Archivio | aprile 7, 2013

Roma, Marino candidato pd a sindaco. Ma ci sono denunce: “File di rom, voti comprati”

Roma, Marino candidato pd a sindaco. Ma ci sono denunce: "File di rom, voti comprati"

Roma, Marino candidato pd a sindaco.
Ma ci sono denunce: “File di rom, voti comprati”

Il senatore-chirurgo si avvia a ottenere oltre il 50% dei voti, seguito da David Sassoli con il 24-28%. Terzo, Paolo Gentiloni con l’8-12%. I complimenti di Bersani. Obbiettivo affluenza centrato: tra 100 e 102mila elettori. A metà pomeriggio il post della renziana Alicata: “Le solite incredibili file di nomadi: sono voti comprati”. E il centrodestra si scatena. La replica di “Roma bene comune”: “Gli immigrati residenti sono cittadini della capitale quindi votano”

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Ignazio Marino è il candidato del centrosinistra a sindaco di Roma. Il senatore-chirurgo ha avuto la meglio sugli altri 5 sfidanti: David Sassoli, Paolo Gentiloni, Gemma Azuni, Mattia Di Tommaso e Patrizia Prestipino. Secondo gli exit poll avrebbe sfondato quota 50%, doppiando Sassoli. Molto più indietro Paolo Gentiloni. E il progredire dello spoglio sembra confermare questi risultati che sarebbero – dice il comitato Marino – omogenei in tutta la città. Tanto che già a metà delle schede scrutinate, prima Sassoli, poi Gentiloni lo hanno chiamato per fargli i complimenti e ammettere la sconfitta. Poi arriva il tweet con i complimeti del segretario Bersani. Lo stesso hanno fatto il segretario del Pd capitolino Marco Miccoli e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che gli ha scritto: “Daje Ignazio”.

Toccherà dunque al senatore-chirurgo sfidare alle Comunali del 26 e 27 maggio il sindaco uscente Gianni Alemanno, il grillino Marcello De Vito, l’imprenditore Alfio Marchini e l’indipendente di sinistra Sandro Medici. E pensando a questa sfida Sassoli nel suo messaggio parla ora di “50 giorni di battaglia comune”.

L’affluenza si è attestata fra 100 e 102 mila elettori sui 223 seggi: obiettivo centrato. Gli altri 3 sfidanti alle consultazioni del centrosinistra si fermano a percentuali molto più basse: tra il 3 e il 6% per Gemma Azuni (Sel), tra il 2 e il 4 per l’ex assessore provinciale Patrizia Prestipino e tra l’1 e il 3% per il giovane del Psi Mattia Di Tommaso.

LA DIRETTA MULTIMEDIALE

La cronaca. Operazioni di voto tutto sommato tranquille per buona parte della giornata fino a quando, a metà pomeriggio, sui gazebo piomba una dichiarazione di Antonio Funicello, portavoce del Comitato GentilonixRoma che denuncia: “Ci stanno arrivando  numerosissime telefonate e segnalazioni di irregolarità e disservizi nei seggi elettorali, sarebbe davvero grave se una giornata di democrazia come quella di oggi venisse funestata da vicende poco chiare”. E anche la Azuni solleva qualche caso. Poi l’affondo.

Che arriva in un post tagliente della renziana Cristiana Alicata: “Le solite incredibili file di Rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica” scrive su Fb la blogger membro della direzione regionale del Pd Lazio. Poi, sempre sui social netwok, rispondendo a qualcuno che la tacciava di razzismo si fa più esplicita: “Il razzismo non c’entra nulla. Sono voti comprati. Punto. Chi lo nega è complice dello sfruttamento della povertà che fa il clientelismo in politica”. Non aggiunge però, Alicata, nomi o indizi su quale dei candidati avrebbe secondo lei trattato con i nomadi.  Da quel momento sui social network è tutto un rincorrersi di commenti, accuse e rimpalli. E mentre Marino, condividendo l’appello alla vigilanza espresso da Gentiloni, si augura che “questa giornata resti una festa di partecipazione democratica”, il centrodestra si scatena con commenti al vetriolo.

“Aridatece Ciriaco” staffila in un tweet Francesco Storace, sconfitto nel Lazio da Nicola Zingaretti. E Andrea Augello, senatore Pdl e fedelissimo di Alemanno, argomenta: “Non c’è bisogno di insinuare una compravendita dei voti dei rom per spiegare la loro massiccia presenza ai seggi del Pd: la spiegazione sia più semplice. E’ che alcune associazioni e cooperative che hanno visto come fumo negli occhi la costante azione di difesa della legalità della giunta Alemanno con la chiusura di vergogne nazionali, come i campi di Tor dè Cenci e Casilino 900, e stanno mobilitando i campi nomadi per far pesare i loro voti sul vincitore”. Su twitter il consigliere regionale de La Destra Fabrizio Santori ha addirittura coniato l’hashtag “primarierom”.

Il partito replica al centrodestra quasi a seggi chiusi: “Storace e Augello tentano di denigrarci utilizzando la loro cultura parafascista contro il voto degli immigrati, in particolare dei rom. La coalizione “Roma Bene Comune” fa votare gli immigrati, regolarmente residenti, perché li considera cittadini di Roma. Evidentemente, le nostre primarie danno fastidio a chi, da anni, le annuncia senza avere il coraggio e la capacità di organizzarle. A Roma le irregolarità e gli scandali sono quelli del sindaco Alemanno: il centrodestra di dedichi a questo”.

Gli slogan dei tre favoriti per la sfida in Campidoglio. “Non è politica, è Roma”, è la parola d’ordine di Ignazio Marino, appoggiato da nomi apparentemente lontani: tra gli altri, Stefano Rodotà, Antonio Ingroia e Goffredo Bettini. “Cambiare è Capitale” per David Sassoli, l’eurodeputato vicino a Franceschini sostenuto da ampi settori del partito, inclusi Paola Concia e Matteo Orfini e infine “C’è bisogno di un sindaco” per Paolo Gentiloni, il renziano che fu anche vice sindaco nella prima giunta Rutelli. I tre, va anche detto, sono arrivati a questa sfida divisi su tutto, anche dalle accuse reciproche sui manifesti abusivi.

Ignazio Marino ha votato, accompagnato dalla madre, nella storica sede ex Pci di via dei Giubbonari. David Sassoli nel gazebo di piazza Mazzini, dove hanno votato anche Zingaretti e D’Alema. Paolo Gentiloni in via Goito accompagnato dalla moglie. “Spero di vincere, ma comunque” ha sostenuto lui, “chiunque vinca avra’ il sostegno unitario del centrosinistra”.

In serata i candidati si sono riuniti nella sede Pd in via delle Sette Chiese. Una piccola curiosità ha riguardato il giovane candidato socialista. “Nome prego” gli hanno chiesto all’ingresso del partita. “Mattia Di Tommaso” ha risposto. “Sei un giornalista?”. “No, un candidato…”. (07 aprile 2013)

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TUTTO SU

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APPROFONDIMENTI

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fonte roma.repubblica.it

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Portogallo in crisi, dipendenti pubblici pagati con titoli di Stato?

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Portogallo in crisi, dipendenti pubblici pagati con titoli di Stato?

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Il governo portoghese sta valutando di pagare i dipendenti pubblici e pensionati con titoli di Stato anziché contanti in busta paga dopo che la Corte Costituzionale ha bocciato molte misure di austerity contenute nella legge di bilancio 2013, dichiarandole illegali. Tra cui appunto rientrano tagli salariali (via la 14esima), abolizione dell’indennità per le ferie dei dipendenti pubblici e dei pensionati e i tagli ai sussidi di disoccupazione. Il taglio delle pensioni stimato (e bocciato dalla Corte) è del 6,4%.

«Questa è una delle linee di riflessione», spiega all’agenzia Dow Jones una persona informata sui fatti.

Il premier Pedro Passos Coelho ha annunciato tagli «drastici» alla spesa pubblica assicurando che non ci saranno nuovi aumenti delle imposte, ma che devono essere prese misure per «contenere la spesa pubblica nei settori della sicurezza sociale, della sanità e dell’educazione».

Lo stesso ha chiesto un incontro d’urgenza al presidente Anibal Cavaco Silva. È anche prevista una riunione straordinaria del consiglio dei ministri, legata al buco che questa bocciatura rischia di provocare nei conti pubblici portoghesi, con un impatto stimato in 1,3 miliardi di euro.

Il governo di centrodestra del premier Coelho aveva definito queste misure nell’ambito degli accordi relativi al piano di aiuti accordati da Unione Europea, Bce e Fondo monetario internazionale.

Dal partito del premier, il Psd, si ricorda che non c’è «spazio di manovra sul memorandum» fissato con la Troika, che prevedeva fra l’altro per l’anno in corso risparmi per 5 miliardi di euro, grazie anche alle misure bocciate ieri dai giudici supremi.

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fonte ilsole24ore.com

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Lega, insulti e disordini a Pontida, scontri per volantino satirico. Bossi a Maroni: guerra anche a Roma

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Lega, insulti e disordini a Pontida
scontri per volantino satirico
Bossi a Maroni: guerra anche a Roma

Il segretario del Carroccio al raduno con i diamanti di Belsito: andranno ai militanti più meritevoli

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ROMA – Sono volati insulti e anche qualche spintone fra una ventina di militanti leghisti al raduno di Pontida, dopo che alcuni di loro – probabilmente veneti – hanno esposto un manifesto che raffigura il segretario Roberto Maroni come Pinocchio. La scenetta è avvenuta in un angolo del pratone mentre dal palco parlavano alcuni dirigenti di secondo piano del movimento: la situazione poi è tornata alla calma. Un nutrito gruppo di militanti veneti ha poi fischiato il sindaco di Verona Flavio Tosi per la durata del suo intervento a Pontida. «Fuori, fuori» gli hanno urlato. «Tosi, Tosi» la risposta degli altri militanti.

Anche il presidente della Lega Umberto Bossi è presente al raduno nel bergamasco, dove gli interventi dei big sono previsti per il primo pomeriggio. Tra i presenti anche Roberto Calderoli e Matteo Salvini e il segretario federale Roberto Maroni. In attesa di guadagnare il palco solo una battuta ai giornalisti: «È la Pontida di sempre? «No…».

Bossi sul palco. «Chi ha detto che tutto va bene è un leccaculo. Ma tutto è ancora rimediabile – ha esordito il leader storico del Carroccio, che ha poi lanciato una proposta – Ogni anno la base dovrà dare un giudizio sui suoi eletti, perché non possiamo dipendere solo dal Consiglio Federale. Non ho fatto la Lega per romperla, la miglioreremo». Ai militanti che protestavano ha detto che la loro contestazione «è stata capita: la base deve contare di più e conterà» poi: «niente insulti e niente fischi», ha chiesto prima di abbracciare Maroni. «Non la penso come Maroni quando dice che ce ne stiamo al nord e ce ne freghiamo di Roma: noi dobbiamo combattere su tutti i fronti, anche a Roma».

Proprio perché «è stata capita» la protesta di quei militanti che sono arrivati fino a Pontida per fischiare, dal palco Bossi si è rivolto in particolare ai veneti, per assicurare il suo appoggio alla richiesta di congressi. «Ai fratelli veneti dico che ormai tutto è commissariato – ha spiegato il presidente della Lega – ed è arrivato il momento che si facciano i congressi». «La Lega non si sta dividendo, come i lecchini del regime scrivono sui giornali», ha assicurato Bossi, che però ha sostenuto che nel Carroccio ci sono problemi di democrazia interna. «A me spiace che la base venga trattata un po’ male perchè non ha strumenti per difendersi», ha spiegato. Per questo ha proposto che ogni anno i militanti possano valutare i loro dirigenti e «poterli mandare via se non vanno bene». Certo, ha concluso Bossi, «c’è il rischio di litigare ma non siamo ancora a quel livello, siamo in grado di modificare le cose».

Il discorso del segretario. «Siamo qui in tanti, abbiamo smentito i gufi che volevano la Lega finita e divisa: andate a quel paese, giornalisti di regime!». Così Roberto Maroni dal palco, dove ha aggiunto: «siamo qui per testimoniare la nostra unità, il nostro grande progetto di macroregione» per «per realizzare il nostro grande sogno, la Padania».

Fisco. «Se serve faremo guerra a Roma e al governo»: lo ha detto il segretario della Lega Roberto Maroni a Pontida. Sul 75% delle tasse e il patto di stabilità «tratteremo – ha aggiunto -, fino al 31 dicembre abbiamo tempo per trattare, altrimenti ci impegnamo a superare autonomamente i vincoli imposti da Roma». Maroni ha utilizzato gran parte del suo discorso conclusivo a Pontida per spiegare che la creazione di una macroregione del nord e l’ottenimento di «almeno il 75% del gettito fiscale sul territorio» sono i traguardi che la Lega non potrà mancare nei confronti del solito nemico di Roma. E ha utilizzato le sue parole ultimative nei confronti del governo centrale anche per rispondere ad Umberto Bossi che poco prima, dallo stesso palco, lo aveva invitato a non rinunciare a dar battaglia anche a Roma senza arroccarsi al nord. «È chiaro – ha detto Maroni – che i nostri parlamentari a Roma agiranno insieme a noi al nord. Caro Umberto, devi andare giù a fare guerra al governo insieme a noi e ai nostri parlamentari».

Debiti Pa. «Hanno fatto il decreto per dare i soldi a quei comuni del sud che non li hanno – ha poi attaccato Maroni – I nostri comuni i soldi li hanno. Ecco il grande inganno del governo che deve andare subito a casa».

Roberto Maroni a Pontida ha portato alcune buste contenenti «i diamanti di Belsito». Nel dare l’annuncio ha ricordato l’impegno preso un anno fa quando la Lega venne travolta dalle inchieste sulla gestione dell’ex tesoriere. Maroni ha invitato i segretari nazionali a consegnare i 13 diamanti alle «sezioni più meritevoli». «I veri diamanti – ha detto Maroni – sono i militanti. Eccoli qua i diamanti di Belsito. Sono per i militanti, per le sezioni». Poi ha aggiunto: «Valgono 10 mila euro l’uno e li voglio dare alle sezioni. Li consegnerò ai militanti che si sono impegnati, che si rimboccati le maniche e tengono alto l’onore della Lega. Si impegnano non per se stessi o per le proprie poltrone». Al termine del comizio Maroni ha preso in mano alcune buste con dentro i diamanti e, ridendo, ha fatto il gesto di lanciarli tra i militanti.

Domenica 07 Aprile 2013 – 14:09
Ultimo aggiornamento: 22:12
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GLOBAL OCEAN COMMISSION – Oceani, “oltre 400 zone morte, riserve di pesce al limite, barriere coralline in pezzi”

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A tuna fishing boat raising its fishing net – fonte immagine

Oceani, “oltre 400 zone morte, riserve di pesce al limite, barriere coralline in pezzi”

Stime della Fao, della Banca mondiale e della National Geographic Society fotografano uan grande malattia. Da alcune settimane al centro delle discussioni di scienziati, ex Capi di Stato ed ex ministri, economisti, giuristi e organizzazioni non governative, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission

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di | 7 aprile 2013

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L’80 per cento delle riserve di pesce sfruttate fino a raggiungere o superare il loro livello massimo di sostenibilità, con il rischio estinzione per molte specie. Più di 400 zone morte, che coprono una superficie pari a 250mila chilometri quadrati, dove la maggior parte degli organismi marini non riesce più a sopravvivere. Il 35 per cento delle foreste di mangrovie e il 20 per cento delle barriere coralline distrutte a causa dell’urbanizzazione delle coste. Sono le cifre che raccontano di un malato grave: l’oceano. Stime della Fao, della Banca mondiale e della National Geographic Society (schematizzate in questo grafico), da alcune settimane al centro delle discussioni di scienziati, ex Capi di Stato ed ex ministri, economisti, giuristi e organizzazioni non governative, riunite in un nuovo organismo indipendente, la Global Ocean Commission. Un gruppo di studio che nei prossimi mesi dovrà formulare delle proposte, da sottoporre nel 2014 all’attenzione dell’Assemblea generale dell’Onu, per invertire lo stato di degrado in cui versano gli oceani e fermare la corsa allo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali.

Insediatasi lo scorso 12 febbraio sotto la guida di José María Figueres, ex presidente del Costa Rica, Trevor Manuel, dello staff della Presidenza del Sudafrica e David Miliband, ex ministro degli Esteri britannico, la commissione si è data appuntamento in questi giorni a Cape Town, in Sudafrica, per il suo meeting inaugurale. “In questo primo incontro di lavoro abbiamo ascoltato il parere di molti esperti e discusso dei principali problemi degli oceani – afferma Trevor Manuel, a fare gli onori di casa -. Nessuno di noi è stupido abbastanza da pensare che sarà semplice delineare un futuro per la salute e la salvaguardia dei nostri oceani. Ma al punto in cui ci troviamo non è azzardato affermare che la situazione può solo migliorare”. Gli fa eco David Miliband: “La commissione produrrà solo proposte capaci di tradursi in azioni concrete. Ho fatto parte di numerose commissioni e ho, pertanto, imparato a mie spese – precisa l’ex responsabile della politica estera inglese – che quando i gruppi di studio producono troppe raccomandazioni vuol dire che hanno fallito nel compito per cui erano stati creati”.

Molte sono le questioni aperte, a partire dall’inquinamento degli ecosistemi marini. Come dimostra la cosiddetta “Isola dei rifiuti”, una discarica nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, formatasi negli anni grazie alle correnti, la cui estensione non è nota con precisione – si stima che le sue dimensioni oscillino tra quelle della penisola Iberica e l’intera superficie degli Stati Uniti -. Eppure solo il due per cento della superficie degli oceani costituisce un area marina protetta, contro il dodici per cento delle corrispondenti regioni terrestri.

Non si tratta solo di rivendicazioni ambientaliste. La salvaguardia degli oceani e della loro biodiversità ha profonde ricadute economiche e sociali. “Noi tutti dipendiamo dagli oceani – sottolinea José María Figueres -. Che ci danno ciboossigeno e catturano l’anidride carbonica responsabile del surriscaldamento del pianeta”. Basta scorrere alcuni dati della Fao o della Banca Mondiale. Gli oceani, che coprono il 71 per cento della superficie della Terra, hanno, infatti, un ruolo fondamentale nella regolazione globale del clima. Assorbono calore, catturano un quarto dell’anidride carbonica emessa dalle attività dell’uomo – una quantità cinque volte superiore a quella delle foreste tropicali – e liberano quasi la metà dell’ossigeno che respiriamo. Per un miliardo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo, inoltre, la pesca rappresenta la fonte primaria di proteine. Il ricavato del commercio di pesce per i paesi in via di sviluppo è pari a circa 25 miliardi di dollari l’anno, due volte quello del caffè. Solo dalla pesca e commercializzazione del tonno derivano, ad esempio, dieci miliardi d’introiti e nove dall’ecoturismo subacqueo. Sono 85 le nazioni coinvolte nel commercio internazionale di pesce, stimato complessivamente in 102 miliardi di dollari l’anno e 350 milioni i posti di lavoro legati alla salute degli oceani.

“Sfortunatamente, però, molte evidenze scientifiche dimostrano che la pressione dell’uomo sugli oceani è in continua crescita. Basti pensare alla pesca illegale o all’incremento delle emissioni di anidride carbonica che rende le acque più acide – denuncia José María Figueres -. La salute degli oceani rappresenta sia un imperativo etico che un’opportunità economica. Si tratta di una questione di cui è assolutamente necessario interessarci, se vogliamo che i nostri figli e i nostri nipoti ottengano da essi gli stessi benefici di cui ha goduto la nostra generazione”.

La commissione si occuperà delle acque internazionali, il 45 per cento circa della superficie del pianeta, che non rientrano nella giurisdizione dei Governi, ma sono soggette alla cosiddetta “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” nata trent’anni fa allo scopo di definire i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani. Un trattato che, secondo gli esperti, però, a causa dello sviluppo tecnologico non sempre ha frenato lo sfruttamento delle risorse naturali. Ne è un esempio la corsa che si è aperta negli ultimi anni tra i Paesi che si affacciano sul Circolo polare artico, Usa e Russia su tutti, per il controllo e l’estrazione delle riserve energetiche rese accessibili dal progressivo scioglimento dei ghiacciai a causa dei mutamenti climatici. “Il trattato delle Nazioni Unite è stato un grande successo – spiega Miliband -, ma adesso abbiamo bisogno di una nuova governance, che guidi gli obiettivi indicati trent’anni fa adattandoli agli scenari attuali”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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“Senza commissioni occuperemo le Camere”, M5S pronto a mettere in atto azioni eclatanti

"Senza commissioni occuperemo Camere", M5S pronto a mettere in atto azioni eclatanti 
Il capogruppo M5S al Senato, Vito Crimi (ansa)

“Senza commissioni occuperemo Camere”,
M5S pronto a mettere in atto azioni eclatanti 

Deputati e senatori del Movimento di Grillo minacciano proteste forti se il Parlamento non inizierà a lavorare da martedì 9 aprile. Sel: “Operazione antidemocratica e disgustosa”

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ROMA Se martedì 9 a Montecitorio non si darà il via libera per la partenza delle commissioni parlamentari, i deputati Cinque Stelle, sono pronti a dare vita ad azioni ‘forti’, una delle quali potrebbe essere quella di occupare le aule delle commissioni stesse: una protesta che per i grillini avrebbe sapore di un hashtag di Twitter che potrebbe prendere il nome di #occupyMontecitorio.

La prima ad avanzare questa ipotesi è stata la deputata grillina Giulia Sarti, in un’intervista alla Stampa, nella quale ha rivelato che i deputati Cinque Stelle sono pronti “a prendere la Camera finché non saranno formate le commissioni permanenti. Staremo lì fino a mezzanotte”.

A lei fa eco il senatore del Movimento grillino, Maurizio Buccarella: “Come i colleghi della Camera, siamo concordi che si debba fare qualcosa, magari coinvolgendo anche gli altri parlamentari che la pensano come noi, non solo i 5 Stelle. Anche noi abbiamo in animo di sollevare la questione con un’iniziativa eclatante”.

Una conferma alle parole di Sarti e Buccarella è arrivata dal capogruppo al Senato M5S, Vito Crimi: “Stiamo valutando alcune iniziative forti…”, ha detto. Iniziative che per il numero uno dei senatori grillini “a Camera e Senato saranno differenti e complementari”. Crimi ha anche annunciato che “domani usciranno comunicati ad hoc e forse nel pomeriggio potremmo annunciare il tutto in conferenza stampa”.

Anche la capogruppo alla Camera dei grillini, Roberta Lombardi, sulla propria pagina Facebook ribadisce che le commissioni parlamentari possono per regolamento formarsi e poi legiferare a prescindere dalla formazione del nuovo governo: “I partiti bloccano il Paese mentre si spartiscono le poltrone. Il Parlamento può iniziare a lavorare”. Tesi supportata da diversi esperti tra cui l’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick: “In questo momento è prioritario non paralizzare le Camere. Sia nei regolamenti di Camera e Senato sia nella Costituzione non c’è nulla – dice – che in merito alle Commissioni faccia riferimento a un problema di maggioranza e minoranza”.

La responsabilità della mancata costituzione delle commissioni parlamentari permanenti è, per il senatore Luis Orellana, del presidente della Repubblica, e di quelli del Senato e della Camera: “I responsabili di questo stato di cose sono Napolitano, Grasso e la Boldrini, che sono succubi dei partiti”, ha detto auspicando che “venga rotto il muro compatto dei partiti”.

In effetti sono settimane che i parlamentari e vertici del Movimento di Beppe Grillo chiedono l’avvio delle commissioni spiegando che non c’è bisogno che ci siano una maggioranza e un’opposizione e che è giusto che gli eletti del popolo lavorino e facciano partire il Parlamento.

Le reazioni. “L’occupazione delle Aule parlamentari è un’operazione antidemocratica e disgustosa, e spero che si solo di una boutade”. Il capogruppo di Sel alla Camera, Gennaro Migliore, commenta duramente l’annuncio del M5S. Per quanto riguarda l’ampliamento dei poteri della commissione speciale di Montecitorio per consentire di esaminare il dl sulla pubblica amministrazione, Migliore spiega come Sel sia pronta a dare il proprio voto favorevole dal momento che si tratta di misure che “condividiamo”.
(07 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Maestra, ho fame. L’Italia della miseria bussa in Parlamento

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Maestra, ho fame. L’Italia della miseria bussa in Parlamento

su Diario di bordo
Autore: Giovanni Belfiori
Data: 2013-04-07
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Giuro che non so bene cosa sia giusto fare: alleanza Pd-Pdl per un governo d’emergenza? Elezioni subito? Renzi invece di Bersani?E non solo non lo so, ma da cittadino sempre più sento che questo dibattito non mi interessa proprio. Mi sembra che tutto sia ridotto a una sfida di calcio fra tifosi: non è importante quel che si fa, l’importante è alzare un po’ più in alto la bandiera della propria squadra.So, invece, un paio di cose.

So, ad esempio, di non sopportare gli “utili idioti” che scrivono: “dai, mandiamo tutti un messaggino al PD per dire che se si allea con Berlusconi perde un altro milione di voti”.

Messaggini (ma, poi, qual è il cellulare del Pd?) ‘utili’ solo a chi gioca allo sfascio, Grillo e Casaleggio insomma, e con loro tutti quelli della linea “noi puri, tutti gli altri fanno schifo”, e intanto chi è in macerie è il Paese intero.

Gente radical chic che può permettersi di discettare su internet se Gramsci e Bordiga si sarebbero mai alleati con uno come Berlusconi (giuro che è vero: un tipo me lo ha scritto su facebook).

Qui non mancano le rose, qui manca il pane. E per chi ha la pancia vuota resta un po’ difficile ragionare di Gramsci e Bordiga, e gliene frega nulla se il pane gli arriva da uno che si chiama Bersani, Berlusconi o Tiziocaio. E quando si arriva a questo, il Tiziocaio di turno potrebbe anche essere uno poco raccomandabile.

So anche che la gente non non ne può più. Non la ‘gente’ in generale, ma coloro che sono intorno a me, miei amici, buoni conoscenti, imprenditori che improvvisamente si ritrovano col nulla e con debiti da pagare, lavoratori di aziende licenziati, giovani famiglie che andavano avanti con collaborazioni occasionali e che non hanno più neanche quelle.

La linea di confine non è più solida come un tempo, quando fra me e il barbone che dormiva in stazione c’era un abisso. Qui il confine è labile, oggi puoi girare col Mercedes e domani pensare alla corda per impiccarti.

So anche che l’Italia del benessere non c’è più. Nei giorni scorsi ho preso l’auto e ho fatto un giro per quella che era una delle zone simbolo del modello di sviluppo marchigiano: la valle del Foglia, alle spalle di Pesaro.

Qui ci sono colossi internazionali del mobile, marchi che conoscono ovunque come Scavolini, Berloni, Febal. E tutt’intorno c’erano centinaia di ‘fabbrichette’ -il famoso ‘indotto’- che davano da vivere a migliaia di persone. C’erano. Perché oggi è un cimitero. Un cimitero di cartelli ‘vendesi’ o ‘affittasi’, di porte e cancelli chiusi. Sembra irreale. L’Italia sta morendo, e in molti, in troppi, si divertono con le analisi politiche, un nuovo gioco per adulti insoddisfatti che da ragazzi perdevano immancabilmente a Risiko.

Prima ridate pane e lavoro, poi gingillatevi con le analisi politiche. Già immagino i commenti: “qualunquista!”. Ma ridare pane e lavoro è già un atto politico, peccato che molti non se ne rendano conto.

E peccato anche che molti italiani non possano commentare qui, semplicemente perché hanno rinunciato a internet, come hanno rinunciato al vestito nuovo alla pizzeria al libro alla gita la domenica.

Prima si è cominciato col superfluo, poi con tutto. Alla fine ti accorgi che forse non ce la fai neanche a far la spesa all’ipercoop, allora te ne vai all’hard-discount, poi non reggi neppure quello, e allora pensi a come accidenti fare.

Ci sono famiglie che non pagano più le assicurazioni dell’auto, perché fra il cibo e la polizza la scelta non può che essere il cibo. Nei centri delle parrocchie si fa la fila per i vestiti. Il Banco Alimentare ha in elenco sempre più famiglie di quella che definivamo la piccola-media borghesia italiana: non hanno più i soldi per la spesa e si vergognano a presentarsi ai servizi sociali del Comune, meglio, molto meglio, l’anonimato che ti garantiscono le parrocchie e CL.

Chi si è fermato un passo prima dalla disperazione, perché magari ha i genitori che l’aiutano, di pacchi alimentari non ne vuol sentire parlare, vuole lavoro lavoro lavoro. Ma il lavoro non c’è, non si trova, neanche nelle Marche Felix. I tre suicidi di Civitanova Marche ci dicono che fino a ieri si ammazzavano gli imprenditori di fronte a uno Stato che costringeva al fallimento, oggi si ammazzano le famiglie che non ce la fanno a mettere insieme i soldi per l’affitto con quelli per la spesa.

Nelle scuole dell’infanzia, ci sono meno iscrizioni alla mensa perché i genitori non abbastanza euro, e gli indicatori Isee possiamo anche buttarli via: oramai non misurano un bel niente.

Nei giorni scorsi una delle donne più impegnate nel nostro Paese sul fronte dell’infanzia, mi raccontava che per molti bambini rinunciare alla mensa significa rinunciare a un pasto di qualità. “Molti bambini arrivano da noi il lunedì che la domenica hanno mangiato poco e male. Sono ancora piccoli, ce lo dicono, non si vergognano, dicono ‘maestra, ho fame‘”.

Questa è l’Italia della vergogna. E mentre la politica s’avvinghia su se stessa mettendo veti su veti (Bersani vuole Grillo ma Grillo non vuole Bersani, Berlusconi vuole Bersani ma Bersani non vuole Berlusconi), quella che sta scoppiando è la miseria. Regina, il popolo non ha più il pane. Che mangino briosches, rispose Maria Antonietta. Com’è finita, ce lo racconta la Storia. Grillo dovrebbe studiarla, e non solo Grillo.

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fonte unita.it

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LA CRISI E LE TASSE – Tares, stangata confermata. Per i ristoranti botta da 4.200 euro

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Tares, stangata confermata. Per i ristoranti botta da 4.200 euro

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Il decreto “salda debiti” approvato dal Consiglio dei ministri riguarda anche la Tares. E’ stata infatti rinviata all’ultima rata di dicembre la maggiorazione di 0,30 euro per metro quadro già previsto dal decreto Salva Italia. Viene data facoltà ai comuni di intervenire sul numero delle rate e sulla scadenza delle stesse, come previsto dal Salva Italia. A tutela del contribuente viene previsto che la deliberazione sia adottata e pubblicata dal Comune almeno 30 giorni prima della data del versamento.

I numeri della stangata
Ipotizziamo un calendario in tre rate, in cui le prime due seguano anche negli importi le regole della vecchia Tarsu rimandando a dicembre l’appuntamento vero e proprio con la Tares. Per una famiglia che abita in un Comune dove la tassa rifiuti copriva con le vecchie regole l’80% del costo del servizio, la rata natalizia quasi doppia rispetto alle vecchie rate. Nei Comuni dove la Tarsu era più vicina all’obiettivo della copertura integrale i rincari sarebbero ovviamente più ridotti, ma nessuno sfuggirebbe agli aumenti perché nei conti di dicembre entrerebbe anche la maggiorazione statale. Ancora peggiori sarebbero però le prospettive per negozi e piccole imprese commerciali che, con l’eccezione dei 1.300 Comuni in cui era entrata in vigore la tariffa (Tia), pagherebbero caro l’appuntamento con il «metodo normalizzato». Elaborando con il solito metodo delle tre rate i super-aumenti calcolati nei giorni scorsi da Confcommercio, si può ipotizzare che un ristorante da 200 metri quadrati pagherebbe a maggio e settembre 267,6 euro a rata, in linea con i livelli della Tarsu, ma a dicembre dovrebbe attendersi una botta da 4.200 euro: anche negli altri esercizi commerciali, la bolletta natalizia peserebbe tra le 10 e le 20 volte di più rispetto alle prime due rate, a seconda della tipologia dell’esercizio commerciale e della sua metratura (che determina la maggiorazione statale). Contando che a Natale si paga il saldo Imu (spesso più che doppia rispetto all’Ici nel caso di negozi e imprese), il secondo acconto Ires e Irpef per gli autonomi, e il conguaglio Irpef per i dipendenti, ogni prospettiva di ripresa dei consumi festivi sembra tramontare.

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fonte ilsole24ore.com

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CRISI – Aumentano i licenziamenti. Nel 2012 oltre un milione

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Aumentano i licenziamenti
Nel 2012 oltre un milione

I dati del ministero evidenziano una crescita del 13,9% rispetto al 2011. Oltre 300 mila casi solo nell’ultimo trimestre dell’anno

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Nell’arco del 2012 i licenziamenti hanno superato quota un milione (1.027.462), con un aumento del 13,9% rispetto al 2011 (quando sono stati 901.796). È quanto si evince dal sistema delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. Nel solo ultimo trimestre sono stati 329.259 in un aumento del 15,1% sullo stesso periodo 2011.

Nell’intero 2012 sono stati attivati circa 10,2 milioni di rapporti di lavoro a fronte di quasi 10,4 milioni cessati, nel complesso, tra dimissioni, pensionamenti, scadenze di contratti e licenziamenti. I licenziamenti registrati nel periodo riguardano sia quelli collettivi, sia quelli individuali (per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo).

Tornando al quarto trimestre del 2012, le nuove assunzioni (in termini di rapporti di lavoro attivati, dipendenti o parasubordinati) sono state oltre 2,2 milioni (2.269.764), con un calo del 5,8% rispetto allo stesso trimestre del 2011. Assunzioni che corrispondono a poco più di 1,6 milioni (1.610.779) di lavoratori interessati, in ampio decremento: l’8,2% in meno rispetto al quarto trimestre del 2011, con valori negativi maggiori tra i giovani (-13,9% e -10,9% rispettivamente tra i 15-24enni e i 25-34enni). I lavoratori over-55, tra i 55 e i 64 anni registrano un leggero incremento (+0,4%), mentre più sostenuto è l’aumento, sempre rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, degli ultrasessantacinquenni interessati da un nuovo rapporto di lavoro (+7,6%). Infine, sempre nel quarto trimestre del 2012, in totale i rapporti di lavoro cessati sono stati poco più di 3,2 milioni (3.205.753), con una leggera diminuzione (-0,2%) rispetto al quarto trimestre 2011.

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fonte lastampa.it

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Taranto, in piazza contro la ‘salva Ilva’, i medici guidano la manifestazione

I volti e le frasi del corteo

Taranto, in piazza contro la ‘salva Ilva’
i medici guidano la manifestazione

“La legge frena la magistratura”. Corteo di associazioni e cittadini nella città jonica: sono oltre quattromila persone. Numerosi anziani e persone disabili. Martedì il pronunciamento della Consulta. Nuovo esposto degli ambientalisti

Taranto, in piazza contro la 'salva Ilva' i medici guidano la manifestazione

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APPROFONDIMENTI

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di MARIO DILIBERTO

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Un grande serpentone, con i medici in prima fila, ma anche le mamme. Il centro di Taranto si è riempito (oltre quattromila persone) per il corteo organizzato dalle associazioni ambientaliste. Con in testa i medici in camice bianco, (ma anche numerosi anziani e disabili) a testimoniare il dramma dei tanti tarantini che hanno perso la vita a causa dell’inquinamento; loro che ogni giorno “lottano contro il cancro e le gravi patologie generate dall’inquinamento”. Associazioni, cittadini comuni, numerosi medici appunto e qualche rappresentante istituzionale (c’è il deputato del movimento Cinque Stelle, Alessandro Furnari) si sono prima concentrati dinanzi all’Arsenale da dove il corteo si è srotolato su via Di Palma.

“Purtroppo, di fronte alle sacrosante ordinanze della magistratura il governo, con molti partiti, ha messo il bastone tra le ruote ai magistrati e dato una mano alla famiglia Riva, forse anche perchè hanno preso dei soldi negli anni scorsi”. Lo ha detto il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. “Noi – ha aggiunto – come Prc abbiamo una posizione molto chiara. Per tenere insieme il lavoro e l’ambiente, che sono le due questioni da salvaguardare, bisogna obbligare i Riva a tirare fuori i soldi che hanno guadagnato in questi anni e a fare tutte le bonifiche e tutti gli interventi necessari”. Non basta – ha concluso Ferrero – perchè bisogna rendere pubblica l’azienda e salvaguardare il lavoro. Non è possibile continuare a inquinare così e non è possibile dall’altra parte buttare a mare 20 mila persone”.

Il primo striscione dice tutto: “Taranto, miniera di diamanti ricoperta da monnezza”. E anche le mamme si fanno sentire: “Corte costituzionale, ricordati di me”, dice uno striscione issato da una donna con una freccia che indica il figlio nel passeggino. Secondo Fabio Matacchiera, presidente della fondazione antidiossina, “Taranto scende in piazza per rcelamare il diritto alla salute e perchè proprio la salute vale molto di più dell’acciaio”.

C’è anche un’immagine di papa Francesco. “Taranto era bella, ora santa perche’ martire e povera. Vieni Francesco”: questa la frase scritta su un cartello portato a mano da una manifestante. Nel corteo compare anche uno striscione di ‘Amici di Mauro Zaratta’, il padre di Lorenzo, un bimbo che ora ha 3 anni e vive in Toscana e che sin dalla nascita ha contratto una grave forma tumorale tanto da aver perso già quasi completamente la vista. Nel corteo c’è chi porta anche un enorme crocifisso a simboleggiare il ‘martirio’ che la città di Taranto subisce da anni a causa dell’inquinamento proveniente dal siderurgico.
Tra i manifestanti ci sono anche gruppi del comitato ‘No al carbone’ di Brindisi e del comitato che si oppone al raddoppio dell’inceneritore di Massafra, paese ad una dozzina di chilometri da Taranto.

“La situazione è drammatica. Non c’è giorno in cui non faccio una diagnosi di tumore”. Lo ha detto Gennaro Viesti, primario pneumologo della casa di cura Villa Verde di Taranto, uno dei medici che partecipa alla manifestazione.
“Voglio lanciare – aggiunge il medico – un grido di allarme per tutte le malattie respiratorie che a Taranto sono le uniche in aumento. Sono un costo non solo per le famiglie ma anche per la società”.
La situazione drammatica è confermata anche da una radiologa del presidio onco-ematologico dell’ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto. “Non riusciamo a fare argine – dice la dottoressa – c’è un oceano di persone che ha bisogno di cure, con patologie sempre più gravi e di età sempre più giovane”.

Martedì, invece, appuntamento a Roma, quando al vaglio della Consulta passerà la cosiddetta legge “salva Ilva”. La domenica nella città jonica è dei movimenti che scendono in piazza contro la legge 231 del 24 dicembre scorso che autorizza l’Ilva a produrre e a commercializzare quanto prodotto prima del 3 dicembre, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto da cui è poi nata la legge di conversione.

In corteo ci sono anche le mamme “No al carbone”, pronte a sostenere anche il sit-in che si terrà nella capitale il 9 aprile davanti al palazzo della Corte Costituzionale quando sarà valutata la legittimità della legge 231 a seguito delle eccezioni di costituzionalità sollevate nei mesi scorsi dal gip, Patrizia Todisco, e dal Tribunale dell’appello. La manifestazione a Taranto e il sit-in a Roma sono stati indetti proprio a ridosso del pronunciamento della Consulta e a pochi giorni dal referendum consultivo, pro o contro la chiusura parziale o totale dell’ Ilva, che si terrà nel capoluogo jonico il 14 aprile, non senza polemiche.

L’ obiettivo finale è la cancellazione di una legge che, a detta di molte associazioni ambientaliste, “mette un freno alla magistratura che indaga sui reati contro l’ambientee la salute”. Come denunciano le mamme “No al carbone”, “questa legge riguarda tutti gli stabilimenti inquinanti d’interesse strategico nazionale e purtroppo toglie alle procure la possibilità di compiere sequestri degli impianti”.

Intanto nel giorno della manifestazione contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva, il comitato ambientalista Legamjonici annuncia di aver depositato presso la Procura di Taranto un esposto-denuncia per il presunto mancato rispetto della normativa Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) e la “omessa applicazione dell’articolo 29-decies del D.lgs. 128/2010, che costituisce il recepimento della direttiva comunitaria sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento”.

Nell’esposto si fa riferimento all’Ilva, al Ministero dell’Ambiente e della Salute, al Ministro dell’Ambiente attualmente in carica Corrado Clini, al Sindaco e al Prefetto di Taranto. I sottoscrittori, è detto in una nota, “chiedono che l’autorità giudiziaria proceda nei confronti dei soggetti sopra menzionati, nonchè di tutti gli altri che eventualmente dovessero risultare responsabili con particolare riferimento a fatti, azioni e omissioni in danno della salute pubblica”. (07 aprile 2013)

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fonte bari.repubblica.it

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Debiti Pa, come funzionano i pagamenti per le imprese / Aziende scettiche: “Boccata d’ossigeno, ma non basta”

Debiti Pa, come funzionano i pagamenti per le imprese

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ROMA – Una boccata d’ossigeno immediata che potrebbe valere sui 7 miliardi; quindi l’autorizzazione e la predisposizione del piano per la restituzione fino a completare il primo stock di 40 miliardi in circa 12 mesi; infine il censimento dell’ammontare dei debiti per programmare con la legge di stabilità le modalità e le ulteriori tranche di restituzione. Sono le tre fasi del calendario messo a punto dal Cdm per la restituzione dei debiti della P.A.

Prima fase: via ai pagamenti. Dopo l’ok del Consiglio dei Ministri il decreto che blocca i debiti della Pa arriva al Quirinale per l’emanazione. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è prevista per lunedì e rende immediatamente eseguibili i pagamenti da parte degli enti locali, utilizzando la metà delle disponibilità di cassa. A quanto ammontano? Il Tesoro le stima in 14 miliardi

Seconda fase: richiesta fondi al tesoro. Entro il 30 aprile Comuni e Province chiedono l’autorizzazione per i pagamenti sulle somme disponibili. Comuni, Province, Regioni e Usl potranno invece chiedere l’accesso al Fondo (di 26 mld) al ministero dell’Economia. Ovviamente va consegnato un elenco dei debito al Tesoro che risponderà entro il 15 maggio.

Quindi il ministero dell’economia autorizza gli importi da pagare e indica come queste risorse vanno finanziate. Di fatto, rispetto alle richieste che arriveranno (di certo superiori ai 40 miliardi) ci sarà una ripartizione. Si attivà così anche le linee di credito (trentennali ai tassi attuali del Btp a 5 anni) con la Cassa Depositi e Prestiti.

Entro il 31 maggio gli enti territoriali, oramai a conoscenza degli importi di cui dispongono, dovranno comunicare alle imprese creditrici il piano dei pagamenti. Così, con trasparenza, potranno valutare quando e come riceveranno gli importi.

Terza fase: il censimento. Il 15 settembre è il termine ultimo per completare il censimento dei debiti delle amministrazioni pubbliche. Le amministrazioni dovranno fare una verifica e verificare tutti i crediti scaduti al 31 dicembre 2012. Anche le Banche dovranno verificare l’ammontare dei crediti che sono stati loro ceduti con la precedente procedura di rimborso. Solo così si potranno valutare le ulteriori tranche di rimborso.

Il 15 ottobre, dopo il check up dei debiti il governo stabilirà con la prossima legge di stabilità le modalità di rimborso delle tranche successive, anche attraverso l’emissione di specifici titoli di Stato. I rimborsi diventano così effettivi. Ovviamente questi pagamenti scattano dal 2014. (06 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (foto Newpresse)

Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (foto Newpresse)

In arrivo i rimborsi pubblici
Aziende scettiche: “Boccata d’ossigeno, ma non basta”

Confindustria prudente. Rete imprese s’infuria: il governo non capisce

Giorgio Squinzi prudente, il suo timore è che il decreto possa cambiare dopo le voci di scontro in Cdm. Sangalli: “Le aziende del terziario sono al collasso”

+DEBITI DI STATO Via libera al decreto, 40 miliardi alle aziende

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di Achille Perego

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Milano, 7 aprile 2013 – La prima versione l’aveva definita un «pateracchio». La seconda, quella varata ieri, un passo avanti. Ma il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, usa parole prudenti sul decreto che sblocca il pagamento alle imprese di 40 miliardi di debiti: «Non abbiamo il testo definitivo e quindi un giudizio compiuto. Ma in base alle prime informazioni ci sono stati certamente modifiche sostanziali e miglioramenti». Il verdetto finale arriverà domani, giorno in cui si attende la pubblicazione in Gazzetta ufficiale di un decreto al quale, visto anche l’acceso confronto in consiglio dei ministri tra Passera e Grilli, non è escluso che si continuerà a mettere mano in queste ore. Il «passo nella direzione giusta», aggiunge Squinzi, è rappresentato anche dalla possibilità di compensare i debiti fiscali con i crediti. Ma quel che conta, come aveva capito Giorgio Napolitano che ha preso a cuore il problema rappresentato al Colle proprio Squinzi (che «ringrazia» il Quirinale), è avere uno «Stato civile» che onora i suoi debiti. Ridare liquidità alle imprese è una «spinta alla ripartenza di un Paese che non merita una crisi così disperata».
La richiesta di Confindustria era di pagare almeno 48 miliardi di debiti perché le imprese «sono disperate».

E, non pagate dallo Stato, a loro volta chiudono o congelano i debiti con l’anomalia assoluta del concordato in continuità: «Ne ricevo due al giorno», confessa Squinzi che da gennaio 2012, come patron della Mapei, vanta 50 milioni di crediti non pagati in Italia. Nonostante la crisi, invece, in Spagna i pagamenti non sono peggiorati, in Francia si salda a 45 giorni e in Germania a 30. Insomma, per Squinzi stiamo crollando, il «tempo è scaduto» e serve un governo, anche una «prorogatio» di Monti, purché si agisca in fretta.

Le aziende del terziario, dell’artigianato e del commercio, rincara la dose il presidente di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli, «sono al collasso». E «il provvedimento del Governo dimostra che non si è ancora compresa questa emergenza». Per Sangalli, si «ignorano due elementi fondamentali: immediato sblocco delle risorse e modalità semplificate di accesso». Più positivi banchieri, costruttori edili, cooperative e sindacati. Per il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, il governo ha «riconosciuto, come avevamo sollecitato, l’estrema importanza e urgenza del pagamento dei debiti». Di «passo importante» parla il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, e anche Giuliano Poletti (Alleanza Cooperative italiane) secondo il quale però «molti problemi restano ancora aperti». Il leader Cisl, Raffaele Bonanni, si augura che «questi soldi siano impiegati dalle imprese per nuovi investimenti e per creare posti di lavoro».

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fonte qn.quotidiano.net

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