Archive | gennaio 2008

Se anche i francesi si arrendono ai rifiuti di Napoli

di Maurizio Ricci

Chi pensa che Napoli, sepolta dalla spazzatura, stia scivolando nel Terzo Mondo è un ottimista istupidito dalle illusioni.


di Maurizio Ricci

Una delle più grandi città italiane, sotto il peso di tonnellate di rifiuti, è, in realtà, già sprofondata al di sotto del Quarto Mondo, quella costellazione di megalopoli-baraccopoli che, a colpi di 10-20 milioni di abitanti ognuna, sfigurano, i paesi ad urbanizzazione esplosiva dell’Africa, dell’America latina, da Lagos a Calcutta, da San Paolo a Douala.

In queste città, con il loro contorno di slum e favelas, fogne a cielo aperto, strade precarie, infeastrutture fatiscenti, la raccolta ed il trattamento dei rifiuti sono compiti difficili, spesso proibitivi. Però si fanno, a volte meglio, a volte peggio, ma esistono le competenze tecniche e le volontà politiche per gestire i rifiuti.

A napoli no, Napoli è più in là, al di là del Quarto Mondo, ormai in un buco nero su cui manca solo il cartello : irrecuperabile. Lo certifica la notizia che l’asta per il termovalorizzatore di Acerra (ricordiamo ai nostri lettori che l’uso del termine ‘termovalorizzatore’ è stato vietato dall’Ue perchè fuorviante: meglio ‘inceneritore’, ma il giornalista sembra ignorarlo; n.d.m.), attorno a cui ruota tutta la strategia di trattamento dell’immondizia campana, è andata anocra una volta deserta. Hanno rinunciato i bresciani ed i milanesi di A2A, il colosso lombardo dei servizi pubblici locali.

Ma, sopratutto, ha sbattuto la porta un gigante mondiale come Veolia. Il nome è nuovo, ma Veolia non è altro che l’ex Vivendi, a sua volta ex Compagnie Générale des Eaux. Dalla gestione delle acque è passata recentemente all’industria dei rifiuti, con un giro d’affari di 6,6 miliardi di euro nel 2005. Tratta, ogni anno, 53 milioni di tonnellate di spazzatura, per conto di quasi mezzo milione di clienti, grazie ad oltre 80 mila dipendenti. In 35 Paesi. Fra i quali ci sono Germania, Australia, Nuova Zelanda, Francia.

Ma Veolia non tratta solo l’immondizia delle graziose villette di Wellington e Sidney o dei megaquartieri di edilizia popolare di Parigi o Berlino. Veolia lo fa anche nel pieno del Quarto Mondo, nelle megalopoli-baraccopoli dell’India, del Brasile, della Colombia, dell’Egitto. Accetta ogni giorno la sfida di San Paolo, del Cairo, dell’inferno urbano di Calcutta. Ha appena deciso di poter affrontare anche le difficoltà dell’Africa equatoriale, sbarcando in Camerun, a Douala e Yaoundé.
E’ a Napoli che ha gettato la spugna: troppo difficile.

Troppo difficile, perché? I francesi hanno avuto la cortesia di spiegarlo. Non per motivi tecnici. E neanche economici.
Perché mancano le condizioni politiche, hanno scritto. In buona sostanza, non ritengono affidabili le garanzie che forniscono politici ed istituzioni. Il governo in crisi, certo, ma anche gli organi locali. E’ l’atto d’accusa più bruciante perché pone al centro della crisi dell’immondizia gli uomini, prima che le circostanze.

Ma è difficile dare torto ai dirigenti di Veolia.
Ieri, mentre il termovalorizzatore di Acerra ripiombava nel limbo delle imprese impossibili (chi c’è, dove non osa inoltrarsi Veolia?), la classe politica napoletana si mobilitava per un consiglio comunale che deve abbozzare un piano per la raccolta differenziata dei rifiuti. Tutti i protagonisti erano impegnati a rimpallarsi le responsabilità. E il governatore Bassolino, sul suo blog, si complimentava per gli esperimenti di raccolta differenziata compiuti dagli ambientalisti in un quartiere di Napoli, scorgendovi un importante indicazione per il futuro. Quale futuro, governatore? Il problema è qui, ora, subito.

Paradossalmente, quando guardiamo crescere le montagne di spazzatura di Napoli, ne vediamo la parte migliore. L’ultima. Quella appena arrivata. Lì sotto, c’è ancora il primo sacchetto, fermo sal 29 dicembre. Sepolto da un mese, fra milioni di altri sacchetti, tutti potenzialmente una bomba biologica. Presto -sopratutto visti i tempi della crisi della spazzatura napoletana- arriverà il caldo. Ed allora, l’emergenza può deflagrare.

fonte: laRepubblica di oggi

Seconda tappa della procedura di infrazione prima del deferimento alla Corte di Giustizia
Marigliano, dopo una mattinata e un pomeriggio si è conclusa la protesta

Rifiuti, nuovo richiamo Ue all’Italia;
abbandonati i blocchi nel napoletano

BRUXELLES – L’Italia ha un mese di tempo per risolvere il problema rifiuti. La Commissione europea ha inviato un parere motivato, seconda tappa della procedura di infrazione, per la situazione in Campania.
L’iniziativa è l’ultimo passaggio prima del deferimento del caso alla Corte di Giustizia europea. Normalmente Bruxelles concede due mesi per rispondere ai suoi rilievi, ma il caso è considerato molto grave: la risposta va quindi data entro trenta giorni.

“La situazione in Campania è intollerabile e capisco molto bene la frustrazione dei residenti che temono per la loro salute. E’ essenziale – ha detto il commissario all’ambiente Stravros Dimas – che le autorità italiane non solo prendano le misure efficaci per risolvere l’attuale emergenza, come stanno già facendo, ma anche che realizzino l’infrastruttura di gestione dei rifiuti necessaria per prevedere una soluzione durabile ai problemi che risalgono già a più di 10 anni”.

Intanto, dopo una mattinata e un pomeriggio di protesta, i manifestanti hanno abbandonato il blocco sulla A30 Caserta-Salerno in direzione di Caserta. Via anche il blocco all’ingresso dell’Asi e quello davanti all’ingresso della discarica di Marigliano in via Bosco a Polvica. Permane, invece, un presidio davanti a un altro ingresso di via Bosco. In giornata, a Napoli, in via Gianturco, tre persone sono salite sul tetto della sede della Municipalità di Poggioreale minacciando di lanciarsi nel vuoto se non fossero state ricevute da un rappresentante del commissariato. Questa mattina, intanto, la riunione del consiglio municipale è saltata per mancanza del numero legale. Decine di persone hanno bloccato il lungomare di via Napoli a Pozzuoli. I manifestanti protestavano contro la mancata raccolta della spazzatura, che non viene eseguita da almeno 10 giorni.

Sul versante istituzionale, è iniziato intanto l’incontro fra il commissario di governo per l’emergenza rifiuti in Campania, Gianni De Gennaro e i sindaci del Nolano, giunti in rappresentanza dei cittadini che da giorni si oppongono all’apertura di un sito di trasferenza in località Boscofangone, nel comune di Marigliano.

(31 gennaio 2008)

fonte: http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/rifiuti-5/ue-altro-avviso/ue-altro-avviso.html

E IL PERÙ SI VENDE L’AMAZZONIA

di Gennaro Carotenuto
(30 gennaio 2008)

Il presidente peruviano Alan García, la scorsa settimana in visita in Spagna, ha annunciato che vuole vendere alle multinazionali del legname 8 milioni di ettari di foresta primaria in Amazzonia.

Secondo Alan García solo con la privatizzazione la foresta potrà produrre “ossigeno, legname e lavoro in beneficio di tutti i peruviani”. Ma per dirlo è dovuto andare ad annunciarlo a Madrid, nella cosiddetta madre patria dove ha trovato l’appoggio convinto delle multinazionali del legname. Queste finalmente vedrebbero superare i limiti sanciti dalle leggi degli anni ’70, che davano le terre solo in concessione e non in vendita, e solo in piccoli lotti di modo di modo che lo stato potesse controllarne l’uso e favorire lo sfruttamento artigianale delle risorse della selva amazzonica. Tra queste vi è il gruppo Romero, uno dei principali nel paese, con capitali cileni, e che punta con la nuova legge ad appropriarsi di almeno due milioni di ettari di foresta.

Alan García, uno degli ultimi presidenti neoliberali dell’America latina, eletto nel luglio del 2006 e con indici di gradimento in picchiata, continua a puntare sugli investimenti stranieri, siano come siano, per risalire la china. Ha firmato il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, quindi con il Canada e ora sta cercando di firmarne un terzo con l’Unione Europea. Proprio a Madrid ha accusato i governi di Ecuador e Bolivia di tentare di impedire l’accordo. Oggi, se il regime di Alberto Fujimori (1990-2000), aveva svenduto e privatizzato tutti i beni dello stato, ad Alan García restano da vendere i beni naturali, come la foresta primaria parte del principale polmone verde del pianeta.

Il progetto di privatizzazione dell’Amazzonia peruviana sta comunque trovando forte opposizione da parte delle popolazioni locali, comunità indigene e contadine che si considerano non solo escluse, ma addirittura a rischio di estinzione in un modello industriale di sfruttamento della foresta quale quello neoliberale voluto da Alan García. Gli abitanti dell’Amazzonia peruviana convivono da sempre con un modello estensivo di economia forestale che coincide con lunghi periodi di riposo della selva. È il modello che ha preservato fino ad oggi la foresta primaria evitandone lo sfruttamento intensivo che caratterizza vaste zone dell’Amazzonia brasiliana.

fonte: http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=109

Battaglione Rommel

Elettra Deiana*, 31 gennaio 2008, 17:24

Le immagini di un mezzo corazzato dell’esercito italiano colpito da una mina nel deserto dell’Afghanistan, e pubblicate in Italia da L’Espresso, svelano un particolare inquietante: i nostri soldati vanno in missione con la palma dell’Afrika Korps hitleriano dipinta sulle jeep. Immediato l’intervento del ministro Parisi, ma rimane aperto il problema della formazione culturale dei militari

Il ministro Parisi è intervenuto tempestivamente e fermamente per fare chiarezza sui militari italiani travestiti tra le montagne dell’Hindukush da seguaci delle avventure naziste. Non possiamo che esprimere il nostro apprezzamento per la pronta iniziativa del ministro, oltre che ringraziare un’altra volta quei mezzi di informazione – in questo caso l’Espresso – che non si accontentano delle veline e frugano nelle vicende del mondo, soprattutto in quelle riguardanti conflitti lontani, dimenticati, sottovalutati.

Mezzi corazzati italiani, impegnati in Afghanistan, decorati con lo stemma degli Africa Korps, i reparti nazisti guidati da Rommel fino alle porte del Cairo, durante le terribile seconda guerra mondiale: anche questo si nasconde tra le pieghe e le zone d’ombra della missione italiana a Kabul, sempre in bilico tra dichiarazioni ufficiali di adeguamento al mandato parlamentare – “missione di pace” ci ripetono i ministri Parisi e D’Alema – e notizie allarmanti sul coinvolgimento dei nostri contingenti in azioni di vero e proprio combattimento.
Sarà il caso finalmente di fare chiarezza sulla vera natura della missione, in occasione dell’ennesima, imminente discussione sul decreto di rifinanziamento.

Ma lo stemma nazista disegnato su mezzi militari contrassegnati dalla bandiera italiana va oltre ogni problema di valutazione politica: delinea l’esistenza all’interno delle forze armate di sacche culturali impregnate di razzismo e suggestioni coloniali, di disprezzo quando non di odio verso le popolazioni alle quali si dice di voler portare l’aiuto del peace keeping e del nation building. E anche di ignoranza, forse di aperta ostilità nei confronti dei limpidi principi di pace, democrazia, solidarietà internazionale che la Costituzione repubblicana assegna alle Forze armate e che costituiscono la base di legittimazione della loro stessa esistenza.

Il fascino fascistoide delle imprese coloniali, la voglia di esibire simboli in cui si mischiano il richiamo a quei miti palingenetici e la mistica guerriera che ne derivò non è certo peculiarità della nostra storia. Non siamo soli in Europa, se questo ci può consolare. Ma ovviamente non può né deve. In Germania un anno fa accadde la stessa cosa, il ministro della Difesa aprì un’inchiesta e sospese gli autori del gesto. C’è da augurarsi che la successione dei fatti, dopo l’iniziativa del ministro Parisi, porti anche in Italia a conclusioni analoghe.
Ma rimane aperto il problema della formazione culturale e istituzionale delle Forze armate, della responsabilità di gerarchie che evidentemente non hanno occhi per vedere e della complicità degli altri militari che magari non condividono ma non hanno cuore per contrastare. Ai militari impegnati in missioni internazionali non serve soltanto la formazione professionale. Serve anche di essere selezionati in base a rigorosi criteri di attitudine democratica e di amore per la Costituzione. Sarà il caso di pensarci.

*parlamentare Prc

fonte: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=6152

La storia d’Italia in fabbrica

di Pasquale Colizzi

Per capire quanto dirompente e lontana dall’immaginario fu la nascita delle grandi fabbriche nel nostro paese, quelle che accompagnarono il boom del dopoguerra e cambiarono per sempre i gesti, le ambizioni, persino l’aspetto di milioni di italiani, sarebbe bastata la figura quel ragazzino calabrese pescato tra le immagini di una delle tante inchieste che la Rai di allora conduceva. E che ha smesso di fare negli anni ottanta, testimoni gli archivi. Raccontava di essere appena arrivato a Milano e che lo avevano preso in una officina per montare motori. In paese invece come lavoro raccoglieva gelsomini per i profumi. Quel volto deciso, timido ma fiero, è uno dei centinaia che scorrono nella piccola, emozionante storia d’Italia incarnata dagli operai dell’industria che Francesca Comencini ha montato insieme a Massimo Fiocchi utilizzando l’ampio materiale delle teche Rai. Un doc che ha riscaldato il pubblico di Torino vincendo il Premio Cipputi e che la regista ha presentato in una serata all’Auditorium di via della Conciliazione. Vi consigliamo di non perderlo nel passaggio su RaiTre giovedì 14 febbraio, in seconda serata.

Bellissime le parole che ha usato la regista per inquadrare In fabbrica: «Ho cercato di non essere animata dalla nostalgia, che secondo me è un’ossessione, un rovello, un sentimento dominante nel nostro paese. La nostalgia è un modo di scagliare il passato contro il presente. Ci consente di sfuggire al dovere di pensare il nostro tempo, di agirlo». E infatti c’è una sensazione di concretezza, di grande etica del lavoro, di consapevolezza e voglia di progresso in questa lunga carrellata che parte dagli anni cinquanta, con le immagini delle prime transumanze sud-nord e arriva ai nostri giorni, nello stabilimento d’eccellenza della Brembo, con le parole di un operaio di colore che testimonia e spiega perchè i fenomeni migratori esisteranno sempre. Gesti, abitudini, percorsi personali, vezzi dei compagni di lavoro catturati spesso da grandi registi (uno per tutti, Ugo Gregoretti) raccontano più dei numeri cosa significò ricostruire il paese con il sacrificio delle braccia e cosa sia ancora adesso, nonostante certa latitanza dei media, al di là del parolaio politico su astruse architetture parlamentari.

Enrico Berlinguer davanti ai cancelli della Fiat

In un continuo parallelo tra gli esterni assolati del sud e gli interni incandescenti, fumosi o tuonanti degli impianti industriali delle città del nord, il doc mostra come lo spirito nazionale si fece anche grazie ai luoghi di lavoro. Perché negli anni cinquanta i “terroni” arrivavano come marziani in ambienti sconosciuti e venivano risucchiati nella catena di montaggio. Ma all’interno delle fabbriche trovavano colleghi “polentoni” che pativano le stesse condizioni. Fu saldando lo scontento per le reciproche rivendicazioni e con grazie al collante sindacale che nacque una piena coscienza di classe: diritto alla casa (c’è chi dormiva sistematicamente in stazione e la mattina timbrava il cartellino), all’assistenza sanitaria, alla sicurezza sul luogo di lavoro, il rifiuto delle mansioni ripetitive per una visione responsabile e produttiva della propria attività. La disoccupazione al 3% del 1962, il dato trionfante di un’economia orgogliosa del proprio sviluppo, viene così contestualizzato.

All’interno della Brembo

L’evoluzione della Fiat, la fabbrica che può sintetizzare la figura degli altri grandi impianti come Pirelli, Olivetti, Italsider, scandisce le tappe dell’ascesa di un sentimento di comunanza e unità operaia e il suo futuro declino: il primo grande sciopero del ’62 davanti a Mirafiori, con riprese effettuate dall’interno degli uffici e poi l’autunno caldo del ’69, la consapevolezza di contare perché ci si è contati, segnò il punto di avanzamento massimo di quelle battaglie. La cocente sconfitta sindacale dell’80, con l’accettazione del piano di licenziamento per 14mila operai (nel ’69 erano stati 61) e la “contromarcia” dei 40mila colletti bianchi sancì la fine della centralità della questione operaia all’interno di un paese che stava mutando il suo modo di lavorare. Il doc di Francesca Comencini – che nella sua essenzialità e nella giustezza degli accostamenti è un piccolo gioiello – si chiude rilanciando più questioni. Una, fondante, riguarda la centralità della vertenza lavoro in fabbrica: gli operai, che sono ancora tanti, hanno voglia di buona occupazione, di un ambiente sicuro e di una missione da svolgere con orgoglio e soddisfazione come testimoniavano quelli della Brembo. Sull’altro fronte ci sono i media, in primo luogo la Rai col suo ruolo di servizio: negli anni sessanta veniva contestata durante i cortei e qualcuno urlava: “Non ci sono soltanto le Kessler, parlate anche di noi”. L’invito a rimettersi al passo del paese reale è ancora valido.

pasquale.colizzi@fastwebnet.it


Pubblicato il: 31.01.08
Modificato il: 31.01.08 alle ore 13.14

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72545


"Sperma dal midollo femminile". Per far figli il sesso sarà un optional?


Mai più così?

Pubblicato sul New Scientist uno studio inglese. E il passo successivo sarà di creare ovuli femminili dal midollo maschile.

Roma, 31 gennaio 2008 – Gli uomini? Un optional nel prossimo futuro. O al massimo relegati al ruolo di persone ‘di compagnià, comunque non indispensabili per la riproduzione. Questo uno degli scenari delineati dalla ricerca condotta dagli scienziati britannici dell’università di Newcastle upon Tyne, che si dicono pronti a tramutare le cellule del midollo osseo femminile in sperma.

Di fatto estromettendo il maschio dal processo riproduttivo. Una sorte che però avvantaggerebbe le donne non di molto, perchè il passo successivo potrebbe essere quello di ottenere il risultato speculare negli uomini. Cioè ovuli femminili a partire dal midollo osseo maschile. È la rivista New Scientist a illustrare come si potrà arrivare a quell’obiettivo. Aggiungendo che però le donne potranno ottenere solo bambine. Perchè nello sperma creato a partire dal loro midollo mancherebbe comunque il cromosoma Y.

Il risultato possibile, che gli scienziati assicurano servirà per combattere i problemi di infertilità, potrebbe però essere usato in tanti altri modi. Per esempio per consentire alle coppie omosessuali, sia femminili che maschili, di avere figli con il proprio Dna. Tecnicamente, rivelano gli autori dello studio che hanno avanzato richiesta per proseguire la ricerca, già avviata in modo pionieristico sui topi di laboratorio, «si parte dalle staminali del midollo osseo di un animale femmina, capaci di differenziarsi in molte altre cellule. E con l’ausilio di sostanze chimiche e vitamine si spingono le staminali a diventare cellule spermatiche».

Il biologo che ha messo a punto la tecnica, Karim Nayernia, è convinto di poter «creare entro due anni sperma ‘femminilè nei primissimi stadi cellulari. Mentre per ottenere cellule spermatiche mature, capaci di fertilizzare un ovulo, ci vorranno tre anni in più». Secondo gli scienziati la tecnica, una volta messa a punto, potrebbe anche consentire il prelievo di staminali da donatori adulti senza incorrere nei problemi etici legati all’utilizzo di embrioni.

Ma la corsa per trovare una cura all’infertilità è globale, non solo britannica. A San Francisco l’analista Greg Aharonian, che si definisce subito «un provocatore», vuole brevettare la tecnica che consentirebbe di ottenere sperma femminile e ovuli maschili. «Così cadrà la presunzione di superiorità del matrimonio eterosessuale fondata sulla capacità di procreare», dice con l’intento di far discutere.

Ma la scienza, nei laboratori e sugli animali, continua a cercare soluzioni. Tanto che gli scienziati brasiliani del Butant Institute hanno detto di essere riusciti a creare, a partire da cellule staminali embrionali di topi maschi, sia sperma che ovuli. E ora stanno cercando di raggiungere lo stesso obiettivo a partire dalle cellule della pelle.

A parte le applicazioni possibilmente controverse di queste ricerche, gli scienziati affermano con forza che «la possibilità di avere cellule uovo o spermatiche a partire da tessuti adulti potrebbero servire nel caso dei malati di cancro diventati infertili da giovani per via della radioterapia. Oltre a poter offrire soluzioni al problema dell’infertilità che ormai riguarda una coppia su sei».

E alle possibili critiche rispondono che «non è il caso di agitare spauracchi visto che si tratta di esperimenti nelle loro prime fasi. E quindi prima di arrivare a risultati concreti ci vorranno anni». Anche perchè, però, i topi creati nei laboratori dell’università di Newcastle, crescendo soffrono di seri problemi di salute. Dunque, sostiene Robin Lovell-Badge, del National Institute for Medical research di Londra, «in questo caso l’orologio della scienza va spostato in avanti almeno di 10 anni».

fonte: http://qn.quotidiano.net/2008/01/31/62388-sperma_midollo_femminile.shtml


L’Ue boccia la Gasparri: «Regime televisivo fuori legge»

Francesco Di Stefano Europa 7 tv

Francesco Di Stefano

Dopo anni di sentenze arriva da Bruxelles la parola definitiva sulle frequenze vinte da Europa 7 e usate da Rete 4. La Corte europea di giustizia ha condannato infatti il sistema italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione televisiva, nella sentenza sulla causa che opponeva l’emittente privata Centro Europa 7 al Ministero delle Comunicazioni. Secondo la Corte il regime di assegnazione delle frequenze non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati.

La sentenza coinvolge direttamente Mediaset e la sua Rete 4 che da anni trasmette utilizzando, abusivamente stando a quanto stabilito dalla Corte, le frequenze che nel 1999 erano state acquistate ad un’asta dall’emittente Centro Europa 7. In una nota l’azienda televisiva di proprietà di Berlusconi sostiene che la sentenza «non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nelle disponibilità delle reti Mediaset», puntando sul fatto che «il giudizio cui la sentenza si riferisce riguarda esclusivamente una domanda di risarcimento danni proposta da Europa 7 contro lo Stato Italiano». Sulla vicenda, in realtà, era intervenuta anche la Corte costituzionale italiana che aveva fissato al 31 dicembre 2003 la data ultima entro la quale la rete berlusconiana avrebbe dovuto lasciare le frequenze. Ma un provvidenziale decreto legge preparato dal duo Gasparri-Berlusconi bloccò tutto.

«Sono soddisfattissimo», ha commentato Francesco Di Stefano, patron di Europa7, «Ma anche amareggiato perché ci è voluto così tanto tempo per una cosa chiara. Comunque siamo fiduciosi e lo siamo sempre stati sempre stati: ecco perché abbiamo resistito tutti questi anni». Ma la faccenda si fa seria per Mediaset. Per Ottavio Grandinetti, il legale che assiste Di Stefano, ora si apre la strada sia dell’assegnazione di frequenze che di un risarcimento dei danni da parte dello Stato italiano. «Non è vero, come affermato da Mediaset in una nota, che in gioco non c’è la riassegnazione di frequenze televisive. Mediaset dice una cosa doppiamente sbagliata – afferma il legale di Europa 7 – Prima di tutto non è vero che la domanda di Europa 7 è solo di risarcimento danni. Noi vogliamo le frequenze e in più il risarcimento. Il secondo motivo di errore è il fatto che non siamo né Mediaset né noi né la Corte di giustizia a decidere, ma il Consiglio di Stato. E questa sentenza europea peserà, eccome. Noi siamo andati davanti al Consiglio di Stato per far condannare l’Italia a darci una rete nazionale. Il Consiglio ha ritenuto che le giustificazioni addotte dal Governo per negare a Centro Europa 7 la consegna delle frequenze ponessero un problema di compatibilità di principio con le leggi comunitarie. E siccome questo accertamento lo fa la Corte di Giustizia ha rimandato tutto all’Europa. Che, alla fine, ci ha dato ragione».

Si delineano anche i passi futuri. «Ora la questione torna davanti al Consiglio di Stato, che deciderà in un senso o nell’altro. Se ci danno le frequenze il danno è quantificato in centinaia di milioni di euro… Avevamo detto 600 milioni ma è passato del tempo, quindi ora bisogna ricalcolare tutto. Invece se dovesse dare ragione a Mediaset, che dice che esiste solo la possibilità di un risarcimento, allora la richiesta è quantificabile in miliardi di euro».

Ora però anche il mondo politico chiede con forza di restituire le frequenze a Europa 7. Lo dicono Ferrero, Cuillo, Giulietti e Tana de Zulueta. «Finalmente si può portare un po’ di legalità», ha detto il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero. «Adesso bisogna consentire a Di Stefano e ad Europa7 di trasmettere», ha detto il deputato del Pd Giuseppe Giulietti. «Sarebbe davvero grave se qualcuno stesse già pensando ad una nuova legge porcata, bisognerebbe piuttosto accettare -prosegue il deputato- i rilievi della Corte di Strasburgo per superare il duopolio. C’è per caso nel centro destra qualcuno che voglia fare qualche passo in questa direzione? La legge Gentiloni cercava di rimediare in qualche modo a questa situazione, ma devo con dispiacere constatare che fin dall’inizio nel centro sinistra hanno lavorato dei basisti che ne hanno impedito l’approvazione». «Dopo più di 8 anni la Corte di giustizia europea indica a parole chiare la strada per uscire dall’anomalia italiana – dice Roberto Cuillo, del Partito Democratico -. Europa 7 aveva e mantiene il diritto a trasmettere e questo diritto le deve essere restituito». «La sentenza della Corte europea di giustizia ha certificato inequivocabilmente che la legge Gasparri viola il diritto comunitario e che ai danni di Europa 7 vi è stata una espropriazione di diritti acquisiti». Lo dichiara, in una nota, Tana de Zulueta, presidente del Comitato per un’AltraTv.


Un percorso lungo 8 anni

La sentenza fa riferimento ad una causa intentata da Centro Europa 7, società attiva nel settore delle trasmissioni radiotelevisive che nel 1999 aveva ottenuto dalle competenti autorità italiane un’autorizzazione a trasmettere a livello nazionale in tecnica analogica, ma non è mai stata in grado di trasmettere, in mancanza di assegnazione di radiofrequenze. Una domanda della Centro Europa 7 diretta all’accertamento del suo diritto ad ottenere l’assegnazione di frequenze, nonché il risarcimento del danno subito, è stata respinta dal giudice amministrativo.

Il Consiglio di Stato, dinanzi al quale la causa pende attualmente, ha quindi interrogato la Corte di giustizia delle Comunità europee sull’interpretazione delle disposizioni di diritto comunitario relative ai criteri di assegnazione di radiofrequenze al fine di operare sul mercato delle trasmissioni radiotelevisive. Il giudice del rinvio ha sottolineato che in Italia il piano nazionale di assegnazione delle frequenze non è mai stato attuato per ragioni essenzialmente normative, che hanno consentito agli occupanti di fatto delle frequenze di continuare le loro trasmissioni, nonostante i diritti dei nuovi titolari di concessioni. Le leggi succedutesi, che hanno perpetuato un regime transitorio, hanno avuto l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale.

Nella sentenza pronunciata oggi, la Corte rileva che l’applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa nazionale a favore delle reti esistenti «ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze». Questo effetto restrittivo è stato consolidato «dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi». Per i giudici della Corte, «tali regimi hanno avuto l’effetto di cristallizzare le strutture del mercato nazionale e di proteggere la posizione degli operatori nazionali.

Il limite al numero degli operatori sul territorio nazionale potrebbe essere giustificato da obiettivi d’interesse generale, ma – contestano i giudici – esso dovrebbe essere organizzato sulla base di «criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati», così come stabilisce il nuovo quadro normativo comune per i servizi di comunicazione elettronica. Di conseguenza, la Corte conclude che l’assegnazione in esclusiva e senza limiti di tempo delle frequenze ad un numero limitato di operatori esistenti, senza tener conto dei criteri citati, è contraria ai principi del Trattato sulla libera prestazione dei servizi.

Pubblicato il: 31.01.08
Modificato il: 31.01.08 alle ore 18.41

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=72539