Archive | luglio 2012

Uscire dall’Europa si può! Ecco come…

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Uscire dall’Europa si può! Ecco come…

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DI PAOLO BECCHI
byoblu.com

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Uscire dall’Europa è impossibile? È forse uno “slogan falsità”, come cantava Lucio Battisti? Poiché, sul punto, vi è una certa confusione, forse è bene riassumere brevemente le procedure di “exit” definite dal Trattato di Lisbona.

Il diritto di “recedere” dagli obblighi assunti nel corso del processo di integrazione europea è sempre stato considerato, almeno implicitamente, compatibile con la natura volontaria dell’adesione, da parte degli Stati membri, alla Comunità.

Ciò che garantisce la “tenuta” del sistema europeo, del resto, sono decisioni di natura politica, prima ancora che giuridica: nulla può impedire che, con un atto di forza, uno Stato, rivendicando la propria piena sovranità, decida di “stracciare” un trattato.

Vorrei però concentrarmi soltanto sui profili “giuridici” relativi all’ “uscita” dall’Unione.

L’art. 50 del Trattato di Lisbona ha introdotto una particolare procedura “liberatoria”. Al primo paragrafo viene riconosciuto che «ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione». Lo Stato, tuttavia, ha l’onere di notificare tale intenzione al Consiglio Europeo. Alla luce degli orientamenti formulati da quest’ultimo, «l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione». L’accordo è, infine, concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, «che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo».

Secondo l’art. 50, pertanto, uno Stato che intenda uscire dall’Unione dovrebbe negoziare un accordo con quest’ultima attraverso una procedura che, per giungere ad un esito positivo, richiede non soltanto il consenso del Consiglio Europeo, ma anche l’approvazione del Parlamento Europeo. Vale la pena, però, notare che il paragrafo 3 prevede che «I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine».

Il recesso non richiede, pertanto, la conclusione dell’accordo previsto dai primi due paragrafi dell’art. 50: nel caso di fallimento dei negoziati, infatti, i trattati cessano comunque di avere efficacia per lo Stato membro che intenda “uscire” dall’Europa, con il solo limite temporale di due anni dalla notifica dell’intenzione di recedere.

L’accordo bilaterale, pertanto, non esclude la possibilità di un recesso unilaterale, ma, al contrario, la presuppone. Si tende, solitamente, a leggere soltanto la prima parte dell’articolo 50 quando, in realtà, i negoziati non sono che il tentativo di evitare un’uscita unilaterale a cui l’Unione riconosce comunque di non potersi opporre, se non ritardandola per un biennio.

Dalla fossa dei leoni, uscire dunque si può.

Paolo Becchi (Professore ordinario di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova.)
Fonte: http://www.byoblu.com
Link: http://www.byoblu.com/post/2012/07/28/Uscire-dallEuropa-si-puo!-Ecco-come.aspx
28.07.2012

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fonte comedonchisciotte.org

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Caldo record e mezza Italia brucia Fino a Ferragosto l’afa non darà tregua

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Caldo record e mezza Italia brucia
Fino a Ferragosto l’afa non darà tregua

Ventidue incendi e gran lavoro per canadair ed elicotteri subissati da chiamate. Preoccupati gli agricoltori

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ROMA – Il Po in allarme-secca, con il livello idrometrico del grande fiume sceso di 8,5 metri sotto quello medio. E il Mezzogiorno soffocato dall’anticiclone proveniente dal Nord Africa, con Puglia e Molise che registrano temperature superiori anche di 4 gradi rispetto alle medie, secondo quanto segnala il meteorologo del sito ‘3bmeteo.com Francesco Nucera che sottolinea come «non faceva così caldo dal 1998 al Sud Italia, che è sotto il Drago africano». Il caldo dovrebbe durare per 4-6 giorni per poi essere spezzato da rinfrescanti temporali, afferma Nucera, prefigurando una tregua che non si registra invece nella emergenza incendi.

Sono 22 gli incendi su cui sono intervenuti oggi, a supporto delle squadre di terra, gli elicotteri e i Canadair della flotta dello Stato. Il maggior numero di richieste, sottolinea il Dipartimento della Protezione Civile, Š arrivato dal Lazio e dalla Sardegna, con 5 richieste ciascuna, seguite dalla Sicilia (4), dalla Puglia (3), dalla Basilicata (1) e da Calabria, Piemonte e Campania (1). Caldo, incendi e siccità aprono dunque un agosto che dovrebbe registrare alte temperature fino a Ferragosto. Mentre i viticoltori temono una vendemmia in calo, segnala Fedagri, se nelle prossime due settimane non arriverà la pioggia, molti i cittadini evacuati, a Roma come a Selinunte, per gli incendi.

Da ieri la capitale brucia e vede andare in fumo le preziose aree verdi dapprima di Monte Mario, sopra lo Stadio Olimpico. In Sardegna, è rimasto chiuso per circa tre ore l’aeroporto di Olbia a causa del vasto incendio che ha lambito la pista e del fumo. E in seguito all’incendio di San Vittore una decina di case e circa 50 persone sono state evacuate. Critica anche la situazione in località Isticadeddu, con le fiamme che hanno lambito scuole (fortunatamente vuote in estate) e diverse case.

In Sicilia, a Selinunte, panico nel primo pomeriggio tra i clienti di un albergo, il Paradise beach, e tra i bagnanti presenti sul vicino arenile, alla foce del fiume Belice, nella frazione a 12 chilometri da Castelvetrano, a causa di un vasto incendio che ha minacciato la struttura ricettiva. Mentre in Basilicata, un incendio divampato stamani ha già distrutto oltre 50 ettari di bosco in contrada «Carleo» di Montalbano Jonico (Matera), dove la temperatura è oltre i 40 gradi. Fa invece la conta degli «ingenti» danni degli ultimi roghi il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti che ha partecipato ad un sopralluogo effettuato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini nel territorio del Parco del Pollino. Al 15 luglio, precisa il Corpo forestale, sono stati 3900 gli incendi che hanno colpito l’Italia nel 2012; 19 mila gli ettari di superficie percorsa dal fuoco. Per contrastare i roghi Legambiente ribadisce l’importanza di una maggiore prevenzione e tutela del territorio, un incremento delle risorse, e la realizzazione di campagne informative e di sensibilizzazione. Ma mentre l’Italia conta nel pronto intervento di vigili del fuoco, forestali, vigili urbani, Protezione civile, Canadair, elicotteri, ed autobotti, il prefetto Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, gela tante aspettative, sottolineando come coi tagli nel 2013 la flotta aerea di Stato «potrebbe anche non partire»: «occorre fare delle scelte, stabilire delle priorità. E la lotta agli incendi lo è» ha detto Gabrielli.

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fonte ilmessaggero.it

COLLASSO SIMULTANEO DELLE RETI – Blackout in India, in 600 milioni al buio / VIDEO: India blackout: 20 states, 60 cr people affected

India blackout: 20 states, 60 cr people affected

Pubblicato in data 31/lug/2012 da

Three electricity grids connecting more than 20 states and the national capital collapsed on Tuesday, triggering a major power crisis across the country. The power crisis was the second in two days.
http://ibnlive.com/livetv

Blackout in India, in 600 milioni al buio

Disastro senza precedenti causato da un collasso simultaneo delle reti di 20 Stati. È il secondo della settimana

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Metà del paese è rimasto  senza luce (Ap)Metà del paese è rimasto senza luce (Ap)
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Un blackout elettrico «senza precedenti» ha lasciato al buio oltre la metà della popolazione dell’India, pari a 1,2 miliardi di persone, a causa del quasi simultaneo collasso delle reti di approvvigionamento in 20 Stati del nord, dell’est e del nord-est del Paese. Quello di martedì non è il primo: anche lunedì un altro blackout aveva lasciato senza elettricità 300 milioni di persone nel nord del Paese.

TRENI FERMI – Ed è caos. L’ultimo guasto ha bloccato per sei ore circa 200 minatori nelle miniere di carbone del Bengala, ha paralizzato la metropolitana di Nuova Delhi e ha fermato 400 treni. Il ministro dell’Energia, Sushilkumar Shinde, ha precisato che il mega blackout ed è stato causato dal fatto che gli «Stati hanno superato le loro capacità di approvvigionamento autorizzato sulla loro rete», producendo un effetto domino dalla frontiera pachistana ai confini del nord-est verso la Cina. Anche Nuova Delhi, Calcutta e Lucknow sono state colpite dal «grande buio».

1,2 MILIARDI DI PERSONE AL BUIO – Ci sono volute cinque ore per ripristinare la corrente nel nord-est dell’India, mentre alle 18 locali quelle che servono l’est e il nord del paese operavano rispettivamente al 35 e 45 per cento della loro capacità, stando a quanto precisato dal ministro dell’Energia, diventato in giornata ministro degli Interni. Naresh Kumar, portavoce della rete elettrica nazionale, Powergrid Corporation of India, aveva promesso un ritorno alla normalità alle 19 locali. «Il nostro messaggio al popolo è: siete in buone mani, operiamo nel settore da anni», ha detto in conferenza stampa, scusandosi per i disagi. Da parte sua, anche il ministro dell’Energia del governo del Bengala Occidentale, Manish Gupta, ha ammesso che si è trattato della «più grave crisi energetica nella regione».

PAESE EMERGENTE – In India, Paese emergente in cerca di nuove fonti di energia per alimentare la sua crescita, cali di correnti sono molto comuni, ma di breve durata. Nuova Delhi, fortemente dipendente dal carbone, punta ad aumentare la quota di nucleare nella produzione di energia elettrica, portandola dall’attuale 3% al 25% entro il 2050.

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fonte corriere.it

LE PERSONE E LA DIGNITA’ – Lapidazioni,divieto di musica e torture. Un inferno che si chiama Mali

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Lapidazioni,divieto di musica e torture. Un inferno che si chiama Mali

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Conflitti|

Lapidazioni, divieto di ascoltare musica eccetto quella religiosa, rigide regole per il comportamento di uomini e donne che non possono sedere uno accanto all’altro sugli autobus all’altro o camminare insieme se non sono sposati.

E’ questa l’orribile situazione in cui versa il Mali del Nord, dopo la rivolta armata che ha portato al potere gli indipendentisti tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) e le milizie islamiste di Ansar Eddin, di al-Qaeda nel Maghreb Islamico e del Movimento per l’unione e il jihad nell’Africa occidentale.

Ieri è stata uccisa a colpi di pietre una coppia la cui unica colpa era di vivere insieme senza aver contratto matrimonio.  Si è trattato della prima lapidazione dopo l’entrata in vigore della sharia nei territori “liberati”.

“I combattenti che controllano la zona – spiega Paule Rigaud, vice direttrice di Amnesty International per l’Africa – hanno instaurato un clima di paura e compiono innumerevoli violazioni dei diritti umani. Chi non è vestito nel modo giusto viene fermato e punito”.

Ma anche nel resto del Paese la situazione non è rosea. Oggi Amnesty International ha diffuso un rapporto sul Mali dopo aver compiuto una missione di dieci giorni nella capitale Bamako, sotto il controllo della giunta che ha preso il potere il 21 marzo. Sono state documentate decine di sparizioni, uccisioni extragiudiziali e torture commesse dalla giunta militare nei confronti di soldati e poliziotti fedeli all’ex presidente Touré e coinvolti in un tentativo di contro-colpo di Stato il 30 aprile.

“Le autorita’ del Mali hanno il dovere di indagare su tutti i casi che abbiamo documentato. I responsabili delle brutali vendette contro i promotori del tentato contro-colpo di stato devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni” ha dichiarato Gaetan Mootoo, ricercatore sull’Africa occidentale di Amnesty International.

I soldati arrestati all’indomani del tentato contro-colpo di stato del 30 aprile sono stati detenuti nella base militare di Kati in condizioni disumane e degradanti: 80 persone stipate in una cella di cinque metri quadrati, in mutande, costretti a fare i bisogni in buste di plastica e privati del cibo durante i primi giorni di prigionia.

Un ex detenuto ha denunciato i metodi di tortura usati per estorcere le confessioni: “Ci hanno detto di ammettere che volevamo fare il colpo di stato. Ci hanno fatti sdraiare, faccia in giu’, con le mani dietro la schiena legate ai piedi. Uno di loro ci ha infilato uno straccio in bocca spingendolo giu’ con un bastone. Non riuscivamo neanche a urlare. Ci hanno spento le sigarette addosso, uno di loro me l’ha spenta dentro un orecchio”. .

Un agente di polizia, che faceva parte del gruppo dei detenuti, ha descritto gli abusi sessuali: “Eravamo in quattro. Ci hanno ordinato di spogliarci completamente e di sodomizzarci gli uni con gli altri, altrimenti ci avrebbero ucciso. Mentre eravamo costretti a compiere quegli atti, le guardie ci urlavano di farlo più velocemente”.

Amnesty International ha raccolto i nomi di 21 detenuti scomparsi nella notte tra il 2 e il 3 maggio. Uno dei loro compagni di prigionia ha raccontato: “Alle 2 del mattino, hanno aperto la cella. Le guardie hanno iniziato a leggere una lista di nomi. A mano a mano, le persone chiamate uscivano fuori. Non abbiamo saputo piu’ nulla di loro”.

Il Mali ha ratificato la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata nel 2009. Ma già lo scorso maggio avevamo denunciato in questo post   come negli ultimi mesi nel Paese stesse avvenendo la peggiore crisi dei diritti umani dall’anno di indipendenza,  il 1960. La mancanza di cibo, la rivolta armata nel Nord e il colpo di Stato militare stanno uccidendo il Paese.

Cinque mesi maledetti, tra penuria alimentare, rivolta armata e colpo di stato militare, stanno producendo la peggiore crisi dei diritti umani in Mali dall’anno dell’indipendenza, il 1960.

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fonte lepersoneeladignita.corriere.it

LA CRISI E IL ‘FLOP’ – Il governo e gli incentivi per i giovani: assunti 11 mila under 35, ma i disoccupati sono 836 mila


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Il governo e gli incentivi per i giovani: assunti
11 mila under 35, ma i disoccupati sono 836 mila

Il decreto Salva-Italia e gli sgravi Irap per i lavoratori under 35: poco più di 3 mila aziende hanno richiesto il beneficio

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Ricordate il decreto Salva-Italia? Tra i numerosi interventi di stimolo all’economia, il governo Monti ha introdotto, nel dicembre 2011, aiuti fiscali alle imprese che avrebbero assunto giovani under 35. Si trattava di un intervento che prevedeva la deducibilità integrale delle imposte dirette dell’Irap, relativa alla quota imponibile per le spese per il personale. In pratica si cercava di dare una spinta all’occupazione giovanile riducendo in modo consistente, e diretto, sia le tasse che il costo del lavoro per chi assumeva gli under 35. A sette mesi dal decreto Salva-Italia, secondo i dati forniti dal ministero del Lavoro, solo 3.085 aziende hanno richiesto (e ottenuto) il beneficio per un numero totale di assunzioni pari a 11 mila 442. Una goccia nell’oceano se si pensa che i disoccupati dai 25 ai 34 anni, secondo l’Istat, nel primo trimestre 2012 si sono attestati a 836 mila unità.

I BENEFICIMa che cosa è cambiato dopo la manovra, per le imprese che vogliono assumere i giovani? Prima del Salva-Italia le deduzioni erano fissate a 4600 euro (che diventavano 9200 nel caso di lavoratori impiegati nelle regioni del Mezzogiorno). Con il decreto, invece, gli importi sono stati aumentati a 10.600 euro (15.200 euro per i lavoratori del Mezzogiorno). Una deducibilità che riguarda solo i lavoratori di età inferiore a 35 anni assunti a tempo indeterminato. «Questi sgravi non sono sufficienti – commenta Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro all’Università Bocconi – e questi dati lo dimostrano. Per sbloccare l’occupazione giovanile ci vuole una manovra decisiva, uno sgravio del costo del lavoro del 22% per arrivare a un’aliquota secca per tutti del 10%. Dal 2008 al 2011 – aggiunge il professore – sono spariti dalla dichiarazione dei redditi 200 mila giovani. È necessario un intervento choc per invertire la rotta e rendere veramente vantaggiosa l’assunzione dei giovani. Qualsiasi altro timido intervento non produrrà risultati. Il rischio, oggi, è che si perda una generazione che non troverà chance occupazionali in tutti questi anni».

Corinna De Cesare
twitter@corinnadecesare

31 luglio 2012 | 17:23

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fonte corriere.it

SICILIA – Lombardo pronto alle dimissioni, scoppia la bagarre dei deputati

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Lombardo pronto alle dimissioni
scoppia la bagarre dei deputati

Il governatore siciliano ha riunito la giunta a Palazzo d’Orleans nominando un nuovo assessore alle Autonomie locali, poi andrà in aula per dimettersi. A Sala d’Ercole proteste per lo stralcio delle norme di spesa che riguardavano i contratti di seimila precari, il trasporto pubblico locale, i collegamenti marittimi e i dissalatori

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PALERMO – Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, ha riunito la giunta a Palazzo d’Orleans, nominando Nicola Vernuccio assessore regionale alle Autonomie locali. A conclusione della riunione, Lombardo si recherà all’Ars per dimettersi. In aula intanto numerosi deputati, appartenenti a diversi gruppi parlamentari, a turno stanno prendendo la parola per dichiararsi contrari alla decisione della conferenza dei capigruppo che ha stabilito di votare in aula un assestamento di bilancio tecnico per coprire il disavanzo di 2,38 milioni, stralciando le norme di spesa che riguardavano i contratti di 6mila precari Asu, il trasporto pubblico locale, i collegamenti marittimi e i dissalatori.

LEGGI / Lombardo, addio tra le nomine

Il deputato Vincenzo Vinciullo (Pdl) ha chiesto alla Presidenza dell’Ars di riconvocare la capigruppo per rivedere la decisione, rinviando le comunicazioni di Lombardo sulle dimissioni. Contro lo stop alle norme di spesa (circa 43 milioni) si sono espressi Pino Apprendi (Pd), Marco Falcone (Pdl), Toni Scilla (Gs), Carmelo Incardona (Gs), Marianna Caronia (Pid), Toto Cordaro (Pid).

LEGGI / I quattro anni di Raffaele tra patti e tradimenti

Il capogruppo del Pd, Antonello Cracolici, ha spiegato la scelta della capigruppo con l’urgenza di approvare l’assestamento secco per coprire il disavanzo emerso col rendiconto 2011, in modo da sbloccare il mutuo autorizzato dal bilancio di previsione. “Bisogna ricordare che la lesgilatura finisce oggi – ha detto Cracolici – ma realisticamente il prossimo governo e il prossimo parlamento, a novembre, saranno nelle condizioni di intervenire: sono stati messi da parte 13 milioni a questo proposito, abbiamo agito con responsabilità”.

Il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, ha invitato i parlamentari “ad abbassare i toni”: “Tutti siamo bravi a dire che vogliamo risolvere i problemi, ma dobbiamo fare i conti con la realtà e non è giusto scaricare su qualcuno la scelta di non avere voluto adottare provvedimenti a favore di questa o quella categoria”.

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fonte palermo.repubblica.it

LA CASSAZIONE – Dire “non hai le palle” è reato “È una frase ingiuriosa”

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Dire “non hai le palle” è reato
“È una frase ingiuriosa”

Una sentenza della Suprema Corte ha condannato un giudice di pace di Brindisi a risarcire un avvocato per averlo apostrofato con la frase incriminata. “Insinua debolezza di carattere e di determinazione, oltre a significare mancanza di virilità”, si legge nella sentenza

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ROMA Se durante un’accesa discussione ci si rivolge al proprio interlocutore apostrofandolo con la frase “non hai le palle” si rischia una condanna per ingiuria e un conseguente risarcimento dei danni alla persona offesa. È questa la sentenza depositata oggi dalla Cassazione che ha per questo annullato, con rinvio al giudice civile, l’assoluzione pronunciata dal tribunale di Potenza nei confronti di un giudice di pace di Brindisi.

L’imputato era stato accusato di ingiuria ai danni di un avvocato, per avergli rivolto la frase incriminata. Inizialmente il giudice di merito del tribunale di Taranto, dove era avvenuta la disputa, considerando il fatto che l’imputato e la parte offesa sono cugini, aveva minimizzato l’accaduto dicendo che si trattava soltanto di una “contesa familiare”. Ma la parte lesa non la pensava allo stesso modo ed è voluta andare fine in fondo. Non si è accontentata del verdetto del tribunale potentino e si è rivolta alla Cassazione che ha accolto il ricorso, annullando la pronuncia del giudice del capoluogo della Basilicata.

La Suprema Corte ha deciso, infatti, che nonostante l’evoluzione del linguaggio verso la “volgarizzazione delle modalità espressive”, chi pronuncia queste parole commette il reato di ingiuria perché mette in dubbio non tanto la virilità dell’avversario quanto la sua determinazione e coerenza, “virtù che a torto o a ragione continuano a essere individuate come connotative del genere maschile”.

“A parte la volgarità dei termini utilizzati – si legge, infatti, nella pronuncia – l’espressione ha una evidente e obiettiva valenza ingiuriosa, atteso che con essa si vuole insinuare non solo e non tanto la mancanza di virilità del destinatario, ma la sua debolezza di carattere, la mancanza di determinazione, di competenza e di coerenza, virtù che, a torto o a ragione, continuano ad essere individuate come connotative del genere maschile”.

Inoltre, il fatto che l’ingiuria è stata pronunciata in un “contesto lavorativo” – l’ufficio giudiziario – “a voce alta” e “udibile anche da terze persone”, mette in luce, secondo i giudici, “il pericolo di lesione della reputazione” della parte offesa, il quale “non poteva essere aprioristicamente escluso sulla base di una pretesa evoluzione del linguaggio e volgarizzazione delle modalità espressive”.

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fonte repubblica.it