Archive | giugno 2007

LE VITTIME DE LAS MAQUILLADORAS: una storia terribile

Di Silvia Baraldini
(15 giugno 2007)


Nel lontano1993, quando fu scoperto il corpo martoriato della giovane Alma Chavira Farel nel deserto che circonda Ciudad Juárez, nello stato di Chihuáhua, Messico, nessuno poteva immaginare che dieci anni più tardi il suo assassino, e quello di ben oltre trecento donne uccise in questo periodo, sia ancora sconosciuto ed impunito. La violenza contro le donne di Juárez ha raggiunto livelli inauditi e, nell’assenza di un forte intervento da parte degli organi di giustizia locali e nazionali per proteggere le donne, gli unici a battersi in difesa delle vittime sono stati i familiari, le organizzazioni femministe e le associazioni per i diritti umani.

Nonostante la mancata identificazione dell’assassino/i, che potrebbe fornire una spiegazione sul perché la città di Juarez sia diventata il teatro di questa violenza, le indicazioni non mancano. Se si analizza attentamente la trasformazione della città nella seconda parte del secolo scorso, le radici di questa violenza emergono con chiarezza.

Storicamente Ciudad Juárez era un piccolo centro sulla sponda del Rio Grande, di fronte ad El Paso, Texas, con solo 200 mila abitanti, la cui sopravvivenza era basata principalmente sul turismo e sulla prostituzione. I clienti di questo commercio erano i soldati Usa stazionati nelle basi militari che circondano El Paso. Ciudad Juarez incominciò a cambiare negli anni sessanta, quande il governo messicano lanciò il Programma per l’industrializzazione della frontiera. Questo piano di sviluppo era basato sulla costruzione di maquiladoras, stabilimenti di proprietà straniera, principalmente americana, dove si sarebbero dovuti assemblare, con parti importate, prodotti come televisori, radio, computers per essere rivenduti all’estero. L’assenza dei sindacati e la possibilità di vendere il prodotto finale ad un prezzo ridotto perché l’imposta sul valore aggiunto sarebbe stata calcolata in base al costo ridotto della mano d’opera messicana, attrassero molte multinazionali e oggi a Juárez esistono oltre 400 maquiladoras.

Sin dall’inizio i proprietari degli stabilimenti decisero che le donne, giovani e senza nessuna esperienza lavorativa, erano i lavoratori ideali per queste fabbriche. Secondo il loro pensiero, simile ai pregiudizi affrontati dalle donne in ogni società al momento della loro entrata nel mercato del lavoro, queste giovani sarebbero state più capaci di tollerare la ripetizione noiosa del lavoro e le loro mani erano più agili. Inoltre si speculava sulla loro docilità, con la speranza che allontanasse il pericolo di sindacalizzazione e sulla loro inesperienza, come garanzia di un ritmo elevato di lavoro, senza potenziali interruzioni per vertenze contro la direzione.

Gli stabilimenti, collocati nelle zone periferiche della città, funzionano ancor oggi senza interruzioni, ventiquattro ore al giorno; se un’operaia arriva con qualche minuto di ritardo per il suo turno, trova l’entrata serrata ed è costretta a ritornare alla sua abitazione a piedi. Non a caso, molte delle donne uccise a Juárez lavoravano nelle maquiladoras e hanno incontrato il loro assassino durante il tragitto.
La presenza delle maquiladoras e la posizione geografica di Juárez sulla frontiera con gli Stati Uniti attragono milioni di messicani provenienti dalle regioni più povere ed interne del paese. Molti arrivano con la speranza di poter attraversare il confine e trovare un lavoro migliore negli Stati Uniti, ma la recente militarizzazione della zona e la presenza della Migra – la forza di polizia che pattuglia la frontiera – hanno reso alquanto difficile conseguire questo obiettivo. Tutte queste persone, però, non ritornano nei loro luoghi di origine. Si stabiliscono invece nelle colonias che circondano Juárez dove vivono senza acqua potabile, elettricità e in casette costruite con legno e catrame. Di conseguenza, negli ultimi dieci anni, la popolazione della città è aumentata esponenzialmente, arrivando ad oltre due milioni di abitanti.
La strategia della repressione scelta nel 1993 dall’allora presidente Clinton per rispondere alle pressioni politiche orchestrate da gruppi conservatori che volevano contenere la migrazione di popolazione messicana in stati strategici come il Texas, non ha fermato però il flusso di lavoratori che quotidianamente attraversano la frontiera in cerca di un avvenire migliore. Ha soltanto dato vita ad un nuovo gruppo di sfruttatori, i cayotes, che si arrichiscono promettendo ai loro compatrioti di trasportarli all’altro lato della frontiera evitando le pattuglie della Migra. I cayotes operano senza nessuno scrupolo, usano i passeggeri per introdurre la droga negli Stati Uniti e non esitano a abbandonarli nel deserto, incuranti della loro incolumità. La presenza di gang organizzate di cayotes ha trasformato la zona di frontiera in una no man’s land dove vige la legge del più forte. E non possiamo dimenticare l’operato della polizia messicana che con le sue azioni contribuisce a diffondere uno stato di violenza e terrore. Circa 200 persone, tra i quali ventidue cittadini statunitensi, sono spariti negli anni passati dopo essere stati detenuti da individui che portavano l’uniforme della polizia messicana.

Alla fine degli anni Novanta, nel momento del boom economico, la possibilità di trovare un lavoro ben retribuito negli Stati Uniti era una realtà: questo sogno ha incrementato il traffico degli esseri umani attraverso la frontieria e permesso ai cayotes di chiedere qualsiasi prezzo per guidare gli immigrati. Un fattore che ha inasprito la spirale di violenza a Ciudad Juárez è la presenza di falsi cayotes che, aprofittandosi della ingenuità dei nuovi arrivati, li accompagnano in zone isolate e li derubano.
In questo contesto va inquadrata la situazione delle giovani operaie che lavorano nelle maquiladoras, ricevono uno stipendio medio di cinque dollari al giorno, e vivono in una società che non offre loro nessuna tutela, anzi definisce “prostituta” una donna se va a ballare e a divertirsi in un bar, senza accompagnatori maschi e quindi non degna di essere rispettata dagli uomini. Questa divisione di genere è enfatizzata dalla organizzazione del lavoro all’interno delle maquiladoras. L’espansione degli stabilimenti ha aumentato la richiesta di mano d’opera, forzando i managers ad abbandonare la scelta di impiegare solo donne. L’introduzione di operai maschi, invece di promuovere l’integrazione sociale, ha solo aumentato le differenze di genere, esasperando la competizione lavorativa. Infatti gli uomini e le donne lavorano in sezioni strettamente segregate, dove i managers sono solo uomini che non si fanno nessun scrupolo nell’esercitare pressioni sessuali sulle operaie.

La campagna in difesa delle giovani donne di Ciudad Juárez, Alto al la impunidad: ni una muerta más [Stop alla impunità: nessun altra donna morta], promossa dalla Commissione messicana per la difesa e la promozione dei diritti umani, sottolinea come nella società ci sia una mancata consapevolezza che i diritti delle donne sono un aspetto fondamentale dei diritti umani. La soluzione di questa violenza va cercata creando un clima culturale che promuova, anche attraverso un intervento positivo e preventivo delle forze dell’ordine, la condanna della violenza contro le donne e la consideri dannosa al benessere di tutta la società messicana.

Questa mancanza di sensibilità è palese anche nell’ostilità espressa verso le organizzazioni che si mobilitano in difesa delle vittime e dei loro familiari. Ed è palese, nell’insistenza degli investigatori, di trattare questi omicidi come qualunque altro, ignorando volutamente l’aspetto legato al machismo della società messicana. Solo la condanna da parte di organismi internazionali e l’inchiesta aperta dalla relatrice straordinaria della Commissione interamericana per i diritti umani, Marta Altolaguirre, ha ridato alle vittime la dignità di essere morte non per via del loro stile di vita pericoloso, ma perché la loro femminilità le aveva messe a rischio in una società dove non si è ancora radicato il concetto che la donna è l’unica padrona del proprio corpo.

RAID FASCISTA A CONCERTO ROCK A ROMA


UN’AGGRESSIONE CHE POTEVA TRASFORMARSI IN OMICIDIO
GRIDIAMO NO AI NUOVI SQUADRISTI

NEWS

Roma, 29 giu. – Due feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. E’ il bilancio della notte di paura vissuta a Villa Ada, famoso parco della capitale, al termine di un concerto della Banda Bassotti, storica formazione del combat rock romano.
Secondo una prima ricostruzione, poco dopo l’una, mentre – finita l’esibizione – gli spettatori cominciavano a defluire, hanno fatto irruzione tra la folla una ventina di persone con i volti coperti da caschi e armati di mazze e bastoni: dopo un primo lancio di petardi, si e’ passati allo scontro fisico, di cui hanno fatto le spese due ragazzi, uno colpito da un’arma da taglio, l’altro con una ferita lacero contusa al capo (portati all’ospedale piu’ vicino, il Pertini, sarebbero poi stati giudicati guaribili rispettivamente in 20 e 7 giorni). I carabinieri del 112, avvertiti da alcuni degli spettatori, sono immediatamente intervenuti, ma al loro arrivo sono stati accolti da un fitto lancio di oggetti di ogni tipo, faticando non poco a riportare la calma.
Nessun dubbio, secondo gli organizzatori, sulla matrice del raid: la Banda Bassotti, nata nei cantieri della periferia romana, e’ nota per il suo impegno sociale e per la sua militanza politica di sinistra, e gli aggressori avrebbero inneggiato al Duce e urlato slogan fascisti. I carabinieri del Nucleo Radiomobile e i loro colleghi della Compagnia Parioli hanno identificato alcuni dei presenti e stanno cercando di far luce sull’episodio che presenta ancora punti poco chiari. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, e l’assessore capitolino alla Cultura, Silvio Di Francia, sono andati all’ospedale Sandro Pertini per trovare il ragazzo aggredito stanotte durante un concerto a Villa Ada.
“Sono andato a trovarlo e ho parlato con i medici e con altri testimoni- dice Veltroni dopo la visita- Quello che e’ accaduto e’ di una gravita’ enorme. E’ stata un’aggressione premeditata- continua- con caschi, coltelli e bastoni. Sono state inferte coltellate che potevano avere conseguenza tragiche. Si e’ trattato di una vera spedizione organizzata da gruppi fascisti nei confronti di ragazzi che stavano assistendo ad un concerto”.
Secondo il primo cittadino, inoltre, “la natura e le modalita’ dell’aggressione fanno pensare a qualcosa di studiato e organizzato. C’e’ qualcuno che vuole far ripiombare il nostro Paese in un clima di violenza e di sangue”. Veltroni, infine, lancia un “invito pressante alle forze dell’ordine e alla magistratura affinche’ questi gruppi, che si sono gia’ resi responsabili di eipsodi analoghi, vengano immediatamente assicurati alla giustizia”.

2007-06-29 15:46:43

fonte: http://www.articolo21.info/news.php?id=20619

……

MALIGNITA’?: vuoi vedere che, tra qualche tempo, si scopre che questa bravata è stata partorita nel centro sociale di destra, la cui apertura è stata autorizzata dal nostro Veltroni??? Lo so, a pensare male si fa peccato… ma a pensare bene (o a non pensare) si fa pure peggio!

elena

Come ti sfrutto gli immigrati

Caporali del XXI secolo

Lavorano con contratti da 21 euro l’ora, ma ne guadagnano solo 3. Gli altri restano in mano “all’intermediario” italiano. Succede a moltissimi lavoratori stranieri nei cantieri della Tav, tra Milano e Torino. Ma nessuno denuncia per paura di perdere il posto. E adesso, grazie a una recente interpretazione del Testo unico sull’immigrazione, si fanno arrivare direttamente gli operai dalla Moldavia.
Lavoro italiano, paga moldava. Tutto legale.

di Maurizio Dematteis

“Florin, per quale ditta lavoriamo?”. Il ragazzo moldavo impiegato nei cantieri dell’Alta velocità tra Novara e Milano, sui 25 anni, si rivolge in un italiano stentato al “capo cantiere” connazionale. Per rispondere alla domanda del sindacalista Fillea Cgil di Novara in visita al cantiere deve chiedere al collega. Lui la busta paga la riceve regolarmente da Florin ogni mese. Non ha idea per conto di quale impresa stia lavorando. E’ arrivato da poche settimane da Chisinau, Repubblica di Moldova, con una squadra di 30 colleghi e un permesso di soggiorno “speciale” con durata massima di 24 mesi. Vincolato al periodo di apertura del cantiere in cui lavora. La paga è quella moldava (circa 200 euro al mese) più vitto e alloggio. Il lavoro però è italiano. Tutto, pare, organizzato nell’assoluta legalità.
Io la chiamo tratta di lavoratori – spiega Walter Bossoni, delegato Fillea Cgil di Novara, seduto dietro la scrivania del suo ufficio presso la Camera del lavoro di Novara, alle spalle un poster di Che Guevara – una sorta di dumping della manodopera. Si tratta di un fenomeno che abbiamo rilevato di recente in alcuni cantieri: aziende come Casstroni Italia srl (azienda edile moldava del siciliano Gaetano Nigito, nda) distaccano i loro lavoratori, regolarmente assunti in Moldavia, nei cantieri presi in appalto nel nostro paese. Appellandosi all’articolo 27, comma 1, lettera g, del Decreto legislativo 286 del 25 luglio 1998 (il cosiddetto Testo unico sull’immigrazione, nda)”. E in effetti l’articolo 27 del Decreto recita: “il regolamento di attuazione disciplina particolari modalità e termini per il rilascio delle autorizzazioni al lavoro, dei visti di ingresso e dei permessi di soggiorno per lavoro subordinato […] ai lavoratori alle dipendenze di organizzazioni o imprese operanti nel territorio italiano, che siano stati ammessi temporaneamente per adempiere funzioni o compiti specifici, per un periodo limitato o determinato, tenuti a lasciare l’Italia quando tali compiti o funzioni siano terminati”.

200 euro al mese

“Le forme di lavoro nero e caporalato nei cantieri delle grandi opere – continua Walter Bossoni – si sono ormai affinate. Pur rimanendo forme di vero e proprio lavoro in nero, che nella maggior parte dei casi riguardano lavoratori stranieri clandestini, la maggior parte di quel 30% di manodopera straniera impiegata viene inquadrata con contratti al limite della legalità, per diminuire i rischi delle imprese”. E la Camera del lavoro di Novara è un osservatorio privilegiato per rilevare i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro edile che ruota intorno alle grandi opere. La costruzione della tratta dell’Alta capacità tra Torino e Milano, infatti, ha ormai concluso il collegamento tra Torino e Novara e si avvia a concludere, nel giro di due anni, quello tra Novara e Milano. Un’opera colossale, capace di occupare per anni un centinaio di imprese appaltate dal General contractor Caftomi e migliaia di persone. Tanto da far nascere un villaggio di centinaia di prefabbricati in lamiera, denominato “Case sparse”, sorto in breve tempo nella periferia cittadina per dare alloggio ai lavoratori giunti in massa da regioni e paesi lontani. “Capita che giungano da noi settimanalmente – continua Bossoni – lavoratori con ogni sorta di problema”. Stranieri che dichiarano di essere stati licenziati verbalmente senza preavviso, ma che non vogliono denunciare il loro “caporale-aguzzino” per timore di non essere “ricollocati”. Altri con contratti part-time costretti a lavorare in cantiere dall’alba al tramonto senza paga degli straordinari. Immigrati con una trattenuta “in busta” dai 200 ai 300 euro mensili destinata ai loro caporali, convinti che sia una “tassa” dovuta. Altri assunti regolarmente, ma retribuiti mensilmente dal caporale “in contanti” a 6 euro l’ora, ben al di sotto dei 21 previsti dal contratto.

Come un ragazzo 27enne tunisino che, dietro la garanzia di mantenere l’anonimato, racconta i suoi due anni di lavoro per la Tav: “Mi sono recato al cantiere e sono stato messo in contatto con un signore italiano. E’ stato lui a parlarmi del compenso che avrei ricevuto e del lavoro che avrei dovuto fare. Ho accettato la sua proposta, anche perché ero disoccupato da mesi e non avevo altra scelta. Ho lavorato in nero per un mese e mezzo. Una sorta di periodo di prova. Poi sono stato assunto dall’impresa. Ma continuo a prendere i soldi dal signore italiano che fa da intermediario. Prendo tre euro l’ora. E nella mia situazione ci sono parecchi altri colleghi, tutti stranieri. Tutti vengono pagati dall’intermediario”. Gli operai segnano le ore lavorate su un foglio e lo consegnano a fine giornata al “caporale”. Che a fine mese fa i conteggi. Le ore lavoro ordinarie e straordinarie vengono pagate sempre 3 euro. La differenza, 18 euro l’ora circa, va in tasca all'”intermediario” o “caporale” che dir si voglia.
”I caporali che hanno in mano il mercato delle braccia nei cantieri delle grandi opere – spiega Bossoni – sono intoccabili. Potrebbero essere perseguiti solo dietro denuncia di qualche lavoratore. Ma questi ultimi, per paura di rimanere disoccupati e dover tornare nel proprio paese, non si espongono. Che io sappia, a Novara, non ne è mai stato arrestato nessuno. E il lavoro delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato del lavoro risulta spesso inefficace”.


Ispettorato frustrato

Più prudente Luigi Corrente, responsabile dell’Ispettorato del lavoro che si divide tra le sedi di Novara e Biella: “Non abbiamo la percezione di fenomeni tangibili di caporalato nei cantieri delle grandi opere in città – spiega – è pur vero che il nostro paese detiene il triste primato di morti bianche in Europa. Ma posso dire che la nostra attività di vigilanza ha un certo effetto deterrente”. Ogni settimana il personale dell’Ispettorato, in collaborazione con i Carabinieri e la Guardia di finanza, programma una serie di controlli nei cantieri. “Interveniamo con le forze dell’ordine – continua Luigi Corrente – perché quando ci presentiamo nei cantieri della Tav si verifica spesso un fuggi fuggi di lavoratori clandestini”.
In un comunicato alla stampa divulgato dall’Ispettorato di Novara a febbraio di quest’anno si legge: “La Direzione provinciale del lavoro di Novara, nell’ambito dell’attività di vigilanza finalizzata a contrastare il lavoro nero […] ha ispezionato nel 2006 circa 800 imprese, riscontrandone oltre 400 irregolari, quindi il 50%. Nel corso di tale vigilanza sono stati scoperti n. 267 lavoratori completamente in nero e n. 251 irregolari […]. Rapportando i lavoratori in nero accertati rispetto agli occupati nelle ditte ispezionate può essere quantificato in circa il 10% il fenomeno del lavoro nero. […] In particolare, in una azienda della zona dei laghi sono stati trovati n. 40 lavoratori in nero, per la maggior parte extra-comunitari, su un totale di circa 100 dipendenti occupati, fenomeno questo non marginale”.
Ma l’Ispettorato, oltre alle sue mansioni ordinarie, deve effettuare anche funzioni straordinarie, raccogliendo, quando riesce, le denunce di sindacati e lavoratori. Quando riesce. Perché l’attività quotidiana spesso assorbe tutte le forze a disposizione. Lasciando ben poco spazio per “gli extra”. D’altra parte lo denunciava già il Procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello nel 2005 quando, in occasione di un convegno sui grandi cantieri tra Torino e Milano organizzato proprio dalla Fillea Cgil, sosteneva che: “Il problema è sempre l’esiguità degli organici disponibili, ma anche l’insufficiente formazione degli ispettori. Spesso sono mandati allo sbaraglio senza possedere la dovuta professionalità.

Walter Bossoni conferma la difficoltà di lavorare in rete con la struttura ministeriale: “Ad aprile dell’anno scorso abbiamo raccolto la denuncia di alcuni lavoratori circa irregolarità contrattuali nei cantieri della Tav. Abbiamo segnalato la cosa alla questura e inviato una lettera ufficiale all’Ispettorato. Dall’Ispettorato ci hanno risposto che avrebbero effettuato i controlli a settembre. Sei mesi dopo. Quando la maggior parte dei cantieri coinvolti erano già stati chiusi per la fine dei lavori”.

Bolkestein all’italiana

Sta di fatto che gli stranieri impiegati nei cantieri della Tav, comunitari o extracomunitari, sono spesso inermi di fronte all’arroganza di intermediari o imprenditori senza scrupoli. Le leggi e gli strumenti per ottenere giustizia ci sarebbero, ma spesso mancano i mezzi per ottenerla. E ora, con il meccanismo del trasferimento di lavoratori da paesi terzi nei cantieri in Italia, il cerchio si chiude. Perché, giocando sull’ambiguità della legge, il datore di lavoro senza scrupoli si mette al riparo da possibili sanzioni. “Una sorta di Bolkestein nostrana (vedi appendice, nda) – spiega Walter Bossoni – che risulta quasi impossibile contrastare”. E in effetti la Fillea Cgil di Novara ha tentato di affrontare il problema, proprio segnalando l’anomala situazione della Casstroni Italia srl, mettendo in dubbio che la manodopera “distaccata” adempisse effettivamente a “funzioni o compiti specifici”, come scritto nell’articolo 27 del Testo unico sull’immigrazione, e non a compiti da operai generici. Ma il Tribunale di Milano ha sconfessato le accuse dei sindacati. Il giudice competente si è infatti espresso a favore dell’azienda dichiarando insussistente la violazione. “Tutto è fatto seguendo la norma – dichiara una portavoce della Casstroni Italia srl all’indomani della sentenza dalle colonne del periodico locale “Tribuna novarese” – Tra scegliere di aggrapparci, come molti fanno, al lavoro nero raccattando qualche poveraccio per strada e la via legale, abbiamo scelto la seconda strada”. E il legale dell’azienda edile moldava conclude: “Appare evidente anche dalla sentenza la regolarità della procedura seguita dai miei clienti e la conformità alla normativa italiana in tema di distacco”.

APPENDICE

Direttiva Bolkestein

Si tratta di una direttiva della Commissione europea, relativa ai servizi nel mercato interno, che prende il nome dal Commissario europeo Frits Bolkestein, presentata nel febbraio 2004 e approvata da Parlamento e Consiglio il 12 dicembre 2006, divenendo formalmente la direttiva 2006/123/Ce.

Secondo il parere della Commissione europea, l’integrazione del mercato interno nell’ambito dei servizi è ben lontana dallo sfruttare in pieno le potenzialità di crescita economica. La direttiva Bolkestein ha quindi come obiettivo facilitare la circolazione di servizi all’interno dell’Unione europea, perché i servizi rappresentano il 70% dell’occupazione in Europa, e la loro liberalizzazione, a detta di numerosi economisti, aumenterebbe l’occupazione e il Pil della stessa. Tale principio è stato subito contestato da larga parte della società europea e ha destato vive preoccupazioni: i suoi oppositori sostengono che possa causare dumping sociale, ovvero stimolare una corsa al ribasso per quanto riguarda le tutele sociali, i diritti dei lavoratori e il livello delle retribuzioni. L’accesa discussione sulla direttiva ha avuto anche riflessi in altri campi: è stata individuata come una delle cause della disaffezione dei cittadini europei verso le istituzioni, ed è considerata una delle ragioni del fallimento del referendum francese, nonché di quello olandese, sulla Costituzione europea.

Per leggere la direttiva in oggetto: http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/06/st03/st03667-re01.it06.pdf

fonte:
Volontari per lo sviluppo – Maggio 2007
……..

Dall’inizio dell’anno ad ora, per lavoro, ci sono:
520 morti
520328 infortuni
13008 invalidi

Vai al canale lavoro

fonte: http://www.articolo21.info/

I muri e le farfalle


Una figura retorica che viene usata per rappresentare il rapporto Locale/Globale così recita: il battito d’ali d’una farfalla in Corea, può fare crollare un muro in California.

Il mercoledì 27 di giugno ho rinunciato a fare una visita alla cantina Botrugno (credetemi non è sacrificio da poco!) per seguire l’intervento del Walter al Lingotto di Torino.

Non è che sia particolarmente attraente il Veltroni-pensiero, ma avevo un debito: ho promesso ad una persona assai valida di scrivere un articolo e avevo bisogno di ascoltare l’evento politico del giugno 2007. In prima battuta mi sono pentito di aver sprecato il tempo per ascoltare cose ampiamente previste e note, conoscendo il futuro capo del PD da una decina d’anni. Poi ho riflettuto e due cose sono molto interessanti: la questione della sicurezza e quella della mobilità sociale. Per la prima finalmente è chiarita la frase che usò D’Alema nel 1994. Non so quanti la ricordano, ma, grosso modo, suonava così: nella Lega vi sono radici comuni con il Partito Comunista. La posizione di Veltroni sulla sicurezza è mutuata dal Borghezio-pensiero. Fateci caso, la sicurezza è messa in pericolo solo dagli immigrati, nemmeno una parola sulla Camorra, sulla Mafia, sulla ‘ndrangheta, sul terrorismo endogeno ed esogeno. Niente! Tutto scomparso, inghiottito da luoghi comuni senza alcuna base concreta ma che fanno effetto sull’immaginario collettivo.

Per la mobilità sociale l’assunto è molto bello: quando Berlusconi si lasciò scappare la domanda freudiana: ma davvero il figlio dell’operaio e il figlio del dottore sono uguali? Prodi perse l’occasione, ma Veltroni no. Veltroni ha risposto che devono essere uguali, almeno all’inizio, poi ognuno per la sua strada: il figlio dell’operaio potrà fare il dottore e il figlio del dottore potrà cambiare mestiere, potrà essere scienziato, ricercatore o altro …. Bisogna aumentare la mobilità sociale. Bravo Veltroni, bravissimo. Certo rimane in sospeso la questione su chi farà l’operaio, ma si può sempre risolvere con l’immigrazione …

A parte queste piccole cose Veltroni ha disegnato, finalmente, i confini dell’alleato di centro che la sinistra, speriamo presto tutta intera, può guardare in una leale competizione e una fattiva cooperazione.

Ora vi chiederete che c’entra la metafora della farfalla coreana e del muro della California, semplice: il librarsi in volo di Veltroni ha fatto crollare il muro di veleni su intercettazioni telefoniche, Visco Speciale, De Gennaro G8, ecc. Lo so penso male e faccio peccato e, sicuramente, sarò destinato all’inferno, ma che posso farci? Mi consolo pensando che, ormonalmente comunista, ci ero già destinato.

Il giovedi 28 di giugno, a Brindisi, alcune associazioni organizzano una conferenza sulle quote di CO2, il protocollo di Kyoto, le decisioni della Commissione Europea. Il Prof. Danilo URSO ci massacra con una lezione di circa due ore. Cifre e grafici mitragliati su una sala priva di aria condizionata e colma di ascoltatori di varia estrazione. La notizia è che tutti ascoltano in religioso silenzio e con una attenzione che ha rarissime cadute.

Ne vien fuori un dibattito che si prolunga fino alle 22.30 con un gruppo di eroi che giungono alla fine dello stesso. L’asse Brindisi-Taranto, ma in particolare Brindisi, per la presenza di un polo energetico a carbone, è il luogo di massima produzione di CO2 d’Europa, ovvero siamo i maggiori responsabili di produzione industriale di effetto serra del continente e, per ragioni che lascio alla vostra intuizione senz’altro geniale, alle centrali di Brindisi si intendono lasciare delle quote di Anidride Carbonica che non hanno pari in nessuna altra parte d’Europa, introducendo un ulteriore aggravio della pressione inquinante sulle nostre case e un fattore di illecita concorrenza verso chi queste quote non detiene.

La produzione energetica di Brindisi non è precisamente una farfalla e se a Brindisi si continuano a bruciare dieci milioni (dieci milioni non è un errore) di tonnellate di carbone all’anno non lamentatevi che non ci siano più le mezze stagioni e i muri delle vostre case diventano gelidi o roventi.

Il Venerdi 29 giugno, un caro amico mi ha invitato ad una riunione della costituenda Sinistra Democratica. C’era un po’ di gente, CGIL e poco altro, c’era Valdo Spini. Belle cose si son dette e c’era anche manifestazione di ottime intenzioni e qualche autocelebrazione.

La cosa più interessante è stata l’intervento dell’On.le Spini, persona di innata simpatia e spessore culturale notevole. Ci ha lasciato importanti spunti di ulteriore riflessione dei quali ne cito due, credo fondamentali e fortemente innovativi: il primo sulla questione fiscale e l’introduzione della concorrenza di interessi che dovrebbe regolarlo. In soldoni se io non posso scaricarmi l’IVA della fattura perché devo richiederla e pagare il 20% in più? Il secondo spunto di riflessione è la questione dei costi della politica, il buon Valdo valdese suggerisce al Governo una cosa assolutamente condivisibile: perché non ridurre immediatamente le dimensioni del Governo che è il più numeroso della Storia Repubblicana?

Meno mi è venuto da riflettere sulla “necessità del rinnovamento della classe politica” detto da una stimatissima persona in Parlamento da otto legislature.

Anche qui i muri e le farfalle c’entrano, ma all’incontrario: se facciamo cadere i muri tra le sue mille anime, la sinistra-farfalla riuscirà a battere di nuovo le ali?

Vado alla cantina a trovare il mio amico Sergio.

Pino De Luca

PdCI – Brindisi

su gentile concessione di diario_di_bordo

Clima: correre ai ripari


di Carlo Bertani27 giugno 2007

Ero certo che ci si arrivava: quando si cerca d’avvisare dei possibili pericoli, ai quali siamo esposti per il mutamento climatico in atto, la prima accusa che si riceve è quella d’esser una Cassandra. Chi si permette queste calunnie, però, non ricorda molto l’epica: Cassandra, aveva ragione.
Oggi, giugno 2007, scopriamo di non riuscire a coprire la richiesta d’energia per l’accensione dei climatizzatori: 54.700 MW di punta, e la rete non ce la fa perché non c’è abbastanza energia.

Il gestore della rete non ha altra scelta che staccare a rotazioni le sezioni della rete meridionale, quella dove “succhiano” più energia perché – con 47 gradi – gli anziani iniziano a soffrire ed a rischiare la vita.
Non lanciamoci nella solita querelle delle colpe e delle responsabilità, su chi doveva fare e non ha fatto, oppure su chi ha fatto e non doveva fare: il tempo, sta scadendo. Vediamo cosa possiamo fare subito.

Anche se la captazione fotovoltaica non è ancora a buon mercato, è quella che consente rapide installazioni e di superare le emergenze: ovviamente, non quella dell’estate in corso, bensì della prossima.
I provvedimenti presi in materia dal governo Berlusconi e, oggi, da Prodi, conferiscono delle agevolazioni fiscali per l’installazione dei sistemi fotovoltaici. Il problema è che la quota compresa nelle agevolazioni è troppo bassa: poche centinaia di MW di picco.

Se la richiesta della rete è superiore ai massimi storici, e viaggiamo intorno ai 55.000 MW/h di richiesta (o pressappoco), è evidente che non possiamo affrontare l’emergenza con dei pannicelli caldi.
Chiediamo alla classe politica di elevare gli incentivi per almeno 3.000 MW di picco che, nella stagione estiva e nelle ore diurne, coincidono praticamente con una produzione reale di 3.000 MW/h. Nelle ore d’accensione dei climatizzatori, saremmo coperti dalla produzione fotovoltaica.

Invece di finanziare dubbi progetti – come quello di stivare l’anidride carbonica nel sottosuolo – cerchiamo di non generarne e di produrre energia pulita: investiamo dove sappiamo d’ottenere risultati certi.
Il risparmio energetico si attua sistemando dei collettori solari per l’acqua calda al posto dei boiler elettrici e, il precedente governo, stimò un risparmio del 3% d’energia elettrica se venivano attuati interventi come quelli austriaci. La legge è stata varata dall’attuale governo, ma è troppo farraginosa e, soprattutto, nessuno lo sa.

Poi, bisognerebbe passare agli interventi strutturali di medio periodo: il piano del ministro Matteoli, 13.000 aerogeneratori sul territorio, deve partire subito. L’attuale governo vuole incrementare quel numero? Ben venga: perché non affidare ai comuni l’impianto di quei sistemi, sull’esempio di Varese Ligure?
Con 15.000 aerogeneratori da 1 MW di picco ciascuno, per 1051 ore (media italiana) di funzionamento annuo alla massima potenza, ricaveremmo circa 1.800 MW/h in più da immettere in rete. Alla faccia di Sgarbi e di Ripa di Meana.

Sommando i due interventi di produzione elettrica, avremmo a disposizione 4.800 MW/h, ossia avremmo incrementato del 10% circa la produzione e – pur considerando che non tutti quei 4.800 MW/h sarebbero sempre disponibili (in certe ore ci può essere meno vento e più sole, ecc) – saremmo almeno fuori dell’emergenza estiva. Se si attuasse anche il risparmio sui boiler elettrici, supereremmo anche quella percentuale.
Bisognerebbe quindi passare agli interventi strutturali di lungo periodo: il recupero del piccolo e medio idroelettrico (soprattutto sui fiumi, dove un tempo c’erano migliaia di mulini) e la grande promessa, ossia il solare termodinamico.

Non dimentichiamo, inoltre, che questa è un’emergenza estiva: e se, lo stesso scenario, dovesse verificarsi d’inverno, per un brusco calo delle temperature seguito dall’accensione di milioni di stufette elettriche? Finiremmo congelati? Meglio correre ai ripari.
Come potrete notare, questo intervento è di poche decine di righe, a fronte di migliaia di ore di chiacchiere. E’ ora di finirla con i tanti “esperti” che vendono fumo: queste sono realtà, espresse in poche, semplici righe. Chi si chiama fuori, se ne assuma le conseguenze.

fonte: http://www.disinformazione.it/correre_ai_ripari.htm

Carlo Bertani articoli@carlobertani.it www.carlobertani.it

www.disinformazione.it

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Chi uccise JFK?

30/6/2007 (8:47)L’ASSASSINIO IL 22 NOVEMBRE 1963

Una pallottola riapre il mistero

A sinistra, la pallottola usata per l’esperimento
A destra due proiettili utilizzati per il confronto

La perizia della ditta italiana
che produsse l’arma del delitto.
Oswald non può aver colpito
Kennedy da quella distanza
perciò non era l’unico killer
di VINCENZO TESSANDORI

La verità esiste, solo il falso dev’essere inventato diceva il pittore Georges Braque. La verità è che quel 22 novembre 1963, un venerdì nero pece, venne teso un agguato mortale a John Fitzgerald Kennedy, 46 anni, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, cattolico e ricco. Gli spararono mentre su un’auto scoperta percorreva un viale alberato a Dallas, in Texas. Con un fucile di precisione Carcano modello 91/38 matricola C2766, calibro 6.5, prodotto dalla Regia fabbrica d’armi di Terni. Forse è stato inventato, dunque è falso gran parte di quanto è stato detto, scoperto, raccontato in seguito sul complotto che «sconvolse il mondo» tanto che la radio sovietica sospese i programmi e concluse le trasmissioni del giorno con una marcia funebre. Mafia, servizi cubani, traditori: chi il colpevole?

La commissione presieduta dal giudice Earl Warren stabilì che furono esplosi tre colpi in 7 secondi: un test compiuto nel poligono di Terni sotto la supervisione di ufficiali dell’esercito, informa l’Ansa, ha stabilito che quel fucile può spararne uno ogni 5. Conclusione: è stata raggiunta la prova che almeno un altro fucile fece fuoco. Chi lo imbracciava?

Allora venne catturato un ex marine di 24 anni, Lee Harvey Oswald, uno senza arte né parte, si disse, poi gli vennero scoperte troppe arti e troppe parti, una, soprattutto, inquietante: secondo Waggoner Carr, consulente legale della commissione Warren, dal 1962 all’assassinio del presidente, Oswald sarebbe stato agente segreto dell’Fbi con una paga mensile di 200 dollari. Dissero che aveva sparato da una finestra al sesto piano di un deposito di libri. Un proiettile attraversò la gola di JFK, che con la moglie Jacqueline occupava il sedile posteriore, e poi colpì il governatore John Connally, seduto davanti. Quella pallottola, trovata intatta sulla barella di Connally, venne definita magic bullet. Il secondo centrò al capo il presidente e lo uccise. L’ultimo fallì il bersaglio, forse ferì un passante.

Impossibile, si sottolinea, che colpite due persone, una pallottola sparata da 80 metri rimanga intatta come il magic bullet: nel test di Terni, autorizzato dal Comando Logistico dell’Esercito, è stato fatto fuoco contro due blocchi di carne e il proiettile ne è uscito deformato. Non solo, ma se avesse centrato la testa del presidente il Carcano calibro 6.5 l’avrebbe passata da parte a parte: al contrario, non venne trovato foro d’uscita. Spiegazione degli esperti Usa? Il proiettile si è disintegrato. Possibile? A questo mondo tutto è possibile, ma a Terni sostengono come un fenomeno del genere «assai raro con le pallottole standard del Carcano» possa verificarsi se «i proiettili sono stati incisi da mani esperte». Allora, un secondo uomo. Accovacciato sotto un albero della grassy knoll, a 30 metri dal corteo presidenziale, avrebbe fatto fuoco lui e lo scempio sul corpo del presidente sarebbe compatibile con il tipo di proiettili rinvenuti.

E c’è un altro fatto singolare: da un documento del Sifar, come allora si chiamava il nostro servizio segreto militare, la commissione Warren avrebbe ricavato la convinzione che il Carcano modello 91/38 fosse un pezzo unico. Ma dagli archivi americani spunta un dispaccio inviato a Washington dagli agenti Cia a Roma secondo cui Giulio Andreotti, ministro della Difesa, commissionò al «Depatron Service» un rapporto sul Carcano di Dallas. E il documento conterrebbe notizie differenti da quelle sostenute nel rapporto Warren. L’informativa è siglata da William K. Harwey, capo della Cia in Italia, per anni cervello dell’Executive Action, creato a Langley per programmare l’eliminazione di leader stranieri: nella lista Trujillo, Lumumba, Fidel Castro. Evidentemente JFK non approvava tali sistemi e, pochi mesi prima dell’attentato, mister Harwey era stato «esiliato» a Roma.

Un altro punto non chiaro è come fosse finito nella mani di Oswald il fucile Carcano. Forse lui lo avrebbe raccontato, ma venne freddato da tale Jack Ruby, uno borderline col codice penale, morto più tardi, per malattia. Ma sì, in fondo «la verità esiste».

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200706articoli/23227girata.asp

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24 novembre 1963 – Jack Ruby uccide Lee H. Oswald
Durante il trasferimento in carcere, in diretta davanti alle telecamere delle tv, Oswald, circondato da poliziotti e in manette, viene ucciso da Jack Ruby. Che muore in carcere nel 1967 per un embolo provocato da un’iniezione.

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FOLLIA PURA

SIAMO ALLA FOLLIA

Prendo spunto da una lamentosa lettera inviata a C. Augias, ospitata oggi su Repubblica, da parte di un certo signor Sergio Bartolommei, dell’Università di Pisa, che se la prende con quanti (in specifico Coldiretti e Coop) osteggiano la produzione e la commercializzazione degli Ogm, specificando: “non significa che gli Ogm siano il nuovo sterco del diavolo e quelle organizzazioni il santuario delle verità scientifiche”.

Ecco la paroletta magica: scientifiche. Di regola le Verità scientifiche appartengono alla scienza. E la Scienza nell’immaginario collettivo (ma è un’idea ancor più radicata negli scienziati) non sbaglia. Mai. Salvo dimenticarsi che ogni nuova Verità Scientifica va ad affossare od inficiare ogni Verità precedente.

Lo stesso Augias gli da man forte. Nella risposta, che a me suona un po’ “inchinata” e da persona non bene informata dei fatti, riporta parti di un discorso del prof. Umberto Veronesi che, in posa di Filosofo Peripatetico, vagheggia riflessioni sulla natura della Spartina Marittima (una pianta) e delle sua capacità di nutrirsi di acqua salata. Poi, sempre Veronesi, passa a cincischiarsi sul fatto che (oltre che Filosofo il nostro è pure Sociologo): “un terzo di tutte le specie vegetali esistenti si sono evolute a partire da ibridazioni naturali, il resto è stato opera dell’uomo, fin dalla preistoria”. Molto tranchant.

Fa bene l’ottimo Umberto a definire “le specie vegetali esistenti”, ché, col nostro modernismo ne abbiamo già fatte sparire un bel po’; ma fa male a parlare di manipolazioni dell’uomo fin dalla preistoria non tenendo canto che, appunto, erano ibridazioni NATURALI, e ciò che succede oggi con gli Ogm non c’è proprio nulla di naturale. Voleva essere, il suo, tutto un bel discorso teso a sostenere la liceità degli Ogm, salvo non accorgersi di essersi contraddetto in termini.

Cosa c’è di naturale negli Ogm?

Non solo. Il buon Augias, poi, affonda la spada (ma è più uno stiletto spuntato) continuando con le citazioni del succitato che, imperterrito, scivola nel delirio quando afferma: “Negli Stati Uniti gli Ogm si usano da decenni senza conseguenze per la salute”. Solo due osservazioni: 1) pochi decenni non bastano a quantificare i danni; 2) notoriamente il popolo nordamericano è tutto meno che un popolo in salute fisica (consumano una quantità spaventosa di medicinali), ma anche dal punto di vista mentale non ci siamo: il massiccio consumo di psicofarmaci (sono i primi al mondo) indicano il popolo nordamericano come il più “fuori-di-testa”. E lo si vede.

Ma il buon (ancora) Augias non si accontenta di fare da megafono agli “interessi particolari” di una certa industria, no. Afferma anche, di suo, : “In un’agricoltura invasa, avvelenata, da erbicidi e pesticidi preoccuparsi degli Ogm sembra francamente un lusso ideologico”. Capito? Prima le Industrie dei pesticidi ci avvelenano la terra (e noi insieme) poi, le stesse Industrie, ci regalano la panacea di tutti i mali, gli Ogm appunto.

Bravo Augias, 7+. Adesso si rimetta pure a sedere, che la paghetta se l’è guadagnata.

Finito qui? Magari.
In altra parte del giornale la vera notizia, quella che lascia basiti.


TRAPIANTATO GENOMA DA UN BATTERIO ALL’ALTRO

Tal Craig Venter (che, per non sbagliare, ha subito brevettato la sua scoperta) ha creato la prima forma di vita artificiale attraverso un’esperimento di laboratorio.

Nel Craig Venter Insitute di Rockville, negli Stati Uniti (e dove, se no?) con un processo di trasferimento è stato “donato” il DNA di un batterio ad un altro (vi risparmio la descrizione scientifica del processo), il quale Dna ha non solo “sposato” inizialmente il Dna del batterio ricevente ma, in breve tempo tempo, è mutato in un qualcosa di “totalmente diverso” e nuovo. Giubilo della Scienza, e coro di trombe. Anzi no, di “tromboni”.

Unico neo, il ricercatore che materialmente ha condotto l’esperimento, tale John Glass, ha candidamente “ammesso di non aver capito bene come il processo sia avvenuto”.

Una banda di pazzoidi gioca al Piccolo Chimico e sbraita “Eureka” su un qualcosa del quale hanno capito nulla e, quel che è peggio, già sognano possibili sviluppi sulla strada della costruzione di un essere vivente “integralmente artificiale”.

Questa paura è di molti, e per tutti si è levata la protesta, attraverso le pagine della rivista Nature, dell’Etc Group (movimento ambientalista canadese) proprio in merito all’esperimento di Venter.

Ricordiamo che tutto ciò che è Ogm è geneticamente manipolato. Ed io sono sicuro che gli organismi geneticamente modificati, ancorché non naturali, una volta ingeriti e digeriti andranno a modificare anche il mio, di organismo. Con conseguenze tutto meno che salutari.

Quel che “entra” nell’uomo contribuisce a trasformare l’uomo. Nel soma come nella psiche.

Ho la maledetta certezza che se queste Marionette della Scienza non la smettono di cercare di manipolarci avremo conseguenze nefaste e irreversibili, fino alla distruzione della specie.

La nostra.

Mauro Salvi

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