Archivio | febbraio 12, 2013

Diventare un paese per donne

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Diventare un paese per donne

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di | 12 febbraio 2013

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Un lunedì di pioggia annunciata come gelo siderale, mezzogiorno, Piccolo Eliseo: “Se non ora quando“, il movimento che, due anni fa domani, riuscì a dar voce a migliaia di donne stanche di subire la rappresentazione berlusconiana della funzione della femmina sul pianeta terra, incontra i responsabili di tutti gli schieramenti che si candidano a governare il Paese. L’intenzione è costringerli ad ascoltare le donne: quelle organizzate, che leggeranno un documento fitto di richieste, e poi esporranno i risultati di un puntiglioso monitoraggio dei programmi dei partiti, da un punto di vista di genere. Le altre, che parleranno nel film Un giro nel nostro mondo, della propria vita e delle cose da chiedere alla politica.

Il teatro è gremito, posti in piedi. Circolano due notizie. La prima: Berlusconi ha chiesto a una impiegata quante volte “viene”, le ha controllato il posteriore, ne ha valutato la commestibilità erotica. La seconda: il Papa si è dimesso. Quale delle due è uno scherzo? La seconda, perché la prima non fa ridere. Buio in sala: sul palco cala uno schermo e sullo schermo si alternano facce di donne, più giovani, più vecchie, italiane di nascita o per scelta (la prima è una rumena), operaie dottoresse bariste domestiche… sono state filmate con i cellulari e con gli iPad, alcune hanno un’acustica perfetta, altre il fracasso della strada come colonna sonora. Sono testimonianze e sono cinema. Sono state girate da nord a sud, in città e in provincia, dalle donne di “Se non ora quando”, selezionate e montate sotto la direzione di Francesca Comencini. Hanno voci e accenti diversi, ma compongono un quadro terribilmente omogeneo: giornate che cominciano presto, lavoro che si accumula a lavoro, prendersi cura, giornate che finiscono tardi. Poi una ragazza dice: ” fortuna che non ho figli”. E non è l’unica. Non avere figli è diventata una fortuna? Le tappe del martirio femminile non sono uguali nei secoli: prima essere madri era un obbligo, adesso è un privilegio. Le luci si riaccendono su questo nuovo scenario.

I politici salgono sul palco. L’invito era stato rivolto ai segretari o titolari di Lista. Ce n’è soltanto uno, Nichi Vendola. Per Bersani c’è Fassina. Per Monti Milena Santerini, per Fini, Granata. Per Ingroia Gabriella Stramaccioni, per Beppe Grillo Carla Ruocco. Per Berlusconi, anche lui invitato, ci dovrebbe essere Barbara Saltamartini. Invece non c’è. Il Pdl, così, è l’unico assente sul palco. Si intuisce l’imbarazzo della signora, nell’ipotesi che qualche capziosa femminista le chiedesse ragione dell’ennesima battutaccia del suo leader. La dignità, in fondo, è un obiettivo trasversale agli schieramenti. Del resto: questo è lo spirito che ha sempre animato il movimento. Destra sinistra centro, non fa differenza. Quello che importa è il programma. E su questo vengono interrogati i candidati.

Che cosa faranno perché l’Italia diventi un Paese per donne?
Granata fa il vago: “La questione è politica”.
Vendola fa il femminista (e tira l’applauso): il berlusconismo ha instaurato un regime commercial-pornografico che ha impoverito le relazioni umane.
Fassina si impegna a stornare fondi dalla difesa e investirli sugli asili nido, ma prima, avverte, bisogna portare Bersani al governo.
La Santerini promette un nuovo stile per la politica: le parole che corrispondono ai fatti.
La grillina Ruocco vanta il 55% di capolista donne.
La Rivoluzionaria Civile Stramaccioni usa i suoi minuti per uno stralcio di comizio.
Francesca Caferri, che conduce l’interrogazione, saprebbe incalzarli e costringerli a stringere. Il tempo non c’è. Il teatro, pagato con una sottoscrizione straordinaria, va restituito.

Sul palco resta Sara de Simone, da Caserta. È lei che ha condotto la mattinata, con la grazia severa dei principianti di talento. Sue le conclusioni: “Carla Lonzi diceva: la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza. Alle candidate diciamo: approfittate, davvero, della vostra differenza. Non vergognatevene mai. Siate coraggiose, siate autonome. Ricordatevi sempre della vita che fanno le donne. Io ho 25 anni e sono qui a dirvi che voglio poter scegliere. Voglio poter avere dei figli, e lavorare, voglio poter vedere intorno a me non più corpi femminili disidentificati, ma corpi veri… ma soprattutto, io non voglio andare via da questo Paese. Io voglio restare qui”.

Speriamo che, chi si piazza al governo del Paese, riesca a trattenerla, a esaudire i suoi desideri. A garantire i suoi diritti.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Abu Omar, Pollari condannato a dieci anni “Sono sconcertato, io come Tortora”

Abu Omar, Pollari condannato a dieci anni "Sono sconcertato, io come Tortora"
Nicolo Pollari (agf)

Abu Omar, Pollari condannato a dieci anni
“Sono sconcertato, io come Tortora”

L’ex capo del Sismi era stato prosciolto nel primo processo d’appello, annullato con rinvio dalla Cassazione lo scorso settembre. Nove anni al suo ex numero due Marco Mancini, sei ad altri tre agenti dei servizi. L’ex imam di Milano fu sequestrato nel febbraio 2003 a Milano

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L’imam Abu Omar – fonte immagine

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APPROFONDIMENTI

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MILANO La IV sezione della Corte d’appello del tribunale di Milano ha condannato a dieci anni l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari per la vicenda del sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, avvenuto nel capoluogo lombardo il 17 febbraio del 2003. I giudici hanno inoltre condannato a nove anni Marco Mancini, ex numero due del servizio segreto, e a sei gli agenti Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregori. Il sostituto procuratore generale Piero De Petris aveva chiesto 12 anni di detenzione per Pollari, dieci per Mancini e otto per gli altri tre.

La reazione di Pollari. L’ex capo del Sismi si è detto “sconcertato”: “E’ stata condannata una persona che tutti in Italia sanno essere innocente”. “Non voglio fare paragoni – ha detto – ma ricordo che anche Tortora fu condannato a dieci anni”. “Come si faccia con serenità a condannare un innocente, che tutti sanno essere tale, è pazzesco. Che razza di esercizio è condannare un innocente? – ha aggiunto – Io non solo sono estraneo a queste cose ma le ho impedite. Quindi non solo sono innocente, ma sono di più e il segreto di Stato prova la mia innocenza, non la mia colpevolezza”. Secondo l’ex capo del Sismi, “lo stesso governo ha messo per iscritto che queste attività sono istituzionali e quindi sono lecite. Infine, un’ultima notazione. La cosa che davvero mi sconcerta molto è che in questo processo, segreto di Stato a parte, non sono mai stato messo in condizione di difendermi: non mi è stato consentito neanche di sentire un testimone. Perché? E’ una domanda alla quale non so rispondere e che dovreste fare ad altri. E’ una questione di civiltà giuridica. Il segreto di Stato è documentato, a cosa serve parlare di rapporti leali tra poteri dello Stato se poi sono soltanto mere enunciazioni di principio?; la democrazia si esercita con i fatti e con la sincerità”. “Provo una grande amarezza – ha quindi sottolineato Pollari – Questo è un Paese di falsi moralisti in cui conviene essere scorretti e infingardi. Io ho avuto il coraggio di non accettare di commettere un reato e ho avuto questo premio”.

E ancora: “Dopo questa sentenza mi chiedo: ‘i governi Prodi, Berlusconi e Monti sono stati dunque i miei complici? E se lo sono stati perché nessuno li interpella?'”. L’ex capo del Sismi ha contestato le “strane
modalità” di un processo d’appello durato “pochissimo”, “in cui tutte le richieste difensive sono state respinte e la sentenza è arrivata in pochissimi minuti di camera di consiglio malgrado la presenza del conflitto di attribuzione”. “Sono un uomo abituato a rispettare la legge – ha proseguito a proposito della possibilità che questo verdetto possa essere ribaltato in Cassazione – e mi auguro che chi deve interpretarla la interpreti bene”.

La difesa farà ricorso in Cassazione. La difesa ha annunciato che andrà in Cassazione. “Non ce l’aspettavamo, siamo sconcertati”, ha commentato l’avvocato Nicola Madia spiegando che il suo assistito è stato condannato “nonostante il segreto di Stato apposto da tre diversi governi”, segreto che gli ha anche impedito di difendersi nel merito. L’avvocato Luigi Panella, legale di Mancini, ha detto che in questo processo “sono stati utilizzati atti coperti da segreto”.

I cinque sono stati perpetuamente interdetti dai pubblici uffici e condannati al pagamento delle spese processuali in tutti i gradi di giudizio. Gli imputati in solido dovranno risarcire con una provvisionale da un milione l’ex imam e con 500 mila euro la moglie. Il resto del risarcimento sarà stabilito con una causa civile.

La storia processuale.
Il processo d’appello ‘bis’ agli ex vertici del Sismi è seguito alla sentenza della Cassazione dello scorso settembre che, oltre a condannare in via definitiva 23 agenti della Cia, aveva annullato con rinvio il proscioglimento per i cinque imputati ritenendo che la copertura del segreto di Stato era troppo ampia e parzialmente illegittima. Nei giorni scorsi anche il governo Monti, come quelli Berlusconi e Prodi, aveva confermato la posizione del segreto di Stato, e venerdì scorso la stessa presidenza del Consiglio aveva sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Consulta contro la sentenza della Cassazione. I giudici della Corte d’Appello però non hanno ritenuto di dover sospendere il processo in attesa della decisione della Consulta e, dopo aver acquisito nelle scorse udienze alcuni atti su cui il governo aveva posto il segreto, hanno condannato tutti gli imputati, ribaltando le sentenze dei due precedenti gradi di giudizio che li avevano invece prosciolti.

Il primo febbraio, a conclusione del processo stralcio, la corte d’appello di Milano aveva condannato a sette anni di detenzione l’ex capo della Cia in Italia Jeff Castelli, che in primo grado era stato prosciolto sulla base dell’immunità diplomatica, come altri due agenti cui ora sono stati inflitti sei anni. (12 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

Nucleare: Corea Nord, per l’Ue è sfida sfacciata

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Nucleare: Corea Nord, per l’Ue è sfida sfacciata

Continua violazione risoluzioni Onu avrà conseguenze

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BRUXELLES – Il test nucleare della Corea del Nord è ”una sfida sfacciata” ed una ”palese violazione” del divieto di test nucleari, indicato in tre risoluzioni dell’Onu. Lo scrive la responsabile Ue per gli affari esteri Catherine Ashton, in una nota di ”ferma condanna” in cui assicura che Europa e comunita’ internazionale daranno ”una risposta unitaria e ferma che dimostri alla Corea del Nord che la continua violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu avranno conseguenze”.

La Ue, è scritto nella nota della Ashton, ”condanna nei termini piu’ forti” il test nucleare, definito come ”un altro passo nel programma di sviluppo di atma nucleare” e chiede al regime di Pyongyanng di ”astenersi da ulteriori azioni provocatorie”. Ricordando che il test è avvenuto in violazione delle risoluzioni 1718, 1874 e 2087 che li proibiscono, per la Ue l’atto ”costituisce una seria minaccia alla pace nella penisola coreana nonche’ alla sicurezza regionale e internazionale e alla stabilita’ nell’Asia nord-orientale”.

”La risoluzione 2097 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, adottata all’unanimita’ all’inizio del mese chiarisce la determinazione della comunita’ internazionale a compiere azioni significative in caso di un test nucleare, che porteranno la Corea del Nord ad un ulteriore isolamento” scrive Ashton, che conclude sollecitando la Corea del Nord ad ”abbandonare il suo programma nucleare, compreso quello di arricchimento d’uranio, in modo completo, verificabile ed irreversibile” ed invita il regime a ”impegnarsi in un dialogo con la comunita’ internazionale” a favore della stabilita’ regionale.

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Caso Maugeri, i pm contro Formigoni «Corruzione e associazione a delinquere»

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Caso Maugeri, i pm contro Formigoni
«Corruzione e associazione a delinquere»

La procura di Milano ha chiuso le indagini: accusate 17 persone, tra cui il faccendiere Daccò, l’ex assessore Simone e i vertici della fondazione

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MILANO – La Procura di Milano ha chiuso le indagini sulla fondazione Maugeri nei confronti di 17 persone fra cui il governatore uscente della Lombardia, Roberto Formigoni, che è accusato anche di associazione per delinquere.

La procura di Milano, come si legge in una nota, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini in vista della richiesta di rinvio a giudizio per 17 persone tra cui, oltre a Formigoni, il faccendiere Pierangelo Daccò, l’ex assessore alla Sanità della Lombardia Antonio Simone, gli ex vertici della fondazione Maugeri, Nicola Maria Sanese dirigente del Pirellone, il direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina e Alberto Perego, memores domini e amico di lunga data del presidente Formigoni.

Le accuse a vario titolo sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, frode fiscale, riciclaggio e interposizione fittizia. La vicenda riguarda il caso con al centro la fondazione Maugeri e una distrazione milionaria dalle sue casse avvenuta tra il 1997 e il 2011. Per la vicenda Daccò, Simone e altre cinque persone furono destinatarie di una ordinanza di custodia cautelare.

Martedì 12 Febbraio 2013 – 19:00
Ultimo aggiornamento: 19:05
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Spagna, cominciano gli assalti ai supermercati per rubare generi alimentari

L'Indipendenza - Quotidiano Online

Spagna, cominciano gli assalti ai supermercati per rubare generi alimentari

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di REDAZIONE L’INDIPENDENZA

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Una cinquantina di persone ha preso d’assalto ieri un supermercato Carrefour, a Merida, (Estremadura), rubando generi di prima necessita’ in segno di protesta per i tagli alla spesa sociale. Si tratta, secondo fonti della delegazione di governo, di attivisti della Piattaforma per il reddito minimo dell’Estremadura e di associazioni di disoccupati e di cittadini, guidati dal deputato di Izquierda Unida (IU) della regione dell’Estremadura, Victor Casco. I manifestanti sono entrati in massa nella supermercato e, dopo aver riempito alcuni carrelli di olio, riso, pasta, latte e legumi, hanno tentato di abbandonare il supermercato, al grido di ‘El pueblo unido jamas sera’ vencido’. L’esponente di IU ha spiegato in dichiarazioni televisive che i prodotti erano destinati alle “90.000 persone che in Estremadura non hanno lavoro né alcun sussidio e che non sanno cosa mangiare”.

La maggior parte dei carrelli è stata intercettata dagli agenti della sicurezza del centro commerciale, mentre la polizia ha proceduto all’identificazione di coloro che avevano preso parte all’assalto. Un’ analoga azione di ‘esproprio proletario’ era stata realizzata agli inizi di agosto dal Sindacato andaluso dei Lavoratori (Sat) in supermercati di Ecija (Siviglia) e Arcos de la Frontera (Cadice).

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fonte lindipendenza.com

LE DIMISSIONI PAPALI – Dietro il sacrificio estremo di un intellettuale le ombre di un «rapporto segreto» choc / VIDEO: Tg1 seconda edizione strordinaria, dimissioni Papa Benedetto XVI

Tg1 seconda edizione strordinaria, dimissioni Papa Benedetto XVI

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L’addio legato a una crisi di sistema fatta di conflitti, manovre e tradimenti

Dietro il sacrificio estremo di un intellettuale le ombre di un «rapporto segreto» choc

Benedetto XVI avrebbe maturato la decisione definitiva dell’annuncio domenica: stava preparando un’enciclica

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Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima. È difficile non percepire la sua scelta come l’esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza. Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata e entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.

Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell’opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale. Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI. È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all’ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l’aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare. Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce.

E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano. Aggiungono mistero a mistero. Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un’istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo. E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori. Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall’accenno fatto l’anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI.

Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d’identità del Vaticano. Riaffiora l’immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all’Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009. Oppure rimbalza l’anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perché sia tutto in ordine», nelle parole anodine di un cardinale. O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare. Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell’ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perché è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma.

L’ Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall’ultimo viaggio in Messico. Ma è difficile capire quando l’intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perché di tutto questo Benedetto XVI è stato l’emblema e il garante. «Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante. Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato. Ma l’assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti. E ripropone l’unicità del passo indietro. Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici. Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità. Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo. «I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gänswein, segretario particolare del pontefice.

Forse, però, colpisce di più che fosse all’oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno». È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all’unità del pontefice. Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele. Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l’Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi. Rimane l’eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.

E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI. È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità, irrisolta e apparentemente irrisolvibile. Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perché».

Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico. Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l’uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni. Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa. Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione. L’annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l’anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi. Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio. E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull’«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà, sarà un Conclave diverso. Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili.

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fonte corriere.it

IL PAESE SENZA LEGALITA’ – Ecomafie senza freni in Italia: un’inchiesta ogni quattro giorni

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Ecomafie senza freni in Italia: un’inchiesta ogni quattro giorni

Inquietano i numeri della ricerca promossa da Legambiente e il Consorzio Polieco sui flussi illeciti di merci e rifiuti tra l’Italia, l’Europa e il resto del mondo: in due anni 297 tra arresti e denunce, 35 aziende sequestrate, beni per 560 milioni

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di ANTONIO CIANCIULLO

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ROMANegli ultimi due anni la dark economy, l’economia illegale con una forte propensione alla devastazione ambientale, ha accelerato il passo. Lo prova la ricerca presentata da Legambiente e Consorzio Polieco sui flussi illeciti di merci e rifiuti tra l’Italia, l’Europa e il resto del mondo: più di un’inchiesta ogni 4 giorni, con 297 persone arrestate e denunciate, 35 aziende sequestrate e un valore di 560 milioni di euro finito nelle mani degli inquirenti.

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 “Delle 163 inchieste censite”, ha sintetizzato Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, “il 68% interessa merci contraffatte e specie protette, il 23% traffici illeciti di rifiuti, il 9% frodi agroalimentari. I traffici si sono mossi prevalentemente sulle cosiddette autostrade del mare, soprattutto per i grossi carichi e le lunghe distanze: è qui, secondo la Commissione europea, che si muove l’81% dei business illegali mondiali”.

La classifica dei porti italiani coinvolti da attività illecite è guidata da Ancona, seguita da Bari, Civitavecchia, Venezia, Napoli, Taranto, Gioia Tauro, La Spezia e Salerno. Il paese che più spesso emerge dalle inchieste è la Cina. Al secondo posto figura la Grecia, seguita dall’Albania, dall’area del Nord Africa, da quella del Medio Oriente e dalla Turchia.

Non si tratta solo di contrabbando e di evasione fiscale. C’è un’economia parallela globale che cresce e si rafforza perché bara: ignora le norme a difesa dell’ambiente e della salute sia al momento della produzione (usando materie prime contaminate che finiscono poi a contatto della pelle o vengono ingerite) che al momento dello smaltimento dei rifiuti (eludendo le leggi a protezione delle falde idriche, della fertilità dei terreni, della sicurezza dei cibi).

In questo modo si mettono in circolazione merci che costano meno perché sono state realizzate ignorando le norme a difesa dell’ambiente, della salute di chi le ha prodotte e  –  spesso  –  della salute di chi li usa. Merci che trovano canali di accoglienza grazie alla sinergia con le ecomafie e a un diffuso sistema di corruzione.

Per sconfiggere l’economia illegale  –  come hanno ricordato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e il presidente  di PolieCo Enrico Bobbio, occorre dunque esercitare una doppia pressione. Da una parte tagliare i canali di finanziamento delle ecomafie. Dall’altra favorire non solo la raccolta differenziata ma l’effettivo riuso delle materie recuperate.

Per alimentare un ciclo virtuoso dell’economia basato sulla trasparenza, sull’efficienza, sul recupero delle materie prime e sulle fonti rinnovabili utilizzate al meglio ci vuole più attenzione da parte del Parlamento che sta per essere eletto. Di qui le proposte lanciate da Legambiente e Polieco che vanno dal rafforzamento delle sanzioni per la tutela dell’ambiente (attraverso l’introduzione nel Codice penale di delitti come l’inquinamento e il disastro ambientale) a una norma che preveda etichette più chiare sull’origine dei prodotti.

Accanto a queste proposte sono suggeriti altri interventi legislativi: dalla legge contro il consumo di suolo alle battaglia contro la corruzione con le richieste contenute nella campagna lanciata da Libera e dal Gruppo Abele “Riparte il futuro”, che ha raccolto già più di 100 mila firme online e l’adesione di 750 candidati al Parlamento. (12 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it