Archivio | giugno 15, 2008

Tracce radioattive tra i rifiuti destinati Savignano Irpino

Sequestrati 40 quintali di materiale pericoloso: veniva da Foggia a bordo di due tir per essere smaltito illecitamente in Campania

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Tracce radioattive tra i rifiuti destinati Savignano Irpino

I militari presso la discarica di Savignano Irpino

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ROMA – Tracce radioattive sono state trovate in un carico di rifiuti che doveva essere portato nella discarica di Savignano Irpino. Il carico, ha reso noto un portavoce del sottosegretario Guido Bertolaso, è stato immediatamente isolato e portato in un altro sito per essere smaltito in appositi impianti. Si tratta di rifiuti di provenienza ospedaliera.

Il sottosegretario ha anche avviato una procedura per risalire ai responsabili del deposito illegale, presentando una denuncia all’autorità giudiziaria. Le tracce radioattive, sottolineano a Savignano Irpino, sono state rilevate “grazie alla capillare capacità di controllo di tutte le componenti che operano presso la discarica, forze dell’ordine, vigili del fuoco ed esercito”.

Nel carico infatti sono stati trovati alcuni rifiuti di origine ospedaliera su cui sono state rilevate le tracce di una “lieve anomalia radioattiva”. “E’ bene evidente – proseguono dalla struttura di Bertolaso – che i rifiuti ospedalieri devono essere smaltiti, come previsto dalla legge, attraverso una filiera completamente diversa da quella prevista per i rifiuti solidi urbani”.

In Campania sono stati inoltre sequestrati oggi dai carabinieri quaranta quintali di rifiuti pericolosi, destinati ai siti della Regione perché fossero smaltiti illecitamente. Il carico era trasportato da due tir provenienti dalla provincia di Foggia e diretti in Alta Irpinia.

Per sfuggire ai controlli i due conducenti, entrambi pregiudicati e residenti a Cerignola (Foggia), stavano transitando sulla dismessa statale dell’Ofantina, quando sono stati fermati a un posto di blocco. I due autisti non hanno voluto fornire spiegazioni sul carico: sono stati individuati materiale ferroso, batterie esaurite, profilati di eternit, scarti di rame.

Negli ultimi mesi, il comando provinciale dei carabinieri ha sequestrato circa 70 mila metri cubi di rifiuti pericolosi e ha denunciato 50 persone, molte delle quali con numerosi precedenti penali, originarie delle province di Caserta, Salerno e Napoli.

15 giugno 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/rifiuti-11/tracce-radioattive/tracce-radioattive.html

Diritti dei lavoratori in pericolo

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Durante un incontro organizzato dalla Cisl e dal Riformista, il ministro del welfare, propone la sua ricetta sul lavoro: “in Italia si fanno troppi scioperi”, spiega Sacconi, occorre “studiare una normativa che li riduca”. Ma il ministro agita anche la carota della partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa: “è giunta l’ora”

Di: Jacopo Matano, 13 giugno 2008…………….. http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=8122

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DIRITTI DEI LAVORATORI IN PERICOLO

Di: Red58

Dopo aver appreso le affermazioni del ministro del welfare: troppi scioperi, utili di Impresa ai Lavoratori, ho fatto alcune riflessioni che di seguito riassumo.

Diciamolo fuori dai denti, qui si tratta di una contro lotta di classe perpetrata dal capitalismo e legittimata dal governo di destra, rischiosa per le possibili conseguenze che si potrebbero verificare nel caso venga attuata. Tesa a togliere alla “Classe Operaia” i diritti acquisiti con le lotte dei nostri padri. I toni del dibattito pacati utilizzati dal ministro, evidenziano una sicurezza drammaticamente preoccupante. Tutto ciò è il risultato del lento e costante processo di americanizzazione che stiamo subendo nel nostro paese. Il ritorno all’800, con l’automatica cancellazione della storia del 900, auspicato da questa classe dirigente, essenza dell’antipolitica, è assolutamente da stoppare sin da ora. Il triste cambiamento voluto da queste figure non deve trovare terreno fertile. E’ giunto il momento di un intervento deciso da parte di chi è preposto a salvaguardare i diritti dei Lavoratori, dato che siamo giunti all’ultima spiaggia. Non dimentichiamoci che nelle recenti elezioni politiche il popolo italiano con il suo triste e sciagurato voto ha legittimamente scelto di essere rappresentato dalla parte politica più lontana alle esigenze dello stato sociale meno abbiente e contemporaneamente si è dissolta nel nulla la rappresentanza politica in parlamento più vicina ad esse. Il deterioramento che si sta attuando contro i diritti dei Lavoratori non trova quindi in sede politica una valida e ferma contro risposta….anzi!!! Inoltre è importante aggiungere che il rapporto di lavoro tra datore e lavoratore è purtroppo regolato da una legge, la 30, voluta e votata dal precedente governo di destra. Legge che ha contribuito a creare il lavoro precario ed instabile peggiorando in maniera tragica la condizione economica del Popolo. In ultima analisi, i sindacati hanno l’obbligo morale di espletare finalmente il proprio ruolo di garanti nei confronti dei lavoratori altrimenti assisteremo ad un ritorno al passato e tutte le teorie ed i conseguenti diritti ottenuti e riconosciuti dallo Statuto dei Lavoratori, saranno cancellati con un netto colpo di spugna. Se i sindacati non daranno le risposte auspicate, l’unica via di uscita, la nuova via logica è tornare a scioperare in massa, altrochè ricetta sul lavoro del ministro…..

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fonte: e-mail

Arriva Xeros, la lavatrice eco-friendly: solo un bicchiere d’acqua per ogni lavaggio

LONDRA (10 giugno) – Basta solo un bicchiere di acqua per far funzionare una Xeros, la lavatrice eco-friendly progettata dal professor Stephen Burkinshaw dell’Università di Leeds in Inghilterra. Per lavare i panni senza sprecare litri di acqua, serve anche un po’ di sapone e circa 20 chili di scaglie di plastica che possono essere riutilizzate altre 100 volte, cioè per circa 6 mesi. Il bicchiere di acqua serve per sciogliere lo sporco, poi assorbito dalle scaglie di plastica. «I test – spiega il professore – hanno dimostrato che questa lavatrice può eliminare ogni tipo di macchia, comprese quelle di caffè e di rossetto». La compagnia Xeros Ltd intende metterla sul mercato britannico a partire dal 2009 e si aspetta che possa essere utilizzata non solo dai privati ma anche dalle industrie di lavaggio a secco.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=25779&sez=HOME_SCIENZA

TOSCANA: Pannelli fotovoltaici al posto dell’eternit in case popolari

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(ASCA) – Firenze, 13 giu – Pannelli fotovoltaici al posto dell’eternit sui tetti delle case popolari. La Regione Toscana sostiene e coordina un programma innovativo che permettera’ di rimuovere l’eternit, che contiene amianto, e di istallare pannelli fotovoltaici.

Il progetto permette
anche di ricavare energia elettrica ‘pulita’ e di generare un ritorno economico, che copre i costi. L’iniziativa, che e’ gia’ stata attuata su 26 edifici (24 nell’area fiorentina e 2 in quella di Massa e Carrara) coinvolgera’ ora un altro centinaio di stabili appartenenti al patrimonio di edilizia residenziale pubblica della Toscana.

”Si tratta di un progetto assolutamente innovativo – spiega l’assessore alla casa della Regione Toscana, Eugenio Baronti – che consente di fare tre cose utili a costo zero.

La prima e’ quella di bonificare i tetti delle case popolari della Toscana, molti dei quali, a suo tempo erano stati costruiti in eternit. E l’eternit, come tutti sanno, e’ fatto con l’amianto. La seconda – fa notare l’assessore – e’ che una sostanza pericolosa, come l’amianto, viene sostituita con pannelli fotovoltaici, che producono energia elettrica pulita e fanno risparmiare emissioni nell’atmosfera. La terza cosa e’ che, grazie a questa energia, non solo si risparmia l’inquinamento, ma si ottengono risorse economiche che servono a ripagare il costo dell’impianto. In Toscana i primi esperimenti sono stati attivati, ora vogliamo allargare il raggio d’azione e vogliamo che l’esempio virtuoso delle case popolari possa servire da modello anche per i condomini privati”.

Il progetto prevede circa 130 edifici per una copertura complessiva di 130mila metri quadri che sono stati giudicati idonei. Tenuto conto che su 26 edifici gli interventi sono gia’ partiti, l’intervento in questa fase, verra’ attuato su 90 mila mq di coperture, con l’istallazione di pannelli solari per 60 mila metri quadri. L’arco temporale e’ di tre anni.

afe/map/alf

fonte:  Asca

Macrì dell’Antimafia:«La vera capitale della ‘ndrangheta è Milano»

Forti innesti anche nel Lazio

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CATANZARO (14 giugno) – La capitale della ‘ndrangheta? «Reggio Calabria certamente, ma forse la vera capitale è Milano». Parola del sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, Enzo Macrì che ha partecipato a Tiriolo ad un dibattito insieme a don Luigi Ciotti, lo studioso Enzo Ciconte e Francesco Forgione, presidente della Commissione parlamentare antimafia nella passate legislatura, autore del libro ‘ndrangheta (Baldini Castoldi Dalai editore).

Macrì ha aggiunto che il dinamismo e la pericolosità estrema della ‘ndrangheta è dato proprio da questo fatto, di non avere cioè – a differenza di cosa nostra e camorra – una sede principale. «Le cosche della ‘ndrangheta – ha aggiunto Macrì – hanno sedi secondarie a Torino e in altre parti del nord e in quasi tutti e cinque i continenti». Il magistrato del Dna ha confermato il giro d’affari della ‘ndrangheta, che l’Eurispes ha segnalato in 45 miliardi di euro l’anno ed ha segnalato il provvedimento delle autorità statunitensi di estendere le misure di protezione di quel Paese agli affiliati di ‘ndrangheta. Secondo Macrì in questa fase Cosa nostra è praticamente assente in Piemonte, tranne alcune propaggini riferite al clan dei catanesi; mentre in Lombardia, in interi comuni come Corsico e Buccinasco «la presenza della ‘ndrangheta è opprimente». Negli ultimi tempi sono emerse presenze determinanti anche nel Lazio e in Sardegna. Sull’ampiezza del fenomeno Macrì ha affermato che «neanche noi riusciamo a capire bene le dimensioni del fenomeno».

Macrì ha sollevato anche critiche rispetto all’adeguatezza del contrasto, citando ad esempio i recenti orientamenti del Csm alle nomine apicali negli uffici giudiziari di Reggio Calabria e Catanzaro, dove non sarebbero state prese in considerazione le specificità e le conoscenze acquisite in Calabria. Altro esempio sulla inadeguatezza del contrasto, sempre secondo Macrì, il recente Ddl sulle intercettazioni, per il quale il magistrato ha fatto riferimento ai dati («non veri» ha detto), sui decreti di perquisizione e sulla spesa annua nel bilancio della giustizia.

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fonte:http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=26000&sez=HOME_INITALIA

fonte immagine di testa:  http://progettomediterraneo.blogspot.com/2008/02/la-ndrangheta-come-al-qaeda-cosa-ne.html

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‘Ndrangheta

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La ‘ndrangheta è oggi una delle organizzazioni criminali più potenti. Non priva di rapporti con uomini politici e servizi segreti deviati, è meno esposta, rispetto a Cosa Nostra, alle infiltrazioni esterne ed al fenomeno del pentitismo, ma soprattutto ha ramificazioni in mezzo mondo: dalla Lombardia, al Piemonte, dalla Valle d’Aosta alla Liguria, dalla Toscana al Veneto, dall’Emilia Romagna alla Francia, dalla Germania alla Russia, dalla Spagna alla Svizzera, dalla Bulgaria all’ex Jugoslavia, dalla Bolivia agli Stati Uniti, dal Canada all’Australia.

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Una delle più efficaci definizioni sulla mafia calabrese l’ha data Julie Tingwall, sostituto procuratore dello Stato della Florida a Tampa: “È invisibile, come l’altra faccia della luna”. Se alla capacità di mimetizzarsi, soprattutto all’estero, si aggiunge la sottovalutazione del fenomeno, soprattutto in Italia, si può capire come la ‘ndrangheta sia riuscita a prosperare, quasi indisturbata. Fino a qualche anno fa, infatti, molti la ritenevano un’accozzaglia di criminali, dedita al pizzo ed ai sequestri di persona. Secondo una recente relazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati. Il rapporto tra popolazione/affiliati ai clan è del 2,7%. Nelle altre regioni il rapporto è rispettivamente di 1,2% in Campania, 1% in Sicilia e del 2% in Puglia.
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Le origini

Nasce e si afferma nella seconda metà dell’Ottocento la ‘ndrangheta in Calabria, una regione dal tessuto economico fragile, priva di un significativo apparato industriale e con deboli ceti imprenditoriali. Clan di picciotti, da cui il nome Picciotteria vengono segnalati nel circondario di Palmi (Maropati, Gioia Tauro, Sinopoli, Iatrinoli, Radicena, Molochio, Polistena, Melicuccà, San Martino di Taurianova, la stessa Palmi), nella Locride (San Luca, Africo, Staiti, Casalnuovo) e nella cintura di Reggio Calabria (Fiumara, Villa San Giovanni, la stessa Reggio Calabria). Uno dei documenti più interessanti di quel periodo è una denuncia anonima inviata nel 1888 al prefetto di Reggio Calabria, Francesco Paternostro, che rivela l’esistenza a Iatrinoli, uno dei tre borghi che poi dettero vita a Taurianova, di una setta che nulla teme”

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La struttura

La ‘ndrangheta rispetto a Cosa Nostra ha una struttura a sviluppo orizzontale. Ogni famiglia ha il pieno controllo del territorio sui cui opera ed il monopolio di ogni attività, lecita o illecita. La cosca mafiosa calabrese si fonda in larghissima misura su una famiglia di sangue ed i vincoli parentali tra le varie famiglie vengono rinsaldati con matrimoni incrociati. Essendo tutti parenti, è difficile trovare pentiti. Negli ultimi tempi, dopo la sanguinosa guerra, apertasi nel 1985 con la secessione degli Imerti-Condello dall’alleanza di cosche guidata da Paolo De Stefano, la ‘ndrangheta, in provincia di Reggio Calabria, si è dotato di un organismo (Santa), di cui farebbero parte i rappresentanti delle famiglie più importanti. Non è una commissione come quella di Cosa Nostra, ma un primo tentativo per cercare di sedare gli endemici contrasti che scoppiano puntualmente tra le varie cosche (le c.d. faide), altra tipica espressione della mafia calabrese. Rigidissima è la gerarchia all’interno di ogni famiglia, regolata da un codice che prevede rituali in ogni momento della vita associativa : dall’affiliazione all’investitura del nuovo adepto, al giuramento che deve essere prestato con solennità, al passaggio al grado successivo, fino ai processi a cui il tribunale della cosca può sottoporre i propri affiliati qualora si dovessero rendere responsabili di eventuali violazioni alle regole sociali.

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Le attività

La Calabria come ha sottolineato il dottor Nicola Gratteri, uno dei magistrati di punta della procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, galleggia sopra un grande traffico di armi. Sembra esserci in Calabria una sorta di accumulo di armi potenti e micidiali, alcune delle quali sono state utilizzate durante l’ultima guerra di mafia (missili terra-aria e lanciarazzi Mpg del tipo di quelli scoperti in un arsenale della ‘ndrangheta in provincia di Modena). Gli altri due grandi business della mafia calabrese sono il traffico internazionale di droga e l’estorsione : quest’ultima, come ha affermato nel 1993 l’Avvocato Generale di Reggio Calabria, colpisce nel capoluogo reggino ogni attività produttiva di reddito, senza escludere neppure i liberi professionisti. In calo i sequestri di persona che, a fronte di ricavi modesti, costringono le cosche a fare i conti con massicci dispiegamenti delle forze dell’ordine sul territorio.

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Le gerarchie

I gradi nella gerarchia di ogni cosca della ‘ndrangheta, che altrove possono essere ricordati in maniera diversa, nella Piana di Gioia Tauro (ed è qui che alligna la mafia più organizzata e più forte), secondo quanto Pino Scriva ha raccontato ai magistrati che hanno raccolto le sue “confidenze”, sono i seguenti : 1) Giovane d’onore. Non è un vero e proprio grado. È una affiliazione per “diritto di sangue”, un titolo che viene assegnato al momento della nascita e che tocca in pratica ai figli degli ‘ndranghetisti come buon auspicio affinchè in futuro possano diventare uomini d’onore ; 2) Picciotto d’onore. È il primo vero gradino della “carriera” nella ‘ndrangheta. Si tratta di un gregario, esecutore di ordini, il quale deve cieca obbedienza agli altri gradi della cosca con l’unica speranza di ottenere benefici tangibili e immediati. I picciotti, in pratica, sono la fanteria, o meglio il corpo dei caporali delle cosche calabresi ; 3) Camorrista. È un affiliato già di una certa importanza ed è arrivato al grado dopo un “tirocinio” più o meno lungo. A lui sono affidate funzioni che il picciotto non può svolgere (può essere, per esempio, capo di una ‘ndrina nelle piccole frazioni dei comuni). In altre zone risultano distinzioni in questa stessa “qualifica” ; 4) Sgarrista o Camorrista di sgarro. Si tratta di un affiliato incaricato di riscuotere le tangenti ; 5) Santista. È colui che ha ottenuto la “Santa”, cioè un grado ancora più elevato per esclusivi meriti criminosi ; 6) Vangelo. Viene detto anche vangelista perché ha prestato giuramento di fedeltà all’organizzazione criminale mettendo una mano su una copia del Vangelo. Grado di altissimo livello, si ottiene “per più meritevole condotta delinquenziale”. 7) Quintino. Grado apicale che uno ‘ndranghetista può raggiungere. È attribuito a un ristretto numero di mafiosi che all’interno dell’organizzazione vanno così a costituire una oligarchia con diversi privilegi e altrettante responsabilità e che si riconoscono perché hanno un tatuaggio con la stella a cinque punte ; 8- Associazione. Di questo grado è Scriva a parlare per la prima volta. Rappresenta il più alto potere della ‘ndrangheta e viene esercitato in forma collegiale. Sarebbe, in sostanza, una sorta di consiglio di amministrazione di tutto il sistema criminale. A questo grado accedono i capi delle famiglie che per numero di affiliati, forza di fuoco, alleanze e protezioni anche politiche, sono in grado di condizionare sul piano pratico la vita della ‘ndrangheta non solo nella loro zona e nella provincia, ma ovunque l’organizzazione sia presente, quindi, anche all’estero.


Pantaleone Sergi, La “Santa” violenta, Storie di ‘ndrangheta e di ferocia, di faide, di sequestri, di vittime innocenti, Edizioni Periferia, Cosenza, 1991, pagg. 61-62.


Un’ulteriore figura tipica
della ‘ndrangheta è quella della “sorella d’omertà” che è affidata ad una donna, la quale ha il compito di dare assistenza ai latitanti. Ma il ruolo delle donne nella mafia calabrese non si limita a questo. Né è un fatto nuovo. A Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, sul finire dell’Ottocento, le donne erano ammesse nell’organizzazione. Scrivono i giudici: “Vestite da uomini, prendevano parte alla perpetrazione de’ furti ed altri reati” . Oggi, le donne, come hanno accertato le più recenti indagini sulle principali cosche calabresi vigilano sull’andamento delle estorsioni, riscuotono le tangenti, sono intestatarie di beni appartenenti al sodalizio e curano i rapporti con i latitanti e con l’esterno del carcere.


Cfr. A. Nicaso, Alle origini della ‘ndrangheta: la picciotteria, op. cit. – Archivio di Stato di Catanzaro, Corte d’Appello delle Calabrie, Sentenze Penali, 1892, vol. 336, 9 settembre

fonte: http://www.nicaso.com/pages/doc_page85.html