Archivio | febbraio 8, 2013

SIAMO SEMPRE SOTTO RICATTO – Saldi di fine stagione. La Marina regala 65mila divise ai libici

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Saldi di fine stagione. La Marina regala 65mila divise ai libici

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La nuova marina libica vestirà all’italiana, magari non all’ultima moda ma all’italiana. L’accordo tecnico reso noto oggi prevede la cessione gratuita di vestiario in disuso, appartenente alle vecchie uniformi della Marina Italiana ai marinai libici che riceveranno uniformi kaki (sostituite tre anni fa dalle “blue navy”) per oltre 65mila capi tra camicie manica lunga e manica corta, pantaloni estivi e invernali, magliette intime, pigiami e cinture.

La cessione ai libici ha consentito di svuotare dalle rimanenze di magazzino le basi di Taranto, Augusta, La Spezia, Ancona e Cagliari. La consegna è avvenuta il 6 febbraio a Tripoli, in occasione della visita del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, nel corso della quale l’esercito libico ha ricevuto in dono dall’Italia anche equipaggiamenti decisamente più impegnativi

Come i 20 blindati leggeri Puma (gli equipaggi libici destinati a questi mezzi sono in addestramento in Italia), mezzi recenti acquistati dall’esercito in 600 esemplari tra il 2001 e il 2004 ma rivelatisi vulnerabili agli ordigni improvvisati durante la missione in Afghanistan e già in dismissione presso molti reparti.

Italia, Francia e Gran Bretagna hanno attivato missioni di supporto alla riorganizzazione delle forze armate libiche fin dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi anche con l’intento di aggiudicarsi lucrose commesse per nuovi armamenti ed equipaggiamenti. Speranze finora andate deluse anche a causa del caos che regna nel Paese nordafricano. La Marina italiana ha bonificato da ordigni e relitti i porti libici mentre un centinaio di istruttori italiani sono impegnati ad addestrare i soldati e i poliziotti libici destinati alla protezione di aree “sensibili” (come i siti petroliferi) nell’ambito dell’Operazione Cirene finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro.

Una Libia «stabile e sicura» è nell’interesse dell’Italia e delle sue aziende, perché «in tutti i campi, i rapporti economici hanno bisogno di sicurezza per svilupparsi e prosperare» ha detto Di Paola incontrando il ministro della difesa libico, Mohamed Ali Barghani e il primo ministro Ali Zeidan. Su quella che un tempo era definita la nostra “quarta sponda” non mancano certo i problemi di sicurezza. La Cirenaica è infestata dalle milizie islamiste e assomiglia sempre di più al Waziristan pakistano. Fuori controllo anche la regione meridionale del Fezzan dove la decisione del governo di chiudere tutte le frontiere ha ben poco senso dal momento che nessuna forza governativa è in grado di controllare migliaia di chilometri di confini desertici.

Bargthani ha ribadito le “grandi difficoltà” delle autorità locali a controllare confini troppo porosi ed estesi. Una condizione che consente il libero movimento a trafficanti di armi, droga, esseri umani e di milizie e gruppi terroristici. A Tripoli il ministro Di Paola ha sollecitato la ripresa del «controllo integrato delle frontiere» auspicando «passi concreti in tempi brevi».

Un invito a Tripoli non solo a riconoscere in senso generale i crediti vantati dalle aziende italiane con il regime di Gheddafi ma soprattutto a onorare e completare il programma per la realizzazione di una rete di sensori in grado di monitorare tutte le frontiere libiche. Una gara vinta da Selex, società del gruppo Finmeccanica, che ora vede insidiato il suo contratto dalla scarsa credibilità delle autorità di Tripoli e dalla concorrenza francese che vede Eads proporre ai libici i propri prodotti. Solo nel settore difesa e sicurezza Finmeccanica vanta crediti per due miliardi di dollari con la Libia.

«Abbiamo bisogno del vostro aiuto, abbiamo problemi alle frontiere, difficoltà a controllare l’immigrazione clandestina», ha confermato Barghani sottolineando le richieste di aiuto all’Unione europea. La Libia non è certo un Paese del terzo mondo e i proventi dell’export di gas e petrolio sarebbero sufficienti a finanziare un programma pluriennale di completo equipaggiamento e addestramento delle forze armate e di polizia, inclusa quella di frontiera.

Il timore è che Tripoli punti a ottenere aiuti gratuiti dall’Italia paventando (come fece a suo tempo Gheddafi) la minaccia di nuove ondate di migranti africani verso Lampedusa. «Esistono contratti sottoscritti e firmati con l’Italia; da parte nostra c’è l’impegno a rispettarli» ha ribadito Di Paola alimentando il clima di fiducia su un prossimo accordo tra i due Paesi.

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fonte ilsole24ore.com

Usa sotto la neve, in arrivo la tempesta del secolo: a New York torna l’incubo dopo Sandy

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Usa sotto la neve, in arrivo la tempesta del secolo: a New York torna l’incubo dopo Sandy

Sette Stati investiti dalla tempesta Nemo. Il sindaco Bloomberg invita i cittadini a rimanere in casa, ma sarà Boston la più colpita

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NEW YORK – Un manto di neve di un metro. Sette Stati si preparano a essere investiti da una tempesta che potrebbe battere tutti i record. La neve è cominciata a cadere a New York nelle prime ore del mattino, a Boston nel pomeriggio. E se la Grande Mela sembra destinata a ricevere solo una decina di centimetri di neve, contro i 95 di Boston, a complicare la situazione – ammoniscono i meteorologi – è la possibilità che si formino degli uragani sull’Atlantico sotto la costa di Long Island. Tutta quella zona è stata martoriata dall’uragano Sandy, lo scorso ottobre, e non si è ancora rimessa dalla distruzione. Un’altra ondata dipiena sarebbe una catastrofe inenarrabile. La tempesta arriva quando l’intera regione aveva creduto di aver superato il peggio dell’inverno. Dopo due settimane con temperature polari, con il termometro che non saliva mai sopra lo zero, erano giunte alcune giornate miti, che avevano fatto sognare l’arrivo della primavera. Invece l’inverno sta riservando al nord-est un colpo di coda che potrebbe fare storia.

Gli aeroporti dei sette Stati interessati – New York, New Jersey, Connecticut, Massachusetts, Rhode Island, New Hampshire, Maine – sono stati chiusi, migliaia di voli cancellati: “Dovevamo partire per una settimana di vacanza in Messico, per andare al sole – si addolora Karen Kay -. Ci hanno spostato a lunedì. Perderemo tre giorni!” Anche il servizio ferroviario Amtrack, che gestisce la linea veloce Acela fra Washingtom, New York e Boston, ha annunciato l’interruzione del servizio.

I governatori hanno adottato misure di emergenza straordinarie. Ma quelle più severe sono nel Massachusetts, dove il governatore Deval Patrick ha chiesto che dalle 4 del pomeriggio nessuno si mettesse al volante, se non per emergenze: “Ci aspettiamo che la nevicata porti circa un metro di neve, e che finisca sabato pomeriggio – ha detto Patrick -. Ma anche dopo, il vento farà volare la neve in un turbine, accecando gli automobilisti e la guida potrebbe essere pericolosa”.

A New York, il sindaco Michael Bloomberg ha chiesto ai cittadini di starsene il più possibile al riparo e di rifornirsi di torce e batterie, e ha mandato a casa i dipendenti pubblici. Anche all’Onu il segretario generale Ban Ki-moon ha spedito a casa tutti i dipendenti. Solo Wall Street ha stretto i denti e ha deciso di resistere fino all’ora di chiusura, le 4 del pomeriggio. E nel frattempo migliaia di camion spargisale sono stati preparati soprattutto per la mattina di sabato. Il sindaco ha ricordato che nella città ci sono 10 mila chilometri di strade da spalare e cospargere di sale: cioé una distanza due volte quella che separa New York da Los Angeles.

La tempesta, che arriva dalle pianure del MidWest, è stata battezzata “Nemo”, con un certo sgomento degli appassionati del cinema, che ricordano il dolce pesciolino Nemo dell’omonimo film e trovano che sia sbagliato usarne il nome per una tempesta che potrebbe causare morti e che sicuramente causerà milioni e milioni di danni.

Venerdì 08 Febbraio 2013 – 19:26
Ultimo aggiornamento: 19:44
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SENTI CHI PARLA… – Napolitano: “Impossibile non riconoscere il fallimento del comunismo”

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Non fa specie, ne’ sorprende, che sia un Napolitano, fondatore della corrente ‘migliorista (estrema ‘destra’ nel Pci) composta da quattro gatti ed editore di un ‘giornalino’ sulle cui pagine campeggiavano le pubblicità dell’imprenditore Berlusconi, a dettare l’ennesimo annuncio funebre della dipartita del comunismo. Lui che, di fatto, comunista non è mai stato e che ha avuto il via libera all’elezione della Presidenza proprio da quel Berlusconi entrato in politica al solo scopo di salvare le sue aziende dalla bancarotta.
Gli va riconosciuto il fiuto: quando il meneghino Berlusconi non se lo filava nessuno (non nella cerchia dei potenti, sicuramente) il nostro prode rappresentante della Patria non solo accoglieva le sue pubblicità ma ne elogiava i meriti con tanto di elzeviri alquanto propagandistici. Se continua così, questa barzelletta di Presidente surclasserà l’altrettanto barzelletta vivente che fu il presidente Leone, di non lontana memoria. Il che è tutto dire…

mauro

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Napolitano: “Impossibile non riconoscere il fallimento del comunismo”

Il presidente della Repubblica scrive in una raccolta dell’Osservatore Romano in occasione dei 70 anni del cardinale Ravasi: “E’ avvenuto un rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e ha finito per capovolgersi nel suo opposto”

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Il comunismo ha fallito. A dirlo è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a lungo dirigente del Pci (sia pure dell’ala destra). Il giudizio storico del capo dello Stato è affidato a un intervento sull’Osservatore Romano che fa parte di una raccolta di scritti (“Praedica verbum”), pubblicata in onore del settantesimo compleanno del cardinale Gianfranco Ravasi. “Certo, è stato impossibile – se non per piccole cerchie di nostalgici sul piano teoretico e di accaniti estremisti sul piano politico – sfuggire alla certificazione storica del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista” scrive Napolitano. Nel suo intervento sul giornale del Vaticano il presidente si è concentrato sul rapporto tra etica e politica parlando chiaramente delle fine delle ideologie, a partire da quella comunista, ma non dimenticando che dall’altra parte si affermò anche un certo “fondamentalismo di mercato”.

Sempre sulla fine del comunismo, Napolitano ha parlato del “rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e che aveva finito – come, con fulminante espressione, disse Norberto Bobbio – per capovolgersi, nel convertirsi di fatto nel suo opposto”. In parallelo, aggiunge il presidente, “l’ideologia conservatrice è sopravvissuta alla fine del comunismo, assumendo sempre più le sembianze di quel ‘fondamentalismo di mercato’, tradottosi in deregulation e in abdicazione della politica, che solo la crisi finanziaria globale scoppiata nel 2008 avrebbe messo in questione”.

Napolitano sollecita, nel suo scritto, la “rinascita della componente ideale e morale” della politica. Tale rinascita deve essere basata dal recupero degli ideali di libertà e di giustizia sociale. Si tratta di “secernere dalle ideologie contrapposte” del ’900 i loro “riferimenti positivi”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

IL ‘CASO’ – ‘Suicidio Italia’, il film denuncia

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‘Suicidio Italia’, il film denuncia

Esce il primo documovie sugli effetti drammatici della recessione nel nostro Paese. E per ‘suicidio’ non si intende solo la gente che si toglie la vita, ma anche un Paese privato di ogni speranza e di ogni futuro

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di Andrea Managò

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Si può avere paura del proprio Stato, fino a denunciare le più alte cariche istituzionali per attentato alla Costituzione come ha fatto l’avvocato Paola Musu. Oppure paura di perdere il lavoro e non riuscire a prendersi cura dei propri figli.

E’ proprio la paura è il filo rosso che unisce le vicende raccontate nella docu-fiction “Suicidio Italia-Storie di estrema dignità”. Un viaggio tra i risvolti più drammatici della recessione in atto nel Paese, tra drammi familiari, crisi aziendali, disoccupazione a livelli record e un welfare che latita.

L’anteprima in sala è fissata per lunedi 11 febbraio al Teatro Ghione di Roma. Un progetto low budget, che nasce da un’idea di Alessandro Tartaglia Polcini, alla sua seconda prova da produttore.

Ex assistente di volo oggi in mobilità, nel 2009 ha già portato sul grande schermo la pellicola “Tutti giù per aria”, lungometraggio che narra le sorti dei lavoratori Alitalia in esubero nel passaggio tra bad e new company.

Stavolta, con la regia di Filippo Soldi, lo sguardo si allarga e prova a tirare le somme della crisi economica che colpisce tutto il sistema paese facendo una sintesi dei primi sei mesi dello scorso anno.

Il titolo stesso gioca sul filo sottile di una doppia interpretazione. Nei primi mesi del 2012 i media hanno riportato le notizie di decine di lavoratori e di imprenditori che si sono tolti la vita per cause riconducibili alle difficoltà economiche. Un lungo elenco, condito da polemiche politiche e distinguo legati ai singoli casi, che ha ricordato le analogie con le cronache della grande depressione del 1929.

Ma il suicidio a cui si fa riferimento rimanda anche al punto di vista degli autori su un paese che «rinuncia ad investire nel suo futuro».

“Suicidio Italia” insomma affronta alcune delle vertenze di lavoro più calde dello scorso anno: dall’Almaviva all’Omsa passando per l’ospedale dermatologico Idi di Roma. Le racconta tramite l’intreccio di immagini di repertorio, manifestazioni e interviste ad autorevoli commentatori, tra cui Marco Travaglio e Dario Fo. Il tutto intervallato da una sezione fiction, nella quale Eugenia Costantini interpreta il ruolo di se stessa: una giovane attrice disillusa sul futuro che accompagna gli spettatori tra i diversi volti della crisi italiana.

«Siamo partiti da una frase che ci ripetevano spesso i lavoratori Alitalia, ‘oggi tocca a noi, domani a voi’: crediamo che quel domani purtroppo sia già arrivato» spiega il regista. Che sottolinea: «Lo scorso anno è stato drammatico, sia dal punto di vista dell’occupazione che per la successione di suicidi, ci ha colpito soprattuto che abbiano coinvolto lavoratori appartenenti a categorie molto diverse, dall’imprenditore al precario».

L’incontro con i parenti di alcune «vittime della crisi» scandisce la metrica del racconto. Ecco allora in successione le storie di Mario Frasacco, imprenditore romano che si è sparato dopo aver visto la sua azienda avviata al fallimento. O quella di Giuseppe Campaniello, artigiano che si è dato fuoco di fronte alla sede dell’Agenzia delle Entrate di Bologna, raccontata dalla moglie Tiziana, che nei mesi scorsi ha organizzato una marcia assieme ad altri parenti di persone decedute in circostanze analoghe.

«Abbiamo tentato di scavare dentro un sistema che taglia posti di lavoro, erode diritti e annienta le speranze di intere generazioni» prosegue Filippo Soldi. Risultato: «La crisi ha prodotto paura, solitudine e rassegnazione».

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in edicola

Il giornale in edicola

fonte espresso.repubblica.it

Corte dei Conti all’attacco dei derivati «I comuni annullino i contratti onerosi»

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La magistratura contabile: «I rischi sono molti e imprevedibili»

Corte dei Conti all’attacco dei derivati
«I comuni annullino i contratti onerosi»

«Per gli amministratori è colpa grave»

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«I rischi sono molti e imprevedibili»: la Corte dei Conti punta i fari sui derivati. In un dossier della procura generale arriva un monito: gli enti dovrebbero adottare «doverose iniziative volte alla risoluzione di contratti eccessivamente onerosi». Altrimenti – avverte la Corte – per gli amministratori c’è «colpa grave». La Corte fa presente che gli enti, che hanno utilizzato i derivati per ristrutturare il debito o farne dei nuovi, possono contare sulle «notevoli aperture» sia del giudice ordinario, che concede la nullità del contratto per mancanza di causa, che, soprattutto, del giudice amministrativo (legittimità dell’annullamento d’ufficio in via di autotutela del contratto potenzialmente dannoso per l’ente). Altrimenti – avverte la Corte – «la condotta degli amministratori potrebbe essere censurata sotto il profilo della colpa grave».

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fonte corriere.it

DUE QUESTIONI PER IL PD – Al Pd manca lʼacqua. I comitati ricordano a Bersani il plebiscito blu / Caro Bersani, ma per i giovani il merito vale più di un abbraccio

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Al Pd manca lʼacqua. I comitati ricordano a Bersani il plebiscito blu

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di | 8 febbraio 2013

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Trale parole dell’Italia giusta che stanno facendo il giro del paese insieme al Pd in questa campagna elettorale, stampate come carta cielo da presepe alle spalle di Pierluigi Bersani durante i sui discorsi, ne mancano due, un sostantivo e un aggettivo che insieme pesano 27.000.000 di cittadini: “acqua pubblica”.

Dopo qualche imbarazzato tentativo di dialogo, il rapporto tra il Pd e il popolo referendario non è mai stato di convergenza: a dir poco timido durante la campagna per il sì all’acqua pubblica e senza profitti, subito dopo il “plebiscito blu”, Pierluigi Bersani aveva però prontamente esaltato in conferenza stampa lʼeccezionale risultato in termini di partecipazione popolare e assunto come responsabilità un nuovo piano nazionale di gestione del ciclo dellʼacqua, salvo poi palesare che la sua idea di “nuovo piano” era contenuta in una proposta di legge che, in sostanza, ben lungi dallo sbarrare la strada alle privatizzazioni, poco aveva di innovativo, limitandosi a riproporre un contesto analogo a quello vigente prima del decreto Ronchi.

Presentata il 16 novembre 2010, la proposta di legge non aveva visto – se non i maniera sbrigativa, superficiale e rigorosamente post stesura – il confronto con cittadini e comitati: elogio della partecipazione. Quanto al modello di gestione, si prevedeva non il ritorno ad enti pubblici ma esclusivamente la forma della S.p.A., tra lʼaltro, a partecipazione mista pubblica-privata, a totale capitale pubblico o anche interamente privato: il cavallo di troia che aveva spianato la strada all’ingresso dei privati nella gestione dei servizi essenziali. La remunerazione del capitale investito cambiava semplicemente nome e diventava “remunerazione dellʼattività industriale”. Apoteosi del contraddire sé stessi, all’art. 2 si leggeva prima che “lʼacqua è un bene comune dellʼumanità” e poi, appena 7 righe più in basso, che “lʼacqua è un bene di rilevanza economica”.

Sintetizzate le posizioni fin qui tenute dal Pd rispetto alle forme di gestione del servizio idrico integrato, a colpire non è tanto il fatto che, in poco più di un anno e mezzo, siano scomparsi dall’agenda politica i temi dei referendum – che comunque poco vi erano entrati anche prima – quanto il notare che scomparsa è anche lʼattenzione alla grande partecipazione popolare che questi avevano stimolato. A pochi giorni dalle elezioni, nessuno ha messo in campo la più scontata delle operazioni mediatiche: ritirare in ballo il voto del giugno 2011 ammiccando a 27.000.000 di cittadini; lʼacqua pubblica non si è vista riconoscere nemmeno il grado di promessa da campagna elettorale. Sarà che le promesse, al di là dellʼessere o meno mantenute, creano comunque dibattito, informazione e, quindi, fanno ricordare. Si vuole invece smarrita lʼonda dʼurto di 27.000.000 di sì ai quali si deve lʼaffermazione di una realtà non più confutabile: non si può collocare la democrazia da un lato e la sovranità popolare dall’altro; la sovranità popolare è la democrazia.

Vi è poi un’altra e più complessa motivazione su cui occorre ragionare.

Giovanni Gorno Temprini, amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, afferma in una intervista pubblicata su Affari e Finanza del 21 gennaio 2013, che il Fondo strategico italiano «potrebbe sostenere lo sviluppo del settore idrico». Nato con la legge n. 75/2011, al cui art. 7 si prevede che Cassa depositi e prestiti S.p.A. «può (…) assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale (…) anche attraverso veicoli societari o fondi di investimento partecipati da (…) società private», il Fondo strategico italiano, sulla base del d.m. 8 maggio 2011, ha tra le principali possibilità di investimento imprese che operino nel settore dei pubblici servizi. Detto fatto: entrando nel capitale sociale di Hera S.p.A., multiutility dellʼEmilia Romagna, il Fsi ne permette la fusione con Aps-Acegas operante in Veneto e Friuli. Con questa operazione Cassa depositi e prestiti, partecipata al 30% da fondazioni bancarie e detentrice del 90% del Fsi, ha investito nella fusione 100 milioni di euro, acquisendo il 6% del capitale sociale della nuova società. La fusione ha avuto comunque bisogno dellʼapprovazione dei consigli comunali interessati: particolare il caso di Bologna dove il Partito democratico ha dovuto chiedere il sostegno dellʼopposizione di centro destra con il voto decisivo di Stefano Aldrovandi, ex amministratore delegato di Hera S.p.A. al quale si deve la quotazione in borsa della società. Tra gli amministratori delegati di Cdp cʼè tutt’ora il ministro dellʼeconomia e delle finanze, Vittorio Grilli, di cui note sono le vicende relative alle intercettazioni delle conversazioni con il banchiere Massimo Ponzellini affinché questʼultimo intercedesse presso Bersani per ottenerne la non ostilità nella campagna per la presidenza della Banca dʼItalia, mentre tra le fondazioni bancarie che possiedono azioni privilegiate pari al 30% del capitale sociale di Cdp ritroviamo Fondazione Monte Paschi con il 2,57%: una garanzia per una gestione dei servizi pubblici efficiente e trasparente.

Ricapitolando: Cassa depositi e prestiti, prima ente pubblico, diviene Società per azioni il 12 dicembre 2003, in applicazione del d.l. 30 settembre 2003, n. 269; avvenuta la trasformazione, sarà in seguito possibile farvi entrare privati e fondazioni bancarie. Infine, essendo gestiti in S.p.A. anche i servizi pubblici, il Fondo strategico italiano e, quindi, Cassa depositi e prestiti, che ne detiene il 90%, e con questa le fondazioni bancarie che a loro volta detengono il 30% di Cdp, possono investire nel settore del servizio idrico integrato, come accaduto con Hera e Aps-Acegas. Come se non bastasse, poiché in Cdp confluisce il deposito postale di 20.000.000 di cittadini, questi ultimi si troveranno involontariamente complici di operazioni del genere, cioè di quella stessa privatizzazione alla quale il referendum si era opposto; a completare il quadro la fitta rete di legami tra politica, banche e consigli di amministrazione delle S.p.A. che gestiscono i servizi pubblici essenziali.

E allora, tra politica e finanza non è tanto importante capire quale delle due ha invaso l’altra, trattasi più che altro di rapporto scambievole; se però le banche investono nel capitale delle società idriche e instaurano legami con la politica è ovvio che l’applicazione dei referendum sull’acqua non possa essere oggetto nemmeno di promesse elettorali. Il dato ulteriormente confermato dal silenzio sui referendum, allora, è che mai come in questa campagna elettorale la finanza, dopo aver deciso la direzione del paese nel postberlusconismo, si impone prepotentemente anche rispetto ai temi che possono o meno essere oggetto di dibattito.

Per rompere questo silenzio, il forum italiano dei movimenti per l’acqua ha aspettato il segretario del Pd all’uscita della Casa dell’architettura, tappa romana del suo tour elettorale: il tempo di scherzare sullo striscione con la scritta «Pierluigi, non siamo mica qui a fermar l’acqua con le mani», un breve scambio di battute, il segretario chiede informazioni riguardo al nuovo metodo tariffario stabilito dall’Autorità garante per l’energia elettrica e il gas e via, ogni incontro rimandato a dopo le elezioni.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Caro Bersani, ma per i giovani il merito vale più di un abbraccio

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di | 8 febbraio 2013

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La notizia è ormai nota. Durante il convegno del 7 febbraio organizzato dal Pd “Le parole dell’Italia giusta” una giovane precaria si è alzata per denunciare una forma di nepotismo: pare che la figlia di Pietro Ichino sia stata assunta da Mondadori mentre molti altri suoi coetanei sopravvivono nel precariato.

Ciò che ha stupito me e molti altri è  avere letto come il segretario del Pd Bersani si sia avvicinato alla giovane per abbracciarla, in segno parrebbe di solidarietà.

Anni fa tornai in Italia dopo avere vissuto all’estero lavorando per grandi organizzazioni internazionali. Ciò che mi stupii da subito fu il modo disinvolto con cui molte persone che avvicinavo nel lavoro o nel tempo libero, dichiaravano il loro avere ottenuto una posizione di lavoro o una consulenza attraverso “conoscenze”. Il fatto mi lasciava sbalordita perché il mio sistema di riferimento valoriale mi imponeva di  essere orgogliosa per essere riuscita ad ottenere posizioni ambite solo attraverso la mia capacità, insomma avanzare per merito che sta alla base di ogni organizzazione di successo.

L’avere conoscenze pareva essere determinante per avanzare in campo lavorativo e politico, mentre io ricordavo che durante i miei primi anni lavorativi a Milano la preparazione e la determinazione erano doti indispensabili.
Cosa era accaduto mi chiedevo mentre vivevo fuori dall’Italia? e ricordavo la profezia di Sciascia per cui sarebbe stato il Sud ad esportare il familismo al Nord.

Mi stupiva anche l’assenza totale di vergogna, cioè il potere dichiarare in assoluta rilassatezza che quella data consulenza si poteva ottenere perché “mio padre siede in quel consiglio di amministrazione” o “mio zio è docente in quell’università”. Notavo come l’orgoglio per le proprie capacità e meriti fosse stato sostituito dal vanto per le proprie importanti conoscenze: un vezzo barocco e anacronistico, un segno evidente di arretratezza che ci tiene distanti anni luce da altri Paesi.

In questi anni ho verificato come il familismo amorale sia la piaga più devastante del Paese. Non solo perché selezionare  i candidati per conoscenza e non per merito riduce le possibilità di usufruire delle eccellenze presenti nel Paese, ma ancor più perché questa pratica oscena ha reso impotente e depressa più di una generazione. Con dolore immenso ho ascoltato decine di ragazze e ragazzi confidarmi che no, “quella posizione non sarà per me perché hanno preferito il figlio di, il nipote di, la sorella di.”
Contro il nepotismo non ci sono armi di competenza, e gli effetti sono l’esatto contrario dell’empowerment: un depotenziamento che ammazza l’iniziativa e ci rende impotenti. E  come scrivo nel mio libro “Senza Chiedere il Permesso” , la mobilità verso l’alto oggi, non essendo più trainata dalla cultura e dal merito, è tornata a essere sostituita dal sistema di selezione per nascita e per censo e l’unica variante rispetto a qualche decennio fa è che ora chi beneficia di questi privilegi ama talvolta  definirsi “di sinistra”.

Nei quotidiani, nelle redazioni tv, all’interno delle università e fondazioni, e sì anche nelle liste dei candidati al Parlamento i criteri di selezione rispondono solo occasionalmente all’unico criterio che dovrebbe valere: il merito appunto. Concetto talmente inusuale da noi, che quando si domanda perché sia stato scelto quel tal candidato che non ha le caratteristiche adatte a ricoprire una certa posizione le risposte suonano spesso incredibilmente idiote: “Ma però è una brava persona”; “Ma non ha mai fatto niente di male”; fino a “Però se la caverà se si impegna” . Insomma tutte scuse di poco conto che nulla hanno a che fare  con il merito appunto.

E dunque come dobbiamo leggere il gesto di solidarietà che il segretario del Pd ha espresso verso la giovane precaria? Significa che da ora in poi, e dunque già con le prossime elezioni e la moltitudine di nomine che seguiranno, il merito sarà l’unico criterio di selezione?
Caro segretario ce lo garantisce? I ragazzi e le ragazze italiani lo apprezzerebbero ancor più di un abbraccio.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Nigeria, uccisi 12 volontari anti-polio. Gli islamisti: i vaccini causano infertilità

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Nigeria, uccisi 12 volontari anti-polio
Gli islamisti: i vaccini causano infertilità

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ROMA – Dodici volontari, tra i quali almeno tre donne, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco a Kano, nel nord della Nigeria, da un gruppo di uomini armati. Lo riferisce la Bbc. Secondo le prime notizie frammentarie, gli attacchi sono stati due, condotti da uomini armati a bordo di un mezzo a tre ruote. Circa 30 minuti dopo, riferisce ancora la Bbc, un altro gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco contro delle donne che aspettavano con i loro bambini a Hotoro, alla periferia di Kano.

Secondo la stampa locale, invece, almeno tre donne sono state uccise a Filin Kashew, Ungwa-Uku, due quartieri della città mentre effettuavano le vaccinazioni. Nel 2003 i leader musulmani del nord della Nigeria si sono opposti alle vaccinazioni anti-polio, affermando che causerebbero sterilità.

Venerdì 08 Febbraio 2013 – 12:03
Ultimo aggiornamento: 12:04
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