Archive | marzo 2013

Crisi, emergenza sfratti otto su dieci sono per morosità

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Pubblicato in data 19/giu/2012

SFRATTO ESEGUITO IN CORSO COSENZA

Questa mattina in corso Cosenza 142, nella periferia torinese, è stato
eseguito l’ennesimo sfratto che ha costretto per strada un’altra
famiglia vittima della crisi e di politiche sorde ai diritti ed alle
esigenze sociali.

Una trentina di persone e amici solidali nella lotta per il diritto
alla casa si erano dati appuntamento all’alba davanti al portone per
impedire lo sfratto. Armati di striscioni e tamburi si sono opposti
alla raffinatissima strategia militare ordita dalle diaboliche menti
delle forze del disordine.
Diverse camionette sono sopraggiunte da una via laterale e gli
antisommossa sono corsi velocemente all’ingresso. Mentre un
battaglione cercava di farsi strada dalla porta principale, un altro
passava dal retro dove gli astuti digossini, che avevano dormito,
ospitati, nel palazzo, hanno potuto aprire la porta dall’interno.
I resistenti si sono quindi trovati stretti tra due fronti, ed essendo
anche numericamente inferiori sono stati fisicamente spostati
dall’androne con spinte e calci e qualche manganellata.
Il tutto si è concluso con qualche livido e una famiglia con 2
bambini per strada.

Hedia e il marito sono costretti ad arrangiarsi con lavori precari.

A causa della burocrazia e delle norme sempre più restrittive hanno
gravi difficoltà a rinnovare il permesso di soggiorno e questo rende
ancora più difficile la possibilità di accedere a qualsiasi forma di
reddito e di conseguenza a poter pagare l’affitto.
A sua volta l’assenza di reddito rende pressoché impossibile rinnovare
il permesso di soggiorno. Un circolo vizioso che in questa città si tramuta in una gestione del problema casa esclusivamente affidata ai manganelli degli invasati in blu, ad ogni sfratto più arroganti e violenti, irriverenti e razzisti (questa mattina non si sono lasciati sfuggire l’occasione di pronunciare il sempre verde “tornate a casa vostra”).
Non pensino di intimidirci lorsignori… come questa mattina restiamo aggrappati, resistiamo, consapevoli e convinti che il diritto alla casa non è in (s)vendita.
La lotta per i diritti non si ferma.

La casa è un diritto, la dignità non si sfratta.

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Crisi, emergenza sfratti otto su dieci sono per morosità

Crisi, emergenza sfratti
otto su dieci sono per morosità

La Cgil: la gente non riesce più a pagare. In città quasi mille famiglie hanno ricevuto l’ordine di lasciare la casa e di loro 798 nuclei resteranno senza un tetto perché non sono più in grado di pagare l’affitto

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di FRANCESCA RUSSI

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Non ce la fanno più a pagare: non trovano i soldi per le bollette della luce e del gas, non riescono a consegnare in tempo la quota per il condominio e non possono più saldare l’affitto. La casa è diventata un conto insostenibile. Al punto tale che quasi un migliaio di famiglie nel capoluogo pugliese rischiano di perdere la propria abitazione. È emergenza sfratti a Bari. In città 986 nuclei familiari hanno ricevuto l’ordine di lasciare casa. Lo rivelano i numeri del dossier della Cgil presentato ieri “Costi dell’abitare, emergenza abitativa e numeri del disagio”. A Bari rischia di esplodere una vera e propria bomba sociale. L’80 per cento dei casi, infatti, sono sfratti per morosità: praticamente 789 famiglie sono costrette ad abbandonare l’appartamento in locazione a causa delle difficoltà economiche o della perdita del posto di lavoro. Non riescono più a pagare l’affitto al proprietario. Si tratta sempre più, dunque, di morosità incolpevole.

I più colpiti, dai dati del 2012 risultati di un monitoraggio effettuato da Cgil e Sunia, sono giovani, migranti, anziani, famiglie con capo-famiglia operaio, disoccupato, pensionato, impiegato a tempo parziale. I giovani, con meno di 35 anni, rappresentano il 21 per cento del totale dei morosi incolpevoli: sono lavoratori precari o che hanno perso nel corso dell’ultimo biennio il posto di lavoro. Ci sono anche le famiglie di migranti, il 26 per cento del totale, con nuclei composti in media da tre o più persone e i nuclei composti da anziani, il 38 per cento, dei quali due terzi composti da una persona che vive sola. In media il 62 per cento dei nuclei familiari che ha ricevuto l’avviso di sfratto ha figli e, di questi, due terzi figli minori; il 35 per cento dei casi, infine, riguarda nuclei in cui il capo-famiglia ha perso il posto di lavoro.

I proprietari di casa, dopo ripetute richieste, avvisi e solleciti di pagamento, ricorrono all’autorità giudiziaria per l’esecuzione effettiva dello sfratto: in molti casi, infatti, le famiglie si rifiutano di lasciare casa. A Bari è stata richiesta l’esecuzione di 621 provvedimenti di sfratto e 476 sono stati già eseguiti. Eppure in città i canoni di locazione sono molto più bassi della media nazionale. Nel confronto tra cifre fatto dalla Cgil tra i più grandi centri meno cara di Bari c’è soltanto Catania. Il canone medio d locazione nel capoluogo pugliese è di 640 euro. Il costo dell’affitto cambia, ovviamente, in base al numero di metri quadri. Per un monolocale si va dai 300 ai 360 euro in base alla posizione dell’appartamento. Per un bilocale invece dai 430 euro in periferia fino ai 550 in centro. Un tre vani può costare da un minimo di 600 euro fino agli 800.
“Nell’ultimo decennio i canoni di affitto sono aumentati, in media, del 130 per cento per i contratti rinnovati, del 150 per cento per i nuovi contratti” spiegano dalla Cgil. Sono cresciuti i costi ed è diminuito il potere d’acquisto dei redditi. Secondo i calcoli fatti dal sindacato, la spesa che incide maggiormente sui bilanci familiari è proprio quella per la casa: fino al 40 percento. “Il peso dei costi abitativi, quindi, si conferma come determinante nell’acuire le difficoltà economiche” è l’analisi della Cgil.

Il dato più preoccupante, però, è quello dei pignoramenti che hanno subito un boom negli ultimi mesi che potrebbero registrate un ulteriore aumento del 22 per cento. In centinaia, a Bari, hanno perso la propria abitazione perché non più in grado di sostenere la spesa del mutuo a cui vanno aggiunti i costi delle bollette, delle tasse e dei costi relativi al mantenimento dell’abitazione. (31 marzo 2013)

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fonte bari.repubblica.it

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VENTI DI GUERRA – La Corea del Nord rafforzerà l’arsenale nucleare

Parata militare in Corea del Nord per Kim Jung-unParata militare in Corea del Nord per Kim Jung-un

Appello del Papa per la pace

La Corea del Nord rafforzerà l’arsenale nucleare

Continua a salire la tensione nella penisola coreana. Il leader nordcoreano Kim Jong-un aumenterà il deterrente atomico “qualitativamente e quantitativamente” per contrastare le minacce Usa. Secondo il Wall Street Journal, gli Stati Uniti hanno inviato in Corea del Sud caccia F-22

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Pyongyang, 31-03-2013

La Corea del Sud ha annunciato nuove manovre militari congiunte con gli Stati Uniti nel mese di aprile. Fonti militari hanno rivelato che i marines americani saranno preventivamente addestrati ad affrontare eventuali provocazioni del Nord Corea.

Escalation nucleare 
Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha promesso di rafforzare l’arsenale nucleare aprendo oggi i lavori della riunione plenaria del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori.

Lo annuncia l’agenzia ufficiale Kcna, secondo cui Pyongyang migliorera’ il deterrente atomico “qualitativamente e quantitativamente” per contrastare le minacce Usa.

Ieri la Corea del Nord ha dichiarato di essere entrata in uno “stato di guerra” con il Sud. Pyongyang aveva denunciato come una “sfida aperta” la mobilitazione dei bombardieri americani B-2 nelle manovre congiunte Usa-Corea del Sud.

Arrivati i caccia
Gli Stati Uniti hanno inviato in Corea del Sud degli F-22. I jet sono arrivati in queste ore nelle basi americane nel sud della penisola coreana: di solito fanno base in Giappone, a Kadena.

Lo riporta il Wall Street Journal, citando alcune fonti del Dipartimento della Difesa. “Si tratta dell’ultima dimostrazione” da parte americana “delle avanzate capacita’ militari come mezzo per scoraggiare le provocazioni dalla Corea del Nord”.

Preghiera del Papa
“Pace in Asia, soprattutto nella Penisola coreana, perche’ si superino le divergenze e maturi un rinnovato spirito di riconciliazione”. Questa una delle invocazioni di papa Francesco nel messaggio pasquale Urbi et Orbi, con riferimento alle minacce di guerra tra Corea del Nord e del Sud.

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fonte rainews24.it

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Neonazisti, torna Militia e arruola sul web: pronto il congresso a Roma

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Neonazisti, torna Militia e arruola sul web: pronto il congresso a Roma

La formazione di estrema destra lancia un sito per il reclutamento e organizza un congresso a Roma

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di Marco Pasqua

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FOTOGALLERY

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ROMA – Neanche il carcere e una condanna per ricostituzione del disciolto Partito fascista li hanno dissuasi dal lavorare a un nuovo progetto: il lancio, a livello nazionale, del movimento neonazista Militia. In questi giorni è partita la campagna di adesioni via internet della formazione capitanata da Maurizio Boccacci e dal suo braccio destro, Stefano Schiavulli, leader irriducibili dell’estremismo nero (finiti in manette, nel 2011, nell’ambito di una maxi-operazione dei carabinieri del Ros contro la loro formazione). Dal web alla realtà, pronti a dar vita ad azioni eclatanti: striscioni da far affiggere in città e blitz dimostrativi. Il 24 febbraio hanno ufficialmente lanciato il nuovo sito, sulla piattaforma WordPress, e incaricato i loro bracci operativi di aprire decine di pagine Facebook, sulle quali circolano già immagini e slogan neofascisti, oltre ad appelli ad ‘agire’. Su Vimeo è stato anche aperto un canale dedicato con il primo video promozionale. L’obiettivo è di quello di trasformare Militia, che nasce come movimento prettamente romano, in una formazione politica nazionale. Un piano che passa per l’organizzazione, a breve, di un congresso, da tenersi a Roma.

In tutta Italia stanno nascendo sezioni locali – per adesso solo virtuali – con responsabili e militanti spesso pescati nei movimenti studenteschi di estrema destra. E’ stato il coordinatore della sede locale di Rovigo di Militia a proporre a Boccacci di creare la neonata Militia Italia. «Con la benedizione dei camerati romani abbiamo iniziato a lavorare a questo movimento nazionale – fa sapere – In futuro è previsto un congresso al quale parteciperanno tutti gli esponenti delle sezioni italiane e che avrà come fine la riorganizzazione del gruppo e l’elaborazione del programma politico». Un programma che, come testimoniano i primi documenti resi disponibili da Militia, è incentrato su alcuni punti cardine: «Stop all’immigrazione; opposizione alla dittatura bancaria; espulsione delle forze militari Usa dal territorio italiano; opposizione al sionismo internazionale, il socialismo nazionale fascista come riferimento». «Militia – viene scritto nero su bianco – non è né di destra e né di sinistra: è fascista». Parole che certamente non sono passate inosservate ai carabinieri del Ros che, nel 2011, arrestarono cinque camerati, indagandone altri 11, con l’accusa di associazione a delinquere, diffusione di idee fondate sull’odio razziale ed etnico e apologia di fascismo. Per questo, Boccacci e Schiavulli sono stati condannati ad un anno di carcere. Un’indagine, quella del pm Luca Tescaroli, che si concentrò allora su alcune minacce nei confronti del presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici (che si voleva colpire con un attentato) e del sindaco, Gianni Alemanno. I militanti di Militia deturparono con scritte naziste i muri della capitale e fecero affiggere manifesti xenofobi e antisemiti. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, gli arrestati «progettavano di impiegare ordigni esplosivi per colpire i loro obiettivi» e «agivano con l’obiettivo di porre le basi per una guerra rivoluzionaria».

E oggi la linea del movimento pare essere la stessa, a leggere con attenzione i proclami sulle decine di pagine Facebook attraverso le quali si cerca di far proseliti. «Per noi di Militia, Israele non ha diritto di esistere», tuonano sul popolare social network, mentre sul nuovo sito dicono di «abbracciare l’ideale fascista» e di essere pronti a «difenderlo a spada tratta». Per adesso hanno aderito al nuovo progetto politico Avanguardia Nazionale e il Movimento Nazionalsocialista dei lavoratori, ma si stanno cercando sponde in altri movimenti neri, inclusi gli skinhead. Per iscriversi a ‘Militia Italia’ occorrono pochi clic: basta compilare un modulo e si viene immediatamente “arruolati”. Ai nuovi iscritti viene richiesta un’adesione totale e incondizionata agli ideali neofascisti: «Mussolini disse che se non si è disposti a morire per un ideale, non si è degni di definirsi seguaci di tale ideale. Questo è ciò che noi ribadiamo ora. Qui non c’è spazio per opportunisti, ma solo per veri combattenti». L’obiettivo è quello di intercettare i delusi di altre formazioni estremiste di destra: «Camerati, il nostro momento è arrivato – recita un avviso sulla pagina Facebook di Militia Monteverde – il momento per schierarsi e lottare, il momento per unire le nostre forze a quelle di altri Camerati, in Italia e in Europa. Oltre le menzogne che ci hanno diviso, oltre le ipocrisie partitocratiche che hanno provato ad annientarci, oltre le leggi di questo sistema che vorrebbe piegarci e le nostre debolezze che ci conducono alla resa…Noi ci ergiamo più forti sopra le macerie e sopra ogni viltà. Se sei come noi, combatti in questa trincea, lotta con noi».

Boccacci, 55 anni, è stato a capo del Movimento Politico, una organizzazione di estrema destra fondata nel 1984 e disciolta nel 1994, grazie alla legge Mancino. Si definisce «soldato fascista», nega la Shoah e ammira Hitler (di lui dice: «Ammiro quello che Hitler ha fatto. Gli ebrei erano dei nemici che si opponevano ai suoi disegni»). Per i carabinieri del Ros, nonostante sia da tempo malato, non avrebbe abdicato al ruolo di ideologo del gruppo.

Domenica 31 Marzo 2013 – 16:21
Ultimo aggiornamento: 16:43
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Texas, il maratoneta che corre contro il cancro spingendo il passeggino con la figlia / The Terminal Cancer Patient Who Won a Marathon


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Pubblicato in data 15/mar/2013

A father-daughter duo from Austin pulled off an unlikely feat this past weekend at a marathon in Beaumont.

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Texas, il maratoneta
che corre contro il cancro

Gareggia spingendo il passeggino con la figlia: le regalo un sorriso

Iram Leon, 32 anni, giudice minorile, corre sempre con la figlia: «Si diverte moltissimo, e voglio che si ricordi di me così»
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Paolo Mastrolilli
inviato a New York
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Vincere una maratona è un’impresa fuori dalla portata della maggior parte dei comuni mortali. Vincerla spingendo una speciale carrozzina, dove viaggia beata la propria figlia di sei anni d’età, è quasi un miraggio. Vincerla portandosi in testa un tumore al cervello, che secondo i medici ti ucciderà entro i quarant’anni, è praticamente un miracolo. Eppure tutte queste condizioni sono vere nel singolare caso di Iram Leon, un maratoneta del Texas che con le sue imprese sta riscrivendo la storia della medicina, e della forza di volontà.

Iram ha 32 anni e vive a Austin. Alla fine del 2010 gli hanno diagnosticato un tumore al cervello incurabile, perché è nascosto in una zona che non può essere raggiunta dalla chirurgia. Appena seppe della sua condanna a morte, Iram avvertì un bisogno irrefrenabile di correre: lo aveva sempre fatto, sentiva la necessità assoluta di farlo adesso. I medici erano contrari, ma lui non diede loro retta. Chiamò un amico fidato che lo passò a prendere, e si misero a correre insieme intorno all’ospedale.

Qualche mese dopo, visto che tutti i medici lo spingevano a stare fermo, Leon contattò il neurochirurgo del Duke University Hospital Allan Friedman, per avere una seconda opinione. Friedman gli disse che doveva operarlo subito, per rimuovere almeno le parti del cancro che si potevano asportare, ma non vedeva nulla di male nella corsa. Anzi, decise di rimandare l’intervento di un paio di settimane, per consentirgli di partecipare a una maratona cui si preparava da tempo. «Credo che lo fece – ha detto Iram al Wall Street Journal – perché pensava che sarebbe stata l’ultima della mia vita».

L’operazione andò relativamente bene, togliendo tutto quello che si poteva. Leon rimase con le parti irraggiungibili del tumore, e la speranza che la tecnologia progredisca più velocemente della sua malattia .

L’operazione aveva ridotto le sue capacità mentali, obbligandolo a lasciare il suo posto di lavoro come giudice minorile: «Facevo troppi errori, non potevo continuare». La voglia di correre invece non era svanita, anche se, avendo perso in parte il senso dell’orientamento, era sempre costretto a farlo con un accompagnatore. Il dottor Friedman, però, aveva dato via libera alla prosecuzione delle maratone: «L’assenza di esercizio è una delle cause che accelerano la morte nei malati di cancro. Mettere insieme l’attività fisica, e la motivazione che nasce dalla volontà di competere, non poteva che fargli bene».

Così Iram aveva continuato le sue corse, a una condizione: che gli consentissero di portare sempre con sé la figlia Kiana di sei anni, spingendola dentro una carrozzina speciale. «Lo faccio – spiega lui – perché lei si diverte da matti, e io voglio che accumuli il maggior numero possibile di ricordi positivi con me. Se davvero morirò, spero che pensi a me come una persona con cui si divertiva, non come un malato depresso».

Risultato: questo mese Leon ha vinto la Gusher Marathon di Beaumont, in Texas, con il tempo di 3:07:35. È appena un secondo in più del suo record personale, e quindi è facile supporre che lo avrebbe battuto, se non avesse spinto la carrozzina. Lui però è contento così. Si fa precedere da un ciclista, o da un amico corridore che gli indica la strada, e va dietro con la sua carrozzina. I problemi cominciano solo quando scatta avanti a tutti, non ha più punti di riferimento, e ha bisogno che il ciclista lo guidi in solitaria al traguardo.

Iram spera che la tecnologia medica sia più veloce di lui, e corra avanti al suo tumore per trovare il modo di estirparlo prima che lo uccida. Nel frattempo, però, si gode al massimo tutto quello che può, puntando a battere ogni record. «Quando corro, quando affronto una salita, provo una sensazione magnifica: mi sembra di scattare davanti ai miei problemi, lasciandomeli finalmente dietro alle spalle».

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fonte lastampa.it

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[image] The Enterprise/Associated PressIram Leon and his 6-year-old daughter, Kiana, following the Gusher Marathon.

The Terminal Cancer Patient Who Won a Marathon

Texas Man With Terminal Brain Cancer Aims for a Personal Best

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By KEVIN HELLIKER

In competitions against the clock, some athletes display an ability to seize control. Think of the Clark-Kent-to-Superman routines that John Elway and Michael Jordan often pulled in the final seconds.

But Iram Leon stands on the sidelines of his own race against time. Lodged in his brain is an untreatable and inoperable cancerous tumor that statistics suggest will kill him before he is 40, eight years from now. Medical science is advancing at a rate that doesn’t preclude the development of a treatment, but it’s not clear if it will come in time.

“No one knows what technology will be available in five years,” said Allan Friedman, Duke University Hospital neurosurgeon in chief, who in 2011 removed as much of Leon’s brain tumor as possible.

The torment of enduring that wait can paste a cancer patient to the couch, a surrender heavily associated with deadlier outcomes. Some seek escape in their careers, but that is no longer an option for Leon, who early this year was forced to step down as a juvenile probation officer in Travis County, Texas, a position he had held for almost seven years. His thinking is no longer clear, said Leon, adding, “I was making too many mistakes on the stand.”

But Leon can still run. Two years after his brain-cancer diagnosis, he recently ran a sub-five-minute mile for the first time since high school. What has startled the medical community even more is what Leon did this month in Beaumont, Texas. He won the Gusher Marathon, finishing in 3:07:35. That was one second slower than his personal record in the 26.2-mile event, set days before he underwent brain surgery in early 2011.

But that lost second can’t be blamed on his disease: During the run, he was pushing his 6-year-old daughter, Kiana, in a stroller. “She had a blast listening to Disney DIS +0.58% songs and getting food from volunteers,” said Leon, an Austin resident.

Leon’s high-speed finish provides cancer survivors with an athletic role model only weeks after the defrocking of Austin’s more-famous cancer-battling competitor, Lance Armstrong. After being stripped last autumn of his seven Tour de France titles, Armstrong publicly admitted doping during his cycling career.

That Leon is competing amid his battle for survival may make his case all the more instructive to fellow cancer patients. Recent research clearly shows that exercise improves outcomes for cancer patients. “Few other leads have shown as much promise as physical activity in extending the lives of cancer survivors,” said an editorial last year in the Journal of the National Cancer Institute.

In a nation where healthy people don’t often exercise, persuading the ill to do so is all the more difficult. Research shows that there are lower exercise rates among cancer patients than among the general population, a problem often exacerbated by oncologists who urge their patients to take it easy. Never mind that the American Cancer Society and other medical groups now encourage exercise among cancer patients—including encouraging breast-cancer survivors to lift weights. “Among clinicians there continues to be a reticence,” said Kathryn Schmitz, a University of Pennsylvania researcher on exercise in cancer patients.

“Mr. Leon gives us someone to point to when a person fighting cancer says, ‘I can’t do it,'” says Dr. Schmitz. “Start where you are. Walk laps around the dining room table. A cancer diagnosis doesn’t give you a get-out-of-jail-free card.”

Leon was still in the hospital in late 2010 when—stunned by news of his terminal diagnosis—he felt the need to run. “A friend came by and ran with me around the hospital—against doctors’ advice,” recalled Leon.

When the first neurosurgeon Leon consulted cautioned against running, he sought out Friedman at Duke.

Friedman did more than give Leon the OK: After initially recommending immediate surgery, Friedman agreed to put it off a couple of weeks to accommodate a marathon for which Leon had logged months of training. “Here’s a young guy with a brain tumor who likes running, who’s good at it, so why not?” said Friedman, citing “defensive medicine” as the main reason other physicians might say no.

Leon sensed another factor behind the neurosurgeon’s encouragement. “Friedman knew it might be my last marathon,” said Leon.

During that surgery, Friedman removed most of the tumor. The remainder resides in sections of the brain beyond the reach of surgery. At the moment the tumor isn’t growing, said Friedman, but the majority of such tumors prove fatal.

There is hope. In one case, Friedman removed from the spine of the novelist Reynolds Price a tumor initially diagnosed as inoperable, but that was eventually made reachable through new technology. Price chronicled the story in one of the many books he wrote in a quarter century following that experience. While waiting and hoping for the surgery that eventually saved him, Friedman noted, “Reynolds wrote—he didn’t let the cancer stop him.” In 2011, Price died at 77 from causes other than cancer.

While hoping for a similar fate, Leon runs. The anti-seizure medication he takes sometimes causes him to vomit during runs. Once he blacked out during a run, not knowing what had happened until he woke up in an ambulance. Running alone is out of the question because he’s easily disoriented, a vulnerability that makes it difficult to lead the pack. At the front of this month’s marathon, he said he had to focus carefully on the cyclist who was showing the way.

The payoff? “When I’m in a race, when I’m climbing a hill, for a few moments it feels like I’m pulling ahead of my problems,” he said.

Leon said he wants to set a new marathon personal record. But he is only racing these days in events that will allow him to bring along his daughter, Kiana, for whom a scholarship fund has been established at www.donationto.com/Sports-Society-Fund-for-Iram-Leon.

“I want her to have as many memories of me as possible,” he said. “I want her to remember us having fun together, not me being sick.”

Write to Kevin Helliker at kevin.helliker@wsj.com

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source: online.wsj.com

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Vado a vivere in comunità in nome di Madre Natura: Tribewanted arriva in Italia

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Vado a vivere in comunità in nome di Madre Natura: Tribewanted arriva in Italia

Villaggio ecosostenibile in Umbria

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di Enrico Caporale
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A Monestevole, in Umbria, la vita scorre lenta. Animali, persone, cose: tutto è in sintonia. Unica auto una Chevrolet Volt. Ibrida, ovviamente. Monestevole sembra un agriturismo, ma è molto di più. Qui è nata l’ultima comunità targata «Tribewanted».

Antico borgo del XV secolo a due passi da Perugia, restaurato con gusto da Alessio Giottoli e Valeria Cancian, dal primo giorno di primavera 2013 questo angolo di paradiso è diventato un villaggio interamente sostenibile. «Misuriamo la sostenibilità in base a tre parametri: ambientale, sociale ed economico», spiega con entusiasmo Filippo Bozotti, fondatore, insieme a Ben Keene, di «Tribewanted». Ciò significa energia rinnovabile, riscaldamento a biomassa, permacultura, bio-edilizia, fitodepurazione per il riciclo delle acque. Ma anche posti di lavoro e sviluppo delle tradizioni. Ecoturismo e prodotti bio, invece, garantiscono l’indipendenza finanziaria (i soggiorni sono all’insegna del «low cost»: poco più di 300 euro a settimana).

«Tribewanted» promuove villaggi sostenibili dal 2006. Prima di Monestevole, Vorovoro, nelle isole Fiji, e John Obey, in Sierra Leone. «Siamo nati come community online – racconta Bozotti -. Poi, sul modello del “crowd funding” (gruppo di persone che utilizza il proprio denaro per un obiettivo comune, ndr) abbiamo dato vita a comunità reali». Ogni iscritto al sito web versa infatti 10 sterline al mese (circa 12 euro) per un anno. Il credito acquisito potrà essere utilizzato come acconto per soggiornare nelle comunità sostenibili. Mille iscritti significano un nuovo villaggio. Le location? Tutto democratico: si decide con una votazione online. L’obiettivo, per ora, è arrivare a 10. I ricavi (già 1,5 milioni di euro ) vengono reinvestiti sul territorio.

«Con Monestevole vogliamo dimostrare che anche in un Paese industrializzato come l’Italia si può vivere a impatto zero», dice ancora il giovane imprenditore, laureato in finanza alla Boston University e ora stabile nelle campagne dell’Umbria. Secondo il rapporto Wwf Living Planet, nel 2008 gli esseri umani hanno usato l’equivalente di 1,5 pianeti in termini di risorse naturali. «Non si può crescere per sempre – incalza Bozotti –. Abbiamo poco tempo per comprendere che un modo di vivere usa e getta non funziona più. Bisogna iniziare a pensare in maniera ciclica. La natura, d’altronde, funziona in questo modo. Altrimenti sarà il collasso».

Nell’antico borgo dell’Umbria, intanto, ognuno fa la sua parte. Ogni giorno, su un lavagnetta, si assegnano i compiti. Tutti sanno fare tutto. E si ruota. Brad e Giovanni, di solito, si occupano dei lavori manuali: costruire staccionate, curare gli orti, dare da mangiare agli animali. Andrea preferisce aiutare in cucina e, dalla mattina alla sera, non si ferma un attimo. Ma ai fornelli si fa a turno. Ognuno ha la sua specialità. Ed è difficile eleggere il migliore. Poi c’è Laura, accanita sostenitrice della Fiorentina, che dà una mano a mettere in ordine. In ogni caso tutto avviene in comunità. Nel tempo libero si fanno passeggiate a piedi oppure a cavallo, si ascolta musica (la sala prove è grande quanto una parrocchia) o si gioca a briscola. Ogni cosa, a Monestevole, sembra al posto giusto. Ovunque si respira energia.

La sera, infine, ci si ritrova nell’ampio salone, che poi è anche la stanza in cui si mangia, si chiacchiera intorno al fuoco e si consulta rapidamente la email. Sì, perché a Monestevole la tecnologia è ben accetta. L’importante è che sia ecosostenibile.

Twitter @EnricoCaporale

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fonte lastampa.it

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Aldro, frase shock di Giovanardi «La foto che ha fatto vedere è vera, ma la macchia rossa non è sangue». La mamma di Federico lo querela

Giovanardi: “Quello nella foto di Aldrovandi non è sangue, ma un cuscino rosso”

exNicoloChannelexNicoloChannel

Pubblicato in data 31/mar/2013

http://nicolomingozzi.blogspot.com Dichiarazioni shock del senatore pidiellino Carlo Giovanardi, che, ospite de “La Zanzara” di Cruciani e Parenzo su Radio24, ha affermato che quello presente nella foto di Federico Aldrovandi mostrata dalla madre durante la manifestazione del Coisp a Ferrara, non è sangue, ma solamente “un cuscino rosso”. Patrizia Moretti, la mamma di Federico, ha già fatto sapere che querelerà Giovanardi per quanto ha sostenuto, augurandosi che Ilaria Cucchi faccia lo stesso per le frasi pronunciate dal parlamentare del Pdl riguardo a suo fratello Stefano.

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Aldro, frase shock di Giovanardi
La mamma di Federico lo querela

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«I poliziotti del caso Aldrovandi non devono essere in galera. Gli agenti sono vittime come il ragazzo che è morto e non vanno cacciati dalla polizia. La manifestazione dei sindacati è legittima». Così Carlo Giovanardi, deputato del Pdl alla Zanzara su Radio24 sulla vicenda Aldrovandi. Che arriva persino a dire: ««La foto che ha fatto vedere la madre – dice ancora Giovanardi – è vera, ma la macchia rossa non è sangue».

SCATTA LA QUERELA
Giovanardi non fa che insultarci da otto anni. E’ uno sciacallo che mente sapendo di mentire. Dice che il sangue di Federico non è vero. Lo querelo e tutti i danni li devolvo all’Associazione Federico Aldrovandi. Spero che anche Ilaria lo quereli per le offese a Stefano Cucchi». Lo scrive su Facebook riferendosi alle dichiarazioni rilasciate dal senatore dl Pdl Carlo Giovanardi, Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto nel 2005 durante un controllo di Polizia effettuato da 4 agenti condannati in via definitiva per omicidio colposo in eccesso colposo.

GIOVANARDI CHOC
«Andateci voi a bloccare una persona – ha detto Giovanardi ai conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo – trovate voi il sistema per cui durante una colluttazione con una persona robusta non succede niente. Invece qualcuno in Parlamento vuole introdurre il reato di tortura con l’ergastolo per gli agenti». Dice ancora Giovanardi: «I poliziotti hanno fatto un errore, ma erano lì perchè i cittadini hanno telefonato per un’emergenza che magari hanno affrontato male e hanno dovuto chiedere rinforzi perchè non ce la facevano da soli. Aldrovandi era in una situazione di alterazione che ha provocato le telefonate dei cittadini e l’intervento della polizia».

«La foto che ha fatto vedere la madre – dice ancora Giovanardi – è vera, ma la macchia rossa non è sangue. La madre del giovane dice che devono essere cacciati dalla polizia, invece no. Omicidio colposo significa che non c’è dolo, è imprudenza. Se uno in macchina fa omicidio colposo non lo cacciano dal posto di lavoro. Anche in un incidente stradale muoiono delle persone. Anche il medico può essere condannato per imperizia. Aldrovandi è una vittima ma per certi aspetti sono vittime anche i poliziotti, quelli che facendo il loro mestiere, magari male, si sono presi una condanna…». Poi continua: «Andateci voi a bloccare, chessò un ubriaco, bisogna intervenire con la forza, se nella colluttazione questa persona ha un infarto…poi arriva un professore, un perito che dice che l’infarto è stato provocato dal modo in cui l’hanno tenuto…». Infine: «Se dei poliziotti manifestano perchè vengano dati gli arresti domiciliari ai colleghi non vedo cosa ci sia di scandaloso in un paese democratico…».

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fonte unita.it

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E LE DONNE? – Presidente, adesso nomini un Consiglio di dieci sagge

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Presidente, adesso nomini un Consiglio di dieci sagge

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di | 31 marzo 2013

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Al Presidente

apprendiamo con sconcerto e sdegno della nomina di un consiglio di dieci saggi, che dovrebbero supportare il Paese in questo gravissimo momento, e che non prevede alcuna donna.

Riteniamo che il 54% della popolazione debba essere rappresentato tanto più oggi quando le donne stanno svolgendo un ruolo decisivo e irrinunciabile in sostituzione di un welfare spesso inesistente.

Gli ultimi 4 anni ci hanno viste protagoniste di lotte degnissime con l’obbiettivo di chiedere il rispetto del terzo articolo della Costituzione: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica sociale del Paese”.

Le bambine e le ragazze ci osservano e chiedono di crescere potendo esprimere appieno il loro potenziale. Vorremmo Presidente che le Istituzioni tornassero a essere esempio e ispirazione delle loro e delle nostre vite.

Le chiediamo che venga al più presto nominato un Consiglio di 10 sagge che operi insieme al Consiglio già nominato, e con eguali poteri e dignità.

Distinti saluti

Chi lo ritiene opportuno può scrivere qui: https://servizi.quirinale.it/webmail/

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fonte ilfattoquotidiano.it

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