Archivio | dicembre 20, 2008

Il capitalismo può cambiare di segno ma non cambia di senso

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Questa crisi ha messo in evidenza anche tutta la nostra fragilità

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di Andrea Papi

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La crisi finanziaria ed economica che stiamo subendo mostra tutta la ferocia disumana del capitalismo. Prevista e in un certo senso lasciata fluire ci è piombata addosso con l’intensità metaforica di uno tsunami. Non è dato sapere quanto durerà mentre ci è stato ampiamente annunciato che produrrà una quantità incommensurabile di macerie, creando ancora più povertà di quella già esistente.

Non m’intendo di economia e le modestissime riflessioni che posso fare le ricavo leggendo le analisi di chi se ne occupa professionalmente. Ma m’è sorta spontanea una fortissima indignazione nel sentire i telegiornali e leggere le informazioni che quotidianamente riportano da mesi il disastro in cui ci ha trascinato la gestione mondiale della ricchezza da parte di un’oligarchia criminale che sta al vertice del sistema bancario. Ho bisogno di esprimere la rabbia che mi sale per l’ingiustizia e la prepotenza intollerabili che ci sovrastano.

Ciò che è chiaro è che il sistema finanziario mondiale è stato diretto verso l’implosione. Una fase prevista da diversi mesi, coccolata e lasciata fluire a vantaggio di logiche e volontà speculative, che ha visto saltare gli equilibri, divenuti incontrollabili, su cui si reggeva il continuo spropositato aumento della ricchezza di chi già era ricco. Dipendendo l’intera economia dagli andamenti finanziari, questo crollo rovinoso non poteva che trascinare l’insieme delle masse umane, sempre appositamente escluse dai lautissimi guadagni finanziario-speculativi, verso condizioni di vita disastrose, non ancora bene quantificabili e definibili perché in progress.

Finanza creativa?

Insomma, chi non ha perché escluso dalla possibilità di avere, una volta che chi ha accumulando continuamente sulla pelle degli altri va in crisi e fallisce, si trova scaricato sulle proprie spalle il peso maggiore di una crisi di cui non è responsabile e che non ha né cercato né contribuito a creare. È questo il senso tragico, drammatico e profondo del sistema su cui si sorreggono l’andamento delle cose e i destini degli esseri umani nel mondo.
Cos’è successo? Da circa due decenni ha preso piede in modo spropositato quella che con un eufemismo viene chiamata “finanza creativa”. Teoricamente sta ad indicare la capacità di trovare soluzioni e ideare manovre finanziarie atte a migliorare situazioni compromesse bisognose di una rapida crescita. Di fatto si muove sul mercato globale, sfuggente quindi ai controlli nazionali, ed usa strumenti altamente sofisticati e carichi di rischi all’insaputa degli investitori che, fiduciosi e inconsapevoli, si trovano così truffati da intermediari ed emittenti. Ogni volta che si affidano alle banche i propri risparmi o i propri fondi pensioni per investimenti o mutui, questi vengono usati in operazioni finanziarie spericolate per aumentare i capitali, secondo la filosofia di fare soldi puramente attraverso i soldi. Imbonito da suadenti offerte dormi sonni tranquilli mentre loro giocano coi guadagni sudati della tua fatica a favore delle banche e a tuo rischio, senza che tu riesca nemmeno a capire come.


Ma è stato fatto qualcosa di più. In America in particolare, abbindolando i clienti li si è incentivati a fare debiti al di sopra delle proprie possibilità. Mutui facili, che poi venivano reinvestiti amplificando all’infinito attraverso il gioco dei derivati, così chiamati perché non si reggono su un valore proprio, ma sostanzialmente dipendono da altri titoli, o addirittura da altri derivati. In realtà non sono altro che sofisticati contratti di assicurazione, per cui per ogni banca che si assicura c’è un’altra banca che accetta una scommessa. Tecnicamente l’emittente cede a terzi un credito inesigibile, ovvero realizza un guadagno che serve a coprire perdite precedenti. In pratica si è speculato sul nulla, o quasi, spingendo ignare persone a indebitarsi, facilitando all’inverosimile il credito e facendo finta che ci fosse una montagna di soldi, mentre in realtà nella massima parte era virtuale. Si è seguita la logica assurda per cui l’offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.

Non poteva durare all’infinito. Come suggerisce con arguzia Zygmunt Bauman, vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. (1) A un certo punto il giocattolo s’è rotto mettendo a nudo tutta la sua evanescenza, scaricandosi sulle vite sia di chi si era illuso di dormire sonni tranquilli sia di chi, povero da sempre, non si era mai nemmeno sognato di partecipare al gioco. Com’era prevedibile, e gli esperti superpagati lo sapevano tutti, si è generata una gigantesca bolla speculativa che ha mandato in vacca il fatiscente meccanismo.

In questo vortice di aumento monetario continuo attorno a titoli derivati che non si sorreggono su un valore proprio, la corsa costante ad investimenti ha generato un eccesso incontenibile, al punto che sono venuti meno nuovi investitori, non più disposti ad acquistare ulteriori diritti ad un prezzo che nel frattempo era diventato troppo elevato. Come una bomba a orologeria innestata, è scoppiata la bolla: il valore dei titoli è sceso repentinamente e si è assistito a un crollo inarrestabile delle quotazioni, trascinando indiscriminatamente in un baratro senza fondo l’intero sistema. Il castello di carta, la ricchezza virtuale che aveva generato privilegi iperbolici a dirigenti senza scrupoli è svanita in poche ore, intaccando economia produttiva, salari, occupazione. Mentre prima solo pochissimi godevano dei lauti guadagni di questa truffa generalizzata, ora invece paghiamo tutti indistintamente il fallimento della loro ingorda follia.

Per avere un’idea di massima della spinta di avidità senza fine verso un accaparramento di ricchezza fatta di qualcosa molto simile ad un’illusione , basti pensare che il mostruoso mercato dei titoli derivati ha raggiunto i 55.000 miliardi di dollari, quattro volte il Pil degli USA. Mercato che nella massima parte dei casi si è svolto al di fuori e al disopra di quello ordinario delle borse. Per capire ancora meglio, si stima che nell’ultimo decennio in America dietro ogni dollaro di aumento del Pil, l’aumento di reddito dell’economia reale, c’erano cinque dollari di crediti. Una montagna di attività finanziarie sovrasta la produzione di cose, di beni e servizi reali. Il Pil nazionale era solo una frazione rispetto alla bolla dei debiti che c’era dietro.

Ma il sistema andava a pezzi

Di fronte a questo disastro annunciato, che non era più possibile né frenare né bloccare, vista la mala parata cos’hanno fatto i potenti della terra? Per tentare di correre ai ripari hanno tirato fuori una quantità spropositata di fondi e di capitali, che al contrario sono sempre stati sistematicamente negati per interventi atti ad elevare la qualità sociale. Sono intervenuti gli stati che, usando a discrezione i soldi dei contribuenti, hanno soccorso banche e banchieri per salvare il sistema che andava in pezzi. Per prima l’America, da cui è partito il disastro, ha sganciato 700 miliardi di dollari a favore di Wall Street. Poi l’Europa: sommando i piani nazionali che hanno applicato le direttive del vertice di Parigi si arriva a un costo che in dollari raggiunge i 2400 miliardi, più del triplo di quanto stanziato dagli USA.

Una montagna di miliardi gratis per beneficiare i criminali che hanno deciso di affondarci tutti, mentre da decenni non sono disponibili i 30 miliardi che occorrerebbero per risolvere il problema della fame nel mondo. Intanto stiamo entrando in recessione a livello globale. In soldoni significa perdita di posti di lavoro, disoccupazione, aumento della povertà. Intanto i dirigenti bancari responsabili del disastro invece di essere condannati sono stati premiati con liquidazioni da nababbi. Intanto, come ci fa notare Federico Rampini, i contribuenti saranno duramente colpiti quando comincerà ad arrivare il conto in termini di pressione fiscale. Il poderoso aumento dei deficit pubblici per il salvataggio bancario si sovrappone a una congiuntura economica disastrosa e a una recessione che a sua volta deprime le entrate fiscali. Dopo aver dissanguato le casse pubbliche per rimediare agli errori dei banchieri, bisognerà trovare risorse per sostenere la crescita, per alleviare i settori industriali in crisi, per fronteggiare l’aumento dei disoccupati.

Lo stato dunque è diventato il salvatore dei mercati, che si pretenderebbero liberi da controlli e da indebite interferenze statali o di chicchessia. A latere di tutta questa vicenda è affiorato anche un abbozzo di dibattito, che sarebbe comico se il tutto non fosse altamente tragico. Da più parti si farfuglia di una rinascita del socialismo, dovuta ai salvifici interventi statali. Povero socialismo! Sorto e pensato come progetto universale per ricondurre la gestione della ricchezza al bene comune delle collettività, viene letteralmente stracciato e ridotto ad interventi statali d’urgenza per salvare e rimettere in piedi il suo contrario, il capitalismo, in specie la sua versione finanziaria globalizzata. Non si tratta di pura ignoranza. Sono convinto che dietro simili assurdità teoriche ci sia malafede, funzionale ad allontanare una seria riflessione sulle possibilità d’un’alternativa vera.
Acuta in proposito una riflessione di Ruffolo, che mostra come i beneficiati, invece di starsene buoni grati per ciò che è stato loro regalato senza che se lo meritassero, non abbiano mai abbassato la cresta nonostante il disastro provocato e, mai sazi, continuino a pretendere con grande arroganza. «Il vero pericolo che nasce da questa crisi non è che lo stato divenga padrone del mercato, ma che ne diventi lo schiavo … il tono dell’opinione “liberista” è perentorio: paghi lo stato e paghi subito … si affannano oggi a chiedere allo stato, che finora consideravano non la soluzione, ma il problema, la soluzione del problema. Si affrettano però ad invocare cautela contro ogni tentazione di mettere le mani sui meccanismi “autoregolatori” del mercato.» (2) Alla faccia della rinascita del socialismo!

Non condivido neppure quei pochi che, spinti da un ottimismo fuori luogo, hanno intravisto l’inizio di una crisi a tutto campo del capitalismo in quanto tale. Se è vero che questa crisi ha una virulenza particolarmente forte e che, dimostratosi altamente fallace, sembra si sia incrinato il sistema di concentrazione finanziaria consolidato, è però anche vero che da sempre il capitalismo ci sfodera periodicamente crisi capaci di mettere in ginocchio. Si potrebbe dire che vive di esse, che ne ha bisogno per riassestarsi, che attraverso le sue crisi periodiche nel lungo periodo alimenta se stesso.

Fragilità e impotenza

Sono convinto che l’uragano passerà, l’economia mondiale non sarà travolta e non ci sarà un vero collasso del sistema. Semmai questa volta mi sembra evidenziato che si tratta innanzitutto di una crisi di valori, irrisolvibile a livello strutturale. Ma il capitalismo è ancora troppo forte, soprattutto in assenza di un progetto alternativo anche solo minimamente credibile. Il fatto è che la crisi di valori è insita nella sua natura. Come può modificarsi con valori eticamente validi, come alcuni oggi si augurano, oppure marciare verso un “rientro morale” come auspica Hirsch? Alla base del suo esserci ci sta esclusivamente la tendenza all’arricchimento personale, attraverso il profitto o la rendita, lasciando l’autoregolazione per la diffusione di un benessere comune ad inesistenti “mani invisibili”, quelle di cui si illudeva Smith. Nei fatti il capitalismo imperante dimostra ogni giorno che alimenta soltanto avidità e cupidigia a scapito di qualsiasi altro valore sociale o collettivo.

Questa crisi ha ben messo in evidenza tutta la nostra fragilità e la nostra concreta impotenza. Noi che viviamo lavorando con stipendi e salari che ci costringono ad economizzare su ogni cosa. Noi che non riusciamo a trovare un lavoro stabile, stressati dall’incubo di non avere soldi a sufficienza. Noi umili e ultimi della terra, costretti a lottare quotidianamente per una vita un minimo dignitosa e per assicurarci la dovuta sussistenza. Siamo in completa balia del capitalismo, sistema onnivoro e ingordo che si fonda sull’accumulazione personale a danno di tutti gli altri. D’istinto vorrei cercare di sottrarmi il più possibile a questa piovra divoratrice.
In assenza di un progetto alternativo credibile mi sento spinto a rispolverare le banche di mutuo soccorso proudhoniane, di proporle aggiornandone senso e contenuto. Sarebbero tendenzialmente luoghi e momenti in cui i subordinati e gli ultimi potrebbero mettere insieme i frutti del loro lavoro, autogestirli direttamente in comune senza più darli alle banche. Ci troveremmo perlomeno riparati dai venti malefici di crisi come questa e avremmo una base reale per difenderci e pensare cosa costruire al loro posto.

Andrea Papi

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm


FRATELLI D’ITALIA – Bergamo, si gonfiavano lo stipendio: indagati sei carabinieri

Carabinieri BERGAMO (20 dicembre) – Gonfiavano la busta paga a suon di buoni pasto e fantomatici straordinari. Per questo sei carabinieri del comando provinciale di Bergamo sono finiti sotto inchiesta. Cinque dovranno rispondere a vario titolo di truffa aggravata ai danni dello Stato, falso per induzione, peculato, falso materiale e ideologico, falso per distruzione e appropriazione indebita. Per il sesto uomo l’accusa è di omessa denuncia, omissione di atti d’ufficio e reati militari.

I fatti risalgono al 2004. Gli indagati, attraverso una serie di ritocchi nel sistema informatico dell’Arma, avrebbero intascato buoni pasto destinati ad altre caserme e fatto figurare la loro presenza in servizio per godere delle relative indennità. Secondo la Procura, i militari avrebbero sottratto alle casse guadagni illeciti per 36mila euro. Il punto di riferimento della presunta truffa, ipotizza l’accusa, sarebbe un stato maresciallo che all’epoca dirigeva l’ufficio amministrativo del Comando provinciale di via delle Valli.

Gli indagati. Nei guai sono finiti un maresciallo e un brigadiere in servizio all’epoca all’ufficio amministrativo, un ex maresciallo di Romano di Lombardia, un appuntato del nucleo operativo radiomobile di Bergamo, il maresciallo all’epoca responsabile del nucleo comando e un altro maresciallo del comando provinciale.

L’inchiesta è partita dopo che la Procura di Bergamo ha ricevuto alcune segnalazioni anonime molto dettagliate in merito alle operazione di contabilità truccata.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=39143&sez=HOME_INITALIA


Nei negozi torna il libretto del «pagherò a fine mese»

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di Gianluca Schinaia

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«Quanto pago per il prosciutto? Quattro euro…Me li segni, passo a fine mese». Una conversazione, questa – tra un droghiere e il cliente – che sembrava riposta nei cassetti della memoria, quando l’Italia comprava a credito. Ma che l’attuale crisi ha rispolverato. Così droghieri, panettieri, fruttivendoli, lattai e macellai hanno rimesso sul banco, accanto al registratore di cassa, quel quaderno con scritto nome e cognome del cliente, data e importo dell’acquisto.
È quanto accade a Milano, ma lo stesso fenomeno lo si trova a Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, e nelle città di provincia, fino a ieri magari più agiate e adesso con la cinghia tirata di un buco.

Il ricco capoluogo lombardo rappresenta l’esemplificazione di questo scenario. Nei pressi della stazione di Lambrate – zona medio borghese – c’è un panificio dove hanno addirittura tre libretti differenti per registrare i debitori. «Uno è per i clienti che pagano saltuariamente – precisa Daniele, il titolare – un secondo è per chi salda una volta al mese, l’ultimo indica i clienti che regolano i debiti ogni tre o quattro mesi». Anche qui, come in tutti gli esercizi interpellati, il privilegio del pagamento a credito è riservato alla clientela affezionata. «È la nostra arma in più contro i grandi supermercati», conferma il gestore dello spaccio alimentare di piazzale Rosa, zona Corvetto. Non si tratta solo della rivincita degli alimentari al dettaglio: è uno dei segni quotidiani della crisi che intacca le disponibilità mensili delle famiglie e dei pensionati, le categorie di consumatori che fruiscono di più di queste agevolazioni. «A volte ci chiedono direttamente di dilazionare i pagamenti – continua il commerciante di Corvetto – altre volte usano delle scuse: la più sentita è “guardi, ho dimenticato il portafoglio a casa”».

Spesso non si tratta di grandi acquisti. «Lo sa che qui – afferma un esercente di via Marochetti, sempre in zona Corvetto – io faccio credito per l’acquisto di mezzo litro di latte?». Un prodotto che costa intorno ai 70 centesimi. E non è raro che poi i debitori non si facciano più vedere. «Guardi – prosegue il gestore – io sono cresciuto nella miseria e ho 53 anni, ma un Natale così non l’avevo mai visto». Il pagamento a credito infatti è un fenomeno recente. La maggior parte degli esercenti conferma che da un anno si sono decisi a riaprire il quaderno dei crediti perché le famiglie soffrono soprattutto la quarta settimana del mese e chiedono di dilazionare il pagamento fino all’arrivo dello stipendio. In particolare, secondo Luisa Cerreta, addetta de “Il Fornaretto” di Quarto Oggiaro, quartiere popolare alla periferia di Milano, «questo novembre è stato micidiale: consideri che adesso faccio credito a una ventina di clienti fissi su un totale di 150 acquirenti. Si sta tornando a un passato che credevo dimenticato».

A Quarto Oggiaro il meccanismo del pagamento a credito è ormai una realtà per i rivenditori al dettaglio. «Succede spesso – conferma Francesco Baldini, gestore dell’ortofrutta nel mercato rionale del quartiere – poi ci metta che il costo dei prodotti è aumentato e ottiene un autunno molto brutto: così, scriviamo sul libretto del pagherò».

In realtà, i meccanismi dei gestori per la registrazione dei clienti a credito sono differenti. «Io segno debito e debitore sul calendario», afferma la titolare di una panetteria in via Padova. «A me basta scriverlo su dei “post it”», riprende la panettiera di Quarto Oggiaro. «Io uso il quaderno per tradizione», continua una panettiera di piazza Firenze. «Noi scriviamo tutto sullo scontrino che teniamo in cassa e ne diamo una copia al cliente», precisa un addetto alla salumeria di Quarto Oggiaro. E il metodo di registrazione su ricevuta sembra il più utilizzato: da Lambrate al Giambellino, da Corvetto a Crescenzago.

Per quanto il credito sia uno strumento che avvantaggi i negozianti alimentari al dettaglio, i piccoli esercizi sono continuamente falciati dalla mannaia della grande distribuzione. Resistono i panettieri, che vendono ormai moltissimi generi alimentari. Ma soffrono i rivenditori di frutta. «Qui il lavoro è calato del 40% – lamenta Michela del Minifruit di Crescenzago – e a un mio cliente farei sempre credito». Ma sono drasticamente diminuiti anche i salumieri, che ormai confluiscono nelle macellerie. «Ora si paga spesso con le carte di credito – afferma il titolare della macelleria Montalbano a Lorenteggio – così si dilaziona il tutto di 15 giorni».

Nella macelleria Marazzi a Lambrate invece non si accettano strumenti di pagamento elettronico. «Lo scriva – afferma uno dei gestori – noi non li usiamo perché così le banche saltano per aria: per questo preferiamo fare credito ai clienti fidati». E il macellaio del quartiere rionale di Quarto Oggiaro afferma: «Io non faccio credito perché poi nessuno paga, piuttosto la carne la regalo». Qui si assiste a un dialogo surreale tra il gestore e un’anziana signora: «Sono dure quelle bistecche in offerta?». Risponde il macellaio: «Certo signora, tenere non possono essere».

Ma sulla cattiva congiuntura non si può scherzare. «Faccio credito a buona parte dei miei clienti – conclude la titolare di un rivenditore alimentare al Giambellino – anche per un mese. Ma oggi non si è presentato chi mi doveva pagare e questo pesa sul bilancio, se considera che lo Sma aperta qui davanti mi ha portato via anche quei quattro clienti che mi erano rimasti».

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20 dicembre 2008

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/12/spesa-a-credito.shtml?uuid=9865c510-ce74-11dd-8636-4510c8f2f211&DocRulesView=Libero

Gaza, la Dignity rompe ancora l’assedio: arrivano latte e medicine

Per la quinta volta non ha invertito la rotta, ha superato la forza del mare, lo sbarramento e i controlli della Marina militare israeliana: la Ss Dignity, l’imbarcazione che dall’estate scorsa porta periodicamente aiuti umanitari alla popolazione della Striscia di Gaza, è approdata ancora una volta nei territori con il suo carico di cibo, farmaci e speranze, rompendo di nuovo il blocco navale imposto da un anno e mezzo dallo Stato ebraico.

Nelle stive del battello, latte per il consumo infantile e una tonnellata di medicinali per adulti e bambini, inviati dal Qatar. A bordo, per il quinto viaggio organizzato del Free Gaza Movement, l’organizzazione pacifista americana impegnata contro l’embargo di Gaza, c’erano quindici attivisti, tra i quali quattro membri di una fondazione benefica dell’emirato qatariota, alcuni libanesi, due palestinesi che da tempo tentavano invano di rientrare nella Striscia, e due cittadini israeliani: una giornalista dell’emittente televisiva Canale 10, e la pacifista Neta Golan, fondatrice dell’International Solidarity Movement (un gruppo filo-palestinese), residente nella città cisgiordana di Ramallah.

Il primo ad annunciare la notizia dell’arrivo è stato il parlamentare palestinese Jamal Al-Khudari, capo del Comitato popolare per rompere l’assedio, che in un comunicato stampa ha parlato del quinto approdo della Dignity come del primo viaggio di una nave araba – cioè con aiuti umanitari inviati da un Paese arabo – «giunta a Gaza per contrastare l’assedio» israeliano. Un battello libico, con un carico di oltre tremila tonnellate di aiuti, era stato infatti bloccato due settimane fa dalla marina israeliana. Secondo il parlamentare, inoltre, nei prossimi giorni arriveranno altre imbarcazioni arabe con a bordo esponenti e funzionari di diversi territori arabo-islamici, e la stessa delegazione qatariota, arrivata sabato, studierà la possibilità di attrezzare il porto di Gaza per permettere l’accesso a grandi imbarcazioni.

Secondo quanto riportato da Haaretz.com, il foglio elettronico dell’omonimo quotidiano israeliano, la nave, battente bandiera britannica e dallo scafo lungo una ventina di metri, salpata venerdì sera dal porto cipriota di Larnaca, è stata intercettata in mare aperto da unità della Guardia Costiera israeliana. Identificata e perquisita, è stata autorizzata a proseguire fino a destinazione (l’approdo è avvenuto alle 6.30, ora italiana). Come ricorda Haaretz, le spedizioni umanitarie del Free Gaza movement, iniziate in agosto per protestare contro il blocco alla Stricia di Gaza, e proseguite ad ottobre e novembre, malgrado gli avvertimenti di senso contrario della Marina israeliana sono andati sempre in porto.

Da giugno del 2007, cioè da quando Israele ha imposto il blocco navale ai palestinesi, dopo il rapimento in territorio israeliano del soldato Gilad Shalit, ancora sotto sequestro a Gaza – e a seguito del ripetersi di lanci di razzi Qassam contro obiettivi israeliani – la situazione umanitaria nei territori della Striscia di Gaza si fa sempre più drammatica, ogni mese che passa. Il rigido assedio ha casusato il progressivo esaurimento di prodotti indispensabili, alimentari e sanitari. A riferirlo sono fonti mediche palestinesi: il materiale per l’igiene e i disinfettanti sono terminati in tutti i centri sanitari e mancano le medicine utilizzate normalmente dai malati cronici. Inoltre, il Comitato delle famiglie dei malati di Gaza ha denunciato il deterioramento della salute dei loro cari, che necessiterebbero di cure all’estero. Le persone con urgente bisogno di esami e farmaci sarebbero oltre 1000, un numero in crescita costante, altissimo se si pensa il totale della popolazione palestinese della Striscia, che conta circa un milione e mezzo di abitanti. Il numero dei malati deceduti, fa sapere il Comitato, ha superato le 270 persone, mentre quelli in pericolo di vita, pur essendo in possesso di passaporto e dei documenti necessari per uscire dalla Striscia, non riescono a partire a causa dell’assedio e della chiusura dei passaggi, compreso il valico di Rafah. Disperata è anche la situazione relativa ai beni alimentari di prima necessità, sempre più scarsi (soprattutto il latte per gli oltre 700 mila bambini presenti nella Striscia).

Intanto, dopo la rottura di circa sei mesi di tregua, con l’annuncio formale del cessate-il-fuoco da parte del braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam – accompagnato da lanci sporadici di razzi verso Israele -, a Gaza sono riprese le incursioni militari dello Stato ebraico. Sabato un palestinese è rimasto ucciso e altri due feriti nel corso di un raid compiuto dall’aviazione israeliana presso Jabalya, nel nord della Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti mediche palestinesi. Nessuna conferma della vittima palestinese è venuta finora dall’Esercito israeliano. Il giovane ucciso nel raid aereo – ha precisato alla France Presse una fonte del ministero della sanità palestinese – si chiamava Ali Hijazy e aveva 22 anni.

Sempre secondo fonti palestinesi, i tre ragazzi colpiti dal fuoco israeliano non apparterrebbero ad Hamas, ma sarebbero membri delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, il braccio armato di Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen. Secondo fonti israeliane, il veivolo dello Stato ebraico avrebbe lanciato tre missili mentre un gruppo di militanti si accingeva a sparare razzi verso il sud di Israele.

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20 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74453

DEDICATO A BERLUSCONI – “Vi racconto il mio Natale in cassa integrazione”

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Ci sono centinaia di migliaia di italiani per i quali precipitare
dai dignitosi sacrifici alla disperazione è un attimo. Ecco una storia

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di PAOLO GRISERI

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"Vi racconto il mio Natale in cassa integrazione"


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Quando Laura chiama, cade subito la linea. Il telefono fa un solo squillo, il tempo di un’unica vibrazione. Poi torna silenzioso. Allora Giuseppe sorride e chiama Laura. Così la ricarica di lei dura di più: “Capita – dice lui – che metto nel suo telefono dieci euro ad agosto. Poi può succedere a giugno dell’anno successivo. Perché non devi mai far passare dodici mesi senza mettere almeno dieci euro. Se no il numero si blocca”. Laura osserva il marito che racconta i trucchi del povero. È pensierosa. Parla poco: “Non mi piace che gli altri sappiano”.

Come si vive con 600 euro al mese? Si vive in una casa con pochi mobili e i muri che un tempo sono stati bianchi: “Per ritinteggiarli, togliere quelle macchie nere sopra i termosifoni, bisogna aspettare tempi migliori”. Il tempo presente è fatto di calcoli che non tornano. Prendiamo l’affitto: 425 euro per due camere e cucina in una zona non periferica. Non molto. Troppo per la famiglia di Giuseppe. Perché con le spese si arriva a 475 euro medi al mese e già a questo punto ne resterebbero solo 125 per vivere in tre trenta giorni. Ma siamo solo all’inizio del calcolo.

Le bollette si portano via un’altra fetta: 55-60 euro per luce e gas. Si tira sui consumi: “Abbiamo il boiler elettrico. Lo accendiamo solo di notte perché dicono che così si spende meno”. Ma il vero spauracchio è il riscaldamento: “Eh, su quello c’è poco da fare. Quando vedo la bolletta nella buca mi prende l’ansia. Non dipende da noi. C’è il teleriscaldamento, non possiamo risparmiare. Ci sono mesi che arrivano bollette enormi, anche 180 euro. Per fortuna non è sempre così. A ottobre, ad esempio, è arrivata da 35 euro”. Con le bollette se ne vanno in tutto 95 euro. Ne restano trenta per dar da mangiare e per vestire tre persone.

A questo punto lasci cadere la penna e guardi Giuseppe negli occhi: “Diciamolo, è impossibile”. Certo che è impossibile. Laura annuisce, la piccola Simona nasconde la testa tra le braccia abbandonate sul tavolo. E si spera che lo faccia perché ha sonno. Chi fa quadrare i conti in questa famiglia? “Mia madre. È vedova, ha 61 anni e la pensione di reversibilità di mio padre. È vero che si tiene in casa mio fratello ma ogni mese le arrivano 1.000 euro. Così certe volte ci troviamo al supermercato. Mettiamo le cose nel carrello. Poi, arrivati alla cassa, lei mi dice: ?Passa, faccio io'”.

Non bisogna immaginare che il carrello della mamma, la signora Teresa, sia stracolmo come quelli della pubblicità. Per Giuseppe e Laura la spesa la fa un particolare personal shopper: “Il volantino, quello che ti mettono nelle buche. È fondamentale. Serve per approfittare dell’offerta del momento e anche per scegliere il supermercato. Che non è sempre lo stesso. In certe settimane conviene comperare la pasta da una parte e la bottiglia di pomodoro dall’altra”. Non c’è volantino che riesca a superare certi vincoli del mercato: “La pasta è sempre l’alimento più conveniente. Certe volte con un euro riesci a portarne a casa due pacchi da mezzo chilo”. E la carne? “Beh, quella non possiamo permettercela”. È un lusso, come dare il bianco alle pareti. Come fate con la bambina? “Ci pensa mia mamma. Prepara la bistecca quando andiamo a mangiare da lei o ce la compera quando ci incontriamo al supermercato”.

I cassintegrati italiani sono in pauroso aumento. Il 20 per cento in più nel quarto trimestre 2008, secondo le stime della Cgil. Nelle tabelle non compaiono le persone ma i milioni di ore di cassa. Dietro quelle cifre ci sono 1.300 aziende in cassa integrazione straordinaria e centinaia di migliaia di italiani che fanno la vita di Giuseppe. Solo in Fiat i cassintegrati sono 50 mila. La differenza, si spera, è nella durata. Perché a 700-800 euro puoi sopravvivere per due-tre mesi al massimo. Poi devi sperare nella pensione della nonna. Precipitare da una vita di dignitosi sacrifici alla disperazione è un attimo.

Quando lavorava in fabbrica Giuseppe
guadagnava 1.200 euro. A questi si dovevano aggiungere i 135 di assegni familiari perché Laura, sua moglie, è disoccupata. In tutto 1.335 euro. Ma con la cassa, anche quando l’Inps si deciderà a pagare, il salario scenderà a 750 euro, che con gli assegni diventeranno 885. Nel passaggio dal lavoro alla cassa la perdita netta è di 450 euro, un terzo della busta paga complessiva.

In queste condizioni per Giuseppe e chi vive come lui l’unica alternativa alla paghetta della mamma pensionata è il lavoro clandestino. Chi è in cassa integrazione non può svolgere altre attività: “Rischiamo il licenziamento”. Finora i tentativi di Laura sono andati a vuoto: “Una mattina – dice il marito – l’ho accompagnata a un colloquio al Bennet qui sotto casa. Cercavano commesse. Ci speravamo. Nelle nostre condizioni 5-600 euro in più al mese avrebbero fatto comodo. Quando è uscita ha raccontato: ?Mi hanno fatto un po’ di domande e poi mi hanno detto: ?Le faremo sapere’. Allora io le ho risposto di mettersi l’anima in pace. Quando dicono così è perché non ti prenderanno mai”. Trovare lavoro, anche in nero non è semplice: “La crisi c’è per tutti, anche per i clandestini”. E accettare un impiego provvisorio può essere rischioso: “Ho risposto all’annuncio di un’agenzia interinale. Mi offrivano uno stipendio dignitoso ma ho rifiutato perché era un lavoro precario. Per accettare avrei dovuto rinunciare al posto alla Bertone. Non posso permettermi il lusso di rimanere senza busta paga”.

Così l’unico introito extra sono i sussidi straordinari. Vanno bene tutti: quelli della Regione, che in Piemonte è in mano al centrosinistra, e quelli del governo di Berlusconi. Si partecipa ai bandi e si spera di vincere la lotteria: “Certe volte ti dicono che hai i requisiti ma che siccome hai già preso l’assegno l’anno precedente finisci in coda agli altri quello successivo”. Se fosse per i requisiti, Giuseppe vincerebbe sempre: “Ho un reddito Isee di 9.800 euro. La soglia per partecipare è di 17.000. Straccio tutti”. Si ride per non piangere nell’alloggio del quartiere di Santa Rita. Impressiona il fatto che la povertà abiti qui, in una zona di media borghesia e non solo nei palazzoni delle periferie. Impressiona il fatto che tra queste mura si sia dovuto aspettare il bonus della Regione (3.100 euro) per regalare a Simona la cameretta nuova. Nel discorso finale, quella specie di confessione che Giuseppe fa, solo, in fondo alle scale del condominio, c’è posto per l’ultima rivelazione: “Oggi sono contento. Ho sentito mia sorella al telefono. Ha promesso che mi passa 100 euro per i regali alla bambina. Così Babbo Natale arriverà anche per Simona. Le porterà una bella Barbie e il cd di Kung Fu Panda”.

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20 dicembre 2008
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Berlusconi: “Basta canzone pessimistica. Cittadini continuino le proprie abitudini di acquisto”

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Milano | 20 dicembre 2008

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi

La crisi economica c’e’ ed e’ grave ma occorre reagire. “Basta con questa canzone pessimistica” che arriva da piu’ parti. “Questa crisi dipende anche da noi – ha detto Berlusconi – dobbiamo continuare con le nostre abitudini, continuare a fare acquisti”.

Silvio Berlusconi lancia un nuovo invito ai  consumi dalla platea che si è riunita a Fiera di Rho- Pero nel milanese per la cena natalizia organizzata dal Forza Italia , perche’ “continuino con le proprie abitudini di acquisto” e una esortazione agli imprenditori ad essere “piu’ coraggiosi”.  “Nei momenti difficili – ha detto Berlusconi in collegamento telefonico – gli imprenditori coraggiosi aumentano, se rischiano, le loro quote di mercato”.

Berlusconi  ha quindi esortato ancora una volta ad avere “maggiore speranza e fiducia”. “Che ci sia la crisi o meno – ha concluso – sta tutto nelle nostre mani “.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=89728

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Shopping di Natale, rischio astinenza
“Esplodono ansia, rabbia, delusione”
Saldi: “Si spenderà il 30% in meno”

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Neurologo: “Conflitto nel cervello tra la parte razionale consapevole di non poter comprare e quella emotiva che si lascerebbe andare alle spese”

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Roma, 19 dicembre 2008 – Un Natale sotto tono quest’anno a causa della crisi economica. Molti gli italiani costretti “soltanto a guardare” le vetrine o comunque a spendere poco e in maniera oculata. “Quest’anno la parola d’ordine è ‘vorrei ma non possò, perchè si verifica una sorta di conflitto di potere nel cervello dei consumatori abituali: tra la parte razionale consapevole di non poter cedere all’impulso di comprare e quella emotiva che cederebbe volentieri lasciandosi andare alle tradizionali spese in una sorta di orgia compulsiva dei regali”.

Lo afferma Rosario Sorrentino, neurologo che sottolinea come tutto ciò possa creare anche molti disagi.

“Chi non riesce a soddisfare o a mantenere questo appuntamento natalizio, diventato ormai una tappa forzata del consumismo, va incontro a emozioni negative come ansia, rabbia, delusione, aggressività perchè convinto si tratti di un’occasione mancata, quella cioè di sfogare l’impulso dello shopping”.

Ma l’analisi dell’esperto va oltre: “D’altra parte -ha spiegato Sorrentino- si è andata ad affermare in questi anni una nuova filosofia di vita che ha contribuito a costruire un’identità emergente quella del: ‘io compro, quindi esisto, valgo’, come se il senso di autostima e sicurezza sia commissurato dalla potenzialità di possedere oggetti e cose spesso inutili”.

Ad emergere quindi, conclude l’esperto, “non è il buon cittadino bensì l’ottuso consumatore in preda a una sorta di tossicodipendenza che divora tutto e tutti in barba ai valori tradizionali necessari all’essere umano per affermare equilibrio e serenità: è questa la vera occasione mancata”.(AGI)

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/12/19/140007-shopping_natale_rischio_astinenza.shtml

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PALERMO – Due fratellini violentati da nonno e zia

Avevano meno di dieci anni ed erano costretti a subire gli abusi sessuali dei due parenti e del convivente della loro madre, è accaduto a due fratelli

pedofilia (Foto Germogli)

I tre aguzzini sono finiti in manette

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Palermo, 20 dicembre 2008 – Due fratellini di meno di dieci anni venivano sottoposti ad abusi sessuali dal nonno, dalla zia e dal convivente della loro madre. I tre sono stati ora arrestati da agenti della sezione Reati in danno di minori e sessuali della Squadra Mobile di Palermo, che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Fabio Licata.

I tre arrestati, di cui non vengono rese note le generalità sono un uomo di 68 anni, in passato già condannato con sentenza definitiva per avere abusato sessualmente di una minore di 6 anni e per atti osceni alla presenza di minorenni, un giovane di 22 anni, pregiudicato per reati contro il patrimonio e segnalato per reati contro la persona, e una ragazza di 23 anni già denunciata per reati contro il patrimonio e coinvolta in vicende penali di sfruttamento della prostituzione.

La giovane donna in un primo tempo non era stata rintracciata dalla polizia. Ma un rapida indagine nei luoghi da lei abitualmente frequentati ha rivelato che l’indagata aveva preso un treno per il Nord Italia. I poliziotti hanno raggiunto il convoglio nella stazione di Sant’Agata di Militello (Messina), dove la ventitreenne è stata arrestata nel bagno di una delle carrozze.

L’attività investigativa che ha fatto emergere la storia di pedofilia domestica era stata avviata dopo una segnalazione sulle condizioni di estremo squallore morale e materiale in cui viveva la famiglia dei due bambini, composta dalla loro madre, dal suo convivente, dalla sorella di quest’ultimo e dal nonno materno. I poliziotti della Squadra Mobile avevano così accertato che i due bimbi non frequentavano la scuola dell’obbligo e pertanto il Tribunale per i Minorenni ne aveva disposto il ricovero in una comunità.

Qui i piccoli hanno mostrato segni di disagio psicologico e i poliziotti, coordinati dal pm Claudia Caramanna, hanno raccolto la loro tremenda testimonianza con l’ausilio di un consulente tecnico nominato dal magistrato. I bambini hanno descritto le violenze subite in casa come episodi quasi ordinari della routine familiare. È emerso anche che il convivente della madre li aveva addestrati a rubare nelle bancarelle dei mercati rionali.

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/12/20/140249-fratellini_violentati_nonno.shtml