fondo accade in questo settantennale, in un tripudio di iniziative promosse dall’Istituto-Fondazione Gramsci, opportunamente destato da una protratta letargia.

Anche nel linguaggio politico, il lessico gramsciano talvolta rimbalza nella sua versione caricaturale (le “casematte” evocate dall’inquilino di Arcore o “la guerra di posizione” annunciata dall’inventore del mito padano). Mentre a sinistra dopo una stagione di feroci lotte su letture opposte e contrarie (Gramsci comunista o critico ante litteram del comunismo? Gramsci liberaldemocratico o cominternista?) la rimozione appare diffusa o la rievocazione generalmente pasticciata, con rare eccezioni. Eppure l’Italia può vantare una famiglia di gramscisti nobili, discesa dal decano Valentino Gerratana. Non sono mancati negli ultimi anni contributi importanti come il volume postumo di Antonio A. Santucci (Sellerio) o il fondamentale “Gramsci storico” di Alberto Burgio (Laterza), insieme a “Le parole di Gramsci” a cura di Fabio Frosini e Guido Liguori (Carocci), animatore quest’ultimo della vivace sezione italiana dell’International Gramsci Society, la rete che raccoglie i massimi specialisti del mondo. Recenti anche i saggi di Chiara Daniele ed Angelo d’Orsi. Ma è come se si trattasse di una comunità conventuale, operosa e dedita, ma sostanzialmente separata dal dibattito pubblico. Sacerdoti un po’ eccentrici di un classico ingiustamente condannato alla muffa o talvolta rianimato da talenti romanzeschi che ne riscrivono la morte (Massimo Caprara arrivò a ipotizzarne il suicidio) o invocano fantasiose carte occultate dal perfido Togliatti (Il Giornale qualche settimana fa).

Gramsci dimenticato? Se il suo profilo politico appare inesorabilmente estinto insieme alla storia del comunismo italiano e internazionale, non esiste forse un Gramsci intellettuale da continuare a interrogare? Il nostro paese sembra smentire la profezia di Hobsbawm che, solo qualche anno fa, citava Gramsci come l’unico pensatore marxista sopravvissuto alla chiusura nei ghetti dell’accademia.

“Un classico italiano generalmente ignorato in Italia”, dice ora Joseph A. Buttigieg, figura di massimo prestigio dell’International Gramsci Society (ne è il segretario) e traduttore americano dei Quaderni.

“E dire che per un quarantennio – dalla prima edizione delle Lettere nel 1947 fino all’89 – è stato una presenza molto vitale nel dibattito pubblico e nelle correnti culturali italiane. Ricordo che ancora negli anni Ottanta ci si chiedeva se Gramsci sarebbe diventato un classico. Il fatto è che ovunque lo è diventato, e si continua a dialogare con lui. Mentre in Italia – con la sola eccezione dei gramscisti della Igs – appare per lo più consegnato al museo dell’antichità!

Professor Buttigieg, dove le appare più forte la presenza di Gramsci nel mondo?

“Direi nel campo dei cultural studies, una corrente di studio ispirata inizialmente dagli scritti di Raymond Williams e Stuart Hall, oggi diffusa in tutto il mondo anglofono. Il concetto chiave è quello gramsciano dell’egemonia, del potere culturale. Il consenso ricercato sul terreno della cultura. Nelle sue analisi dello Stato moderno Gramsci mostrava che il potere dei governanti non è basato sulla capacità coercitiva dello Stato ma piuttosto sulla capacità di coltivare il consenso dei governati. Il consenso è creato appunto sul terreno della cultura. Allora per capire uno Stato moderno non basta studiare i partiti politici e la struttura economica, ma è necessario analizzare quell’insieme di fenomeni che Gramsci chiamò l’organizzazione della cultura: la scuola, le chiese, i giornali, le riviste, il cinema, il romanzo d’appendice. Solo in questi ultimi anni i cultural studies hanno cominciato a destare un certo interesse anche in Italia”.

Ma c’è una relazione con i subaltern studies, altro campo d’influenza gramsciana?

“Questi nascono da un’altra riflessione di Gramsci, raccolta nel Quaderno 25: Ai margini della storia. Storia dei gruppi sociali subalterni. I primi studi uscirono a Calcutta nei primi anni Ottanta, su iniziativa di Ranajit Guha. Nel decennio successivo un altro gruppo di studiosi ha esteso la riflessione di Guha e di altri teorici asiatici all’America Latina. Il campo di indagine ha continuato ad allargarsi: numerosi sono i saggi che trattano della subalternità in chiave gramsciana lungo territori diversissimi, dall’Africa alla Cina, dall’Irlanda alla Palestina. Molto spesso le teorie sulla subalternità si sono intrecciate con gli studi su colonialismo e post-colonialismo. Tra i massimi studiosi che hanno usato categorie gramsciane in questo campo va ricordato l’americano palestinese Edward Said”.

In tutte le maggiori università americane, ma anche in Cina o in America Latina, non manca qualche corso sui cultural studies o postcolonial studies. “Sì, una moda molto contagiosa. E’ curioso che nessuna di queste correnti sia nata in Italia”.

E nel campo delle scienze politiche, qual è il riferimento a Gramsci più frequente?

“Gramsci è considerato uno dei maggior teorici della società civile, categoria oggi assai studiata nel mondo anglosassone. Egli più di altri pensatori ci fa capire che non è un terreno completamente neutro, come invece sostiene il liberalismo classico, il quale teorizza una netta separazione tra il governo e la società civile. Le note gramsciane sulla formazione dell’opinione pubblica e sulle connessioni tra società civile e società politica – scritte settantacinque anni fa – sono valide tuttora”.

Colpisce che negli Stati Uniti Gramsci sia così presente nel dibattito pubblico. “Sì, in forme talvolta minacciose. Recentemente il suo nome è riecheggiato insieme a quello di Hugo Chávez, la nuova bête noir dell’amministrazione Bush. Per certi pubblicisti conservatori il fatto che il leader venezuelano citi Gramsci nei suoi discorsi è una conferma della pericolosità dell’autore dei Quaderni. Che cosa leghi Gramsci a Chávez è tutto da dimostrare, ma il clima intorno al pensatore sardo è quello evocato da Michael Novak in un celebre articolo del 1989: The Gramscist are coming, ovvero le orde barbariche di Serse alle porte…”.

Gramsci come l’uomo nero?

“Più o meno. È interessante l’uso che ne viene fatto nei media più popolari. Il più noto commentatore conservatore alla radio, Rush Limbaugh, ha scritto in uno dei suoi libri che Gramsci è “l’ultima speranza per chi odia l’America”. Secondo Pat Buchanan, candidato alle elezioni del Duemila, la minaccia d’una rivoluzione gramsciana è un pericolo reale. Un’immagine muscolare dell’autore delle Lettere affiora anche nei saggi prodotti recentemente dall’Heritage Foundation, una sorta di “think tanks” della destra. Una “Gramscifobia” diffusa, che rivela la confusione ideologica della destra statunitense”.

In compenso Amartya Sen, economista premio Nobel, sceglie Gramsci come oggetto d’indagine.

“Sì, quattro anni fa è comparso sul Journal of Economic Literature un suo importante saggio che mette in relazione i Quaderni con Wittgenstein e Sraffa. E’ questo un altro aspetto di Gramsci che va acquistando rilievo negli studi internazionali: la sua riflessione sulla lingua e sul rapporto tra lingua e politica.

Naturalmente quello gramsciano è l’approccio d’un materialista storico: la prassi linguistica non può essere analizzata indipendentemente da ogni altra attività sociale. Esiste oggi un’amplia bibliografia – tra Canada, Stati Uniti e Inghilterra – che traccia un raffronto tra Gramsci e Michail Bachtin, Walter Benjamin, la Scuola di Francoforte”.

A fronte di questi fermenti, lei come spiega la sua rimozione in Italia?

“Direi che da voi Gramsci è sostanzialmente ignorato, specie nel dibattito pubblico. Intendiamoci: è di massimo valore il lavoro degli specialisti italiani della Igs – penso soprattutto al grande progetto del Lessico gramsciano – ma è altrettanto indubbio che questo lavoro finisca per interessare solo poche persone. Ed è un peccato, perché il testo gramsciano ha ancora molto da dire, sul terreno della società civile come su quello del potere culturale. Forse Gramsci non è più ascoltato perché il clima prevalente è ostile alla serietà, al pensiero sobrio, alle analisi intellettualmente rigorose. Mi auguro che questo anniversario serva a correggere una colpevole distrazione”. (L’Ernesto).

http://www.granmai.cubasi.cu/italiano/2007/febrero/mar27/gramsci-it.html

L’Avana. 27 Febbraio 2007

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Pier Paolo Pasolini

Le ceneri di Gramsci



“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro di te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia..”


http://www.pasolini.net/poesia_cenerigramsci.htm

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Comunicazione di servizio


SIAMO TORNATI

credevate che le vacanze durassero in eterno? Poveri illusi.. ora si torna a lavorare, come e più di prima.

Un benritrovati a tutti!!

Un invito cinematografico

Vorrei invitarvi, cari amici, a vedere un film che mi ha molto colpito: Salvador, 26 anni contro.
Si tratta della storia vera dell’anarchico catalano Salvador Puig Antich, in lotta contro il regime franchista, e ultimo garrotato dalla mano del boia il 2 marzo 1974. Ultimo perché la sua barbara uccisione servì a risvegliare le sopite coscienze del popolo spagnolo, forse bisognoso di un martire per intraprendere il cammino della rivoluzione che porterà alla deposizione del sanguinario dittatore.
Il film è diviso in due parti: nella prima si assiste alle prime imprese di Salvador e i suoi compagni all’interno del MIL (Movimento Ibèrico de Liberaciòn); nella seconda alla straziante attesa di una grazia che mai arriverà. Salvador è colpevole di aver ucciso accidentalmente un poliziotto in uno scontro a fuoco durante un’imboscata che gli viene tesa. Vengono proposte ben due condanne a morte, ma Salvador ha buone probabilità di cavarsela….finché l’attentato mortale da parte dell’ETA ai danni del presidente del governo franchista Carcero Blanco non ne fa un capro espiatorio. A nulla valgono le sollevazioni in Spagna e nell’Europa intera per salvargli la vita: il boia girerà la vite della garrota che spezzerà le vertebre cerebrali di Salvador.

I detrattori del film criticano fondamentalmente due aspetti:
1) la mancanza di dettagli sullo scenario storico del regime franchista, sulle motivazioni politiche che spingevano il MIL a quel tipo di lotta, e sulle modalità con cui questa lotta si esprimeva. Il MIL stesso, d’altronde, si è dissociato proprio in base alle suddette motivazioni dal modo di realizzazione del film, che trova troppo romanzesco. Ecco il testo di protesta del MIL:

2) l’eccessiva insistenza sul pathos della separazione dai proprio familiari, e l’indugiare della macchina da presa sulla scena della garrota.

Io, che ho apprezzato moltissimo il film, non fosse altro per avermi portato a conoscenza di questa storia, rispondo per il punto 1 che a mio parere questo universalizza per così dire la storia di Salvador, che potrebbe essere qualunque rivoluzionario giustiziato da un regime fascista, e ci insegna che “i morti parlano”, che non si mette a tacere la rivoluzione uccidendone gli esponenti; poi chi vuole approfondire, come me, va a cercarsi le cose, chi non vuole dimenticherebbe comunque presto il film seppure fosse del tutto esplicativo, cogliendone solo gli aspetti più evidenti e “romanzeschi”. Ci sono molti modi, non uno, per raccontare una storia: si può fare un film o un documentario. Questo era un film, un film sulla legittimità della rivoluzione e dell’agitazione armata (“Cosa hai fatto?” “Nulla di cui debba vergognarmi”), sulla violenza legalizzata dello Stato, infine un film contro la pena di morte. A tale proposito, per il punto 2, mi permetto di dire che se è straziante assistere a una simile scena, lo è ancor di più pensare che quella scena era, è stata, è vera, non finzione. Che gli Stati ancora oggi si vendica torturando i dissidenti, o facendoli “sparire”.
Stupendo il rapporto che si instaurerà fra Salvador e un…servitore dello Stato che arriva a capire l’orrore che viene perpetrato.

“Se un uomo porta un cane al guinzaglio, è legato anche lui”

La pellicola è del catalano Manuel Huerga, e il protagonista è Daniel Bruehl, già straordinario interprete del meraviglioso e originale “Good Bye Lenin“. Curiosità: Daniel Bruehl è di madre catalana e padre tedesco.

Salvador Puig Antich

Barcelona, 1948-1974
Per una storia dettagliata su Salvador vedi:
http://www.germinalonline.org/g97/internazionali.htm

Comunicazione di servizio

Vi informiamo che da oggi al 30 aprile compreso il blog non verrà aggiornato causa assenza dei titolari. Leggete i post già pubblicati e commentateli (pigroni!) ma attenzione: comportatevi bene perché vi curiamo… Suerte!


Sulle orme della memoria: la Ritirata di Russia

Ho conosciuto Lingua Battista in un centro riabilitativo del cuneese, dove è stato ospite per breve tempo. Persona estremamente amabile e dal carattere buono, mi aveva colpito per il suo sereno ottimismo e la profonda fiducia nel proprio futuro. Non rassegnazione, non fatalismo, ma una limpida visione priva di qualsiasi amaro rimpianto. Un giorno mi disse, sorridendo e in tono pacato: “L’hai ancura vint’an ‘d bun..”, ho ancora vent’anni di buono, parlando di se e del suo futuro dopo il periodo riabilitativo. E l’ha detto un uomo di 88 anni!

Questo è il racconto di un orrore a cui pochi sono sopravissuti, che il Lingua ha ricostruito pescando fedelmente nella memoria che solo i vecchi possono avere.. dettato in dialetto piemontese e quindi tradotto in italiano senza rimaneggiamenti. Colpisce la descrizione quasi asciutta di una cronaca allucinante, che a tratti ha la tavolozza di un grande film epocale. Solo che questa non è finzione ma tragica realtà.
mauro

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TESTIMONIANZA DELLA RITIRATA DI RUSSIA

Sono partito militare nel 1936 a settembre, ho fatto sei mesi permanente a Casale Monferrato, artiglieria pesante campale, tornai a casa per malattia di mio papà.
Sono stato richiamato nel 1939 per la guerra con la Francia, ad Acqui, sempre nell’artiglieria pesante campale, dove sono rimasto fino al 1940 quando dovevo partire per l’Africa ma non sono partito per un cambio di persona rimanendo su queste montagne (colle della Lombarda).
Nel 1941 sono stato a Demonte.
Appena tornato ad Acqui nel 1942 è arrivato l’ordine di andare in Russia con un permesso di 48 ore per salutare i miei cari, che io però non ho sfruttato per non far piangere troppo i miei genitori.
Nel mese di luglio ci fu la partenza per la Russia, ci dicevano che doveva essere una passeggiata e si poteva partire felici e contenti.

Partito col treno da Acqui via Brennero, con qualche problema già in Polonia dove la situazione era confusa, la stazione di Varsavia era completamente distrutta, per due volte il treno deragliò ma senza conseguenze.
Dopo 18 giorni di viaggio arrivammo a destinazione, una cittadina russa prima del Donetz, con i camion ci hanno trasportati a Moncovo dove abbiamo trovato gli alpini fra i quali c’erano mio zio Cot, Tomatis di Viore, Costanzo Rosso (fratello di Giulia) e altri di Montanera.
In un giorno di vento, riparati contro un muro abbiamo mangiato assieme, quel giorno mi fu dato del brodo e come secondo sette caramelle che ho diviso con loro.
Rimasi in quel luogo fino al mese di settembre.
Siamo poi partiti per la zona di Bocuciar in attesa del cambio dell’artiglieria tedesca in zona di operazione.
La situazione era calma pur sentendo ogni tanto degli spari in lontananza, sentivamo il nemico in agguato e uno strano andirivieni di aeroplani russi che puntavano a colpire i campanili che fungevano da osservatorio, una bomba ha colpito la prima batteria causando un morto, il primo che ho visto.
Nel mese di ottobre entrammo in zona di guerra, accampati dentro un bosco preparavamo i rifugi e i camminamenti sotto terra per l’inverno.
Siamo così arrivati a novembre con il lavori a metà.
Il mio servizio era aggiustare le linee telefoniche che ci collegavano con l’osservatorio.
La temperatura iniziava ad abbassarsi ed il freddo cominciava a farsi sentire, facevamo rifornimento di patate trovate nei campi circostanti ma alcune erano già gelate.
Dopo qualche giorno che ero in linea andavo volentieri all’osservatorio (distante quattro o cinque chilometri) dove c’era Magliano, il fratello di Marianna Giubergia, e dove si avevano notizie più precise del fronte e c’era anche qualche cosa da mangiare.
Eravamo vestiti sempre allo stesso modo e la guerra che doveva essere lampo sicuramente sarebbe durata un pò di più.
Mentre riparavamo le linee davanti all’osservatorio eravamo bersaglio delle mitragliatrici nemiche, quindi sempre pronti a buttarci a terra nel tentativo di ripararci.
Aiutavamo a spostare i pezzi per poter centrare ed abbattere un campanile nemico che fungeva da osservatorio.
Avevamo tirato sù un bel rifugio per quattordici soldati, ho costruito una stufa con materiale di fortuna, i tubi della stufa li ho fatti con le scatole della carne, l’avevo perfino abbellito con un perlinaggio (avrei dovuto abbellire anche il rifugio dei comandanti e per Natale era in programma perfino una fotografia).
In questo rifugio di sera recitavamo il Rosario guidato da Sapetti (il padre di Costanzo Bergesio) la partecipazione era molto grande, Gesù Cristo era nei nostri cuori anche in quei momenti.

Continuai i soliti lavori fino a metà dicembre quando dall’osservatorio si vedeva un grande movimento di carri armati russi, era impressionante.
La sera del 16 dicembre arrivò l’ordine del comando tedesco di ritirarci.
Il mattino del 17 abbiamo recuperato il materiale delle linee telefoniche arrivando all’accampamento a mezzogiorno.
Un rancio ridotto e veloce poi l’ordine di ritirare la linea tra il gruppo che era a Bocuciar ed il nostro accampamento distante tre chilometri.
Siamo partiti la sera alle cinque per recuperare quello che si poteva, dovevamo trovarci oltre il ponte di Bocuciar verso le undici, dove c’era un gran movimento di tedeschi in ritirata che ci sbarravano la strada.
Senza mangiare, con il freddo intenso, affaticato mi sedetti su una slitta trainata da cavalli, riuscendo ad attraversare il ponte verso le quattro di mattina del 18 dicembre.

A questo punto feci lo sbaglio di restare troppo fermo, avendo le scarpe piene di neve ebbi i piedi congelati.
Dopo il ponte c’erano delle case e ci siamo rifugiati un pò.
Togliendomi le scarpe a fatica mi trovai i piedi duri come ghiaccio con le calze attaccate.
Due donne russe uscirono a prendere un pò di neve in un catino, non lasciandomi avvicinare al calore mi fecero stare per un pò con i piedi coperti di neve, mi massaggiarono gli arti ancora insensibili, poi un male tremendo.
In quel momento presi l’immagine della Madonna (che mi aveva dato don Barale prima di partire) e la baciai.
Una delle donne me la tolse di mano e disse “Madonna italiaska”, non me la riconsegnò più.
Anche un giovane siciliano aveva i piedi congelati, però si avvicinò alla stufa, gridava dal male e non so più che fine abbia fatto.
Dopo un’ora i piedi scongelati erano coperti di bolle d’acqua, forandole restava la carne viva, riuscii lo stesso a mettermi le calze e le scarpe che per fortuna erano un pò grandi.
Uscii per raggiungere la mia batteria e prendermi lo zaino, i primi passi li feci con un male indescrivibile.
Trovai il mio gruppo che partiva già per la ritirata a piedi.

Non potendo camminare come volevo mi aggrappai alla bocca di fuoco di un cannone e mi feci trascinare a tratti cercando di muovere i piedi per paura di un nuovo congelamento.
La sera non si trovava la via d’uscita, qualcuno passò ma si tentava di salvare il materiale attraverso un’altra strada.
Nella notte ci fu una fermata in aperta campagna, io e Giraudo di San Pietro del Gallo abbiamo raccolto dell’erba secca, mettendo una coperta sotto e l’altra sopra ci siamo rannicchiati scaldandoci i piedi a vicenda per riposare fino all’alba.
Il mattino del 19 dicembre ci fu una tremenda ritirata della fanteria rincorsa dai russi, si sentivano grida e un gran fracasso, il colonnello ordinò di puntare i pezzi e sparare ad altezza uomo riuscendo a fermare per un pò i russi.
Dopo un’ora siamo scappati anche noi per non restare prigionieri, abbiamo abbandonato i cannoni e dei camion senza carburante.
Camminammo fino al mattino del 20 quando vicino ad un capannone trovai un pò di pane e delle gallette in un camion abbandonato, era da due giorni che non mangiavo, per bere succhiavo un pò di neve.
Intanto arrivarono tre carri armati russi che tentarono di farci prigionieri, trovammo un pezzo anticarro e facemmo fuoco centrandone uno e mettendo in fuga gli altri due, mentre il capitano salì sulla macchina in piedi col cannocchiale, fu circondato dai mezzi russi e non fece più ritorno.
Siamo partiti verso sera ed io non ce la facevo più per i piedi, trovai ancora posto su un camion ma feci pochi chilometri che finì il carburante.
Il 21 all’alba arrivarono altre due colonne di sbandati, una da destra e l’altra da sinistra e formarono un’unica grande colonna, mentre i russi ci hanno individuati sparando con i mortai facendo un gran subbuglio e diverse vittime.

Quei pochi camion rimasti avevano tanti soldati aggrappati alle centine per tentare di salvarsi, ne ho visti due passare a pochi centimetri schiacciando quei poveri disperati, anche così si moriva in Russia.
Ho visto un camion rovesciato che aveva perso una botte di vino e un sacco di zucchero, c’era la lotta per racimolare qualcosa, la botte perdeva vino dal buco di uno sparo da dove si poteva bere un pò.
Ad un certo punto la grande colonna si divideva in due e mi trovai solo più con Magliano, gli altri li avevo persi.
Guardando quelle colonne non si sapeva dove andare, seguimmo la colonna dove c’erano dei tedeschi ma era un terno al lotto, poteva voler dire la salvezza o la fine.
In questo punto diversi miei compagni di batteria corsero verso un gruppo di soldati che credevano italiani, ma erano russi, non ho avuto più notizie di loro.
Camminando verso notte i tedeschi lanciarono i razzi per illuminare e capire la situazione, trovandosi davanti tantissimi russi schierati ad aspettare il nostro passaggio, lanciarono subito il razzo rosso che significava grave pericolo.
Entrando in un piccolo paese si formò un fronte di difesa, io ho visto una trebbiatrice, tentai di nascondermi ma era piena di russi, per mia fortuna non spararono.
Ci fu un grande scontro che portò ad un arretramento dei russi.
All’alba del 22 cominciarono i colpi dei mortai e katiuscia, si calcolò che fossero 6 katiuscia e 20 mortai che ci bersagliarono.
Ci furono tanti morti e feriti, ho visto un colpo di mortaio colpire una slitta carica di soldati, saltarono in aria come schegge.
La sera io riuscii a mettermi vicino ad una casa in fiamme per riscaldarmi, mentre sistemavo la gavetta piena di neve vicino al calore per ricavarne dell’acqua arrivò un colpo che me la centrò in pieno, il destino ancora una volta mi salvò.
Abbandonando tutto verso le dieci del mattino ci fu l’ordine di andare all’assalto, avanzavamo senza sparare, qualcuno gridò “avanti Savoia” ci fu un massacro indescrivibile.
Finì l’assalto allargando il cerchio dei russi, per quel giorno ci fu un pò di calma.

Nel pomeriggio cercammo qualcosa da mangiare, trovammo due buoi morti in una stalla, un mio compagno aveva un coltellino, prendemmo un pezzo di coscia e lo sistemammo in una marmitta di fortuna, mentre la portavamo sul fuoco per farla cuocere arrivò il sibilo di un colpo di katiuscia, abbandonando la marmitta per terra corremmo dietro una casa.
La marmitta fu centrata in pieno e la carne non c’era più.
Nella notte io, Perucca di Trinità e un altro siamo riusciti a riposarci su un pò di paglia stesa su dei cadaveri, ci alternavamo uno per volta di guardia.
Il 23 dicembre giravamo in mezzo a morti e feriti, ho visto su una pianta di pero da un ramo pendere una gamba, mi sono trovato con latri soldati, abbiamo visto aeroplani buttare qualcosa che credevamo cibo, si correva per arrivare a prenderne, invece erano bombe tedesche per rifornire i carri armati, un paracadute non si aprì, il carico scoppiò facendo tante vittime e feriti.
Per il forte scoppio mi sono trovato con la bocca aperta ma nessuna scheggia mi aveva centrato.
Giraudo si sentì male e cominciò a sputare sangue senza essere ferito, in due l’abbiamo accompagnato in un ospedale da campo preparato sulla neve, lasciandoli lì proprio mentre arrivò un nuovo ordine di andare all’assalto, non l’ho più visto.
Ero sempre con gli ultimi per la difficoltà di camminare, c’era una piccola valle da attraversare sotto i colpi di mitraglie russe, mi portai in fondo alla valletta e trovai un soldato che gridava ferito, lo presi sulle spalle e vidi che aveva una grossa ferita al ventre, morì sulle mie spalle, dovetti abbandonarlo.
Tantissimi morti in quella valle, sul fondo il sangue scorreva come un piccolo rigagnolo colorando la neve di rosso.
Tornai indietro e la sera ci fu un altro assalto sotto i colpi dei mortai a cui partecipai con il mio tenente.
Arrivò la notte, il freddo era insopportabile, entrai in una casa con altri soldati, qualcuno gridò forte “Lingua”, io risposi, m’illuminò con una pila, cercava mio cugino Antonio, provai tramite questo soldato di far sapere a mio cugino che ero vivo, a mezzanotte uscii gridando forte “Lingua” ma nessuno ha risposto, mi sono allontanato ed ho trovato Perucca che aveva delle sigarette.
Un pagliaio prese fuoco, cercammo di scaldarci, abbiamo visto uscire dei soldati accesi come torce umane, stavano dormendo nella paglia senza accorgersi dell’incendio, così un’altra strage si compì.
Trovai Fresia, un mio amico di Ceva, che cambiò le sue sigarette col mio tabacco.
Il mattino del 24 dicembre mi trovai con una decina di compagni per andare a visitare Giraudo che era morto, improvvisamente arrivò un colpo di mortaio che ci colpì tutti con le schegge, ho sentito bruciare il braccio ed il fianco.
Magliano fu ferito ad una gamba, medicato alla bell’e meglio fu portato in un capannone tipo ospedale dove ci coricammo vicino a lui.
Io, Perucca ed un certo Cristino di Bra rimanemmo lì fino a sera.
Non seppi più cosa successe fuori, si sentivano i colpi di mortai e katiuscia.
Si sparse la voce di dover partire, un soldato gridava “camminate, andate, io rimango quì tra i morti ed i feriti”, era il cappellano militare.
Uscimmo fuori a cercare una slitta per non abbandonare Magliano, mentre il cappellano impartiva la benedizione e portava la comunione ai feriti.
Magliano ci disse “andate che io non posso più camminare”, a malincuore ci siamo incolonnati lasciandoli lì.
Verso le ventuno partimmo in silenzio dopo essermi medicato i piedi, camminammo tutta la notte.

Il mattino del 25, Natale, col mio tenente e caporal maggiore, due liguri, incontrammo due carrette italiane che trasportavano due soldati russi uccisi dai tedeschi e furono liberati due italiani della mia batteria.
Vedemmo anche l’uccisione di una donna da parte dei tedeschi, avevo fame ed il sonno mi stava aggredendo, mi avvicinai ad un rifugio ma una donna urlava di paura, gli ho fatto segno di essere italiano, mi riempì un sacchettino di patate, poi l’ho nascosta sotto una coperta perchè stavano arrivando dei tedeschi.
Ritrovai l’amico Perucca, dopo un pò riprovai a gridare “Lingua”.
Una voce mi rispose, era mio cugino Antonio che avevo già cercato a più riprese.
Io ricordo di averlo incontrato mentre mangiavo patate crude, non mi riconobbe, ero davvero malconcio, la bocca era tutta una cicatrice provocata dal gelo (al ritorno mi disse che stavo mangiando una gallina cruda con le piume che si attaccavano alla bocca, forse non ero più tanto lucido).

Mi chiese da quando non mangiavo, risposi dal giorno 20, mi diede due gallette che tribolai a mangiare per via della bocca.
Siamo partiti a piedi con mio cugino, ci siamo fermati per medicarmi i piedi con un pò di antigelo, poi ci siamo salutati andando ognuno verso i propri compagni, mentre il freddo era intenso.
La colonna si doveva fermare a Moncovo ma invece proseguì così rimanemmo staccati, entrai in una stalla, c’era una mucca che provai a mungere, ma entrò un soldato che sparò alla vacca che per poco non mi crollò addosso.
Ci buttammo tutti a succhiare il sangue, dopo un’ora erano rimaste solo le ossa e la pelle.
C’incamminammo cercando la pista dove era passata la colonna, un carro armato mentre attraversava una palude ruppe il ghiaccio e sprofondò, molti morirono in quel ghiaccio, io non passai di lì per via dei miei piedi.
Camminando, per fortuna la via era quella giusta abbiamo raggiunto la colonna verso le undici del 26 dicembre perchè si era fermata a combattere in un paese, c’era la tormenta, da far fatica a camminare, verso le quattordici hanno sfondato, si calcolava una temperatura di -40 gradi.
La colonna proseguì, tagliando il percorso trovai una casa dove c’era una marmitta con dell’acqua sul fuoco, facemmo cuocere dei maccheroni che avevo barattato con delle patate, arrivarono quattro o cinque soldati che ci puntarono il moschetto e ci presero il mangiare, abbandonammo tutto, per fortuna dopo trovai dei telai di miele ancora con la cera attaccata, ne presi con me e ogni tanto ne succhiai durante il cammino, la bocca mi si gonfiò, ero irriconoscibile.
Verso le diciotto la colonna ripartì, camminavamo a braccetto, ci perdemmo.

Nella notte tra il 26 e il 27 andai fuori di senno, come in un sogno vidi la statua di Sant’Anna che mi venne in aiuto, mi trovai a Riforano c’era una strada nuova, volevo andare a casa passando per Broccardo, la neve era alta, feci una scorciatoia, dovevo attraversare un canale, non ce la facevo, il freddo era tremendo pensavo di morire.
Con la forza della disperazione riuscii a superare l’ostacolo, mi trovai a Rabiot, bussai alla porta, chiamai il mio vicino di casa e dissi “Giovanni apri, io rimango quì, non vado più a casa”, dopo un pò uscì una donna che non mi voleva far entrare perchè la casa era piena di russi, in quel momento ritornai in me.
Entrai e dissi sono italiano, stiamo scappando, mi hanno visto così malconcio, mi hanno preso il moschetto e andarono via lasciandomi lì.
Mi sedetti in un angolo al caldo, la donna mi tolse le scarpe, mi asciugò le calze, mi addormentai e mi svegliai all’alba del 27 con la bocca acida e i piedi medicati con l’antigelo.
Mi vestii ed uscii accorgendomi che l’ostacolo che non riuscivo a superare era una ferrovia.
Appena superata c’erano degli sbandati come me, non sapevano dove andare, ci orientavamo con le scie delle slitte, tanti cavalli e tanti soldati morti, la tormenta li coprì con uno strato di neve, si vedevano solo le sagome.
Dopo circa tre ore arrivammo in una cittadina, Perucca mi cercava, io ero in ritardo, lo trovai in una casa dove mi sono riposato un pò.
I comandanti formavano delle centurie prendendo i soldati a caso, presero anche me ma non riuscimmo a portare a termine il lavoro ordinato, ci rifugiammo in una stalla.
Non so se sia stato lo sbalzo di temperatura, mi colse la colite e una grande debolezza, mi coricai per terra riparato dal vento, mi sentivo mancare, il tenente si informò sulle mie condizioni, trovò delle coperte, mi coprì, ero immobile, ad un tratto sentii il tenente alzare la coperta e dire a qualcuno “è ancora vivo”.

All’alba del 28 dicembre dei compagni trovarono una cucina tedesca, fecero del thé caldo e me lo diedero, mi fece bene e ripresi un po di forze, col camion mi portarono in paese dentro una casa dove sono rimasto fino all’Epifania.
Ero malato con poche forze, quasi sempre coricato, mangiavo poco, i piedi però non peggioravano,
Il giorno dell’Epifania arrivò un aeroplano detto “cicogna”, portava dei comandanti, il pilota era lombardo amico di un mio vicino di letto, ci disse “scrivete che porto via la posta per i vostri familiari”, avevo ancora un biglietto postale in tasca, ho scritto, ricordo ancora il contenuto “amici siamo ancora io e Perucca e speriamo di essere fuori di tutto” e consegnato a quel pilota il biglietto arrivò a casa mia.
Mio cugino Antonio fu arruolato nelle centurie in linea con le SS vestiti di bianco, parlando seppe che ero in una casa malato, riuscì a trovarmi, gli dissi “quando torni a casa dì ai miei che io sono rimasto qui, ormai non ce la faccio più”.
Continuavo a restare in quel luogo, dopo circa tre giorni mi alzai, uscii a camminare un pò per vedere la reazione del fisico, arrivò un colpo di cannone che sventrò la casa, per fortuna era vuota, nei pressi trovammo un soldato morto assieme al padrone della casa, avevo ricevuto un’altra grazia.
Antonio seppe di quel disastro, pensò che io fossi sotto a quella casa, anche Perucca e di il tenente vennero a cercarmi e con sorpresa mi videro gironzolare, ero vivo.
Dopo trecento metri trovammo un’altra casa dove ci rifugiammo in sei o sette, ero ancora senza forze.
Dopo qualche giorno uscendo trovai un magazzino viveri che bruciava, entrai dalla porta in fondo, trovai del miele con cui riempii delle scatole vuote di sardine e le misi nel tascapane.
Dopo duecento metri c’era un pagliaio, mentre tiravo un pò di paglia mi arrivò una bomba dietro a circa due metri, non scoppiò e rotolò per una ventina di metri, ritornai nella casa.
Dopo un giorno o due vennero a trovarci due compagni, uno si chiamava Quaranta l’altro non ricordo, mentre si aggiravano attorno alla casa arrivò una bomba che colpì a morte i due amici, anche la casa in parte crollò, io rimasi sotto delle travi illeso, ci spostammo nella parte che aveva resistito continuando a rimanere lì fino al 15 gennaio 1943.
Arrivò l’ordine di scappare perchè stavano arrivando nove divisioni russe a Cercovo, io non volevo ripartire ma gli amici mi convinsero e mi aiutarono a partire, uscimmo ma la colonna partì solo al mattino, il freddo peggiorò la mia colite ed anche i piedi.
Mi avvicinai ad una casa, c’era un soldato ferito ad una gamba, lo aiutai a coricarsi, sanguinava forte, si accese una sigaretta dicendomi “spero di morire prima di finirla”.
Perucca venne a cercarmi, non avevo voglia di proseguire, mi fece uscire con la forza, la colonna era già partita all’alba e i russi ci aspettavano all’uscita del paese, noi eravamo nell’ultima parte della colonna e tentammo lo stesso di passare dove i tedeschi avevano sfondato lasciando sul campo tanti mezzi e tante vittime.
Perucca e gli altri passarono strisciando per terra, io passai in piedi mangiando del miele, se fossi caduto non mi sarei più rialzato ero sfinito, un colpo mi forò il pastrano, un altro mi staccò il tacco della scarpa, un soldato che strisciava davanti a me fu ferito alle gambe ma potè proseguire.
Grassano, un altro amico, si sentì male al petto, fu salvato dall’orologio che teneva nel taschino all’altezza del cuore.
Appena usciti da quell’inferno ci riprendemmo a braccetto sempre sotto i colpi dei mortai, ci voltammo e vedemmo circa mille soldati fatti prigionieri.

Camminando fino a sera arrivammo ad un comando tedesco, il freddo mi colpì, le forze erano davvero poche, entrammo in una casa dove mi addormentai.
Arrivò un camion tedesco che ci offrì un passaggio, Perucca voleva salire, io rifiutai, litigammo, al mattino siamo partiti a piedi ed abbiamo visto quel camion ribaltato nella neve.
Mentre camminavamo Perucca mi accusava d’impedire anche a loro di salvarsi, andai per terra e lui mi alzò, ritornai in me e facemmo la pace, anche il sistema nervoso stava cedendo.
Proseguimmo e ci facemmo coraggio a vicenda, qualcuno aveva perso una fisarmonica, la trascinai per un pò dietro di me.
Nel percorso c’era un soldato su uno slittino che si spingeva avanti con due pezzi di legno, non poteva camminare, chiedeva aiuto, lo tirammo un pezzo per superare una collina poi ci disse “lasciatemi che io vado”.
Verso le sedici del 17 gennaio arrivammo ad un comando tappa, c’erano dei camion, eravamo fuori della sacca, riuscimmo a mangiare di nuovo un rancio caldo, tentai di salire sul camion senza farcela, rimasi in una casa, ci promisero di venire a riprenderci, invece ci abbandonarono, al mattino il comando tappa non c’era più, tutti fuggivano.
Dietro una casa c’era un’autoambulanza ferma, l’autista dormiva, lo svegliai ma non riuscì a far partire il mezzo, passò un camion tedesco che lo trainò, mi aggrappai al camion con le braccia infilando i gomiti tra le centine, un soldato vicino a me attaccato con le mani si staccò e fu schiacciato dall’autoambulanza, Perucca rimasto indietro vide quel cadavere e pensò che fossi io, riuscimmo entrambi a salire sull’ambulanza, Perucca salì da un finestrino con un vetro rotto.
Siamo riusciti così a fare 60 chilometri dove c’era un altro comando tappa, c’era da mangiare, salimmo su un camion, ci diedero dei viveri e delle scatolette, ci portò per altri 70 chilometri, ci fermò in una stazione dove c’era il treno che non partì perchè la ferrovia era interrotta.
Ci fermammo la notte e il giorno dopo, il 21 gennaio, arrivò un comandante che ci consigliò di camminare fino alla base dei camion altri quattro chilometri, la colite continuava a farmi soffrire.
A metà strada c’era un soldato con un bidone di cognac per soccorrerci, riempii il gavettino ne assaggiai con Perucca, sentii subito le gambe mancare, mentre Perucca barcollava portandomi a braccetto ebbi la forza di versare il cognac per terra, a stento riuscimmo a raggiungere la base dei camion.
Ci coricammo sul camion di un colonnello che partì per ultimo perchè dopo il suo passaggio si fece saltare il ponte sul fiume Donetz.
Verso sera arrivammo davanti ad un capannone dove si parlava di andare via, c’era un’ambulanza che caricava i feriti, io ero congelato e salii sopra, Perucca rimase lì nel capannone dove trovò Campana di Cuneo e Botta del Piasco, loro erano usciti dalla sacca prima di Natale.
Perucca è stato trovato dagli amici in uno stato pietoso ma disse “se vedeste Lingua”.
Riferì che mi portarono all’ospedale, vennero a cercarmi perchè l’ospedale stava per essere abbandonato.
L’ambulanza mi portò all’ospedale, che stava per essere trasferito, rimasi in un corridoio a bere un caffè caldo e medicare i piedi che mi fasciai da solo.
Sentivo dire che ad un chilometro c’era il treno che ci avrebbe portati via, m’infilai tra i malati e gli infermieri, dopo un quarto d’ora sentii il treno fischiare e mi feci coraggio.
Arrivai alla stazione il mattino del 22 gennaio, salii sul treno con l’aiuto di altri, vagone bestiame, faceva freddo ma ci diedero una coperta ed una pagnotta.
Mettemmo la coperta sulla paglia sistemandoci uno contro l’altro, invece di viaggiare ventiquattro ore come previsto siamo rimasti sul treno per sei giorni, per dissetarmi raschiavo la brina dalle fessure della porta con il coperchio della gavetta.
Arrivai a Leopoli in Polonia, il treno entrò direttamente nell’ospedale, non potei più scendere, un infermiere di Benevagienna, parente di Sanpò di Rubella, mi prese sulle spalle e mi portò all’interno dell’ospedale, sul vagone rimasero due soldati morti.
Mi lavarono, ero pieno di pidocchi, era da quaranta giorni che non mi cambiavo, mi sbarbarono e mi medicarono poi l’infermiere mi portò nel letto.
Nella notte le luci erano azzurre, dormii per ventiquattr’ore, svegliandomi pensai di essere in paradiso.
Rimasi dal 28 gennaio al 6 febbraio, mi ripresi un pò, con un treno ospedale mi portarono a Montecatini dove rimasi due mesi per curare i piedi congelati, mi fecero fare la cura termale che mi ristabilì.
Da Montecatini scrissi a casa, ma mio cugino Antonio non credeva che io fossi vivo, i miei genitori volevano farmi visita ma io scrissi che non era possibile per epidemia di tifo, mio cugino continuava a pensare che io fossi morto.
Ai primi di maggio fui dimesso con cinquanta giorni di convalescenza, arrivai finalmente a casa.
Finii il militare a Savigliano a settembre del 1943.

Lingua Battista
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mostra fotografica virtuale:

http://www.url.it/muvi/bacheca/nuovi/russia/indice.htm

Per una nuova "Teologia della Liberazione"

Il titolo del post è stato pensato sull’onda delle celebrazioni del 25 Aprile, per ricordarci che la Resistenza non è morta con la fine del conflitto, ma è assurta a simbolo della lotta perenne alle sopraffazioni di qualsiasi natura e su qualsiasi fronte. Come ci ha insegnato Pasolini, è sempre tempo di pensare per agire, con questo intendendo che non bisogna mai smettere lo stato di “allerta”, affinché i valori propugnati e difesi nella lotta partigiana, con le sue migliaia di vittime, non vengano seppelliti dal nuovo fascismo strisciante, nato sulle ceneri della dittatura fascista e nazista ed alimentato incessantemente dai rappresentanti di un altra, ed altrettanto sanguinosa, dittatura: quella americana dominata dal Dio Dollaro.

Quella che segue è un’attenta analisi della teologa Ida Magli; e credo che ulteriori nostri commenti non siano necessari perché il “pezzo” si spiega molto bene da sè.
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UN PAPA TEDESCO

Sebbene fossero molti coloro che davano come possibile successore di Wojtyla il Cardinal Joseph Ratzinger, io ritenevo che non sarebbe stato nominato proprio perché tedesco. Mi sbagliavo: malgrado sia io a sapere meglio e più di qualsiasi altro che l’unica cosa che i governanti d’Europa perseguono è l ‘Impero Europeo, ritenevo che la nomina di un Papa tedesco avrebbe rivelato con eccessiva evidenza una realtà davvero scomoda, ossia che la leadership dell’Europa è nelle mani della Germania.

Pensavo perciò che tale nomina sarebbe stata evitata fino a quando il disegno dell’Impero non fosse stato completato e messo al sicuro. Preoccupazioni inutili per i dittatori. I governanti procedono con la stessa sicumera con la quale hanno proceduto fino ad oggi, incuranti del desiderio dei popoli e dei loro interessi e hanno provveduto a dare una base molto forte all’Impero europeo con un Papa che non soltanto è tedesco ma è in grado, per la sua personalità e le sue particolari convinzioni sul potere della Chiesa, di prendere in mano la situazione proprio in Europa.

Inchiniamoci, dunque, ancora una volta all’astuzia e al cinismo dei governanti, ivi inclusi ovviamente quelli della Chiesa. I commentatori e i giornalisti che fino a ieri hanno osannato Wojtyla per la sua apertura ai popoli del Terzo mondo, per il suo interesse ai poveri, ai malati, ai giovani, convinti che il successore avrebbe continuato la strada condivisa con fanatico entusiasmo da tutti coloro che hanno affollato Piazza S. Pietro durante i suoi funerali, cominciano adesso a definire Joseph Ratzinger un “conservatore”, sebbene non si sappia cosa questa parola possa significare nell’ambito delle religioni in quanto ogni religione, così come il Cristianesimo, si pone come “verità” e dunque non può che “conservarsi”.

La scelta di Ratzinger, invece, testimonia ciò che i facili esaltatori di Wojtyla non hanno mai voluto né capire né ammettere, ossia che Wojtyla ha perseguito soltanto il proprio personale successo, accentrando su di sé la Chiesa come immagine e come potere e che, dal punto di vista della fede, ha praticamente annullato la specificità del cristianesimo.

In Europa i battezzati sono sempre di meno; le vocazioni sacerdotali ridotte al minimo; quelle degli ordini religiosi anch’esse scarsissime perfino nell’ambito femminile, che è stato sempre il maggior serbatoio dell’esercito della Chiesa.

I governanti d’Europa hanno capito, così come l’hanno capito i Capi della Chiesa, che, senza l’Europa, il Potere del Papato non può reggere; che senza il prestigio e l’aureola di Michelangelo e di Bernini in Roma, non ci sarebbero state le folle e le televisioni di tutto il mondo a riprenderne i riti.

A sua volta, l’Unione Europea non può rinunciare al Papato come Potere radicato a Roma e al quale, come sempre durante i mille e settecento anni che sono trascorsi dalla falsa donazione di Costantino, l’Italia serve esclusivamente come territorio calpestato, occupato, umiliato.
Dal punto di vista della Chiesa e dal punto di vista dell’Unione europea, la nomina di Ratzinger, dunque, è quanto di meglio si potesse fare. A Ratzinger toccherà riprendere contatto con le voci dissenzienti in Austria, in Germania, in Olanda, negli Stati Uniti, cui Wojtyla aveva imposto il silenzio, e al tempo stesso riprendere il contatto con i vari gruppi protestanti che in Germania, così come nel resto del nord d’Europa, fino ad oggi hanno avuto poco spazio teologico, sommersi dall’idolatria per la Madonna e dall’inconcludente “vogliamoci bene” wojtyliano. Dal punto di vista dell’Italia, invece, il Papato di Ratzinger segna la sua definitiva assegnazione a servizio logistico per il Papa e per l’Europa.

Elenco brevemente i motivi. Il primo è quello già accennato: il rafforzamento dell’Impero europeo e della sua leadership tedesca, con tutte le conseguenze che questo comporta per la fine della libertà e dell’indipendenza di tutte le Nazioni ma soprattutto dell’Italia e per la fine della libertà di pensiero per ogni italiano. Di fatto l’Impero europeo è stato inventato dai Tedeschi e per i Tedeschi. I Tedeschi hanno deciso che tutti dovevano scontare le colpe del nazismo cancellando le responsabilità di ogni singola nazione e cancellando il nostro nome: diciamoci “europei” per non dirci più né tedeschi, né francesi, né italiani, ecc. Hanno deciso, inoltre, che dovevamo scontare le colpe del nazismo costringendoci a non “pensare” in quanto pensare significa “discriminare”, giudicare, cogliere differenze. A realizzare e a sorvegliare questa opera di cancellazione del nazismo, ci sarebbe stata la Germania. Questa è l’unione europea e la nomina di un Papa tedesco chiude il cerchio della leadership germanica. Ratzinger ha scritto numerosi articoli ed anche un libro sull’Unione europea (Joseph Ratzinger, Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti, Ed. Paoline, Milano 1992), esponendo il suo pensiero in proposito, un pensiero comune a tutti coloro che hanno auspicato questa unione: il raggiungimento della pace, una miglior comprensione fra i popoli.
Da lui, dunque, non ci si può aspettare altro che un’opera di sostegno all’ organizzazione tedesca dell’Impero.

Le nazionalità dei Papi

Il secondo punto riguarda l’Italia, come Nazione succube più di tutte le altre nell’Unione europea, e come territorio dove risiede il Vaticano. È chiaro che non ci sarà più (o almeno non ci sarà più per molto tempo) un Papa italiano. I Papi italiani ci sono stati per molti secoli (il primo Papa tedesco è stato Bruno di Carinzia, della Casa imperiale degli Ottoni, nel 996 d.C. durante il predominio dell’Impero tedesco) per il motivo evidente che non poteva non essere italiano il Monarca di uno Stato italiano che voleva essere considerato legittimo possessore e non conquistatore. Hanno
continuato ad essere italiani fino a dopo la caduta di Roma diventata capitale del Regno d’Italia perché il Papato ha sperato di riprendere possesso di una parte almeno dei propri domini. Aveva questo significato il fatto che il Pontefice non usciva dalle mura vaticane: si era dichiarato prigioniero di uno Stato usurpatore. Come è noto il Pontefice è uscito dal Vaticano ed è apparso nelle strade di Roma soltanto dopo il bombardamento americano sul quartiere di San Lorenzo. Era il Papa Pacelli. Allora, con la proclamazione della repubblica italiana, il Papato si è definitivamente convinto che qualsiasi speranza di riottenere uno Stato era perduta.

Ci sono stati ancora tre Papi Italiani perché l’Europa era paralizzata, impossibilitata a muoversi a causa della guerra fredda e dell’incombere del pericolo sovietico. L’Italia ha svolto, quindi, la funzione di sempre: terreno di attesa, concreto e simbolico, per il potere degli altri Stati d’Europa, mentre si cominciava a preparare l’unione europea. Il Papato, a sua volta, attendeva, assicurandosi qualche privilegio attraverso i Concordati, fino a quando, ormai già proteso verso un’Europa il più possibile allargata verso l’Est, è stato nominato un Papa polacco. La Polonia era soltanto una manovra di avvicinamento alla nazione finale: la Germania. Ratzinger è stato infatti a fianco di Wojtyla durante tutto il Pontificato. Così stanno le cose.

Che pena vedere giornalisti, politici, cittadini italiani, tutti proni davanti ai Papi come se Roma e l’Italia fossero ancora di proprietà del Papato, una proprietà – se lo ricordino sempre gli Italiani – ottenuta con un documento falso, scritto appositamente per far credere che il territorio dell’Italia appartenesse al Vescovo di Roma. Stiamo attenti: con la fine delle Nazioni, non ci vorrebbe molto a dichiarare di nuovo l’Italia spazio aperto alla Chiesa.


La Chiesa e il relativismo

Infine, un rilievo importantissimo su quanto già Wojtyla e adesso Ratzinger, condannano del mondo moderno. Il cosiddetto “relativismo”. Wojtyla ha chiesto banalmente scusa, come se si fosse trattato di aver urtato qualcuno davanti ad una porta, degli atti più abominevoli compiuti dalla Chiesa durante i lunghi secoli della sua storia. Si trattava (tanto per parlare soltanto di questo aspetto) di migliaia di persone condannate a morte per le proprie idee, o per colpe sessuali considerate gravissime, quali per esempio, il coito anale fra coniugi; oppure per stregoneria, o rapporti sessuali con il diavolo da parte di presunte streghe. Tutte condanne, come è noto, emesse dal Tribunale dell’Inquisizione. Giudici di questo Tribunale sono stati molti di coloro che la Chiesa ha dichiarato “Santi” e che onora con grandi chiese a loro dedicate, molto spesso parrocchie frequentate dai fedeli. Sia sufficiente nominare il Santo Bernardino da Siena, le cui famosissime prediche finivano sempre con l’incitamento a mandare al rogo i “sodomiti” (omosessuali e peccatori di coito anale in generale) e le “streghe” di Firenze. Di solito non c’era neanche bisogno di un processo: la “strega” Funicella fu bruciata subito alla fine della predica di Bernardino che la condannava.

Il Santo Roberto Bellarmino, famoso gesuita, fu il Giudice di Galileo, sottoposto a tortura per le sue teorie sul moto terrestre e condannato invece che al rogo, agli arresti domiciliari a vita, per timore che ucciderlo fosse nocivo alla Chiesa a causa della sua enorme fama di scienziato in tutto il mondo. Non fu altrettanto “fortunato” Giordano Bruno, anch’egli processato dal Santo Bellarmino e condannato al rogo per le sue idee teologiche. Sono soltanto alcuni esempi, ovviamente, altrimenti bisognerebbe ripercorrere tutta la storia della Chiesa. Quale altra giustificazione possono trovare uomini come Bernardino da Siena o Roberto Bellarmino se non quella che essi obbedivano alle convinzioni del loro tempo? Ossia proprio a quel “relativismo” che fa parte delle acquisizioni della scienza antropologica sulla cultura e sulla personalità di base dei popoli?

Wojtyla ha chiesto scusa, ma non ha tolto dal catalogo dei Santi coloro che hanno sbagliato: a Roma fa bella mostra di sé insieme al monumento che ricorda il rogo di Giordano Bruno, una grande parrocchia gestita dai Gesuiti e intitolata a San Roberto Bellarmino. Allora, se per la Chiesa non è valido il relativismo (e noi siamo pronti a riconoscere che nessun relativismo può essere valido per una religione in quanto ogni religione afferma di trovarsi nella Verità), ammetta di aver sbagliato nel dichiarare Santi coloro per i quali chiede scusa, e li condanni. Non sarebbe impresa da poco anche perché non è ben chiaro se il Papa, al quale spetta l’ultima parola nelle canonizzazioni, sia o no “infallibile” quando compie tali atti.

Tutti parlano solennemente del “dovere della memoria”. Ma alla Chiesa nessuno vuole ricordare nulla. Toccherebbe agli Italiani, ma è inutile sperare che i politici italiani abbiano un minimo senso della propria dignità e della dignità di coloro che rappresentano?.

Ida Magli
Roma, 20 Aprile 2005

Fonte: http://www.italianiliberiassociazione.it/Edito05/attpol20050420.htm


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di Ida magli leggete anche “Costruire su macerie“, sempre in tema di Impero Europeo:
http://www.disinformazione.it/costruireconmacerie.htm

25 aprile, ricordiamolo con l’ANPI




25 APRILE 1945

L’ITALIA CONQUISTA LA LIBERTÀ

Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i princìpi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia.
Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila, tra cittadini e lavoratori, deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila militari internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione.
Da quella lotta, che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa,
nacque la nostra Costituzione.
Una Costituzione ancora attuale e vitale, fra le più avanzate tra quelle esistenti, non a caso difesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani nel referendum del giugno scorso, quando si cercò di snaturarne la sostanza ed i valori.
Ma, a sessantadue anni dal giorno della Liberazione, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Non può essere, infatti, sottaciuto l’allarme per una ripresa del terrorismo, un nemico da sempre della democrazia e delle libertà, che ha sempre visto in prima fila per sradicarlo le forze democratiche antifasciste.
Permangono, d’altro canto, ancora oggi, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati contro il nazifascismo a cui dobbiamo in Europa la distruzione del regime del genocidio: un modo per intaccare le ragioni stesse fondanti la nostra Repubblica.
Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE, anniversario della Liberazione, assume il valore di una ricorrenza non formale.
Il Comitato Antifascista e la Confederazione Italiana tra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane, nel ricordo dei caduti, si rivolge ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese.
Il 25 Aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.
Confederazione Italiana fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane
Fondazione Corpo Volontari della Libertà (CVL)
ANPI-FIAP-FIVL-ANPPIA-ANED-ANEI
DS-LA MARGHERITA-PRC-SDI-PdCI
CGIL-CISL-UIL-ACLI-Centro Puecher
Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo
per la difesa dell’ordine repubblicano

Appello tratto da http://www.anpi.it

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