Archivio | dicembre 24, 2008

GRILLO – Lettera a Babbo Natale

https://i2.wp.com/www.fratellidellastazione.com/interetnica/cenacolpoverohome.jpgImmagine tratta da:  http://www.fratellidellastazione.com/

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Caro Babbo Natale,
nel 2008 non sono stato buono, anche quest’anno ho mandato a fanculo tanta gente. Ho trattato male i giornalisti, gli editori, i politici, gli imprenditori con le pezze al culo. Portami lo stesso qualcosa. Te lo prometto, l’anno prossimo cambierò. E’ un fioretto che ti faccio. Sarò ancora più cattivo, più fetente, non perdonerò più niente a nessuno. Il 2009 sarà il mio Vaffanculo Year. Tu che porti regali a tutti. Tu che hai trasformato la nascita di Gesù in un supermercato. Tu che sei il nonno dello psiconano e che gli hai suggerito la social card. Tu, con le tue renne, che fai il testimonial del consumismo. A te chiedo in questa notte di portami alcuni doni per l’anno che verrà.

Non far morire più gli operai, 1.300 sono scomparsi nel 2008, hanno già dato. Cambia categoria, passa ai politici e ai direttori di giornali e delle televisioni. Un piccolissimo incidente sul lavoro a Riotta o a Vespa o a Giordano, una telecamera sul piede. Una disgrazia lieve a Cicchitto, a Gasparri o a D’Alema, una pensione minima e un monolocale in un ballatoio di periferia.

Porta una sveglia con una suoneria eccezionale a Morfeo Napolitano e, se serve, anche un apparecchio acustico e un paio di occhiali. Forse si sveglierà e vedrà nella giusta luce giudiziaria il suo ex compagno Bassolino e si vergognerà del Lodo Alfano.

Ai precari, ai disoccupati, ai padri di famiglia, alle madri single, agli extracomunitari finiti in questo delirio che è l’Italia regala la speranza di un Paese democratico e civile, nel 2009 oltre alla speranza non avranno altro.

Allo psiconano regala dieci giudici della scuola di Paolo Borsellino dalle Procure d’Italia. Nella slitta non caricare avvocati, ne ha già troppi in casa e in Parlamento. Con loro passa i sabati e le domeniche a giocare a guardie e prescritti. Lui fa la parte del prescritto, è quella che gli viene meglio. Portagli anche un elicottero della marca di quello di Ceaucescu, nel 2009 può tornargli utile.

A Tremonti non portare nulla. Lui gioca da sempre con i condoni e con le aste pubbliche dei titoli di Stato. Cerca di vendere i debiti della politica ai cittadini. Non dargli più i nostri soldi. Un’asta dei BOT deserta a primavera gli cambierà la vita. Potrà ritirarsi sotto falso nome nel Parco dello Stelvio insieme al figlio di Bossi.

Alla Lega dagli questo federalismo, è trent’anni che Umberto Garibaldi lo vuole. Porta la Mafia e la Camorra e la Ndrangheta anche nelle valli bergamasche e nell’edilizia lombarda. Ognuno deve avere la sua Mafia federale. Ma questo lo hai già fatto, mi dimenticavo.

A tutti gli italiani porta un muro. Alto come quello di Berlino. Lungo come la muraglia cinese. Più resistente delle mura di Gerico. E falli schiantare contro per risvegliarli prima che sia troppo tardi.

Buon Natale a tutti gli italiani onesti.

Beppe Grillo

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24 dicembre 2008

fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/12/lettera_a_babbo.html

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Povero Natale!

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A TUTTI UN CARO SALUTO

APPUNTAMENTO SEMPRE QUI PER VENERDI’ 26

DOMANI STAREMO LONTANI DALLA TASTIERA, PROMESSO!, A MEDITARE SUI FATTACCI NOSTRI..

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HASTA SIEMPRE!!

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La Fiat pagava tangenti per vendere veicoli a Saddam Hussein

La casa di Torino condannata in Usa a risarcire 17,8 milioni di dollari

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Iveco, Cnh Italia e Cnh France sono state accusate di aver pagato fra il 2000 e il 2003 circa 4,3 milioni di tangenti al governo iracheno per la vendita di veicoli e componenti. Si tratta di tre controllate Fiat che miravano ad ottenere contratti da Baghdad e che ora si trovano a dover pagare multe, interessi e restituzioni per un valore di circa 17,8 milioni di dollari alle autorità americane per regolare un’indagine sul controverso programma Onu Oil for food in Iraq

Secondo l’accusa mossa dalla Sec (Securities and Exchange Commission), l’equivalente della Consob italiana, le tangenti pagate dalle controllate di Fiat hanno sottratto fondi dal conto di garanzia dell’Onu, attraverso cui il governo iracheno avrebbe dovuto acquistare beni umanitari per la popolazione, per trasferirli in conti controllati dall’Iraq in banche situate in Paesi quali la Giordania. Si aggirava completamente l’obiettivo ufficiale del programma di alleviare il peso delle sanzioni internazionali sui civili, mettendo in piedi un sistema di pagamenti impropri, risultanti come «commissione sui servizi dopo vendita», all’ex governo iracheno per ottenere contratti con i ministeri iracheni.

Ora il gruppo torinese si è impegnato a versare 7 milioni di dollari al dipartimento di Giustizia Usa ed oltre 10 milioni (di cui 3,6 milioni di dollari di multa e 7,2 milioni in interessi e profitti legati ai contratti iracheni contestati) per risolvere il contenzioso con la Sec. Dal Lingotto parlano di una «vicenda spiacevole» che trova conclusione negli accordi consensualmente raggiunti tra le parti, ma non mancano di sottolineare che i fatti in questione «si riferiscono ad un governo che attualmente non è più in carica». Come se questa puntualizzazione possa contribuire ad attenuare le responsabilità da parte dei vertici del Gruppo nell’adozione di una prassi corruttiva a sostegno dei propri interessi e a scapito delle sane regole competitive del mercato. O possa magari favorire una prescrizione, se non economica, almeno morale, attribuendo all’allora regime dittatoriale di Saddam Hussein, in carica fino all’invasione anglo-americana nel dicembre 2003, tutti i mali del mondo. Sottraendosi così dal ruolo di interlocutore attivo ricoperto nei confronti del regime, con cui le multinazionali occidentali hanno continuato a stringere accordi monopolistici e fare profitti.

Non si dimentichi né chi ha lavorato per la salita al potere di Saddam, con il colpo di Stato del 1979 in funzione antisovietica, né chi lo ha armato nel corso di tutto il suo regno. Sono migliaia le imprese europee ed americane, come emerge dal rapporto sul programma Oil for Food, coinvolte in un sistema di affari fondato sul riciclaggio dei petrodollari. E come potrebbe essere diversamente alla luce del sostegno che la prima potenza al mondo, gli Stati Uniti, hanno garantito all’Iraq con la presidenza Reagan nei primi anni ottanta e poi con l’amministrazione Bush, fino alla guerra del Golfo. Si pensi solo allo «scandalo Atlanta», che testimoniò l’esistenza di un centro di finanziamento specifico e preminente dell’Iraq, organico agli ambienti bancari e finanziari ma anche politici a sostegno dei settori militari ed industriale.

Appaiono quanto mai doverose, oggi, le rassicurazioni di Fiat di aver posto in essere «un rigoroso sistema di verifiche interne e severi programmi di controllo ai quali tutte le società del gruppo si attengono rigidamente». Ma non sono, comunque, una garanzia a difesa della pratica corruttiva delle tangenti e degli appalti che, quando risulta essere non più reddittizia oppure entra in conflitto con gli interessi di terzi, viene sostituita da strumenti ben più persuasivi ed efficaci: le armi e la guerra. Perché questo è il sistema capitalistico.

s.b.

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23 dicembre 2008

fonte: http://www.larinascita.org/


Roma, 400 buste paga a zero euro. E un lavoratore minaccia il suicidio

Il Comune ha tolto ad alcuni dipendenti le tasse non pagate

Alemanno: “Evitare che i tagli agli stipendi si facciano a Natale”

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Roma, 400 buste paga a zero euro E un lavoratore minaccia il suicidioIl Palazzo Senatorio sul Campidoglio
sede del Comune di Roma

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ROMA – Davvero un brutto regalo quello che i circa 400 dipedenti del Comune di Roma hanno ricevuto stamane aprendo la busta paga. Hanno lavorato un mese intero ma è come se lo avessero fatto gratis. A causa di una serie di tasse non pagate, infatti, l’amministrazione capitolina ha deciso di decurtare le somme evase dallo stipendio di alcuni lavoratori, per i quali in circa 400 casi la cifra è arrivata a zero.

Appena appresa la notizia, questa mattina un dipendente del V Municipio, che non aveva trasmesso la documentazione sui buoni per la moglie e i figli a carico e non aveva pagato alcuni conguagli di Irpef, ha minacciato il suicido. Dissuaso dall’intervento dei carabinieri, dopo un breve ricovero precauzionale in una struttura sanitaria, l’uomo, 57 anni, è fuggito dall’ospedale facendo perdere le proprie tracce. Quando i militari lo hanno ritrovato è stato messo in contatto con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che lo ha rassicurato.

Dopo l’episodio il primo cittadino ha voluto vederci chiaro e ha chiesto che il taglio agli stipendi fosse posticipato in un altro periodo dell’anno. “Ho dato mandato alla Ragioneria generale – ha detto il sindaco al termine del colloquio – affinché si portino a termine le verifiche del caso per evitare che a Natale le buste paga possano scendere a zero. E stiamo parlando di circa 400 persone che, fra conguagli Irpef e mancanza di documentazione sui buoni, sono nella stessa situazione dell’operaio”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente dell’XI Municipio, Andrea Catarci, che ha riferito di casi analoghi fra i dipendenti della sua sede comunale e ha espresso “solidarietà a tutti i lavoratori coinvolti in questa paradossale vicenda”. “Chiedo con urgenza un intervento immediato della Giunta – ha affermato il minisindaco – al fine di evitare che situazioni del genere possano ripetersi. Sarebbe bastato diluire il debito Irpef di questi dipendenti sugli stipendi successivi”.

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24 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/buste-paga-roma/buste-paga-roma/buste-paga-roma.html?rss

Sicilia, muro di Lombardo e Pdl: Province «salvate» dall’abolizione

IL CASO – Fallisce il blitz per cancellare gli enti: le funzioni sarebbero passate ai Comuni

Costano 890 milioni, basterebbe un tratto di penna. Ma vota sì solo il Pd

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Il governatore della Sicilia Lombardo (ap)
Il governatore della Sicilia Lombardo (ap)

«Articolo 15: Le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell’ambito della Regione siciliana». «Oooh, finalmente un bel regalo di Natale!», direte voi. Macché: quelle parole erano nello Statuto di autonomia del 1946. Mai applicato. Anzi: l’abolizione (vera, stavolta) delle province siciliane è stata appena, e di nuovo, bocciata. Non si toccano. Che i consiglieri provinciali nell’isola si prendano sul serio è notorio. Qualche anno fa il presidente catanese Nello Musumeci, che militava allora in An e aveva stipulato una polizza con la Reale Mutua Assicurazioni per coprire se stesso e i colleghi di giunta da eventuali condanne della Corte dei Conti, arrivò a presentare una delibera stupefacente. Delibera che, sulla base di certi studi storici secondo i quali «tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, i rappresentanti della Provincia costituivano l’Onorevole consiglio», riconosceva ai membri dell’assemblea il titolo di «onorevoli». Al punto che, votata a stragrande maggioranza la decisione con soli sei voti contrari della sinistra, il presidente del consiglio, Santo Pulvirenti, chiuse la seduta salutando tutti come «onorevoli colleghi». Eppure, come dicevamo, le province siciliane più ancora delle altre non dovrebbero neppure esistere. Nello Statuto che il 15 maggio 1946 riconosceva l’autonomia della Regione, il già citato articolo 15 non lasciava dubbi: abolizione. E ribadiva, se mai qualcuno fosse duro d’orecchio, che «l’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali». Tutto chiaro? Macché: restarono provvisoriamente in vita come amministrazioni straordinarie per un anno, due anni, tre anni, quattro anni… E poi ancora cinque e sei e sette… E poi ancora otto e nove e dieci… Finché nel 1986, dopo quarant’anni di proroghe, l’assemblea regionale decise infine di smetterla con quella ipocrisia. E le province provvisorie furono ribattezzate: d’ora in avanti si sarebbero chiamate Province Regionali. Cosa fanno? Boh… Distribuiscono incarichi e prebende, dirà qualcuno. Ultimo esempio, quello denunciato da «Il Dito», un settimanale online di Catania vicino a Enzo Bianco, che ha scoperto come Raffaele Lombardo, allora potentissimo presidente della provincia etnea, abbia passato il Natale dell’anno scorso firmando decine e decine di «nomine o proroghe di dirigenti, collaboratori esterni, consulenze varie»: 57 in due giorni. Uno sforzo pesante per il polso, ma utile elettoralmente, visto che il fondatore dell’Mpa stava per candidarsi alla presidenza regionale al posto di Cuffaro. Una chicca tra le tante: l’assegnazione nel 2006 a uno studio legale di un incarico per «l’assistenza tecnico-legale al programma di cooperazione Bulgaria-Romania, uno studio finalizzato alla promozione delle imprese catanesi in quelle nazioni e all’avvio di uno stand informativo presso la Provincia».

Quanto costino nella sola Sicilia questi enti, che già il sindaco di Milano Emilio Caldara considerava un secolo fa «buoni solo per i manicomi e per le strade» ma che incassano un mucchio di denaro grazie soprattutto alle addizionali sull’energia elettrica e la Rc auto, lo dice un rapporto Istat sui bilanci 2006: 890 milioni di euro. Dei quali 237 spesi per stipendiare tutto il personale. E addirittura 228 (nel solo 2006!) per comperare beni immobili. Tema: che senso ha che un ente da decenni additato come inutile e da sopprimere faccia shopping immobiliare comprando sempre nuovi palazzi, nuovi uffici, nuove sedi distaccate? Quanto agli amministratori, il Sole 24 ore ha fatto i conti: di sole indennità (cioè la voce-base, alla quale vanno sommati i rimborsi, le diarie e altre voci che nel caso dei parlamentari nazionali o regionali fanno schizzare all’insù le entrate reali nette) i 315 consiglieri provinciali costano otto milioni e 300 mila euro. Una esagerazione. Che qua e là, scrive Nino Amadore, si fa ancora più eclatante: 98.089 di spesa di indennità ogni centomila abitanti a Palermo, 389.705 a Enna. E meno male che alle 9 province già esistenti (una ogni mezzo milione di abitanti, con un massimo di un milione e 235 mila nel caso di Palermo e un minimo di 177mila di Enna) non sono state (ancora) aggiunte le altre tre di cui si parla da anni: Caltagirone, Gela e Monti Nebrodi. Altrimenti le spese sarebbero ancora più vistose.

Fatto sta che qualche giorno fa il presidente della commissione antimafia in Regione, il democratico Lillo Speziale, ha pensato che forse era arrivato il momento per tentare uno strappo. Prima l’insofferenza dei cittadini per i costi esorbitanti della politica nata dalle denunce del Corriere della Sera, poi la campagna di Libero benedetta da un diluvio di firme di lettori e dal consenso di autorevoli esponenti di diverse appartenenze politiche… Come dubitare del successo di un blitz siciliano se l’unico partito che si è ufficialmente schierato contro l’abolizione delle province è la Lega che nell’isola ha uno spicchio di successo piuttosto eccentrico nella sola Lampedusa? Non bastasse, come ricorda il leader storico dei Difensori Civici Lino Buscemi (che minaccia di raccogliere le firme per un referendum abrogativo) l’abolizione delle province in Sicilia potrebbe essere fatta in un giorno. A differenza che a Roma infatti, a Palermo non servirebbe una modifica istituzionale: «Basterebbe un tratto di penna». E questo diceva infatti la proposta portata giorni fa in commissione Affari Istituzionali da Lillo Speziale. Articolo 1: «Le province regionali sono soppresse». Articolo 2: le loro funzioni sono «trasferite ai liberi consorzi di comuni istituiti a norma dell’art. 15, comma 2, dello Statuto della Regione. Nelle more di tale istituzione, esse sono trasferite ai comuni, ricompresi nella soppressa provincia, che le eserciteranno in forma singola o associata». Articolo 3: i dipendenti passano «nei ruoli dell’amministrazione dei comuni, in una qualifica corrispondente a quella di provenienza». Articolo 4: «I beni, mobili ed immobili, di proprietà delle province sono trasferiti nella proprietà dei comuni». E così via. Su tredici membri della commissione, i presenti erano otto. I quattro democratici hanno votato per l’abolizione e chi rappresentava l’Udc di Pier Ferdinando Casini (favorevole alla soppressione) non era presente. Gli altri, a partire dal presidente, il lombardiano Riccardo Minardo (il cui voto valeva doppio ed è stato determinante) hanno votato contro. Compresi i rappresentanti del Pdl. A dispetto delle promesse di Silvio Berlusconi e di quelle di Gianfranco Fini. Parole, parole, parole…

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Gian Antonio Stella
24 dicembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/politica/08_dicembre_24/stella_province_sicilia_dc35437e-d18a-11dd-b875-00144f02aabc.shtml

La moschea dentro il presepe. Insorge la Lega, cattolici divisi

Nei presepi allestiti a Genova e Venezia tra i pastorelli è apparsa una moschea che ha provocato discussioni e polemiche.

I musulmani: è un segno di pace

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di ROBERTO BIANCHIN

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La moschea dentro il presepe insorge la Lega, cattolici divisiGenova, la moschea nel presepe

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MILANO – Se nel presepe spunta la moschea, come succede a Genova e a Venezia, le città si dividono, si spacca il mondo cattolico, e insorge la Lega che apre una nuova crociata al grido di “Via la moschea dal presepe!”.

“È un’assurdità, una cosa che non ha senso”, tuona Don Gianni Baget Bozzo. “Nessun problema e nessuna contrarietà, per me va bene”, replica Abdel Hamid Shari, presidente dell’istituto culturale islamico della moschea milanese di viale Jenner. Più cauto il Patriarca di Venezia Angelo Scola: “Nella realizzazione del presepe non ci dovrebbe essere spazio per il sincretismo, ma non ci sono regole rigide per la sua costruzione”.

Sono in una parrocchia di Genova e in una scuola di Venezia i casi che fanno gridare allo scandalo. Nella prima, la parrocchia di Nostra Signora della Provvidenza, è stato il parroco, Don Prospero Bonzani, ad avere l’idea, dopo un pellegrinaggio in Palestina in cui ha visto “come stanno veramente le cose”, spiega, che cioè “i palestinesi sono stati confinati dagli israeliani in tante prigioni larghe quanto un paese”. Di qui l’iniziativa di inserire nel presepe una moschea e un minareto “per indicare l’intenzione di intraprendere il difficile dialogo con il mondo islamico”.

Durissime le proteste della Lega. “Un gesto di pura imbecillità e di ossequio vile e strisciante all’invasione islamica”, lo definisce l’eurodeputato Mario Borghezio. “Manca solo il kamikaze che cerca di far saltare la capanna col tritolo”, incalza il segretario del Carroccio genovese Edoardo Rixi. A Venezia invece la moschea è sorta nel presepe di una scuola cattolica, l’istituto professionale del Centro italiano femminile, per iniziativa di una bidella bosniaca, Suada Kechman, condivisa dalla direttrice del centro, Valentina Pontini: “Il 40 per cento degli alunni è straniero, è un’utile apertura culturale”.

Il direttore della Caritas, Monsignor Dino Pistolato, condivide: “È una novità che non mi disturba. Anzi, trovo che sia un bel segno. Cristo viene in terra per tutti, indistintamente”. Apprezza anche Padre Alberto Ambrosio, della comunità dei domenicani di Istanbul: “Un’iniziativa molto bella”. Inorridisce invece Padre Konrad Friedrich Ferdinand, cappellano della chiesa di san Simeon Piccolo, dove celebra la messa in latino: “È profondamente sbagliato, un intervento che stona. I musulmani non hanno lo stesso concetto di Gesù. Per noi è Dio, per loro no”. “Un’esterofilia insulsa”, attacca il leghista Alberto Mazzonetto.

Anche Don Gianni Baget Bozzo è più che perplesso sull’iniziativa della moschea nel presepe. E non solo per motivi storici, dal momento che quando Gesù è venuto al mondo, l’Islam non c’era ancora. Ma soprattutto perché, spiega, “è profondamente sbagliato accogliere tutti, e a tutti i costi, nel nome della carità. A volte la carità può diventare violenta – aggiunge – Infatti credo che la cosa non possa far piacere neanche ai musulmani, perché vedersi inseriti nel nostro presepe può significare venire assorbiti da un’altra religione. E siccome la moschea è il simbolo della loro religione, metterla nel presepe potrebbe essere vista come una dissacrazione”.

Non sembra turbato invece l’Imam di Milano Hamid Shari: “Ognuno interpreta le cose sacre come vuole. Certo, è vero che la moschea arriva un po’ più in là della nascita di Gesù, che anche per noi è una figura sacra, ma se il senso dell’iniziativa è quello di offrire un elemento di convivenza, di pace e di riflessione, allora mi sta bene”. “No, non credo che sia un motivo di confusione tra le fedi – aggiunge – ognuno conosce bene la propria, ed è giusto che abbia il massimo rispetto per quella degli altri. Quindi ogni polemica mi sembra fuori luogo. Chi le fa cerca solo di distinguersi e magari spera in questo modo di guadagnare qualche voto”.

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14 dicembre 2008