Archivio | novembre 2010

«Legami con il clan dei Casalesi»: avviso di chiusura indagini per Nicola Cosentino

«Legami con il clan dei Casalesi»: avviso di chiusura indagini per Nicola Cosentino

Il legale del parlamentare del Pdl: «Finalmente un giudice e un processo. Potremo difenderci, com’è nostro diritto»

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ROMA (30 novembre) – L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato recapitato al parlamentare del Pdl Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica per i suoi presunti rapporti con il clan dei casalesi.

I pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci gli contestano, tra l’altro, di aver ricevuto sostegno elettorale dai casalesi in occasione delle varie elezioni a cui ha partecipato con risultati positivi.

Cosentino è stato consigliere provinciale di Caserta nel 1980, nel 1985 e nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e confermato parlamentare anche in occasione delle tornate elettorali del 2001, 2006 e 2008.

In queste vesti, e in quelle di coordinatore di Forza Italia per la provincia di Caserta, di vice coordinatore e poi di coordinatore regionale di Forza Italia e successivamente del Pdl – secondo l’accusa – avrebbe contribuito «con continuità e stabilità, a rafforzare vertici (capi ed organizzatori) ed attività del gruppo facente capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone/Russo».

«Finalmente avremo un giudice e un processo»: così l’avvocato Stefano Montone, che difende Nicola Cosentino, commenta l’avviso di chiusura indagini, notificato al suo assistito. «Avevamo chiesto più volte un interrogatorio ai pm – ricorda Montone – anche prima dell’emissione dell’ordinanza, ma non ci avevano mai convocato. A questo punto, ritengo che non reitereremo la richiesta, ma interloquiremo direttamente con il giudice. Finalmente avremo accesso alle carte e potremo difenderci, com’è nostro diritto».

Le accuse. Secondo la Procura, le attività illecite del coordinatore campano del Pdl, Nicola Cosentino, avrebbero riguardato anche il settore dei rifiuti. Il parlamentare, è scritto nell’avviso di chiusura indagini, «contribuiva in modo decisivo alla programmazione ed attuazione del progetto finalizzato a realizzare nella regione Campania un ciclo integrato dei rifiuti alternativo e concorrenziale a quello legittimamente gestito dal sistema Fibe – Fisia Italimpianti, così boicottando le società affidatarie, al fine di egemonizzare l’intera gestione del relativo ciclo economico e comunque creare un’illecita autonomia gestionale a livello provinciale, controllando direttamente le discariche, luogo di smaltimento ultimo dei rifiuti, ed attivandosi nel progettare la costruzione e gestione di un termovalorizzatore, strumentalizzando le attività del commissariato di governo per l’emergenza rifiuti all’uopo necessario». Cosentino avrebbe favorito «il perpetuarsi delle dinamiche economico – criminali», ad esempio «condizionando le attività ispettive della commissione di accesso per lo scioglimento del Comune di Mondragone per infiltrazione mafiosa e le procedure prefettizie dirette al rilascio delle certificazioni antimafia, come nel caso della procedura riguardante l’Eco4 spa (l’azienda dei fratelli Orsi attiva nel settore dei rifiuti, ndr) e relative risoluzioni finali, condotte decisive per la tenuta e lo sviluppo del programma».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=128846&sez=HOME_INITALIA

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La fuga di cervelli costa cara all’Italia: “In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi di euro”

LO STUDIO

La fuga di cervelli costa cara all’Italia
“In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi”

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Ogni ricercatore ‘top’ vale in media 148 milioni di euro in brevetti. E i pochi che rimangono in Italia, nonostante le difficoltà, hanno un indice di produttività inferiore solo a britannici e canadesi

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di ROSARIA AMATO

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La fuga di cervelli costa cara all'Italia  "In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi"

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ROMA – La fuga dei ricercatori italiani all’estero ha un costo, un costo molto alto. Ha provato a calcolarlo l’Icom, Istituto per la Competitività, in un’indagine commissionata dalla Fondazione Lilly, che promuove la ricerca medica, e dalla Fondazione Cariplo: negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso quasi 4 miliardi di euro. La cifra corrisponde a quanto ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali “l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero” e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca. Questi brevetti in 20 anni sono arrivati a un valore di 3,9 miliardi di euro, “cifra che può essere paragonata all’ultima manovrina correttiva dei conti pubblici annuncaita dal governo qualche mese fa”, osservano gli autori della ricerca.

Certo, si potrebbe obiettare, questi brevetti sono frutto, oltre che del genio italico, di équipe ben strutturate, ben finanziate, sostenute da università o centri di ricerca di valore. Probabilmente se questi preziosi cervelli, perfino i ‘top 20’ considerati dalla ricerca, fossero rimasti in Italia, non avrebbero brevettato un bel niente. E però se invece in Italia fossero stati adeguatamente sostenuti, il nostro Paese sarebbe stato più ricco. Secondo l’Icom, che ha presentato la ricerca oggi al Senato, in media ogni cervello in fuga può valere fino a 148 milioni di euro (nel caso in cui arrivi ai livelli degli scienziati più produttivi della Top 20 elaborata dall’associazione Via-Academy, costituita da un gruppo di ricercatori italiani che vivono e lavorano all’estero). Un calcolo che nello specifico può essere contestato, ma è indubbio che i tanti brevetti depositati dagli scienziati italiani all’estero si traducano in danaro.

“Guardando alla classifica elaborata da Via-Academy 1 – spiega il coordinatore della ricerca, Stefano da Empoli – si vede come man mano che si arriva in cima alla graduatoria, la Top Italian Scientists, diminuisca il numero dei residenti in Italia e aumenti quello dei residenti all’estero”. Insomma, il cervello quando fugge è più produttivo, probabilmente perché viene messo nelle condizioni migliori.

“La ricerca non è solo in teoria uno dei motori dello sviluppo di ogni sistema Paese, ma è anche in pratica un grande investimento”, afferma il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi. Che non manca di sottolineare come anche la riforma attualmente in via di approvazione, fortemente constestata dagli studenti, non migliori assolutamente nulla dal punto di vista della ricerca:  “Il difetto vero è che mancano le risorse per i ricercatori – spiega – questo non va bene perchè sono la categoria più debole. Si devono trovare le risorse, non si parla di cifre astronomiche ma serve un miliardo di euro, che corrisponderebbe a un viadotto sull’autostrada Bologna-Firenze”.

Per arrivare ai quattro miliardi di perdite calcolate, spiegano gli autori della ricerca, si fa riferimento al database dell’Organizzazione Mondiale per la proprietà Intellettuale, che associa ad ogni scienziato il numero di domande internazionali presentate in base all’anno di pubblicazione. Se il ‘top scientist’ l’autore principale, è italiano, emergono 11 brevetti nel settore chimico, 5 nell’ITC, e 139 nel settore farmaceutico, che comprende anche la medicina.

La Fondazione ha poi calcolato il rendimento del brevetto: per esempio, un famaco anticancerogeno introdotto recentemente nel mercato ha generato un fatturato annuo di poco meno di due miliardi di euro. Il valore medio di 148 milioni viene calcolato sulla base del rendimento medio di un brevetto (che è diverso a seconda del settore: maggiore nel settore chimico, segue quello farmaceutico e infine l’ITC).

Secondo lo studio, il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha abbandonato il Paese. Ma se si considerano i primi 100, ad essersene andato è addirittura la metà.  Quelli che rimangono fanno quello che possono, che è comunque molto, sottolinea Lenzi: “In rapporto alla scarsità di stanziamenti e al fatto che in Italia il numero dei ricercatori sia più basso rispetto agli altri principali Paesi del G7 (da noi sono complessivamente 70.000, in Francia 155.000, in Regno Unito 147.000, in Germania 240.000, negli USA 1.150.00, in Canada 90.000 e in Giappone 640.00), i nostri ricercatori possiedono un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28 %  di pubblicazioni scientifiche. La ricerca scientifica italiana risulta così essere superiore alla media dei principali Paesi europei, nonostante il più basso numero di ricercatori: l’Italia infatti si posiziona al terzo posto (2,28%), dopo l’Inghilterra (3,27%) ed il Canada (2,44%). Dopo di noi ci sono, in ordine, gli Stati Uniti (2,06%), la Francia (1,67%) la Germania (1,62%) e il Giappone (0,41%)”.

Insomma, si fa di necessità virtù. Ma si perde anche tanto: alla presentazione della ricerca oggi a Roma c’era anche Napoleone Ferrara, catanese, via dall’Italia dal 1988. Ferrara ha recentemente ottenuto il prestigioso premio internazionale Lasker Award per i suoi studi, che si sono svolti negli Stati Uniti, su un farmaco che blocca la perdita della vista nei pazienti “con degenerazione maculare senile umida, patologia che in passato conduceva alla cecità totale”. Concetto Vasta, della Fondazione Lilly, lo ha presentato come “il secondo miglior ricercatore italiano in termini di pubblicazioni e di impatto scientifico”, e ha osservato: “Se Ferrara fosse rimasto in Italia, con il frutto delle sue ricerche e dei suoi brevetti avrebbe potuto ricostruire da zero la sua università”.

Ma forse, se fosse rimasto in Italia, i suoi brevetti non avrebbero mai visto la luce. “Negli Usa – ha ammesso Ferrara – c’è un investimento enorme nella ricerca, miliardi di dollari, e da anni il governo americano investe molto nella lotta al cancro o alle altre principali malattie. C’è un’organizzazione che permette e facilita la ricerca, penso che il resto del mondo dovrebbe prendere esempio da questo modello”.

Proprio per promuovere la ricerca, la Fondazione Lilly oggi ha assegnato una borsa di studio di 360.000 euro a una giovane ricercatrice italiana, l’oncologa Tiziana Vavalà: la somma servirà a finanziare le ricerche della studiosa per i prossimi quattro anni.

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30 novembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/scuola/2010/11/30/news/fuga_di_cervelli_in_20_anni_persi_4_miliardi_in_brevetti-9685992/?rss

ELEZIONI – Haiti, vince la rabbia della gente: Al ballottaggio vanno gli outsider

Haiti, vince la rabbia della gente
Al ballottaggio vanno gli outsider

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Il 16 gennaio si sfideranno il cantante Michel Martelly e l’ex first lady Mirlande Manigat. Solo il 12% per Celestin, delfino del presidente Prevàl. Nonostante le irregolarità, il voto è stato dichiarato valido

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di ALBERTO FLORES D’ARCAIS

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Haiti, vince la rabbia della gente Al ballottaggio vanno gli outsider Michel Martelly, vincitore del primo turno di presidenziali

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PORT AU PRINCE  – “Nonostante le irregolarità le elezioni ad Haiti sono valide”. L’annuncio di Colin Granderson, capo della missione congiunta dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) e dei paesi caraibici (Caricom) arriva lunedì notte. Quasi contemporaneamente fonti Onu fanno trapelare i primi dati ufficiosi, il cosiddetto “quick count”.

Vince Michel Martelly, “Sweet Mickey”, il cantante di Kompa, idolo popolare che aveva annunciato di ritirarsi per i troppi brogli a suo danno, che prende il 39 per cento dei voti. Seconda è la “First Lady”, Mirlande Manigat, moglie di Leslie, il primo presidente del dopo-Duvalier, deposto da un “golpe”, a cui va il 31 per cento. Il grande favorito Jude Celestin, delfino del presidente Prevàl, l’uomo che controllava il comitato elettorale ed era già pronto ad autoproclamarsi presidente, ottiene solo un misero 12 per cento. Si andrà dunque al ballottaggio (16 gennaio) tra Martelly e Manigat.

Si tratta di un risultato clamoroso. I pesanti brogli ammessi anche dall’Osa (“dovranno essere presi molto seriamente ed essere oggetto di un’inchiesta”) nulla hanno potuto contro la rabbia e la frustrazione che dai giorni del terremoto cova contro il governo. La gente di Haiti non si è fatta intimorire, le minacce delle gang di Cité Soleil, pronte a scendere in piazza per appoggiare Celestin, sono rimaste lettera morta. Le strade di Port au Prince deserte, solo posti di blocco della polizia a controllare ogni piccolo movimento.

Senza i brogli forse “Sweet Mickey” sarebbe già presidente, ma il candidato “antisistema” puó essere contento lo stesso. Dopo il voto, mentre centinaia di suoi fans percorrevano le strade al grido di “elezioni farsa”, “arrestate Celestin”, Martelly si è mosso come un navigato politico. Ha chiesto di annullare le elezioni, ricevendo subito l’appoggio della Manigat e degli altri principali candidati (eccetto Celestin) e ha iniziato una lunga trattativa con il Minustah, il corpo dell’Onu che ad Haiti è praticamente un governo parallelo e che era chiamato a vigilare sulle elezioni.

Con la delegazione delle Nazioni Unite, preoccupata da un’eventuale ondata di violenza (il giorno delle elezioni c’erano stati quattro morti) e che chiedeva al candidato-cantante “responsabilità”, “Sweet Mickey” proponeva di rendere in qualche modo pubblici, nonostante la legge elettorale lo vieti, i risultati del “quick count”. Solo a quel punto avrebbe chiesto ai suioi fans di restare a casa e non avrebbe firmato la richiesta di annullamento delle elezioni. La mossa ha funzionato. Restava il problema Celestin. Ma con il 12 per cento dei voti, peraltro ottenuti grazie ai brogli, non deve essere stato difficile all’Onu far capire al candidato del governo e al presidente uscente Prevàl che ormai erano fuori gioco.

Restano timori per quando nelle prossime settimane saranno resi noti i risultati ufficiali, ma al momento la vicenda elettorale pare conclusa e a Port au Prince si torna a parlare dell’emergenza umanitaria e del colera (il numero ufficiale dei morti è vicino ai duemila) ed è l’emergenza epidemia a provocare episodi di violenze. Vicino Leogane diversi convogli che andavano a raccogliere i cadaveri sono stati attaccati con lanci di pietre. Un giornalista francese è in ospedale dopo essere stato colpito alla testa. La macchina di due canadesi è stata circondata per tre quarti d’ora da una folla inferocita che urlava “andate via, siete voi bianchi che ci avete portato il colera”.

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30 novembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/30/news/haiti_risultati-9694282/?rss

Ddl Gelmini, colpo di mano del Pdl: Dimezzata la norma anti-parentopoli

Ddl Gelmini, colpo di mano del Pdl
Dimezzata la norma anti-parentopoli

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La Camera approva la riforma. Intanto gli studenti bloccano l’Italia: occupato il Comune di Palermo

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Con 307 voti favorevoli e 252 contrari Montecitorio approva la riforma Gelmini (leggi l’articolo), che ora andrà all’esame del Senato. Ma un contro-emendamento presentato dal Popolo della libertà scatena la polemica: l’Italia dei Valori chiedeva il divieto assoluto di assunzione, in ogni ateneo, dei parenti di docenti. La norma emendata riguarda stringe il vincolo solo ai singoli “dipartimenti”. Secondo i deputati Idv, la regola può essere facilmente aggirata. Intanto contro il ddl universitari e ricercatori sono tornati in piazza e hanno bloccato l’Italia (leggi l’articolo). Tafferugli per le vie del centro della Capitale e scontri con le forze dell’ordine in via del Corso. A Pisa, così come a Milano, occupati i binari della stazione. Anche nel capoluogo lombardo ci sono stati momenti di tensione con la polizia. A Bari i manifestanti hanno occupato il teatro Petruzzelli. Blocchi a Bologna sull’autostrada A14. Sprezzante il commento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: ”Gli studenti veri sono a casa a studiare”. Bossi, a sorpresa, ha invece difeso gli studenti: “In parte hanno ragione” (leggi l’articolo). Questa mattina, il ministro dell’Istruzione è stata accolta in Consiglio dei ministri da un applauso. Poi però, alla prova dei fatti, il governo si è confermato debole ed è andato sotto in due occasioni alla Camera su emendamenti presentati da Futuro e libertà, Api e Pd

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Università, colpo di mano del Pdl e la norma anti-parentopoli esce dimezzata

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Scoppia il caso dell’emendamento contro le “parentopoli” negli atenei. La proposta che l’Italia dei Valori aveva presentato la scorsa settimana, e su cui si erano dichiarati a votare a favore anche finiani e Lega, passa ma con un effetto notevolmente depotenziato rispetto al testo dei dipietristi. Tanto che Di Pietro lo disconosce completamente. Eppure la maggioranza, dopo il controemendamento del Pdl, si è affrettata a dichiarare alle agenzie di stampa che la norma appena passata è durissima contro le raccomandazioni nelle università. Di più, per il presidente del Consiglio Berlusconi sarebbe addirittura un “colpo mortale a parentopoli”, ennesima prova del “governo del fare”. In sostanza, dichiarano dal ministero della Gelmini, non potrà rispondere ai procedimenti per la chiamata all’insegnamento chi è parente “fino al quarto grado compreso” di un professore del dipartimento o della struttura che effettua la chiamata ovvero del rettore, del direttore generale o di un consigliere di amministrazione. E anche Fli ha votato a favore dell’emendamento.

L’Idv va, invece, giù duro: “Ma quale stretta su parentopoli, non scherziamo – dichiara il vicecapogruppo alla Camera, Antonio Borghesi – il governo ha vanificato l’effetto del nostro emendamento con uno stratagemma ‘gattopardesco’: poiché è sufficiente ora con l’emendamento appena passato che il parente già professore si sposti in un altro dipartimento dell’università, rendendo possibile la chiamata del parente nello stesso ateneo. Noi invece – continua il deputato dipietrista – avevamo chiesto la restrizione tout court per i parenti in tutto l’ateneo, senza distizioni”.

A questo punto non resta che sentire proprio un rappresentante di Fli, coloro che si erano detti d’accordo con la proposta dell’Idv, bocche cucite dai rappresentanti della Camera ma il vice capogruppo vicario al Senato di Futuro e Libertà per l’Italia, Giuseppe Valditara, che peraltro è il relatore di maggioranza che ha molto contribuito alla riscrittura della riforma dell’università, a ilfattoquotidiano.it afferma: “Ora non esageriamo, l’Idv chiedeva addirittura che non potessero entrare negli atenei anche i cugini di secondo grado. Mi sembra che si sia raggiunto un compromesso ragionevole. D’altronde – continua – non capisco perché se uno insegna medicina, il figlio non possa entrare come docente in economia nello stesso ateneo”.

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30 novembre 2010

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/30/ddl-gelmini-in-aula-approvato-emendamento-anti-parentopoli/79538/

DAL CARCERE – Libri: “Gli uomini ombra”, di Carmelo Musumeci

Libri: “Gli uomini ombra”, di Carmelo Musumeci

Si intitola “Gli uomini ombra” (Il Segno dei Gabrielli editori, settembre 2010) una raccolta di racconti, tra verità e finzione, che prendono spunto dalla vita reale dei detenuti.

Ovviamente chi lo scrive è un vero detenuto, Carmelo Musumeci, siciliano, 54 anni, che, assieme ad altri circa 1400 condannati all’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio (regolati dall’art. 4 bis della legge n. 354/75 norme dell’Ordinamento Penitenziario ndr), è costretto a vivere da più di vent’anni e ancora per tutta la sua esistenza terrestre dentro le patrie galere del nostro Paese, ristretto in circa 12 metri di cella, di solito occupata oggi da tre persone quando va bene, con un solo water, un lavabo, un tavolo di legno, tre brande di cui due a castello, una sola finestra e senza frigorifero né aria condizionata in estate, mentre in inverno l’acqua è fredda.

È lo stesso Musumeci a dire di essere stato testimone o protagonista, a crudi racconti di rapine finite nel sangue o altri delitti commessi. Suggestivi e fortemente coinvolgenti sono i riferimenti che di tanto in tanto compaiono, per esempio, ai sentimenti di odio verso l’aguzzino comandante delle guardie carcerarie che organizza spedizioni punitive fatte di botte e violenza che ricordano anche nei nomi le violenze dei lager nazisti, oppure quei sentimenti di amore e quella dolcezza verso una donna amata che quasi si trasfigura in un dolce angelo: il racconto “L’ultima rapina”, ad esempio, comincia con una bella e tenera descrizione poetica della donna che dorme accanto a lui (“La guardai con occhi felici/ Lei dormiva/ Le sentivo battere il cuore/ Le baciai gli occhi chiusi/ Avevamo fatto l’amore/ Sorrideva mentre dormiva/ Sembrava un angelo”.

Nel racconto “Gli uomini ombra” che da il titolo al libro il carcere sorge sull’Isola del diavolo “perché – spiega Musumeci – quel posto ricorda l’inferno e lì dentro c’erano i prigionieri più dannati di tutti” ; in quella stessa isola così triste e così priva di speranza ci dice sempre Musumeci viveva da sempre uno strano personaggio: l’Assassino dei sogni che, ci spiega l’autore, “cercava di organizzare la vita delle sue vittime in modo da proibire loro di sognare. Da lassù mangiava l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri”. Una drammatica analogia del versetto dantesco “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

In questa specie di inferno certamente non ci finirà mai Angelo Balducci, considerato il re della cosiddetta “cricca” Anemone-Balducci & Co., quelli per intenderci che facevano affari con il terremoto e con gli appalti delle “carceri d’oro”. Quest’altro uomo è stato messo (poverino!) agli arresti domiciliari dal 12 luglio 2010 nella sua mega villa in Toscana con tanto di piscina, di cui un numero estivo del settimanale L’Espresso lo immortalava in costume da bagno con sovraimpresso il titolo significativo: il detenuto.

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http://www.nuovasocieta.it, 3 settembre 2010

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30 novembre 2010

fonte:  http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2725:libri-gli-uomini-ombra-di-carmelo-musumeci&catid=16:notizie-2010&Itemid=1

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E’ con soddisfazione e  gioia che vi proponiamo “Gli uomini ombra” il nuovo libro, edito da Gabrielli Editori, di Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto che da anni segue con noi il progetto “Oltre le sbarre” e attivo promotore della campagna “Mai dire Mai”, da noi sostenuta.

Vi chiediamo di sostenere l’acquisto e la promozione di questo libro, magari utilizzandolo come regalo per le prossime Feste Natalizie e divulgando questa email alla vostra lista di indirizzi e amici.

Il libro è disponibile e ordinabile in tutte le librerie, ma per un ordine certo Vi consigliamo di acquistare direttamente sul sito www.gabriellieditori.it o  www.ibs.it .

Per chi può è gradita ogni forma di recensione che ci aiuti a far conoscere la situazione delle carceri italiani e dell’ergastolo ostativo.

Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Servizio Carcere

Tel  0742 360764  email: ergastolani@apg23.org

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Per altre informazioni:

PERCORSI SBARRATI Video sull’ergastolo ostativo, prodotto dagli ergastolani:

www.informacarcere.it

Pena di morte, una luce per oscurarla / RIFLESSIONI – Pena di morte: un deterrente o una scusa sanguinaria?

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Pena di morte, una luce per oscurarla

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Oggi, il 30 Novembre si ricorda la prima abolizione della pena di morte in Europa, nel Granducato di Toscana. Era il 1786. Oggi 80 paesi nel mondo s’illuminano contro la pena di morte

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di Giuseppe Fusco* martedì 30 novembre 2010

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No justice without life“. Non c’è giustizia senza la vita.
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Questo è il messaggio dell’iniziativa “Cities for Life” (Città per la vita) promossa dalla Comunità di S. Egidio, ricordando la prima abolizione della pena di morte in Europa. La prima giornata è stata lanciata nel 2002. Nel 2009 erano 81 i paesi coinvolti in tutto il mondo, con l’adesione di più di mille città.
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“Ogni città che aderisce mette a disposizione come logo vivente il monumento principale che diventa parlante per illuminazione diversa, perché oggetto di proiezioni che sottolineano l’impegno e il dialogo con i cittadini per un mondo senza pena di morte”.
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A questo si uniscono altri eventi come marce, spettacoli, conferenze, etc. sia da parte della società civile che a livello ufficiale.
Il 10 Ottobre ricorreva la “Giornata mondiale contro la pena di morte”. Non basta. Ognuno di noi è chiamato a fare di più.
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L’11 Novembre scorso è stata approvata, nella 3’ Commissione dell’Assemblea Generale ONU, la risoluzione che chiede una moratoria universale delle esecuzioni. Con l’auspicio che il testo trovi approvazione anche in Assemblea Generale a dicembre.
Che fare?
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La Comunità di S. Egidio sta promuovendo questa moratoria ONU sulle esecuzioni ed è possibile aderire firmando online, così come sta facendo l’organizzazione Nessuno tocchi Caino. Entrambi tra i più attivi promotori di questo primo passo in vista dell’abolizione della pena di morte ovunque nel mondo. Non dimentichiamo anche il costante impegno di Amnesty International contro la pena di morte.
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Cesare Beccaria viene considerato colui che, con la sua opera “Dei delitti e delle pene” (1764), pone le basi per l’abolizione della pena di morte.
Contrariamente a quanto spesso di crede, non si opponeva totalmente a questa pena. Ma di certo, per l’epoca, le sue idee furono innovative ed ebbero una notevole influenza.
Tra i vari punti della sua opera sono da ricordare:
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  • L’importanza della “Proporzione fra delitti e le pene” e dei “limiti” che devono essere posti a queste. (cap. 6)
  • Se il “Fine delle pene” è quello “d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri da farne uguali”, deve essere tenuto presente quanto “serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo”. (cap. 12)
  • La condanna “Della tortura”. (cap.16)
  • La “Prontezza della pena”. Infatti “quando la pena sarà più pronta e più vicina al delitto al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”. (cap. 19)
  • “Della pena di morte” si dice che non è “un diritto”. Può essere necessaria se il cittadino “anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita”. Ma rimane un “assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”. Inoltre “non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che … ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti”. (cap. 28)

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Il primo Stato Europeo che abolisce completamente la pena di morte è il Granducato di Toscana nel 1786 (de facto a Firenze non si applicava dal 1775).
Il 30 Novembre di quell’anno, Pietro Leopoldo, firmando la riforma della legislazione criminale, la pena di morte è abolita “contro qualunque reo”, come anche la tortura.
C’è un cambiamento culturale a livello legislativo, che assorbe quanto scritto dal Beccaria.
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In questa legge (conosciuta come “Codice Leopoldino”) si riconosce “che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci”. Si nota “con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anco non gravi”. Si considera che “l’oggetto della Pena”, a parte “la soddisfazione al privato, ed al pubblico danno”, dev’essere “la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi”. Quindi il Governo deve tener conto dell’ “efficacia, e della moderazione insieme”, non cercando di creare un “momentaneo terrore”, piuttosto “un esempio continuato”. E per questo viene stabilita la pena sostitutiva dei “lavori pubblici”.
Questa legislazione, purtroppo, durò solo fino al 1790, quando fu ripristinata come reazione alla Rivoluzione Francese. Ma un passo importante era stato fatto.
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Nella Repubblica di San Marino, de facto, la pena di morte sembra non sia praticata dal 1468. Anche se, per l’abolizione definitiva, si dovrà attendere il 1865.
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Nel 1753, la zarina Elisabetta la abolisce in Russia. Altri paesi che furono tra i primi ad abolirla, il Venezuela nel 1863 (primo nel continente Americano), e il Portogallo nel 1867.
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Nel Regno d’Italia fu abolita nel 1889, con il nuovo codice penale unitario (restando nel Codice penale di guerra e usata massicciamente e sommariamente durante la Prima guerra mondiale), http://www.squilibrio.it/media/documenti/abolizio_p_m_i.htm e ripristinata ancora durante il fascismo. Venne poi abolita con la Costituzione repubblicana del 1948, pur restando “nei casi previsti dalle leggi militari di guerra” (art. 27). Con la legge n. 589 del 1994, nel Codice penale militare di guerra la pena di morte è sostituita con “la pena massima prevista dal Codice penale”. E con la Legge Costituzionale n. 1 del 2007 si modifica l’articolo 27. Quindi definitivamente “non è ammessa la pena di morte”.
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L’organizzazione Nessuno tocchi Caino riporta l’attuale situazione della pena di morte nel mondo. Sono 104 i paesi abolizionisti (di cui 8 solo per crimini ordinari); 44 abolizionisti di fatto; 6 paesi che attuano una moratoria delle esecuzioni; mentre sono 43 i paesi che ancora mantengono la pena di morte.
Anche se molte mete sono state raggiunte, c’è ancora tanta strada da fare.
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Come diceva Martin Luther King “ignorare il male equivale a esserne complici”.
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AgoraVox Italia
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Pena di morte: un deterrente o una scusa sanguinaria?

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di Massimo Petrucci

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Scrivere sulla pena di morte non è cosa semplice, in primo luogo perché si tende a ripetere ciò che già altri hanno detto, ed inoltre si corre il rischio di essere banali e prevedibili.

È difficile anche perché include aspetti privati come il dolore, il credo religioso, ma anche aspetti più generali e di principio come i diritti umani.

Allora mi chiedo, facendo appello ai sentimenti ed alle emozioni, se mia figlia venisse stuprata, torturata e poi uccisa, quale sarebbe la mia reazione nei confronti del suo carnefice? Sarei disposto ad accettare una pena di venti o trent’anni, per poi vedere che, grazie a qualche sconto di pena, il mostro sarebbe di nuovo a casa vivendo la sua vita o ciò che ne resta? Come mi sentirei sapendo che quest’uomo si sta preparando un caffè mentre mia faglia è ormai solo ossa e non ha potuto vivere nulla della sua vita?

Allo stesso tempo però mi chiedo e vi chiedo se sia giusto scegliere o giudicare basandoci esclusivamente sui sentimenti e sulle emozioni. Sicuramente no, altrimenti sarebbero giustificate le azioni più deplorevoli solo perché sentiamo che sia giusto. Quindi non possiamo metterci nei panni di chi ha subito il torto per decidere se la pena di morte sia giusta o sbagliata, è chiaro che dobbiamo allontanarci emotivamente per provare a comprendere la direzione da prendere.

Allora possiamo interrogarci su quale sia lo scopo della pena di morte in quanto punizione. Una sanzione ha diversi significati, pedagogicamente parlando essa è inflitta per educare e quindi scoraggiare il ripetersi di un comportamento errato. Se nostro figlio si comporta male, noi lo sgridiamo, gli togliamo la paghetta, gli sequestriamo la Playstation e, a seconda del malfatto, proporzioniamo una pena per fargli comprendere che quel comportamento non è giusto e che quindi ora ne paga le conseguenze con la speranza (ecco il lato pedagogico) che in futuro non ripeta il medesimo errore. In virtù di questo, mi chiedo, la pena di morte può essere annoverata tra i rimedi pedagogici? La risposta che ci viene naturalmente da dare è no, ma in realtà potrebbe anche essere un sì se s’introduce una terza variante: il condannato viene soppresso a nome di un’educazione collettiva, nel senso che ne ammazzo uno per educarne tanti.

C’è da capire, di conseguenza a questa riflessione, se davvero la pena di morte sia un deterrente utile contro quei reati efferati per la quale è prevista. Gli Stati Uniti sono il paese civile che più fa uso di questo dissuasivo e, nonostante il crescente numero di casi d’innocenti condannati a morte, si assiste comunque al crescere della fiducia da parte del popolo statunitense verso la pena di morte come deterrente. Partendo dal presupposto di Van Den Haag, che si basa sul fatto che anche l’uccisione d’innocenti è giustificata dal fatto che la paura per la pena comunque salva altre potenziali vittime, la Corte Suprema Americana si è espressa in questo modo: La pena di morte serve a due principali scopi sociali, la retribuzione e la deterrenza (per i delitti capitali) nei confronti dei possibili criminali [Gregg contro Georgia 1976 (Hodginson 1996c-38)].

Siamo sicuri che sia davvero un deterrente? Negli ultimi venticinque anni sono state eseguite una serie di analisi statistiche molto meticolose, sono stati analizzati i dati sia degli Stati americani che hanno abolito la pena di morte, sia per quelli che l’hanno nuovamente introdotta, oltre naturalmente a quelli dove c’è sempre stata. Si sono perfino analizzati gli andamenti degli omicidi  quando si è data notevole visibilità alle esecuzioni capitali (Gilmore o Spenkelnik), ma in ogni caso non si è riusciti a trovare un dato statistico che giustificasse questo attaccamento al significato deterrente della pena di morte; nemmeno nello Stato del Texas ovvero lo Stato con il maggior numero di esecuzioni capitali all’anno (circa trecento) [Sorensen/Wrinkle 1999].

A questo punto pare di capire che la pena di morte non abbia senso né come significato educativo (poiché chi sbaglia muore) né come deterrente per il resto della popolazione criminale, considerati i risultati delle indagini. C’è inoltre un altro grave aspetto da prendere in considerazione: la fallacità del sistema giudiziario.

Ronald Kitchen : <<Il 7 luglio scorso , un giudice mi ha ridato la libertà dopo 21 anni di carcere in Illinois. Ho passato tredici anni nel braccio della morte per colpa di una soffiata falsa e di una mia confessione firmata dopo 39 ore di tortura da parte della polizia.>>

Curtis McCarty: <<Lo Stato dell’Oklahoma mi ha condannato ingiustamente a morire. Sono rimasto a prigione per 22 anni. nessuno mi ha risarcito o chiesto perdono.>>

Greg Wilhoit: <<Vengo da Sacramento , in California. Sono stato per cinque anni nel braccio della morte. Sono felice di essere qui, oggi.>>

Nei soli Stati Uniti d’America ben 139 persone <guarda l’elenco>, condannate a morte, sono risultate innocenti, eppure questi errori, nell’opinione pubblica americana, sono considerati come un danno collaterale della lotta contro il crimine!

Ecco quindi che se anche fossimo convinti che la pena di morte sia una cosa giusta, non potremmo avere la certezza che il condannato sia davvero colpevole e questo da solo dovrebbe bastare per fermare questa inutile crudeltà. D’altro canto non si analizza un aspetto che dovrebbe essere ovvio; la deterrenza si basa su un concetto semplice: non commetto il reato perché ho paura della conseguenza letale. Ciò presuppone che il colpevole sia perfettamente razionale nel momento in cui commette il reato, quindi non è ottenebrato né dall’alcool né dalla droga, né dall’ira né dalla gelosia; per coloro che invece preparano razionalmente un omicidio, di solito  sono sicuri di commettere il delitto perfetto e di conseguenza non si pongono il problema di essere scoperti e giustiziati.

A questo punto sovviene il fondato sospetto che la pena di morte vista come deterrente non sia altro che una scusa intellettualmente valida per giustificare la propria sete di vendetta e di sangue.

Interessante la riflessione di Cesare Beccaria (1738-1794, filosofo, giurista, economista) che fu tra i primi a giudicare il delitto da un punto di vista laico ovvero come violazione del contratto sociale teso a salvaguardare i diritti degli individui ed a garantire l’ordine. Secondo questo contratto nessun uomo può disporre della vita di un altro, così come lo Stato non può commettere un omicidio per punire un omicida:
<<Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.>> [Dei delitti e delle pene (cap. XXVIII), Cesare Beccaria].

Un data importante, su iniziativa tutta italiana, è stata il 18 Dicembre 2007 quando l’Onu ha approvato una storica risoluzione sulla moratoria universale della pane di morte ovvero una sospensione internazionale delle pene capitali. La moratoria è un’azione meno “aggressiva” sull’autorità degli Stati sovrani poiché non obbliga un cambiamento radicale della costituzione, ma una semplice sospensione dell’applicazione della pena di morte. Il 18 Dicembre 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ratificato 104 voti a favore della moratoria, 54 contrari e 29 astenuti <puoi vedere la lista facendo clic qui>.

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Il tema sulla pena di morte è vasto e di sicuro questo articolo non ha pretese di esaustività, vuole solo chiarire qualche dubbio e soprattutto fornire spunti di riflessione, proprio per questo chiudo con una nota di Lev Tolstoj: <<Trent’anni fa ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina, in presenza di migliaia di spettatori. Sapevo che si trattava di un pericoloso malfattore; conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere; sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che, per quanto grande possa essere il numero delle persone riunite per commettere un assassinio e qualsiasi nome esse si diano, l’assassinio è il peccato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato.>>

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Di seguito un elenco parziale di libri che trattano della pena di morte:

Fonti consultate:

  • Wikipedia Italia
  • La pena di morte è un deterrente?, Claudio Giusti

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Si ringrazia per l’editing Maryan Mazzella

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29 novembre 2010

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fonte http://www.lettermagazine.it/?p=10932

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Si salvi (il clima) chi può

A Cancun il vertice dell’Onu sul riscaldamento globale

Si salvi (il clima) chi può

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Almeno 200 Paesi partecipano a Cancun, in Messico, al summit indetto dalle Nazioni Unite per tentare di portare avanti i colloqui in vista di una diminuzione del riscaldamento globale. Ma tra i protagonisti non c’è troppo ottimismo. L’agenzia Ue: a rischio vino e olio italiani

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Cancun, 30-11-2010

Almeno 200 Paesi partecipano a Cancun, in Messico, al summit indetto dalle Nazioni Unite per tentare di portare avanti i colloqui in vista di una diminuzione del riscaldamento globale.

L’incontro arriva a meno di un anno dal vertice di Copenaghen, conclusosi con una semplice dichiarazione d’intenti e la promessa di destinare 100 miliardi di dollari l’anno ai Paesi poveri per aiutarli a riconvertire le vecchie fonti energetiche.

Le speranze di un accordo impegnativo sono davvero poche; si pensa, nella migliore delle ipotesi, di trovare un’intesa su un pacchetto “equilibrato” di misure.

 

La situazione nel Mediterraneo
Jacqueline McGlade, direttore dell’ Agenzia europea dell’Ambiente, in occasione del lancio, a Bruxelles, della relazione dell’agenzia per il 2010, manda all’Europa un messaggio chiaro: le risorse non sono infinite ed e’ necessario che siano tutte, dalla biodiversita’ al suolo, ai fiumi, ai mari e all’aria, prese in considerazione nelle decisioni relative alla produzione, al consumo e al commercio globale.

Rialzo delle temperature
A soffrire dell’innalzamento delle temperature sara’ soprattutto l’area del Mediterraneo: nel 2080, si prevede un rialzo di 7 gradi d’estate rispetto alla norma, mentre le giornate oltre i 40 gradi raddoppieranno. Ma l’Europa se la dovra’ vedere anche con le alluvioni. Attualmente ogni anno sono circa 200mila le persone colpite, ma per il 2080 la stima oscilla fra le 250mila e le 450mila persone.

“Il rapporto ha un tempismo perfetto, – ha commentato il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek – perche’ e’ in concomitanza con la conferenza Onu sul clima, a Cancun. Questo lavoro evidenzia per l’Europa l’opportunita’ di una transizione ad un’economia verde, non solo per la gestione delle risorse, ma per diventare piu’ competitivi a livello globale”.

 

Colture a rischio
A subire un impatto sono anche le colture bandiera. “Olivi, vini, lavanda – precisa McGalde – sono colture con un una pressione crescente e dovremmo anche considerare che alcune produzioni doc non potranno piu’ crescere localmente. Poi c’e’ il fenomeno della tropicalizzazione del Mar Mediterraneo, dove specie di pesci che arrivano dal Mar rosso prenderanno il posto di quelli pescati da secoli.

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fonte:  http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=147901

MEDIASET – B. e i soldi di Crespi

B. e i soldi di Crespi

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B. e i soldi di Crespi

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Avete presente il sondaggista che si inventò il Contratto con gli Italiani? Al processo di Milano sta uscendo la verità sui rapporti tra lui e il Cavaliere: giri di denaro, conti alla Arner, ricatti e strani pacchetti dalla Svizzera

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di Paolo Biondani

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Soldi in nero dalla Svizzera per le tv di Berlusconi? “Ma no… Erano candele. Sembra strano, signor presidente del tribunale, ma ogni tanto io chiamo la banca Arner e mi faccio preparare dei pacchetti che contengono due candele profumate, acquistate dalla segretaria del presidente sotto la loro sede a Lugano. Lei sorride, dottoressa della procura, ma è così: al telefono parlavamo solo di candele”. Dopo anni di sospetti, Alfredo Messina, storico manager berlusconiano nel frattempo diventato parlamentare, illumina finalmente con la sua verità uno dei capitoli più oscuri dell’inchiesta Mediaset-Hdc. Un interrogatorio inedito, che ottiene un risultato sicuro: far ridere in aula i magistrati di Milano. E riaccendere un fuoco sul conflitto d’interessi: il Cavaliere continua a dirigere le sue aziende private anche mentre è a capo del governo?

Sono le 10.30 del 28 ottobre quando Messina comincia a deporre sul crack del gruppo Hdc di Luigi Crespi, l’ex Re Mida dei sondaggi, editoria on line e propaganda elettorale (sua l’idea del “contratto con gli italiani” del 2001), sfortunatamente fallito con oltre 35 milioni di euro di debiti. Messina ai giudici si presenta così: “Consulente Fininvest, vicepresidente di Mediolanum, consigliere di alcune società Mediaset come Telecinco… E senatore”. Essendo coimputato, potrebbe non rispondere. Invece parla. Vuole (o deve) smentire la ricostruzione dell’accusa su due mesi d’intercettazioni del 2004: le sue telefonate hanno convinto la Guardia di finanza che la fallita società di Crespi fu usata per saldare debiti “di Mediaset”, o addirittura “di Forza Italia”, con due tv locali. Mezzo milione di euro in tutto, per Berlusconi poca roba, ma pericolosa: “Io ho i documenti, se vado a “L’espresso” li distruggo: qui c’è in ballo la legge Mammì”, spiegava Crespi al suo tesoriere. Di qui la richiesta di riavere quei soldi tramite Messina, che Crespi aggancia chiedendo a Deborah Bergamini, ex segretaria di Berlusconi nominata dirigente della Rai (e ora pure lei parlamentare), di far intervenire “il nostro, il dottore”.

In tribunale, mentre il pm Laura Pedio gli ricorda la sua paura di essere intercettato, Messina conferma, nervoso, che “Crespi era in condizioni disperate: si aspettava che Mediaset rimborsasse il suo credito”. Ma chi è “il dottore” che aveva “concordato” una “prima modalità” per pagarlo? Aiutino del pm: è chiamato anche “il presidente” e “partecipava all’Ecofin”. “Il dottore è Berlusconi”, risponde a quel punto Messina, “ma dicendo “concordato” ho sbagliato parola: l’ho solo “informato””. Come? “Il presidente del Consiglio mi aveva chiesto di assistere agli sfoghi di Crespi. Ero una specie di orecchio di Berlusconi. Ascoltavo e lo aggiornavo”. Ma perché il capo del governo si occupava di Hdc? Mediaset aveva interessi? Messina: “Aveva crediti da recuperare”.

Tra i due gruppi, secondo la Finanza, erano girati 50 milioni di euro. Qui va ricordato che la legge italiana sul confltto d’interessi prevede un solo divieto: Berlusconi può restare “mero proprietario” del suo impero, ma non dovrebbe gestire affari privati mentre è premier pubblico. Infatti nel 2006 si lamentava: “Da dodici anni non posso fare neanche una telefonata alle mie aziende”. Di qui lo slalom di Messina in aula: “Berlusconi era informato, ma non coinvolto nel recupero crediti”.

Ma è vero che Crespi, mentre chiedeva soldi a Mediaset, faceva pesare “con tono ricattatorio” che i pm lo volevano interrogare? “Aveva odio e contava di andare in procura a fare “il piattino”, annuisce Messina. E perché pagarlo a Lugano? “Lo chiedeva il suo avvocato, Antonello Martinez, perché Crespi non aveva neanche i soldi per la clinica svizzera”. Obiezione del pm: Crespi e Martinez dicono che è a voi che “piace tanto pagare all’estero, alla vecchia cara maniera socialista”. Messina s’inalbera: “In Svizzera, ma non in nero”. E perché alla Arner? “Abbiamo un fondo d’investimento. E io sono amico di Paolo Del Bue, che è presidente e principale azionista della banca”. Martinez, per inciso, all’epoca era consulente del ministro leghista Roberto Castelli: ora su Crespi non vuole testimoniare, “segreto professionale”. Del Bue invece era già indagato a Milano nel processo Mills, dove è accusato di aver gestito i fondi neri personali di Berlusconi.

Da un’intercettazione all’altra, si arriva così al 14 luglio 2004, cioè alla vigilia della “pericolosa” convocazione di Crespi dai pm di Hdc. Alle 18.01 Messina chiama Del Bue: “Ciao Paolo… Noi ci vediamo domattina… Nadia può prepararmi una di quelle cose?”. Del Bue: “Va bene”. Messina: “Perfetto”. Per la Guardia di finanza, è il “nero” che Crespi era pronto a ricevere “cash”. E la brevità della telefonata conferma che tra manager e banchiere c’è “una prassi ricorrente”. Mentre i magistrati preparano d’urgenza una rogatoria, alle 19 Messina parte da Roma, “sull’auto della polizia con l’avvocato Ghedini”, confermando a Cesare Previti che sta prendendo “l’aereo aziendale” per andare a Lugano col suo difensore, Giorgio Perroni. Ma alle 19.11 cambia tutto: “Il sottosegretario Valentini ci chiede di tornare da Berlusconi”, ricorda Messina. Pm: vi dice di non andare in Svizzera perché pericoloso? “No”, giura Messina: “Il presidente voleva solo un documento sulle sue fideiussioni a Forza Italia: centinaia di milioni. Nulla di riservato, però”. Quindi il pagamento alla Arner non è saltato per una fuga di notizie? “Nooo. L’ho annullato io più tardi, solo perché ero stanco”.

Gran finale. Crespi ottiene da Mediaset un regolare contratto in Italia: mezzo milione. Somma che, nota il pm, “è uguale al credito che stava per incassare in Svizzera”. “Casualmente”, minimizza Messina: “Coincide casualmente con quello che lui chiedeva, ma il contratto con Mediaset è successivo e diverso”; un modo “legale” per “aiutare il povero Crespi”. E perché Messina, fino alla sera del 14, chiedeva a Del Bue “un libretto”? Qui il manager-senatore smentisce pure la trascrizione giudiziaria: “C’è un errore, ho detto pacchetto, non libretto. Volevo il solito pacchetto di candele profumate”.

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Grafico
Dal Canton Ticino a Dubai, i conti del premier

Inchiesta
Tutti i tentacoli dell’impero immobiliare

Dall’archivio 1
I misteri della banca più amata da Berlusconi

Dall’archivio 2
Un giro milionario di denaro da occultare

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30 novembre 2010

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/b-e-i-soldi-di-crespi/2139191

STATO DI DECOMPOSIZIONE – Oltre Wikileaks, da Bondi fino a Brancher: Tutti gli scandali del governo Berlusconi

Oltre Wikileaks, da Bondi fino a Brancher
Tutti gli scandali del governo Berlusconi

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In Italia non c’è bisogno di nuove rivelazioni internazionali. Qui tutti gli scandali, quelli vecchi e quelli nuovi, sono alla luce del sole

Le rivelazioni di Wikileaks sono l’ultimo graffio su una macchina che sembra pronta alla rottamazione. I problemi di Silvio Berlusconi non si limitano ai rapporti con gli americani che lo considerano un “inaffidabile e vanitoso” amico di Putin. Accanto al timore per il contenuto dei nuovi cablogrammi Usa che sarà reso noto nei prossimi giorni, il premier deve fare i conti con la quotidianità degli ultimi mesi: i rifiuti di Napoli, la ricostruzione mancata dell’Aquila, l’Unione europea che proprio oggi ha richiesto una nuova manovra finanziaria se l’Italia non ridurrà al 3% il rapporto deficit/Pil entro il 2012 (ora la previsione è del 3,5%). Insomma, c’è poco da stare allegri. Anche perché, il 14 diccembre è alle porte. Quel giorno Berlusconi si troverà sotto un fuoco incrociato. Da una parte la Corte costituzionale che si esprimerà sulla legittimità del lodo Alfano, dall’altra la fiducia all’esecutivo a Camera e Senato. Ma non è tutto. Nelle ultime settimane, il Cavaliere si è dovuto pure adoperare per convincere il ministro Mara Carfagna a non dimettersi e a non lasciare il Pdl. Ha fronteggiato il caso Ruby, la giovane marocchina “salvata” con una telefonata alla questura quando lei era minorenne e ha dribblato le ultime rivelazioni di Nadia Macrì. Ovvio quindi che il presidente del Consiglio sia in affanno. Anche perché il suo esecutivo non sta meglio. I ministri o gli ex ministri nella bufera sono tanti. Il caso Bondi, che ha sistemato figlio ed ex marito della compagna e poi aiutato (creando persino un premio cinematografico ad hoc) l’attrice ballerina bulgare Michelle Bonev, è solo l’ultimo di una lunga serie. Dopo Scajola, a cui pagavano casa a sua insaputa, dopo Brancher, ministro per due settimane e dopo Michela Vittoria Brambilla che tra Aci e ministero ha sistemato la metà dei fedelissimi, nella corte di re Silvio l’aria ormai è da fine impero.   

Ma ecco una guida ragionata e necessariamente breve ai protagonisti dei principali scandali degli ultimi mesi

Aldo Brancher
Ministro per diciasette giorni. Tanto è durato il regno di Aldo Brancher al dicastero del Decentramento e della Sussidiarietà. Parabola discendente che termina il 28 luglio quando il tribunale di Milano condanna lo stesso Brancher a due anni di reclusione per ricettazione e appropriazione indebita nel processo con rito abbreviato per la vicenda Antonveneta. La sentenza dei giudici milanesi svela l’antefatto di una nomina subito definita ad personam. Si inizia il 18 giugno quando il presidente della Repubblica firma il decreto di nomina. Sei giorni dopo, il neo ministro invoca il legittimo impedimento e non si presenta in aula dove è indagato assieme alla moglie. I suoi legali parano le polemiche. Dicono che il loro assistito ha bisogno di tempo per riorganizzare il ministero. Niente tribunale, dunque. Il giorno dopo arriva la doccia fredda del Quirinale. Quel ministero, fa notare il Colle, è senza portafoglio. E dunque c’è ben poco da organizzare. Per il governo la situazione inizia a farsi insostenibile. Nella querelle entra anche il presidente della Camera. “Non voglio – spiega Gianfranco Fini – che nel mio partito e nel governo ci sia nemmeno il sospetto che c’è qualcuno che si vuol far nominare ministro perché non vuole andare in Tribunale”. E’ il primo di luglio. Un mese particolare per l’attuale leader di Fli. Da lì a poco, infatti, scoppierà l’affaire della casa di Montecarlo. Il cinque luglio, Brancher rompe gli indugi. Si presenta in aula e annuncia le sue dimissioni. Inizia e finisce così la storia dell’ex prete di Trichana (Belluno) che negli anni Ottanta molla la tonaca per seguire gli affari di Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri. Lui, l’unico ministro della storia repubblicana, diventato tale sebbene fosse reo confesso di aver pagato mazzette . Capita negli anni Novanta, quando Tangentopoli travolge Napoli e il ministero della Sanità.

Gianni Letta
Abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata. Tanto vale perché il nome di Gianni Letta finisca sul registro degli indagati. La notizia sul sottosegretario alla Presidenza del consiglio deflagra alla fine di settembre del 2009. Le accuse nei suoi confronti sono legate a presunti favori a “La cacsina”, holding di cooperative vicina a Comunione e Liberazione. Si tratta di un appalto per un centro di assistenza per richiedenti asilo a Policoro, in provincia di Matera. L’indagine è partita dalla procura di Potenza (i primi accertamenti sono stati decisi dal pm Henry John Woodcock). Dopo un conflitto di attribuzione con Roma però, il fascicolo viene trasferito alla piccola procura di Lagonegro, in provincia di Potenza. Prima della carriera politica, Letta lavora alla Fininvest. Fa il vicepresidente. E come tale nel 1993 viene ascoltato dall’allora pm Antonio Di Pietro. Davanti a lui ammette un finanziamento illecito di 70 milioni di lire, versati nel 1989 all’allora segretario del Psdi Antonio Cariglia.“La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”, racconta il futuro sottosegretario. Lo salva però l’amnistia del 1990. Cariglia, a sua volta sentito dai magistrati, comunque chiarisce: ”Con Letta sono amico da tempo e, in una fase in cui i nostri rapporti con il PSI erano molto difficili, sapendo che la Fininvest aveva ottimi rapporti con il PSI, mi rivolsi a lui perché il PSDI avesse più spazio in televisione e non fosse discriminato”.

Roberto Calderoli
Il ministro per la Semplificazione normativa finisce nell’inchiesta Antonveneta. A tirarlo in ballo è l’ex ad di Bpl e Bpi Giampiero Fiorani.
Inizialmente, Calderoli viene indagato per appropriazione indebita. Accusa derubricata successivamente in ricettazione. E alla fine totalmente archiviata. Un accusa però imbarazzante visto che a muoverla, e a riperla nel corso di tutti i suoi interrogatori, è Fiorani. L’ex banchiere lodigiano sostiene infatti di aver versato a Aldo Brancher 2oo milioni di lire “che doveva dividere con Calderoli”. Per quanto riguarda Brancher si trovano i riscontri e si arriva alla condanna. Per quanto riguarda Caldroli no. E arriva così l’archiviazione. Senza però che il ministro per la Semplificazione denunci Fiorani per calunnia.

Renato Schifani
Non solo politica per il presidente del Senato Renato Schifani. Ci fu un tempo, infatti, in cui il parlamentare Pdl faceva l’avvocato a Palermo. Niente di male se no fosse per una serie di particolari oggi  imbarazzanti. Non solo perché l’attuale seconda carica dello Stato si è così ritrovato a sedere in una società, la Siculaborker, accanto a soci poi condannati per fatti di mafia, come il boss di Villabate, Nino Mandalà. Ma anche perché Schifani, assisteva sia in sede civile, sia come consulente extra-giudiziale, molti clienti legati a Cosa Nostra. Uno di questi, Giovanni Costa, poi condannato in primo grado per ricilcaggio, utilizzava Schifani come consulente in una serie di operazioni immobiliari finite nel mirino della magistratura. Inoltre c’era l’attività di penalista specializzato nei procedimenti di sequestro preventivo dei beni. In queste vesti, nel 1983, Schifani ha anche seguito  Giovanni Bontate, fratello di Stefano, il principe di Villagrazia ucciso a Palermo nel 1981, indicato da alcuni testimoni e collaboratori di giustizia come uno dei presunti finanziatori siciliani di Silvio Berlusconi. Oggi Schifani, stando a quanto ha rivelato L’Espresso, è sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Il settimanale ha anche raccontato come Schifani già negli anni Ottanta fosse solito viaggiare dalla Sicilia a Milano per rendere vista a Marcello Dell’Utri e il futuro premier.  Eletto nel collegio siciliano di Altofonte-Corleone, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, Schifani potrebbe essere stato uno dei canali tra i boss Filippo e Giuseppe Graviano, e il duo Berlusconi-Dell’Utri. In passato, come raccontato da IL Fatto Quotidiano, era già stato per tre volte indagato e altrettante archiviato.

Sandro Bondi
Il ministro della Cultura si è rivelata una persona di cuore, disposta ad aiutare i “casi umani”, come li ha definiti, ma solo quelli della famiglia della compagna, Manuela Repetti. Ma si è speso anche per l’attrice ballerina bulgara Michelle Bonev, creandole, fra l’altro, un premio ad hoc alla mostra del cinema di Venezia. Dopo aver sistemato il figlio di Repetti, Fabrizio Indaco, si è impegnato per l’ex marito della donna, Roberto Indaco, riuscendo a individuare nella relazione di spesa del Fus 2009, in tempi di tagli selvaggi al settore, una consulenza da 25mila euro. “Si tratta di una vicenda molto dolorosa”, ha detto al riguardo chiedendo “rispetto” perché è una questione “del tutto personale e privata”. Pubblica, invece, la vicenda legata a Michelle Dragomira Bonev. Per l’amica “molto cara al presidente Berlusconi” il ministro Bondi ha inventato dal nulla, dando prova di infinita creatività, a una serata evento al Lido con presenza della collega di governo, Mara Carfagna, una targa premio, fotografi e comparse varie. In un turbine di smentite poi smentite e rismentite, il titolare della cultura ha scoperto, in pieno stile Scajola, di aver premiato un film fantasma: “Goodbye Mama”, che avrebbe dovuto consegnare Michelle Bonev al firmamento cinematografico internazionale, non l’ha visto nessuno. Né in Italia né in Bulgaria. Così come il cachet della serata: nessuno avrebbe pagato la trasferta della delegazione di 32 persone portate sulla laguna ad assistere alla farsa bondiana. Secondo il ministro ha pagato la Bulgaria, ma il portavoce del premier bulgaro smentisce: “Tutto a carico del ministero dei beni culturali italiani”. Bonev, per riconoscenza, è intervenuta nella bagarre di dichiarazioni: “Ho pagato tutto io”. O meglio, “il mio fidanzato”. Soggiorni a cinque stelle? Cene sontuose? Red carpet? A Sofia dubitano.

Venerdì il ministro della Cultura bulgaro, Vezhdi Rashidov, intervenendo telefonicamente a un programma televisivo (video sottotitolato), ha detto: “Il nostro viaggio al Lido? Ho un invito ufficiale del ministro Sandro Bondi” (ecco il documento). Poi il colpo di teatro. Una lettera protocollata del primo ministro bulgaro Borissov datata 30 agosto (ecco il documento), in cui addirittura le autorità bulgare dettano all’Italia le condizioni. “La tratta si deve svolgere in aereo: Sofia-Venezia-Sofia. Viaggio e alloggio saranno coperti da chi ci riceverà”. La questione sta diventando un caso diplomatico (leggi l’articolo), visto che ieri lo stesso Bondi è intervenuto per smentire l’omologo bulgaro. Così, dal film fantasma, emerge una sorta di telenovela. Con il finale ancora tutto da scrivere.

Claudio Scajola
Da ministro dell’Interno nel Berlusconi 2 vantava già un piccolo primato: il disastro organizzativo del G8 di Genova e la battuta “Marco Biagi era un rompicoglioni che voleva la scorta”. Fu solo la seconda che lo portò alle dimissioni. Ritornato in sella nell’ultimo esecutivo, si dimette per la seconda volta da ministro (questa volta per lo Sviluppo Economico) dopo lo scandalo cricca/Propaganda Fide, quando si scopre che il “mezzanino” vista Colosseo in cui il ministro vive è stato pagato in parte con 80 assegni circolari intestati all’architetto Zampolini per un totale di 900mila euro. Zampolini è il progettista vicino a Diego Anemone, imprenditore accusato di avere ottenuto diversi appalti dalla Protezione Civile in cambio di sostanziose mazzette, in forma di immobili a prezzi di comodo e ristrutturazioni non fatturate. L’inchiesta su Anemone trascina con sé molti nomi noti: il procuratore Achille Toro, il funzionario del ministero delle infrastrutture Ercole Incalza, l’ex ministro Pietro Lunardi, lo stesso capo della Protezione Civile Bertolaso. Il 4 maggio, Scajola lascia il posto di ministro, sostenendo di avere regolarmente pagato 600mila euro – con tanto di mutuo – per la casa e che il resto, se esiste, sia stato versato “a sua insaputa”.

Paolo Romani
Ha lavorato duro e alla fine è stato premiato con il ministero dello Sviluppo economico, come sostituto di Claudio Scajola. Romani del resto è uomo di fiducia di Silvio Berlusconi da decenni, tanto da essere da sempre soprannominato  “il ministro delle tv”.  Quelle di Berlusconi.  Anche se, va detto, a Mediaset non ha mai lavorato. Ma per il Biscione ha sempre avuto buone idee. Nel 2005 è nominato sottosegretario alle Comunicazioni. Si allontana dalla capitale solo su incarico del Cavaliere per risolvere due vicende delicate: individuare un erede per guidare il partito in Lombardia, dove i ciellini di Formigoni creano qualche problema, e risolvere l’annosa e imbarazzante questione dell’area monzese della Cascinazza, di proprietà del fratello del premier. Una volta nominato ministro individua il modo per risanare una volta per tutte la Rai. Privatizzazione? No. Far pagare a tutti il canone della televisione pubblica. Il provvedimento, ha annunciato, potrebbe entrare nel milleproroghe: chi ha la corrente elettrica e paga regolarmente la bolletta dovrà versare anche il canone, a meno che non riesca a dimostrare di non possedere una televisione in casa. Ma si era già adoperato affinché l’agcom non divenisse “troppo imparziale”, bocciando gli emendamenti  che recepivano le direttive Europee.

Altero Matteoli
Il ministro dei Trasporti, ha preso una posizione netta sullo scandalo dell’evasione fiscale attraverso i maxi-yacht. Contro i controlli “aggressivi” della Guardia di Finanza. “La Guardia di Finanza svolge il suo lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio perché in alcuni casi questo non c’è stato”. Un attacco in piena regola che diventa sospetto quando si scopre che anche i figli di Matteoli sono finiti nel mirino delle fiamme gialle. Poca cosa comunque a confronto dei guai del padre che invece è ancora sotto processo per favoreggiamento. Matteoli infatti è accusato di aver avvertito , quando era ministro dell’Ambiente, un indagato dell’esistenza di un’inchiesta su uno scandalo edilizio a base di mazzette dell’Isola d’Elba. Un dibattimento attualmente sospeso in attesa delle decisioni della Corte Costituzionale dopo che il ministro era stato salvato da un voto del parlamento. I problemi di Matteoli comunque non si chiudono qui. Durante le indagini sugli appalti della Cricca ha ammesso con i giornalisti di aver nominato provveditore alle Opere Pubbliche della Toscana un funzionario senza i titoli necessari, solo perché era stato così richiesto dal coordinatore del Pdl Denis Verdini. Mentre il comune di Orbetello, dove è stato sindaco nel 2006, è finito nel mirino dei giudici  di Napoli che, tra bancarotte e imprenditori di destra legati alla camorra, hanno arrestato amici e conoscenti, movimentando parecchio la laguna dell’Argentario.

Michela Vittoria Brambilla
La rossa di Calolziocorte ama la libertà, negli spostamenti come nelle scelte di governo. Per questo da ministro del Turismo non si è fatta mancare i voli con gli elicotteri di Stato – ad esempio per andare ad incontrare il proprio comitato elettorale – e ha raggiunto il considerevole record negativo di 157mila euro di spese viaggi contro un budget di 27mila (anno 2009). E con la stessa libertà ha gestito le assunzioni nel suo dicastero. Almeno una decina di fedelissimi che la seguono in tutte le sue iniziative hanno trovato un lavoro nel ministero. Da Giorgio Medail, che la portò in televisione negli anni novanta, a Luca Moschini, passato direttamente dai circoli della libertà alla realizzazione dei siti ministeriali (e personali) della Brambilla. Più un intero staff di giornalisti e segretarie catapultato dai Promotori e dalla Tv della Libertà al “rilancio dell’immagine” turistica dell’Italia. Per non dire della gestione dell’Aci, nel cui Cda infila il compagno Eros Maggioni, il figlio del ministro La Russa, Geronimo (vicepresidente), e Massimiliano Ermolli. Quest’ultimo, figlio del più noto Bruno, fedelissimo del premier, da commissario dell’Automobile club è colui che gestisce il rinnovo del consiglio di amministrazione. Alle elezioni si presentano due liste. Il commissario Ermolli ne esclude una. Ammessa solo l’altra, in cui guardacaso lo stesso Ermolli è candidato.

Renato Brunetta
Il ministro che doveva rivoluzionare la pubblica amministrazione si è fatto notare, ad oggi, più per le sue (presunte) frequentazioni che per i famigerati tornelli da mettere nei tribunali. Alla fine di settembre il nome del ministro della Funzione pubblica entra (mai indagato) nelle inchieste sul parco delle 5 terre che mettono nei guai il responsabile Franco Bonanini e il sindaco di Riomaggiore, Gianluca Pasini. Di lui e del suo rustico nelle 5 terre gli indagati parlano spesso nelle conversazioni intercettate. Passano due mesi e il nome di Brunetta balza di nuovo agli onori della cronaca, tirato in ballo da Perla Genovesi, ex assistente parlamentare, finita in carcere per spaccio. Genovesi racconta di avere presentato al ministro la sua amica, la escort Nadia Macrì. Macrì a sua volta conferma e racconta di rapporti sessuali con il ministro, per 300 euro a incontro più alcuni gioielli. In cambio la ragazza, separata dal compagno e in difficoltà con l’affidamento del figlio, avrebbe ottenuto l’intercessione con l’avvocato Taormina. Brunetta smentisce gli incontri sessuali, ma conferma di avere conosciuto la ragazza grazie all’interessamento della Genovesi e di averla segnalata a Taormina.

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29 novembre 2010

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/29/oltre-wikileaks-tutti-i-problemi-del-governo/79410/

Rischio neve su tutta la Lombardia da mezzanotte

Rischio neve su tutta la Lombardia da mezzanotte

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Protezione civile, fase acuta dalle 3 alle 20 di domani

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(ANSA) – MILANO, 30 NOV – Rischio neve su tutta la Lombardia dalla mezzanotte di oggi. Lo comunica il Centro funzionale di Protezione civile della Regione Lombardia.

Una vasta area depressionaria associata ad aria fredda di origine nordeuropea interessera’ la regione e favorira’ deboli precipitazioni in prevalenza nevose, anche a bassa quota, in special modo sui settori occidentali (accumuli medi attesi tra 1-5 centimetri, con picchi di 10-20 su medio-bassa Valtellina e Pavese). La fase acuta e’ attesa dalle ore 3 alle 20 di domani.

Giovedi’ e venerdi’ non si esclude neve anche a quote basse.(ANSA).

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fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/lombardia/2010/11/30/visualizza_new.html_1675335919.html