Archivio | marzo 2010

QUANDO I ‘PIP’ FANNO ‘POP’ – Allarme per i seni rifatti: le protesi Pip “scoppiano” più delle altre

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Allarme per i seni rifatti: le protesi Pip “scoppiano” più delle altre

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Quando la ‘coppia’ scoppia..

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PARIGI (31 marzo) – L’allarme parte dalla Francia ma attraversa tutto il mondo. Il rischio di esplosione delle protesi usate per rifare il seno sta scuotendo gli esperti di silicone e chirurgia plastica. Mentre mezzo milione di francesi hanno ceduto al desiderio di farsi rifare il seno ricorrendo a protesi mammarie (l’80% lo fa per motivi estetici), per almeno 30.000 di queste donne oggi le notizie non sono buone.

Le autorità sanitarie francesi hanno infatti ritirato dal mercato alcune protesi mammarie che contengono un silicone non conforme e rischiano di scoppiare. L’allarme è stato lanciato dall’Afssaps, l’Agenzia dei prodotti sanitari, dopo aver scoperto che le protesi PIP (Poly Implant prothese), prodotte dal 2001, tendevano a rompersi il doppio rispetto ad altre. Le autorità francesi le hanno quindi ritirate dal mercato e hanno inviato un appello alle circa 30.000 donne che le portano.

La procura di Marsiglia ha aperto un’inchiesta preliminare contro ignoti per truffa e per aver messo in pericolo la vita e l’integrità altrui. La vicenda ha inizio quando, durante un’ispezione effettuata un anno fa, l’Afssaps ha scoperto che l’azienda Poly Impiant Prothese, situata a La Seyne-sur-Mer, sulla Costa Azzurra, aveva utilizzato per le sue protesi un gel al silicone non autorizzato e non corrispondente a quello dichiarato. «Una cosa mai vista prima», per il direttore dell’Afssaps, Jean-Claude Ghinslain.

La PIP, creata nel 1991, era il quarto fabbricante di impianti mammari al mondo ed oggi si trova in stato di fallimento. In Francia un numero sempre maggiore di donne non esita a ricorrere alla chirurgia estetica per avere seni più pieni e prosperosi. Erano 200.000 nel 2003, sono 500.000 oggi. Abitualmente, gli impianti mammari hanno una durata di vita di una decina d’anni, spiega Ghislain. Quando una protesi scoppia, gli effetti, anche se non immediati, sono piuttosto sgradevoli: «il seno si deforma – dice – con grave pregiudizio estetico. Un’altra operazione diventa indispensabile. Inoltre esistono rischi di infiammazione locale».

Un’allerta è stata lanciata anche in tutta Europa e negli Usa, mentre in Italia il sottosegretario alla Salute Francesca Martini ha lanciato un appello ai medici chirurghi per verificare se anche in Italia sono state impiantate protesi PIP. Le dirette interessate dovranno sottoporsi a visita medica e molte dovranno farsi operare di nuovo. «Mi rivolgo ai medici seri e coscienziosi perchè in Italia, fino a quando non sarà approvata la legge che introduce il registro sulle protesi, non sarà possibile tracciare le donne che hanno subito un intervento e sapere che tipo di protesi hanno».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=96547&sez=HOME_SCIENZA

Acqua, referendum nel 2011. Rodotà: “E’ un bene comune”

Depositati i tre quesiti alla Corte di Cassazione. Dal 24 aprile si inizia con la raccolta firme per “modificare le norme in materia di servizio idrico”

Acqua, referendum nel 2011
Rodotà: “E’ un bene comune”

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Il professore: “Il servizio idrico non rientra nelle logiche del pubblico e neanche in quelle del privato. Ecco la novità: ripartire dalla cittadinanza”

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di GIULIA CERINO

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Acqua, referendum nel 2011 Rodotà: "E' un bene comune" Manifestazione contro la privatizzazione dell’acqua

ROMA – “Avete mai pensato di privatizzare vostra madre? Privatizzando l’acqua è come se voi lo faceste”. Non scherza, padre Alex Zanotelli, ma parla seriamente a nome del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Il coordinamento che oggi ha presentato, alla Corte di Cassazione di Roma, tre quesiti referendari. L’obiettivo è  “modificare le attuali norme in materia di servizio idrico” approvate con il decreto Ronchi e, in passato, dal governo Prodi, per governare e gestire le risorse idriche attraverso un soggetto di diritto pubblico, possibilmente a livello territoriale.
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I quesiti. A partire dal 24 aprile inizierà la raccolta delle firme. Se si raggiungeranno le 500mila, nella primavera del 2011, scatterà il referendum. Ecco i tre punti: abrogare l’art 23 bis che prevede che le società, per poter fornire servizi idrici, si debbano trasformare in aziende miste con capitale privato al 40%; abrogare l’articolo 150 del decreto legislativo 152/2006 che prevede, come unico modo per ottenere l’affidamento di un servizio idrico, la gara e la gestione attraverso società per azioni; abrogare l’articolo 154, nella parte in cui si impone al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% in più. Una specie di “cavallo di Troia”, questo, che ha dato il via alla gestione dei servizi idrici da parte dei privati.
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La storia. Si tratta di una battaglia politica iniziata nel 2007 con la presentazione di una legge di iniziativa popolare sottoscritta da 400mila cittadini e messa nel cassetto dal governo Prodi. Una richiesta rilanciata poco dopo il 19 novembre 2009, quando alla Camera dei deputati si approvava, con ricorso alla fiducia, il decreto Ronchi che, all’articolo 15, rilanciava il processo di privatizzazione dei servizi pubblici locali, la dismissione della proprietà pubblica e delle relative infrastrutture. Il Forum da oggi ci riprova.  “Nonostante la raccolta delle firme, il governo non ha ascoltato”. E se la corsa politica è ancora aperta, quella culturale è già stata vinta. “Chi privatizza, oggi, non può più farlo rivendicandolo ma è costretto a smentire se stesso e a mascherarsi dietro la privatizzazione della sola gestione”, spiega Marco Bersani, rappresentante del Forum. Dietro ai quesiti referendari c’è qualcosa di più della mera protesta.

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“L’acqua, un bene comune”. E a spiegare in profondità i perché del referendum, ci pensano gli estensori dei quesiti: professori di diritto pubblico, privato e costituzionale. Come Stefano Rodotà che prende la parola:  “Prima di passare al privato bisognerebbe cercare di correggere le anomalie del pubblico. Ecco la novità. L’acqua – spiega il professore – non è un bene pubblico. E’ un bene comune”. Un qualcosa che non può rientrare in nessuno degli argomenti fallaci che ruotano attorno alle dicotomie pubblico-privato, proprietà-gestione. “Piuttosto, per l’acqua – continua Rodotà – si tratta di trovare una forma di gestione comune, come scritto nell’articolo 43 della Costituzione, perché c’è stato un passaggio. Il pubblico, in questo caso, non è più il pubblico tradizionale”. Per il professore, il punto è un altro. Tutto culturale. “Il principio è che si possa ripartire da un ruolo attivo della cittadinanza. Il referendum rappresenta uno strumento per riabilitare la politica in un momento di stanchezza”.
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Una coalizione vastissima. Un segno di ripresa c’è già. E infatti, il Forum italiano dei movimenti dell’acqua rappresenta la più vasta coalizione associativa formale mai esistita. Cento comitati locali, sessanta associazioni, i cattolici, gli ambientalisti, i sindacati. E i partiti, che svolgono una funzione di supporto. Non tutti militanti di professione, però. Piuttosto, molti di loro si dichiarano parte degli “astenuti” alle regionali del 2010.  “E’ l’estensione del movimento che conta. E’ questo che dà prova del cambiamento culturale”,  ricorda il professor Gianni Ferrara. Lo scopo del coordinamento è quello di vincere. E usare le istituzioni con intelligenza. Oltre a muoversi “contro”, il Forum si muove “per”. E avanza delle alternative: “Uscire dalla logica attuale, identificare l’acqua come bene comune, escludere il mercato dalla sua gestione, e, essenziale, indicare i soggetti incaricati di gestirla”, spiega Rodotà.
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I numeri. Andare avanti è possibile perché i riscontri concreti di quanto nocivo sia privatizzare la gestione dell’acqua ci sono già. Da quando è cominciata l’escalation qualcosa è peggiorato. Ecco i numeri: il prezzo dell’acqua è salito del 68% a fronte del 22% registrato dal dato sull’inflazione. Gli investimenti privati nel settore idrico sono calati (da 2miliardi a 700mila euro l’anno) mentre l’occupazione nel settore idrico è diminuita del 30% e lo  spreco annuo è aumentato di più del 20%. Non solo teoria, dunque.
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“Hasta la victoria siempre”. E a chi accusa il Forum di “essere contro Berlusconi”, risponde padre Alex Zanotelli: “I tre quesiti sono volti ad abrogare il decreto Ronchi, approvato dall’attuale governo di centrodestra. Ma non solo. Il secondo e il terzo quesito intervengono su delle norme approvate dal governo Prodi. Dei provvedimenti “che andavano nella direzione di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti”. Avvolto in una sciarpa a strisce rosse, arancioni e viola, e con una croce di perline variopinte al collo, padre Alex ricorda che solo il 3% dell’acqua del mondo è potabile. Ma di questa, il 2% è usata a fini agricoli o industriali. E se “l’acqua è – come spiega Ciro Pesacane, presidente del Forum ambientalista – una parte del ciclo della terra e appartiene all’umanità”, ha ragione padre Alex a dire che una società in cui non c’è più nulla in comune, non è una società. “Ecco perché dobbiamo batterci”. E conclude: “Facciamo come in Uruguay, come in Bolivia. Lì ce l’hanno fatta. Ce la faremo anche noi. Hasta la victoria siempre”.
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31 marzo 2010
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La vita è nata dall’acqua

Circa 4 miliardi di anni fa si sono sviluppate le prime forme di vita nell’acqua. Tra lampi, eruzioni vulcaniche, cadute di meteoriti, irradiazioni UV e radioattive è stato possibile il miracolo della vita

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Forme primitive di vita
Le forme primitive di vita non erano ancora cellule, bensì formazioni sferiche che erano in grado di riprodursi e presentavano un metabolismo. Da esse nel corso di milioni di anni e con la protezione dell’acqua si sono sviluppate le prime cellule, dalle cellule i batteri e infine gli esseri viventi più complessi.

Nei primi 3,4 miliardi di anni (circa l’85% del tempo da cui esiste la vita) gli organismi viventi si sono formati, sviluppati e diffusi esclusivamente nell’acqua.

Circa 600 milioni di anni fa quando l’atmosfera conteneva già un po’ di ossigeno e il filtro di ozono nella stratosfera ha iniziato a proteggere dai letali raggi UV gli organismi hanno conquistato la terraferma. Per prime vi si sono insediate piante primitive accompagnate da riciclatori come i batteri, i vermi, i ragni, gli scorpioni, le lumache. Poi sono seguiti i vertebrati. Uno dei compiti più importanti dell’organismo era garantire il bilancio dell’acqua. Ogni animale portava con sé il proprio oceano sulla terraferma.

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Le forme di vita % acqua
Uomo 60 %
Meduse 98 %
Lumache di terra 95 %
Rane 78 %
Uccelli 70 – 75 %
Insetti 50 – 80 %

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Strategie di sopravvivenza

Furono sviluppate numerose strategie per il mantenimento del volume idrico:

gli animali terrestri e le piante formarono una pelle permeabile all’acqua.
trasporto dell’acqua: assorbimento di acqua delle piante attraverso finissime radici, attraverso una superficie fino al 2000% maggiore e ingrandita per garantire l’assorbimento di acqua dal terreno
l’effetto capillare dell’acqua le consente di salire attraverso un tubetto sottile fino a 80 cm – un apporto di energia
traspirazione: da piccolissimi fori presenti sulle foglie l’acqua evapora. Ciò produce un’aspirazione verso le foglie e le sostanze nutritive vengono assorbite dalle radici insieme all’acqua. L’energia viene fornita dal sole.

l’acqua si occupa anche dell’eliminazione dei prodotti di scarto che sono in parte velenosi. Negli esseri viventi sviluppati la velenosa ammoniaca di scarto viene trasformata in innocua urina ed espulsa. In speciali organi (i reni) viene trattenuto più liquido possibile espellendo per quanto possibile solo i prodotti di scarto. Forti perdite di acqua infatti sono letali, negli esseri umani è sufficiente già il 15% per causare la morte.

gli animali terrestri sono anche costretti a regolare la propria temperatura corporea

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La gestione dell’acqua è di importanza fondamentale e vitale per tutti gli esseri viventi.

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fonte:  http://www.trinkwasser.ch/italiano/frameset_it.htm?html/wasserwelt/waswelt_wasserlebensquell_04.htm~mainFrame

L’Aquila – I rospi avvertirono 5 giorni prima il sisma

Terremoti: rospi avvertirono 5 giorni prima sisma L’Aquila

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Lo rivela studio Gb su rospi lago San Ruffino di Amandola

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(ANSA) – ANCONA, 31 MAR – I rospi del lago di San Ruffino di Amandola ‘sapevano’ cinque giorni prima che L’Aquila sarebbe stata devastata dal terremoto del 6 aprile 2009. Lo rivela uno studio della Open University di Milton Keynes, pubblicato sul Journal of Zoology. Il 96% dei rospi (Bufo Bufo), all’epoca in piena ‘stagione dell’amore’, scappo’ in tutta fretta dal sito di accoppiamento. Il rospo puo’ sentire un terremoto imminente, avvertendo mutamenti geomagnetici per le onde gravitazionali o cambiamenti nella concentrazione di certi gas. Come avvenne in Cina prima del sisma del 2008 nello Sichuan, preceduto dalla fuga in massa di migliaia di rospi. Tra il 27 marzo e il 24 aprile scorsi gli studiosi monitoravano i rospi del lago, distante 74 km dall’Aquila, contando ogni sera il numero di rospi maschi e accoppiati. Improvvisamente, a 5 giorni dalla catastrofe, fuggirono via quasi tutti. (ANSA).

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Prima pagina: Ansa.it

fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/marche/2010/03/31/visualizza_new.html_1738685526.html

Pedofilia, nel dossier ci sono due pagine in italiano. E Bertone disse: “Sordomuti poco attendibili”

Tra i documenti pubblicati dal Nyt c’è anche un colloquio con arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland
La conclusione:  “Bisogna che padre Murphy si penta e che non dica messa ai non udenti”

Pedofilia, nel dossier ci sono due pagine in italiano
E Bertone disse: “Sordomuti poco attendibili”

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Pedofilia, nel dossier ci sono due pagine in italiano E Bertone  disse: "Sordomuti poco attendibili" Il cardinal Bertone

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ROMA – Ci sono anche due pagine in italiano (pagina 70 e 71) nell’ormai famoso dossier su padre Murphy pubblicato da New York TimesFogli e dichiarazioni che ricostruiscono la storia del prete accusato di aver abusato, tra il ’50 e il ’74, di circa 200 ragazzi sordomuti in una scuola di Milwaukee. Nell’immobilità, è l’accusa, dei vertici della Chiesa. Nel lungo dossier c’è anche il resoconto, in italiano, di un incontro avvenuto il 30 maggio del 1998. Presenti, tra gli altri, l’arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland e monsignor Tarciso Bertone, all’epoca segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede – di cui Ratzinger era prefetto – e oggi segretario di Stato Vaticano.
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Weakland non nasconde la gravità della situazione. Parla degli abusi commessi da Murphy (morto nel 1998), della sua assoluta mancanza di pentimento, dell’indignazione della comunità dei non-udenti e del rischio che lo scandalo finisca in pasto alla stampa. Bertone prima sottolinea il lasso di tempo intercorso dagli abusi (35 anni), poi avanza la proposta di impedire “anche con mezzi penali” che padre Murphy possa celebrare l’Eucarestia nella comunità dei non udenti a Milwaukee. Più difficile, invece, aprire un processo canonico. “Per la difficoltà di provare il delitto – dice Bertone – e per la difficoltà che hanno i sordomuti a fornire prove e testimonianze senza aggravare i fatti, tenuto conto della loro menomazione e del tempo trascorso”.  Bertone preme perché il religioso accusato di pedofilia faccia pubblico atto di penitenza. Un gesto che, però, appare di difficile attuazione. Nel resoconto dell’incontro si citano una serie di diagnosi psicologiche che spiegano come Murphy, nel compiere atti di pedofilia, si senta “una vittima”.  Per questo Bertone chiede che sia messo sotto stretta sorveglianza spirituale ed eventualmente anche allontanato dalla Chiesa.
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Niente messa alla comunità di non udenti a Milwaukee e un vero pentimento. Sono queste le due conclusioni a cui arriva il Vaticano. Conclusioni non certo drastiche che lo stesso arcivescovo Weakland riconosce come “difficili” da far accettare alla comunità dei sordomuti. Murphy non si pentì e dopo pochi mesi morì per cause naturali.
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31 marzo 2010
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DEMOCRAZIA LEGHISTA – Cota: “La Ru486 potrà marcire nei magazzini”

Così il governatore del Piemonte, Cota, ma l’Aifa nega

“La Ru486 potrà marcire nei magazzini”

Roberto Cota

Roberto Cota

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Il cammino perché le donne italiane possano abortire con la pillola Ru486, in ospedale o in day hospital, potrebbe essere più lungo del previsto. Un segnale forte della nuova aria che tira nelle regioni arriva dal neo presidente del Piemonte, Roberto Cota, che ha già fatto che le confezioni arrivate nella sua regione potrebbero restare nei magazzini, spiegando di pensarla in modo “completamente diverso” dall’ex presidente Mercedes Bresso.

“Sono per la difesa della vita – ha detto Cota – e penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero”. E sulle scatole già arrivate, la conclusione polemica è che per lui “potranno marcire nei magazzini”.

Rossi: stupidaggini
Parole giudicate “stupidaggini” da Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana. “In Italia è garantita la libertà terapeutica, un ambito che riguarda solo il medico, il paziente e il loro rapporto. Tutto il resto sono chiacchiere inutili”.

Possibilità reale
Tuttavia è reale la possibilità che i presidenti delle regioni possano rallentare l’arrivo della Ru486 negli ospedali. A spiegarlo è il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella: “Tecnicamente i presidenti delle regioni potrebbero rallentare o anche impedire che il farmaco arrivi negli ospedali non facendolo introdurre nel prontuario regionale”. La Ru486 “ha completato tutto l’iter legislativo – precisa Roccella – una volta che l’Aifa ha stabilito il prezzo e autorizzato la messa in commercio secondo il prontuario nazionale. A livello regionale invece l’arrivo della pillola può essere rallentato o bloccato sotto un profilo tecnico-economico”.

La Ru486 può “in teoria non essere inserita nel prontuario regionale – conclude il sottosegretario – sulla base di considerazioni circa il prezzo e la rimborsabilità. Se quindi il farmaco non viene inserito nel prontuario regionale, gli ospedali sul piano pratico non potrebbero poi ordinarlo. Tuttavia, in un’eventualità del genere, si aprirebbe poi un problema con l’Aifa, perché il prontuario nazionale è il suo”.

Ma l’Aifa nega
Nella distribuzione della pillola abortiva RU486, come per qualsiasi farmaco, “le Regioni hanno un largo margine di autonomia per stabilire tempi e modalità, ma non c’è dubbio che se il farmaco è approvato dall’Aifa prima o poi si dovrà erogare”. Il direttore generale dell’Agenzia del farmaco, Guido Rasi, interpellato dall’Agi, replica indirettamente al presidente del Piemonte Roberto Cota e pur premettendo di “non voler entrare in polemica con nessuno” chiarisce che “le Regioni non possono fare come vogliono. Hanno una larga autonomia sulle modalità, le tempistiche e i percorsi di somministrazione di un farmaco, un buon margine operativo, ma prima o poi si deve trovare una modalità per l’erogazione di un farmaco gà’ approvato”. E’ il caso della RU486, approvata in Italia dall’Aifa con una delibera pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso dicembre dopo anni di dibattiti e polemiche. “Le Regioni hanno ampi margini – ha ribadito Rasi – e potrebbero ritardare l’erogazione della pillola, ma dovranno renderne conto”.

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31 marzo 2010

fonte: http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=139465

Assessore Pdl indagato per bancarotta fraudolenta a Monza

Bel tipo

Assessore Pdl indagato per bancarotta fraudolenta a Monza

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MILANO (30 marzo) – Massimo Ponzoni, assessore uscente in Regione Lombardia appena rieletto nel Pdl, insieme alla moglie e al cognato, è indagato per bancarotta fraudolenta nell’inchiesta della procura di Monza sul fallimento dell’immobiliare Pellicano, schiacciata da 600 mila euro di perdite. L’inchiesta è condotta dal pm monzese Giulio Mapelli, lo stesso magistrato che tre mesi fa ha chiesto il fallimento della società.

La Guardia di Finanza di Monza stamani ha anche effettuato perquisizioni in alcuni uffici della Regione Lombardia in relazione all’inchiesta sul fallimento della società immobiliare, di cui erano soci, fino a luglio scorso, oltre a Ponzoni, Massimo Buscemi e Giorgio Pozzi, tutti rieletti ieri consiglieri regionali del Pdl. Le Fiamme gialle hanno effettuato perquisizioni anche negli uffici e nelle abitazioni di Ponzoni, della moglie e del fratello di quest’ultima.

Ponzoni era stato sentito come testimone mesi fa dagli inquirenti milanesi nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte irregolarità per la bonifica dell’area Montecity-Santagiulia. Ponzoni è stato rieletto alle elezioni regionali di domenica e lunedì con 11.069 preferenze, il numero più alto ottenuto nella provincia di Monza.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=96391&sez=HOME_INITALIA

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I PRECEDENTI..

Il Tar condanna l’assessore all’Ambiente
“Abbattete le sue case abusive”

Massimo Ponzoni (Forza Italia), assessore regionale all’Ambiente della giunta lombarda guidata da Formigoni, non passerà certo alla storia per la tutela del paesaggio, ma per la condanna ad abbattere due villette abusive perché costruite su un terreno agricolo non edificabile a Cesano Maderno
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di Andrea Montanari
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Se non fosse certificato anche da un sentenza del Tar, sarebbe da non crederci. L’assessore regionale all’Ambiente della giunta Formigoni, Massimo Ponzoni (Forza Italia), non passerà certo alla storia per la tutela del paesaggio lombardo, ma per la condanna ad abbattere due villette abusive perché costruite su un terreno agricolo non edificabile a Cesano Maderno, in Brianza. La prima intestata alla moglie Annamaria Cocozza. La seconda abitata dal cognato Argenio Cocozza e dalla suocera Maria Cacioppo.

GUARDA Le ville | L’ordinanza del Tar (.pdf)

Molti nella cittadina dicono che una delle villette è anche l’abitazione dello stesso assessore, ma lui preferisce non commentare e fa sapere che non è così. Una vittoria del sindaco di Cesano Maderno, Paolo Vaghi, alla guida di una giunta di centrosinistra “anomala”, sostenuta anche da alcuni consiglieri comunali ciellini, che il 28 ottobre 2008 aveva firmato un’ordinanza in cui ingiungeva la demolizione dell’immobile. “La legge deve essere uguale per tutti — commenta ora soddisfatto — Chi ha commesso un abuso edilizio deve essere punito, chiunque esso sia. La legge deve essere uguale per tutti”. Poi aggiunge sarcastico: “È come se l’a llora ministro dei trasporti Enrico Ferri, quello dei 110 chilometri all’ora, fosse stato pizzicato sfrecciare a 180 o come quei parlamentari che in aula si dichiarano contro la droga, ma poi si scopre che sniffano la cocaina”.

La sentenza del Tar della Lombardia, che ha respinto la richiesta di sospensione presentata dai familiari di Ponzoni, infatti, parla chiaro. Non solo conferma che le due villette ora dovranno essere abbattute, ma nel dispositivo lancia anche accuse pesanti. Per esempio che “la domanda dei ricorrenti è stata correttamente rigettata in quanto dolosamente infedeli in ordine alla data di ultimazione dei lavori, come riscontrato dalle fotografie allegate agli atti”. Tanto che il tribunale amministrativo ha deciso non solo di condannare la moglie, il cognato e la suocera dell’a ssessore lombardo all’ambiente in solido al pagamento delle spese processuali, ma di trasmettere gli atti alla procura della Repubblica di Monza.

Dalla famiglia dell’assessore un ultimo gesto disperato. “A far data da oggi — hanno scritto in una lettera inviata al sindaco di Cesano Maderno — stiamo provvedendo alla demolizione del manufatto in oggetto”. Per alcuni maligni, si tratterebbe solo di un escamotage per evitare di pagare anche il conto della demolizione fatta da altri. Per evitare insomma che al danno si aggiunga anche la beffa. Ma il Comune andrà avanti. Del resto, Massimo Ponzoni, giovane rampante di Forza Italia, diventato assessore di Formigoni un anno fa a soli 34 anni e dato in questi giorni anche tra i papabili per la candidatura del Pdl alla guida della nascente provincia di Monza non sarebbe nuovo ad alcune scelte chiacchierate. Come quando alle ultime elezioni regionali — ricordano a Cesano Maderno — fece affiggere sui suoi manifesti l’i nvito a votarlo come concittadino fin dalla nascita sia a Cesano che a Desio, due comuni oltretutto confinanti.

Il gesto sollevò molte polemiche. Nulla però in confronto al caso scoppiato. Secondo i tecnici, una delle due villette non avrebbe nemmeno dovuto essere costruita e l’altra è stata ampliata oltre i limiti consentiti. Il tutto sotto gli occhi di chi ha la responsabilità della tutela dell’ambiente in Lombardia.

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04 febbraio 2009

fonte: http://milano.repubblica.it/dettaglio/Il-Tar-condanna-lassessore-allAmbiente-Abbattete-le-sue-case-abusive/1585425

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18-11-2009 07:45

Bonifiche: interrogatorio fiume per Ponzoni

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Rosanna Gariboldi ha fornito professionale contributo alle macchinazioni crimnose. Escono i motivi del no alla scarcerazione per l’ex assessore Pdl alla Provincia di Pavia e per Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche, arrestati a Milano nell’ambito dell’inchiesta Montecity Santa Giulia. Per Grossi i giudici del riesame parlano di “radicalità della dedizione all’attività illecita”. L’indagine punta decisamente ai politici. L’assessore regionale lombardo all’Ambiente Massimo Ponzoni – si apprende oggi – è stato interrogato per 10 ore sabato scorso in gran segreto.

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fonte:  http://www.radiolombardia.it/rl/news.do%3Bjsessionid=C6A0F1068E60C78D17FD11F168F834EB?id=32597

REVISIONISMI – La ‘Resistenza’ c’è ma non si vede. E la parola scompare dai licei

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Che la Gelmini sottintenda questo tipo di ‘resistenza’?

Nel programma scolastico del Ministero viene saltata. Scoppia la polemica

Il consigliere della Gelmini, Max Bruschi: “Era sottintesa”

La ‘Resistenza’ c’è ma non si vede
E la parola scompare dai licei

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DI SIMONETTA FIORI

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LA RESISTENZA non c’è. La si cerca invano nel programma di storia per l’ultimo anno dei licei. Ecco il fascismo. Poi la crisi del ’29 e le sue conseguenze nel mondo. Il nazismo. La shoah e gli altri genocidi del XX secolo. La seconda guerra mondiale. Ecco, forse arriva ora la guerra partigiana. No, a seguire c’è la guerra fredda, il confronto ideologico tra democrazia e comunismo. Ed ancora, l’Onu. Siamo troppo avanti, bisogna tornare alla riga precedente: ma dov’è la Resistenza?
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Non si vede. Si prova a domandarlo al consigliere del ministro Gelmini, Max Bruschi, che reagisce: «Ma non ha letto qui, dopo la voce Onu? È ben esplicitato: Formazione e tappe dell’Italia Repubblicana. Naturalmente è sottintesa la Resistenza. L’abbiamo inclusa senza citarla tra i capitoli fondativi della storia repubblicana. È un modo per rafforzarla, no?».
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Al ministero della Pubblica Istruzione non capiscono le reazioni provocate dalla cancellazione della parola Resistenza dai curricola scolastici dei licei. «Come se la Costituzione e la nostra Repubblica fossero sbocciate dal nulla», protesta Manuela Gizzoni, capogruppo del Pd in Commissione Istruzione alla Camera. Bruschi liquida come “pretestuose” le polemiche. «Le assicuro che non c’è da parte nostra nessuna intenzione di cancellare quella esperienza storica, tutt’altro». In mattinata una nota del Miur aveva definito “priva di fondamento” la notizia riportata da Italia Oggi secondo cui l’insegnamento della Resistenza a scuola sarebbe stato ridimensionato. «La Resistenza continuerà ad essere affrontata come momento significativo della storia d’Italia». Punto e basta.

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Scusi l’insistenza, dottor Bruschi, ma se è “un momento significativo della storia d’Italia” perché non nominarla esplicitamente nel programma scolastico? «Forse che indichiamo esplicitamente la prima guerra d’indipendenza quando si parla di Risorgimento?». Ma le sembra un paragone appropriato? Stiamo parlando di un passaggio fondamentale dell’Italia democratica che è stato oggetto nell’ultimo quindicennio di un tentativo storico-politico di liquidazione: quando avete steso il programma, ve ne siete dimenticati? «Eh, ma quanta suscettibilità. Noi non volevano urtare la sensibilità di nessuno. Ripeto: nessuna esclusione ideologica. Se è un problema, non abbiamo alcuna difficoltà a indicare esplicitamente la Resistenza nei programmi scolastici. Per noi era scontato. Sarebbe come insegnare la matematica senza le tabelline». Ovvio, no?
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31 marzo 2010
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Colombia, le Farc liberano un ostaggio era nelle loro mani da dodici anni

E’ un sergente dell’esercito: consegnato alla Croce Rossa
Il padre aveva camminato in 14 Paesi per attirare l’qattenzione sui sequestri

Colombia, le Farc liberano un ostaggio
era nelle loro mani da dodici anni

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Colombia, le Farc liberano un ostaggio era nelle loro mani da  dodici anni
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I guerriglieri delle Farc hanno rilasciato un ostaggio dopo 12 anni di prigionia: il sergente Pablo Emilio Moncayo, uno degli ostaggi che era da più tempo nelle mani dei ribelli delle Forze Armate Rivoluzionarie, è tornato in libertà grazie a un’operazione umanitaria che aveva già permesso domenica la consegna anche del soldato Jose Daniel Calvo. I due sono gli ultimi ostaggi che la guerriglia libererà unilateralmente perchè d’ora in avanti -ha fatto sapere in un comunicato- accetterà solo scambi con guerriglieri detenuti.
Moncayo è stato consegnato a un team della Croce Rossa nella selva di Caqueta, nel sud della Colombia; e poi trasportato a bordo di un elicottero militare brasiliano nella città di Florencia, quasi 400 chilometri a sud della capitale Bogotà. Sorridente e in buone condizioni fisiche, il sergente -che aveva 19 anni e svolgeva il servizio militare quando fu catturato nel 1997 dai guerriglieri- ha riabbracciato sulla pista dell’aeroporto la famiglia (tra cui una sorella di 5 anni che neanche conosceva perchè nata durante la sua prigionia).
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Il padre, il professor Gustavo Moncayo, noto come il “camminatore della pace”,  ha percorso a piedi più di 3.000 chilometri e attraversato  14 Paesi per richiamare l’attenzione sul dramma dei sequestri in Colombia. A chi gli ha chiesto un giudizio sulle Farc, Moncayo ha risposto in maniera molto diplomatica: “Quello che posso dire sulle Farc non cambierà la storia della Colombia”, ha detto, aggiungendo che la guerriglia è “una realtà” che non si può ignorare “nonostante qualcuno si impegni a farlo”.
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31 marzo 2010
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Pedofilia, nuove accuse al Papa: “Ratzinger coprì un caso in Florida”

I documenti diffusi dagli avvocati di una vittima che subì molestie a metà anni Ottanta
“Intervenne il Papa, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede”

Pedofilia, nuove accuse al Papa
“Ratzinger coprì un caso in Florida”

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Pedofilie, nuove accuse al Papa "Ratzinger coprì un caso in  Florida" La protesta di alcune vittime in piazza San Pietro a Roma

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ROMA – Torna il nome di Papa Ratzinger in un nuovo caso di pedofilia che va ad aggiungersi a quelli già rivelati nelle scorse settimane. Un uomo che afferma di essere stato vittima di violenze sessuali da parte di un sacerdote cattolico pedofilo ha accusato il Vaticano e Benedetto XVI di avere protetto il sacerdote, mantenendolo al suo posto. La denuncia arriva dai legali della vittima – il cui nome resta coperto dall’anonimato – che hanno inviato all’agenzia di stampa France Press alcuni documenti: le carte dimostrerebbero che il nunzio apostolico a Washington, Luigi Raimondi, aveva chiesto alla Chiesa di Miami, in Florida, di proteggere padre Ernesto Garcia Rubio, prete di origini cubane, che aveva dovuto lasciare l’isola caraibica nel 1968 in seguito a problemi di “natura morale”.
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“Padre Rubio è stato in carica in una parrocchia di Miami per trent’anni e siamo stato al corrente di decine di vittime dei suoi abusi durante tutto questo tempo”, afferma Jessica Arbour, legale dell’uomo che denuncia di avere subìto molestie sessuali quand’era adolescente, negli anni fra il 1985 e il 1987. L’uomo ha denunciato l’arcidiocesi di Miami e ha chiesto un risarcimento di 20 milioni di dollari.
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“E’ evidente che ci sia stato uno sforzo concertato, a tutti i livelli, dal Vaticano all’arcidiocesi di Miami, passando per la diocesi di Cuba, per proteggere il sacerdote”, aggiunge Arbour, che accusa Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (incarico che l’attuale pontefice ricoprì dal 1981 al 2005), di aver “protetto i pedofili a spese dei parrocchiani e delle loro famiglie”.
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L’accusa è la terza, in una settimana, secondo la quale Ratzinger, all’epoca cardinale, avrebbe chiuso gli occhi su scandali di pedofilia fra i sacerdoti. Nei giorni scorsi il caso di padre Murphy, sacerdote del Winscounsin, accusato di aver abusato di duecento bambini sordomuti fra il 1950 e il 1970 e quello, in Germania, che riguarda lo spostamento ad altra parrocchia  di un sacerdote accusato di pedofilia.
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31 marzo 2010
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Doppio attentato, tensione nel Caucaso

31/3/2010 (8:9) – TERRORISMO IN RUSSIA

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Doppio attentato, tensione nel Caucaso

Kamikaze in azione in Daghestan

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MOSCA
Sarebbe stato un kamikaze
vestito da poliziotto a farsi saltare in aria provocando la seconda delle due esplosioni oggi in Daghestan, una delle Repubbliche del turbolento Caucaso del Nord, in cui è morto anche il capo della polizia locale. Poco prima era esplosa un’autobomba. L’esplosione è avvenuta vicino a un cinema e, stando a quanto riferisce il ministero dell’Interno, il bilancio dei morti è salito a nove.
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Intanto l’opposizione guarda con apprensione le prossime mosse di Putin. «Io so cosa faranno le autorità. Riprenderà la persecuzione dell’opposizione, ci sarà più censura, più spionaggio politico. Ci sarà più polizia antisommossa per disperdere le manifestazioni e proteste dell’opposizione. Ma questo non ci salverà dal terrorismo», ha affermato Boris Nemtsov, uno dei leader dell’opposizione, in un editoriale pubblicato sul giornale online Grani.ru. Mosca è una città ferita, anche oggi sotto stretta sorveglianza. «Percepisco la tensione nella metropolitana. Nessuno sorride o ride», ha detto la studentessa Alina Tsaritova non lontana dalla stazione della Lubianka.
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Nel doppio attentato di due giorni fa, oltre ai 39 morti, sono rimaste ferite almeno 71 persone. Di queste, secondo il funzionario del dipartimento alla Salute Andreki Seltsosky, almeno cinque restano in condizioni critiche. L’inchiesta prosegue e si continua a dare la caccia ai possibili complici. Oggi fonti investigative hanno riferito all’agenzia di stampa Interfax che le due giovani attentatrici suicide sarebbero arrivate nella mattinata di ieri stesso a Mosca con un autobus dal Caucaso settentrionale. Secondo la testimonianza dell’autista, erano accompagnate da un uomo alto tra 180 e 185 centimetri, con indosso abiti che ricordano quelli ripresi da una telecamera di sorveglianza. Il riconoscimento è stato favorito dalla diffusione, da parte della polizia moscovita, degli identikit delle due kamikaze e di tre presunti complici: un uomo e due donne. La pista caucasica sembra rafforzarsi, anche se al momento ancora non sono pervenute rivendicazioni.
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