Archivio | maggio 2009

Il Papa: Se l’uomo crede di essere Dio rischia la cancellazione della terra

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L’uomo di oggi crede di essere Dio ma in realtà si allontana dal Creatore e rischia di mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’uomo sulla terra. Il Papa lancia un monito epocale durante la messa di Pentecoste nella Basilica di San Pietro e afferma: <L’essere umano sembra oggi affermare se stesso come Dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo _ ha detto Benedetto XVI _. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso, si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.

Il Papa utilizza anche una metafora ambientalistica per sottolineare la grave situazione odierna. < L’inquinamento atmosferico avvelena l’ambiente e gli esseri viventi ma esiste anche un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica e avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità – altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società – ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna – a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore.

Dal Papa anche un invito alla Chiesa. Sia meno affannata per le attività e più dedita alla preghiera. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca a un semplice rito o a una pur suggestiva commemorazione – sottolinea il Pontefice – ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua parola.

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31 maggio 2009

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/05/papa-tuona-uomo-crede-essere-dio.shtml?uuid=9746ae5e-4de2-11de-af13-8b0b0be69add&DocRulesView=Libero

Influenza A, 4 nuovi casi in Italia: tutti arrivati da New York

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Prima morte sospetta in Argentina

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ROMA (31 maggio) – La nuova influenza prosegue incessante il suo cammino di contagio. Sono stati confermati oggi altri quattro casi di positività in Italia. Lo rende noto un comunicato del ministero del Lavoro e della Salute.

Il primo caso è relativo ad una donna trentenne rientrata a Verona da New York il 26 maggio con volo indiretto via Milano Malpensa. La donna, che al momento dell’arrivo accusava sintomi influenzali ed alterazione della temperatura, è stata visitata in ospedale e attualmente è in isolamento domiciliare per il trattamento. Le sue condizioni di salute sono buone e non destano preoccupazione.

Il secondo caso riguarda un uomo ventenne proveniente da New York con volo indiretto via Amsterdam e arrivato a Bologna il 25 maggio. Al momento l’uomo è in isolamento domiciliare a Rimini, dopo essere stato visitato in ospedale, e le sue condizioni fisiche non destano preoccupazione.

Il terzo caso è un uomo di circa trenta anni proveniente da New York con volo indiretto via Roma Fiumicino e rientrato a Modena il 24 maggio, al momento dell’arrivo accusava sintomi influenzali ed alterazione della temperatura ed è stato visitato in ospedale. Attualmente l’uomo è in isolamento domiciliare e le sue condizioni di salute non destano preoccupazione.

Il quarto caso è una donna di quarantacinque anni tornata da New York a Bologna via Parigi il 28 maggio. La donna, che al momento dell’arrivo accusava sintomi influenzali ed alterazione della temperatura è stata visitata in ospedale ed attualmente è in isolamento domiciliare per il trattamento. Le sue condizioni di salute sono buone e non destano preoccupazione. Nel comunicato si sottolinea che i «contatti stretti» dei casi segnalati sono già stati rintracciati e posti sotto sorveglianza.

Prima morte sospetta in Argentina. Primo sospetto caso di morte per la nuova influenza in Argentina, dove un uomo di 29 anni – che era stato ricoverato in ospedale con i sintomi dell’AH1N1 – è morto ieri nella provincia settentrionale di Jujuy. Lo ha riferito oggi la stampa argentina. Il ministro della sanità della provincia, Victor Urbani, ha tenuto a precisare che – in attesa dei risultati degli esami di campioni prelevati al defunto – non è stata per ora stabilita l’esistenza di «un nesso epidemiologico» per affermare che il decesso sia stato provocato dalla nuova influenza. Urbani ha tuttavia aggiunto che l’uomo deceduto, il quale lavorava come conducente per un’impresa di viaggi, si era di recente recato a Mendoza, a ridosso della frontiera con il Cile, e «aveva avuto contatti con persone cilene che si sospetta fossero state contagiate». Citate dalla stampa locale, fonti dell’ospedale Pablo Soria di Jujuy hanno però affermato che il deceduto presentava tutti i sintomi dell’influenza AH1N1. In Argentina, i casi di sospetto contagio per la nuova influenza continuano intanto ad aumentare: il ministro della sanità federale, Graciela Ocana, ha reso noto ieri sera che ne sono stati accertati altri venti, portando a cento il numero totale di casi di AH1N1 finora confermati, mentre per altri 371 casi sospetti sono in corso accertamenti.

Primo contagio in Vietnam. Il Vietnam ha confermato ufficialmente il suo primo caso di nuova influenza, uno studente vietnamita di 23 anni rientrato all’inizio della settimana dagli Stati Uniti. Lo ha reso noto il portavoce del ministero della Sanità. Il giovane è ricoverato all’ospedale di Città Ho Chi Minh (l’ex Saigon) ed è in condizioni stabili.

Ieri due nuove vittime in Messico.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=60405&sez=HOME_NELMONDO

Palermo, caos-rifiuti nelle strade. Sarcastico D’Antoni: “E berlusconi dov’è?”

In consiglio comunale è in discussione l’aumento del 35% della tassa sulla spazzatura
Fuori, la protesta dei dipendenti Amia in sciopero e dei raccoglitori di ferro e cartone

Rissa sfiorata in municipio

Franceschini: “Montagne di rifiuti ma la tv è lontana”

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Palermo, caos-rifiuti nelle strade Rissa sfiorata in municipioLe strade di Palermo sepolte dai rifiuti

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PALERMO – Caos e rissa sfiorata in consiglio comunale a Palermo sull’emergenza rifiuti. Questa mattina durante la seduta straordinaria per fronteggiare il problema della spazzatura, con la delibera dell’aumento del 35% sulla tasse per i rifiuti (tarsu), alcuni consiglieri della maggioranza e dell’opposizione sono quasi venuti alle mani. La maggioranza della giunta di Diego Cammarata aveva proposto di far svolgere la seduta a porte aperte, mentre davanti al palazzo si accalcavano circa 400 persone, tra operatori dell’Amia (azienda per i rifiuti locale), dipendenti di società locali e raccoglitori di ferro e cartone. Presenti alle discussioni in comune anche alcuni rappresentanti dei sindacati.
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Secondo l’amministrazione comunale l’aumento della tassa serve a sostenere le finanze dell’Amia che ha un buco di circa 150 milioni di euro, e non riesce a pagare gli straordinari dei dipendenti. L’opposizione chiede che a pagare siano gli ex amministratori dell’Amia che hanno creato la crisi finanziaria e invitano l’amministrazione a recuperare le somme non versate dagli evasori.
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Da 10 giorni la città è sommersa dai rifiuti per l’astensione dei lavoratori dell’Amia dal lavoro straordinario causa mancato rinnovo del contratto di servizio tra l’azienda e il comune. Ieri sera alle 22 comunque i dipendenti dell’azienda hanno annunciato una tregua, rimettendosi a lavorare in attesa della delibera del consiglio comunale di oggi.
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Il municipio è presidiato da polizia in assetto antisommossa, carabinieri e guardia di finanza. La Digos ha deciso di mandare uomini in borghese tra i manifestanti per evitare che la situazione degeneri. Nelle strade della città intanto, proseguono i roghi di cassonetti stracolmi di spazzatura, circa 200 sono quelli bruciati finora.
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Critico il leader del Pd Dario Franceschini: “Palermo è una città invasa dai rifiuti, sono ovunque, ma le tv devono stare lontane perché la città è di destra, la regione è di destra e non bisogna farlo vedere”. E il responsabile del Pd per il Mezzogiorno, Sergio D’Antoni si chiede sarcastico: “Dov’è finito Berlusconi di fronte alla spazzatura che si accumula per le strade di Palermo? Perché il capo del governo non rende conto una buona volta delle ragioni che hanno portato al blocco totale della regione Sicilia?”
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31 maggio 2009
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«Via la bigliettaia con il velo»; E a Venaria lo indossano tutti / La polemica: Tutte con il velo. (Ma è libertà?)

Protesta alla reggia sabauda. Del Noce: «Il razzismo non c’entra»

La ragazza marocchina: «Non ci faccio più caso, sono stati i colleghi a volermi difendere»

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Yamna Amellal, la ragazza marocchina che lavora alla biglietteria della Reggia di Venaria Reale (Emmevi)
Yamna Amellal, la ragazza marocchina che lavora alla biglietteria della Reggia di Venaria Reale (Emmevi)

TORINO – Ieri i ragazzi della biglietteria, le guide, gli addetti alla sicurezza — insomma tutto il personale della Reggia di Venaria — si sono presentati al lavoro indossando veli e kefiah. Una protesta e, allo stesso tempo, una manifestazione di solidarietà per una loro collega marocchina, Yamna Amellal, di 35 anni. Il perché dell’iniziativa lo spiega Michele Francabandiera, 29 anni e da cinque uno di responsabili alla reception del castello sabaudo: «Yamna è con noi dal 2007, sempre dietro lo sportello, e fa bene il suo lavoro. Ma il fatto che sia musulmana e indossi il velo ha provocato delle proteste da parte dei turisti».

Un susseguirsi di episodi imbarazzanti e, venerdì scorso, una lettera anonima pubblicata sulla Stampa: «Mi sono presentata alla biglietteria della Reggia di Venaria, storica residenza di Casa Savoia e mi ha colpito non poco notare — ha scritto una visitatrice torinese — che fosse presidiata da due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa. Non sarebbe più corretto che il personale indossasse abiti d’epoca dei Savoia? Quella presenza, invece, era decontestualizzata, fuori posto». La risposta del direttore della Reggia, Alberto Vanelli, è stata decisa ma articolata: «Io non ci trovo nulla di male, l’integrazione passa anche attraverso queste cose. Però confesso che, la prima volta che l’ho vista, ho avuto un attimo di perplessità. Già in passato ci è stato fatto notare che sarebbe stato più opportuno avere personale con profonde conoscenze della storia sabauda, ma l’assunzione è avvenuta tramite il Collocamento e una cooperativa di servizi».

Una guida, Sabrina Soccol, 28 anni, aggiunge: «La donna che ha scritto la lettera non si è neppure accorta che l’altra ragazza da lei indicata come islamica è invece italiana, calabrese…». A gettare acqua sul fuoco, il presidente del consorzio che amministra la Reggia, l’ex direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce: «L’opinione della signora, espressa in toni pacati e non oltranzisti, è da rispettare. Allo stesso modo la manifestazione dei colleghi della ragazza marocchina è stata altrettanto legittima e civile. Insomma, non siamo di fronte a un episodio di razzismo come quando l’intera curva di uno stadio insulta Balotelli». A storcere il naso, però, non è stata solo l’anonima lettrice. I colleghi della ragazza marocchina raccontano di episodi di razzismo («Torna a casa tua»; «Quel velo è una provocazione, sono tutti terroristi») e proteste quotidiane: «Spesso capita che qualcuno, per non acquistare il biglietto da Yamna, cambi fila — confida Sabrina Soccol —. E io, che accompagno i gruppi in visita, lo sento: c’è sempre chi commenta negativamente». Ieri, dunque, la protesta. In biglietteria, le colleghe di Yamna si sono presentate con un velo sul capo, i colleghi hanno indossato la kefiah. Ma i gesti di solidarietà hanno contagiato anche agli altri dipendenti (70 persone) delle due cooperative (la Copat e la Rear) che gestiscono i servizi turistici nel castello. «Noi hostess — dice Michela — abbiamo una divisa che prevede un foulard al collo: ce lo siamo messo tutte in testa».

Alla Reggia si è visto il vicesindaco della città, Salvino Ippolito: «Non possiamo discriminare nessuno per motivi religiosi e inoltre la ragazza fa bene il suo lavoro». Lei, Yamna Amellal, sposata con un pakistano, originaria di Khenifra in Marocco, vive a Torino da 5 anni e, per tutta la giornata, è sempre rimasta seduta al suo posto, a staccare biglietti: «A queste cose io quasi non ci faccio più caso, ci sono i miei colleghi a difendermi, è quasi come stare in famiglia. Lavoriamo in un bellissimo luogo e crediamo nella libertà e nella tolleranza. Togliermi il velo? Non ci penso proprio, rappresenta la mia fede. E io sono islamica qui come in qualunque altro posto».

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Marco Bardesono
31 maggio 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_31/bardesono_venaria_velo_bigliettaia_db651b24-4db6-11de-891f-00144f02aabc.shtml

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voi che ne pensate?

Tutte con il velo. (Ma è libertà?)
Ma quello è un segno di sottomissione

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La biglietteria di Venaria Reale (Emmevi)
La biglietteria di Venaria Reale (Emmevi)

Il personale della Reggia di Venaria (Torino) ha lavorato con veli e kefiah per solidarietà con una collega marocchina contro il cui velo islamico avevano protestato alcuni turisti. Ma la testa coperta non è un’espressione della propria religione come tante altre, è un segno di sottomissione femminile.

Se fosse un film americano, per chi tifereste? Per le impiegate e le guide della reggia di Venaria che sono andate a lavorare col velo per solidarietà con la collegO per la signora piemontese seccata per aver visto donne velate a contatto col pubblicoa marocchina Amellal? , che ha scritto alla Stampa «non sarebbe più corretto impiegarle in attività di ufficio? O utilizzare persone vestite con abiti d’epoca?». Solo la trovatona delle poverette in abito d’epoca fa antipatizzare con la signora e simpatizzare con le lavoratrici di Venaria; che non hanno paura di essere (non è cosa alla moda) solidali. Ma la questione è molto, molto più complicata.

Perché mettere il velo non è un’espressione della propria religione come tante altre, come portare la croce o la stella di Davide (o la mezzaluna). È un segno di sottomissione femminile, non tanto ad Allah quanto ai maschi di casa. Alcune lo portano per scelta; la maggioranza per costrizione. È una condizione che non si risolve come propone il signore piemontese, nascondendo le impiegate velate per dimenticare che a Torino gli islamici sono ormai tanti. Si risolve — al momento pare utopico, ma meglio essere utopisti che pilateschi, che ignorare i problemi di tanta parte dell’umanità femminile — pensando che tutte le donne dovrebbero essere libere di scegliere cosa fare con la propria testa. E cercando di garantire loro dei diritti. In Francia, nella Francia dell’allora presidente Chirac, è stata fatta una legge che vieta di ostentare simboli religiosi nei luoghi pubblici. Legge discussa; ma lì si può applicare perché li proibisce tutti, di qualunque culto. In Italia, nelle nostre scuole e nei nostri uffici dove sono appesi i crocefissi, seguire l’esempio sarebbe molto, molto più complicato (sarebbe bello se le colleghe italiane fossero così solidali da dare a qualche islamica che non vorrebbe il velo la forza di toglierlo, casomai; senza sistemare tutte mettendole in costume, d’epoca o da bagno, come si tende a fare da noi).

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Maria Laura Rodotà
31 maggio 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_31/rodota_segno_sottomissione_c72a8fbc-4db7-11de-891f-00144f02aabc.shtml?fr=correlati

SPECIALE UNIVERSITA’ – Le lauree ed il lavoro

Un’inchiesta de l’Espresso

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Le lauree trova lavoro

Secondo le indagini di Almalaurea chi sceglie di diventare un professionista sanitario – infermiere, ostetrica, tecnico della riabilitazione – ha praticamente la sicurezza di trovare lavoro a un anno dalla fine degli studi

di Letizia Gabaglio

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Dell’inutilità del master

Continua a crescere il numero degli studenti che seguono corsi di specializzazione post-laurea. Ma servono davvero per entrare nel mondo del lavoro? di Daniela Cipolloni

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Mini laurea: funziona?

A cinque anni dalla rivoluzione del ministro Berlinguer, un bilancio sull’efficacia delle lauree brevi in termine di inserimento nel mondo del lavoro di Letizia Gabaglio

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Divieto di accesso

Fioccano le polemiche e aumentano i ricorsi al Tar per le migliaia di studenti che sono stati esclusi dalle graduatorie per i corsi di laurea a numero chiuso, con la disposizione entrata in vigore nel ’99

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Voglia di estero

Oltre 40mila studenti decidono di partire durante o dopo l laurea per il dottorato. Tra le mete più ricercate Germania, Austria, Regno Unito, Svizzera, Francia e Stati Uniti di Letizia Gabaglio e Caterina Visco

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Tutto sull’Erasmus

Cosa fare e a chi rivolgersi per programmare un periodo di studi all’estero con il programma di mobilità della Commissione Europea

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Rivoluzione in classe

Cosa succederà dopo il blocco del reclutamento del corpo insegnante?  Lo abbiamo chiesto al presidente della facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna di Caterina Visco

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Scienziati fate così

Colloquio con Giovanni Bignami,  ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana e docente di Astronomia allo Ius di Pavia di Federico Ferrazza

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La matricola è online

Sono sempre di più le persone che si iscrivono a corsi di laurea online. Tra le più gettonate quelle dei settori politico sociale, economico-statistico, giuridico e ingegneristico di Daniela Cipolloni

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a cura della redazione di Kataweb
Elaborazione dati a cura della Galileo Servizi Editorial

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fonte:  http://temi.repubblica.it/espresso-universita/

Rinnovo contratti: Nasce il nuovo indice per adeguare i salari all’inflazione vera

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ROMA (30 maggio) – Sindacati soddisfatti per il calcolo del nuovo indice di previsione dell’inflazione, messo a punto dall’Isae, che regolerà i prossimi rinnovi contrattuali, sulla base di quanto previsto dal nuovo modello triennale siglato dalle parti sociali, ad esclusione della Cgil. Per Cisl, Uil e Ugl, determinerà aumenti salariali in grado di tutelare meglio i lavoratori; per la Cgil, invece, gli incrementi resteranno al di sotto dell’inflazione reale e anche di «quanto raggiunto nei bienni precedenti».

Il cambiamento. L’Ipca previsionale sostituirà l’inflazione programmata come punto di riferimento per la determinazione degli aumenti salariali, in occasione del rinnovo dei contratti. E, per i lavoratori, dovrebbe tradursi in un vantaggio. L’inflazione programmata, nata per chiudere l’era della scala mobile (cioè dell’adeguamento automatico degli stipendi all’incremento dei prezzi rilevato), veniva fissata dal governo e rappresentava un obiettivo politico: di solito era sottostimata rispetto a quella effettiva, per evitare la rincorsa tra prezzi e salari. L’indice previsionale dovrebbe invece permettere di avvicinarsi in misura maggiore alla realtà, pur senza tornare al vecchio sistema della scala mobile.

Inflazione previsionale 2009: +1,5%. In particolare, l’inflazione previsionale (indice Ipca) calcolata dall’Istituto di studi e analisi economica, al netto dei beni energetici importati, si attesterà all’1,5% nel 2009, per poi crescere nel 2010 all’1,8% e nel 2011 al 2,2%. Nel 2012 riscenderà poi all’1,9%. Per il triennio 2009-2011, sottolineano quindi i sindacati firmatari della riforma del modello contrattuale, è prevista una crescita dell’inflazione del 5,6% e in quello 2010-2012 del 6%, «valori superiori rispetto all’inflazione programmata», che era il vecchio riferimento, «fissata dal governo nel Dpef di giugno 2008 (al 4,6% per entrambi i trienni in considerazione) rispettivamente dell’1% e dell’1,4%». I primi rinnovi a fare i conti con il nuovo indice saranno i contratti, in scadenza, del settore alimentare, delle Tlc e degli elettrici.

I sindacati. «Rappresenta il positivo completamento della riforma della contrattazione» dice il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, secondo il quale i numeri, «più attendibili» rispetto all’inflazione programmata, «smentiscono i profeti di sventura» e i «detrattori» della riforma.
«Già solo a livello di contrattazione nazionale sarà in grado di tutelare meglio che in passato i lavoratori italiani» sottolinea il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani.
Sulla stessa linea il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, secondo cui agli aumenti saranno «più vicini al valore reale dell’inflazione con benefici per i lavoratori».
Sul versante opposto il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso: l’indicatore non «produce una novità in sé», perché è comunque costruito attraverso la depurazione dalla componente energetica importata, sottolinea, né tanto meno determinerà aumenti salariali superiori poiché «resta al di sotto dell’inflazione reale» nel triennio. Con la risalita dei prezzi delle materie prime, sostiene ancora, «le distanze saranno ancora più evidenti».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=60345&sez=HOME_ECONOMIA

La rabbia della comunità senegalese di Civitavecchia

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CIVITAVECCHIA – ROMA (UnoNotizie.it)

Dopo aver appreso dai giornali di oggi che al sig. Morra Paolo, accusato di aver ucciso il nostro connazionale Diouf Cheikh, sono stati concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute, non possiamo fare a meno di esprimere tutta la nostra amarezza e tutto il nostro sconcerto.

Diouf è stato ucciso dal Morra, Ispettore della Polizia di Stato, per una banale lite di vicinato; due colpi di arma da fuoco sono stati esplosi ai suoi danni, causando la rottura dell’arteria femorale. Abbiamo accompagnato la salma in Senegal per i funerali e là abbiamo trovato una famiglia distrutta, una madre inconsolabile e sei minori rimasti orfani.

Non sarà facile spiegare a tutti loro che l’unico accusato per l’omicidio di Diouf è stato scarcerato, dopo poche settimane dai fatti, per motivi di salute.
Non siamo sicuri che a parti invertite, in cui un cittadino extracomunitario avesse ucciso un agente di polizia, si sarebbe utilizzato lo stesso livello di garantismo. Pensiamo che la vicenda meriti quanto meno un approfondimento e per questo chiediamo che il Pubblico Ministero presenti quanto prima una richiesta di appello contro l’ordinanza di scarcerazione, perchè si faccia piena chiarezza sulle ragioni che hanno portato a questa decisione.

La Comunità  Senegalese di Civitavecchia

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30 maggio 2009

fonte:  http://www.unonotizie.it/5656-civitavecchia-cronaca-la-rabbia-della-comunita-senegalese-di-civitavecchia.php

ISLAMABAD – Samar Minallah: «I talebani mi vogliono morta»

Su Io Donna

Samar Minallah paga per le immagini della 17enne flagellata dagli integralisti in Pakistan

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di Lorenzo Cremonesi, inviato CorSera

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Samar Minallah nel suo lavoro
Samar Minallah nel suo lavoro

ISLAMABAD – L’accusa è di quelle che non perdonano: offesa alla reputazione dei talebani e della popolazione nella vallata di Swat. E così è anche la condanna: morte per lei, Samar Minallah, e minacce altrettanto letali alla sua famiglia. «Ho paura, davvero tanta. Da quando un mese fa è scoppiato lo scandalo della ragazza di Swat frustata dai talebani non ho più pace. Per me è cambiato tutto. Temo per i miei due figli di 11 e 16 anni, temo per mio marito. I talebani hanno già annunciato di avere pronti alcuni attentatori suicidi per ucciderci appena possibile», ci dice per telefono dal suo nuovo nascondiglio.

Non è la prima volta che la 41enne Samar viene attaccata direttamente dai talebani. Nata a Peshawar da una nota famiglia pashtun, da oltre 20 anni dedica tutte le sue energie alla lotta per l’emancipazione femminile nelle «zone tribali» e nel Pakistan rurale. A questo fine ha fondato una sua organizzazione non governativa, la Ethnomedia. Un suo video qualche anno fa venne anche premiato alle Nazioni Unite per il coraggio con cui denunciava la tradizione di sposare le bambine agli anziani per dirimere le dispute tra clan rivali. E immancabilmente le piovvero contro le accuse di «tradimento» e di «essersi venduta ai nemici dell’Islam e del Pakistan». «Ma questa volta è grave, molto grave. Ne va della nostra vita», dice quasi mangiandosi le parole.

È la prima volta che Samar accetta di essere intervistata da un giornalista da quando, un mese fa, è fuggita in clandestinità. Il fatto è noto. Samar il primo di aprile scorso diffuse il filmato ripreso da un telefonino di un gruppo di talebani che nel villaggio di Matta, nel cuore della vallata di Swat oggi al centro dell’offensiva militare pakistana, flagellavano Chand Bibi, una diciassettenne sospettata di avere una relazione «illecita» con il suocero. Le immagini della giovane donna a terra, tenuta per le gambe e le braccia dai suoi aguzzini con il turbante scuro in testa fecero il giro del mondo. I maggiori commentatori pakistani sostengono unanimi che contribuirono a instillare nell’opinione pubblica nazionale questo nuovo e diffuso sentimento anti-talebano che sta al cuore della legittimazione dell’offensiva militare. «In un primo tempo gli stessi talebani dissero che quello era un’azione legittima, nel pieno rispetto della legge islamica. Poi però ritrattarono, dissero che il video era falso, si resero conto che giocava contro di loro, convinsero persino Chand Bibi a negare che il fatto fosse mai avvenuto. È allora che sono scattate le minacce», ricorda Samar.

E lei come si è difesa? «Non ho difese. Ho dovuto cambiare casa. Con la mia famiglia ci troviamo in gravissime difficoltà economiche. Temo per il mio bambino più grande che va a scuola. Muslim Khan, portavoce di Sufi Mohammad, uno dei leader di Swat, ha dichiarato anche alle televisioni locali, non ultima GeoTv diffusa in tutto il Paese, che io sono una vergogna per l’islam. E ho ricevuto tantissime telefonate minatorie, minacce di ogni tipo». Le autorità non la difendono? Dopo tutto è in corso una guerra aperta con i talebani di Swat. «Il ministro dell’informazione per le province delle zone tribali, Iftikhar Hussein, da Peshawar mi ha pubblicamente accusata di aver danneggiato l’accordo sull’applicazione della Sharia a Swat. Dal primo di aprile almeno tre attiviste di organizzazioni non governative pakistane che lavorano per i diritti delle donne sono state assassinate, altre nove sono minacciate».

E che ne è stato di Chand Bibi? «Non so. Sembra fosse stata punita perché rifiutava di sposare un militante talebano. Ma ora a Swat regna il caos. Chand Bibi potrebbe già essere morta». L’offensiva anti-talebana in corso potrebbe migliorare la situazione a Swat? «È troppo presto per dire. Io lo spero ardentemente. Ma anche in passato l’esercito ha compiuto operazioni simili, che sono finite nel nulla. C’è il rischio molto serio che tutto questo abbia effetti controproducenti e spinga addirittura nuovi giovani ad arruolarsi tra i ranghi talebani. Non sarebbe la prima volta».

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30 maggio 2009

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_30/fotografa_talebani_cremonesi_iodonna_c6efafa8-4d2d-11de-82fb-00144f02aabc.shtml

Pakistani Girl recieves 37 Lashes in Swat Valley


G8, tafferugli al corteo per il tentativo di provocazione dei fascisti. In cinque fermati e poi rilasciati

G8, tensione al corteo5 fermati subito rilasciati

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Cinque fermati poi subito rilasciati, tafferugli, tensione. Il corteo a Roma della Rete No-G8 è partito con un po’ di ritardo da piazza di Porta Maggiore, contro il summit dei ministri dell’Interno e della Giustizia. Qualche migliaio di persone, ventimila secondo gli organizzatori e cori e slogan come «Siamo tutti clandestini», «Noi la crisi non la paghiamo», «Se non cambierà, lotta dura sarà» assieme all’inossidabile «El pueblo unido jamas serà vencido».

Poi tensione e piccoli tafferugli hanno interrotto, all’altezza di piazza Vittorio, l’atmosfera pacifica nella quale si stava svolgendo la manifestazione romana.
La dinamica al momento non è ancora chiara ma, secondo alcune testimonianze di manifestanti e servizio d’ordine, un gruppo avrebbe risposto alle provocazioni di alcuni militanti di estrema destra in via Buonarroti, una traversa di piazza Vittorio, proprio mentre transitava il corteo.

Nonostante gli appelli del cordone a non lasciare il corteo e non rispondere all’azione dimostrativa, un centinaio di giovani si è staccato dal corteo per inseguire quelli che ritenevano essere provocatori, datisi subito alla fuga. Alcuni di loro sono stati fatti salire su un’auto delle forze dell’ordine che è riuscita a ripartire a sirene spiegate nonostante fosse stata circondata da una decina di manifestanti. Immediatamente dopo, comunque, il gruppetto si è riunito al corteo che ha proseguito la sua marcia pacifica.

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I giovani fermati sono stati poi rilasciati dalla Digos. Si tratta di un gruppo di giovani della rete Rash (anarchici europei di sinistra). Secondo quanto ricostruito dalla rete No G8, i cinque sono usciti dal corteo per rispondere ad una provocazione dei fascisti – sembra un lancio di bottiglie – e poi, mentre cercavano di rientrare nella manifestazione, non sono stati riconosciuti e sono stati inseguiti e, prima che accadesse loro il peggio, sono stati fermati e portati via dalla Digos.

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30 maggio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/85204/g_tafferugli_al_corteo_cinque_fermati_e_poi_rilasciati

Di Bartolomei, quel colpo di pistola 15 anni. fa La moglie: «Ago è qui, mi dà forza»

Ciao Ago elena


E poi si fa sera. «E noi parliamo, ci confrontiamo. Mi consiglia, mi trasmette forza». La dolcezza è nei verbi coniugati al presente. I verbi che vivono. E poi alza gli occhi, non li abbassa: «C’è stato un periodo che ero arrabbiata con lui. Che mi facevo tante domande e non trovavo una risposta. Mi sono detta che dovevo cercare la felicità nelle piccole cose, per me, i miei figli e per lui». Per il capitano buono, per il ragazzo di borgata che aveva riportato lo scudetto a Roma. Che aveva sfiorato la coppa dei Campioni, che hanno mandato via. Che hanno dimenticato. Il calcio, non la gente. Perché Ago era la gente: «Ancora oggi, a quindici anni da quel giorno, la gente parla di lui come di un esempio per i giovani calciatori, un uomo vero». Quel giorno, il 30 maggio 1994, Agostino Di Bartolomei si uccise con un colpo di pistola sul terrazzo della sua villa, sul mare, a San Marco di Castellabate, in provincia di Salerno. Dieci anni prima, il 30 maggio 1984, la Roma perse la coppa dei Campioni ai rigori, all’Olimpico con il Liverpool. Una terribile coincidenza. Esatto, coincidenza.

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Marisa De Santis è una donna che seleziona le parole, che guarda negli occhi, che non sfugge a sé stessa. La memoria di Marisa è intatta, guarda al passato per valorizzare il presente. Trent’anni fa: «Era la fine degli anni ’70. Roma era diversa, era più a misura d’uomo. Dirsi buongiorno aveva un valore. Era una festa tra amici. Mi dissero “guarda, c’è il capitano della Roma, quel famoso Di Bartolomei”. Sembrava antipatico, non brillava per favella. Pensai: lavora con i piedi! Lui ascoltava, mi chiese che lavoro facessi. Ero un’assistente di volo, una hostess. Rispose con una battuta, si aprì in un istante. Ci siamo frequentati per diversi mesi, ci siamo messi insieme e ci siamo sposati».

Era un calciatore, il capitano della Roma del barone, di Nils Liedholm: «I miei mi dicevano sempre: “ok, gioca a calcio, ma che lavoro fa?”. Noi eravamo completamenti estranei al calcio, non ci capivo niente, non mi interessava. Ma vivevo con Ago e dovevo entrare nel suo mondo, che era passione, sacrificio, gioia. Andavo allo stadio. Nel gioco a zona di Liedholm, che metteva a dura prova la velocità di Agostino e che ne esaltava le qualità di combattente, rivedevo “Il gioco delle perle di vetro” di Hermann Hesse». Il pallone, i libri, la pittura: «Non frequentavamo i salotti, il generone romano. Ci piacevano le cene con gli amici, le mostre di pittura, le presentazioni di libri. A letto leggevamo molto. Ci scambiavamo i libri con gli amici. Ago era ghiotto di arte. Certo, c’erano anche le serate con la squadra, promosse da Ago perché era il capitano e ci teneva al gruppo, al rispetto, più che l’amicizia. L’amicizia tra i calciatori è impossibile, c’è troppa competizione. L’importante che ci sia rispetto. E Ago era rispettato, apprezzato dai tifosi e dall’allenatore».

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Tre anni, un crescendo: 1982, nasce Luca; 1983, lo scudetto; 1984, la finale di coppa dei Campioni a Roma. «La gente era sicura di vincere, sentiva quella coppa già in bacheca. I rigori hanno zittito il pubblico, i giocatori, la città. Dentro Ago aveva un dolore enorme. Non so quante notti avrà passato insonne, tante. Era un uomo che somatizzava, non riusciva a condividere il suo dolore con gli altri». Il peggio arriva con Eriksson: «Non credo che il nuovo allenatore non volesse Ago, piuttosto il presidente Dino Viola aveva previsto altre scelte e aveva progettato di vendere Ago al Milan, dove c’era Liedholm che l’avrebbe accolto a braccia aperte».

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E fu Milan: «Ci trasferimmo a Milano. Luca era piccolo, c’era tanta neve, faceva freddo. Avevamo nostalgia di Roma. Ago voleva chiudere la carriera Roma». Non c’entrano le discussioni con i compagni di squadra: «Quei rigori hanno segnato tante persone, Ago s’infuriò con Falcao che non volle batterlo. Aveva un buon rapporto con Bruno Conti, meno con Ciccio Graziani, che aveva un carattere particolare». Un anno a Cesena, due alla Salernitana: «Noi venivamo a San Marco d’estate, dalla mia famiglia. Avevamo deciso di costruirci una casa sul mare e Ago voleva farsi un’altra promessa e mantenerla: portare la Salernitana in serie B, risollevare la storia di una squadra che faticava nei campi di serie C». La Salernitana in B, e Agostino si ritira: «Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, fisico e psicologico. Si passa da tre ore di allenamenti al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina ogni domenica, ad un’esistenza normale. Sembrerà una sciocchezza, ma credo che uno psicologo, qualcuno che stia vicino a chi smette di giocare sia necessario. Perché è dura».

Senza riconoscenza, durissima: «Ago voleva allenare i bambini, farli crescere senza ingannarli. Sbaglia chi si fida troppo del calcio, che è finto, che fa male. Voleva dare l’esempio: non con le parole, che non sapeva e voleva maneggiare, con il comportamento». Nessuna chiamata dalla Roma: «E oltre ad uno studio assicurativo a Salerno, aprì una scuola calcio a San Marco. Era deluso dagli altri. Ma era felice». Il 29 maggio: «Cena con gli amici, un salto al mare. Luca sulle spalle di papà. Normale. Non me l’aspettavo, non era da lui. Non cerco spiegazioni. Anche se il gesto è stato improvviso, una debolezza che poteva superare, avesse scelto un altro modo per sopportare quel senso di debolezza». Con la pistola, non si può. Non si può rimediare. Il dopo. «Avevo bisogno di coccole, di una tata. Mi sono ripresa. Nella villa ospito amici e gente selezionata, sette stanze, prima colazione. Faccio l’alberghiera! Qui c’è la quiete, sente il mare? La gente viene da Roma e da fuori per rilassarsi. E quando vado a Roma, a trovare mio figlio Luca, avvocato, che per fortuna non aveva le doti per fare il calciatore, rientro nello smog, nel traffico, nella vita veloce». L’erede, Francesco Totti: «E’ venuto qui, nel ’95, per un torneo di calcio giovanile. Gli dissi: “Sarai il capitano della Roma”. E’ un bravissimo giocatore, un uomo educato e corretto, uno splendido padre”. Oggi, 30 maggio 2009. Quindici anni fa.

Fonte: l’Unità