Archive | novembre 2007

Sussurri, grida ed esposti. Affari e Madaffari

Nomi e buste paga sempre più ricche erano sulla bocca di tutti al Comune di Milano. Il caso di Carmela Madaffari passata da una Asl calabrese alla direzione centrale della Famiglia con un stipendio di 217mila euro.

Gianandrea Zagato: “Mai lavorato per il Comune”

Milano, 30 novembre 2007 – E’ DA UN ANNO e mezzo che tiene banco a Palazzo Marino lo spoils system adottato dal sindaco «per rendere più snella ed efficiente la macchina comunale». L’avvicendamento ai vertici dell’amministrazione di quasi tutti i direttori centrali e di settore (solo 4 salvarono il posto) e l’ampliamento sino a 57 unità di una casta che costa 11 milioni di euro all’anno ai contribuenti, erano sembrati sin dall’inizio così selvaggi da rendere quasi automatici gli accertamenti.

Anche perché sin dal settembre 2006, quando il city-manager Piero Borghini (79.000 euro l’anno di stipendio) e il vicedirettore generale Rita Amabile (264.000) fecero volare un sacco di teste, era parso evidente che proprio non reggesse il confronto tra i curricula presentati da alcuni dei manager entranti e quelli I veleni, comunque, si sono sprecati per mesi.

SOPRATTUTTO sul conto di Carmela Madaffari (217.000 euro l’anno), responsabile della direzione centrale Famiglia. Scava scava venne fuori, infatti, che questa signora, ex sindaco di Santa Cristina d’Aspromonte e poi candidata senza successo al Senato dall’Udc prima di essere ripescata per Palazzo Marino, s’era, in passato, imbattuta in guai grossi timonando un’Asl della sua regione. Ma, lasciando perdere i trascorsi della Madaffari, per quale ragione Milano, sede dell’Authority per il volontariato, s’è rivolta in Calabria per selezionare una manager mai attivo sul territorio ambrosiano?

RADICATO in città è, invece, Riccardo Albertini (203.000), attuale direttore centrale delle Politiche del lavoro. Ex vigile urbano di fede socialista, ex vicepresidente dell’assemblea cittadina per Forza Italia, ex consigliere del Nuovo Psi, rigorosamente non laureato, Albertini venne candidato nel 2006 al Consiglio comunale dalla Lista Moratti. Finì tra i non eletti ma eccolo riemergere in uno dei posti-chiave dell’Amministrazione.

PIÙ O MENO la stessa strada (ma con la differenza della laurea) percorsa da Marco Ricci (190.000 euro), responsabile del settore Pubblicità e ambiente. Non eletto nelle liste di An, ha subito spiccato il volo verso i vertici della macchina comunale. Poco si sa, al contrario, di Marianna Faraci (109.000 euro), numero uno del servizio Pianificazione per la famiglia. Se non che ha aderito al «Comitato Letizia Moratti per Milano». Troppa grazia? No, perchè persino il non laureato Giovanni Congiu, il fotografo che ha immortalato la campagna elettorale del sindaco, uno strapuntino da 70.000 euro l’anno da scattatore ufficiale in Comune l’ha trovato.

di Corrado Dragotto

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/11/30/50044-sussurri_grida_esposti.shtml

La manager calabrese
di Letizia Moratti, sindaco e manager

L’incredibile storia di Carmela Madaffari: dalla Asl di Locri (sciolta per mafia) alla corte del primo cittadino di Milano. Con uno stipendio di 200 mila euro l’anno


di Giuseppe Offeddu e Ferruccio Sansa da “Milano da morire”, Rizzoli Bur.

Ma Letizia Moratti conosce davvero il curriculum di Carmela Madaffari? E che cosa sarebbe più inquietante: che lo conoscesse e lo abbia ignorato o che l’abbia assunta come Dirigente Responsabile della Direzione Centrale Famiglia (con retribuzione annua di 217.130 euro) senza sapere tutta la verità sul suo passato lavorativo?

Già, non colpisce tanto che una signora calabrese che non ha mai vissuto a Milano ottenga un incarico molto importante presso il Comune, quanto che la signora in questione abbia dato prove a dir poco molto contestate: almeno due volte il super-dirigente della Moratti è stato allontanato dalla presidenza delle Asl che le erano state affidate per presunte irregolarità contabili emerse durante la sua gestione. Non solo: sulla testa della Madaffari pende anche una pesantissima interrogazione presentata alla Regione Calabria da Francesco Fortugno, esponente della Margherita e primario del pronto soccorso di Locri. Correva l’anno 2001. Proprio Fortugno sarebbe poi diventato vice-presidente dell’amministrazione regionale e sarebbe stato ucciso il 16 ottobre 2005 a Locri in un seggio per le primarie dell’Unione. Un omicidio su cui si allunga minacciosa l’ombra della ‘ndrangheta e delle sue infiltrazioni nell’ambiente della sanità calabrese.

Ma andiamo con ordine, lasciamo che a parlare siano le stesse carte, a cominciare dal curriculum che Madaffari ha presentato al Comune di Milano. Tra le tante esperienze che la dirigente elenca ecco quelle di “presidente dell’Azione Cattolica diocesana”, di “sindaco di Santa Cristina d’Aspromonte dal 24 aprile 1995 al settembre 1998” per poi passare a “direttore generale della Asl numero 5 di Crotone dall’11 marzo 1997 al 26 luglio 1998, direttore generale della Asl numero 9 di Locri dal 28 settembre 1998 al 15 ottobre 1999” e infine “direttore generale della Asl numero 6 di Lamezia Terme dal’8 aprile 2004 all’8 agosto 2005”.

Quello, però, che Madaffari tace sono il modo e la ragione che hanno portato allo scioglimento del contratto di lavoro. Il dirigente non lo scrive e nessuno si prende la premura di verificare.

A parlare, però, sono gli atti pubblici, a partire da una clamorosa decisione dell’assessorato alla Sanità della Regione Calabria. Nell’atto si legge: “Il decreto legislativo 30 dicembre 1992, numero 502, all’articolo 3 comma 6 prevede che nei casi in cui ricorrono gravi motivi o la gestione presenti una situazione di grave disavanzo o in caso di violazioni di legge o di principi di buon andamento e di imparzialità dell’amministrazione, la Regione risolve il contratto dichiarandone la decadenza e provvede alla sostituzione del direttore generale. In caso di inerzia da parte delle regioni, previo invito ai predetti organi ad adottare le misure adeguate, provvede in via sostitutiva il Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro della Sanità”.

Un lungo preambolo, ma già si capisce che la posizione del soggetto interessato non è delle più comode. Il documento prosegue impietoso: “La legge regionale 23 dicembre 1996 numero 43, all’articolo 22, comma 5, dispone che i direttori generali delle aziende sono rimossi dal loro incarico qualora dal bilancio di esercizio risulti una rilevante perdita non addebitabile a cause estranee alla loro responsabilità; alla loro rimozione provvede il presidente della giunta regionale con provvedimento motivato da adottare previa deliberazione della Giunta medesima”.

Un gergo burocratico, ma il senso si capisce ugualmente. E’ soltanto l’inizio, perché dopo il preambolo il documento elenca le accuse a Madaffari: “Dall’esame della deliberazione numero 636 del 31 maggio 1999 adottata dal direttore generale della Asl numero 9 di Locri ed avente per oggetto: approvazione conto consuntivo 1998, l’esercizio 1998 viene formalmente chiuso con un disavanzo di 22.597.856.483 (cioè oltre 22 miliardi e mezzo di lire, ndr). Nello stesso atto deliberativo, viene allegato un prospetto in cui si evidenzia la formazione di un “fuori bilancio” di 31.968.505.918 lire”.

L’assessore chiarisce: “In tale contesto, per carenza istruttoria dell’atto, non viene data una rappresentazione veritiera e corretta dell’andamento della gestione dell’azienda, dove tra le voci di maggiore rilevanza di aggregati di spesa si trova un fuori bilancio di ben 12,3 miliardi di lire di farmaceutica relativa ai mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre, portando la spesa media pro-capite a 263.133 lire che non trova riscontro ed analogie con la media regionale e nazionale. Figurano inoltre spese fuori bilancio per indennità accessorie al personale, medicina generica e guardia medica, specialistica convenzionata esterna, beni e servizi”.

Insomma, il periodo maggiormente contestato è quello che va da settembre a dicembre 1998, proprio quando Madaffari era appena entrata in servizio per la Asl di Locri, come ricorda il curriculum presentato dal neo-dirigente morattiano al comune di Milano.

Non basta: “Il collegio dei revisori dei conti – prosegue l’assessore nella sua relazione – ha segnalato a più riprese la necessità della rimozione di tutti quegli atti che rappresentano per il bilancio aziendale un onere inutile e superfluo, quali liquidazioni per interessi, rivalutazione monetaria e spese legali, spesso originati da ingiustificati ritardi nei pagamenti”. A ogni paragrafo aumenta il carico degli addebiti alla gestione della Asl di Locri, tristemente famosa per la sua cattiva gestione e per le infiltrazioni della criminalità organizzata: “Con nota numero 5083 ai sensi dell’articolo 32 comma 1 della legge 449 del 27 dicembre 1997 era stato fissato il tetto massimo di spesa per beni e servizi per complessivi 20.862.000.000 di lire, specificando che la mancata attuazione di… quanto esposto… tenuto conto dei risultati conseguiti in termini di razionalizzazione della spesa e di risanamento del bilancio sarà oggetto, da parte della Regione, di verifica dell’attività svolta”, ma “dal modello RND 01 al 31.12.1998 e dal conto consuntivo 1998 è emersa una spesa totale di 22.540.000.000 realizzando uno sforamento di lire 1.678.000.000”.

La gestione Madaffari, passata alla lente di ingrandimento, secondo la Regione nella migliore delle ipotesi non avrebbe brillato per efficienza, proprio una delle bandiere che Letizia Moratti, donna di impresa, ha fatto sventolare sulla sua campagna elettorale.

L’assessore, però, non si ferma qui. Gli addebiti sono tanti, tra gli altri si dice ancora: “Il ministero della Sanità con decreto numero 100/SCPS/7/964 del 19 marzo 1999 ha proposto, ai sensi dell’articolo 32 comma 2 della legge 449/1997, una riduzione del Fsr (Finanziamento Sanitario Regionale) per la Calabria di lire 13.420.000.000 per inadempienze nella trasmissione dei dati al sistema informativo sanitario, indispensabili alle attività di programmazione e di controllo. Su tali inadempienze, l’azienda sanitaria numero 9 di Locri (quella diretta per oltre un anno da Madaffari) risultava maggiormente inadempiente e solo grazie alla puntualità di altre aziende si è potuto mantenere un tasso percentuale inferiore al 6 per cento che è la soglia massima entro la quale non vengono applicate le sanzioni”.

Ecco l’elenco dei principali addebiti contestati a Madaffari dalla Giunta regionale che trae le sue conseguenze: “Udita la relazione dell’Assessore alla Sanità, ritenuto che dalla valutazione gestionale dell’Azienda emerge una situazione di grave disavanzo riconducibile all’inerzia dell’azione della direzione generale e che non è giustificabile il disavanzo di amministrazione 1998”. Di più: “Per quanto concerne l’esercizio 1999 il bilancio economico preventivo, presentato con deliberazione numero 418 del 19 marzo 1999 (in piena gestione Madaffari, ndr) prevede costi da sostenersi nell’esercizio per 215.173.000.000, prevedendo, pertanto, un risultato economico atteso a fine esercizio 1999 con un disavanzo di amministrazione di 30.308.000.000”. Ma la Giunta punta anche il dito su un ultimo aspetto: “Come rilevato anche dallo stesso collegio dei revisori dei conti, manca un’attenta, costante e vigile opera di monitoraggio della spesa”.

La conclusione è presto detta: la Giunta sostiene che “ricorrono i presupposti” per risolvere il contratto di Madaffari. Un episodio non certo brillante, finito però nel dimenticatoio, archiviato dal super-dirigente della Moratti con una sola riga nel curriculum: “direttore generale della Asl di Locri”. Tutto qui.

Ma è soltanto il primo capitolo della tormentata carriera sanitaria di Carmela Madaffari. Il secondo viene raccontato direttamente da Francesco Fortugno. E’ la seduta del consiglio regionale calabrese di martedì 18 settembre 2001, ore 17,03, come riportato negli atti pubblici. L’interrogazione a risposta scritta si riferisce sempre al discusso periodo di presidenza della Asl di Locri.

Scrive Fortugno: “Da un paio di anni presso l’Asl numero 9 con vari atti e con ostinazione si porta avanti il disegno di creare un doppione del Pronto Soccorso-Astanteria denominato medicina d’urgenza-astanteria da affidare all’aspirante dottor Luigi Giugno. Nel periodo in cui questa illegittima iniziativa è stata portata avanti si sono alternati quattro cosiddetti manager e precisamente Madaffari, Pelaia, Sgrò e Strobili. La prima e i due ultimi, tesi alla realizzazione di tale unità operativa come struttura complessa, il secondo che frenava sospendendo gli atti, teso a ripristinare la legalità violata”. Prosegue Fortugno: “Tale scandalosa vicenda è caratterizzata da un succedersi di decisioni incoerenti dei protagonisti, di pareri e proposte di organi responsabili altalenanti e contraddittori secondo i diversi momenti, non si capisce se dettati da ripensamenti interpretativi o da timori di responsabilità eccessive o da sollecitazioni superiori spregiudicate e deprecabili”.

Il motivo che sta alla base della denuncia di Fortugno è presto detto: “Dall’apertura l’ospedale fu dotato di un pronto soccorso astanteria e accettazione”, allora perché, sostiene il rappresentate della Margherita, crearne un altro?

“Da decenni – racconta Fortugno – l’astanteria nei suoi posti letto ha tenuto in osservazione gli ammalati e accolto i bisognosi di cure urgenti. Tutte le regionali sull’emergenza… confermano l’esistenza dei posti letto di medicina di urgenza-astanteria presso l’ospedale di Locri, così pure il Dea e non consentono il doppione costruito per il dottor Giugno”. Fortugno usa espressioni forti da cui emergerebbe (se le accuse fossero confermate) un quadro molto pesante: “Giugno è stato incaricato in spregio alle leggi. Il dottor Pelaia ha sospeso gli atti. Il dottor Sgrò, commissario subentrato, ha ripristinato l’incarico al dottor Giugno, aiuto di medicina, che non possiede i requisiti per dirigere una struttura di secondo livello. Lo stesso incaricato è stato privilegiato rispetto ad altri sanitari della disciplina con titoli ed esperienza di gran lunga superiori”. Non solo: “Per tale illegittimo ed inutile doppione è stato addirittura bandito un concorso per la carica di Primario, sempre in contrasto con la legge in mancanza di un piano triennale delle assunzioni e senza pianta organica ben definita. Di recente si è proceduto all’individuazione del componente della commissione di concorso di competenza del Consiglio dei Sanitari, nonostante i componenti siano stati avvertiti dell’illiceità del Concorso”. L’elenco delle presunte violazioni di leggi e regolamenti, secondo Fortugno, è lungo: le delibere adottate non rispetterebbero i requisiti e i principi della legalità, dell’opportunità, dell’economicità, dell’oggettività e della trasparenza, “che devono essere presenti in tutti gli atti amministrativi”. L’allora consigliere regionale poi punta il dito contro decisioni prese senza tenere in considerazione l’iter obbligatorio previsto. Non sarebbe neppure stata indicata “la copertura finanziaria”.

E Fortugno conclude: “Perché allora si adottano tutti questi atti? Si vuole favorire qualcuno e perché? Si vogliono danneggiare altri? Vi sono poteri oscuri e connivenze illegali che influenzano nefastamente le istituzioni? Per tutte queste iniziative che sono in contraddizione con la legge, che vengono portate avanti in modo sprezzante e lesivo delle persone che si sentono intimorite da tali violenze fatte utilizzando la gestione delle istituzioni, è indispensabile e urgente il recupero di legalità per evitare che le istituzioni vengano dominate e inquinate. Sono preoccupato dello sperpero del pubblico denaro, che sembra una vocazione di alcuni manager”.

Così si chiude l’interrogazione di Fortugno. Luigi Giugno è poi diventato, ovviamente, primario dell’ospedale di Locri. Ma le ultime pagine della storia sono state scritte dopo l’assassinio del primario e vice-presidente della regione Calabria e portano la firma della Procura di Catanzaro. Il 23 settembre 2006 sono stati emessi quattro avvisi di garanzia nei confronti degli ex assessori regionali alla Salute Giovanni Filocamo (70 anni, ex parlamentare di Forza Italia) e Giovanni Luzzo (66 anni, Udc, attuale presidente del Consiglio comunale di Lamezia Terme) oltre che di Luigi Giugno, 51, e dell’ex direttore generale dell’Azienda sanitaria di Locri Manuela Stroili, 50, succeduta a Madaffari (che non è indagata). Le accuse ipotizzate dalla Procura sono abuso d’ufficio per tutti gli indagati e concussione per Filocamo e Giugno. Secondo il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, Luigi de Magistris, Francesco Fortugno avrebbe subito un danno ingiusto nella sua attività di primario del pronto soccorso e di medicina d’urgenza all’ospedale di Locri, per effetto di una serie di scelte compiute, a vario titolo, dai quattro indagati. In particolare, Giovanni Filocamo è indagato in qualità prima di assessore alla Sanità della Regione Calabria e poi di commissario straordinario all’Asl 9 di Locri. Luigi Giugno è indagato in qualità di medico della divisione di medicina generale dell’ospedale di Locri. Manuela Stroili è indagata come direttore generale dell’Azienda sanitaria 9 di Locri. Giovanni Luzzo in qualità di assessore regionale alla Sanità. I quattro avrebbero, appunto, arrecato danni ingiusti a Francesco Fortugno. Secondo la Procura, Giovanni Filocamo, Luigi Giugno e Manuela Stroili avrebbero diviso il presidio di pronto soccorso dell’ospedale di Locri, in cui era primario Francesco Fortugno, creando un reparto di medicina d’urgenza e astanteria per poterlo assegnare al dottor Giugno. Per la Procura di Catanzaro, sarebbe stato anche previsto un bando ad hoc per superare l’assenza di requisiti, da parte dello stesso Giugno, per diventare primario. Questa decisione avrebbe creato un doppione del reparto, sottraendo posti letto alla divisione di medicina, con spreco di denaro pubblico e di personale.
Sembra di rileggere l’accusa di Fortugno, parola per parola. Ma cinque anni dopo, e soprattutto dopo la morte del coraggioso medico. Nelle ipotesi di accusa, si parla anche di vantaggi economici per Filocamo, Giugno e Stroili. E ancora: si ricostruiscono i mancati interventi dell’assessorato regionale alla Sanità, oltre al tentativo di allontanare Fortugno dall’incarico di primario. Nei confronti di Giovanni Luzzo, le accuse sono riferite alla mancata revoca dell’incarico di Filocamo come commissario straordinario dell’Asl di Locri, nonostante fossero state riscontrate diverse irregolarità. Luzzo avrebbe garantito, secondo l’accusa, anche l’intercessione nei confronti della giunta regionale perchè non venisse affrontata la situazione dell’Azienda sanitaria di Locri.

Insomma, la Asl di Locri è una delle più calde d’Italia, come dimostra l’intervento del consigliere regionale Angela Napoli in un’assemblea tenuta nel 2006 alla presenza del ministro della Sanità, Livia Turco: “Lei stessa, signor ministro, ha fatto riferimento al rispetto della legalità in questo settore. A questo proposito, lei ha richiamato la bontà dell’abrogazione della legge emanata nella precedente legislatura, circa le compatibilità di funzioni aziendali per la nomina dei dirigenti delle varie ASL. Ebbene, le chiedo: è veramente convinta, ministro Turco, che l’abrogazione, da sola, di quella legge potrà portare al risanamento, dal punto di vista legale, per quanto riguarda la nomina dei dirigenti delle ASL? Lei sa benissimo che, in tutte le regioni – quindi non dipende dal fatto che l’amministrazione sia di centrodestra o di centrosinistra -, la dirigenza delle ASL non avviene e non è mai avvenuta nel rispetto delle professionalità, ma semplicemente nel rispetto della spartizione politica dei partiti di amministrazione regionale. Questo ha portato a quella mancanza di legalità – della quale si è tanto parlato e si continua a parlare anche sulla stampa nazionale per quanto è accaduto in Calabria -, che ha condotto, ad esempio, alla relazione della commissione d’accesso sull’ASL di Locri. Peraltro, la inviterei a leggere quella relazione, perché, essendo lei il ministro della salute, ha il dovere di sapere cosa accade.
Come mi può parlare di legalità, nel momento in cui i concorsi, che ormai sono stati banditi, hanno inserito, all’interno delle strutture ospedaliere di determinate regioni, uomini la cui professionalità è fuori da ogni logica? La professionalità dovrebbe essere il principale metro di valutazione nelle selezione del personale, perché – ripeto – c’è di mezzo la salute dell’uomo. Quei concorsi, invece, hanno portato addirittura alla vittoria figli dei capi mafia delle cosche locali!”.

Ecco, questa Asl.

Ma il passato gestionale di Carmela Madaffari ha visto un’altra brusca battuta d’arresto. Siamo arrivati all’ultima tappa del curriculum di manager sanitario del super-dirigente: “direttore generale della Asl 6 di Lamezia Terme dal’8 aprile 2004 all’8 agosto 2005”, come è scritto nel curriculum diligentemente presentato da Madaffari. Quello che, però, non è riportato nel documento presentato dal candidato al Comune di Milano compare invece in tre delibere della Giunta regionale: numero 723 dell’8 agosto 2005, numero 937 del 7 novembre 2005 e numero 144 del 27 febbraio 2006. Contro tutte e tre le delibere Madaffari ha proposto ricorso respingendo gli addebiti. Sono pagine molto fitte, quelle deliberate dalla giunta. Pagine ricche ancora una volta di richiami a leggi e regolamenti, ma soprattutto di accuse. Il senso, però, è uno solo: il dirigente viene scaricato. E con questa fa due, un record, forse, in un Paese come l’Italia dove per essere rimossi bisogna proprio mettercisi di impegno.

“Vista la necessità – si legge nella delibera dell’agosto 2005 – di intervenire per rimuovere situazioni di difficoltà gestionali palesatesi talvolta in forme di particolare gravità… considerato che tali problematiche hanno determinato condizioni di evidente disagio delle popolazioni interessate e, pertanto, necessitano di interventi rapidi e straordinari, non compatibili con i tempi dell’ordinaria procedura di verifica previsti per legge e nel contratto stipulato con i singoli direttori generali… viste le informative acquisite e risultanti da apposite schede elaborate dagli uffici da cui si desumono settori evidentemente carenti ed elementi di criticità gestionale che sono, a prima vista e salvo ulteriori approfondimenti, assolutamente incompatibili con una garanzia di normalità gestionale e di sufficienza nell’erogazione dei livelli di assistenza alle popolazioni interessate… premesso che in base alle direttive regionali… l’Azienda presenta gravi inadempienze”, conclude la Regione, “delibera di sospendere temporaneamente” Carmela Madaffari.

E’ soltanto l’inizio. Nel successivo documento del 7 novembre gli addebiti sono ancora più chiaramente specificati. Dal quarto paragrafo si legge: “Viste le contestazioni sui risultati gestionali mosse nei confronti della dottoressa Carmela Madaffari del Dipartimento Sanità con nota 20937 del 24 ottobre 2005 nella quale vengono assegnati alla medesima dieci giorni per la presentazioni di eventuali controdeduzioni… Evidenziato in particolare che al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria Locale di Lamezia Terme in rapporto agli obiettivi assegnati è stato contestato che il risultato di esercizio 2004 è stato determinato per effetto della impropria ed illegittima registrazione di una posta contabile straordinaria che ha determinato un fittizio risultato di esercizio, il Commissario Straordinario pertanto rilevata tale impropria registrazione ha rideterminato il bilancio d’esercizio 2004 con deliberazione 1088 del 26 settembre 2005, registrando un disavanzo economico di euro 1.307.295,12. In particolare, la posta contabile oggetto di contestazione atteneva nell’iscrivere in economia gli accantonamenti per le indennità del personale non corrisposte che, al contrario, dovevano essere riportate, in caso di mancata corresponsione, all’aumento del monte salari dell’anno successivo e non già in sopravvenienze attive… vista l’integrazione del contratto in data 1 dicembre 2004 sottoscritta dalla dottoressa Carmela Madaffari, dal dirigente generale del dipartimento Sanità e dall’assessore alla Sanità… per effetto di tale disposizione è stata prevista la decadenza automatica in caso di mancato raggiungimento dell’equilibrio economico… Ritenuto ricorrere nel caso in esame e alla luce di quanto sopra una fattispecie di decadenza automatica espressamente prevista sia dalla legge che dal contratto dalla stessa sottoscritto… ad unanimità dei voti si delibera… di dichiarare decaduta dall’incarico di direttore generale dell’Azienda Sanitaria Locale numero 6 di Lamezia Terme la dottoressa Carmela Madaffari… di riservarsi l’adozione di ulteriori provvedimenti in ordine alle emergenze alla stessa contestate…”. Insomma, Madaffari – stando a quanto dichiarato dalla Regione – ci sarebbe caduta di nuovo: rimossa per “contestazione sui risultati gestionali”. Di più: in questo caso si parla esplicitamente di “impropria ed illegittima registrazione di una posta contabile”.

Infine ecco l’affondo finale, contenuto nella delibera più lunga e dettagliata, quella del febbraio 2006. “In rapporto agli obiettivi assegnati – si legge a pagina 2 – sono emerse le seguenti inadempienze: il risultato di esercizio 2004 è stato determinato dall’impropria e illegittima registrazione di una posta contabile straordinaria che ha determinato un fittizio risultato d’esercizio”, esordisce il documento, ripetendo poi quanto già detto in precedenza. Ma non basta: “Non vi è coerenza tra le aree di offerta dei livelli di assistenza… e le aree di organizzazione e produzione delle prestazioni”. Ancora: “Non vengono garantiti i livelli di assistenza secondo un’ottimale organizzazione della produzione sanitaria per assicurare il corretto rapporto tra bisogni, prestazioni da erogare e organizzazione produttiva…”. Ma il punto più pesante è forse il quarto, sottolineato in neretto nella stessa delibera regionale: ” Reparto di chirurgia: risultano in servizio numero 4 primari, senza che vi siano le relative unità operative”. Insomma, ci sono più responsabili di reparto che reparti.

Il resto del documento è un’antologia della malasanità. Secondo la Regione nella Asl diretta da Carmela Madaffari, bisogna colmare tante lacune nell’applicazione della legge 626 sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. In particolare, tra l’altro, occorre provvedere all’adeguamento dell’antincendio, verificare gli impianti di messa a terra, verificare periodicamente gli impianti elettrici delle sale operatorie, eliminare le barriere architettoniche.

Si segnalano anche “forti carenze nelle liste d’attesa”, “mancato avvio del piano per la formazione del personale”, la mancanza assoluta di “iniziative per la prevenzione del diabete e delle patologie cardiovascolari”.

Basta? Non ancora. La Asl di Madaffari ha vaccinato soltanto il 58 per cento degli ultra sessantacinquenni, contro un obiettivo fissato dal ministero di vaccinare il 75 per cento degli assistiti con più di 65 anni.

Infine l’ultimo pesantissimo colpo: “Il tasso di ospedalizzazione nel 2004 è pari a 261,24 ricoveri ogni mille abitanti mentre la media regionale è di 236,90; il tasso registrato a Lamezia è il più alto dopo Locri (273,41)… I ricoveri ordinari nei presidi aziendali, infatti, sono 125,27 ogni mille abitanti contro una media regionale di 89,69. E’ evidente che si tratta di ricoveri inappropriati e l’individuazione di tale inappropriatezza è demandata all’azienda sanitaria”.

Il verdetto è pesante: decadenza.

Un episodio piuttosto grave, il secondo nel giro di pochi anni, anche se Madaffari contesta le accuse. E quali sono le conseguenze? Per prima cosa, nel dubbio, l’Udc decide di candidarla al Senato. Poi ecco la sorpresa: dopo la trombatura alle elezioni arriva la salvezza anche economica sotto forma di ricco contratto al Comune di Milano. In fondo è una prassi consolidata, nel centrodestra come nel centrosinistra, per mantenere il personale politico: se lo stipendio non arriva dal Parlamento a pagare sarà il Comune. Il risultato non cambia: i 217.130,00 euro sono scuciti dal contribuente.

Ma non finisce così. Qualcuno nell’opposizione si sveglia, il gruppo di Rifondazione Comunista presenta un’interrogazione sull’ultimo incidente di Madafferi, la risoluzione del contratto alla Asl di Lamezia Terme. E dalla risposta emerge che il Comune sa tutto, o quasi.

“Si è a conoscenza della situazione della dottoressa Carmela Madaffari”, risponde candidamente l’amministrazione Moratti. “In particolare, risulta che Madaffari è stata assunta presso l’Azienda Sanitaria Locale numero 6 di Lamezia Terme in data 8 aprile 2004. In data 8 agosto 2005 la Giunta Regionale delle Calabria ha sospeso temporaneamente la dottoressa Madaffari che, avverso tale provvedimento, ha proposto ricorso al Giudice del Lavoro. Il ricorso è stato accolto parzialmente e con ordinanza e, per l’effetto, è stata sospesa l’efficacia della deliberazione della Giunta Regionale. A seguito di tale provvedimento è stata emessa un’ulteriore delibera della Giunta Regionale con la quale è stata confermata la dichiarazione di decadenza e la revoca dell’incarico. La dottoressa Madaffari ha impugnato tale delibera con ricorso al Giudice del Lavoro e al Tar, tuttora pendenti. Il rapporto di lavoro del Direttore Generale delle Asl è regolato da un contratto di diritto privato e deve essere considerato come un rapporto di lavoro autonomo…; conseguentemente gli atti con cui si dispone la risoluzione del relativo contratto si configurano come espressioni non di poteri pubblicistici, ma di autonomia negoziale privatistica, aventi natura sostanziale di atti di recesso dal rapporto contrattuale”. Perciò “in relazione a quanto evidenziato, non risulta a questa amministrazione alcun motivo ostativo all’assunzione della dottoressa Madaffari Carmela. Infatti – conclude il comune di Milano – in base alle verifiche effettuate risultano persistere i requisiti generali per l’accesso all’impiego, tra i quali in particolare: “Non essere stato licenziato dalla Pubblica Amministrazione per persistente insufficiente rendimento”. Come dire: si vedrà se Madaffari ha perso il posto per insufficiente rendimento, comunque non è stata licenziata, è stato soltanto risolto il contratto.

Ma Milano ha bisogno di andare a prendere in Calabria un “manager” con questo curriculum? Moratti ha questa idea della sua città.

fonte: http://www.societacivile.it/primopiano/articoli_pp/madaffari.html

Benedetto XVI, la seconda enciclica: "Illuminismo e marxismo speranze fallite"

Resi noti i contenuti della “Spe Salvi” tutta centrata sui rapporti tra scienza e fede
“La ragione deve vincere sull’irazionalità, ma non può essere staccata da Dio”

Il Papa mentre firma la sua prima enciclica

ROMA – Marxismo e illuminismo sono “speranze terrene fallite”, la ragione “staccata da Dio” e la scienza “senza etica” non redimono l’uomo. Sono alcuni punti della seconsda enciclica di Benedetto XVI “Spe salvi” resi noti oggi dalla Santa Sede.

Un testo tutto centrato sul rapporto tra libertà, ragione e politica. Benedetto XVI imputa alla filosofia successiva a Francis Bacone di aver trasferito alla teologia il “collegamento tra scienza e prassi”, così che la fede è stata spostata sul piano privato e ultraterreno, ed è diventata irrilevante per il mondo: la “crisi della fede è soprattutto crisi della speranza cristiana” , soppiantata dalla fede nel progresso e dalla ideologia del progresso.

L’enciclica accenna quindi ai due “grandi temi ‘ragione’ e ‘liberta, per rilevare che “la vittoria della ragione sull’irrazionalità è anche uno scopo della fede cristiana” ma che la ragione non può essere “staccata da Dio” e che “la ragione del potere e del fare” non può essere considerata “già la ragione intera”. La “ragione diventa veramente umana – rimarca il Pontefice – solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa”.

Se la ragione non è in grado di “guardare oltre se stessa”, “la situazione dell’uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato”.

Per quanto riguarda poi la libertà, “bisogna ricordare che la libertà umana richiede sempre un concorso di varie libertà” e che “questo concorso non può riuscire se non è determinato da un comune intrinseco criterio di misura, che è fondamento e meta della nostra libertà”. Detto “in un modo molto semplice”, sintetizza il Papa, “l’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza”. E un ”’regno di Diò realizzato senza Dio, un regno quindi dell’uomo solo, si risolve inevitabilmente nella ‘fine perversa’ di tutte le cose descritta da Kant”.

Nell’enciclica il Papa parla anche del Giudizio universale. Esiste il Giudizio Finale di Dio e non sarà quello dell’iconografia “minacciosa e lugubre” dei secoli scorsi, ma nemmeno un colpo di spugna “che cancella tutto”; esso chiamerà “in causa le responsabilità” di ciascun uomo. Ratzinger riafferma l’esistenza del Purgatorio e dell’Inferno e lega il motivo della speranza cristiana (il filo conduttore del testo) proprio alla giustizia divina.

Anzi, Benedetto XVI afferma che proprio “la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna”.

“E’ impossibile infatti che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola “, afferma in uno dei passaggi più forti della lettera.

“La grazia – spiega ancora Ratzinger- non esclude la giustizia…I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato”.

(30 novembre 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/esteri/benedettoxvi-17/seconda-enciclica/seconda-enciclica.html

Osama: «Berlusconi sta all’ombra di Bush»

Nell’ultimo audio il capo di al Qaeda Cita anche l’ex primo ministro italiano

«Con gli altri leader europei ama stare all’ombra della Casa bianca. Talebani non sapevano dell’11 settembre»


Osama Bin Laden (Ansa)

DUBAI – Osama Bin Laden cita anche Silvio Berlusconi nell’ultimo audio diffuso giovedì da Al Jazira, la cui traduzione integrale però è stata resa nota solo oggi. Il discorso dura cinque minuti ed è rivolto agli europei.

11 SETTEMBRE – «La verità è quella che vi ho detto in passato sui fatti di Manhattan quando vi ho spiegato che si trattava di una risposta all’alleanza americana con gli israeliani contro la Palestina e il Libano. E io ne sono il responsabile. Assicuro tutti gli afghani che i talebani non ne sapevano niente e gli Stati Uniti lo sanno perché alcuni ministri talebani sono loro prigionieri e sono stati interrogati. Per questo il governo talebano ha chiesto agli americani in passato di fornire prove contro di loro prima di avviare l’invasione dell’Afghanistan, ma non ne hanno presentate. E poi l’Europa li ha seguiti nella spedizione, non avendo altra scelta che essere suo vassallo. Questo vi è bastato per entrare nella guerra e per perdonare i soldati americani dall’essere processati da una tribunale europeo. Per questo il mio discorso è rivolto a voi e non ai vostri politici», dice il capo di Al Qaeda.

LEADER EUROPEI – Prosegue poi Osama Bin Laden: «Non è un segreto che Blair, Brown, Berlusconi, Aznar e Sarkozy e gli altri come loro amano stare all’ombra della Casa Bianca e non c’è una grande differenza tra loro e altri leader del Terzo mondo. Sintetizzando, voi siete responsabili di due ingiustizie. La prima è quella di aver fatto guerra all’Afghanistan senza diritto, non avendo alcuna prova da portare in un qualsiasi tribunale. In più avete distrutto i campi di addestramento di Al Qaeda, ucciso alcuni suoi membri e catturato alcuni di loro soprattutto in Pakistan. Qual è la colpa degli afghani di continuare a subire questa guerra contro di loro, se non il fatto di essere musulmani. E questo evidenzia l’odio crociato contro l’islam e il suo popolo».

BERLUSCONI – In merito al messaggio di Bin Laden, l’ex premier italiano Silvio Berlusconi finito nel mirino del numero uno di al Qaeda ha riferito di aver ricevuto, tra gli altri, il messaggio di solidarietà del leader del Pd Walter Veltroni. «Si è parlato delle minacce nei miei confronti da parte di Bin Laden e Veltroni mi ha espresso la sua solidarietà» spiega il Cavaliere, che poi, durante la conferenza stampa tenuta al termine dell’incontro con il sindaco di Roma sulle riforme si lascia andare a una battuta: «Arrivando qui mi è stato chiesto se mi fosse arrivata una telefonata di Prodi. Ebbene, no. E ho risposto che spero non abbia telefonato a Bin Laden…».

CODICE D’ONORE – Il numero uno di al Qaeda parla poi nella guerra in Afghanistan i paesi eruopei non hanno rispettato «alcun codice d’onore». «La maggior parte delle vittime dei vostri bombardamenti – dice – sono donne e bambini e pure sapete che le donne non combattono, ma mirate a loro per abbattere il morale dei mujahidin. Ma loro sono saldi nel volere la vendetta e combattere gli occupanti oppressori. Sono stato personalmente testimone di molti fatti di questo genere e queste cose continuano quasi ogni giorno. Gli ospedali sono pieni di innocenti e non c’è religione o morale. Per questo vi informo che il popolo afghano è un popolo musulmano religioso e fiero che non accetta sottomissioni e soprusi. La loro storia è piena di vittorie, hanno combattuto la Gran Bretagna e l’hanno sconfitta, hanno combattuto i russi e hanno vinto, e oggi combattono gli americani e i suoi agenti con la guida del mullah Omar e sotto la guida di Mansur Dadullah. Vi ricordo che l’influenza americana nel mondo sta per terminare con il permesso di Allah e loro ritorneranno nelle loro case oltre l’Atlantico facendo sì che i vicini paghino da soli i loro conti. Per questo dovete parlare con i vostri politici che seguono la Casa Bianca affinché tornino sui loro passi e la pace sia su chi segue la retta via».

30 novembre 2007

fonte: http://www.corriere.it/esteri/07_novembre_30/osama_audio_berlusconi_2da131d2-9f28-11dc-8807-0003ba99c53b.shtml


Il Cavaliere: ‘Trattiamo, poi al voto’

Il sindaco: ‘No, prima tutte le riforme’

E sulle minacce di Bin Laden Berlusconi rimarca: “Ho ricevuto la solidarietà di Veltroni, ma Prodi non ha chiamato. Spero non l’abbia fatto con Bin Laden…”

silvio berlusconi e walter veltroni Roma, 30 novembre 2007 – Si è concluso dopo un’ora e venti circa l’incontro tra il segretario del Pd, Walter Veltroni ed il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Si svolgeranno ora due conferenze stampa a Montecitorio, quella del Cavaliere nella sala Colletti di Forza Italia, mentre Veltroni la terrà subito dopo nella sala stampa.

LA CONFERENZA STAMPA DEL CAVALIERE

E’ stato Berlusconi il primo a uscire davanti ai cronisti per l’inevitabile conferenza stampa: “Ho ribadito la mia disponibilità al confronto per andare alle elezioni il prima possibile, come chiede la maggioranza degli italiani”, ha detto.

Quindi “disponibilità immediata a discutere sulla legge elettorale”, ma non sulle altre riforme chieste da Veltroni. Quanto al modello di legge elettorale, Berlusconi riferisce: “Concordiamo su diversi punti sul modello proposto da Veltroni, il proporzionale con lo sbarramento, una sola scheda”.

Quanto all’ipotesi di Governissimo, Berlusconi ricorda: “La notte stessa delle elezioni avevo fatto l’offerta di una grossa coalizione, ma la sinistra si è appropriata di tutte le istituzioni. Ora dopo un anno e mezzo di cattivo governo non mi sentirei di esporci al rischio di condividere scelte”.

“Abbiamo parlato anche le minacce di Bin Laden: mi è stata espressa la piena solidarietà. Non ho ricevuto telefonate dal presidente del Consiglio, non vorrei che avesse telefonato a Bin Laden…”

E la data delle elezioni? “Non l’abbiamo messa come pregiudiziale perché riguarda il presidente della Repubblica. Ma dentro di noi, una volta messa a punto una legge elettorale, pensiamo sia opportuno sciogliere le camere e andare a nuove elezioni”. Quanto poi al vezzo di parlare al plurale chiosa: “Ho una grande opinione di me stesso, uso il plurale maiestatis…”

Referendum? “Non è stata evocata la possibilità, a dimostrazione della volontà di riuscire a trovare un accordo”.

E i partitini? “Credo che il sistema proporzionale possa essere una risposta anche per questii partiti”.

E le riforme costituzionali? Berlusconi esprime “dissenso” perché “non ci sono i tempi”.

E QUELLA DI VELTRONI

“Questo incontro, salutato come eccezionale, deve essere la normalità in democrazia”. E’ così che Walter Veltroni inizia la sua chiacchierata con i giornalisti dopo il summit con Berlusconi.

“Berlusconi si è detto disponibile a varare la misura presentata da Franceschini sull’impossibilità di formare in parlamento gruppi diversi da quelli che si sono presentati alle elezioni”.

“Sulla fine del bicameralismo – aggiunge il sindaco di Roma – c’è una sostanziale convergenza. A divergere sono essenzialmente i tempi: io penso che fare la riforma elettorale senza le riforme costituzionali sia lasciare il lavoro a metà. Sono appuntamenti non rinviabili, ne va della competitività e della possibilità di decidere della politica italiana. Inutile fare una legge elettorale che non abbia come suo corrispettivo il fatto che ci sia una sola camera che dà la fiducia”.

“Qui voglio dire che mai come oggi è nella disponibilità delle forze politiche italiane dare al nostro paese regole che gli permettano di crescere. Il nostro spirito è di rispetto e dialogo verso tutte le forze politiche, indipendentemente dalla grandezza. Queste settimane – conclude il leader del Pd – hanno introdotto qualcosa di molto importante: la fine di un clima di contrapposizione ideologica e di odio. Per questo il Pd può dirsi soddisfatto di quello che è successo in Italia nell’ultimo mese”.

“In 12 mesi possiamo dare al Paese regole certe e nuove: la nascita del Pd ha aiutato e giovato a questo”

IN CAMPO ANCHE LETTA

Solo una volta Silvio Berlusconi e Gianni Letta hanno rischiato quasi di incrinare il proprio rapporto di amicizia. Fu, spiega chi allora lavorava con entrambi, quando l’ex direttore del ‘Tempo’ si oppose, insieme a Fedele Confalonieri, all’ingresso in politica del Cavaliere.

Del resto Berlusconi ha ricordato in più occasione che all’epoca ci fu un’aspra discussione in ‘famiglia’. Da quel momento, però, il ‘binomiò è andato avanti, senza sosta e senza ostacoli. Quando si tratta di affrontare momenti delicati l’ex premier si serve del suo braccio destro. E anche oggi Berlusconi al suo fianco, spiegano fonti parlamentari azzurre, dovrebbe avere proprio il suo ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Nessun capogruppo al seguito, nè Renato Schifani nè Elio Vito faranno parte della partita. E nessun ‘tecnico’. Gianfranco Fini ha portato Italo Bocchino e Vincenzo Nespoli, Pier Ferdinando Casini invece è arrivato al faccia a faccia con Veltroni e Franceschini in compagnia di Cesa e Buttiglione, della delegazione leghista facevano parte Roberto Calderoli, Roberto Maroni e Andrea Gibelli.

Per Forza Italia, invece, a parlare di legge elettorale con i rappresentanti del Pd dovrebbero essere solo Silvio Berlusconi e Gianni Letta. Non è ancora esclusa in realtà la presenza di Paolo Bonaiuti, l’altro suo ‘uomo ombrà, ma in questi giorni è chiaro che il grande ‘tessitorè è stato lui, tanto che le cronache politiche parlano di incontri e colloqui quotidiani con Goffredo Bettini, il plenipotenziario di Walter Veltroni.

“L’incontro – spiegano fonti parlamentari azzurre – è stato preparato da tempo e non potrebbe non essere così…”. Del resto tutti si ricordano che prima dell’apertura al dialogo fatta da Silvio Berlusconi dopo lo ‘show’ di San Babila, era stato proprio Letta a rilanciare, in una conversazione contenuta in un libro e pubblicata dal ‘Corrierè, la stagione delle riforme.

IL CAVALIERE AI GAZEBO

Domani Silvio Berlusconi sarà a Palermo per visitare alcuni gazebo della città, presso i quali sarà possibile firmare le pre-adesioni al Partito del Popolo della Libertà e scegliere il nome del nuovo soggetto politico.
Prima tappa al gazebo di piazza Politeama, alle 11. Alle 15, invece, l’ex premier visiterà alcuni gazebo a Bari.

fonte: http://qn.quotidiano.net/2007/11/30/50055-faccia_faccia_durato_minuti.shtml

Emanuele Scieri: cronaca di un incontro

Vi ricordate il post che propagandava un’iniziativa per non far cadere nel dimenticatoio questo ennesimo ragazzo “vittima di nessuno”? Questo, per intenderci: http://solleviamoci.blogspot.com/2007/10/emanuele-scieri-per-non-dimenticare.html Bene, con parecchio ritardo vi aggiorno, per gentile concessione di Giulio Sensi:

Corrado e Isabella Scieri: “Continuiamo a chiedere giustizia per Emanuele”

Attualità: Incontri

del 28/10/2007 di Giulio Sensi


CAPANNORI (Lucca) – “Fin dal primo momento ci siamo battuti per trovare la verità, il dolore non può cancellarlo nessuno, ma vogliamo capire cosa è successo quel giorno dentro la caserma Gamerra di Pisa”. La voce di Isabella Guarino, mamma del paracadutista Emanuele Scieri, è rotta dal pianto mentre ricorda i terribili momenti di quel ferragosto 1999, quando improvvisa arrivò la notizia della morte del figlio appena arruolato nella Folgore.

Il suo corpo giaceva sotto la torretta della caserma, senza segni di percosse, sotto dei tavoli ammassati. Per tre giorni è rimasto là sotto senza che nessuno volesse accorgersene. Prima si ipotizzò il suicidio. Poi l’inchiesta della magistratura. “Ucciso da nessuno” hanno sentenziato le indagini. Del caso del giovane siracusano se ne è riparlato ieri (sabato 27 ottobre) a Capannori (Lucca) nel corso di un’iniziativa, intitolata “Rivitalizzare la Costituzione”, organizzata dal Comune, dall’Osservatorio della Pace dell’amministrazione, dal Comitato Sandro Marcucci, dall’Arci, da Cittadinanzattiva e da Libera.

Poco prima dell’incontro il sindaco di Capannori Giorgio Del Ghingaro e il neo vicesindaco Luca Menesini, con delega alla pace, hanno incontrato i genitori. “Li ringrazio – ha detto Del Ghingaro aprendo i lavori – perché hanno fatto un bel gesto a venire a trovarci. Per noi è l’inizio di una serie di incontri sulla legalità perché la comunità cresce non solo con le azioni di governo, ma anche con la riflessione sui temi importanti della nostra democrazia”.

Un appuntamento – coordinato dall’avvocato Alessandro Berutto – nato su spinta di un gruppo di studenti del Liceo Majorana di Capannori che hanno raccolto più di quattrocento firme per far approvare al consiglio comunale una mozione che chiede la riapertura del caso. Erano presenti anche, invitati dal Comitato Marcucci, il vicepresidente del Senato Milziade Caprili e la senatrice Lidia Menapace, grande protagonista del movimento pacifista italiano fin dal dopoguerra.

E la sala era piena di quei ragazzi che si sono attivati per chiedere giustizia per Emanuele. Lui, appena laureato in giurisprudenza, con una brillante carriera di avvocato di fronte, decide di svolgere il servizio militare nella Folgore. Un ragazzo solare che inizia con il giuramento a Scandicci i primi di agosto il suo anno di leva con entusiasmo e spirito di servizio.

“La sera del 13 agosto, venerdì, – racconta la madre – aveva telefonato alle nove meno e un quarto e casa. Era contento di essere arrivato a Pisa. Le ultime parole che ho sentito esprimevano l’entusiasmo di essere sotto la torre pendente. Era felice. Poi è iniziato il nostro incubo. Tre giorni senza sentirlo, il telefono era spento. Solo il lunedì successivo, alle 16.30, sono arrivati i Carabinieri nella nostra casa dandoci la notizia della morte di Emanuele. È stato terribile. Come è possibile che un ragazzo muoia e rimanga tre giorni abbandonato? In questi casi, quando si registra l’assenza di un commilitone, si dovrebbe controllare metro su metro la caserma. Ancora non abbiamo potuto capire, ma la nostra vita è stata sconvolta. Vi chiediamo, se vi è possibile, di scavare ancora per sapere cosa sia successo a questo ragazzo”.

I genitori di Emanuele, Corrado e Isabella, hanno da poco pubblicato un libro sulla loro vicenda. “Una traccia che rimarrà per sempre – ha commentato Corrado Scieri, la speranza è che qualcuno lo legga e che possa darci qualche notizia per arrivare a sapere cosa sia successo a nostro figlio”.

Un appello che per otto anni è rimasto inascoltato: nessuno dei vertici militari e dei commilitoni ha fornito indicazioni utili per arrivare alla verità e capire chi lo ha ucciso e perché. Non basta l’ipotesi del gesto di nonnismo finito in tragedia, servono nomi.

“A me hanno riferito anche notizie false – prosegue il padre – cioè che aveva il cranio sfondato e fratture multiple. Ma non aveva ferite il corpo di Emanuele, solo tre incisioni sul collo del piede. A noi rimane la rabbia, perché le indagini non hanno portato a nulla. Non occorreva mettere a soqquadro la caserma, bastava una normale ronda per accorgersi subito di quello che era successo. Il nostro libro vuole comunicare questi stati d’animo e sperare che prima o poi qualcuno si decida a parlare”.

Da subito ha parlato invece Mario Ciancarella, ex militare espulso dall’aeronautica all’inizio degli anni ‘80 per il suo impegno all’interno del movimento di democratizzazione delle Forze Armate.

All’indomani dell’omicidio Sceri, Ciancarella decise di cercare di raccogliere informazioni utili alle indagini e alla ricerca della verità. Qualche commilitone di Emanuele decise di parlare e lui mise a disposizione della magistratura la sua testimonianza. Risultato: arrestato per calunnia nei confronti dei vertici militari della Caserma, caso unico in Italia, poi prosciolto in tutti i gradi di giudizio.

“Promisi ai genitori – ha detto Ciancarella al convegno – che non mi sarei fermato fino a che non si sarebbero trovati i responsabili. Per aver cercato informazioni fra i giovani colleghi di Scieri il procuratore di Pisa intese chiedere ed ottenere la mia incarcerazione per calunnia. Sono stato querelato dal generale Celentano per aver inviato una relazione sulle informazioni raccolte. Le sue accuse non hanno retto per ben sei gradi di giudizio”.

Ciancarella ha ricostruito tutte le incongruenze e le lacune delle indagini sull’omicidio, sui silenzi interni alla Folgore. “Se la Folgore non si libera, diventa una ‘Folgore di morte ed omertà’ come hanno affermato nel loro libro i genitori di Emanuele. Quello di oggi non è un ricordo mesto di Sceri, è un’iniziativa in cui si fa memoria per individuare i punti sostanziali che sembrano sfuggiti alla politica e alle istituzioni giudiziarie. Chiediamo alla politica scelte responsabili e concrete”.

Una risposta è arrivata dai senatori Menapace e Caprili. “Possiamo fare qualcosa – ha detto Menapace-. Una grande campagna sul caso che parta dalla raccolta di firme e degli ordini del giorno dei consigli comunali (per ora hanno richiesto l’apertura del caso i consigli di Capannori, Seravezza e Montescudaio, n.d.r.). questo può produrre un momento di opinione significativo e noi possiamo proporre in aula una commissione di inchiesta incentrata sul caso e che indaghi sulle colpe e sulle cause di quanto accaduto. Emanuele non sarebbe comunque restituito alla famiglia, ma individuare i responsabili sarebbe un risultato soddisfacente”. “E’ complicato riaprire il caso dopo tanti anni – ha aggiunto Caprili -, ma noi lo tenteremo. Ci sono numerosi strumenti parlamentari per riportare l’attenzione sulla vicenda Sceri e intanto organizzeremo la presentazione del libro dei genitori a Roma”.

http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=2681

5 per mille: non c’e’ tetto che tenga

Dal sito del Cesvi (http://www.cesvi.org/?pagina=pagina_generica.php&id=1237):

Approvato l’emendamento che stabilisce un tetto massimo di 100 milioni di euro per il 5 per mille 2008. Fai sentire la tua voce: firma la petizione.

Respinto. Approvato. Il 5 per mille è morto, viva il 5 per mille. La commissione Bilancio del Senato ha bocciato l’emendamento giusto e approvato quello sbagliato. È passato il tettuccio: nel 2008 avremo l’1 per mille.
Questo per la cronaca; per la politica, è una sconfitta generale: di chi aveva promesso e non ha mantenuto (Ferrero, per esempio), di chi (Benvenuto-Bobba-Ferrante) ha scritto un emendamento firmato da 70 senatori che doveva spaccare il mondo e invece è stato liquidato in un attimo; di chi ancora pochi giorni fa firmava petizioni e appelli pro 5 per mille (Enrico Letta) avendo già caricato la doppietta per impallinarlo; di chi pontificava pro sociale sui giornali (Pierferdinando Casini) e poi nemmeno si curava di far intervenire un senatore del proprio partito in commissione.

A leggere il resoconto sommario della seduta della Commissione Bilancio del 1 novembre c’è da rimanere di sale: tolti di mezzo alcuni emendamenti ininfluenti, interviene il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi, a sostegno dell’emendamento governativo che stabilisce un tetto massimo di 100 milioni; ci si aspetterebbe una levata di scudi, soprattutto da parte di quei senatori che avevano firmato la proposta contraria, e invece dalla maggioranza tutti zitti.

Così scrive Gabriella Meroni dalla pagine di Vita non profit magazine. Proprio il settimanale Vita, nei mesi scorsi, si era fatto promotore di un appello con cui si chiedeva al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Economia di innalzare il tetto del 5 per mille da 250 milioni ad almeno 500 milioni, nel rispetto dei contribuenti italiani e delle Onlus da loro sostenute.

A questo appello si era aggiunta la petizione lanciata dal Il Sole 24 Ore che puntava l’attenzione sulla ricerca, con l’obiettivo di far diventare il 5 per mille un contenuto stabile della legislazione italiana e di rendere la sua copertura non condizionabile da “tetti” o altre forme di riduzione. Tanti e autorevoli i consensi raccolti dal quotidiano, tra i quali quelli di Carlo Rubbia, Renato Dulbecco, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi.

Se questi appelli hanno sortito un effetto positivo per il 5 per mille 2007, il cui tetto massimo è stato fissato a 400 milioni di euro, lo stesso non si può dire in prospettiva futura.

Per questo il Cesvi si unisce all’appello di Vita e invita tutti i suoi sostenitori a sottoscriverlo:

Il non profit italiano chiede al governo di non approvare il vergognoso emendamento presentato dal Governo all’art. 84 del Ddl 1817 (legge Finanziaria 2008) che stabilisce per il 5 per mille 2008 “la spesa nel limite massimo di 100 milioni di euro”. Emendamento che di fatto ridurrebbe il 5 per mille ad uno striminzito 1 per mille!

firma anche tu!

Nota: la notizia è un po’ datata (13 novembre), ma a parte il fatto che è cambiato il tetto – per quanto di poco – la sostanza è rimasta. Vi invito quindi a firmare comunque e mi scuso per il ritardo nella pubblicazione.


Prodi rimpiange il Mattarellum

Parigi | 29 novembre 2007
Romano Prodi
Romano Prodi

Conta di riformare le istituzioni in Italia, a cominciare dalla legge elettorale. E rimpiange il vecchio Mattarellum, che “funzionava bene”.

In una intervista a ‘Le Figaro’, che sara’ pubblicata domani, il premier Romano Prodi sottolinea: “Sto lavorando” alle riforme delle istituzioni. “Stiamo ancora subendo le conseguenze della scelta effettuata nel dopoguerra. Per scongiurare il ritorno alla dittatura, il potere e’ stato affidato completamente al Parlamento. In Francia, De Gaulle ha cambiato le cose riequilibrando il potere in favore dell’esecutivo. In Italia non è accaduto nulla di simile”.

Cosa pensa di fare? “In primis – replica il Professore – modificare la legge elettorale. Funzionava bene quella che, nel 2001, ha portato al potere Silvio Berlusconi per cinque anni e che prevedeva un 75% di maggioritario e un 25% di proporzionale. Berlusconi l’ha modificata a fine mandato, imponendo un proporzionale che privilegia le piccole formazioni. Con dieci partiti nella mia coalizione, come fare per governare? – si chiede il leader dell’Unione – Stiamo studiando una riforma delle modalità di scrutinio, che va anche accompagnata da una semplificazione delle Istituzioni: una sola camera e non due, drastica diminuzione del numero dei deputati. Comincia ad emergere un consenso su questo tema”, assicura Prodi.

Prodi, alla vigilia del vertice italo-francese parla con ‘Le Figaro’ e confessa di “invidiare” il sistema istituzionale che permette a Nicolas Sarkozy di “prendere decisioni rapidamente”.

Cosa è il Mattarellum
Per Legge Mattarella, dal nome del suo relatore, Sergio Mattarella, si intende la riforma della legge elettorale, che fu attuata in seguito al referendum del 18 aprile 1993, con l’approvazione delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277, che introdussero in Italia per l’elezione del Senato e della Camera dei deputati un sistema elettorale prevalentamente maggioritario a turno unico, sostituendo il precedente proporzionale, in vigore dal 1948.Questa riforma del sistema elettorale venne soprannominata Mattarellum da Giovanni Sartori, con un ampio e duraturo seguito fra i commentatori politici nei media.

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=76254