Archive | maggio 2007

TFR: quando il fondo fa "crack"

Scegliere oggi pensando al domani“. I manifesti due metri per due campeggiano sui muri di tutte le città italiane e invitano i cittadini a riflettere sulla destinazione della propria liquidazione. Maialini salvadanaio, matite colorate, piantine verdi: è la campagna informativa promossa dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale in collaborazione con l’Inps. Ad un mese dal 30 giugno, data entro la quale milioni di lavoratori dipendenti dovranno scegliere dove far maturare il trattamento di fine rapporto, destano preoccupazione i fallimenti di importanti fondi pensione. Ma la stampa non ne parla.

Negli Stati Uniti i fondi aziendali hanno registrato negli anni scorsi deficit pari a oltre 110 miliardi di dollari. Le stime riportano la firma della Pension Benefit Guarante Corp, il COVIP americano.

http://www.canisciolti.info/articoli_dettaglio.php?id=5211

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Le bugie dei sostenitori della privatizzazione della previdenza sociale
Meglio il Tfr che i fondi pensione

I sostenitori della privatizzazione della previdenza sociale, ossia il governo Prodi, come l’ex governo Berlusconi, i sindacati confederali e, naturalmente, la Confindustria, per convincere i lavoratori a privarsi del loro Tfr (Trattamento di fine rapporto) a favore dei fondi pensione complementari propagandano una serie di tesi, a loro dire incontrovertibili e indiscutibili. In realtà si tratta di tesi di parte, strumentali, che possono essere contestate e smentite.

Il debito dell’Inps
La prima tesi si fonda sul presunto debito dell’Inps (Istituto nazionale previdenza sociale). Una tesi rilanciata costantemente almeno dagli anni ’90 in poi e ancora sventolata per giustificare il taglio della spesa pensionistica (cosa avvenuta in modo drastico e pesantissimo) e le controriforme liberiste che si sono succedute a partire dal governo Amato fino all’attuale governo Prodi, passando dai governi Ciampi, Dini, Prodi 1°, D’Alema, Berlusconi. Questa affermazione, in buona sostanza, è sempre stata strumentale, anche perché si è continuato a caricare sulle casse dell’Inps spese improprie di tipo assistenziale di competenza del Tesoro. Ma che oggi è falsa. All’inizio del 2007 risulta che l’Inps è in attivo di 431 milioni di euro. Nel 2005 ha chiuso il bilancio con un attivo di oltre 2,3 miliardi di euro. Nel 2004 questo risultato è stato di 5,26 miliardi di euro. Il patrimonio netto attuale raggiunge i 24,2 miliardi di euro.
Ciò è avvenuto e avviene nonostante che: le casse dell’Inps siano state “prosciugate” da una serie di spese assistenziali e non previdenziali; gli aiuti alle aziende (fiscalizzazione degli oneri sociali) abbiano sottratto risorse; il fondo dei lavoratori dipendenti abbia dovuto intervenire periodicamente per ripianare i deficit dei fondi di altre categorie, come commercianti e coltivatori diretti; l’immensa evasione contributiva da parte delle aziende (circa il 30%) solo per il 2006 è stata stimata per un valore di 50 milioni di euro.
E dire che c’è una legge, la n. 88/1989, che stabiliva l’obbligo di separare le spese assistenziali da mettere a carico dello Stato e della fiscalità generale, da quella previdenziale a carico dell’Inps, rimasta lettera morta, mai applicata sia dai governi di “centro-sinistra” sia da quelli di “centro-destra”.

Insufficiente la pensione pubblica per vivere
La seconda tesi è che che il sistema pensionistico pubblico, specie per le nuove generazioni, copre al massimo appena il 50% del salario percepito al momento dell’età pensionabile. E tale tesi è vera, purtroppo. La previdenza sociale pubblica di miglior favore, varata nel 1968 sulla spinta delle grandi lotte sociali operaie, studentesche e popolari, è stata con più interventi negli anni demolita con controriforme liberiste le quali da un lato hanno peggiorato le normative, ridotto le prestazioni e tagliato il valore dell’assegno pensionistico, dall’altro hanno favorito la crescita di un sistema pensionistico privato, attraverso l’introduzione dei fondi pensione integrativi (chiusi e aperti) anche se a tutt’oggi stentano a prendere campo a livello di massa. Le controriforme hanno agito essenzialmente sull’innalzamento dell’età pensionabile, sulla limitazione della pensione anticipata d’anzianità, sul taglio del rendimento dei contributi soprattutto sostituendo il metodo di calcolo retributivo con quello contributivo. Accanto, agevolazioni fiscali di vario tipo per la costituzione dei fondi pensione, in particolare per quelli di tipo negoziale e contrattuale.
Se dunque, al punto cui si è giunti, la pensione pubblica non è sufficiente per vivere, diventa inevitabile, sostengono all’unisono governo, sindacati e padronato, farsi ognuno per conto suo, pagandola di propria tasca, la pensione integrativa. Scartando completamente la via opposta, quella del rilancio e dell’adeguamento normativo, fiscale ed economico del sistema pensionistico pubblico.

Tfr o fondi?
La terza tesi si fonda sull’assunto che il rendimento della liquidazione depositata nei fondi pensione sarebbe più alta e più conveniente rispetto alla scelta di mantenere il Tfr in azienda. Questo è forse l’aspetto più ingannatorio e più efficace su cui puntano governo, sindacati confederali e Confindustria per convincere i lavoratori ad aderire ai fondi. Ma da una disamina approfondita e completa del problema si giunge a una conclusione opposta e cioè che conviene tenersi il Tfr. Anche perché, se fosse come dicono loro, che bisogno avevano di introdurre il meccanismo truffaldino del silenzio-assenso?
I lavoratori devono sapere che il Tfr garantisce un rendimento certo e al passo con il tasso dell’inflazione, mentre mercati finanziari all’interno dei quali agiscono i fondi non possono farlo: tutto dipende dalle congiunture economiche e dall’abilità di chi gioca in Borsa. Devono sapere che il passaggio del Tfr ai fondi è irreversibile, cioè non può essere ripensato in futuro. Devono sapere che non potranno disporre, salvo casi eccezionali e solo parzialmente, dei loro soldi versati finché non andranno in pensione. Devono sapere che il loro Tfr diventa capitale di rischio, con la possibilità quindi non affatto remota, di perdere tutto in caso di fallimento dei fondi pensione ai quali sono iscritti. Devono sapere che le imprese per il fatto di “privarsi” del Tfr (cioè salario differito dei lavoratori) a favore dei fondi pensione saranno compensate con agevolazioni fiscali, con soldi della collettività, dunque anche dei lavoratori stessi.

I rendimenti
Esaminando la questione dal lato strettamente economico non si arriva a conclusioni diverse. Com’è noto le aziende prelevano ogni anno dalla retribuzione dei propri dipendenti, il 6,9% del salario come accantonamento per l’indennità di fine rapporto. Complessivamente l’insieme del Tfr di tutti i lavoratori configura una cifra enorme che fa gola ai pescecani capitalisti. L’ammontare del Tfr viene rivalutato annualmente di un 1,5%, più il 75% dell’inflazione (aumento dei prezzi al consumo, il costo della vita). Esempio, se alla fine dell’anno l’aumento dei prezzi al consumo è stato del 2,7%, il rendimento del Tfr sarà per quell’anno del 3,52% (75% di 2,7 più la rivalutazione fissa dell’1,5%). Al di là delle tante considerazioni sopra richiamate: i fondi possono fare meglio? In teoria potrebbe avvenire, in pratica non avviene. I fondi che operano attualmente in Italia non prevedono infatti nessuna forma di garanzia di rendimento minimo. Il rischio finanziario è interamente a carico del lavoratore.
È vero che c’è investimento e investimento. Ci sono le obbligazioni e i titoli di Stato più sicuri ma meno redditizi, con costi di commissione molto più alti; ci sono le azioni meno sicure e più volatili ma più redditizie al momento che salgono. Il fatto è che che i fondi pensione devono essere in grado non solo di avere un rendimento superiore a quello del Tfr, talmente superiore da compensare il maggior rischio del mercato, da compensare l’elevata volatilità dei mercati rispetto a quella (prossima allo zero) del Tfr, talmente superiore da ripagare anche oneri e commissioni dei gestori finanziari. Alcuni studi mostrano che tra il 1970 e il 1995 i rendimenti azionari sono stati negativi. Comunque anche gli studi più ottimisti presentano tassi di rendimento in linea, se non inferiori, a quelli del Tfr.

Salari, profitti e rendimenti pensionistici
Vi è un aspetto di carattere generale forse poco chiaro ai più e che va tenuto in gran conto. Riguarda la contraddizione e il conflitto che si vengono a determinare tra la dinamica dei salari e la crescita dei rendimenti finanziari previdenziali. La condizione necessaria perché i fondi pensione siano convenienti per gli aderenti è che ci sia un continuo trasferimento di ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e quindi le pensioni. Il che porterebbe a un conflitto generazionale nel quale lavoratori e pensionati tendono ognuno a massimizzare i propri profitti a discapito dell’altro. Il sistema pensionistico retributivo favoriva una solidarietà intergenerazionale. Ora invece i pensionati, per massimizzare i profitti derivanti dalle rendite finanziarie sarebbero interessati a che i salari, e quindi i redditi da lavoro, crescano il meno possibile per non intaccare gli utili delle imprese.
Esiste inoltre il problema legato all’inflazione: nel sistema a capitalizzazione un periodo di elevata inflazione fa sì che il capitale perda rapidamente valore. Se poi esplode una situazione iperinflattiva si creano le condizioni per crolli finanziari e fallimenti con la perdita dei risparmi pensionistici dei lavoratori. Il caso drammatico dell’Argentina è fresco e lampante. Non per caso lì stanno tornando a un sistema pensionistico pubblico.

28 febbraio 2007

fonte: http://www.pmli.it/megliotfrchefondipensione.htm



Lattuga selvatica? Oh yes, ladies and gentlemen



LA LATTUGA È AFRODISIACA: GLI EGIZI LO SAPEVANO GIÀ


In Egitto è tutt’oggi opinione diffusa che mangiare grandi quantità di questo vegetale permette di avere tanti figli

Si scioglie un enigma archeologico. Dopo una lunghissima analisi dei geroglifici sembra proprio che per gli egiziani la lattuga rappresentava un vero e proprio viagra naturale.

È per questo che Min, il dio della fertilità, è raffigurato sessualmente eccitato mentre davanti a lui i fedeli (maschi) invocano il suo miracoloso aiuto offrendogli cespi di lattuga, una verdura adatta a propiziare sonni tranquilli ma anche brillanti prestazioni sessuali.
Il membro di Min, infatti, si accendeva visibilmente di desiderio e la sua faccia si illuminava di entusiasmo proprio perché i fedeli gli offrivano della lattuga. Insomma, la lattuga faceva un effetto Viagra.

Ma questa preziosa conoscenza si perse nel tempo e nel mondo greco-romano si fece strada l’idea contraria, cioè che la lattuga fosse un ottimo calmante sessuale. Poi trascorsero i secoli e il vegetale arrivò ai nostri giorni con la fama di leggero sedativo generale adatto persino a calmare bambini insonni.

A risolvere l’enigma dei geroglifici egiziani è stato il paleobotanico italiano Giorgio Samorini, specialista di piante e composti psicoattivi e direttore della rivista «Eleusis», edita dal museo Civico di Rovereto (Trento).

Lo stesso Samorini ha affermato che “con una serie di auto-sperimentazioni ho verificato che assumendo fino a 1 grammo di lattucario, il lattice che affiora dagli steli recisi, prevalgono gli effetti sedativo-analgesici dovuti alla presenza di sostanze come lattucina e lattupicrina; a dosi maggiori, cioè 2 o 3 grammi, prevale invece l’effetto stimolante e allucinogeno indotto dall’alcaloide tropanico, una sostanza presente nelle Solonacee allucinogene quali il giuquiamo, la mandragora e la datura”. “Queste differenti reazioni dovute al diverso dosaggio – ha continuato lo studioso – possono spiegare perché in Europa, essendo noti solo gli effetti analgesici e simil-oppiacei, prevalse per secoli l’idea che la pianta avesse la capacità di spegnere gli ardori sessuali degli adulti e di favorire il sonno dei più piccoli. In alcune aree della Calabria è rimasta l’usanza, nel giorno della commemorazione dei defunti, di consumare l’amara lattuga selvatica e di bere vino accanto alle tombe dei parenti. Insomma, continua l’impiego della lattuga selvatica come calmante. In Egitto, invece, sembra che Min abbia lasciato qualche ricordo ed è opinione diffusa che chi mangia tanta lattuga avrà tanti figli”.

http://www.notiziemigliori.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1342&Itemid=52


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Lactuca virosa “Wild lettuce” Un’alternativa agli analgesici, eccezionale per il rilassamento. Effetto simile all’oppio.
La lattuga selvatica è anche conosciuta come “Lettuce opium” (oppio di lattuga). Il motivo di tale nome è da ricercarsi nel forte effetto ipnotico e narcotico, in tutto simile,anche se in forma più leggera, a quello dell’oppio ricavato dal Papaver somniferum. Questa pianta è apprezzata da secoli per le sue proprietà sedative e anestetiche. Nel XIX secolo, dottori e farmacisti prescrivevano regolarmente il “lactucarium”, un estratto della pianta, quando l’oppio non era disponibile. Il lactucarium è un sostituto sicuro dell’oppio, perché non produce assuefazione e anche se consumato in grande quantità (estratto di lattuga selvatica) non provoca mai “overdose”. negli anni ’70 la Lacuca virosa (lattuga selvatica) era molto nota negli USA. Veniva venduta con diversi nomi, quali “Lettuce opium”, “opium” e “lettucene”. Tisane ricavate dalle foglie oppure gli spinelli di lattuga selvatica sono rilassanti ed euforizzanti, facilitano l’addormentarsi. L’ingrediente attivo della lattuga selvatica è la lattucina.

Tossicità – è tossica tutta la pianta. Il sovradosaggio provoca una seria intossicazione con depressione respiratoria, stupor che può giungere al coma e quindi alla morte. Sconsigliata in gravidanza e allattamento.

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L’eroina “fa bene alla nostra salute”: le forze di occupazione sostengono in Afghanistan il traffico delle droghe



Profitti per molti miliardi di dollari per il crimine organizzato e le istituzioni finanziarie Occidentali

di Michel Chossudovsky*

Le forze di occupazione in Afghanistan forniscono l’appoggio al traffico di droga, che procura tra 120 e 194 miliardi di dollari di entrate al crimine organizzato, alle agenzie di spionaggio e alle istituzioni finanziarie dell’Occidente.
I proventi per molti miliardi di dollari di questo redditizio traffico illecito sono depositati nelle banche Occidentali. Quasi la totalità dei redditi si accumula per interessi corporativi e in favore di associazioni criminali fuori dell’Afghanistan.
Il traffico di droga della Mezzaluna d’Oro, promosso dalla CIA all’inizio degli anni Ottanta, continua ad essere protetto dai servizi di spionaggio Statunitensi, in collegamento con le forze di occupazione della NATO e dell’esercito Britannico. Secondo gli ultimi sviluppi, le forze di occupazione Britanniche hanno favorito la coltivazione del papavero da oppio tramite annunci pubblicitari a pagamento via radio.

“Un messaggio radio trasmesso attraverso tutta la provincia ha assicurato gli agricoltori locali che la Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza (ISAF) a guida NATO non avrebbe interferito con la raccolta attuale del prodotto della coltivazione dei campi di papavero. Questo messaggio affermava: “Alle rispettabili popolazioni di Helmand. I soldati dell’ISAF e dell’Esercito Nazionale Afghano (ANA) non distruggeranno i campi di papavero. Loro sanno che molta gente dell’ Afghanistan non ha scelta nella coltivazione del papavero. L’ISAF e l’ANA non desiderano impedire alla gente di guadagnarsi i mezzi per il loro sostentamento.” ( Riportato da The Guardian, 27 aprile 2007).

Mentre i discutibili messaggi sull’oppio sono stati con indifferenza messi da parte come uno sfortunato incidente, vi sono indicazioni che l’economia dell’oppio viene promossa a livello politico ( compreso il governo Britannico di Tony Blair).
Il Senlis Council, un comitato di esperti internazionale specializzato nelle problematiche legate alle politiche sulla sicurezza, sta proponendo la pianificazione in Afghanistan dello sviluppo di esportazioni lecite di oppio, con il proposito di favorire la produzione farmaceutica di antidolorifici, come la morfina e la codeina. Secondo il Senlis Council, “le coltivazioni di papavero sono indispensabili e, se opportunamente regolate, possono costituire una fonte legale di reddito per i contadini Afgani ridotti in povertà, mentre, allo stesso tempo, possono privare di molte delle loro rendite i signori della droga e i Talebani.”
(John Polanyi, Globe and Mail, 23 September 2006).


Il Senlis Council offre un’alternativa quando propone che “una coltivazione di papavero regolata in Afghanistan” possa venire sviluppata per produrre i necessari farmaci contro il dolore. Però, il rapporto del Senlis trascura di fare il punto sulla questione che è già esistente una struttura per le esportazioni lecite di oppio, comunque caratterizzata da forniture superiori in quantità alla richiesta.
La campagna del Senlis fa parte di una campagna propagandistica, che tende a contribuire a fornire una falsa legittimazione all’economia Afgana dell’oppio, (
Vedere il Progetto Senlis nei dettagli), e alla fine serve i potenti interessi in gioco.
Quanti acri coltivati a papavero da oppio sono richiesti per rifornire l’industria farmaceutica? Secondo la Direzione per il Controllo Internazionale sui Narcotici (INCB), che ha un mandato per prendere in esame le problematiche inerenti alla fornitura e alla richiesta di oppiacei usati per scopi medici, “la fornitura di tali oppiacei per anni è stata a livelli ben superiori alla domanda globale”.(Asian Times, febbraio 2006)

La INCB ha raccomandato di ridurre la produzione di oppiacei, dato che le forniture risultano superiori alla domanda.
Attualmente, è l’India il più grosso esportatore di oppio legale, fornendo circa il 50% delle partite lecite alle compagnie farmaceutiche interessate alla produzione di farmaci contro il dolore. Anche la Turchia è un importante produttore di oppio legale.

Il lattice dell’oppio Indiano “viene venduto ad industrie farmaceutiche e/o chimiche autorizzate, come la Mallinckrodt e la Johnson & Johnson, secondo norme stabilite dalla Commissione delle Nazioni Unite sui Farmaci Narcotici e dalla Direzione per il Controllo Internazionale sui Narcotici, che richiedono una vasta certificazione opportuna alla rintracciabilità della droga. ” (Opium in India)
In India, l’area destinata alla coltivazione legale di papavero da oppio sotto controllo Statale è dell’ordine modesto di 11.000 ettari, considerando comunque che la domanda globale dell’industria farmaceutica mondiale richiede approssimativamente 22.000 ettari di terra assegnata alla produzione di oppio. L’oppio per uso farmaceutico non è fornito in modo insufficiente. La richiesta da parte dell’industria farmaceutica è già soddisfatta.

La produzione di oppio Afgano sta spiccando il volo

Le Nazioni Unite hanno annunciate che la coltivazione del papavero da oppio in Afghanistan sta spiccando il volo. Nel 2006 si è avuto un incremento del 59% per le aree destinate alla coltivazione del papavero da oppio. Viene valutato che la produzione di oppio è aumentata del 49% rispetto al 2005. I media Occidentali in coro accusano i Talebani e i signori della guerra. Funzionari Occidentali hanno dichiarato di ritenere che “il commercio viene controllato da 25 trafficanti, compresi tre ministri del governo.” (Guardian, op. cit). Allora, per amara ironia, la presenza dell’esercito USA è servita per rafforzare più che sradicare il traffico di droga. La produzione di oppio è aumentata di 33 volte, dalle 185 tonnellate del 2001 sotto i Talebani alle 6100 tonnellate del 2006. Le aree coltivate sono aumentate di 21 volte dall’invasione del 2001 guidata dagli USA. Quello che i documenti dei mezzi di informazione di massa mancano di evidenziare è che nel 2000-2001 è stato proprio il governo dei Talebani ad essere funzionale nel mettere in applicazione con successo un programma di sradicazione della droga, con l’appoggio e la collaborazione delle Nazioni Unite. Realizzato nel 2000-2001, il programma dei Talebani di sradicazione della droga aveva portato ad un calo del 94% nella coltivazione del papavero da oppio. Nel 2001, secondo dati dell’ONU, la produzione di oppio era crollata a 185 tonnellate. Immediatamente dopo l’invasione dell’ottobre 2001 a guida USA, la produzione è drammaticamente aumentata, riguadagnando i suoi livelli storici. Il Dipartimento dell’ONU su Droghe e Crimine, con sede a Vienna, valuta che il raccolto del 2006 sarà dell’ordine di 6.100 tonnellate, 33 volte il livello della produzione del 2001 sotto il governo dei Talebani (un aumento del 3200 % in 5 anni). La coltivazione nel 2006 ha raggiunto un record di 165.000 ettari rispetto ai 104.000 nel 2005 e ai 7.606 nel 2001 sotto i Talebani.

Un traffico di molti miliardi di dollari

Secondo le Nazioni Unite, nel 2006 l’Afghanistan ha fornito quasi il 92% delle forniture mondiali di oppio, che viene usato per produrre eroina. Le Nazioni Unite stimano che per il 2006 il contributo del traffico di droga all’economia Afgana è dell’ordine di 2,7 miliardi di dollari. Quello che manca di venire sottolineato è il fatto che il 95% dei profitti generati da questo lucroso contrabbando va nelle tasche di comitati di affari, del crimine organizzato e di istituzioni bancarie e della finanza. Solo una piccola percentuale arriva agli agricoltori e ai commercianti del paese di produzione. (Vedere UNODC, The Opium Economy in Afghanistan,
http://www.unodc.org/pdf/publications/afg_opium_economy_www.pdf , Vienna, 2003, p. 7-8)

L’eroina Afgana viene venduta sul mercato internazionale dei narcotici ad un prezzo cento volte più alto del prezzo pagato ai contadini per il loro oppio fuori del campo“.(Dipartimento di Stato USA, citazione riferita dalla Voce dell’America (VOA), 27 febbraio 2004).

Sulla base dei prezzi all’ingrosso e al dettaglio sui mercati Occidentali, i profitti generati dal commercio della droga Afgana sono colossali. Nel luglio 2006, il prezzo su strada dell’eroina in Gran Bretagna era dell’ordine di 54 lire sterline, pari a 102 dollari al grammo.

Narcotici sulle strade dell’Europa Occidentale

Con buona approssimazione, un chilogrammo di oppio produce 100 grammi di eroina pura. 6100 tonnellate di oppio consentono di produrre 1220 tonnellate di eroina, pura al 50%. Il grado di purezza dell’eroina al dettaglio può variare, e sta su una media del 36%. In Gran Bretagna, il grado di purezza raramente supera il 50%, mentre negli USA si aggira sull’intorno del 50-60 %.

Sulla base dell’assetto dei prezzi al dettaglio in Gran Bretagna per l’eroina, i proventi totali derivati dal traffico dell’eroina Afgana dovrebbero aggirarsi sui 124,4 miliardi di dollari, assumendo un grado di purezza del 50%. Tenendo come valido un rapporto medio di purezza del 36% e il prezzo medio Britannico, il valore in contante derivato dalle vendite dell’eroina Afgana dovrebbe ammontare sui 194,4 miliardi di dollari. Sebbene queste cifre non costituiscano valutazioni precise, nondimeno danno l’idea dell’assoluta grandezza di questo traffico di narcotici multimiliardario in dollari fuori dell’Afghanistan. Preso come riferimento questo primo dato che fornisce una valutazione prudente, il valore in contante derivato da queste vendite di eroina, una volta raggiunti in Occidente i mercati al dettaglio, supera i 120 miliardi di dollari all’anno. (Vedere anche le nostre valutazioni in dettaglio per il 2003 in The Spoils of War: Afghanistan’s Multibillion Dollar Heroin Trade, by Michel Chossudovsky, – Il bottino di guerra: il traffico di eroina dell’Afghanistan per molti miliardi di dollari. L’UNODC valuta che il prezzo medio al dettaglio dell’eroina per il 2004 sia stato di circa 157 dollari al grammo, considerata una percentuale media di purezza).

Narcotici: traffico appena inferiore a quello delle armi e del petrolio

Le valutazioni precedenti sono conformi alle stime ONU rispetto alla natura e all’importanza del traffico globale di droga.

Il commercio Afgano in oppiacei (92 % della produzione mondiale di oppiacei) costituisce una quota larga del giro d’affari annuale su scala mondiale relativo ai narcotici, che è stato stimato dalle Nazioni Unite essere dell’ordine dei 400-500 miliardi di dollari.

(Douglas Keh, “Drug Money in a Changing World – Denaro dalla droga in un mondo che cambia”, Documento tecnico No. 4, 1998, Vienna UNDCP, p. 4. Vedere anche “United Nations Drug Control Program, Report of the International Narcotics Control Board for 1999 – Programma delle Nazioni Unite per il Controllo sulle Droghe, Rapporto della Direzione per il Controllo Internazionale sui Narcotici ”, E/INCB/1999/1 Nazioni Unite, Vienna 1999, p. 49-51, e Richard Lapper, “UN Fears Growth of Heroin Trade – le Nazioni Unite temono lo sviluppo del traffico dell’eroina, Financial Times, 24 febbraio 2000).

Sulla base dei dati del 2003, il traffico di droga costituisce “il terzo più importante commercio globale in termini di denaro contante dopo il commercio del petrolio e delle armi .” (The Independent, 29 febbraio 2004).

L’Afghanistan e la Colombia (con la Bolivia e il Perù) costituiscono i più grossi sistemi economici di produzione della droga nel mondo, che alimentano una florida economia criminale. Questi paesi sono pesantemente militarizzati. Il traffico di droga viene protetto. Un’ampia documentazione denuncia che la CIA ha giocato un ruolo centrale nello sviluppo dei triangoli della droga, sia nell’America Latina che in Asia. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha valutato che nel complesso il denaro sporco riciclato si aggira fra i 590 e i 1500 miliardi di dollari all’anno, che rappresentano il 2-5 % del Prodotto Interno Lordo mondiale. (Asian Banker, 15 agosto 2003).
Viene stimato dall’IMF che una grande percentuale del denaro sporco riciclato mondialmente viene collegato al traffico dei narcotici, un terzo del quale viene collegato al triangolo dell’oppio della Mezzaluna d’Oro.


*Michel Chossudovsky è collaboratore costante di Global Research.
Professore di Economia all’Università di Ottawa, è autore di “La Globalizzazione della Povertà”, seconda edizione,

Common Courage Press, 2001, di “War and Globalization – Guerra e Globalizzazione”, di “The Truth behind September 11 – La verità dietro l’11 settembre” .

Altri articoli a Global Research Articles by Michel Chossudovsky

© Copyright Michel Chossudovsky, Global Research, 2007

L’indirizzo url di questo articolo è: www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=20070604&articleId=5514


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Perché la legalizzazione dell’oppio Afgano a scopi terapeutici è un’idea destinata al fallimento

Global Research, 18 maggio 2007

Transform Drugs Policy Foundation


L’idea di legalizzare le coltivazioni di papavero da oppio dell’Afghanistan per uso terapeutico è riapparsa fra le notizie di questa settimana. Secondo l’“Independent on Sunday”(IOS), ora Tony Blair sta “prendendo in considerazione” il piano che era stato respinto dagli USA ed anche dal Ministero degli Esteri. Anche se lo IOS ce l’ha messa tutta per glorificarsi per i suoi recenti ed estesi servizi sulle droghe, evidentemente questa storia vede la sua fonte nel portavoce del Primo ministro, cosicché non esistono ragioni perché non sia vera. Un altro articolo nel Pachistano Daily Times ha affermato che anche la NATO apertamente stava“prendendo in considerazione” il progetto.
Non è il caso di sorprenderci che questo piano venga preso per lo meno in considerazione. L’Afghanistan è, come sempre, lacerato dal caos e dalla guerra: gli sforzi attuali di affrontare il traffico illegale di oppio sono chiaramente falliti in modo teatrale. Aggiungiamo a questo il fatto che tutti sanno che i piani di estirpazione proposti sono irrimediabilmente impraticabili ed non hanno alcuna possibilità di successo, e comunque vi può essere una potenziale apertura per prendere in considerazione soluzioni più radicali. Sfortunatamente “considerare” non è “fare”. Quando verrà preso in “considerazione” questo progetto, si riscontrerà che nella sua forma attuale il piano corrisponde ad un’idea destinata a fallire.

Di seguito viene riportato un articolo che appare nel Druglink magazine di questo mese, in cui si danno le ragioni di tutto questo.

Campi di sogni

Il progetto di Senlis Council di autorizzare la produzione di oppio Afgano a scopo terapeutico ha raccolto molta pubblicità ed appoggi ad alto livello, il più recente dal BMA, l’Ordine dei Medici Britannico. Può questo piano costituire una “pallottola d’argento”, nello stesso tempo curando le ferite dell’Afghanistan e fornendo una soluzione alla “crisi mondiale della sofferenza”? Purtroppo no, argomenta Steve Rolles della “Transform Drug Policy Foundation”.

Almeno superficialmente, questa idea esercita una grande attrazione. Al presente, più della metà della produzione mondiale di oppio è legale ed autorizzata per il mercato farmaceutico (morfina, diamorfina, codeina). Questa produzione non genera profitti criminali, non alimenta conflitti, o non viene venduta ai tossicomani agli angoli delle strade. Noi abbiamo la possibilità di aiutare l’Afghanistan sul cammino verso la sua stabilità economica e politica, e collegare questo al problema dell’evidente diminuzione di richiesta di oppiacei per uso terapeutico per il controllo del dolore? Sfortunatamente no – questa soluzione, che sembra essere una “pallottola d’argento”, deve far fronte ad un insieme di ostacoli di ordine pratico e politico che la rende quasi completamente inattuabile.


Per prima cosa, la “carenza” di oppio ad uso terapeutico è del tutto fittizia. Attualmente, la produzione di oppio legale avviene principalmente in Tasmania, Turchia e in India, sotto lo stretto controllo di agenzie delle Nazioni Unite sulle droghe. Evidentemente, il problema non è dato da una penuria di oppio, ma piuttosto da un sottoutilizzo della produzione attuale. L’INCB, International Narcotics Control Board, la Direzione per il Controllo Internazionale sui Narcotici ha valutato che la domanda mondiale annuale di oppiacei legali (equivalenti in morfina) era di 400 tonnellate metriche e che la sovrapproduzione, dal 2000, aveva permesso di stoccare quantità “che potevano coprire la domanda mondiale per due anni”. La produzione annuale in Afghanistan corrisponde a 610 tonnellate di equivalenti a morfina ( ed è in aumento). Inondare un mercato già sovra saturo potrebbe potenzialmente provocare esattamente lo sbilanciamento domanda/offerta che il sistema di controllo dell’ONU aveva come obiettivo di prevenire. Quindi, qualsiasi primo intervento dovrebbe avere lo scopo di indirizzare ad una produzione inferiore rispetto a quella attuale e a ben ponderare sulle problematiche attinenti, politiche, burocratiche e legali, prima di prendere seriamente in considerazione una qualche possibilità realistica di legalizzazione della produzione Afgana.


Il secondo problema è assolutamente di ordine pratico rispetto alla fallimentare situazione in Afghanistan, zona di guerra che presenta ostacoli insormontabili. Sebbene questa transizione dall’illecito al lecito sia stata realizzata in Turchia ed in India, questa ha richiesto un alto livello di investimenti infrastrutturali, l’intervento statuale e apparati di sicurezza, istituzioni delle quali l’Afghanistan è interamente carente, visto il suo stato attuale caotico e senza legge. La produzione Afgana dovrebbe anche lottare per competere sui mercati internazionali, con i suoi costi per unità valutati da David Mansfield (1) almeno dieci volte più alti della produzione industrializzata Australiana, la più cara in assoluto.


Per ultimo vi è il fatto che la richiesta di oppiacei per uso non terapeutico non si annullerà, anche se per ipotesi venisse meno la produzione di oppio Afgano. Rimarrebbe sempre l’opportunità di profitti illeciti lucrativi – a coprire l’assenza della produzione Afgana inevitabilmente arriverebbero altre produzioni illecite – o dall’Asia Centrale o da altre parti. Più verosimilmente, la domanda verrebbe soddisfatta da un’aumentata produzione Afgana da parte degli stessi agricoltori, dei signori della guerra e dei profittatori, e potenzialmente la situazione diverrebbe peggiore.

Il piano non ha più prospettive di portare a liberazione dalla produzione illecita di oppio per uso non terapeutico di quelle che per decenni hanno avuto uno sviluppo alternativo sempre fallito e l’estirpazione delle coltivazioni. Le brutali realtà economiche dell’offerta e della domanda nella piazza di un mercato completamente privo di regole ed illegale assicureranno tutto questo.

Ad un certo momento, vi potrà essere posto per legalizzare su piccola scala l’oppio Afgano in futuro, sicuramente per necessità mediche domestiche e forse come parte di un piano di amnistia o come un programma di transizione per i contadini da indurre a coltivazioni alternative. Ma il piano Senlis, così come è stato immaginato attualmente, è un’idea destinata al fallimento – ‘visioni da pallottola d’argento ‘ come lo definisce il TransNational Institute (2). Sanho Tree (membro dell’Istituto di Analisi Politiche di Washington DC) ha descritto il piano come “un’immagine speculare del proibizionismo – di buone intenzioni ma mal concepita, proprio dall’estremo opposto allo spettro politico “. Sebbene risulti senza dubbio proficua per stimolare un dibattito sulla produzione autorizzata di oppio, la proposta sta ora proiettando un’ombra su un lavoro politico più meditato e cauto che sta impegnado altre Organizzazioni non Governative sulle politiche della droga. Per organizzazioni come “Transform” esiste ora un pericolo, che un tale progetto di “legalizzazione” ipergonfiato ma alla fine predestinato al fallimento sia potenzialmente una mina di un movimento di riforma che tenta di promuovere una ricerca meno pubblicizzata di modelli realistici per la produzione e la fornitura di droga secondo precise normative.

Global Research, 29 aprile 2007

© Copyright , Transform Drugs Policy Foundation, 2007

L’indirizzo url di questo articolo è: www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=20070518&articleId=5684

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

La Giustizia non siede in Parlamento. Ma Dell’Utri si


Dal blog di Beppe Grillo:

Ricevo e pubblico una lettera di Marco Travaglio.

Caro Beppe,
vorrei comunicare a tutti gli amici del blog l’ultima notizia scomparsa di una lunga serie. Il 15 maggio 2007 la III Corte d’appello di Milano ha condannato il senatore forzista Marcello Dell’Utri e il boss della mafia di Trapani Vincenzo Virga a 2 anni per ciascuno per tentata estorsione. Nessun giornale, a parte l’Unità e il Corriere della sera, l’ha scritto. Nessun telegiornale o programma televisivo, tranne Annozero, l’ha detto.

L’Ansa, onde evitare che qualcuno se ne accorgesse, ha dedicato alla cosa ben sette righe e mezza, sotto questo titolo depistante: “Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri”. Come se il reato fosse la sponsorizzazione. Nel testo, si spiegava (si fa per dire) che l’estorsione riguardava imprecisate “modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani”. Quanto a Virga, l’Ansa “dimenticava” di spiegare che è un boss mafioso, vicinissimo a Provenzano, arrestato dopo lunga latitanza nel 2001 e condannato all’ergastolo per mafia e omicidio.

Riepilogo brevemente i fatti. Nel 1990 il presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, medico e futuro deputato del Pri, cerca uno sponsor per la sua squadra, neopromossa in serie A2. Publitalia, la concessionaria Fininvest presieduta da Dell’Utri, lo mette in contatto con la Dreher-Heineken. Si firma il contratto: per 1 miliardo e mezzo di lire, i giocatori esibiranno sulle magliette il logo della “Birra Messina”, marchio italiano della multinazionale tedesca. Garraffa paga la provvigione a Publitalia: 170 milioni. Ma due funzionari della concessionaria berlusconiana battono cassa e pretendono da lui altri 530 milioni, in nero.

In pratica, Publitalia vuole indietro la metà del valore della sponsorizzazione, ovviamente sottobanco. Garraffa rifiuta e, ai primi del ’92, incontra Dell’Utri a Milano. Gli spiega di non disporre di fondi neri e di non poter pagare senza fattura. Dell’Utri – come denuncerà Garraffa – lo minaccia: “Ci pensi, abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”. Garraffa non paga. E, qualche settimana dopo, riceve nell’ospedale di cui è primario una visita indimenticabile: quella del capomafia Vincenzo Virga, scortato da un guardaspalle. Virga è di poche parole: “Sono stato incaricato da Marcello Dell’Utri e da altri amici di vedere come è possibile risolvere il problema di Publitalia”. Garraffa ribatte: “Senza fattura, non intendo pagare”. E Virga: “Capisco, riferirò. Se ci sono novità, la verrò a trovare…”.

L’anno seguente la Pallacanestro Trapani, nonostante i successi sul campo, non trova più uno sponsor. Garraffa s’inventa un’autosponsorizzazione antimafia, ovviamente gratuita, con lo slogan “L’Altra Sicilia”. Che gli porta fortuna: la squadra viene promossa in serie A. Maurizio Costanzo invita lui e i suoi giocatori a parlarne al “Costanzo Show”, su Canale5. Ma poi, all’ultimo momento, cambia idea e disdice l’invito. Garraffa ci vede lo zampino di Dell’Utri. E denuncia tutto ai magistrati di Palermo. Che trasmettono gli atti, per competenza, al Tribunale di Milano. Qui Dell’Utri e Virga vengono condannati per tentata estorsione aggravata a 2 anni a testa. L’altro giorno, la Corte d’appello ha confermato le condanne.


Ora manca soltanto la Cassazione. Dell’Utri intanto è stato condannato definitivamente a 2 anni per false fatture in altre sponsorizzazioni gonfiate e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, visto il pedigree, rimane a pie’ fermo in Parlamento e viene pubblicamente elogiato per la sua “intelligenza” da diessini dalemiani come Nicola Latorre (niente a che vedere con Pio La Torre, ammazzato dalla mafia) e ossequiosamente intervistato da giornali e tv su tutto lo scibile umano, fuorchè sulle sue condanne.

Come ricorda Daniele Luttazzi nel suo ultimo spettacolo, Daria Bignardi l’ha recentemente invitato alle “Invasioni barbariche” su La7 e ha subito premesso: “Non parliamo dei suoi processi”. Dell’Utri, comprensibilmente, non ha avuto nulla da obiettare. Anzi, ha aggiunto che il suo giornalista preferito è Luca Sofri. Che, guardacaso, è il marito della Bignardi. Ecco, dei processi di Dell’Utri è meglio non parlare mai. Il senatore ha uomini e mezzi per convincere.”


Marco Travaglio

Postato da Beppe Grillo il 21.05.07 23:32

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Caro Beppe,
ho 31 anni, nel 2000 ho riportato una condanna penale di due mesi in seguito al coinvolgimento in una rissa con le forze dell’ordine. Ho scelto, su consiglio del mio avvocato, di patteggiare per non andare verso un processo che sarebbe durato anni. Essendo incensurato ho usufruito del beneficio della condizionale. Trascorsi cinque anni dalla data della sentenza ho chiesto la riabilitazione e come la legge prevede, avendo patteggiato avrei diritto alla “non menzione”. Nel frattempo mi sono laureato e sono iscritto all’albo degli assistenti sociali della Regione Umbria. Da pochi giorni ho tristemente scoperto che il beneficio della non menzione è una totale buffonata poiché sia le pubbliche amministrazioni, sia il Csm hanno accesso ad uno speciale casellario giudiziale, al quale i normali cittadini non hanno accesso, nel quale nessun tipo di reato viene mai cancellato. Ciò comporta che io non posso sostenere concorsi pubblici, sto avendo serie difficoltà a collaborare con il tribunale per i minorenni ecc.. Mi chiedo che senso ha promulgare una legge che prevede il beneficio della non menzione quando questa in realtà non esiste?


Che senso ha in uno Stato dove un gran numero di parlamentari sono nella migliore delle ipotesi solo inquisiti, marchiare a vita una persona per un reato idiota commesso sette anni fa, impedendogli di avere le stesse possibilità degli altri? Alla faccia della riabilitazione!!! Tra l’altro so che molte persone sono nelle mie stesse condizioni e credo sia importante fare luce su questa questione che ritengo assolutamente lesiva delle libertà individuali, discriminante e ghettizzante. Non so se la questione da me posta possa essere di interesse ma spero che qualcuno possa rispondermi, o comunque dare risalto alla cosa. Grazie.” Sergio V.

Postato da Beppe Grillo alle 22:24 in Informazione

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L’ennesima notizia dell’ennesimo parlamentare condannato per gravi reati, pure in odore di mafia. Parlamentare, e delinquente, è bello!

Un pirla qualunque come Sergio, evidentemente no.

Morale? Italiani, non sedete in Parlamento? Cazzi vostri!

mauro

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9 giugno No Bush No War Day – Contro la guerra globale permanente di Bush e l’interventismo del governo Prodi




Il presidente Usa, George Bush verrà in Italia il 9 giugno, su invito del governo Prodi per ribadire in questo modo la convinta alleanza militare e politica dell’Italia con gli Stati Uniti. Oggi il presidente Bush ha contro la maggioranza del popolo degli Stati Uniti ma mantiene l’appoggio delle lobbies militari, petrolifere e dell’industria delle armi. Bush è l’estremo interprete della volontà di egemonia mondiale delle classi dominanti statunitensi, volontà che porta da decenni gli USA, indipendentemente dall’alternanza dei governi, ad intervenire militarmente ovunque, con truppe, colpi di stato, stragi e attentati.

Questa volontà di dominio, che fa della guerra una vera e propria strategia politica con la capacità di esportare conflitti dall’Africa all’Asia, dall’America latina alla stessa Europa, produce sudditanza politica e culturale.

In Italia la destra considera Bush il proprio punto di riferimento ma anche il governo Prodi, eletto grazie ai voti del movimento no-war “senza se e senza ma”, è orgoglioso dell’alleanza con tale amministrazione e si prepara a ricevere in pompa magna il presidente Usa a Roma.

Questa subordinazione caratterizza anche l’organica politica di intervento militare che il governo Prodi sta praticando, sia pure nella versione “multilaterale” , cioè “concertata” con le altre potenze. Un’internità alla logica della guerra che spinge a mantenere le truppe in Afghanistan, che ha aumentato vistosamente le spese militari (+13% nella Finanziaria) , che vuole imporre a popolazioni unite nell’opposizione, nuove basi militari come a Vicenza (ma anche a Cameri e in altri luoghi in via di ampliamento) , che partecipa alla costruzione di micidiali armi come l’aereo da guerra F35 o lo Scudo missilistico, e conserva le bombe atomiche disseminate nel nostro territorio, come a Ghedi e Aviano.

E’ questa subordinazione, politica e culturale, che ha abbandonato una delle esperienza più limpide del pacifismo italiano, quella di Emergency, tradita e sacrificata al governo Kharzai e ai suoi servizi segreti che detengono illecitamente Rahmatullah Hanefi.
Ma la guerra è guerra indipendentemente dalle bandiere usate per condurla e va ripudiata, come il militarismo governativo, che ha riconfermato o promosso le missioni belliche.
Per questo, come tanti e tante in tutto il pianeta e in mille forme, ci prepariamo ad accogliere
Bush come si accoglie un vero e proprio guerrafondaio.

Lo facciamo per i torturati di Guantanamo, per i bruciati vivi di Falluja, per i deportati, per quelli rinchiusi nei campi di concentramento in mezzo mondo. Ma lo facciamo anche per dire che esiste un’altra Italia.
Un’Italia che vive già in un altro mondo possibile e concreto. E’ quella dei movimenti che si battono contro le basi militari, contro la devastazione ambientale, per i diritti sociali, contro i cpt. Che si batte contro la privatizzazione dell’acqua e la rapina dei beni comuni, contro le spese militari e il riarmo globale.
Il 9 giugno quindi è un giorno importante per la ripresa del cammino del movimento no war nel nostro paese.

Vogliamo il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra, Afghanistan in primis, la chiusura delle basi militari USA e NATO, la restituzione di quei luoghi alle popolazioni per usi civili, per giungere all’uscita dell’Italia dalle alleanze militari.
Esigiamo la rimozione dal territorio nazionale degli ordigni nucleari e delle armi di distruzione di massa.

Diciamo basta alle spese militari, rifiutando lo Scudo missilistico e i nuovi aerei da guerra, affinché le decine di miliardi di euro vengano usati per la scuola e la sanità pubblica, per i servizi sociali, per il miglioramento ambientale.
Pretendiamo che il governo Prodi ottenga l’immediata liberazione di Hanefi e restituisca ad Emergency il suo ruolo meritorio in Afghanistan.

Proponiamo che la mobilitazione del movimento no-war – che ha già tre tappe importanti: la manifestazione contro la progettata base militare per i nuovi cacciabombardieri a Cameri (Novara) il 19 maggio oltre alle iniziative previste ad Aviano e Sigonella; le Carovane contro la guerra, che arriveranno a Roma il 2 giugno per protestare contro la parata militare sui Fori Imperiali; la mobilitazione europea contro il G8 di Rostock-Heiligendam – culmini il 9 giugno in una grande mobilitazione popolare a Roma che faccia sentire a Bush e Prodi l’avversione nei confronti delle guerre e delle corse agli armamenti, che DICHIARI IL PRESIDENTE USA OSPITE NON GRADITO e faccia sentire a Prodi il ripudio della guerra e del militarismo. Così come recita l’articolo 11 della Costituzione.

Ci uniamo alla popolazione di Vicenza per ribadire a Bush la più chiara determinazione e la più netta opposizione possibile alla costruzione della base Dal Molin.
Inoltre lanciamo fin da subito la campagna perché sia garantita la possibilità a tutti coloro che vorranno manifestare di raggiungere Roma in treno. Invitiamo tutti a Roma, il 18 maggio alle ore 17 presso l’Università di Roma Fac. di Lettere-La Sapienza per discutere di questo appello e preparare insieme la più grande mobilitazione possibile per una giornata NO BUSH-NO WAR

Partenza di un pullman da Milano con UnAltroMondo ONLUS.

Info e prenotazioni: info@unaltromondo.it

Associazione Umanista UnAltroMondo Onlus – Via Tonale, 57 – 20099 – Sesto S.G. (Milano)
http://www.unaltromondo.it/

QUANDO I POLITICI SONO SERI

Ricordate il post “lettera aperta a Diliberto e Giordano”, pubblicato il 27 maggio, per ora ultima lettera ai nostri politici?

Bene. E’ una bella soddisfazione poter dire che qualcuno ha risposto. Non nel blog: non sono così presuntuosa da pensare che i parlamentari possano venire a leggersi proprio il mio… ma, come ho scritto in un commento, le lettere che pubblico vengono sistematicamente mandate agli interessati al loro indirizzo di posta pubblico – che chiunque abbia internet può facilmente reperire.

E, come dicevo, Oliviero Diliberto ha risposto e pubblico molto volentieri quanto mi scrive – ma se prima volete rileggere il volantino senza far troppa fatica, cliccate qui:

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Cara Elena,

ho letto l’allegato e voglio dirti che lo trovo a dir poco delirante. Criticare il governo e il centro-sinistra è più che legittimo: lo facciamo spesso anche noi ed i risultati delle elezioni amministrative confermano la giustezza di tali critiche.

Va bene anche criticare Diliberto e Giordano, ma arrivare ad attaccare anche la Fiom ed il suo segretario Rinaldini lo trovo alquanto stravagante, segno di mancanza di qualsiasi analisi marxista della società. Si attacca l’unico sindacato che sulle questioni del lavoro non ha mai fatto un passo indietro e l’unica categoria, quella diretta da Rinaldini, che ha sempre sostenuto ogni manifestazione sulla pace, contro ogni guerra e sulle questioni sociali è la più esposta contro il neoliberismo dilagante (anche a sinistra, ahimè).

In questo comunicato si critica persino Turigliatto, per quale motivazione? Perché colui che ha contribuito a far cadere il governo Prodi sarebbe … troppo moderato. Ma come si fa!

Credo che Lenin avesse ragione nello scrivere “estremismo malattia infantile del comunismo”, ma qui si supera un limite che non è nemmeno più politico: si supera, di gran lunga, il buon senso.

Ma li vediamo o no i rapporti di forza tra le classi in questo Paese? Vediamo quanto l’amministrazione degli Usa, le gerarchie ecclesiastiche e la Confindustria attaccano il governo? Non è un caso che questi poteri (forti per davvero) critichino Prodi. Con tutti i suoi difetti (che non mi sfuggono), il governo odierno è pur sempre un argine rispetto all’azzeramento dei diritti sociali e di libertà che una destra nuovamente al governo sicuramente attuerebbe.

Il nostro ruolo oggi è dunque quello di difendere i diritti dei lavoratori dall’assalto di un padronato sempre più ingordo, e non quello di annunciare l’avvento di una sorta di messia rosso: che proprio non vedo all’orizzonte.

Non convincerò mai i firmatari di questo appello, dicendo che nell’ultima finanziaria abbiamo ottenuto l’assunzione di centinaia di migliaia di precari del pubblico impiego, e che questa è una conquista, perché tutto ciò, per loro, è un palliativo. Lo si vada a dire a quei lavoratori precari assunti.

Grazie, so anch’io che Prodi non è Chavez, ma so anche che l’Italia non è il Venezuela e che oggi non ci sono spazi politici più avanzati. La politica del “socialfascismo” fu considerata un errore negli anni trenta: figuriamoci se può essere valida oggi!

Sì, perché l’alternativa a questo governo sono i fascisti, non certo il “governo degli operai e dei contadini”: e non va dimenticato.

Ma non ho alcun dubbio sul fatto che il governo Prodi, se vuole riconquistare i consensi perduti deve oggi imboccare con decisione una strada nuova: ridistribuire le risorse a favore di lavoratori e pensionati, pena la perdita di ulteriore consenso. Noi, ci proveremo.

Un grande abbraccio, Oliviero

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In libreria: Perché non possiamo essere cristiani

Dite la vostra.

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Piergiorgio Odifreddi. Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici). Milano, Longanesi 2007, pp. 261, € 14,60. EAN 9788830424272

Lungamente atteso, dopo il grande successo del Matematico impertinente, esce finalmente il libro di Piergiorgio Odifreddi dedicato al cristianesimo. Il volume, fin dal titolo, cita Bertrand Russell (altro logico e matematico, guarda il caso) e, con giudizio ovviamente negativo, Benedetto Croce, su cui grava la responsabilità di un testo (Perché non possiamo non dirci cristiani, del 1942) che costituisce ormai il mantra dei sostenitori delle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa.

Questa volta, tuttavia, il matematico impertinente ha lasciato il posto al logico coscienzioso. Come fece a suo tempo Isaac Asimov con In principio, analizzando il Genesi come se fosse un testo scientifico, Odifreddi esamina ora soprattutto la coerenza interna delle Sacre Scritture, nonché dei dogmi che ne hanno distillato le confessioni cristiane. Più che di critica biblica si dovrebbe dunque parlare di critica testuale, che si concretizza in un’opera che si potrebbe quasi definire di esegesi laica, in quanto affronta il testo come se lo si leggesse per la prima volta. È questa la ragione per cui le citazioni e le note sono quasi esclusivamente scritturali.

In ordinata e metodica sequenza, dunque, l’Antico Testamento, il Nuovo, il cristianesimo e il cattolicesimo vengono fatti passare per il tritacarne. Tutto sommato, però, con meno impertinenza e disistima di quanto qualcuno temesse (o auspicasse), benché il volume cominci con una capitolo intitolato Cristiani e cretini (un accostamento, peraltro, etimologicamente fondato). La Bibbia è definita come il racconto di «piccole beghe di un popolo di pastori mediorientali di tremila anni fa»: libri intrisi di violenza, tanto che «il conto delle vittime ascrivibili al buon Jahvé, dalla moglie di Lot a Saul, assomma a 770.359 persone, salvo errori e omissioni», come il meticoloso professore diligentemente annota. La circostanza rappresenta una buona ragione per chiedersi «perché mai chi dettava [le Sacre Scritture] avrebbe voluto che si scrivessero così tante cose che, come abbiamo cominciato a notare e continueremo a fare, sono sbagliate scientificamente, contraddittorie logicamente, false storicamente, sciocche umanamente, riprovevoli eticamente, brutte letterariamente e raffazzonate stilisticamente, invece di ispirare semplicemente un’opera corretta, consistente, vera, intelligente, giusta, bella e lineare?».

Già, perché? Perché tutti i testi sacri riflettono, inevitabilmente, le condizioni politiche, economiche, sociali e culturali delle comunità che li hanno creati. Meglio: delle élite che li hanno creati. A questa constatazione non si sottrae nemmeno il Nuovo Testamento, specialmente laddove Gesù dice ai suoi discepoli: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché vedendo non vedano, e udendo non intendano». Il commento dell’autore è sferzante: «secondo la contorta logica di Jahvé […] la sua parola non deve dunque essere compresa, così che da un lato egli possa perversamente infuriarsi col suo popolo che non comprende […] e dall’altro lato, egli possa poi magnanimamente perdonarlo e risanarlo. Questa contorta logica viene dunque ereditata anche da suo Figlio, o chi per esso, che parla per parabole perché la gente non possa capirlo, affinché si compiano le profezie».

L’inevitabile conseguenza, sostiene l’autore, è che il cristianesimo si rivela «una religione di illetterati cretini», indegna «della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo». «Non possiamo essere Cristiani, e meno che mai Cattolici» – sostiene con vigore – «se vogliamo allo stesso tempo essere razionali e onesti. La ragione e l’etica sono infatti incompatibili con la teoria e la pratica del Cristianesimo». È comunque il cattolicesimo il vero bersaglio dell’autore, dai suoi dogmi sconcertanti (la transustanziazione, la Trinità, l’Immacolata Concezione…) ad aspetti meno teologici, ma non meno sorprendenti se si prendessero sul serio le rivendicazioni di povertà, rigore morale e spiritualità ripetutamente avanzate dalle gerarchie vaticane, quali la stipula di concordati, l’otto per mille, gli scandali finanziari…

Facile prevedere che le battute contenute nel libro piaceranno a molti, anche se probabilmente non piaceranno a tutti certe prese di posizione politiche. Un complimento che potrà sembrare perfido all’orgoglioso matematico, ma che mi sento comunque di fare, è che questo è un libro scritto con bel piglio umanistico e perfino filologico (vedi l’ampio ricorso alle etimologie), con una facilità di scrittura da fare invidia a molti scrittori. Quasi che l’autore, già che c’era, intendesse sfatare anche un altro mito, quello della inintelligibilità degli uomini di scienza.

«Finché ci saranno religioni ci saranno guerre di religione, come ci sono sempre state e ci sono. Mentre invece non ci sono guerre di scienza, né ci sono mai state, perché la scienza è una sola». La critica alle religioni, e alla loro pretesa di verità, è dunque impietosa. Dalla lettura del libro sembra emergere, anche se Odifreddi nega di voler “sconvertire” qualcuno, la malcelata ambizione che il grande pubblico sappia: quasi che anche il consenso di cui gode tuttora la Chiesa cattolica non possa spiegarsi razionalmente, se non con il mancato accesso di larga parte della popolazione a fondamentali strumenti di conoscenza. Abbattere il muro di gomma opposto dai mass media è impresa titanica in un paese come il nostro, dove ogni starnuto papale è ritenuto meritevole di dotte analisi accademiche. Piergiorgio Odifreddi, quantomeno, ci ha voluto provare.

Raffaele Carcano
marzo 2007

UAAR.it 2007