Archive | novembre 2010

«Legami con il clan dei Casalesi»: avviso di chiusura indagini per Nicola Cosentino

«Legami con il clan dei Casalesi»: avviso di chiusura indagini per Nicola Cosentino

Il legale del parlamentare del Pdl: «Finalmente un giudice e un processo. Potremo difenderci, com’è nostro diritto»

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ROMA (30 novembre) – L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato recapitato al parlamentare del Pdl Nicola Cosentino, accusato di concorso esterno in associazione camorristica per i suoi presunti rapporti con il clan dei casalesi.

I pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci gli contestano, tra l’altro, di aver ricevuto sostegno elettorale dai casalesi in occasione delle varie elezioni a cui ha partecipato con risultati positivi.

Cosentino è stato consigliere provinciale di Caserta nel 1980, nel 1985 e nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e confermato parlamentare anche in occasione delle tornate elettorali del 2001, 2006 e 2008.

In queste vesti, e in quelle di coordinatore di Forza Italia per la provincia di Caserta, di vice coordinatore e poi di coordinatore regionale di Forza Italia e successivamente del Pdl – secondo l’accusa – avrebbe contribuito «con continuità e stabilità, a rafforzare vertici (capi ed organizzatori) ed attività del gruppo facente capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone/Russo».

«Finalmente avremo un giudice e un processo»: così l’avvocato Stefano Montone, che difende Nicola Cosentino, commenta l’avviso di chiusura indagini, notificato al suo assistito. «Avevamo chiesto più volte un interrogatorio ai pm – ricorda Montone – anche prima dell’emissione dell’ordinanza, ma non ci avevano mai convocato. A questo punto, ritengo che non reitereremo la richiesta, ma interloquiremo direttamente con il giudice. Finalmente avremo accesso alle carte e potremo difenderci, com’è nostro diritto».

Le accuse. Secondo la Procura, le attività illecite del coordinatore campano del Pdl, Nicola Cosentino, avrebbero riguardato anche il settore dei rifiuti. Il parlamentare, è scritto nell’avviso di chiusura indagini, «contribuiva in modo decisivo alla programmazione ed attuazione del progetto finalizzato a realizzare nella regione Campania un ciclo integrato dei rifiuti alternativo e concorrenziale a quello legittimamente gestito dal sistema Fibe – Fisia Italimpianti, così boicottando le società affidatarie, al fine di egemonizzare l’intera gestione del relativo ciclo economico e comunque creare un’illecita autonomia gestionale a livello provinciale, controllando direttamente le discariche, luogo di smaltimento ultimo dei rifiuti, ed attivandosi nel progettare la costruzione e gestione di un termovalorizzatore, strumentalizzando le attività del commissariato di governo per l’emergenza rifiuti all’uopo necessario». Cosentino avrebbe favorito «il perpetuarsi delle dinamiche economico – criminali», ad esempio «condizionando le attività ispettive della commissione di accesso per lo scioglimento del Comune di Mondragone per infiltrazione mafiosa e le procedure prefettizie dirette al rilascio delle certificazioni antimafia, come nel caso della procedura riguardante l’Eco4 spa (l’azienda dei fratelli Orsi attiva nel settore dei rifiuti, ndr) e relative risoluzioni finali, condotte decisive per la tenuta e lo sviluppo del programma».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=128846&sez=HOME_INITALIA

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La fuga di cervelli costa cara all’Italia: “In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi di euro”

LO STUDIO

La fuga di cervelli costa cara all’Italia
“In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi”

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Ogni ricercatore ‘top’ vale in media 148 milioni di euro in brevetti. E i pochi che rimangono in Italia, nonostante le difficoltà, hanno un indice di produttività inferiore solo a britannici e canadesi

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di ROSARIA AMATO

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La fuga di cervelli costa cara all'Italia  "In 20 anni abbiamo perso 4 miliardi"

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ROMA – La fuga dei ricercatori italiani all’estero ha un costo, un costo molto alto. Ha provato a calcolarlo l’Icom, Istituto per la Competitività, in un’indagine commissionata dalla Fondazione Lilly, che promuove la ricerca medica, e dalla Fondazione Cariplo: negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso quasi 4 miliardi di euro. La cifra corrisponde a quanto ricavato dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali “l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero” e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca. Questi brevetti in 20 anni sono arrivati a un valore di 3,9 miliardi di euro, “cifra che può essere paragonata all’ultima manovrina correttiva dei conti pubblici annuncaita dal governo qualche mese fa”, osservano gli autori della ricerca.

Certo, si potrebbe obiettare, questi brevetti sono frutto, oltre che del genio italico, di équipe ben strutturate, ben finanziate, sostenute da università o centri di ricerca di valore. Probabilmente se questi preziosi cervelli, perfino i ‘top 20’ considerati dalla ricerca, fossero rimasti in Italia, non avrebbero brevettato un bel niente. E però se invece in Italia fossero stati adeguatamente sostenuti, il nostro Paese sarebbe stato più ricco. Secondo l’Icom, che ha presentato la ricerca oggi al Senato, in media ogni cervello in fuga può valere fino a 148 milioni di euro (nel caso in cui arrivi ai livelli degli scienziati più produttivi della Top 20 elaborata dall’associazione Via-Academy, costituita da un gruppo di ricercatori italiani che vivono e lavorano all’estero). Un calcolo che nello specifico può essere contestato, ma è indubbio che i tanti brevetti depositati dagli scienziati italiani all’estero si traducano in danaro.

“Guardando alla classifica elaborata da Via-Academy 1 – spiega il coordinatore della ricerca, Stefano da Empoli – si vede come man mano che si arriva in cima alla graduatoria, la Top Italian Scientists, diminuisca il numero dei residenti in Italia e aumenti quello dei residenti all’estero”. Insomma, il cervello quando fugge è più produttivo, probabilmente perché viene messo nelle condizioni migliori.

“La ricerca non è solo in teoria uno dei motori dello sviluppo di ogni sistema Paese, ma è anche in pratica un grande investimento”, afferma il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi. Che non manca di sottolineare come anche la riforma attualmente in via di approvazione, fortemente constestata dagli studenti, non migliori assolutamente nulla dal punto di vista della ricerca:  “Il difetto vero è che mancano le risorse per i ricercatori – spiega – questo non va bene perchè sono la categoria più debole. Si devono trovare le risorse, non si parla di cifre astronomiche ma serve un miliardo di euro, che corrisponderebbe a un viadotto sull’autostrada Bologna-Firenze”.

Per arrivare ai quattro miliardi di perdite calcolate, spiegano gli autori della ricerca, si fa riferimento al database dell’Organizzazione Mondiale per la proprietà Intellettuale, che associa ad ogni scienziato il numero di domande internazionali presentate in base all’anno di pubblicazione. Se il ‘top scientist’ l’autore principale, è italiano, emergono 11 brevetti nel settore chimico, 5 nell’ITC, e 139 nel settore farmaceutico, che comprende anche la medicina.

La Fondazione ha poi calcolato il rendimento del brevetto: per esempio, un famaco anticancerogeno introdotto recentemente nel mercato ha generato un fatturato annuo di poco meno di due miliardi di euro. Il valore medio di 148 milioni viene calcolato sulla base del rendimento medio di un brevetto (che è diverso a seconda del settore: maggiore nel settore chimico, segue quello farmaceutico e infine l’ITC).

Secondo lo studio, il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha abbandonato il Paese. Ma se si considerano i primi 100, ad essersene andato è addirittura la metà.  Quelli che rimangono fanno quello che possono, che è comunque molto, sottolinea Lenzi: “In rapporto alla scarsità di stanziamenti e al fatto che in Italia il numero dei ricercatori sia più basso rispetto agli altri principali Paesi del G7 (da noi sono complessivamente 70.000, in Francia 155.000, in Regno Unito 147.000, in Germania 240.000, negli USA 1.150.00, in Canada 90.000 e in Giappone 640.00), i nostri ricercatori possiedono un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28 %  di pubblicazioni scientifiche. La ricerca scientifica italiana risulta così essere superiore alla media dei principali Paesi europei, nonostante il più basso numero di ricercatori: l’Italia infatti si posiziona al terzo posto (2,28%), dopo l’Inghilterra (3,27%) ed il Canada (2,44%). Dopo di noi ci sono, in ordine, gli Stati Uniti (2,06%), la Francia (1,67%) la Germania (1,62%) e il Giappone (0,41%)”.

Insomma, si fa di necessità virtù. Ma si perde anche tanto: alla presentazione della ricerca oggi a Roma c’era anche Napoleone Ferrara, catanese, via dall’Italia dal 1988. Ferrara ha recentemente ottenuto il prestigioso premio internazionale Lasker Award per i suoi studi, che si sono svolti negli Stati Uniti, su un farmaco che blocca la perdita della vista nei pazienti “con degenerazione maculare senile umida, patologia che in passato conduceva alla cecità totale”. Concetto Vasta, della Fondazione Lilly, lo ha presentato come “il secondo miglior ricercatore italiano in termini di pubblicazioni e di impatto scientifico”, e ha osservato: “Se Ferrara fosse rimasto in Italia, con il frutto delle sue ricerche e dei suoi brevetti avrebbe potuto ricostruire da zero la sua università”.

Ma forse, se fosse rimasto in Italia, i suoi brevetti non avrebbero mai visto la luce. “Negli Usa – ha ammesso Ferrara – c’è un investimento enorme nella ricerca, miliardi di dollari, e da anni il governo americano investe molto nella lotta al cancro o alle altre principali malattie. C’è un’organizzazione che permette e facilita la ricerca, penso che il resto del mondo dovrebbe prendere esempio da questo modello”.

Proprio per promuovere la ricerca, la Fondazione Lilly oggi ha assegnato una borsa di studio di 360.000 euro a una giovane ricercatrice italiana, l’oncologa Tiziana Vavalà: la somma servirà a finanziare le ricerche della studiosa per i prossimi quattro anni.

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30 novembre 2010

fonte: http://www.repubblica.it/scuola/2010/11/30/news/fuga_di_cervelli_in_20_anni_persi_4_miliardi_in_brevetti-9685992/?rss

ELEZIONI – Haiti, vince la rabbia della gente: Al ballottaggio vanno gli outsider

Haiti, vince la rabbia della gente
Al ballottaggio vanno gli outsider

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Il 16 gennaio si sfideranno il cantante Michel Martelly e l’ex first lady Mirlande Manigat. Solo il 12% per Celestin, delfino del presidente Prevàl. Nonostante le irregolarità, il voto è stato dichiarato valido

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di ALBERTO FLORES D’ARCAIS

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Haiti, vince la rabbia della gente Al ballottaggio vanno gli outsider Michel Martelly, vincitore del primo turno di presidenziali

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PORT AU PRINCE  – “Nonostante le irregolarità le elezioni ad Haiti sono valide”. L’annuncio di Colin Granderson, capo della missione congiunta dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) e dei paesi caraibici (Caricom) arriva lunedì notte. Quasi contemporaneamente fonti Onu fanno trapelare i primi dati ufficiosi, il cosiddetto “quick count”.

Vince Michel Martelly, “Sweet Mickey”, il cantante di Kompa, idolo popolare che aveva annunciato di ritirarsi per i troppi brogli a suo danno, che prende il 39 per cento dei voti. Seconda è la “First Lady”, Mirlande Manigat, moglie di Leslie, il primo presidente del dopo-Duvalier, deposto da un “golpe”, a cui va il 31 per cento. Il grande favorito Jude Celestin, delfino del presidente Prevàl, l’uomo che controllava il comitato elettorale ed era già pronto ad autoproclamarsi presidente, ottiene solo un misero 12 per cento. Si andrà dunque al ballottaggio (16 gennaio) tra Martelly e Manigat.

Si tratta di un risultato clamoroso. I pesanti brogli ammessi anche dall’Osa (“dovranno essere presi molto seriamente ed essere oggetto di un’inchiesta”) nulla hanno potuto contro la rabbia e la frustrazione che dai giorni del terremoto cova contro il governo. La gente di Haiti non si è fatta intimorire, le minacce delle gang di Cité Soleil, pronte a scendere in piazza per appoggiare Celestin, sono rimaste lettera morta. Le strade di Port au Prince deserte, solo posti di blocco della polizia a controllare ogni piccolo movimento.

Senza i brogli forse “Sweet Mickey” sarebbe già presidente, ma il candidato “antisistema” puó essere contento lo stesso. Dopo il voto, mentre centinaia di suoi fans percorrevano le strade al grido di “elezioni farsa”, “arrestate Celestin”, Martelly si è mosso come un navigato politico. Ha chiesto di annullare le elezioni, ricevendo subito l’appoggio della Manigat e degli altri principali candidati (eccetto Celestin) e ha iniziato una lunga trattativa con il Minustah, il corpo dell’Onu che ad Haiti è praticamente un governo parallelo e che era chiamato a vigilare sulle elezioni.

Con la delegazione delle Nazioni Unite, preoccupata da un’eventuale ondata di violenza (il giorno delle elezioni c’erano stati quattro morti) e che chiedeva al candidato-cantante “responsabilità”, “Sweet Mickey” proponeva di rendere in qualche modo pubblici, nonostante la legge elettorale lo vieti, i risultati del “quick count”. Solo a quel punto avrebbe chiesto ai suioi fans di restare a casa e non avrebbe firmato la richiesta di annullamento delle elezioni. La mossa ha funzionato. Restava il problema Celestin. Ma con il 12 per cento dei voti, peraltro ottenuti grazie ai brogli, non deve essere stato difficile all’Onu far capire al candidato del governo e al presidente uscente Prevàl che ormai erano fuori gioco.

Restano timori per quando nelle prossime settimane saranno resi noti i risultati ufficiali, ma al momento la vicenda elettorale pare conclusa e a Port au Prince si torna a parlare dell’emergenza umanitaria e del colera (il numero ufficiale dei morti è vicino ai duemila) ed è l’emergenza epidemia a provocare episodi di violenze. Vicino Leogane diversi convogli che andavano a raccogliere i cadaveri sono stati attaccati con lanci di pietre. Un giornalista francese è in ospedale dopo essere stato colpito alla testa. La macchina di due canadesi è stata circondata per tre quarti d’ora da una folla inferocita che urlava “andate via, siete voi bianchi che ci avete portato il colera”.

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30 novembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/30/news/haiti_risultati-9694282/?rss

Ddl Gelmini, colpo di mano del Pdl: Dimezzata la norma anti-parentopoli

Ddl Gelmini, colpo di mano del Pdl
Dimezzata la norma anti-parentopoli

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La Camera approva la riforma. Intanto gli studenti bloccano l’Italia: occupato il Comune di Palermo

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Con 307 voti favorevoli e 252 contrari Montecitorio approva la riforma Gelmini (leggi l’articolo), che ora andrà all’esame del Senato. Ma un contro-emendamento presentato dal Popolo della libertà scatena la polemica: l’Italia dei Valori chiedeva il divieto assoluto di assunzione, in ogni ateneo, dei parenti di docenti. La norma emendata riguarda stringe il vincolo solo ai singoli “dipartimenti”. Secondo i deputati Idv, la regola può essere facilmente aggirata. Intanto contro il ddl universitari e ricercatori sono tornati in piazza e hanno bloccato l’Italia (leggi l’articolo). Tafferugli per le vie del centro della Capitale e scontri con le forze dell’ordine in via del Corso. A Pisa, così come a Milano, occupati i binari della stazione. Anche nel capoluogo lombardo ci sono stati momenti di tensione con la polizia. A Bari i manifestanti hanno occupato il teatro Petruzzelli. Blocchi a Bologna sull’autostrada A14. Sprezzante il commento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: ”Gli studenti veri sono a casa a studiare”. Bossi, a sorpresa, ha invece difeso gli studenti: “In parte hanno ragione” (leggi l’articolo). Questa mattina, il ministro dell’Istruzione è stata accolta in Consiglio dei ministri da un applauso. Poi però, alla prova dei fatti, il governo si è confermato debole ed è andato sotto in due occasioni alla Camera su emendamenti presentati da Futuro e libertà, Api e Pd

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Università, colpo di mano del Pdl e la norma anti-parentopoli esce dimezzata

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Scoppia il caso dell’emendamento contro le “parentopoli” negli atenei. La proposta che l’Italia dei Valori aveva presentato la scorsa settimana, e su cui si erano dichiarati a votare a favore anche finiani e Lega, passa ma con un effetto notevolmente depotenziato rispetto al testo dei dipietristi. Tanto che Di Pietro lo disconosce completamente. Eppure la maggioranza, dopo il controemendamento del Pdl, si è affrettata a dichiarare alle agenzie di stampa che la norma appena passata è durissima contro le raccomandazioni nelle università. Di più, per il presidente del Consiglio Berlusconi sarebbe addirittura un “colpo mortale a parentopoli”, ennesima prova del “governo del fare”. In sostanza, dichiarano dal ministero della Gelmini, non potrà rispondere ai procedimenti per la chiamata all’insegnamento chi è parente “fino al quarto grado compreso” di un professore del dipartimento o della struttura che effettua la chiamata ovvero del rettore, del direttore generale o di un consigliere di amministrazione. E anche Fli ha votato a favore dell’emendamento.

L’Idv va, invece, giù duro: “Ma quale stretta su parentopoli, non scherziamo – dichiara il vicecapogruppo alla Camera, Antonio Borghesi – il governo ha vanificato l’effetto del nostro emendamento con uno stratagemma ‘gattopardesco’: poiché è sufficiente ora con l’emendamento appena passato che il parente già professore si sposti in un altro dipartimento dell’università, rendendo possibile la chiamata del parente nello stesso ateneo. Noi invece – continua il deputato dipietrista – avevamo chiesto la restrizione tout court per i parenti in tutto l’ateneo, senza distizioni”.

A questo punto non resta che sentire proprio un rappresentante di Fli, coloro che si erano detti d’accordo con la proposta dell’Idv, bocche cucite dai rappresentanti della Camera ma il vice capogruppo vicario al Senato di Futuro e Libertà per l’Italia, Giuseppe Valditara, che peraltro è il relatore di maggioranza che ha molto contribuito alla riscrittura della riforma dell’università, a ilfattoquotidiano.it afferma: “Ora non esageriamo, l’Idv chiedeva addirittura che non potessero entrare negli atenei anche i cugini di secondo grado. Mi sembra che si sia raggiunto un compromesso ragionevole. D’altronde – continua – non capisco perché se uno insegna medicina, il figlio non possa entrare come docente in economia nello stesso ateneo”.

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30 novembre 2010

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/30/ddl-gelmini-in-aula-approvato-emendamento-anti-parentopoli/79538/

DAL CARCERE – Libri: “Gli uomini ombra”, di Carmelo Musumeci

Libri: “Gli uomini ombra”, di Carmelo Musumeci

Si intitola “Gli uomini ombra” (Il Segno dei Gabrielli editori, settembre 2010) una raccolta di racconti, tra verità e finzione, che prendono spunto dalla vita reale dei detenuti.

Ovviamente chi lo scrive è un vero detenuto, Carmelo Musumeci, siciliano, 54 anni, che, assieme ad altri circa 1400 condannati all’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio (regolati dall’art. 4 bis della legge n. 354/75 norme dell’Ordinamento Penitenziario ndr), è costretto a vivere da più di vent’anni e ancora per tutta la sua esistenza terrestre dentro le patrie galere del nostro Paese, ristretto in circa 12 metri di cella, di solito occupata oggi da tre persone quando va bene, con un solo water, un lavabo, un tavolo di legno, tre brande di cui due a castello, una sola finestra e senza frigorifero né aria condizionata in estate, mentre in inverno l’acqua è fredda.

È lo stesso Musumeci a dire di essere stato testimone o protagonista, a crudi racconti di rapine finite nel sangue o altri delitti commessi. Suggestivi e fortemente coinvolgenti sono i riferimenti che di tanto in tanto compaiono, per esempio, ai sentimenti di odio verso l’aguzzino comandante delle guardie carcerarie che organizza spedizioni punitive fatte di botte e violenza che ricordano anche nei nomi le violenze dei lager nazisti, oppure quei sentimenti di amore e quella dolcezza verso una donna amata che quasi si trasfigura in un dolce angelo: il racconto “L’ultima rapina”, ad esempio, comincia con una bella e tenera descrizione poetica della donna che dorme accanto a lui (“La guardai con occhi felici/ Lei dormiva/ Le sentivo battere il cuore/ Le baciai gli occhi chiusi/ Avevamo fatto l’amore/ Sorrideva mentre dormiva/ Sembrava un angelo”.

Nel racconto “Gli uomini ombra” che da il titolo al libro il carcere sorge sull’Isola del diavolo “perché – spiega Musumeci – quel posto ricorda l’inferno e lì dentro c’erano i prigionieri più dannati di tutti” ; in quella stessa isola così triste e così priva di speranza ci dice sempre Musumeci viveva da sempre uno strano personaggio: l’Assassino dei sogni che, ci spiega l’autore, “cercava di organizzare la vita delle sue vittime in modo da proibire loro di sognare. Da lassù mangiava l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri”. Una drammatica analogia del versetto dantesco “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

In questa specie di inferno certamente non ci finirà mai Angelo Balducci, considerato il re della cosiddetta “cricca” Anemone-Balducci & Co., quelli per intenderci che facevano affari con il terremoto e con gli appalti delle “carceri d’oro”. Quest’altro uomo è stato messo (poverino!) agli arresti domiciliari dal 12 luglio 2010 nella sua mega villa in Toscana con tanto di piscina, di cui un numero estivo del settimanale L’Espresso lo immortalava in costume da bagno con sovraimpresso il titolo significativo: il detenuto.

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http://www.nuovasocieta.it, 3 settembre 2010

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30 novembre 2010

fonte:  http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2725:libri-gli-uomini-ombra-di-carmelo-musumeci&catid=16:notizie-2010&Itemid=1

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E’ con soddisfazione e  gioia che vi proponiamo “Gli uomini ombra” il nuovo libro, edito da Gabrielli Editori, di Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto che da anni segue con noi il progetto “Oltre le sbarre” e attivo promotore della campagna “Mai dire Mai”, da noi sostenuta.

Vi chiediamo di sostenere l’acquisto e la promozione di questo libro, magari utilizzandolo come regalo per le prossime Feste Natalizie e divulgando questa email alla vostra lista di indirizzi e amici.

Il libro è disponibile e ordinabile in tutte le librerie, ma per un ordine certo Vi consigliamo di acquistare direttamente sul sito www.gabriellieditori.it o  www.ibs.it .

Per chi può è gradita ogni forma di recensione che ci aiuti a far conoscere la situazione delle carceri italiani e dell’ergastolo ostativo.

Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Servizio Carcere

Tel  0742 360764  email: ergastolani@apg23.org

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Per altre informazioni:

PERCORSI SBARRATI Video sull’ergastolo ostativo, prodotto dagli ergastolani:

www.informacarcere.it

Pena di morte, una luce per oscurarla / RIFLESSIONI – Pena di morte: un deterrente o una scusa sanguinaria?

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Pena di morte, una luce per oscurarla

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Oggi, il 30 Novembre si ricorda la prima abolizione della pena di morte in Europa, nel Granducato di Toscana. Era il 1786. Oggi 80 paesi nel mondo s’illuminano contro la pena di morte

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di Giuseppe Fusco* martedì 30 novembre 2010

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No justice without life“. Non c’è giustizia senza la vita.
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Questo è il messaggio dell’iniziativa “Cities for Life” (Città per la vita) promossa dalla Comunità di S. Egidio, ricordando la prima abolizione della pena di morte in Europa. La prima giornata è stata lanciata nel 2002. Nel 2009 erano 81 i paesi coinvolti in tutto il mondo, con l’adesione di più di mille città.
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“Ogni città che aderisce mette a disposizione come logo vivente il monumento principale che diventa parlante per illuminazione diversa, perché oggetto di proiezioni che sottolineano l’impegno e il dialogo con i cittadini per un mondo senza pena di morte”.
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A questo si uniscono altri eventi come marce, spettacoli, conferenze, etc. sia da parte della società civile che a livello ufficiale.
Il 10 Ottobre ricorreva la “Giornata mondiale contro la pena di morte”. Non basta. Ognuno di noi è chiamato a fare di più.
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L’11 Novembre scorso è stata approvata, nella 3’ Commissione dell’Assemblea Generale ONU, la risoluzione che chiede una moratoria universale delle esecuzioni. Con l’auspicio che il testo trovi approvazione anche in Assemblea Generale a dicembre.
Che fare?
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La Comunità di S. Egidio sta promuovendo questa moratoria ONU sulle esecuzioni ed è possibile aderire firmando online, così come sta facendo l’organizzazione Nessuno tocchi Caino. Entrambi tra i più attivi promotori di questo primo passo in vista dell’abolizione della pena di morte ovunque nel mondo. Non dimentichiamo anche il costante impegno di Amnesty International contro la pena di morte.
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Cesare Beccaria viene considerato colui che, con la sua opera “Dei delitti e delle pene” (1764), pone le basi per l’abolizione della pena di morte.
Contrariamente a quanto spesso di crede, non si opponeva totalmente a questa pena. Ma di certo, per l’epoca, le sue idee furono innovative ed ebbero una notevole influenza.
Tra i vari punti della sua opera sono da ricordare:
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  • L’importanza della “Proporzione fra delitti e le pene” e dei “limiti” che devono essere posti a queste. (cap. 6)
  • Se il “Fine delle pene” è quello “d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri da farne uguali”, deve essere tenuto presente quanto “serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo”. (cap. 12)
  • La condanna “Della tortura”. (cap.16)
  • La “Prontezza della pena”. Infatti “quando la pena sarà più pronta e più vicina al delitto al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”. (cap. 19)
  • “Della pena di morte” si dice che non è “un diritto”. Può essere necessaria se il cittadino “anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita”. Ma rimane un “assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”. Inoltre “non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che … ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti”. (cap. 28)

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Il primo Stato Europeo che abolisce completamente la pena di morte è il Granducato di Toscana nel 1786 (de facto a Firenze non si applicava dal 1775).
Il 30 Novembre di quell’anno, Pietro Leopoldo, firmando la riforma della legislazione criminale, la pena di morte è abolita “contro qualunque reo”, come anche la tortura.
C’è un cambiamento culturale a livello legislativo, che assorbe quanto scritto dal Beccaria.
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In questa legge (conosciuta come “Codice Leopoldino”) si riconosce “che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci”. Si nota “con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anco non gravi”. Si considera che “l’oggetto della Pena”, a parte “la soddisfazione al privato, ed al pubblico danno”, dev’essere “la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi”. Quindi il Governo deve tener conto dell’ “efficacia, e della moderazione insieme”, non cercando di creare un “momentaneo terrore”, piuttosto “un esempio continuato”. E per questo viene stabilita la pena sostitutiva dei “lavori pubblici”.
Questa legislazione, purtroppo, durò solo fino al 1790, quando fu ripristinata come reazione alla Rivoluzione Francese. Ma un passo importante era stato fatto.
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Nella Repubblica di San Marino, de facto, la pena di morte sembra non sia praticata dal 1468. Anche se, per l’abolizione definitiva, si dovrà attendere il 1865.
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Nel 1753, la zarina Elisabetta la abolisce in Russia. Altri paesi che furono tra i primi ad abolirla, il Venezuela nel 1863 (primo nel continente Americano), e il Portogallo nel 1867.
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Nel Regno d’Italia fu abolita nel 1889, con il nuovo codice penale unitario (restando nel Codice penale di guerra e usata massicciamente e sommariamente durante la Prima guerra mondiale), http://www.squilibrio.it/media/documenti/abolizio_p_m_i.htm e ripristinata ancora durante il fascismo. Venne poi abolita con la Costituzione repubblicana del 1948, pur restando “nei casi previsti dalle leggi militari di guerra” (art. 27). Con la legge n. 589 del 1994, nel Codice penale militare di guerra la pena di morte è sostituita con “la pena massima prevista dal Codice penale”. E con la Legge Costituzionale n. 1 del 2007 si modifica l’articolo 27. Quindi definitivamente “non è ammessa la pena di morte”.
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L’organizzazione Nessuno tocchi Caino riporta l’attuale situazione della pena di morte nel mondo. Sono 104 i paesi abolizionisti (di cui 8 solo per crimini ordinari); 44 abolizionisti di fatto; 6 paesi che attuano una moratoria delle esecuzioni; mentre sono 43 i paesi che ancora mantengono la pena di morte.
Anche se molte mete sono state raggiunte, c’è ancora tanta strada da fare.
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Come diceva Martin Luther King “ignorare il male equivale a esserne complici”.
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AgoraVox Italia
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Pena di morte: un deterrente o una scusa sanguinaria?

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di Massimo Petrucci

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Scrivere sulla pena di morte non è cosa semplice, in primo luogo perché si tende a ripetere ciò che già altri hanno detto, ed inoltre si corre il rischio di essere banali e prevedibili.

È difficile anche perché include aspetti privati come il dolore, il credo religioso, ma anche aspetti più generali e di principio come i diritti umani.

Allora mi chiedo, facendo appello ai sentimenti ed alle emozioni, se mia figlia venisse stuprata, torturata e poi uccisa, quale sarebbe la mia reazione nei confronti del suo carnefice? Sarei disposto ad accettare una pena di venti o trent’anni, per poi vedere che, grazie a qualche sconto di pena, il mostro sarebbe di nuovo a casa vivendo la sua vita o ciò che ne resta? Come mi sentirei sapendo che quest’uomo si sta preparando un caffè mentre mia faglia è ormai solo ossa e non ha potuto vivere nulla della sua vita?

Allo stesso tempo però mi chiedo e vi chiedo se sia giusto scegliere o giudicare basandoci esclusivamente sui sentimenti e sulle emozioni. Sicuramente no, altrimenti sarebbero giustificate le azioni più deplorevoli solo perché sentiamo che sia giusto. Quindi non possiamo metterci nei panni di chi ha subito il torto per decidere se la pena di morte sia giusta o sbagliata, è chiaro che dobbiamo allontanarci emotivamente per provare a comprendere la direzione da prendere.

Allora possiamo interrogarci su quale sia lo scopo della pena di morte in quanto punizione. Una sanzione ha diversi significati, pedagogicamente parlando essa è inflitta per educare e quindi scoraggiare il ripetersi di un comportamento errato. Se nostro figlio si comporta male, noi lo sgridiamo, gli togliamo la paghetta, gli sequestriamo la Playstation e, a seconda del malfatto, proporzioniamo una pena per fargli comprendere che quel comportamento non è giusto e che quindi ora ne paga le conseguenze con la speranza (ecco il lato pedagogico) che in futuro non ripeta il medesimo errore. In virtù di questo, mi chiedo, la pena di morte può essere annoverata tra i rimedi pedagogici? La risposta che ci viene naturalmente da dare è no, ma in realtà potrebbe anche essere un sì se s’introduce una terza variante: il condannato viene soppresso a nome di un’educazione collettiva, nel senso che ne ammazzo uno per educarne tanti.

C’è da capire, di conseguenza a questa riflessione, se davvero la pena di morte sia un deterrente utile contro quei reati efferati per la quale è prevista. Gli Stati Uniti sono il paese civile che più fa uso di questo dissuasivo e, nonostante il crescente numero di casi d’innocenti condannati a morte, si assiste comunque al crescere della fiducia da parte del popolo statunitense verso la pena di morte come deterrente. Partendo dal presupposto di Van Den Haag, che si basa sul fatto che anche l’uccisione d’innocenti è giustificata dal fatto che la paura per la pena comunque salva altre potenziali vittime, la Corte Suprema Americana si è espressa in questo modo: La pena di morte serve a due principali scopi sociali, la retribuzione e la deterrenza (per i delitti capitali) nei confronti dei possibili criminali [Gregg contro Georgia 1976 (Hodginson 1996c-38)].

Siamo sicuri che sia davvero un deterrente? Negli ultimi venticinque anni sono state eseguite una serie di analisi statistiche molto meticolose, sono stati analizzati i dati sia degli Stati americani che hanno abolito la pena di morte, sia per quelli che l’hanno nuovamente introdotta, oltre naturalmente a quelli dove c’è sempre stata. Si sono perfino analizzati gli andamenti degli omicidi  quando si è data notevole visibilità alle esecuzioni capitali (Gilmore o Spenkelnik), ma in ogni caso non si è riusciti a trovare un dato statistico che giustificasse questo attaccamento al significato deterrente della pena di morte; nemmeno nello Stato del Texas ovvero lo Stato con il maggior numero di esecuzioni capitali all’anno (circa trecento) [Sorensen/Wrinkle 1999].

A questo punto pare di capire che la pena di morte non abbia senso né come significato educativo (poiché chi sbaglia muore) né come deterrente per il resto della popolazione criminale, considerati i risultati delle indagini. C’è inoltre un altro grave aspetto da prendere in considerazione: la fallacità del sistema giudiziario.

Ronald Kitchen : <<Il 7 luglio scorso , un giudice mi ha ridato la libertà dopo 21 anni di carcere in Illinois. Ho passato tredici anni nel braccio della morte per colpa di una soffiata falsa e di una mia confessione firmata dopo 39 ore di tortura da parte della polizia.>>

Curtis McCarty: <<Lo Stato dell’Oklahoma mi ha condannato ingiustamente a morire. Sono rimasto a prigione per 22 anni. nessuno mi ha risarcito o chiesto perdono.>>

Greg Wilhoit: <<Vengo da Sacramento , in California. Sono stato per cinque anni nel braccio della morte. Sono felice di essere qui, oggi.>>

Nei soli Stati Uniti d’America ben 139 persone <guarda l’elenco>, condannate a morte, sono risultate innocenti, eppure questi errori, nell’opinione pubblica americana, sono considerati come un danno collaterale della lotta contro il crimine!

Ecco quindi che se anche fossimo convinti che la pena di morte sia una cosa giusta, non potremmo avere la certezza che il condannato sia davvero colpevole e questo da solo dovrebbe bastare per fermare questa inutile crudeltà. D’altro canto non si analizza un aspetto che dovrebbe essere ovvio; la deterrenza si basa su un concetto semplice: non commetto il reato perché ho paura della conseguenza letale. Ciò presuppone che il colpevole sia perfettamente razionale nel momento in cui commette il reato, quindi non è ottenebrato né dall’alcool né dalla droga, né dall’ira né dalla gelosia; per coloro che invece preparano razionalmente un omicidio, di solito  sono sicuri di commettere il delitto perfetto e di conseguenza non si pongono il problema di essere scoperti e giustiziati.

A questo punto sovviene il fondato sospetto che la pena di morte vista come deterrente non sia altro che una scusa intellettualmente valida per giustificare la propria sete di vendetta e di sangue.

Interessante la riflessione di Cesare Beccaria (1738-1794, filosofo, giurista, economista) che fu tra i primi a giudicare il delitto da un punto di vista laico ovvero come violazione del contratto sociale teso a salvaguardare i diritti degli individui ed a garantire l’ordine. Secondo questo contratto nessun uomo può disporre della vita di un altro, così come lo Stato non può commettere un omicidio per punire un omicida:
<<Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.>> [Dei delitti e delle pene (cap. XXVIII), Cesare Beccaria].

Un data importante, su iniziativa tutta italiana, è stata il 18 Dicembre 2007 quando l’Onu ha approvato una storica risoluzione sulla moratoria universale della pane di morte ovvero una sospensione internazionale delle pene capitali. La moratoria è un’azione meno “aggressiva” sull’autorità degli Stati sovrani poiché non obbliga un cambiamento radicale della costituzione, ma una semplice sospensione dell’applicazione della pena di morte. Il 18 Dicembre 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ratificato 104 voti a favore della moratoria, 54 contrari e 29 astenuti <puoi vedere la lista facendo clic qui>.

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Il tema sulla pena di morte è vasto e di sicuro questo articolo non ha pretese di esaustività, vuole solo chiarire qualche dubbio e soprattutto fornire spunti di riflessione, proprio per questo chiudo con una nota di Lev Tolstoj: <<Trent’anni fa ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina, in presenza di migliaia di spettatori. Sapevo che si trattava di un pericoloso malfattore; conoscevo tutti i ragionamenti che gli uomini hanno messo per iscritto nel corso di tanti secoli per giustificare azioni di questo genere; sapevo che tutto veniva compiuto consapevolmente, razionalmente; ma nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che, per quanto grande possa essere il numero delle persone riunite per commettere un assassinio e qualsiasi nome esse si diano, l’assassinio è il peccato più grave del mondo, e che davanti ai miei occhi veniva compiuto proprio questo peccato.>>

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Di seguito un elenco parziale di libri che trattano della pena di morte:

Fonti consultate:

  • Wikipedia Italia
  • La pena di morte è un deterrente?, Claudio Giusti

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Si ringrazia per l’editing Maryan Mazzella

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29 novembre 2010

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fonte http://www.lettermagazine.it/?p=10932

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Si salvi (il clima) chi può

A Cancun il vertice dell’Onu sul riscaldamento globale

Si salvi (il clima) chi può

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Almeno 200 Paesi partecipano a Cancun, in Messico, al summit indetto dalle Nazioni Unite per tentare di portare avanti i colloqui in vista di una diminuzione del riscaldamento globale. Ma tra i protagonisti non c’è troppo ottimismo. L’agenzia Ue: a rischio vino e olio italiani

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Cancun, 30-11-2010

Almeno 200 Paesi partecipano a Cancun, in Messico, al summit indetto dalle Nazioni Unite per tentare di portare avanti i colloqui in vista di una diminuzione del riscaldamento globale.

L’incontro arriva a meno di un anno dal vertice di Copenaghen, conclusosi con una semplice dichiarazione d’intenti e la promessa di destinare 100 miliardi di dollari l’anno ai Paesi poveri per aiutarli a riconvertire le vecchie fonti energetiche.

Le speranze di un accordo impegnativo sono davvero poche; si pensa, nella migliore delle ipotesi, di trovare un’intesa su un pacchetto “equilibrato” di misure.

 

La situazione nel Mediterraneo
Jacqueline McGlade, direttore dell’ Agenzia europea dell’Ambiente, in occasione del lancio, a Bruxelles, della relazione dell’agenzia per il 2010, manda all’Europa un messaggio chiaro: le risorse non sono infinite ed e’ necessario che siano tutte, dalla biodiversita’ al suolo, ai fiumi, ai mari e all’aria, prese in considerazione nelle decisioni relative alla produzione, al consumo e al commercio globale.

Rialzo delle temperature
A soffrire dell’innalzamento delle temperature sara’ soprattutto l’area del Mediterraneo: nel 2080, si prevede un rialzo di 7 gradi d’estate rispetto alla norma, mentre le giornate oltre i 40 gradi raddoppieranno. Ma l’Europa se la dovra’ vedere anche con le alluvioni. Attualmente ogni anno sono circa 200mila le persone colpite, ma per il 2080 la stima oscilla fra le 250mila e le 450mila persone.

“Il rapporto ha un tempismo perfetto, – ha commentato il presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek – perche’ e’ in concomitanza con la conferenza Onu sul clima, a Cancun. Questo lavoro evidenzia per l’Europa l’opportunita’ di una transizione ad un’economia verde, non solo per la gestione delle risorse, ma per diventare piu’ competitivi a livello globale”.

 

Colture a rischio
A subire un impatto sono anche le colture bandiera. “Olivi, vini, lavanda – precisa McGalde – sono colture con un una pressione crescente e dovremmo anche considerare che alcune produzioni doc non potranno piu’ crescere localmente. Poi c’e’ il fenomeno della tropicalizzazione del Mar Mediterraneo, dove specie di pesci che arrivano dal Mar rosso prenderanno il posto di quelli pescati da secoli.

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fonte:  http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=147901